Skip to main content

Full text of "Archivio storico dell' arte"

See other formats


This is a reproduction of a library book that was digitized 
by Google as part of an ongoing effort to preserve the 
information in books and make it universally accessible. 


Of #40 


Google books i 


[n] 










https://books.google.com 


Google 


Informazioni su questo libro 


SI tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 
nell’ambito del progetto volto a rendere disponibili online 1 libri di tutto 11 mondo. 


Ha sopravvissuto abbastanza per non essere più protetto dai diritti di copyright e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 
un libro che non è mai stato protetto dal copyright o 1 cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 
dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l’anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 
culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 


Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 
percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 


Linee guide per l’utilizzo 


Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare 1 materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l’utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l’imposizione di restrizioni sull’invio di query automatizzate. 


Inoltre ti chiediamo di: 


+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Google Ricerca Libri per l’uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 


+ Non inviare query automatizzate Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l’uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 


+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 


+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall’utilizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di farne un uso legale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 


Informazioni su Google Ricerca Libri 


La missione di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili. Google Ricerca Libri aiuta 
1 lettori a scoprire 1 libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 


nell'intero testo di questo libro dalhttp://books.google.com 














N 
PRINCETON 
UNIVERSITY 
LIBRARY 





Marquand Library Fund 





a Google 


-  Digitizedby Google 


Digitized by Google 


Digitized by Google i | 


Digitized by Google 


Digiiizza x Google . 


ARCHIVIO STORICO DELL'ARTE 


SERIE SECONDA 


Digitized by Google 


ARCHIVIO 


STORICO 


DELL'ARTE 


DA 


DOMENICO GNOLI 





Serie Seconpa — Anno II —- 1896 





ROMA 
DANESI, EDITORE 


M DCCC XCVI 


INDICI 


w'9/ 


# 


U?, 
Cd 


NE Ani init 20 77, ho Pf ) = 
VE 0 «#00 DTA 00 


Digitized by Google 


I 


SOMMARI DEI FASCICOLI 


Fascicolo I-II. 


Lorenzo Lotto pittore. A proposito di una nuova pub- 
blicazione, Gustavo Frizzoni. — Un trittico fiorentino 
del xiv secolo ascrivibile a Baldassarre degli Em- 
briachi, Diego Sant'Ambrogio. — La scultura ornamen- 
tale romana nei bassi tempi, Ferdinando Mazzanti. — 
Per un quadro eretico, Diego Angeli. — La chiesa 
« della Santa » a Bologna, Francesco Malaguzzi Va- 
leri. — Le Gallerie Brignole-Sale Deferrari in Ge- 
nova, Emil Jacobsen. 

Nuovi pocumentI: Documenti intorno alla fabbrica del 
Castello del Buonconsiglio a Trento, H. Semper. — 
Artisti in Roma (1593-1627), Francesco Cerasoll. 

Recensioni: Robert Stias8ny, Wappenzeichnungen Hans 
Baldung Griens in Coburg. Ein Beitrag zur Biogra- 
phie der oberrheinischen Meisters, G. F. — Luca 
Beltrami, Terza relazione dell'ufficio regionale per la 
conservazione dei monumenti in Lombardia, G. F. — 
Cesare Faccio, Di Antonio Labacco architetto ver- 
cellese del secolo xv e del suo libro delle antichità 
di Roma, C. de Fabriczy. — A. Geffr'0y, La colonne 
d’Arcadius à Constantinople, d’après un dessin inédit, 
C. de Fabriczy. 

MisceLLANEa: Studi e memorie riguardanti l’arte italiana 
pubblicati nel 1894 nelle principali Riviste di storia 
dell’arte in Germania (continuazione), C. de Fabriczy. 


Fascicolo III. 


La scultura ornamentale romana nei bassi tempi (conti- 
nuazione e fine), Ferdinando Mazzanti. — Il pallio o 
trittico marmoreo di Vighignolo nel patrio Museo 
Archeologico di Milano, Diego Sant'Ambrogio. — Lo- 
renzo Lotto pittore. A proposito di una nuova pubbli- 
cazione (continuazione), Gustavo Frizzoni. — L' Evan- 
gelo di Nicodemo, Adalberto di Erbach Fuerstenau. 

Recensioni: Broussolle J. C., Pélerinages ombriens, Giulio 
Urbini. — Bernhard Berenson, The fiorentine painters 
of the Renaissance, G. F. 


Fascicolo IV. 


Di alcune composizioni di Raffaello, ispirate a monu- 
menti antichi, Emanuele Loewy. — Un affresco ignoto 


di Tiberio d'Assisi, Ugo Ojetti. — Il Palazzo Soliano 
o de’ Papi in Orvieto, L. Fumi. — Di una tavoletta 
di Luca Signorelli della Pinacoteca di Brera, Paolo 
Fontana. — I quadri italiani nella Galleria di Stra- 
sburgo, Carlo Loeser. — Il grande trittico d' 08s0 
scolpito dell'Abbazia di Poissy e il suo raffronto col 
trittico della Certosa di Pavia, Diego Sant'Ambrogio. 

Nuovi pocumentTI: Documenti intorno ad un’ancona di- 
pinta da Gaudenzio Ferrari a Morbegno nella Vai- 
tellina, durante gli anni 1520-1526, Guglielmo Felice 
Damiani. — Nuovi documenti su Leonardo da Vinci, 
Nino Smiraglia Scognamiglio. 

Recensioni: Corrado Ricci, Antonio Allegri da Correg- 
gio, L. P. 


Fascicolo V. 


Alcune pitture giovanili di Baldassare Peruzzi a Roma, 
Federico Hermanin. — Epigrafi ed iscrizioni diverse 
della Certosa di Pavia, Diego Sant'Ambrogio. — Le 
opere d’arte di Spello, Giulio Urbini. 

Recensioni: Julia Cartwright, Raphael in Rom, 6. F. — 
G. Lafenestre et E. Richtenberger, La peinture en Eu- 
rope. La Belgique, G. F. — J. von Schlosser, Giustos 
Fresken in Padua und die Vorliufer der Stanza della 
Segnatura, C. de Fabriczy. 


Fascicolo VI. 


L'esposizione d'Orvieto e la storia delle arti, Emile Ber- 
taux. — Lorenzo Lotto pittore. A proposito di una 
nuova pubblicazione (continuazione e fine), Gustavo 
Frizzoni. — Se l’altare di Carpiano sia stato in passato 
un’arca funebre campionese, Diego Sant'Ambrogio. 

Recensioni: Gustavo Uzielli, Ricerche intorno a Leonardo 
da Vinci, Nino Smiraglia Scognamiglio. — Z. L. Sponsel, 
Sandrarts Teutsche Academie, kritisch gesichtet, C. de 
Fabriczy. — Weisbach Dr. Weirner, Der Meister der 
Bergmannschen Officin und Albrecht Diirers Be- 
ziehungen zur Basler Buchillustration. - Die Basoler 
Buchillustration des xv Jahrhunderts, P. K. 

MisceLLANEA : Studi e memorie riguardanti l’arte italiana 
pubblicati nel 1895 nelle principali riviste di storia 
dell'arto in Germania, C. de Fabriczy. 


1 


Cl 


10. 


11. 


12. 


13 


e 


14. 
18. 


16. 


17. 


18. 


II 


INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 


NZ. — Le illustrazioni segnate con asterisco sono stampate su tavole fuori testo. 


Danae, di Lorenzo Lotto (presso il SE M. Con- 
way a Londra) 


. San Girolamo penitente, dello stesso (Galleria 


del Louvre). 


+. Madonna col bambino, San Giovannino e San 


Pietro martire, dello stesso (R. Pinacoteca, 
Napoli) . 


. La Vergine col putto, Santa Caterina e San Giu: 


seppe, dello stesso (R. Pinacoteca, Monaco) . 


. La vestizione di San Domenico, dello stesso 


(Municipio di Recanati) . 


. La Vergine col bambino fra due Santi, dello 


stesso (Galleria Borghese, Roma). 


. Ritratto d'uomo, dello stesso (Galleria Borghese, 


Roma) 


. San Girolamo penitente, dello stesso (Galleria 


di Hermannstadt) 


. San Vincenzo Ferrer, dello stesso (in San Do. 


menico, Recanati) i 4  U 
Particolare della Disputa del Suoi dat li 
Raffaello. . . . . . CRE Me . 
Annunciazione, di Jacopo Palma il Vecchio 
(Già nella parrocchiale di Aizano) . . 
Tabernacolo in avorio con la crecifissione, la 
Vergine e Santi, ascrivibile a Baldassare degli 
Embriachi (R. Museo Nazionale, Firenze). 
Trittico o pala d'altare di Baldassare degli 
Embriachi (Certosa di Pavia). . . . .. 
Trittico del Louvre. . .. ai . 

Soffitto classico poi parapetto in BancAgnese 
fuori le mura (Roma). . |... .... 
Soffitto del 1x secolo in Santa Maria în Tras- 
tevere. È dia e 
Pavimento a fasce intrecciate del sec. x in 
San Clemente . 

Decorazione classica a fasce intrecciate, néi 
sepolcri della via Latina . 


Pag. 


10 


12 


14 


16 


18 


19 


23 


27 


28 
31 


34 


34 


35 


39 


19. 


20. 


21. 
22. 
23. 
24. 


25. 


26. 
27. 
28. 
29. 
80. 


Pluteòd del sec. v utilizzato per tomba medio- 
evale . . . . a 
Le transenne della PRIORA dei Rostri dell'Arco 
di Costantino (sec. rv). . 

Mostre dell'Arco di Costantino. 

Ornati della Basilica di Costantino . . 
Capitello in Santa Costanza (sec. iv). 
Traforo di finestra nell’oratorio di Equizio 
(sec. rv) . 

Ricostruzione di un recinto marmoreo nell’ora- 
torio di Equizio (sec. Iv). n 
Pluteo stellato nelle Grotte Vaticane (sec. 1v) 
Colonne vitineè in 8. Pietro (sec. rv) 
Capitello del rv sec. in piazza Pudenziana 
Sarcofago bacellato del iv sec. 

Tranzenne del rv sec. . 


31-82. Plutei del rv sec. 


33. 


34. 


35. 


36. 


37. 
38. 


39. 


40. 


4l. 
42. 


43. 


44. 
" chiesa di San Clemente (sec. VI) . 


45. 


Riquadri in S. Sabina (seo. i 

Tranzenne scolpite dietro un sarcofago del 
v sec. (Museo cristiano Lateranense) 
Ricostruzione di un recinto marmoreo da fram- 
menti in S. Lorenzo fuori mura (sec. v) 

La porta in bronzo del Battesimo di San Gio- 
vanni in Laterano (sec. v) . 

Capitelli ionîci pulvinati del v sec. . 

Traforo di finestra del v sec. . x La 
Traforo di finestra del v sec. da frammenti 
esistenti nel Foro Romano . odi 

« Pax-Christi» (Museo cristiano Laierinoia) 
Capitelli del vi set. ; 

Cornicione dell’Abside di San Martino ai Monti 
Recinto presbiteriale della chiesa di San Cle- 
mente del tempo di Ormisda (sec. vi) . 
Recinto corale del tempo di Giovanni II nella 


Architrave dell’altare di Ormisda in San Cle: 
mente (éec. vi) 


Pag. 


36 


40 
40 
41 
42 


42 


42 
43 
43 
13 
43 
44 
44 
45 


45 
46 
46 
46 
47 
47 
47 
48 
48 
49 


49 


50 


46. 


471. 
48. 
49. 


INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 


Tranzenne dall'altare di Ormisda in San Cle- 
mente (seo. vi) ‘ ì è 
Parapetti del ponte di Narsete luo ; 
Pluteo del vi sec. nelle Grotte Vaticane . 
Capitello del tempo di Gregorio Magno (Monte 
Soratte) . 


50-51. Plutei in Santa Maria in misslevero (e 


52. 


08. 


54. 


dÒ. 


56. 


57. 


58. 


59. 
60. 


61. 


62. 


68. 
64. 
65. 


66. 


67. 
68. 
69. 
10. 
71. 


72. 


73. 
74, 
15. 
76. 
71. 
18. 
79. 
80. 
81. 


colo vir) . PA 

Capitello del tempo di Onorio I per badia 
Tre Fontane (sec. vii). n 
Capitello d’ante nella chiesa di San Valon: 
tino (sec. vi) . . ; 
Frammento di pluteo alla Badia delle Tre Fon- 
tane (8ec. VII). . . .0%0.0 6.0... 
Pluteo nella chiesa dal S. Cuore a piazza Na- 
vona (sec. viII). dv; a 
Capitello presso dui fuori mura ie. 
colo vir). 

Dettagli di una son in 8 ‘ Prassedo e inile 
strini in S. Lorenzo fuori mura (fine sec. vi 
e sec. VII) . EEA ni i 
Ricostruzione dell’altare e del è recinto presbi- 
teriale da frammenti esistenti in San Giorgio 
al Velabro (sec. vit) Ra 
Pluteo nel chiostro di S. Paolo (sec. vi) . 
L' Assunzione della Vergine, del Botticelli (Gal- 
leria Nazionale di Londra) . > 
Facciata della chiesa « della Santa » in Bo- 
logna . è EE 3 
Porta della chiesa, opera di Sperandio da Man: 
tova, 1479 (ivi) pa 
Particolari delle terrecotte della porta (ivi) . 
Parte superiore della porta (ivi) . 

Palazzo del Podestà di Bologna, costruito nella 
parte inferiore nel 1492-94 da F. di Dozza. 
Soffitto della sala d'inverno, di Domenico 
Piola (Galleria Brignole-Sale, Genova) . 
Gentildonna veneziana, di Paris Bordone (ivi) 
Ritratto d'uomo, di Morctto da Brescia (ivi). 
Anton Giulio Brignole-Sale, di Van Dyck (ivi) 
Pifferaro, di Bernardo Strozzi (ivi) . 
Sant'Ignazio, di Rubens, nella chiesa di San- 
t'Ambrogio in Genova. 

Giuditta, di Paolo Veronese (Galleria Brignole: 
Sale, Genova) . > ws 

Madonna col Bambino (ivi) . ; 
Sacra Famiglia, di Pellegro Piola (ivi). 
Venere in grembo a Marte, di Rubens (ivi) . 
Madonna în trono, di Gerard David (ivi) . 
Crocifisso della scuola di Gerard David (ivi). 
Cristo della moneta, di Van Dyck (ivi). 
Ritratto di donna (ivi). 

Sacra famiglia (ivi). > é 

Santa Maria Maddalena, di Gian ‘Pietrino 
(Museo artistico municipale di Milano). 


Pag. 


50 
ol 
52 


52 


58 


53 


54 


55 


56 
57 


65 


15 


71 
19 
81 


85 


91 
93 
95 
9° 
99 


101 


103 
105 
107 
109 
111 
113 
115 
117 
119 


121 


82. Madonna col Bambino fra S. Giovanni Battista 
e Santa Maria Maddalena, di Palma Vecchio 
(Accademia Carrara in Bergamo) 

83. La Carità, di Domenico Piola dina Bri- 
gnole-Sale) s& 

84-89. Castello del Buonconsiglio i in Trento; sink 


V 


Pag. 


123 


127 


VBrIO. .0.0.0000006000 06006000 131-141 


90-91. Plutei in S. Maria in Trastevere (sec. vin). 

92. Paliotto d'altare del sec. vi (ivi). . 

93-54. Plutei del sec. vini, in San Cosimato . 

95. Fregi a nodi e capitello del tempo di Adriano I, 
in S. Maria in Cosmedin ima 

96. Recinto presbiteriale ed altare del sec. vii, 
ricomposto dagli avanzi tornati in luce in 
S. Maria in Cosmedin : 

97. Ricostruzione del recinto corale di 8. Moria 
in Foro, sec. vi : 

98. Archetto di Leone III (Museo Cristiano Late- 
ranense) ride 

99. Avanzi di un paliotto esistenti in $. i 
in Velabro. ; 

100-103. Plutei dei secoli viri-1x, in is Sabina. 

104. Ricostruzione del recinto corale di Eugenio II, 
dai frammenti scoperti in S. Sabina. 

105. Archetto cuspidale di Leone IV (Chiostro di 
S. Giovanni in Laterano) i a 

106. Pluteo del tempo di Gregorio IV (8. Giorgio 
in Velabro). ie 

107. Ricostruzione di un parapetto del secolo ix 
(S. Clemente). Lau È 0 

108. Margella di pozzo del sec. x (8. Giovanni a 
porta latina) . ui i 

109. Pluteo del sec. x ($. Cosimaio) . 

110. Avanzi di un traforo di finestra (S._Lorenzo 
fuori mura) . 


111. Ricomposizione della porta di 8, Saba, dai 


frammenti esistenti (sec. x1) in ab 
112. Soffitto esistente nel Museo di AA 
(sec. x1). ai lf ce di A 
113-114. Ornamenti del sec. x1 nell’altare del Monte 
Soratte . SE È 
115. Recinto prealiiutiale della chiesa di s, Du 
in Leprignano (sec. x1) . nu 
116. Pluteo ad arcatine binate, già nella chiesa 
d'Aracoeli, sec. xr (Museo Naz. Romano). 
117. Frammento di archivolto cuspidato del sec. xt 
(S. Stefano del Cacco) . 3 
118. Mensola del sec. xn1 (Vicolo Bologna in Tras- 
tevore) . e ea 
119. Ricomposizione di un pulpito del sec. xt, dai 
frammenti esistenti in Ferentino). ne: 
120-121. Plutei del sec. xi, nel chiostro di S. Ce- 
cilia . i 
122. Stipite della sorta di Santa Maria in Cor 
smedin . 


161 
162 
162 


162 


163 


164 


164 


164 
165 


166 


167 


167 


167 


167 
168 


168 


169 


169 


170 


170 


170 


171 


171 


172 


172 


172 


VI 


123. 


124. 


126. 
127. 
128. 
129. 


130. 
131. 


132. 


133. 
134. 
135. 
186. 


137. 


INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 


Stipite della porta di Civita Castellana e pi- 
lastrino dell’vii sec., ai Ss. Cosma e Damiano. 
Pluteo cosmatesco del sec. xmi (Grotte Va- 
ticane) . . . . 


. Confronti tra fregi di varie epoche (secolo 


VIIE-XII). è SE” î 
Ornato bisantino dell’ vii sec., nella dalmatica 
di Carlo Magno (Basilica di S. Pietro) 
Ornato bisantino dell’x: sec., dall'antica porta 
in bronzo della Basilica di S. Paolo 

Ornati romani ad intrecciature (Museo Va- 
ticano) . br ELA 
Ornamento romano ad intrecciatura. Treccia 
a quattro capi (Terme di Caracalla) 
Frammento di archivolto, sec. xi (ivi). 
Mosaico romano ad intrecciature, esistente a 
Pompei. sd Ud dia 
Parte del gran mosaico dei gladiatori prove- 
niente dalle Terme di Caracalla (Museo La- 
teranense). = re a 
Mosaico romano del ii sec. (Sala di Costan- 
tino al Vaticano) . ; 
Mosaico cristiano del iv sec. (Cotuconita dei 
Ss. Marcellino e Pietro). x 
Mosaico romano del ii sec. (Galleria del Lo 
terano) . ln ie 
Mosaico romano ad intrecciature, del iv sec. 
(Mausoleo di $. Costanza) . = i 
Pluteo di Adriano I (S. Maria in Cosmedin). 


138-141. Nodi ed intrecciature nei pavimenti ro- 


142. 


143. 
144. 
145. 


mani. = de Ride &: i 0h ci 
Lucerne cristiane contornate da grappoli di 
uva stilizzati (Museo Kircheriano) . 
Ornamenti classici a girelli 

Confronto di motivi ornamentali. 

Origine delle intrecciature romane . 


146-147. Fregi ad intrecciature . 


148. 
149. 


150. 


Paliotto dei bassi tempi (Museo naz. romano). 
Pavimento del tempo di Giulio II (Sala della 
Segnatura al Vaticano) . è & 
Pallio o trittico marmoreo di Vighignolo (Mu- 
seo archeologico di Milano) 


. Pala di S. Bartolomeo, a Bergamo, di Lorenzo 


Lotto... e e #& sw e #0 


. Miracolo di San Domenico, dello stesso de 


cademia Carrara in Bergamo). 


. Madonna coi due putti, dello stesso (Galleria 


di Dresda). 


. La Vergine col Bambino Ada i Santi Sebastiano 


e Rocco, dello stesso (Raccolta Piccinelli, in 
Bergamo) . 


. Nostro Signore che prende DOS dalla Madre, e, 


dello stesso (R. Galleria di Berlino) 


. Ritratto di un giovinetto, dello stesso (Museo 


Municipale di Milano). 


Pag. 


173 


173 


174 


175 


175 


176 


176 
176 


176 


177 


178 


179 


180 


181 
181 


182 
182 
182 
183 
183 
184 
185 
185 
190 
197 


199 


201 


203 


205 


206 


157. 


158. 


159. 


160. 


161. 


162. 


163. 


164. 


165. 


Ritratto di Andrea Odoni, dello stesso (R. Gal. 
leria di Hampton Court). 

Ritratto d'uomo in disegno, dello stesso (Gal- 
leria degli Uffizi) . sd ì 
Storie di Santa Barbara, dello stesso (Cap- 
pella Suardi in Trescore) . 4 
Ritratto di giovine donna, di Palma Vecchio 
(R. Galleria di Berlino) . LA 
Lot colle figlie, di Giovanni Cariani (Museo 
Municipale di Milano). ae de ca 
Episodi della vita di San Giuliano, di NA 
stino Caversegno (Proprietà Hertz, Roma) 
Ritratto di un domenicano di S. Giovanni e 
Paolo a Venezia, di Lorenzo Lotto (Galleria 
Comunale di Treviso). ‘ : 
San Nicolò în gloria fra San Giovanni Bat: 
tista e Santa Lucia, dello stesso (Chiesa del 
Carmine, Venezia) . l'e e è 
La Madonna coi tre angeli, dello stesso (Rac- 
colta Comunale d’ Osimo) 


166-185. Miniature dell’ « Evangelo di Nicodemo », 
cod. della Biblioteca Nazionale di Madrid. 224-236 


Pag. 


207 


209 


211 


213 


215 


217 


219 


221 


223 


186. Il giudizio di Paride, sarcofago antico in Villa 

Medici . 3. 0 Sig ad 242 
187. Il giudizio di Paride, sarcofago antico in Villa 

Pamphilj We # i 242 
188. Il giudizio di Paride, incisione di Marcantonio 

Raimondi (Gabinetto Nazionale delle stampe). 243 
189. Il giudizio di Paride, disegno di Rubens, in- 

cisione di J. Neefs iu Mati 243 
190. Dettaglio dell'incisione di Marcantonio Rai- 

mondi del Giudizio di Paride. . 246 
191. Dio Padre della Visione di Ezechiello . 247 
192. Giove e Venere, peduccio della Farnesina . 247 
193. Dettaglio della sepoltura di Agostino Chigi 

in Santa Maria del Popolo. . +. 248 
194. Fanciulle danzanti, bassorilievo del Louvre, 

già in Villa Borghese - °°. 4. +. 249 
195. Fanciulle danzanti, bassorilievo antico nella 

Galleria degli Uffizi 3 a 249 
196. Cammeo nel Museo Imperiale di Vienna. 251 
197. Palazzo Soliano prima del restauro (Orvieto). 258 
198. Palazzo Soliano, progetto Zampi. 259 
199. Il restauro allo stato presente . 261 
200. Dettaglio di finestra dell'Episcopio (1264 2). 263 
201. Dettaglio di finestra del palazzo del Popolo 

(sec. xt) . ? 265 
202. Dettaglio di finestra del shin Cini Cae- 

tani) i é È . . 266 
203-204. Due schizzi di DA Signorelli . . 271-273 
205. La Madonna col Bambino, di Rocco Marconi 

(Galleria di Strasburgo). 280 
206. La Madonna e San Giuseppe in adorazione 

del divin Figliuolo, di Bartolomeo Montagna 

(ivi) . 281 


207. 


208. 


209. 


210. 


211. 


212. 


218. 


214. 


215 


216. 


217. 
218. 


219. 


220. 


221. 


222. 
223. 


224. 
225. 
226. 
227. 
228. 
229. 
230. 
231. 


232. 
283. 


234. 
235. 


INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 


Ritratto della Fornarina, attribuito al Penni 
(ivi) . è die du d ser. 
Trittico di altare in osso scolpito, della Ba- 
dia di Poissy. 3 cha dia 
Disposizione grafica de’ segua nel trittico 
della Badia di Poissy so «i 
Avori della storia di Paride, di Baldassarre 
degli Embriachi. >». & iva : 
Cofano nuziale di legno ed osso scolpito (Bi- 
blioteca Nazionale di Parigi) . 

Medaglioni della storia di Piramo e Tisbe, 
di Baldassarre degli Embriachi . i 
La Madonna col Bambino, vari Santi e un 
devoto, di B. Peruzzi (Chiesa di S. Onofrio 
in Roma) . SE 
L’adorazione dei Re Magi, dello stesso (ivi). 
La fuga in Egitto, dello stesso (ivi) _ 
Affreschi della Chiesa di S. Onofrio in Roma, 
dello stesso 

La Sibilla, dello stesso o (ivi) x Sw 
Dettaglio della testa della Sibilla, dello stesso 
(Chiesa di Fontegiusta in Siena) va 
Il presepio, del Sodoma (Accademia di Belle 
Arti in Siena) a 

Adamo ed Eva, dettaglio del da Gesù al 
Limbo, dello stesso (ivi). i& 
La Madonna col Bambino e due Sante, di B. 
Peruzzi (Chiesa di Santa Maria della pace 
in Roma) . ib ea 
La presentazione al tempio, dello stesso (ivi). 
Madonna, attribuita al Pinturicchio (Santa 
Maria Maggiore, Spello). 

L’Annunziazione, del Pinturicchio (ivi) 

Un particolare dell’Annunziazione . s 
Un particolare dell'Epifania, dello stesso (ivi). 
Un particolare della Disputa, dello stesso (ivi). 
La Sibilla Eritrea, del Pinturicchio (ivi). 
Pulpito, di Simone da Campione (ivi). 
Tribuna, di Rocco da Vicenza (ivi) 

Un particolare del pavimento di maiolica della 
fabbrica di Deruta (ivi).. . 

La Pietà, del Perugino (ivi) 3 
Croce capitolare cesellata e smaltata da Paolo 
Vanni (ivi) cv. le e 
Madonna, attribuita al Pinturicchio (ivi). 
La Leda, del Franciabigio (Galleria di Bru- 
xelles) . 


Pag. 
285 
291 
293 
295 
299 
808 
822 
328 


326 


327 
380 


334 


335 


338 
339 


377 
378 
879 
381 
383 
384 
385 
387 


389 
391 


393 | 
395 


400 


236. 


237. 


238. 
239. 


240. 


241. 


242. 


243. 


244. 


245. 


246. 


247. 


248. 


249. 


252. 


253. 


254. 


255. 
256. 


257. 


258. 


259. 


* Croce d’altare bisantina in oro con smalti 
(Cattedrale di Cosenza) . 

Statuetta di Madonna in rame, con smalti 
(Santa Casa di Loreto) . "A 

La pace di Pio II (Pieve d'Arezzo). 
Statuetta di San Giorgio, in argento (Presso 
il cav. Manni a Torino). 3a 
Croce e candelieri d’argento, opere di Anto- 
nio ‘Gentile da Faenza (Rev. Capitolo della 
Basilica di San Pietro) . du sol 
* Croce processionale (Cattedrale di Osimo). 
Statua d’argento di Sant’ Emidio (Tesoro del 
Duomo di Ascoli Piceno) . die di 
Tabernacolo d’argento dorato, opera di Pie- 
tro Vannini d'Ascoli (Cattedrale di Bosino). 
Ostensorio d’argento con smalto (Duomo di 
Orvieto) È dicsla ; 
Oggetti sacri in argento con smalto (Casa 
Chigi) . va od A 
Nostro Signore in Croce, di Lbroigo Lotto 
(Galleria Borromeo a Milano). 

Santa Conversazione, dello stesso (Galleria 
Imperiale di Vienna). da » +. 
Natività col Puttino che dà lume, dello stesso 
(Ex Convento di S. Onofrio a Firenze) 

Pala di Sant'Antonino, dello stesso (Chiesa 
di San Giovanni e Paolo a Venezia) . 


. Il triplice ritratto d'uomo, dello stesso (Gal- 


leria Imperiale di Vienna). 


. Il piccolo San Girolamo, dello stesso (Raccolta 


Weber di Amburgo) . 3 : 
Madonna in trono e quattro Santi, dello stesso 
(Galleria Comunale di Ancona) 

Vescovo benedicente, di Agostino Caversegno (?) 
(Galleria Harrach, Vienna). 

La Vergine col Bambino, scuola di Lorenzo 
Lotto (Museo Correr). 

Chiesa e altare di Carpiano, presso Melegnano. 
Bassorilievi Campionesi del fronte e del fianco 
destro dell’altare di Carpiano. i 
Sarcofago di Regina della Scala (Museo ar- 
cheologico di Milano). è 
Sarcofago di Bernardo Visconti, del 1370 circa 
(ivi) . o dvd si di SE 
Tavola d’altare marmorea, dell’ultimo decen- 
nio del xiv secolo, attribuita a Giovanni de 


Grassi (Basilicu di S. Eustorgio, a Milano) . 


VII 


Pag. 


407 


413 
412 


414 


417 


420 


420 


421 


423 


424 


429 


430 


431 


433 


437 


438 


441 


443 


446 
451 


452 


454 


455 


457 


II. 


INDICR DEGLI AUTORI 


Areeti (Diego), Per un quadro eretico, 58. 

Berravx (Emile), L'esposizione d’ Orvieto e la storia 
delle arti, 405. 

CerasoLi (Francesco), Artisti in Roma (1593-1627), 146. 

Damtani (Guglielmo Felice), Documenti intorno ad una 
ancona dipinta da Gaudenzio Ferrari a Morbegno, 
nella Valtellina, durante gli anni 1520-1526, 806. 

Ersaca Fuerstenav (Adalberto di), L’Evangelo di Ni- 
codemo, 224. 

Fasriczy (Cornelio de), Cesare Faccio, di Antonio La- 
bacco architetto vercellese del secolo xv e del suo 
libro delle antichità di Roma (Recensione), 150. 

— A. Geffr0y, La colonne d'Arcadius à Constantinople, 
d’apròs un dessin inédit (Recensioni), 151. 

— Studi e memorie riguardanti l’arte italiana, pubbli- 
cati nel 1894 nelle principali riviste di storia del- 
l’arte in Germania (continuazione), 154. 

— Julius von Schlosser, Giustos Fresken in Padua und 
die Vorliiufer der Stanza della Segnatura (Recen- 
sione), 401. 

— I. L. Sponsel. Sandrarts Teutsche Academie, kritisch 
gesichtet (Recensione), 464. 

— Studi e memorie riguardanti l’arte italiana, pubbli- 
cati nel 1895 nelle principali riviste di storia del- 
l’arte in Germania, 468. 

Fonrana (Paolo), Di una tavoletta di Luca Signorelli 
della Pinacoteca di Brera, 269. 

Frizzoni (Gustavo), Lorenzo Lotto, pittore. A proposito 
di una nuova pubblicazione, 1, 195, 427. 

F[RIzzonI] G[urtavo], Robert Stiassny. Wappenzeichungen 
Hans Baldung Griens in Coburg (Recensione), 148. 

— Luca Beltrami. Terza relazione dell'ufficio regionale 
per la conservazione dei monumenti in Lombardia 
(Recensione), 149. 

— Bernhard Berenson. The florentine painters of the 
Renaissance (Recensione), 239, 

— Julia Cartwright. Raphael in Rom (Recensione), 397. 

— G. Lafenestre et E. Richtenberger. La Pointure en 
Europe. La Belgique (Recensione), 399. 

Fum L., Il Palazzo Soliano o de’ Papi in Orvieto, 255. 


HermanIx (Federico), Alcune pitture giovanili di Baldas- 
sarre Peruzzi a Roma, 321. 

Jacossen (Emil), Le gallerie Brignole-Sale De Ferrari 
in Genova, 88. 

Logeser (Carlo), I quadri italiani nella galleria di Stra- 
sburgo, 277. 

Loewy (Emanuele), Di alcune composizioni dì Raffaello 
ispirate a monumenti antichi, 241. 
L. P., Ricci Corrado. Antonio Allegri da Correggio. His 
Life, his. Friends and his Time (Recensione), 316. 
MaLaguzzi VaLerI (Francesco), La chiesa della « Santa » 
a Bologna, 72. 

Mazzanti (Ferdinando), La scultura ernamentale romana 
nei bassi tempi, 33, 161. 

Osetti (Ugo), Un affresco ignoto di Tiberio d'Assisi, 252. 

K[risteLLER] P[aul], Weisbach Dr. Weirner, Der Meister 
der Bergmannschen Officin und Albrecht Diirers Be- 
ziehungen zur Basler Buchillustration. — Die Baseler 
Buchillustration des xv Jahrhunderts (Recensioni); 
466. | 

Sant'AmBrogio (Diego), Un trittico fiorentino del x1v se- 
‘colo, ascrivibile a Baldassare degli Embriachi, 25. 

— Il pallio o trittico marmoreo di Vighignolo, nel pa- 
trio Museo archeologico di Milano, 188. 

— ll grande trittico d’osso scolpito nell'Abbazia di 
Poissy, e il suo raffronto col trittico della Certosa 
di Pavia, 288. 

— Epigrafi ed iscrizioni diverse della Certosa di Pavia, 
342. 

— Se l'altare di Carpiano sia stato in passato un'arca 
funebre campianese, 448. 

SemPeR (Hans), Documenti intorno alla fabbrica del ca- 
stello del Buonconsiglio a Trento, 130. 

SmiragLia ScoanamiaLio (Nino), Nuovi documenti su Leo- 
nardo da Vinci, 313. 

— Gustavo Ozielli, Ricerche intorno a Leonardo da 
Vinci (Recensione), 461. 

UrBIrI (Giulio), Broussolle J. C. Pélerinages ombriens 
(Recensione), 238. 

— Le opere d’arte di Spello, 367. 





IV. 


INDICE DEGLI ARTISTI 


. NB. — La lettera # aggiunta al numero della pagina indica che il nome dell’artista è citato nelle note. 


A 


Accursi (Giovanni degli), 79. 

Achi (Ercole), 76. 

Adriano di Ustada, 106. 

Aertsen (Pietro), detto Lange Pier, 90. 

Agostino Veneziano, 242 n., 476. 

Albani (Francesco), 120, 128. 

Alberti (L. B.), 157. 

Allegri (Antonio), detto il Correggio, 
284, 316. 

Allori (Alessandro), detto il Bron- 
zino, 394. 

Altichiero, pittore, 481. 

Ambrogini (Domenico), 147. 

Ambrogio da Fossano, detto il Borgo- 
gnone, 118. 

Amerani (Anna), 416 n. 

Andrea da Milano, 76. 

— del Sarto, vedi Vanucchi (Andrea), 
detto « del Sarto ». 

— Pisano, 403. 

Andreatti, 158. 

Angelico (Il Beato), vedi Giovanni 
(Fra) da Foligno, detto il Beato 

‘ Angelico. 

Angelini (Domenico), 147. 

Angelino di Domenico da Sutri, orafo, 
478. 

Anselmi (Michelangelo), 481. 

Antonello da Messina, 401. 

Antonio da Domodossola, 76. 

— di Gasparino di Val di Lugano, 
scultore, 376. 

Arca (Nicolò da l’), 80 n. 

Avanzo (Jacopo d'), pittore, 481. 


B 


Bachiacca (11), vedi Ubertini (Fran- 
cesco). 

Bagazzotti (Camillo), 440. 

Baglione (Giovanni), 147. 

Baldassare da Varignana, 80 n. 

Baldegora (Ottavio), architetto, 479. 

Balduccio(Giovanni)da Pisa, 155, 449. 

Baldung (Hans), detto Griin, 148. 

Banchera (Angelo), 126. 

Baratto (Carlo), 126. 

Barbarelli (Giorgio), detto Giorgione, 
8, 15, 90, 279, 470, 476. 

Barberi (Jacopo de’), 3, 279. 


2 


Barbieri(Francesco), detto il Guercino, | Botticini (Francesco), 71. 


89, 96, 100, 116. 

Baroccio (Federico), 104. 

Barozzi (Giacomo) da Vignola, 151. 

Bartolommeo (Fra), 120. 

Bartolomeo da Domodossola, 76. 

— da Novellara, 76. 

Basaiti (Marco), 8, 279. 

Bassano, vedi Jacopo da Ponte. 

— (Francesco), 110, 118. 

— (Leandro), 99, 102, 284. 

Bazzi (Giovanni Antonio), detto il So- 
doma, 11, 283, 324, 397. 

Beauvais (Vincenzo da), 402. 

Beccafumi, vedi Mecherino Domenico. 

Beccaruzzi (Francesco) da Coneglia- 
no, 435, 446. 

Becchetti (Michele), 76. 

Belardino, architetto, 375. 

Belli (Giuseppe), 444. 

Bellini (Domenico), 892. 

— (Giovanni), 2, 8, 11, 100, 279. 

Jacopo), 279. 

Bencivenni da Pisa, 375. 

Benkelaar (Giovacchino), 90. 

Benso (Giulio), 126, 128. 

Berardi (Domenico di Obizzo), 80 n. 

Bergman, incisore, 466. 

Bernardi (Giovanni) di Castelbolo- 
gnese, 418. 

Bernardo da Chiavenna, 76. 

— da Cumo, 76. 

Bernini (Gio. Lorenzo), 43. 

Bertoldo di Giovanni, scultore, 461, 
473. 

Betti (Bernardino), 325. 

Bia (Giovanni Antonio), 79. 

Biagio da Vairone, 191 n. 

Binello, architetto, 376. 

Boltraffio (Gio. Antonio), 159, 283. 

Bonaldi (Alessandro di Antonio), 79. 

Bonetti (Antonio), 76. 

Bonfigli (Benedetto), 238. 

Bonifacio Veneziano, 99. 

— Veronese, 99. 

Bonsignori (Francesco), 3. 

Bordone (Paris), 92, 104, 106, 124, 284. 

Borgognone (11), vedi Ambrogio da 
Fossano. 

Bosco (Marcantonio), 147. 


Brakemburg (Richard), 110. 


Bramante (Donato), 80, 464. 

Bramontino, vedi Suardi (Bartolomeo). 

Brandi (Giacinto), 375. 

Brea (Lodovico), 124. 

Brensa (Giovanni), 78. 

Breughel (Giovanni), 96. 

Brill (Paul), 109, 147. 

Bronzino (Il), vedi Allori (Alessandro), 
detto il Bronzino. 

Buonaccorsi, vedi Perino del Vaga. 

Buonarroti (Michelangelo), 156, 472. 


.| Buonvicino (Alessandro), detto il Mo- 


retto, 94, 477. 
Burci (Orazio), 146. 


C 


Cagliari (Carletto), 89. 

Calatuzio di Todi, orefice, 416. 

Caldara (Polidoro) da Caravaggio, 98, 
116, 118, 128, 482. 

Caliari (Paolo), detto il Veronese, 96, 
102, 106, 119, 122, 128, 282. 

Cambiaso (Luca), 13, 89, 100, 124, 
126, 128. 

Campanaio (Lorenzo), detto Loren- 
zetto, 248. 

Campione (Bonino da), 155. 

Giovanni da), 155, 448. 

Simone da), scultore, 385. 

Ugo da), 449. 

Canevaghi (Luigi), 198. 

Cano (Alonso), 115. 

Canova (Antonio), 110. 

Capo di Ferro, intagliatore, 216. 

Capriolo (Domenico), 446. 

Caracci (Annibale), 13. 

— (Antonio), 106. 

Ludovico), 96. 

Caravaggio (11), vedi Caldara (Poli- 
doro) da Caravaggio. 

Cariani (Giovanni), 200 n., 218, 282, 
428. 

Carlo delle Madonne, vedi Maratti 
(Carlo), detto Carlo delle Madonne. 

Carlone (Giovanni), scultore, 108 n. 

— (Gio. Battista), 108. 

— (Gio. Andrea), 92, 108, 126. 

Carmei (Ferdinando), da Orvieto, 146. 





Botticelli (Il), vedi Filipepi (Ales-|Carrucci (Jacopo), detto il Pontormo, 


sandro), detto il Botticelli. 


120 


X 


INDICE DEGLI ARTISTI 


——____r---+==--aÒ-==&&-+ ll {EB F[K (i jDR ì ébìlìldldl1l);:w=»&*”*g'-- Ai e AL ir 


Castagno (Andrea del), 128. 

Castello (Valerio), 90, 102 n. 

Castigliono (G. B.), 98, 100. 

Castiglioni (G. Benedetto), 92, 126, 
128. 

Catena (Vincenzo), 218. 

Cauchini (Antonio), 311. 

Cavagna (Gian Paolo), 444. 

Caversegno (Agostino), 218, 444. 

Cellini (Benvenuto), 416. 

Cellio (Gaspare), 147. 

Cesare da Sesto, 446. 

Ciccarlo di Francesco da Sulmona, 
orafo, 419. 

Cima da Conegliano, 3, 278. 

Cione, da Val di Lugano, vedi Giovan 
Pietro, o Cione, da Val di Lugano. 

Clouet (Francesco), 116. 

Cogauiet (L.), 129. 

Contarini (Simone), 120. 

Contini (Pietro), 147. 

Coro (Giovanni dal), architetto, 428. 

Correggio (Il), vedi Allegri (Antonio). 

Corso da Como, 76. 

Corvo (Tommaso), 375. 

Cosmati (Paolo dei), vedi Paolo dei 
Cosmati. 

Cossa (Francesco), 472. 

Cotignola (Bernardo), 114, 286. 

Coxcyen (Michele di), 476. 

Cristoforo di Zanetino, 80 n. 

Crivelli (Carlo), 129, 279, 399. 

Culmbach (Hans Von), 279. 

Cusano (Benedetto), 147. 


D 


Dandini (Cosimo), 147. 

David (Gerard), 112. 

— (Louis), 116. 

Deferrari (Gregorio), 92. 

Dini (Pietro) d'Ascoli, orafo, 419. 

Dolci (Carlo), 120, 129. 

Domenichino (1)), vedi Zampieri (Do- 
menico), detto il Domenichino. 

Domenico di Tommaso, 80 n. 

Donati (Nicolò), 80 n. 

Dondoli da Spello, pittore, 375. 

Duccio di Donato, orafo, 418. 

Durante da Force, pittore, 442. 

Diirer (Alberto), 89, 96, 159, 466. 


E 


Embriachi (Baldassare degli), 25, 290. 
— (Benedetto degli), 303. 


F 


Fagolino (Marcello), 189. 

Ferrabosco (Pietro), architetto, 479. 

Ferrari (Gaudenzio), 306. 

— (Leontino), 191 n. 

— (Lorenzo de), 126. 

Fiasella (Domenico), 108, 110, 126. 

Fieravanti (Aristotele), 76, 80. 

— (Bartolomeo), 76. 

Filipepi (Alessandro), detto il Botti- 
celli, 58, 239, 240, 468. 

Floris (Franz), 112. 

Fossi (Francesco) di Dozza, 74, 76. 

Francesca (Piero della), 286. 

Francesco di Ascoli (?), orefice, 422. 

— di Dozza, vedi Fossi (Francesco). 

Francia (Giacomo), 122. 

— vedi Raibolini (Francesco). 
ranciabigio, 96, 239, 399. 


G 


Gallo (Giacomo), 146. 

Garofalo (Il), vedi Tisi (Benvenuto), 
detto il Garofalo. 

Gasparo Fiammingo, pittore, 146. 

Gaulli (Gio. Battista), 100, 126. 

Gentile da Fabriano, 279, 472. 

Gentileschi (Orazio), 120, 147. 

Gentili (Antonio), da Faenza, orefice, 
416. 

Geri (Filippo di Luca), 146. 

Geronimo, scalpellino, 386, 894. 

Ghisolfo (Ambrogio), 191 n. 

Giacomo da Domodossola, 76. 

— da Erba, 76. 

— da Mestre, 158. 

— da Ravarino, 79. 

Giambellino, 6, 8, 96. 

Giampietrino, vedi Ricci (Gio. Pietro), 
detto Giampietrino. 

Gian Domenico da Carrara, scultore, 
376, 388, 392. 

Gian Pietro Silvio, veneto, pittore, 485. 

Giordano (Luca), 96, 476. 

Giorgetti (Giacomo di Vincenzo), pit- 
tore, 385. 

Giorgio da Sebenico, 158. 

Giorgione, vedi Barbarelli (Giorgio). 

— di Castelfranco, 430. 

Giotto, 26, 156, 403. 

Giovanni Battista da Viterbo, orafo, 
419. 

— Pietro, o Cione, da Val di Lugano, 
388. 

—- da Chiavenna, 76. 

— (Fra) da Foligno, detto il Beato 

Angelico, 399. 

da Luino, 76. 

da Monte, scultore, 479. 

da Siena, 158. 

da Udine, 481. 

di Balduccio da Pisa, scultore, 456. 
di Bartolo, orefice senese, 418. 
di Marco, orafo senese, 418. 

di Pietro Spagnuolo, detto Lo Spa- 

gna, 238, 394. 

Giovannino di Francesco, di Arezzo, 
scultore, 458. 

Giudice (Pietro) da Viterbo, orafo, 
418. 

Giulio Romano, vedi Pippi. 

Giuseppe da Vico, scultore, 479. 

Giusto di Giovanni de' Menabuoi, 401. 


Gobbo (11), vedi Solari (Cristoforo), 


detto il Gobbo. 

Grammatica (Antiveduto), 146. 

Grassi (Giovannino de’), scultore, 452, 
458. 

Greco (Il), vedi Theotocopoli Dome- 
nico. 

Grien, vedi Griin. 

Grin, vedi Baldung (Hans). 

Guariente, pittore, 481. 

Guglielmo da Bellinzona, 76. 

— da Bologna, 76. 

— da Ravarino, 79. 

Guidobono (Bartolomeo) da Savona, 
92, 126. 

Guercino, vedi Barbieri (Francesco). 


H 


Hase (Giacomo di), 146. 
Holbein (Hans), 114. 
— — seniore, 98. 


J 


Jacopino da Tradate, scultore, 449. 

Jacopo da Ponte, detto il Bassano, 
96, 100, 102. 

— da Valenza, 3. 

Janni (Maestro), architetto, 257. 


K 
Kulmbach, 110. 


L 


Labaccé (Antonio), 150. 

Lamparelli (Carlo), 375, 392. 

Lancret (Nicola), 116. 

Lanfranco (Giovanni), 98. 

Lange Pier, vedi Aertsen (Pietro). 

Lelli (Nicolò de), di Arezzo, 459. 

Leonardo da Vinci, 104, 239, 313, 461, 
474. 

— di-Pavia, 124. 

Licinio (Giannantonio), detto il Por- 
denone, 479. 

Lippi (Filippino), 122, 239, 438. - 

Lorenzetto, vedi Campanajo (Lorenzo), 
detto Lorenzetto. 

Lorenzo d’Ascoli, orafo, 419. 

— di Credi, 286. 

Lorrain (Claude), 116. 

Lotto (Lorenzo), 1, 195, 282. 

Luca di Leida, 98. 

Luciani (Sebastiaro) del Piombo, 100, 
397. 

Luini (Bernardino), 122, 311. 


M 


Maccari (Lando), 260. 

Maes (Nicola), 116. 

Magnasco (Alessandro), 109, 124, 126. 

Magno (Giovannangelo del), 307. 

Maino VGLENITO 310. 

Manni (Giannicola), 390. 

Mantegazza (Antonio), 191. 

Mantegna (Andrea), 404. 

Maratti (Carlo), detto Carlo delle Ma- 
donne, 104, 134, 482. 

Marco d’Oggiono, 283. 

Marconi (Rocco), 279. 

Marsilio di Antonio, 79. 

Massegne (Antonio di Pietro Paolo 
delle), 155. 

Massys (Quentin), 112. 

Mecherino (Domenico), detto Becca- 
fumi, 118. 

Melini (Andrea), 147. 

Memling dune) 114. 

Menabuoi (Giusto di Giovanni dei), 
vedi Giusto di Giovanni dei Mena- 
buoi. 

Mieris (Willem), 114. 

Montagna (Bartolomeo), 3, 280. 

Monteverde (Giulio), 114. 

Morandi (Antonio), detto Terribilia, 
80 n. 

Moretto (Il), vedi Bonvicino (Ales- 
sandro). 

Moro (Anton), 114. 

Moroni (Gio. Battista), 283. 

Morto da Feltre, 430. 

Mosca (Simone), scultore, 264, 392. 

Mulier (Pietro), detto Tempesta, 126. 

Murillo (Bartolomeo Esteban), 102, 
115. 





INDICE DEGLI ARTISTI 





Mutius, orefice, 416. 
Muziano (Girolamo), 444. 


N 


Nanni (Gerolamo), 147. 

Nati (Natio), pittore, 264. 

Neefs (Jacopo), 243. 

Neroni (Bartolomeo), detto Riccio Se- 
nese, 138. 

Nicola Andrea di Guardiagrele, orafo, 
419. 

Nicolò da Urbino, 157. 

— di Marchionne, architetto, 74. 

— Pisano, 469. 

Nuti (Meo) da Siena, 260. 


0 


Omodeo (Antonio), 189. 

Onago (Benedetto dell’), 191 n. 

Onofrio di Vincenzo, 82. 

Orcagna (Andrea di Cione), 80, 402, 
458. 

Osozio (Menesez), 115. 


P 


Padalacqua, 158. 

Padovanino, vedi Varotari (Alessan- 
dro), detto il Padovanino. 

Paggi (G. B.), 126 n. 

Palma il Giovine, 122. 

Palma (Jacopo) il Vecchio, 3, 22, 23, 
122, 216. . 

Paolo da Assisi, pittore, 147. 

Paolo dei Cosmati, marmoraro, 11. 

— di Sulmona, orafo, 419. 

— fiorentino, 76. 

— Gaspare da Reggio, 76. 

Partini, architetto, 268. 

Pasifico (Giuliano), 191 n. 

Pellegrino da Modena, pittore, 482. 

Pennacchio (Pier Maria), 112. 

Penni (Francesco), 287, 481. 

Perino del Vaga (Buonaccorsi), 108, 
398, 481. 

Perrone (Luigi), 150. i 

Perugino (Il), vedi Vannucci (Pietro). 

Peruzzi (Baldassare), 321, 397. 

— (Sallustio), architetto, 479. 

Piaggia (Teramo), 125. 

Piazza, di Lodi, 22. 

Pier Niccola da Spoleto, 391. 

Piero di Cosimo, 286, 475. 

Pietro da Fiorenzuola, intarsiatore, 74. 

— marmoraro, 34. 

Pinelli (Bartolomeo), 384. 

Pinturicchio (Bernardino), 238, 321, 
378, 380 e segg. 

Piola (Domenico), 110, 126, 128. 

— (Pellegro), 104, 124, 126. 

Pippi (Giulio Romano), 129, 398, 399, 
476, 481. 

Pisanello (Il), vedi Vittore Pisano. 

Pollajuolo (Antonio), 155, 411, 473. 

Pollione di Gaspare, da Foligno, in- 
tarsiatore, 394. 

Pontormo, vedi Carrucci (Jacopo), 
detto il Pontormo. 

Pordenone (Il), vedi Licinio (Giannan- 
tonio), detto il Pordenone. 

Porro (Tommaso) da Cortona, pittore, 
392. 

Porta (G. Jacopo della), 191 n. 


Postica (Antonio) di Genova, scultore, 
479. 

Poussin (Nicola), 106. 

Predis (De) Ambrogio, 159. 

Previtali (Andrea), 218. 

Procaccini (Giulio Cesare), 98, 104, 
106. 

Pupi (Guglielmo), 76. 


R 


Raffaellino del Garbo, 155. 

Raffaello da Firenze, 155. 

— de' Carli, 155. 

— de' Capponi, 155. 

Raibolini (Francesco), detto il Fran- 
cia, 6, 84, 96, 128, 472. 

Raimondi (Marcantonio), 241. 

Reni (Guido), 98, 100, 110, 120. 

Ribera (Giuseppe), 104, 116, 285, 476. 

Ricci (Gio. Battista), 147. 

— (Giovanni Pietro), detto Giampie- 
trino, 122. 

Riccio Senese, vedi Neroni (Bartolo- 
meo), detto Riccio Senese. 

Rigaud (Giacinto), 88. 

Ripanello (Riccardo), da Urbino, pit- 
tore, 385. 

Robbia (Giovanni della), 477. 

— (Luca della), 403. 

Robusti (Jacopo), detto il Tintoretto, 
94, 98, 102, 118, 119, 129. 

— (Domenico), 284. 

Rocco da Vicenza, scultore, 386. 

Rodari (Jacopo), 311. 

— (Tomaso), 311. 

Rodolfo, architetto, 376. 

Romandino (Giovanni), da Modena, 
147. 


| Romanino (Gerolamo), 216. 


Rondinelli (Nicolò), 284. 

Rosa (Salvatore), 285. 

Rosselli (Cosimo), 475. 

Rubens (Pietro Paolo), 96, 105, 110, 
243. 

Ruffalio (Andrea), 158. 


S 


Sacchi (Andrea), 106. 

— (Pier Francesco), 128. 

Salmeggia (Enea), detto il Talpino, 
444. 

Salvi (Gio. Battista), detto il Sasso- 
ferrato, 120. 

Sandrart (Giovacchino), 464. 

Sanmicheli (Giovanni di Michele), 388. 

Sante da Lian, 76. 

Sanzio (Raffaello), 11, 17, 20, 241, 397, 
476, 478, 481. 

Saraceni Carlo, 118. 

Sassoferrato (Il), vedi Salvi (Gio. Bat- 
tista), detto il Sassoferrato. 

Scalza (Ippolito), 264. 

— (Meo di Giacomo), 264. 

Schiuffelein (Hans Leonhard), 110, 
476. 

Scheifelin, vedi SchAuffelein. 

Schiavone (Andrea), 198. 

Scipione da Lodi, 22. 

Scorza (Sinibaldo), 89, 98, 112, 126, 
128. 

Sebastiani (Lazzaro), 3. 

Sebastiano del Piombo, vedi Luciani 
(Sebastiano) del Piombo. 

Semino (Antonio), 125. 

— (Antonio Andrea), 125. 


XI 


Signorelli (Luca), 269, 425. 

Simone da Caldarola, pittore, 442. 

— di Giovanni, fiorentino, orafo, 473. 

Sodoma, vedi Bazzi (Gio. Antonio). 

Solari (Cristoforo), detto il Gobbo, 
189. 

Solario (Andrea), 129. 

Spagna (Lo), vedi Giovanni di Pietro 
Spagnuolo, detto lo Spagna. 

Spagna (Carlo), 416 n. 

Sperandio da Campo, 87. 

— da Mantova, 72, 80. 

— (Nicolò) 87 n. 

Speranza (Giovanni), 281. 

Steen (Jan), 110. 

Stella (Fermo) da Caravaggio, 309. 

Strozzi (Bernardo), 89, 90, 96, 98, 102, 
104, 108, 124, 126, 128. 

Suardi (Bartolomeo), detto il Braman- 
tino, 11. 


T 


Talpino (I), vedi Salmeggia (Enea), 
detto il Talpino..- 

Tartaglia (Francesco), 238. 

Tavaroni (Lazzaro), 126. 

Tempesta, vedi Mulier (Pietro), detto 
Tempesta. 

Teniers (Abramo), 106. 

— (David) juniore, 114. 

Terribilia, vedi Morandi (Antonio). 

Theotocopoli (Domenico), detto il 
Greco, 285. 

Tiberio d'Assisi, 238, 252. 

— di Diotallevi d'Assisi, 252. 

Tintoretto, vedi Robusti (Jacopo). 

Tisi (Benvenuto), detto il Garofalo, 
106, 120. 

Torbido (Francesco), 282. 

Toschi (Paolo), incisore, 317. 

Traini (Francesco), 402. 

Turco (Giulio), architetto, 479. 


U 


Ubertini (Francesco), detto il Ba- 
chiacca, 239. 

Ubriachi, vedi Embriachi. 

Ugo da Carpi, incisore, 471. 

Ugolino di Vieri, orefice, 418. 


V 


Vaga (Perino del), vedi Perino del 
Vaga (Buonaccorsi). 

Valeri (Francesco), 147. 

Vallorsa (Cipriano), 311. 

Van de Velde (Adriano), 112. 

Van der Neert (Aart), 112. i 

Van Dyck, 90, 94, 106, 110, 113, 118, 
129. 

Van Lin H. F., 118. 

Van Orley (Bernardo), 112. 

Van Ostade (Isaak), 114. 

Van Ruisdael (Giacomo), 112. 

Vanini (Pietro), d’Ascoli, orafo, 419. 

Vanni (Paolo), 388, 392, 416. 

Vannucci (Pietro), detto il Perugino, 
238, 384, 390, 399. 

Vanucchi (Andrea), detto «del Sarto», 
90, 120, 239, 269, 399. 

Varotari (Alessandro), detto il Pado- 
vanino, 105. 

Vassalletto, marmoraro, 34, 172. 


XII INDICE DEGLI ARTISTI 


Vecellio (Tiziano), 3, 15, 119, 401,| Vincenzo da San Gemignano, pittore, | Winckboon, 96. 


486, 471. 482. Wolgemut (Michael), 466. 
Velasquez (Diego), 115. Viti (Timoteo), 157. 
Venusti (Marco), 129. Vittore Pisano, detto il Pisanello, Z . 
Veri (Pietro), 147. 279, 472, 481. Zaccaria lucchese (?), pittore, 394. 
Vernet F., 118. Viva di Siena, orefice, 418. Zaccaroni (Lorenzo), 385. 
Veronese (Il), vedi Caliari (Paolo), | Vivarini (Alvise), 8, 8, 11, 196. Zampi (Paolo), 265. 

detto il Veronese. Zampieri (Domenico), detto il Dome- 
Verrocchio (Andrea), 240. W nichino, 104. 
Vignola, vedi Barozzi (Giacomo) da Zelotti (Battista), 106. 


Vignola. Wael (Cornelio de), 90, 118 n. Zurbaran, 116. 


V. 


INDICE DEI LUOGHI È DELLE COSE 


Agliate (Brianza) 


CHirsa PARROCCHIALE: Suo ripristinamento nella forma 
di primitiva basilica cristiana, 149. 


Alzano (Bergamo) 


Curesa ParRroccHIALE: Pala d'altare, rappresentante la 
morte di San Pietro martire, di Lorenzo Lotto, 22. 


Amaifi 


Duomo: Pianeta fiamminga del xv secolo, 415. 
Amatrice (Aquila) 
Crizsa pi Sax Francesco: Tabernacolo in bronzo, di 
Pietro Dini da Ascoli (1472), 419. 


Amburgo 


GaLLeria DeL cons. WEBER: San Girolamo, di Lorenzo 
Lotto, 17 n. — Il piccolo San Girolamo, attribuito 
a Filippino Lippi, più probabilmente di Lorenzo 
Lotto, 437. 


Ancona 


Pinacoteca comuNALE: Madonna pregante col Bambino 
e Santi, pala d’altare, di Lorenzo Lotto — L’As- 
sunta cogli Apostoli, grande tela, dello stesso, 439. 


Anversa 


Musso: Quadro di Tiziano Vecellio, rappresentante un 
devoto — Crocifissione, di Antonello da Messina — 
Quadri fiamminghi, 401. 


- 


Arezzo 


CatteDRALE: Altare già attribuito a Giovanni Pisano, 
ma di Giovanni di Francesco, di Arezzo, e sue at- 
tinenze con l’altare di Carpiano, 458. 

Cuiesa pi Santa Marta peLLA Pieve: Pace d’argento 
dorato e smaltato, lavoro d’orificeria tedesca, del 
secolo xv, 413, 


Ascoli Piceno 


Duomo: Statua di Sant’ Emidio, d’argento cesellato, da 
attribuirsi a Pietro Vanini, 421. 


Asolo (Treviso) 


Cuiesa maggiore: Nostra Donna entro una gloria di 
Cherubini e Santi, di Lorenzo Lotto, 8. 


Avezzano (Aquila). 


Trittico d'Alba Fucense, opera d'orificeria italiana del 
principio del xm secolo, 410. 


Museo: Silografie di Alberto Diirer — Esame dei legni 
e distinzione dei veri da quelli erroneamente attri- 
buitigli, 466. 


Bergamo 


Accapemia Carrara: Sposalizio di Santa Caterina, di 
Lorenzo Lotto, 9 — Predelle appartenenti alla pala 
di San Bartolomeo, del medesimo, 196, 198 — Tre 
episodi della vita di Santo Stefano, dello stesso, 198 — 
Madonna col Bambino e Santa Caterina, dello stesso, 
202 — Busto muliebre, dello stesso, 208 — Pala 
d'altare, di Andrea Previtali, 218 n. — Ritratto di 
uomo (un architetto), tela, di Giuseppe Belli, 444. 

Casa Tomini ix via DonizetTI: Restauri, 150. 

CHiesa pi Sant'ALESssANDRO IN Croce: Pala d'altare, di 
L. Lotto, 200. 

Cniesa pi San BarroLomeo: Pala d'altare, di Lorenzo 
Lotto, proveniente dalla chiesa dei Ss. Stefano e 
Domenico, 8 — Sua descrizione, 196. 

Cuiesa pi San BernaRDINO: Madonna con Santi, pala 
d'altare, di Lorenzo Lotto, 204 — Pala dell'altar 
maggiore, di Gian Paolo Cavagna, ispirata da quella 
del Lotto in San Bartolomeo, 444. 

CHiesa DEI Cappucorni ara MorLa: Cristo in croce, 
tela di Agostino da Caversegno, 444. 

Criesa pi Santa Marra: Disegni dei lavori d’intarsio 
forniti da Lorenzo Lotto agli intagliatori, 216, 220. — 
Pitture di Lorenzo Lotto, 13 n. 

CrÙiesa DI Santa Marra Maggiore: Lavori eseguitivi da 
Giovanni da Campione, 155 — Arca funebre del 


XIV 


cardinale Guglielmo De Longhi (1319), di Ugo da 
Campione, 449. 

Cuesa- pi San MicneLE: Residui di affreschi, di Lo- 
renzo Lotto, 214. 

CHiesa pi Santo Spirito: Pala d'altare, di Scipione da 
Lodi, 22 — Madonna col Bambino e Santi, pala 
d'altare, di Lorenzo Lotto, 206. 

Criesa pei Ss. STEFANO E Domenico: Pala dell’altare 
maggiore, di Lorenzo Lotto, trasportata poi in 
San Bartolomeo, 21, 196. 

Pinacoreca -comunaLE: Sacra Famiglia, di Lorenzo 
Lotto, 428. 

RaccoLta PicosneLLi: La Vergine col Bambino fra i 
Santi Sebastiano e Rocco, di Lorenzo Lotto, 200. 


Berlino 


GABINETTO DELLE stAMPE: Due ritratti di Aldo Manuzio, 
l'uno disegnato, l’altro inciso in legno e probabil- 
mente da Ugo da Carpi, 471. 

R. GacLLeria: La Carità, dipinto di Luca Cambiaso, 
89 — Congedo di N. S. dalla Madre, di Lorenzo 
Lotto, 207 — Tre ritratti, dello stesso, 210 — Ri- 
tratto di giovine donna, del Palma Vecchio, 216 — 
Ritratto d’uomo, di Lorenzo Lotto, 220 — Figura 
allegorica dell’ Autunno, dipinto di Fr. Cossa — Corsa 
di Atalanta, dello stesso, 472. 

R. Musro: Trittico in avorio di maestro italiano, del 
xiv secolo, ascrivibile a Baldassarre degli Embriachi, 
32 — San Cristoforo col piccolo Redentore e San Se- 
bastiano, di Lorenzo Lotto, 432 — Figura di Ercole, 
scultura in bronzo, di Bertoldo di Giovanni — 
San Gerolamo genuflesso e un mendicante in piedi, 
dello stesso, 473 — Cristo risorto, attribuito a Leo. 

_ nardo da Vinci, 475. 

Tesoro peLLA Corona: Gli stocchi benedetti, donati 

dai papi ai principi tedeschi, 473. 


Casa BeLLEr In via Gartigra: Due capitelli di Speran- 
dio da Mantova, provenienti dal palazzo dei Ben- 
tivoglio, 87. 

Curesa DI San Giacomo: Fregio in terracotta a stampo, 
sull’esterno del portico, da attribuirgi a Sperandio 
da Mantova, 82. 

Cuiesa pi San Giovanni 10 Monte: Storia della sua 
costruzione, 80 n. 

CuÒÙigsa pi San PetRonIO: Busto di Andrea Barbazzi 
da attribuirsi a Sperandio da Mantova, 82 — Parte 
superiore del campanile, modellato dal medesimo, 87. 

Curesa peLLA Santa: Decorazioni in terracotta della 
facciata, da attribuirsi a Sperandio da Mantova, 72 
— Storia della costruzione del convento e della 
chiesa di Santa Caterina, 73 — Ne furono archi- 
tetti Nicolò di Marchionne, fiorentino, e Francesco 
Fossi di Dozza, 74 — Facciata e sua decorazione, 80. 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


PaLazzo BeviLacQua, Già Sanuri: Fregio in terracotta 
a stampo, intorno al cortile, 82. 

PaLazzo peL PopestAÀ: Storia della sua costruzione, 
76 — Forse ne fu architetto Francesco di Dozza, 
80 — Contribuzione alla storia della sua costru- 
zione, 470. 


PropRrIETÀ PRIVATA: Estasi di Santa Maddalena, di Giu- 
seppe Ribera, e una riproduzione alterata di Luca 
Giordano, 476. 


Bovino (Capitanata) 


Duomo: Ostensorio d’argento dorato, di Pietro Vanini 
d’Ascoli, 420. 


Brescia 


CartteDpRALE: Monumento sepolcrale del vescovo Be- 
rardo de' Maggi (1308), di Ugo da Campione, 449. 

Cuiesa pi San Giovanni EvanarzLista: Figura di mano 
estranea, aggiunta a una tavola di Francesco Fran- 
cia, 6. 

Duomo VeccHIo: Restauri, 150. 


Bruxelles 


GaLLeRrIA PuBBLICA: Due tavole di Carlo Crivelli — 
Madonna col Bambino, del Perugino — Leda, attri- 
buita ad Andrea del Sarto, ma del Franciabigio, 399. 

RaccoLta pi S. M. ir RE peL Betoro: Madonna in trono, 
di fra Giovanni Angelico, 399. 


Buda-Pest 


GaLLeria NazionaLe: Tavola triangolare di Lorenzo 
Lotto, proveniente dalla pala di San Bartolomeo in 
Bergamo, 196. 

R. GaLueria: Frammento della composizione di Gior- 
gione, rappresentante La nascita di Paris, 470. 


Capua 


CarteDRALE: Copertura di messale in lamina d'oro 
ornata di filigrana e smalti, lavoro forse eseguito 
in Italia nel xt secolo, 409 — Mitra di seta rossa 
rabescata di perle e ornata di medaglioni smaltati, 
lavoro bizantino del xnr secolo, 410. 


Carpiano (Melegnano) 


Criesa PARROCCHIALE: Pala d'altare in avorio, di Bal- 
dassarre degli Embriachi, proveniente dalla Certosa 
di Pavia, 26 — Se l'altare di Carpiano, proveniente 
dalla Certosa di Pavia, sia stato in passato un’arca 
funebre campionese, 448 — Deve ritenersi come 
lavoro della seconda metà del secolo xrv — Arche 
campionesi della prima metà del Trecento e loro 
caratteri, 449 — Questi caratteri mancano nell’al- 
tare di Carpiano, 450 — Non regge l’argomenta- 
zione dell’architetto P. Cesare Bianchi, che l’altare 
fosse nella Certosa pavese, l'originario deposito di 


TI 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


———————É——__——€_____—_n 


Gian Galeazzo Visconti, 452 — Se ne adducono le 
ragioni, 453 — Differenze che passano fra varie 
arche funebri di quell’epoca e l’altare di Carpiano, 
455 — "Tre monumenti di prim'ordine hanno mag. 
gior attinenza con l’altare di Carpiano, e sono gli 
altari chiesastici di Or San Michele a Firenze, della 
cattedrale di Arezzo e di Sant’ Eustorgio a Milano, 
458 — Oltre ai criteri artistici, i criteri storici con- 
corrono a definire l’altare di Carpiano l'altar mag- 
giore originario della Certosa di Pavia, 460. 


Castel Ritaldi (Spoleto) 

Crirsa ParRoccniaLE : Scoperta di affreschi di Tiberio 

di Assisi, 252. 
Celleno (Viterbo) 

Paramento sacro di stile tedesco, del secolo xv, 415 
— Croce d’argento dorata, di Pietro Giudice da Vi- 
terbo, 419. 

Cerreto (Lodi) 


Bapia: Restauri, 149. 


Chiaravalle 


Bapia: Restauri nel chiostro, 149. 


Cingoli (Marche) hi 
Cuiesa pi San Domenico: Pala d'altare, di Lorenzo 
Lotto, rappresentante la Madonna col Bambino e 
Santi, 434 — Un Santo che guarisce una donna ma- 
lata, dipinto di Simone da Caldarola, 442. 
Civita Castellana (Roma) 


Duomo : Facciata, lavoro dei Cosmati, 34. 


Cluny 
Museo: Trittico d'avorio, di Baldassarre degli Embria- 
chi, 303. 
Colonia 
ProprIRTÀ PRIvaTa: Altare di terracotta invetriata, di 
Giovanni Della Robbia, 477. 
Como 


Patrazzo peL BroLETTO: Restauri, 149. 


Gosenza 


CatTEDRALE: Croce-reliquiario, mirabile lavoro bizan- 
tino del secolo xi; sua importanza artistica e de- 
scrizione, 407. 


Costantinopoli 
CoLonna CocLips: Storia e descrizione della colonna 
eretta da Arcadio nell’anno 403, 151. 
Cremona 


Duomo: Monumento sepolcrale di Folchino de' Schizzi, 
di Bonino da Campione, 155. 





XV 





Darmstadt 


BisLiorecA GRANDUCALE: Codice miniato italiano del 
Trecento, 481. 


Dresda 


R..GaLreria: Madonna coi putti, di Lorenzo Lotto, 
200 — Madonna col San Francesco, del Correggio, 
proveniente dal Monastero di San Francesco in 
Correggio, 317 — Sant Agnese, di Giuseppe Ri- 


bera, 476. 


Ferentino (Roma) 


Duomo: Frammenti di altare con mosaici cosmateschi 
del xrr secolo, 171 — Ricostruzione di un pulpito, 
172. 


Firenze 


ACCADEMIA DI BELLE ARTI: Battesimo di Cristo, del Ver- 
rocchio, e la parte che no apetta a Leonardo da 
Vinci, 474. 

ArcHivio DI Stato : Nuovi documenti su Leonardo da 
Vinci, 313. 

Bisrioreca NazionaLe: Codice miniato che servì di 
guida a Giusto di Giovanni de' Menabuoi nei suoi 
freschi della cappella dei Cortellieri negli Eremi- 
tani di Padova, 402. 

CampaniLe DI Giotto: Della sua terminazione a pira- 
mide, secondo un’antica pergamena senese, 156 — 
Arte allegorica nei suoi bassorilievi e artefici che 
li eseguirono, 403. 

Crigsa pi Santa Maria NoveLta: Cielo figurativo ne- 
gli affreschi della Cappella degli Spagnuoli, 403. 

CHigsa pi Or San Mic®eLe: Tabernacolo dell'Orcagna 
del 1359 e sue attinenze coll’altare di Carpiano, 458. 

Convento DI Sant'OnorrIo: Natività col Puttino che 
dà lume, di scuola lottesca, 431. 

GaLceria Corsini: Cartone col ritratto di Giulio II, 
erroneamente ritenuto originale di Raffaello, 398. 

GauLeria peoLI Urrizi: Ritratto d' uomo, disegno a 
matita, attribuito a Lorenzo Lotto, 212 — Fan- 
ciulle danzanti, bassorilievo. antico, 249 — Sacra 
Famiglia, di Lorenzo Lotto, 430 — Natività col Put- 
tino che dà lume, riduzione dell’originale di scuola 
lottesca, attribuito a Michelangelo Anselmi, 431 
— L’Adorazione di Leonardo da Vinci; ricerche 
sull’epoca della sua esecuzione — L’Annunciazione 
e la parte che sembra ne spetti a Leonardo, 474. 

GacLerIa Pitti: Visione di Ezechiello, dipinto attri- 
buito a Raffaello, 245 — Donna velata, da ritenersi 
dello stesso, 398 — Le tre età dell’uomo, dipinto at- 
tribuito a Lorenzo Lotto; ragioni che contestano 
tale argomentazione, 430. . 

Musro NazionaLe: Tabernacolo in avorio con lu Cro- 
cifissione, la Vergine e i Santi, ascrivibile a Bal- 
dassarre degli Embriachi, già nella Chiesa di Santa 
Maria Novella, 25 — Battaglia mitologica, altori- 


XVI INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


lievo in bronzo di Bertoldo di Giovanni; Baccanale 
di putti, Deposizione di Cristo, Crocifissione e un 
Orfeo, bassorilievi in bronzo dello stesso, prima at- 
tribuiti al Donatello, 473. 


Francoforte 


Museo: Un disegno attribuito a Raffaello, ma ricono- 
sciuto di mano del Pinturicchio, 380. 


Frassinovo (Modena) 


Colomba eucaristica, lavoro limosino del xni secolo, 
411. 


Gaeta 


La croce pettorale, lavoro bizantino del secolo xI, 407. 


Genova 


Accapemia Liaustica: Due Sacre Famiglie, da attri- 
buirsi a Valerio Castello — Storia di S. Berna:dino, 
di Domenico Piola, 92 — Deposizione dalla croce, 
di A. Semino, 125 — Martirio di Santo Stefano, di 
G. B. Paggi, 126 n. | 

Crirsa pi Sant'Amproaro: Miracolo di Sant’ Ignazio, 
di Rubens; La Circoncisione, dello stesso, 96 — 
Martirio dell'apostolo Andrea, di Antonio Semino e 
Teramo Piaggia, 125. 

Cutesa pi Santa Marra DI Carignano: Deposizione nel se- 
polcro, di Luca Cambiaso, 89 — Pitture decorative 
di Domenico Piola, 92 — Madonna con Santi, di 
G. C. Procaccini — Murtirio di San Bartolomeo, di 
Carlo Maratte, 104 — Un dipinto di Domenico Fia- 
sella, 108. 

Cuiesa pi Santa Maria DEL CasreLLo: Tutti i Santi, 
dipinto di Lodovico Brea, 124 — Dipinto da altare, 
di Pier Francesco Sacchi, 128. 

Cau:esa pi San Pancrazio: San Pietro e San Paolo, di 
Teramo Piaggia, 125. . 

Duomo pi San Lorenzo: Dipinti di altare, di Luca 
Cambiaso, 99 — Crocifissione, di Federico Baroccio, 
104 — Nascita del Precursore, di Teramo Piaggia 
— Battesimo di Gesù, di A. Semino, 125 — Annun- 
ciazione, di G. B. Paggi, 126 n. 

GaLLerie BrionoLe-SaLe DeFERRARI: [GALLERIA DEL Pa- 
Lazzo Rosso]: Due ritratti, di Giacinto Rigaud, 88 
— Cleopatra morente, del Guercino — Un dipinto 
di Carletto Cagliari — Due paesaggi a soggetto bi- 
blico, di Sinibaldo Scorza — La Sacra Famiglia, 
di Luca Cambiaso — La Carità, dello stesso, copia 
di Bernardo Strozzi, 89 — Dipinti vari, di quest’ul- 
timo — Lotta fra fanteria e cavalleria, da attribuirsi 
a C. de Wael — Un dipinto veneziano, attribuito 
a Giorgione — Madonna col Bambino e Santi, di 
Andrea del Sarto, copia — Rutto delle Sabine, di 
Valerio Castello, 90 — Quattro dipinti decorativi di 
Guidobono da Savona — Elio sul carro del Sole, di 
Domenico Piola — Soffitto della sala d'inverno, dello 


me ————_——_ I 1 NE 0 —+-—rr-@—!@!t (—__—————_—Pyie3+1———___ _  ZleeETg_ 


stesso — Volte dipinte da Gregorio Deferrari — Ri- 
tratto d'uomo, di Paris Bordone, 92 — Gentildonna 
veneziana, dello stesso — Ritratto d'uomo, copia 
dall'originale di Tiziano, ora nella Galleria «del 
Prado — Busto di giovane, attribuito al Tintoretto 
— Ritratto di scienziato, di Moretto da Brescia — 
Il marchese Anton Giulio Brignole-Sale, di Van Dyck, 
94 — La marchesa Brignole-Sale, dello stesso, 95 
— Ritratto d'uomo, di Alberto Diirer — Ritratto 
di giovanotto, attribuito al Giambellino, ma forse 
di uno scolaro del Gentile — Ritratti attribuiti a 
Jacopo Bassano e a Francesco Francia — Conta- 
dino col flauto, di B. Strozzi — Cristo colla croce, 
di Rubens — Cristo che scaccia î mercanti, del Guer- 
cino — Catone, dello stesso — Clorinda che libera 
Olindo e Sofronia, attribuita a Luca Giordano — 
L'Annunciazione, di Ludovico Caracci — Due tondi, 
attribuiti a G. Breughel, forse di Winckboon — 
L'Adorazione dei pastori, schizzo del Veronese, 96 
— Ritratto d'uomo e un San Girolamo, attribuiti 
a Luca di Leida — Dipinti attribuiti ad Holbein 
seniore e al Caravaggio — Madonna, del Procaccini 
— San Tommaso, di B. Strozzi — Madonna col Bam- 
bino, dello stesso — Cristo colla croce, di Giovanni 
Lanfranco — Copia del San Sebastiano, di Guido 
Reni — Ritratto d'uomo, del Tintoretto, attribuito 
a Leandro Bassano, 98 — L’Adorazione dei Magi, 
attribuita a Bonifacio Veneziano, forse di Bonifacio 
Veronese, 99 — Il Salvatore col globo e Maria orante, 
due dipinti di Guido Reni — Bambino Gesù, di 
Gio. Battista Gaulli — L’Adorazione dei pastori e 
la Fucina di Vulcano, attribuiti a Jacopo Bassano 
— Pietà, di Luca Cambiaso — Madonna sul trono, 
del Guercino — Ritratto d'uomo, falsamente attri- 
buito a Gio. Bellini, forse di Sebastiano del Piombo, 
— Abramo in viaggio, di G. B. Castiglione, 100 — 
Ritratto d'uomo al naturale, attribuito al Tintoretto, 
probabilmente di Leandro Bassano — San France- 
sco, di B. Strozzi — Giuditta, di Paolo Veronese 
— Ritratto d'uomo, attribuito a Jacopo Bassano — 
Madonna col Bambino, attribuita al Murillo, forse 
di Valerio Castello, 102 — Ritratto d'uomo in pel- 
liccia, attribuito a Paris Bordone — Ritratto di gio- 
vane in abito rosso, dello stesso — San Gioranni 
fanciullo, copia del dipinto del Louvre, falsamente 
attribuito a Leonardo — Ritratto di vecchio, della 
scuola del Ribera — Sacra Famiglia e Santi, di 
Giulio Cesare Procaccini — Madonna col Bambino 
e San Giovanni, di B. Strozzi — Madonna col Bam- 
bino e Santi, di Paris Bordone — San Rocco fra gli 
appestati, del Domenichino — Sacra Famiglia, di 
Carlo Maratte — Santa Caterina, del Baroccio — 
Sacra Famiglia, di Pellegro Piola, 104 — Madda- 
lena, del Padovanino — Ritratto di vecchio, attri- 
buito a Rubens, forse di un seguace di Van Dyck, 
105 — Ritratto virile, di Van Dyck — Ritratto della 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


Marchesa Geronimi Brignole-Sale, dello stesso — 
Mezze figure di Apostoli, di G. C. Procaccini — 
Tobia, schizzo attribuito a Nicola Poussin — Ma- 
donna col Bambino e Santi, attribuito al Garofalo 
— Bettoladicontadini, copia dell'originale di Adriano 
. di Ostada — Cristo con Santa Veronica, attribuito 
ad Antonio Caracci — Ritratto muliebre, attribuito 
a Paolo Veronese, forse di Paris Bordone — L'An- 
nunziazione, attribuita al Veronese, ma di Battista 
Zelotti — Dedalo e Icaro, attribuito nd Andrea Sac- 
chi — Due quadretti con contadini, di Abramo Te- 
niers, 106 — Sacra Famiglia, attribuita a Perino 
del Vaga. i 

— [Gaueria peL Parazzo Bianco]: Apoteosi di Santa 
Teresa, di B. Strozzi — Maria fra le nubi, dì Gio- 
vanni Andrea Carlone — Vari ritratti di imitatori 
di Van Dyck — Sposalizio di Maria Vergine, di 
Domenico Fiasella, 108 — Due dipinti di Alessan- 
dro Magnasco — Paesaggi della maniera di P. Brill, 
109 — Dipinti attribuiti a Guido Reni — L’incoro- 
nazione di Cristo, di Francesco Bassano — Madda- 
lena penitente, del Canova — Bettola di contadini, 
attribuita a Jan Steen — Pasqua fiorita, dello stesso 
— Busto d’uomo giovane, attribuito a Van Dyck — 
Quattro mediocri dipinti, erroneamente attribuiti 
alla scuola olandese — S//eno, attribuito a Rubens, 
probabilmente di Domenico Piola — Venere in grer do 
a Marte, di Rubens, 110 — Filosofo, di artista te- 
desco del secolo xvr — Cristo morto, della scuola 
del Mantegna — Bella notte al chiaro di luna, di 
Aart van der Neert — Trittico, attribuito a torto a 
Quentin Massys, della maniera di Bernardo van 
Orley — Madonna in trono, trittico di Gerard David, 
attribuito a Franz Floris — Crocifisso, della scuola 
di Gerard David — Cristo con tre bimbi, della 
scuola del Correggio — Paesaggio, attribuito a Si- 
nibaldo Scorza — Ritratto d’ignoto, di scuola nor- 
dica — Paesaggio, di Giacomo van Ruisdael, 112 
— Cristo della moneta, di Van Dyck — Mezza fi- 
gura d'uomo, d'artista francese, 113 — Scena di 
famiglia, di Willem Mieris — Madonna col Bam- 
bino, attribuita a Hans Memling — La camera di 
guardia, di David Teniers juniore — Ritratto di 
fanciulla, erroneamente attribuito a Hans Holbein, 
forse di Anton Moro — Due Madonne della scuola 
di Van Dyck — Sax Girolamo nel deserto, attribuito 
ad Alberto Diirer, forse di Bernardo o Francesco 
Cotignola — Piccolo paesaggio attribuito a Isaak 
van Ostade — Jenner che inocula il vaccino al figlio, 
statua di G. Monteverde, 114 — Busto in bronzo, di 
Giovanni Pontano, 114 n. — Ritratto di gentiluomo, 
del Velasquez — Due San Francesco, di Murillo — 
Copia di una Madonna, dello stesso — Fuga in 
Egitto, di un suo scolaro, forse Menesez Osozio — 
Comunione di una giovinetta, di Alonso Cano, 115 
— Viatico all’infermo, di Zurbaran — Sant'Orsola 

8 


_—_______ AAA  —_ Ate...  r—_—_—— ——_—m_——_r_—_—_——T—_————_—_—r_r————————m—_—_—r_——————_——@—@——@——————111————————— —_ _——————— T————————6@ 
___T — —_____P__—————_—_————€€€6€—6————rrrr —c- 


XVII 


e Sant’ Eufemia, dello stesso — Filosofo, attribuito 
al Ribera, forse del Guercino — Suonatore di chi- 
tarra, di scuola spagnuola — La danza nel parco, 
attribuito a Luncret — Ritratto di signora, di Luigi 
David — Ritratto d'uomo, attribuito a Francesco 
Clouet — Ritratto di giovine cavaliere, attribuibile 
a Nicola Maes, 116 — Due paesaggi di H. F. van 
Lin — Due schizzi del Borgognone — Un bivacco, 
di Cornelio de Wael — Paesaggio di Tivoli, di 
F. Vernet — Ritratto virile, di scuola veneziana — 
Busto d’uomo, a torto attribuito a Van Dyck — 
Cristo colla croce, attribuito al Tintoretto, forse di 
Francesco Bassano — Busto d'uomo attribuito al 
Tintoretto — Sonatore di liuto, attribuito al Ca- 


ravaggio, probabilmente di Carlo Saraceni — Sacra 


Famiglia, di Domenico Mecherino, 118 — Ritratto 
virile, attribuito al Tiziano, forse riproduzione di 
un ritratto del Tintoretto — Fanciullo che prega, 
attribuito al Veronese, di autore incerto, 119 — 
Due busti, attribuiti ad Andrea del Sarto, di scuola 
raffaellesca — Due quadri rappresentanti Maria, del 
Sassoferrato — Sacra Famiglia, di Simone Conta- 
rini — Due quadretti di Francesco Albani — Gesù 
nell'orto, di Carlo Dolci — Sacra Famiglia, copia 
da Andrea del Sarto — Madonna con Santi, attri- 
buita al Garofolo — Quattro Sibille, di Guido Reni 
— Ritratto d'uomo, attribuito al Pontormo — Sacra 
Famiglia, attribuita a Orazio Gentileschi — Duo 


. quadretti a soggetto religioso, attribuiti alla scuola 


fiorentina — Santa Clara e Santa Lucia, tavolette 
attribuite al gran Fra Bartolomeo, 120 — San Se- 
bastiano e Santi, di Filippino Lippi, per errore at- 
tribuito a Fra Filippo — Maria col Bambino, di 
Giampietrino, attribuita a Beruardino Luini — Lo 
stesso soggetto, attribuito a Giacomo Francia — 
Madonna con Santi, di Palma Vecchio — Cristo cro- 
cifisso, del Veronese — Sacra Famiglia, attribuita- 
a Palma Giovane — Madonna col Bambino, attri- 
buita al Correggio, 122 — Ritratto virile, attribuito 
a Paris Bordone, appartiene alla scuola del Mo- 
roni — Sacra Famiglia, forse di scuola pisana — 
Due quadri di Bernardo Strozzi — Una Santa, di 
Pellegro Piola — Autoritratto di Luca Cambiaso 
— Due dipinti di Lisandro Magnasco — Madonna 
sul trono, di Leonardo de Papia — Due dipinti 
quattrocentini di scuola genovese — Gesù crocifisso 
fra Maria e San Giovanni, attribuito a Lodovico 
Brea, 124 — San Pietro, dello stesso — Colossale 
Crocifisso del secolo xrv, d’ignoto — Polittico, forse 
di scuola umbra, 125 — Madonna col Bambino, stile 
del secolo xiv — Madonna bizantina — Collezione 
di disegni a mano, di artisti genovesi, 126. 
[GALLERIA PRIMA]: Diana e Calisto, di L. Cambiaso 
— La figlia di Labano, di G. B. Castiglione — Ca- 
rità e Giustizia, di Domenico Piola — Satiro, attribui- 
bile al Castiglione — Alcuni paesaggi, del Tempesta 


XVII 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


— Collezione di disegni a mano di varie scuole: 
Pinturicchio, Francia, Perugino, Paolo Veronese ed 
altri, 126. 
- [Sara VII e VIII]: Santa Cuterina e Cecilia, di Ber- 
nardo Strozzi — Sacra Famiglia, attribuita a Luca 
Cambiaso — Dipinti decorativi, di Giulio Bensi — 
Carità, di Domenico Piola — Uscita dall’Arca, di 
Castiglione — Dipinto di animali, di S. Scorza — 
Antifonari miniati da Bartolomeo Neroni — Polit- 
tico per altare, attribuito alla scuola fiorentina, che 
ricorda Pier Francesco Sacchi, pavese — Altro po- 
littico di scuola lombarda — Due tavole con Santi, 
di scuola umbra, 128 — Madonna in trono, attri- 
buita a Carlo Crivelli — Madonna che allatta, copia 
da Andrea Solario — Sacra Famiglia, copia da Van 
Dyck — Crocifissione, copia dal Tintoretto — Sacra 
Famiglia, copia da Raffaello, forse di Giulio Ro- 
mano — Cristo colla croce, copia da Marco Venusti, 
da un disegno di Michelangelo — Busto del Salva- 
tore, copia da Carlo Dolci — Ritratto della duchessa 
di Galliera e di suo figlio Filippo, di |.. Cogniet, 129. 

GaLLeria Durazzo Pattavicini: Abramo visitato dagli 
angeli, di Valerio Castello, 92 — L’adultera davanti 
a Cristo, di G. C. Procaccini, 104. 

PaLazzo Bacrsi-SenaREGA: Decorazioni, di Domenico 
Fiasella, 109. 


Grottaferrata (Roma) 


Museo: Soffitto a cassettoni, avanzo della Badia del- 
l'xI secolo, 169. 


Gubbio | 
CattepRALE: Ricco piviale donato dal cardinale Mar- 
cello Corvino nel xvi secolo, 415. 
Hermannstadt 


GaLLERIA PUBBLICA: San Girolamo, di Lorenzo Lotto, 15. 


Jesi 


Cuiesa pi San FLoriano: Deposizione di N. S., di Lo- 
renzo Lotto, 17. 

Muvszro Comurarr: Dipinti, di Lorenzo Lotto, 218 — 
Leggende di Santa Lucia, dello stesso, 222. 


Leprignano (Roma) 
Criresa pi Sax Lro: Recinto presbiteriale, opera del- 
l’x1 secolo, 170. 


Levanto 


Cesa pi San Francesco: San Giorgio che combatte 
col drago, di Pier Francesco Sacchi, prima attri- 
buito ad Andrea del Castagno, 128. 


Londra 


CoLLezione pi Lorp ELLesmerE: La Vergine col Bam- 
bino, di Lerenzo Lotto, 11. 


GaLterua DI Hampton Court: Ritratto di Andrea Odoni, 
di Lorenzo Lotto, 210. 

Musro Brirannico: Disegno, di Raffaello, rappresen- 
tante una Venere circondata da amorini e da un 
satiro, 398. 

NationaL GauLery: Ritratto di Giovanni Agostino 
medico e di suo figlio Nicolò, di Lorenzo Lotto, 24 — 
L’ Assunzione della Vergine, dipinta dal Botticelli 
per Matteo Palmieri, e la questione dell’eresia che 
vi si volle riscontrare, 58 — Dubbio se detto quadro 
debba ascriversi al Botticelli o non piuttosto al 
Botticini, 70 — Due ritratti, di Lorenzo Lotto, 210— 
La Risurrezione di Lazzaro, pala d'altare, di Fra 
Sebastiano del Piombo, 398 — Trittico, di Giusto di 
Giovanni de’ Menabuoi, 401. 

Presso iL Duca pi Grarron: Ritratto di Ferry Caron- 
delet di Fra Sebastiano del Piombo, 398. 

Presso IL srtanor Martino Conway: Dunae, di Lorenzo 
Lotto, 2. 

RaccoLta Hocrrorp: Ritratto di donna a mezza figura, 
di Lorenzo Lotto, 210. 


Loreto 


PaLazzo ArostoLico: Due tele contenenti una Santa 
Lucia e una Santa Tecla, erroneamente attribuite 
a Lorenzo Lotto, 434. 

SantuarIo E PaLazzo ANNESSO: Gesù che assolve l’adul- 
tera, di Lorenzo Lotto, 428 — San Cristoforo col 
piccolo Redentore, San Sebastiano e San Rocco, dello 
stesso, 432, 440 — Sacra Famiglia all'aperto, San 
Michele Arcangelo che inabissa Lucifero, Battesimo 
di N. S. nel Giordano, Sacrificio di Melchisedech, 
L’adorazione dei Magi, Presentazione di Gesù Bam- 
bino nel tempio, tele fra le ultime dipinte da Lo- 
renzo Lotto, 440. 


Lurano (Treviglio) 


Sarcofago di Alberico Suardo, prima in Santo Ste- 
fano a Bergamo, di Ugo di Campione, 449. 


Madrid 


BrsLioreca NazionaLe: L’Evangelo di Nicodemo, co- 
dice miniato italiano del secolo xi, descrizione 
e riproduzione delle 18 miniature, 225. 

GaLueria peLL'EscuriaLe: Due tavole rappresentanti 
la Sibilla Eritrea e il Profeta Isaia, riconosciute 
del Moretto, 477. 

GaLLerIia DEL Prapo: San Girolamo, di Lorenzo Lotto, 
attribuito al Tiziano, 15 — Ritratto di due sposi 
con un amorino, di Lorenzo Lotto, 210 — Ritratto 
del Bibbiena, di Raffaello, 398 — Lo spasimo di 
Sicilia, da attribuirsi al Penni, 482. 


Matellica (Marche) 


La Crocefissione, dipinto di Simone Caldarola, 442. 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


Milano 


BisLioreca AmBrosiana : San Giuseppe, disegno a ma- 
tita di Lorenzo Lotto, nel Codice Resta, 204 — Let- 
tera di Leonardo a Ludovico il Moro, nel « Codice 
Atlantico », c. 382, dichiarata non autografa da 
Ravaisson-Mollien, 463. 

CasteLLo Visconti-Srorza: Restauri, 149. 

Curesa pi Sant'Eusroraio: Ancona marmorea, ascri- 
vibile a Giovannino de’ Grassi, e sue attinenze col- 
l’altare di Carpiano, 458. 

CHiesa veLLe Grazie: Restauri, 149. 

Duomo: Arca funebre della metà del secolo xiv, di 
Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, e di Gio- 
vanni suo pronipote, 458. 

GaLreria Borromeo: Nostro Signore in croce, dipinto 
di Lorenzo Lotto, 427. 

Musro ArcHÒeoLogico: Acquisto del trittico marmoreo 
di Vighignolo, 188 — Descrizione del trittico. Ne 
è autore Cristoforo Solari, detto il Gobbo, 189 — 
Dal confronto del trittico coi residui del mausoleo 
ducale di Lodovico il Moro e Beatrice d’ Este, deve 
considerarsi quello come parte di questo, opera 
appunto del Gobbo, 191 — Questione dell’importa- 
zione del trittico dalla chiesa delle Grazie in quella 
di Vighignolo, 192 — Sarcofago di Regina della 
Scala, 454 — Sarcofago di Bernabò Visconti (1370 
circa), 456. 

Muszo Artistico: Piatto in maiolica in cui è copiata 
una parte dell'incisione di Marcantonio Raimondi, 
rappresentante il Giudizio di Paride, 244 n. 

Musro Muxicirate: Ritratto di un giovinetto, di Lo- 
renzo Lotto, 208 — Lot con le figlie, di Giovanni 
Cariani, 218. 

Musro PoLpi-PxzzoLi: Paesaggi, di Alessandro Ma- 
gnasco, 109 — Madonna col Bambino e Santi, tela 
di Lorenzo Lotto, 6 — Ritratto virile, di scuola ve- 
neziana, da attribuirsi allo stesso, 436. 

Pinacoteca Di Brera: L'Assunta cogli Apostoli, pre- 
della ‘attribuibile a Lorenzo Lotto, 20 n. — Tre ri- 
tratti di Lorenzo Lotto, 212 — Predella da attri- 
buirsi a Luca Signorelli, 269 — Sua disposizione, 270 
— Confronti con altri dipinti del medesimo au- 
tore, 273 — Identificazione dell’opera, 274 — Nostro 
Signore morto, sulle ginocchia della Madre, tela di 
Lorenzo Lotto, proveniente dalla chiesa di San 
Polo in Treviso, 435. 

Prxsso 1 sianori BagatTI VaLseccnI: Santa Giustina, 
dipinto di Alvise Vivarini, 196. 

Presso 11 sianor G. B. Caonora: Resti di due cofani 
scolpiti in avorio, di Baldassarre degli Embriachi, 
provenienti dalla Certosa di Pavia, 29. 


Monaco di Baviera 
R. Pinacoteca: Sposalizio di Santa Caterina, di Lo- 
renzo Lotto, 9 — Ritratto di Bindo Altoviti, dipinto 
riconosciuto di Giulio Romano, 398. 


XIX 


Monte Soratte (Roma) 


Cmesa Di Sax Sitvestro : Capitelli del vi secolo 
nel convento fatto costruire da Gregorio Magno, 52 
— Altare formato con parti di una iconostasis del 
secolo xi, 169. 


Montalto (Marche) 


Tabernacolo, da attribuirsi a Pietro Vanini, d'Ascoli, 
420. 


Montefiascone (Roma) 


Duomo: Calice d'argento con medaglioni smaltati e 
ricchi ornamenti, di Pietro Giudice da Viterbo 
(1427), 418 — Altro ‘calice quattrocentino firmuto 
Gio. Battista da Viterbo, 419. 


Duomo: Restauri nella facciata e lavori nell’ in- 


terno, 149. 


Morbegno (Valtellina) 


Csiesa pELL'Assunta E DI San Lorenzo: Ancona dipinta 
da Gaudenzio Ferrari durante gli auni 1520-1526 
— Prova della sua dimora in Lombardia durante 
questi anni, 806 — Descrizione dell’opera, 807 — 
Artisti che vi cooperarono, Giovanni Angelo del 
Magno e Fermo Stella da Caravaggio, 809 — Docu- 
menti, 811. 


Napoli 
CappeLLa DEL Duomo: Medaglioni d’oro smaltato che 
ornano la croce-reliquiario detta di San Leonzio, 
lavoro bizantino dell’ xi: secolo, 409. 
R. Pinacoteca: Madonna col Bambino, San Giovanni 
e San Pietro martire, di Lorenzo Lotto, 6. 


Nepi (Roma) 
Santuario DI CasteL Sant'ELia: Sculture ornamentali 
del 1x secolo, 166. 


Nocera Umbra 


Calice finamente lavorato, di Duccio di Donato, orafo 
senese, 418. 


Omegna 
Cuiesa rarroccHiaLe: Tavola dipinta da Fermo Stella 
da Caravaggio, 310. 
Orte 
Duomo: Croce processionale d’argento di Vannuccio 
di Siena, del xiv secolo, 418. 
Orvieto 


Cuiesa DI Sax GiovenatE: Reliquiario, di Viva di Siena 
e Ugolino di Vieri, 418. 


XX INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


CD: il sail LET 





Duomo: Incensiere d'argento smaltato — Pianeta © vicende, 259 — Descrizione, 262 — Modificazioni 
dalmatiche in damasco rosso e giallo, con disegni 


di Luca Signorelli, 425. 


Esposizione EucaRISTICA: 


posteriori, 263. 









Osimo 
CarteDRALE: Croce processionale in rame e argento, 
di Pietro Vanini, d’Ascoli, 420. 
Museo Comusare: La Madonna coi tre angeli, di Lo- 
renzo Lotto, 223. 


[Agere sizantINa]: La croce di Velletri, opera del 
secolo xi1; sua descrizione, 406 — Croce pettorale 
di Gaeta — Croce-reliquiario di Cosenza; impor- 
tanza artistica di questo lavoro bizantino dell’x1 se- 
colo e sua minuta descrizione, 407 — Questione se 
gli smalti di stile bizantino dell’Italia meridionale 


Otranto 
Smalto dipinto, rappresentante San Matteo coll’An- 
gelo, in un paesaggio, opera limosina del Cinque- 
cento, 413. 


sieno stati lavorati sul posto o provengano tutti 
‘ dall'Oriente, 409. 


[ARTE FRANCESE, TEDESCA E riamminga]: Nuovi og- 
getti limosini: una pisside di Pienza, la colomba euca- 
ristica di Frassinovo, copertura di Vangeliario del 
x secolo del Museo Civico di Torino — Statuetta 


Padova 


CAPPELLA GENTILIZIA DEI CORTELLIERI, NEGLI EREMITANI : 
Affreschi di Giusto di Giovanni de’ Menabuoi, ri- 


in rame della Madonna seduta in trono col Bam- cerche storiche, 402. 


bino, del tesoro di Loreto, lavoro ritenuto bizantino 
del x secolo, ma probabilmente proveniente da Li- | Palermo 
RI one x secolo, 411 — Smalto dipinto di Museo: Trittico di rame smaltato a soggetti religiosi 
Otranto, opera limosina del xvi secolo — Pace di 
argento dorato e smaltato, della chiesa della Pieve 
in Arezzo, oggetto di oreficeria tedesca del Quattro- 
cento, 413 — Tre coppe d’argento sbalzato, del Duomo 
di Rieti, lavoro tedesco del Quattrocento — Statuetta 


di San Giorgio, in argento, del cav. Manni di To- 


e iscrizioni, 409 n. 
PaLazzo DELLA « FAvaRA >: Ricostruzione di Adolfo 
Goldschmidt, 475. 


Parigi 


BisLioteca NazionaLe: Cofano nuziale di legno ed 0880 
scolpito, di B. degli Embriachi, 303 — Due Codici 
miniati, 481. 


rino, lavoro fiammingo del xv secolo — Pianeta rica- 
mata del Duomo di Vercelli, xv secolo, di origine 
francese, 414 — Paramento sacro del Capitolo di 
Celleno, della stessa epoca, ma di stile tedesco — 
Pianeta fiamminga del Duomo di Amalfi — Ricco 
piviale donato a Gubbio nel secolo xvi dal cardi- 
nale Marcello Corvino, lavoro tedesco, 415. 


Correzione OrLorr: Busto di Giovanni II Bentivoglio, 
da attribuirsi a Sperandio da Mantova, 86. 

Museo DeL Louvre: S. Girolamo penitente, di Lorenzo 
Lotto, 5 — Trittico in avorio, ascrivibile a Baldas- 
sarre degli Embriachi, 32 — Sacra Famiglia, di 
Palma Vecchio, già attribuita a L. Lotto, 216 — 
Fanciulle danzanti, bassorilievo antico, già nella 


[ARTE iraLiana]: Calice e patera, di Calatuzio di 
Todi — Crocifisso, di Paolo Vanni — Croce e cande- 
lieri dell'altare papale di San Pietro in Roma, 416 — 
Reliquiario della chiesa di San Giovenale in Or- 
vieto — Croce processionale d’argento del Duomo 
di Orte, opera del Trecento — Calice di Nocera 
Umbra, di Duccio Donati — Calice del Duomo di 
Montefiascone, con medaglioni smaltati, di Pietro 
Giudice da Viterbo, 418 — Croce d’argento dorato 
di Celleno, dello stesso — Tabernacolo in rame e 
Crocefisso d’argento, di artefici abruzzesi — Croce 
processionale d'Osimo, di Pietro Vanini d’Ascoli, 419 
— Altri lavori dello stesso, 420. 

[OrERE anonime]: Crocefisso d'argento e calice di 
oro del Duomo di Pistoia, 422 — Oggetti vari di 
oreficeria pugliese e abruzzese dei secoli xIV, Xv, XVI, 
424 — Incensiere d'argento smaltato, del Duomo. 
d'Orvieto — Oggetti sacri di casa Chigi — Pia- 
neta, di Luca Signorelli — Altri paramenti sacri, 
di varia provenienza, 425. | Parma 


Villa Borghese di Roma, 248 — Trittico d'osso 8col- 
pito dell’abbazia di Poissy, 288 — Suo raffronto 
col trittico della Certosa di Pavia; può ritenersene 
autore lo stesso Baldassarre degli Embriachi o il 
figliuolo Benedetto, 289 — Descrizione del trittico, 
291 — Trittico con incrostazioni alla certosina, col 
soggetto della Crocefissione nel mezzo, opera del. 
l’Embriachi — Due casse esagonali coi soggetti 
della storia di Griselidis e di Paride, dello stesso, 
303 — Disegno ritenuto di Raffaello, forse del suo 
scolaro Perino del Vaga, 398 — Quadri fatti da 
Raffaello per Francesco I, nei quali avrebbe collabo- 
rato Giulio Romano, 399 — Gesù che assolve l'adul- 
tera, di Lorenzo Lotto, 428 — Placca in bronzo 
raffigurante la Madonna e quattro putti, di Bertoldo 
di Giovanni, 473. 


PaLazzo Soriano o DE Papi: Sua origine sotto Boni- Duomo: L’Assunzione della Madonna, affreschi della 
facio VIII, 255 — Sua fabbricazione, 257 — Sue cupola, del Correggio, 318. 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


Pavia 


Certosa: Statua di Lodovico il Moro e di Beatrice 
d’ Este, provenienti dal mausoleo ducale della chiesa 
delle Grazie, in Milano, 189 — Raffronto fra il trit- 
tico della Certosa, di Baldassarre degli Embriachi, e 
quello dell'Abbazia di Poissy, dello stesso, al Louvre, 
288 — Epigrafi ed iscrizioni diverse, 342. 


Perugia 


‘ Musro Civico: Calice e patera di Calatuzio di Todì, 
del secolo xiv, 416. 


Pienza (Montepulciano) 


Pisside smaltata limosina, del secolo xi, 411. 


Pietroburgo 


GacLERIA DELL « ErMitAGE »: Un ritratto e una Sacra 
Famiglia, di Lorenzo Lotto — Una piccola Madonna, 
attribuita allo stesso; ma forse di Cesare da Sesto, 
446. 

GaLLeria LeucuTENBERG: Santa Caterina, mezza figura 
di Lorenzo Lotto, 446. 


Pinaco (Amatrice) 


Croce processionale d’argento, da attribuirsi a Pietro 
Vanini, 421. 


Pisa 


Museo Civico: Le principali opere d’arte del Museo, 
470. 


Pistoia 


Duomo: Crocifisso d’altare in argento e calice d’oro 
puro in filigrana, lavori d'orificeria in stile del Tre- 
cento, 422. 


MoxumENTI SACRI E PROFANI: Loro enumerazione, cenni 
storici e architettonici, 158. 


Ravenna 


SALA DA PRANZO DEL Vescovo Neone: Ricostruzione della 
sua decorazione pittorica, 154. 


Recanati 


Cuiesa pi Sax Domenico: San Vincenzo Ferrer, di Lo- 
renzo Lotto, 17. 

Chiesa pi Santa Maria soPRA MERCANTI: Annunciazione, 
dipinto di Lorenzo Lotto, 219 n. 

ConcRATERNITA DI Sax Giacomo: Stn Giacomo pellegrino, 
tavoletta di Lorenzo Lotto, 17. 
Municipio: Pala d’altare, di Lorenzo Lotto, prima nella 

Chiesa di San Domenico, 9. 


Rieti 


Duomo: Tre coppe d'argento sbalzato, lavoro tedesco 
"del Quattrocento, 414. 


XXI 


Criesa pi San Francesco: Note architettoniche, rico- 
struzioni, appunti storici, 157. 


Arco DI Costantino: Diversi atili ornamentali che ri- 
velano la sua architettura frammentaria, 40. 

Bapra peLLE Tre Fontaxe: Capitelli corinzi del tempo 
di Onorio I, 53 — Frammento di pluteo del vi se- 
colo, 54. 

Basitica DI San Giovanni in Laterano: Chiostro, del 
Vassalletto, 34 — Decorazioni della porta in bronzo 
del Battistero (v secolo), 47. 

Basiica pi Massenzio, PRESSO IL Foro: Diversità di 
caratteri delle parti ornamentali, 41. 

Basirica pi San Paoto ruori mura: Chiostro di Pietro 
marmoraro, 34 — Pluteo del vir secolo, nel chio- 
stro, 56 — Avanzi della porta di bronzo niellata 
d'argento proveniente da Costantinopoli (xi 8se- 
colo), 176. 

BasiLica pi San Pierro: Le colonne vitinee che sorge- 
vano sopra la Confessione, opera del iv secolo e 
riprodotte poi dal Bernini sulla tomba del Santo — 
Pluteo stellato, nelle grotte vaticane, 43 — Croce 
e candelieri d’argento dell’altare papale e busto 
per il teschio di Santa Petronilla, di Antonio Gen- 
tile faentino, 416. 

Carrera Sistina: Sulla questione se nell’affresco del 
Profeta Geremia, Michelangelo abbia voluto raffi- 
gurare sè stesso, 156. — La scena nel tempio a 
Gerusalemme, di Sandro Botticelli, nuova interpre- 
tazione data da E. Steinmann all’affresco designato 
dal Vasari « Cristo tentato dal diavolo », 468 — 
Documenti riguardanti gli affreschi di Michelan- 
gelo, 472 — Transito degli Ebrei nel Mar Rosso, 
affresco attribuito a Cosimo Rosselli, forse della 
scuola del Ghirlandaio; la parte sinistra spetta a 
Piero di Cosimo, 475. 

CaracomBe DEI Santi MarceLtino E Pietro: Mosaico 
cristiano della fine del iv secolo, 181. 

Chiesa pi Sanr'AaNESE FUORI MURA: Figura di orante, 
lungo lo scalone, 43 — Capitelli corinzi del vir se- 
colo, èsistenti nel Protettorato di San Giuseppe, 54 — 
Recinto presbiteriale dell’vin secolo, 162. 

Cuiesa D'Aracoeti: Tombe dei Savelli, 34 — Affreschi 
di Bernardino Betti nella cappella Bufalini, e loro 
influenza sull’opera di Baldassare Peruzzi in Santo 
Onofriò, 329. 

CrÙiesa DI Santa Bigrana: Colonne presbiteriali ornate 
da bassorilievi del vir secolo, 56. 

CÙiesa pi San CLEMENTE: Avanzi di un altare eretto 
sotto il pontefice Ormisda, da un certo Mercurio; 
cancellate marmoree che recingevano il preabiterio 
e il coro, lavoro del vi secolo, 50 — Frammenti 
ornamentali del rx secolo, 167. 


XXI 


Causa pi San Cosimato: Frammenti di bassorilievi del 
secolo vni, 162 — Chiostro del x secolo, 168. 

Cress pi San Giorio In VeLABRO: Ricostruzione del- 
l'altare e del recinto presbiteriale restaurati da 
papa Leone II nel vir secolo, 56. 

Criesa DI San Giovani A Porta Latina: Margella di 
pozzo del x secolo, 167. 

Crtesa DI Ban Lorenzo FvoRI Mura: Coro, opera dei Co- 
smati, 34 — Architettura frammentaria, 39 — Plu- 
teo del iv secolo, 42 — Frammenti di plutei a bas- 
sissimo rilievo, del v secolo, 46 — Lavori fatti 
eseguire del papa Pelagio II nel vi sesolo, 52 — 
Sarcofago novamente scolpito a bassorilievo, nel 
vii secolo, 56 — Traforo di finestra del tempo di 
Giovanni XIX, secolo x, 168 — Mostra di porta 
del secolo x: nell'interno del chiostro, 170. 

Cuiesa pi San Lorenzo 1N Lucina: Capitelli ionici del 
portico, del tempo di Pasquale II, 172. 

Cuiesa pr Santa Maria In Cosmenin: Iconostasis di 
Adriano I; restauri e nuove scoperte, 38 — Deco- 
razioni marmoree del secolo vi, 50 — Bassorilievi 
ornamentali del secolo vini, 162 — Porta del xl se- 
colo, 172. 

CHiesa DI Santa Maria peLLA Pace: Madonna col Bam- 
bino e due Sante, di Baldassare Peruzzi, nella cap- 
pella Ponzetti, 332 — Presentazione al tempio, dello 
stesso. 

Criesa DI Santa Marta DEL Popoto: Rilievo in bronzo 
della sepoltura di Agostino Chigi e sua ispirazione 
dall’antico, 246 — Affreschi del Pinturicchio e di 
Bernardino Betti, dei quali si valse Baldassare Pe- 
ruzzi per i suoi dipinti in Sant' Onofrio, 328 — 
Ornamentazioni grottesche del Pinturicchio, 336. 

Cuiesa pi Santa Marta 1N TRASTEVERE: Plutei del vi se- 
colo, 54 — Otto plutei del secolo vu, 161 — Porta 
del xn secolo, 172. 

Criesa pi San Martino air Monti: Capitelli d'ordine 

| corinzio e cornicione all’esterno dell’abside, lavori 
del vi secolo, 48 — Frammenti di un pluteo del 

vir secolo, 56 — Oratorio di Equizio, traforo di fine- 
stra e tranzenne del recinto presbiteriale del iv 
secolo, 42, 182. 

CÙiesa pi Sant'Onorkio: Affreschi di Baldassare Pe- 
ruzzi, alcuni dei quali furono già erroneamente 
attribuiti al Pinturicchio, 321 — Descrizione ed 
esame degli affreschi, 314 — Unità artistica dei 
dipinti e influenza che v’ebbe il Pinturicchio e il 
Sodoma, 328 — Ornamenti grotteschi e fregi del 
Peruzzi, 336. 

Cuiesa DI San Pietro IN Montorto: Incoronazione della 
Madonna, con Angeli, di Bernardino Peruzzi o della 
sua scuola, 337. 

CÒiesa DI San Pietro in Vincori: Avanzi dell’altare 
eretto dal popolo romano l’anno 680 per la libe- 
razione dalle peste, 55 — Pavimento in opera tas- 
sellata del v secolo, 181. 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


Criesa ‘pi Santa PrasseDE: Rosoni in stucco e porta 
del vi secolo, 55 — Fregi ornamentali del 1x se- 
colo, 165. 

Criesa pi Santa Popenziana: Mosaico dell'abside, tran- 
zenne degli archi e capitelli del iv secolo, 44 — 
Croce gemmata latina del gran mosaico, 188. 

Cuiesa pr Sax Sasa: Ricomposizione della porta dai 
frammenti esistenti dell’ xr secolo, 169. 

Cuiesa pi Santa Sapia: Avanzi dei plutei che recinge- 
vano l'altare — Imposte di legno intagliato a figure, 
della porta d'ingresso, rimontanti al v secolo, 45 — 
Avanzi della chiusura presbiteriale del secolo vit, 
164 — Ricostruzione del recinto corale di Euge- 
nio II, 166. 

Chiesa peL Sacro Cuore: Pluteo del tempo di Ono- 
rio I, 54. 

Curesa pi San Sisro VeccHio: Capitelli del rv secolo 
nel portichetto che precede la cappella di San Do- 
menico, provenienti da Ostia, 44. 

Curesa peLLO Spirito Santo: Dipinti di Carlo Lampa- 
relli da Spello, 375. 

CHiesa pi Santo StgeFANo pEL Cacco: Frammento di 
archivolto cuspidato del xn secolo, 172. 

Cuesa pi Santo SreFano Roronpo: Capitelli ionici 
pulvinati del v secolo, 47 — Restauri di papa Teo- 
doro e mosaico dell'abside, 58, 55. 

Criesa pi Sax VaLentino (Via Flaminia): Capitello 
d'ante del vi secolo, 54. 

Eccma Casa CHÙici: Oggetti sacri in argento smal- 
tato, 424. 

Farnesina: Peduccio di Raffaello, rappresentante Ve- 
nere innanzi a Giove; sua somiglianza col Dio Pa- 
dre della Visione di Ezechiello, 245 — Pitture di 
Baldassare Peruzzi nella sala della Galatea, 329 — 
Affreschi e loro esecutori oltre Raffaello, 483. 

Gasinetto NazionaLe peLLE Stampe: Il Giudizio di 
Paride, incisione di Marcantonio Raimondi, su di- 
segno di Raffaello, 241. 

GaLLeria BarpeRINI: La Fornarina, da non ritenersi 
come lavoro di Raffaello, 398. 

GacLeria BoroHkse: La Vergine col Bambino fra due 
Santi, di Lorenzo Lotto, 11 — Ritratto d'uomo, 
dello stesso, già attribuito al Pordenone, 13 — Amor 
sacro e profano, 471. 

GaLLeria Corsini: Disegno rappresentante una lepro 
morta, attribuito al Diirer, forse copia di Sinibaldo 
Scorza, 89. 

GaLLeria Doria: San Girolamo, di Lorenzo Lotto, at- 
tribuito ad Annibale Caracci — Ritratto virile, dello 
stesso, 13. 

GaLcLeria RospiaLios:: Il trionfo della castità sulla lus- 
suria, dipinto di Lorenzo Lotto, attribuito a Luca 
Cambiaso, 13. 

Magazzino ArcHeoLogico MunicipaLE: Finestra del v se- 
colo a traforo di anelli intrecciati, 47. 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


Musgo Cristiano LateRANENSE: Due stipiti di porta 
riccamente ornati e un sarcofago con sculture sulla 
faccia posteriore, lavori del v secolo — Capitelli a 
forma di canestri pieni di fiori, del v secolo, 46 — 
« Pax-Christi », 48 — Archetto di Leone, IlI, 164 
— Mosaico dei gladiatori, proveniente dalle Terme di 
Caracalla, ir secolo, 180 — Mosaico del 1r secolo 
proveniente da piazza Sora, 182. 

Musro Vaticano: Due urne di porfido provenienti da 
antichi mausolei, scolpite a bassorilievo, del 1v se- 
colo, 41 — Mosnico romano del ni secolo, prove- 
niente dal Laterano, 181. 

l'arazzo CoLonna: Ritratto di un prelato, di Lorenzo 
Lotto, 15. 

PaLazzo DEL QUIRINALE (?): Sacra Famiglia, di Lorenzo 
Lotto, 14. 

PaLazzo Sciarra-CoLonna: Portone, attribuito ad An- 
tonio Labacco, 151. 

PaLazzo Venrzia: Scoperta di affreschi raffiguranti 
scene del mito di Ercole, da attribuirsi ad Antonio 
Pollajuolo, 155. 

Prazza DI Sax Sitvestro IN Capire: Mostra di porta 
con stipiti ornati, lavoro del vii secolo, 56. 

Pinacoreca CapiroLinA: Figura di mano estranen ag- 
giunta nella Presentazione al tempio, del Francia, 6 
— Ritratto di gentiluomo, di Lorenzo Lotto, già at- 
tribuito al Giorgione, 15. 

Proprirtà Hertz: Episodi della vita di San Giuliano, 
di Agostino Caversegno, 218. 

Vaticano : Figura di fanciulla danzante, nella volta 
della settima divisione delle Logge, ispirata a Raf- 
faello dall'antico e da lui più volte riprodotta, 250 n. 
«— Di alcune figure della Scuola di Atene, di Raf- 
faello, nella stanza della Segnatura, e di altre nella 


camera di Eliodoro, 897 — Giudizi sulle «Logge», | 


398 — Primitiva destinazione della stanza della Se- 
gnatura, 404 — La Trasfigurazione e la Disputa, di 
Raffaello, e il loro significato teologico, 478 — Col. 
laboratori di Raffaello negli affreschi vaticani, 482 
— Le Logge, 488. 

Via Nomentana: Mausoleo di Santa Costanza, unico 
edificio Costantiniano pervenuto fino a noi senza 
alterazioni, 42 — Ricostruzione dei parapetti mar- 
morei del ponte Nomentano, riedificato da Narsete 
nel vi secolo, 50 — Mosaico del 1v secolo nella volta 
del mausoleo di Santa Costanza, 182. 

Vira pi Liroxng X ara Maauiana: Appunti storici e 
architettonici, 159. 

Vitta Mepici: Sarcofago antico, rappresentante il Giu- 
dizio di Paride, 241. 

VirLa PampHiLi: Sarcofago antico, rappresentante il 
Giudizio di Paride, 241. 


San Giusto (Macerata) 


Cniesa pi Sanra Maria peLLA Pietà: La Crocefissione, 
pala d’altare di Lorenzo Lotto, 427. 


| 
| 
| 
| 


XXIII 


Sedrina (Bergamo) 


Madonna col putto e Santi, pala d'altare di Lorenzo 
Lotto — Nostro Signore morto, sorretto da tre an- 
geli, pala d'altare di Gian Pietro Silvio, 435. 


Accapemia DI BeLLe ARTI: Il Presepio e Gesù al Limbo, 
del Sodoma, e loro influenza sull'opera di B. Pe- 
ruzzi in Sant'Onofrio di Roma, 332. 

CÙiesa pi FonteGIiustA: La Sibilla, affresco di Baldas- 
sare Peruzzi, 329. 

OratoRrIo DI San Bernarpino: Affreschi del Sodoma ai 
quali s'ispirò Baldassare Peruzzi per la sua opera 
in Sant'Onofrio di Roma, 332. 


Spello 


Topografia e cenni storici, 3687 — Avanzi della cer- 
chia romana, 371 — Porte romane d’indole toscana, 
372 — La prigione d'Orlando, 373. 

CrÙiesa pi Sant'Anprea: Madonne, di Bernardino Betti, 
e loro somiglianza con quelle di Baldassare Pe- 
ruzzi in Sant'Onofrio di Roma, 333. 

Cuirsa pi SanT'AnorLo: Transito di San Giuseppe, di- 
pinto di Carlo Lamparelli, 375. 

CÙirsa pi San Bermarpino: Affreschi della scuola del 
Pinturicchio, 374. i 

Cisa pr Santa Maria Mappacena: Santa Maddalena 
e la Nascita di San Giovanni, dipinti ad olio del 
xvi secolo, 375. 

CÙizsa pi Santa Maria Maggiore: Cenni storici sulla 
sua costruzione — Facciata, 375 — Fonte battesi- 
male, di maestro Antonio di m. Gasparino da Vul 
di Lugano — Ara funernria romana, 376 — Ma- 
donna, attribuita al Pinturicchio, 378 — Cappella 
Baglioni, dipinta dallo stesso — L’Annunziazione, 
l’Epifania, la Disputa coi Dottori, affreschi della 
cappella suddetta, 380 — La Sibilla Eritrea, dello 
stesso, 332 — Martirio di Sant’ Apollonia, di Lorenzo 
Zaccaroni — Sun Francesco, di Giacomo di Vincenzo 
Giorgietti — Pulpito, di Simone da Campione, 385 
— 'l'ribuna dell'altar maggiore, di Rocco da Vi- 
cenza, 386 — Pavimento di maiolica, della fabbrica 
di Deruta, 398 — La Pietà e La Madonna col Putto, 
affreschi del Perugino, 390 — L'abside, 391 — Se- 
poltura del Redentore, dipinto di Carlo Lamparelli 
— Cappella del Sacramento, 392 — Croce capito- 
lare, di Paolo Vanni, 393 — Madonna col Bambino, 
attribuita al Pinturicchio — Nuova sagrestia, 394. 


Strasburgo 


GaLLeria: San Sebastiano e San Rocco, di Cima da 
Conegliano, 278 — San Girolamo, di Marco Basaiti 
— Madonna col Bambino, di Rocco Marconi — 
Adorazione, di Carlo Crivelli, 279 — Madonna e 
San Giuseppe col Figlio, di Bartolomeo Montagna, 
280 — Madonna col Bambino e San Giuseppe, di 


XXIV 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


e 2 02lI)] E << {[D 1 LrL'liiiIiIiil rr ru 


Giovanni Speranza, 281 — Crocefissione, erronea- 
mente attribuita a Francesco Torbido — Deposi- 
zione di N. S., attribuita a Lorenzo Lotto — Due 
| ritratti di Gio. Cariani, 232 — Madonna col Bam- 
bino, attribuibile al Boltraffio — Visitazione, di 
Marco d'Oggiono — Sacra Famiglia, del Sodoma 


— Copie di figure tolte dalla Cena di Leonardo 


da Vinci, 283 — Sposalizio di Santa Caterina, del 
Cotignola — Madonna col Bambino, attribuita al 
Rondinelli — Giuditta, erroneamente attribuita al 
Correggio — Sacra Famiglia, di Paris Bordone — 
Bacco e Arianna, di Domenico Tintoretto — Angelo 
annunziante, di Leandro Bassano, 284 — Paesaggio, 
di Salvator Rosa — San Pietro e San Paolo, di Giu- 
seppe Ribera — Testa di fanciullo, di Domenico 
Teotocopoli, 285 — Corteo de’ tre Re Magi, attribuito 
a Piero della Francesca — Madonna col Bambino, 
di Lorenzo di Credi — Mito di Prometeo, di Piero 
di Cosimo, 286 — Ritratto della Fornarina, attri- 
buito al Penni, 287 — Crocefissione, di Francesco 
Beccaruzzi, imitatore del Lotto, 446. 


Solmona 


Duomo pi San Paxrito: Calice del xv secolo, di Ciccarlo 
. di Francesco da Sulmona, 419. 


Teglio (Valtellina) 
Parazzo Besta: Restauri, 150. 
Ciresa pi San Lorenzo: Coro, dipinto da Fermo Stella 
da Caravaggio, 310. 


Torcello (Venezia) 


Criesa PARROCCHIALE (?): Mosaico del secolo xu, rappre- 
sentante il Giudizio finale, 236. 


Torino 
Musro Civico: Copertura di Vangeliario, smalto limo- 
sino del xi secolo, 411. 
| R. GatLeria: L’Adorazione del Bambino, di A. Andrea 
Semino, 125. 
Presso IL cav. Manni: Statuetta di San Giorgio, in 
argento, lavoro fiammingo del xv secolo, 414. 


Trento 


CasteLLo peL Bvon ConsiaLio: Documenti intorno alla 


sua costruzione, 130. 


Trescore (Bergamo) 


Storie di Santa Barbara, affresco di Lorenzo Lotto, 
nella cappella della famiglia Suardi, 214 — Pre- 
sepio, dello stesso, nella chiesa di San Giorgio 
a Credaro, 216. 


Treviso 


Ciiesa pi Santa Crisrina: Pala dell’altar maggiore, 
dli Lorenzo Lotto, 6. 


GaLLeria ComunatE: Ritratto di un Domenicano, di 
Lorenzo Lotto, 220. 

Sagrestia DEL Duomo: Scultura in legno dorato, rap- 
presentante il Giudizio finale, del secolo xiv, 236. 


Velletri 


La croce bizantina di Velletri del secolo x, 406. 


Venezia 


Cuiesa peL Carmine: San Nicolò in gloria, pala d’al- 
tare, di Lorenzo Lotto, 220. 

CrÙiesa pi San Giacomo peLL'OrIo: Pala d'altare con 
la Madonna e Santi, di Lorenzo Lotto, simile ad 
altra dello stesso, ora nella Pinacoteca Comunale 
d’Ancona, 439. 

Criesa DI San Giovanni E Paoro: Pala di Sant'Anto- 
nino, di Lorenzo Lotto, 432 — Notizie storiche 
sulla costruzione della chiesa, 469. 

Criesa pi Sax Marco: Studi sullo stile e l’iconogra- 
fia dei musaici medioevali di San Marco, 477. 

Criesa pi Santa Maria DE Frari: Notizie storiche 
sulla sua costruzione, 469. 

Cutesa pi Santa Maria pe Servi: Notizie storiche sulla 
costruzione di questa chiesa, demolita nel 18/2, 469. 

Criesa pi Ban Zaccaria: Pala d'altare di Giovanni 
Bellini, 8. 

GaLLerIA DEL Principe GiovanrneLLI: San Rocco, con 
paesaggio, di Francesco Beccaruzzi da Conegliano, 
imitatore del Lotto, 446 — Scena della Tebaide 
di Stazio, dipinta dal Giorgione, che va col titolo 
Famiglia di Giorgione, 471. 

Musgo Correr: Apprezzamenti sulle attribuzioni date 
dal Morelli alle varie opere — Disparità d'’opi- 
nioni sul celebre servizio 'di piatti in maiolica, i 
quali, anzichè a Timoteo Viti, sarebbero da ascriversi 
a Niccolò da Urbino, 157 — La Vergine col Bam- 
bino, di un anonimo imitatore di Lorenzo Lotto, 446. 


Vercelli 


Duomo: Pianeta riccamente ricamata, del secolo xv, 
d'origine francese, 415. 


Verona 


Chiesa pi San Zeno: Le porte di bronzo e la facciata, 
476. | 

Arca funebre di Alberto della Scala, di Ugo da Cam- 
pione, 449. 


Vienna 


ACCADEMIA DI BELLE ARTI: Pergine col Putto e Santi, 
di Giovanni Cariani, erroneamente attribuita a Vin- 
cenzo Catena, 218. 

BisLioreca ImPeRrIALE: Codice della Genesi, del sec. 1v; 
sua pubblicazione e studio sulle miniature, del pro- 
fessor Wickhoff, 483. 


INDICE DEI LUOGHI E DELLE COSE 


GaLLeru Harracn: Vescovo benedicente, di Agostino 


I. 


Caversegno, 444, 

R. GaLceria: Figura d'uomo, di Lorenzo Lotto, at- 
tribuita prima al Tiziano e poi al Correggio, 210 
— Santa Conversazione, di Lorenzo Lotto, 428 — Il 
triplice ritratto d’uomo, attribuito al Tiziano, forse 
di Lorenzo Lotto, 436 — Enea e Anchise all’Inferno, 
quadro del Giorgione, che va col titolo di Tre Re 
Magi, 470. 


Museo ImpegiaLE: Ritratto dell'Imperatore Massimi- 


liano I, di Ambrogio de Predis; ritratto di Bianca 
Maria Sforza, attribuito prima al Diirer e poi al 
Boltraffio, 159 — Santa Conversazione, di Lorenzo 
Lotto, 220 — Piatto limosino e cameo, rappresen- 
tanti il Giudizio di Paride, 244 — Codice miniato 
che servì di guida a Giusto di Giovanni de’ Mena- 


XXV 


buoi nei suoi freschi della Cappella dei Cortellieri 
negli Eremitani di Padova, 402 — Bellerofonte col 
Pegaso, gruppetto in bronzo di Bertoldo di Giovanni, 
473 — Codice veronese miniato e l’arte cortigiana 
del xiv secolo, 479. 


IL Parazzo Nuovo (« Das Neugebilude »): Villa impe- 


riale fabbricata d’ordine dell’imperatore Massimi- 
liano II, circa il 1565, da artisti italiani, 479. 


Vighignolo (Settimo Milanese) 


Trittico marmoreo della chiesa di Santa Maria, ora 


nel Museo Archeologico di Milano, 188. 


Windsor 


Bistioreca DI S. M. La Rraina: Collezione di Mss. di 


Leonardo da Vinci, 463. 


Digitized by Google 


‘LORENZO LOTTO 


PITTORE. 


A PROPOSITO DI UNA NUOVA PUBBLICAZIONE, 


I era venuto dicendo da gran tempo fra gli appassio- 
nati dell’arte che il pittore accennato era uno di 
quelli da meritarsi uno speciale studio, per cui venisse 
messo nella sua vera luce e convenientemente giudi- 
cato. Richiedevasi innanzi tutto a tal uopo che lo 
storiografo si prendesse a cuore di andare diligente- 
mente sulle traccie dello svariatissimo suo operato, di 
conversare coll’artista nei diversi periodi della sua vita, 
nei molteplici luoghi di sua dimora, nei generi disparati 
ond’ebbe ad occuparsi; condizioni tutte che richiede- 
vano, da parte di chi fosse disposto a sobbarcarvisi, una 
devozione a tutta prova al tema assunto. Questo appas- 
sionato intelligente si è trovato infine; egli è un gio- 
vane americano, il quale, venuto in Italia già da 
parecchi anni, si è innamorato della sua arte, ed essen- 

dosi rivolto allo studio della pittura veneta, in ispecial modo, si sentì attirato quasi da 

una spiccata inclinazione dell'animo suo e della sua natura sensibile e nervosa ad evocare 
dalle latebre del passato l’artista dalla fibra parimenti sensibile e nervosa, ad illustrarne 
la -figura altamente originale, e metterne in evidenza le intime qualità. Egli è riescito 
così a comporre un volume di oltre 300 pagine, nel quale si trova esaurito tutto quanto 

O poco meno di quello che intorno al soggetto dato si sarebbe potuto raccogliere. Quanto 

ai giudizi, alle vedute esposte dall’autore, si potranno fare bensì delle riserve in proposito, 

si potrà riscontrarvi forse de’ criteri troppo soggettivi e non sutficientemente maturati, ma 
ciò non ostante è lecito asserire che la nuova pubblicazione tale qual’è si è acquistata un 
posto degno fra le monografie storico-critiche dei dì nostri. | 

Chi fosse Lorenzo Lotto, come artista, quale la sua indole, quali i suoi pregi e i suoi 
difetti, ce lo insegna, più che altro, l'osservazione delle numerose sue opere sparse per l’ Italia 

e anche all’estero. Se con esse egli non ha saputo innalzarsi al livello dei sommi geni del- 
l’arte, la ragione se ne dovrà ricercare nel fatto che egli non seppe trovare spesso il giusto 
equilibrio tra la foga del suo spirito creativo e la forma con la quale egli volle rivestire 
i suoi pensieri. Quando invece egli seppe meglio superare questa deficienza, noi ci troviamo 





! Rammentiamo in proposito che del volumetto di BernHarRD Berenson, The venetian Painters of the Renais- 
sance, già si è fatto menzione in questo periodico sotto la rubrica delle Recensioni (fasc. II, a. 1894). 


drohivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. I-II. 1 


2 GUSTAVO FRIZZONI 


in presenza di opere degne d’ogni encomio, e da non disgradare l’autore in faccia dei più 
grandi cultori dell’arte. i 

Quello che fra tutti lo distingue si è una sua particolare vivacità di sentire, non imitata 
nè imparata da alcuno, la quale si estrinseca non meno nelle movenze delle sue figure che 
in una certa vibrante acutezza di colorito. Ne consegue quell’impronta estrosa, piccante, 
delle sue creazioni, che conferisce alle medesime un’attrattiva da far quasi dimenticare, 0 
per lo meno perdonare, le frequenti deficienze nella parte che spetta alla forma, al disegno. 
Indi, quel non so che di vero e di pronto ch’è insito nella natura d’ogni artista di senti- 
mento, e che accomuna fra loro tanto il poeta antico quanto il moderno, perchè è sempre 
attinto alla fonte inesauribile della vita. È questo senza dubbio, e non altro, il motivo per 
cui a’ nostri tempi è salito in considerazione il Lotto, mentre vediamo lo spirito umano 
sempre più diretto alla scoperta e all’affermazione del vero, dal pittore stesso intimamente 
sentito ed espresso coll’interpretazione dell’artista. 

In accordo col fin qui detto poi riesce naturale ch’egli, più di ogni altro forse, si 
sottrazga ad una classificazione assoluta in relazione al concetto di scuola e tanto più di 
un maestro «lal quale egli più spiccatamente dipenda. Nella sua vita alquanto girovaga, per 
cui migrò per varie parti d’Italia, dalle native Jagune e dalla Marca di Treviso a quella d’An- 
cona, e dalle contrade native alla regione che il Serio bagna e il Brembo inonda, il 
Lotto, per quanto si sia modificato, ossia abbia attraversato diverse fasi, pure, nel fondo, 
rimane eguale a sè stesso, mantiene sempre un carattere suo proprio, che il contatto con 
altri pittori, anche dei più reputati, non riesce ad alterare sensibilmente. 

In pari tempo è bensì vero che fra le prime sue opere tuttora in essere e quelle del- 
l’età più provetta noi avvertiamo un divario notevole. Vi è certamente in quelle dell’età 
più fresca una semplicità, una compostezza di linee che sparisce più tardi per dar luogo 
ad una maggiore ricchezza di motivi e di movimenti; ma questa differenza evidentemente 
è da ascriversi unicamente alla circostanza, che in quelle prime opere noi riscontriamo l’artista 
non peranco sviluppato a seconda della sua indole propria, ma quasi ancora avvolto spiri- 
tualmente nell’embrione di quella, la quale poco stante doveva apertamente manifestarsi e 
segnalare l’artista in tutto quello che vi è di più personale. 

Comunque sia, quando noi ci sentiamo attirati da uno speciale interesse per un dato 
artista non ci è possibile disinteressarci delle sue origini, del concatenamento organico fra 
lui e le generazioni che lo precedettero, sia che questi legami si abbiano a ravvisare me- 
diante l’intervento di coloro che si sogliono determinare propriamente col nome di maestri, 
sia mediante l’indicazione più generica di quello che si potrebbe chiamare l’ambiente profes- 
sionale entro il quale il nostro artista ha mosso, se non altro, i primi passi nella suadisciplina. 
In proposito ci danno informazioni sicure talvolta i ricordi scritti, che assumono così la 
qualità di veri documenti storici; ma, in complesso, sono rari, e non rimane in mancanza 
dei medesimi se non la scorta delle tradizioni più o meno attendibili, alla quale si è venuta 
associando, in tempi recenti, anche quella del giudizio dei critici, per verità non sempre 
concorde. 

Quanto al Lotto, è appoggiata meramente sull’argomento della tradizione l’opinione 
generalmente invalsa, che il suo vero maestro fosse stato Giovanni Bellini. Non le si può 
assegnare infatti altro valore che quello indicato da un passo alquanto indeterminato del 
Vasari, il quale, come si sa, ragionando di artisti non toscani, era generalmente informato 
di seconda mano, che equivale a dire in modo più o meno vago.! Nè è più attendibile in 
questo senso l’asserzione del Ridolfi, venuto troppo tardi, e troppo facile ad accogliere, senza 
esame, le opinioni altrui. Così l’opinione circa il preteso maestro del nostro pittore si per- 
petuò senza sospetti sino a’ giorni nostri, e venne accettata non meno dal Cavalcaselle che 


! « Fu compagno ed amico del Palma Lorenzo Lotto, maniera de’ Bellini, s’appigliò poi a quella di Gior- 
pittore viniziano, il quale avendo imitato un tempo la gione». 


LORENZO LOTTO, PITTORE 3 
dal suo avversario il senatore Morelli. E, a dir vero, nulla doveva sembrare più plausibile 
di questa versione, stando alla considerazione generale per cui appariva il Bellini maestro 
di color che sanno fra tutti ì veneti contemporanei e di poco minori di lui. 

Per un altro verso sarebbe erroneo il credere che foss’egli solo a dominare il campo 
e a tenere scuola in Venezia. Lo stesso senatore Morelli, già da tempo, studiando con serietà 
di proposito tutta quell’arte meravigliosa, aveva avvertito che uno dei pittori della vecchia 
venerazione, cui spettava un posto dei più importanti nella città della laguna per l’ influenza 
da lui esercitata, si era il muranese Alvise Vivarini. 

Da tale dichiarazione al riconoscere che anch'egli, accanto al Bellini, poteva essere 
considerato come un caposcuola, non avvi che un solo passo. E questo passo ci pare lo 
abbia fatto giudiziosamente nei tempi più recenti il signor Berenson, dopo avere fatto oggetto 
speciale di osservazione e di studio la pittura veneta durante le sue reiterate, diuturne 
dimore in Italia. Prendendo egli in esame tanto la parte tecnica della esecuzione, quanto 
quella dello stile per cui si sogliono riscontrare fra loro raggruppati gli artisti, egli ravvisò 
dei tratti significativi di parentela fra Alvise Vivarini e molti pittori, tanto delle isole 
quanto del continente. Egli considera nel novero di questi non solo uomini quali il Basaiti, 
Lazzaro Sebastiani, Jacopo da Valenza, i quali, in diverso grado, ci si presentano quasi 
come continuatori o plagiari dell’opera di Alvise, ma ben parecchi, ai quali forse non si 
sarebbe pensato fin qui, ma che, in realtà, interrogati nelle loro opere, porgono pur essi i 
loro sensibili punti di contatto e di dipendenza dal maestro muranese. Tali sarebbero, fra 
i più meritevoli di speciale menzione, Jacopo de Barbari, Francesco Bonsignori, Bartolomeo 
Montagna, Cima da Conegliano, e, fra i più giovani, il nostro Lorenzo Lotto. 

Discorrendo di quest’ultimo, quale ci si presenta nelle sue opere del primo decennio 
del secolo XVI, osserva il Berenson che in esse egli manifesta un genere di esecuzione del 
pari che dei tipi ben differenti da quelli dei veri e riconosciuti scolari di Giovanni Bellini, 
quali un Giorgione, un Tiziano, un Palma il Vecchio. Nel modo di colorire, un metodo 
verosimilmente più consentaneo a quello del procedimento a colori essenzialmente chiari 
e liquidi, proprio del dipingere a tempera, usato di preferenza dai muranesi; nelle forme 
del corpo umano e dei panneggiamenti, nella tonalità dei colori, un richiamo più diretto 
di Alvise Vivarini che non di Giovanni Bellini. 

A queste osservazioni, per quanto si vogliano ritenere fondate, crediamo tuttavia non 
si debba dare un’importanza eccessiva, ove si consideri che il Lotto, comunque sia, va 
collocato certamente nel numero degli artisti più dotati di un certo spirito d’iniziativa, 
atto a farsi strada da sè fino dai primordi. 


Non sono che pochi anni, invero, che si è rivelato all’attenzione degl’intelliventi un 
piccolo dipinto del Lotto, nel quale già il Morelli ebbe a segnalare l’opera sua più antica 
fra quante si conoscono, ravvisandovi nel tempo stesso ad evidenza, d’accordo con tutti gli 
intelligenti, i tratti caratteristici dell’autore (fig. 1°). Fu l'inglese signor Martino Conway 
il fortunato a scoprirlo a Milano nel deposito di -un rigattiere. Fattone l’acquisto, e datolo 
da ripulire al noto ristauratore prof. Cavenaghi, egli lo portò seco e lo tiene sempre presso 
di sè a Londra. È una tavoletta di soggetto allegorico, cioè allusivo alla favola di Danae 
ricercata da Giove, convertito in pioggia d’oro. Nulla di più impacciato, di più infantilmente 
inteso di questa diva giacente in posizione alquanto rigida, vestita da capo a’ piedi, mentre 
un angioletto, dall’alto, riversa su di lei dal suo grembo la profusione dei suoi fiorini in 
forma di piccoli fiori. Che quest’angelo, o genietto che dir si voglia, nella sua conformazione 
fisica s’attagli manifestamente ad analoghe creature d’angeli espresse dal Vivarini, è cosa 
che non si può negare; ma, in pari tempo, domina in tutta la scena del curioso quadretto 


- 
è 


Fia. 1%. - DANAE 


(Presso il signor M. Conway a Londra) 


RZ 
Dagro, 


i 


Ò 33 do 
» sà 
‘ Ra 


A 
PRO 
d% 


3 3A s 
Re 


li 


ù 
* 


gv 
rn 
_ 


. 
res 
La 


ta % 
n %- 


(a 


a 


CA) or 
fot 


ct ela 


bArmsgdiba 


n 
sl 


si 
°° 
v.P 





fg — — csmeadi ————— 


n 





LORENZO LOTTO, PITTORE 5 
(nel cielo, negli alberi, nelle figure stesse) un giuoco vibrato di luce vivida e biancheg- 
giante che, a prima vista, accusa la creazione del nostro artista, mentre nulla di simile 
negli effetti coloristici si saprebbe mai riscontrare nelle opere di Alvise Vivarini, come 
assennatamente ebbe ad osservare la signorina C. Ffoulkes Jocelyn ragionando di questo 
quadretto nel suo articolo intorno alla Esposizione dell’arte veneta a Londra. 

Quanto alla data alla quale va riportata l’origine della Danae, non si può che argomentarla 
con approssimazione. Ove si ponga mente al fatto che la prima opera recante il millesimo, 





Fia. 2%, - SAN GIROLAMO PENITENTE 
(Nella Galleria del Louvre) 


1500, è quella del piccolo San Girolamo penitente della Galleria del Louvre (fig. 2*), per 
ragione di confronto, si dovrebbe credere anteriore di qualche anno la Danae, nella quale 
il giovanetto autore non ebbe per anco l’ardire di apporre, come è il caso invece nella 
tavoletta del Louvre, nè il proprio nome, nè la data. 

«Ammesso che nel 1546 egli avesse 66 anni, com'è significato dal tenore del suo testa- 
mento, ne segue ch'egli abbia a ritenersi nato nel 1480. Se la Danae pertanto ci si qualifica 
per un frutto un po’ stentato di uno sforzo quasi infantile, si rimane meravigliati delle 
disposizioni pittoriche del giovinetto ventenne, ponendo mente ai pregi per cui si distingue 
quel delizioso microcosmo entro il quale trovasi posto il vecchio penitente del dipinto sunno- 
minato. E, invero, sarebbe difficile rammentare un altro dipinto nel quale fossero congiunte, 
al pari che in questo, le finezze di un miniatore con le mire di rilevare, coll’osservazione 


6 GUSTAVO FRIZZONI 

del vero, le varietà più pittoriche che sa offrire la natura, tanto nell'ambiente atmosferico 
quanto nella figura umana, massime mediante l’avvicendarsi e il contrapporsi degli effetti 
delle luci e delle ombre. Analoghi pregi, accoppiati a quelli di un’espressione di severità 
religiosa che sente ancora del Quattrocento, si riscontrano nella tavola a mezze figure 
appartenente alla Pinacoteca del Museo di Napoli. Non ostante il carattere individuale dcl- 
l’autore, che si manifesta fino nel particolare della conformazione del pollice, dalla estremità 
larga e schiacciata della mano sinistra di San Pietro Martire, il motivo della Madonna e del 
Bambino è desunto direttamente da Giambellino, e si vede spesse volte ripetuto da suoi 
scolari. ® | 

L’ unica stonatura in esso è prodotta dalla presenza del San Giovannino, interamente 
rifatto da mano- estranea, non altrimenti da quello ch’è una certa figura di devoto aggiunta 
nella grande tavola della Presentazione al tempio, di Francesco Francia, nella Galleria del 
Campidoglio, e, per citare un altro esempio, un San Pietro martire, nero e dozzinale, di 
mano estranea,- introdotto in altra pregevole tavola del Francia, esposta nella cappella del 
Battistero in San Giovanni Evangelista a Brescia. 

Invero, quando ci si presentano simili superfetazioni affatto arbitrarie, non si può a 
meno di augurare che, in grazia del moderno civile principio per cui si vogliono vedere 
ristabiliti in genere nel loro primitivo stato i monumenti artistici di altri tempi, vengano 
da parte competente presi opportuni provvedimenti acciò siano rimosse quelle aggiunte, e 
le opere rispettive riappaiano, per quanto è possibile, nel loro stato originale. 

Quanto al quadro del Lotto, qui rammentato, facilmente potrebbe dar luogo a qualche 
grata sorpresa ove avesse ad essere prudentemente spogliato di quanto non v’appartiene. 
Non ci sarebbe da meravigliarsi, fra altro, se al posto della figura del San Giovannino 
apparisse un busto di un devoto, come il Cavalcaselle opina, e come dà motivo a credere 
l’uso frequente in simili composizioni della scuola veneta d’immaginare la Madonna col 
gesto di protezione rivolto sul capo del committente, presentato, in certo modo, dal suo 
Santo patrono (fig. 3°). 

L’opera più importante del nostro autore in questo giro d’anni è senza dubbio la pala 
dell’altar maggiore della chiesa di Santa Cristina presso Treviso, della quale vedesi una’ 
buona riproduzione nel libro del Berenson, ricavata da una fotografia dall’originale, della ditta 
Alinari. Chi desidera farsi un’idea chiara degl’ ideali del Lotto nella fresca età di un giovane 
dai 20 ai 25 anni, non trascuri una gita apposita a questa remota chiesetta. Egli troverà 
su quell’altare una creazione artistica tutta compenetrata ancora del profumo e della tran- 
quilla compunzione del Quattrocento. L'ambiente immaginato nella tavola principale è quello 
di un portico a sfondo di nicchia. Davanti a questa sorge il trono alquanto rialzato, ornato 
da ricco tappeto, la Vergine seduta col Bambino ritto, ignudo, da lei sorretto con la mano 
sinistra. Questi volge lo sguardo benedicendo alla Santa titolare, che vedesi di sotto in 
profilo con lo strumento del suo martirio nella sinistra, la palma nella destra. Accanto a 
lei San Pietro, assorto nella lettura di un libro. Dal lato opposto un giovane guerriero in 
armatura, in atto di reggere uno stendardo,? e il vecchio San Girolamo in abito cardinalizio. 
L’accento principale è posto dal pittore con nobile semplicità nella relazione spirituale che 
corre fra la Santa e il gruppo divino della Madre e del Figliuolo. Nulla di più celestialmente 
puro dell’espressione della Santa, lo sguardo rivolto in alto, mentre riceve la benedizione. 
Il suo tipo richiama sensibilmente quello della Danae già rammentata, il suo atteggiamento 


! Il Berenson in proposito enumera ben quattro 
esempi di siffatta composizione, e crediamo ve ne siano 
pure altri. 

? Il giovane guerriero non è altri che San Liberale, 
protettore di Treviso e suo territorio, così designato 
dalla bandiera rossa colla croce bianca e stelle idem, 


che formano lo stemma di detta città, della quale il 
Santo tiene un piccolo modello nella mano sinistra. Il 
suo atteggiamento, la sua ferrea acconciatura trovano 
riscontro d’analogia nella figura del Santo stesso im- 
mortalata dal Giorgione nel suo capolavoro che vedesi 
nella chiesa di Castelfranco. 


(13035g vye130304 ‘[[odux {p e23300vu!g4 ‘YU IIRN) 


IUILUYVN OULAId NVS A ONINNYAOIO NYS ‘ONIEINVE 109) VNNOCVN - ‘€ ‘914 


: 
- le; . 
bit a nie 
n bi 


a 
. 


VET a, 
Va 


=*%, 
Mer, ) . 





8 GUSTAVO FRIZZONI 





prelude a quello che alcuni anni più tardi il Lotto volle dare alla sua Santa Barbara nella 
grande pala di San Bartolomeo a Bergamo. 

L’insieme di questa ideale composizione non può fare a meno di richiamare alla mente 
quelle analoghe, religiosamente pensate, dell’antico maestro, Giovanni Bellini, in ispecie la 
composizione della sua celebre pala della chiesa di San Zaccaria in Venezia. Il Berenson, 
mentre alla sua volta tiene conto di siffatta concordanza, nello stesso tempo rileva assen- 
natamente le attinenze innegabili con Alvise Vivarini per quanto concerne la specifica 
estrinsecazione delle forme nelle sue figure. Nè è alieno dal ravvisare, per converso, una 
reminiscenza bellinesca nella sovrapposta lunetta, dove si vede il Signore morto seduto 
sopra il sepolcro, con due angeli dolenti ai lati, che lo sorreggono; soggetto nel quale, come 





| Fra, 48. - LA VERGINE COL PUTTO, SANTA CATERINA E SAN GIUSEPPE 


(Nella R. Pinacoteca di Monaco) 


è noto, il Giambellino più volte ebbe a prodursi, ' e che certamente era molto in voga a 


quel tempo in cui i soggetti di pietà cristiana erano molto più coltivati che non ai dì. 


nostri, dominati dalla corrente del positivismo critico. Riesce quindi plausibile l’ammettere 
che l’altare di Santa Cristina appartenga al novero delle opere dal giovane pittore, eseguite 
durante la sua dimora nella Marca trevigiana tra il 1503 e il 1506. Quest’ ultima data poi 
si vede segnata sopra altra sua pala di qualità analoghe, tuttora conservata nella chiesa 
maggiore di Asolo, e rappresentante Nostra Donna entro una gloria di cherubini con Sant'An- 
tonio abate e San Basilio al basso che la guardano. 

Ben si sa ora, in base a documenti irrefragabili, il suo luogo di nascita essere stato 
Venezia. Conviene congetturare pertanto che colà egli abbia ricevuto la sua educazione arti- 
stica, indi si sia librato sulle proprie ali, ritraendosi sul continente ad eseguirvi opere così 
distinte, che in breve tempo valsero a procurargli l'epiteto di pictor celedberrimus. * 


! Veggansi in proposito le riproduzioni di siffatti nei fascicoli 3° e 4° di questo periodico, anno 1895. 
suoi quadri, raccolti nell’articolo di Miss C. J. Ffoulkes ? Sappiamo che a Treviso, nel 1505, viene menzionato 
intorno all’ Esposizione veneta tenuta a Londra nel1895, consiffatto epiteto (vedi Gusravo Bampo, Spigolature, ecc.). 


LORENZO LOTTO, PITTORE 9 


Per quanto, d’altronde, i dati che abbiamo valgano ad accennare che il pittore abbia 
passato quei primi anni della sua attività a disposizione del pubblico nella Marca trevigiana, 
non vi rimane pur troppo altra opera da concorrere ad affermarlo. È bensì da supporre 
che ve ne siano state diverse, passate di poi in estranei lidi. Fra altre, certa tavola a mezze 
figure ora nella R. Pinacoteca di Monaco, col soggetto gradito a quei tempi del mistico 
Sposalizio di Santa Caterina (fig. 4°). Il Lotto stesso, infatti, ebbe a trattarlo di nuovo, 
parecchi anni più tardi, in una sua tela assai appariscente, oggidì visibile nel salone centrale 
dell’Accademia Carrara di Bergamo. Il confronto fra l'uno e l’altro sono interessanti, perchè 
ci mostrano il cambiamento operatosi nell’artista nel corso di una quindicina d’anni, circa 
il modo di concepire simile tema ideale, non scevro di una consentanea compunzione religiosa 
nel primo esempio, per quanto le figure appariscano essenzialmente studiate da modelli 
viventi, mentre nel secondo l’argomento non è davvero se non un pretesto per isfoggiare 
le attrattive di una grazia del tutto profana, accoppiata ad uno sfarzo di colori singolare.! 

Il passaggio del nostro artista da una Marca all’altra, cioè da quella di Treviso a quella 
d’Ancona, non sappiamo per quali circostanze abbia avuto luogo, ma è da ammettere siasi 
verificato infatti sul declinare del 1506, da che esiste un documento del tempo, comprovante 
che fino d’allora la chiesa di San Domenico in Recanati lo aveva attirato in quella città, 
dandogli l’incarico di preparare, per l’altar maggiore, una pala che avesse a superare quanto 
egli aveva eseguito negli anni anteriori. Questa pala, composta di sei parti, tra di loro 
coordinate secondo un concetto architettonico, e nelle quali l’autore ripose ogni cura, attinchè 
avesse a riescire a seconda del desiderio dei committenti, fu nel processo del tempo vergo- 
gnosamente trascurata, e per di più anche spogliata del compimento di alcune tavolette 
funzionanti da predella. Il Vasari discorre di questa nei termini seguenti: « Nella predella, 
ch’è di figure piccole e cosa rara, è nel mezzo quando Santa Maria di Loreto fu portata 
dagli Angeli dalla parte di Schiavonia là dove ora è posta; delle due storie che la mettono 
in mezzo, in una è San Domenico che predica, con le più graziose figurine del mondo; e 
nell’altra papa Onorio che conferma a San Domenico la regola ». Se un giorno o l’altro 
con tale dato a qualche amatore venisse fatto di scoprire queste storiette e segnalarle agli 
altri amatori, questi avrebbero a rallegrarsene di certo, essendo noto quanto valga il Lotto 
in simil genere di pittura aneddotica. | 

Il rimanente della pala, ora riunito fortunatamente in una sala del Municipio di Reca- 
nati, ma senza cornice nè buona, nè cattiva, è sempre di un’importanza da meritarsi esso 
pure una visita apposita su quelle ariose alture, vie più note ai giorni nostri per aver dato 
i natali ad un grande ed infelice poeta. A chi poi non potesse vedere l’opera originale, non 
sapremmo se non consigliare di procurarsi le fotografie ricavate dalle diverse parti per opera 
dell’ottimo fotografo Domenico Anderson, dove pure si vedrà, se non altro, come il Lotto 
abbia accudito all’esecuzione della sua creazione con una serietà di propositi e con un amore 
a tutta prova. La solennità con cui è intesa la scena principale della vestizione di San Dome- 
nico per parte della Vergine, nel mentre il Bambino benedicente le sta seduto in grembo, 
in presenza di due Santi Vescovi e di tre Angeli, ha qualche cosa di veramente meravi- 
glioso (fig. 5°). 

E invero, l’espressione di sentimento severo che ne emana è tale, quale invano si ricer- 
cherebbe più tardi nelle sue opere. Lo stesso dicasi rispetto alle altre cinque tavole che 
servivano di complemento alla pala, contenenti figure di Santi, con teste studiate accurata- 
mente, come sono condotti colla massima finitezza gli accessorî onde sono ornati gl’ indu- 
menti di quei dignitari ecclesiastici. Quello poi che contrasta con tanta eccellenza e che ci 
rivela l’autore non per anco interamente provetto nel dominare la soggetta materia, si è 
la struttura e il disegno delle mani dei suoi personaggi, alquanto tozze, come forme, ed 
impacciate nelle movenze. E non ostante, quanta manifestazione di vita e di movimento in 


! Vedasi in proposito la riproduzione nel volume del Berenson. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°. Anno II, fasc. I-II. 2 





- LA VESTIZIONE DI SAN DOMENICO 


(Nel Municipio di Recanati. Fotografia Anderson) 


Fia. 52. 


LORENZO LOTTO, PITTORE 11 








quelle due figurine di angioletti posti sul gradino del trono, immaginati nel punto che danno 
momentanea tregua al suono dei loro istrumenti musicali, per contemplare, stupefatti, l'atto 
della consacrazione del monastico Santo! Come figure infantili, tolte da modelli umani, 
s'affratellano perfettamente con quelli dèl Bellini nel suo celebre trittico ai Frari, e con quelli 
della Madonna adorante il Bambino addormentato, nella sagrestia del Redentore, che Ja 
critica moderna con sicurezza incontrovertibile ha tolto al Bellini per rivendicarla al suo 
emulo Alvise Vivarini; ma quello che in essi manifesta l’elemento nuovo, che segna il 
divario fra i Quattrocentisti e il Cinquecentista, si è l'animazione drammatica affatto origi- 
nale, a confronto del concetto idillico dei tempi precedenti. ! 

La pala di San Domenico di Recanati, compita nel 1508, come si rileva dalla data 
appostavi unitamente al nome, segna l’apogèo di quella che starei per chiamare la prima 
maniera del Lotto, ossia della sua maniera di operare nell’età inferiore al trentennio. 

Eseguita con eguale amore è bensì la tavoletta di minori dimensioni, a mezze figure, 
e recante la stessa data, che si vede sempre nella Galleria Borghese, dove è rappresentato 
con mirabile ingenuità e sentimento, affatto umano, il divino Bambino fra le braccia della 
Madre, rivolto ad un Vescovo che gli offre con intenzione simbolica il proprio cuore, pre- 
sente il decrepito Sant'Onofrio a mani giunte dal lato opposto (fig. 6°). Quando in fine alle cose 
fin qui enumerate si sia aggiunto una tavola a mezze figure, appartenente da tempo alla cospicua 
raccolta di Lord Ellesmere, nel Bridgewater House di Londra, ed un quadretto di soggetto 
allegorico, fatto dal pittore per Bernardo Rossi, Legato pontificio a Bologna, si è citatò 
tutto quanto rimane, a nostra saputa, del primo periodo della vita del Lotto. 

, Il primo di questi quadri, che a detta del Berenson andrebbe anzi assegnato a un tempo 
anteriore a quello di Santa Cristina, già rammentato, in gran parte offre dei tipi di figure 
analoghe a quelle della pala di Santa Cristina stessa. È una buona copia antica del mede- 
simo quella che si vede pure a Londra nella dimora principesca di Grosvenor House, di 
proprietà del Duca di Westminster. | | 

Il secondo, curioso per l'argomento, rappresenta un putto giuocante sul piano inferiore, 
e un satiro circondato da urne e da vasi, nell’atto che sta ascendendo un monticello. Si 
trovava parecchi anni or sono in mano del pittore bergamasco Gritti, il quale, dopo averlo 
infaustamente ristaurato, lo vendette in Inghilterra. Va riportato al tempo dalla dimora del 
Lotto a Treviso, come ben indica l’iscrizione dietro la tavola, e potrebbe quasi essere con- 
siderato, per le dimensioni e pel soggetto antico, come un riscontro a quello della Danae. * 


I. 


Un nuovo periodo della vita del nostro pittore s’ inizia coll’anno 1509, nel quale sap- 
piamo essersi egli trovato a Roma, non già unicamente di passaggio, ma coll’incarico di 
dipingere in Vaticano, contemporaneamente con Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino, e 
con Giov. Ant. Bazzi, detto il Sodoma. Questo fatto risulta da un documento del tempo, 
rinvenuto e pubblicato a suo luogo, dal signor Franc. Cerruti, bibliotecario della Corsi- 
niana in Roma, Cod. 2135 (34, G. 27), come pure da un altro, conservato nell'Archivio 
Urbano (filza 16, fol. 188). 

Rammentando come già nell’anno antecedente Raffaello Sanzio fosse stato chiamato a 
dar mano all’esecuzione de’ suoi affreschi nella Camera della Segnatura, s’ intenderà quale 
concorso di circostanze importanti si fosse verificato, da impressionare un animo sensibile 
quale doveva essere quello del giovane veneziano. Tanto più dobbiamo quindi deplorare che 


! Per ulteriori ragguagli intorno alla pala di che si Comes Pontif. Tarvis. Aetat. Ann. XXXVI Mense X.D.V. 
tratta si consulti l’opera del Berenson. LAVRENTIVS LOTVS P. Cal. Jul. MDV. 
? Sul rovescio si legge: Bernardus Rubeus Berceti 


12 GUSTAVO FRIZZONI 


mr DÒ. 5, ,_,._ e ___—-_.-__..——— 





nulla di quanto egli può avere operato in quel tempo sia giunto fino a noi, dacchè le poche 
opere sue che si trovano ora in Roma si hanno a ritenere tutte importate, essendo state 
fatte, quella già descritta di Galleria Borghese PROB DIMISnte prima della sua andata alla 
città eterna, le altre in anni posteriori. 

Di queste opere, il noto critico signor Ottone Miindler, l’intelligente ed appassionato 
estimatore delle qualità dell’artista, ha fatto una descrizione così sentita e vivace, che ci 
piace riportarne qui tradotta la parte essenziale. Essa servirà fra altro a denotare l’oscu- 





Fia. 63. - LA VERGINE COL BAMBINO FRA DUE SANTI 


(Nella Galleria Borghese. Fotografia Anderson) 


rità e l’ignavia che regnava fino a pochi anni or sono intorno ad un argomento che oggidì 
richiama a sè l’attenzione di ogni cultore del bello. ! 

« Chi vuol imparare a conoscere l'indifferenza, l'ignoranza e la mancanza di giudizio 
nella sua forma più spaventosa, egli dice, se ne vada a Roma, dove nelle mie visite ripe- 
tute mi venne fatto di scoprire, poichè mi è lecito esprimermi così, non meno di sei opere 
dell’attraente maestro. Infatti ogniqualvolta un Lotto non è segnato del nome, o che 
questo è stato cancellato, nascosto o non riconosciuto (visto che lo scherzoso artista si com- 
piacque spesso di celare, sia a mezzo di semplici iniziali, sia con altri segni speciali, come 
sarebbero un occhio, una bilancia, una ruota e simili), il compilatore del catalogo che dà 
spensieratamente i suoi battesimi suole appigliarsi a tutto quel che si vuole, fuorchè al vero ». 


| Beitrlge zu Iacob Burckhardts Cicerone. Abtheilung: Malerei; von Otto Miindler. — Leipzig, Verlag von E. 
A. Seemann, 1870, pag. 57. 


LORENZO LOTTO, PITTORE 13 


Descritta poscia la Madonna nota di Galleria Borghese, soggiunge: « Nella stessa 
Galleria sta appeso il ritratto grande al vero di un giovane uomo, veduto fin sotto le 
ginocchia, tutto vestito di nero, ma senza monotonia, al contrario mirabile pel chiaroscuro; 
la mano sinistra, ornata di tre anelli, sta appoggiata all’anca, mentre la destra è mezza 
nascosta sotto le rose e i petali staccati, giacenti sopra un tavolo, fra i quali si trova anche 
un ramoscello di fior d’arancio. Tra i fiori sta celato parzialmente un piccolo teschio, a 
guisa di gioiello lavorato in ismalto. E questo impareggiabile ritratto, per fargli maggior 
onore, fu battezzato col nome del « Pordenone » (fig. 7°). ! 

Visitando la Galleria Doria ci si presenta, sotto il nome di Annibale Caracci, un pic- 
colo San Girolamo, i fianchi coperti da un panno rosso, colle braccia mosse quasi usi 
samente, preso interamente di faccia e in atteggiamento da sembrare in procinto di gettarsi 
a terra. Il paesaggio in luce pressochè crepuscolare. È un Lorenzo Lotto indubitato. Non 
lungi da questo piccolo gioiello vedesi il ritratto di un uomo, tutto vestito di nero, con 
barba oscura, dall’aspetto alquanto magro e sofferente, la sinistra sul petto, la destra rivolta 
ad indicare sè stesso, la bocca aperta come se volesse parlare. Da ritenersi, a norma di 
questi indizi, il ritratto del pittore medesimo. È segnato L. Lotto e inoltre anno aetatis 
suae 37. Nel fondo un muro abbondantemente rivestito di edera, e di un bassorilievo rap- 
presentante un angioletto colle ali spiegate, guardante in alto e reggente con ambe le mani 
una bilancia, nei piatti della quale i suoi piedini sono intesi a tenere l'equilibrio. (Forse una 
allusione al suo nome, di lotto, ossia combatto ?). ? i 

Ma una sorpresa vie maggiore m’attendeva. Essendomi un bel giorno recato a visitare 
la Galleria Rospigliosi, eccomi attirato alla parete tra le finestre da un quadro singolare. 
Era qualificato per opera di Luca Cambiaso e probabilmente lo è tuttora. Vi decifrai la 
rappresentazione di una allegoria, che si specificava nel Trionfo della Castità sulla Lussuria. 
La Castità, avvolta tutta quanta, eccetto le braccia scoperte, in un manto di verde succoso, 
un panno bianco svolazzante sul capo, agita nella destra alzata l’arco d’Amore spezzato, 
investendo con sguardo spirante ira e con la bocca aperta la Dea d’amore e cacciandola 
avanti. Sul di lei petto si osserva, come simbolo d’immacolata purezza, uno svelto e candido 
ermellino (foggiato a guisa di una faina, con mustacchio appuntato) ornato di un collarino, 
munito di un grosso rubino, in atto di camminare. La Dea angustiata è librata nell’aria, i 
capelli biondi sparsi al vento, cinti da un giro di perle, una stella lucente sopra il capo, 
sulla spalla sinistra un vassoio grazioso, contenente il pettine, lo specchietto, dei flacon- 
cini, ecc., mentre dal petto e dall’avambraccio pendono collane con isvariati monili. Dietro 
a lei viene volando Amore, gli occhi rossi dal pianto, in quella di difendersi col braccio 
destro, che getta l'ombra sui suoi occhi, e di voltarsi indietro del pari che la madre sua, 
la quale vuole ripararlo colla propria destra, a guardare paurosamente la persecutrice. Egli 
ha rosee le ali, sulla schiena la faretra e una fiaccola accanto. Il fondo è costituito di un 
paesaggio a colline con cielo oscuro. Non è soltanto l’intiera composizione geniale quella 
che tradisce il Lotto, ma colui che si è reso famigliare col suo stile lo ritrova in ogni parti- 
colare, nella singolarità del modo ond’è illuminata, nel brillante del colorito, non che nella 
ii impareggiabile dell'esecuzione su finissima tela. In modo particolare poi si rico- 
nosce la mano del maestro nella figura della Castità, ch’egli si applicò ad eseguire con più 
amore che il rimanente; tantochè la severa figura colla sua movenza impetuosa apparisce 
più bella e più seducente che non la Dea d’amore, un po’ magra, dai tratti acuti e dalle 


! Dovette intervenire anche l'autorità del Morelli ? Come già ebbe ad osservare il Morelli, un angio- 
(Lermolieff) prima che in Galleria Borghese il ritratto letto analogamente composto si osserva tra le figure 
riacquistasse il suo vero nome. Egli ne parla pure con  intarsiate coi disegni dal Lotto nel coro di Santa Maria 
trasporto, descrivendolo nel suo volume di Studi critici, a Bergamo, e vedesi precisamente al lato sinistro del- 
dedicato alle Gallerie Borghese e Doria. (V. ediz. ita- l’entrata. Accanto al medesimo un cartello con lo scritto: 
liana della ditta Treves di Milano). Nosce te ipsum. 


14 GUSTAVO FRIZZONI 
carni di una bianchezza di alabastro. Un cartellino applicato nell'angolo a destra, per quanto 
impiastricciato, sembra aver contenuto il nome del maestro, che assolutamente non può 
essere altri che Lorenzo Lotto. ! 

Altamente rallegrato dalla mia scoperta, me ne venni via dal casino Rospigliosi, e 





Fia. 78. - RITRATTO D'UOMO 


(Nella Galleria Borghese. Fotografia Anderson) 


profittando del tempo e della circostanza, attraversai la piazza e m’inoltrai negli ambienti 
del Quirinale. 
Nella prima delle grandi sale da quadri il mio occhio si atfissò in una Sacra Famiglia 
sopra una porta, che di nuovo mi richiamava il Lotto. « Di chi è il quadro quassù, chiesi 
: al guardiano?» « È sempre passato per Correggio finora, soggiunse; ma essendo stato levato 


! Ottimamente riprodotto dall’Anderson, il nome del maestro vedesi ora chiaramente impresso sul cartellino. 


LORENZO LOTTO, PITTORE 15 





alcune settimane fa, vi si trovò scritto un nome ». « Sta bene, interruppi io, datemi una 
scala, se è possibile, che vorrei vedervelo io pure ». Venne la scala. ed io vi lessi: « Lau!» 
Lotus 1524 ». n o, 4 VETTA 

In mezzo al quadro sta seduta la Vergine in isfarzosa veste rossa, il Bambino ignudo 
in grembo. Questi porge a Santa Caterina una bella rosa rossa, verso la quale dessa stende 
la mano destra; la beata Vergine, con delicata movenza, muove un foglio nel libro aperto 
che viene tenuto da San Girolamo, vestito alla sua volta di un manto in color rosso lacca 
oscuro. Sopra quest’ultimo se ne sta San Giorgio, appoggiato alla sua lancia, munito di 
elmo abbondantemente piumato. Accanto a lui infine, in mezza luce, apparisce San Giovanni 
Battista, una graziosa testina sentimentale; dal lato opposto un Santo Vescovo, tutto rischia- 
rato con luci di riflesso, in atto di guardare in un libriccino che viene tenuto da Sant'An- 
tonio colla mano sinistra, mentre nella sua destra si vedono due poderosi campanelli. 

Anche il palazzo Colonna possiede un ritratto di Lorenzo Lotto, cioè l’etfigie di un prelato in 
veste rossa, seduto in un seggiolone, con un cagnolino bianco, seduto davanti sopra un tappeto. 

Altre cose si potrebbero trovare di questo maestro così produttivo, se si avesse a com- 
pletare il numero, ma basti per ora il fin qui detto. | 

Fra altre traccie del Lotto, che si potrebbero riscontrare nelle raccolte di Roma, vuol 
essere rammentato per lo meno un ritratto di un gentiluomo in mezza figura, nella Gal- 
leria del Campidoglio. Il merito di averlo riconosciuto per tale spetta questa volta ad un 
critico di casa nostra, che a buon dritto merita se ne evochi spesso la memoria, e che era 
parimenti un buon intendente ed amante della natura artistica del Lotto. S' intende il sul- 
lodato senatore Giov. Morelli. Nei noti suoi Studi di critica dell’arte, pubblicati sotto il pseu- 
donimo di Ivan Lermolieff, egli ne ragiona nel modo seguente: « Nella Pinacoteca Capitolina 
avvi un opera di Lorenzo Lotto, esposta bensì sott’altro nome. Rappresenta un giovane signore, 
grandezza al naturale, berretto e vesti nere; col gomito sinistro s’appoggia leggermente ad un 
tavolo, coperto di un tappeto grigio-bleu, tenendo fra le mani un moschetto. Questa effigie, 
che un dì vuol essere stata certamente splendida, disgraziatamente oggi non è più che una 
rovina. La movenza del corpo, anche in questo ritratto del Lotto, è resa nel suo modo par- 
ticolare tanto fine e sentito, il disegno delle mani è caratteristico pel maestro; l’arme da fuoco 
riccamente ornata è eseguita con grande amore. Il quadro, mirabile dictu, viene qualificato 
dal Catalogo quale ritratto di un monaco, e come opera di Giorgione ». 

Gli è all'iniziativa di questo critico che si deve essenzialmente la correzione adottata 
nelle Gallerie di Roma su quanto concerne il nostro pittore in genere. ! D'altronde, come 
già s'ebbe ad accennare, nessuno di questi dipinti fu eseguito in Roma probabilmente, ma 
vi dovettero essere importati. Quello di Galleria Borghese del 1508, tanto esaltato, ed a 
ragione, da tutti i conoscitori, può essere stato facilmente trasportato dalle Marche a Roma 
per mezzo di qualche Legato pontificio, e lo stesso dal più al meno si può arguire degli 
altri, tutti fatti dopo il soggiorno di Roma. Il ritratto d'uomo nella stessa Galleria viene 
dal Berenson giustamente classificato fra le opere dell’età matura, coincidente con altra sua 
dimora nelle Marche o a Venezia. I 

Il soggetto dei San Girolamo penitente che troviamo molto ambito a quei tempi fra le 
opere di soggetto religioso, fu dal Lotto trattato più volte. Infatti, oltre ai due esemplari 
già rammentati qui, quello cioè a dire del 1500 al Louvre e quello di Galleria Doria, tre 
altri possono essere enumerati, e sono: uno firmato e datato del 1515, già in possesso dello 
stesso Ottone Miindler, uno nella R. Galleria del Prado a Madrid (quivi tuttora dato a 
Tiziano), che dev'essere, come osserva il Berenson, una replica in grande di quello dei 
Doria, coll’aggiunta di un angelo in alto; finalmente un quinto che fa parte della pubblica 
raccolta di Hermannstadt in Transilvania (fig. 8%. Anche in quest’ ultimo, a giudicare dal 


! Il ritratto al Campidoglio, fra altro, sotto il n. 176, ora è registrato: « Un gentiluomo con balestra, di Lo- 
renzo Lotto ». 


16 GUSTAVO FRIZZONI 


movimento esagerato con cui vi è espresso l’atto di penitenza quale apparisce nella figura 
che ci sta davanti, !' deve appartenere all’età matura dell’autore. Pittoresco assai e studiato 


Fra. 88. - SAN GIROLAMO PENITENTE 


(Nella Galleria di Hermannstadt) 


sul vero ne’ suoi particolari vi si presenta ad ogni modo .l’ambiente del paesaggio con 


infiniti particolari. 


! L’esemplare fotografico devesi alla ditta libraria 
Ludwig Michaelis di Hermannstadt. Vedasi, in proposito 
di quest'altro interessante quadro, le riflessioni sugge- 
rite al prof. Teodoro Frimmel, di Vienna, esposte nel 


suo Catalogo ragionato della Galleria di Hermannstadt, 
facente parte di una serie di: Kleine Gualerie-Studien. 
Egli vi osserva, fra altro, che il quadro di che si tratta 
(senza alcun dubbio originale, dipinto sul legno, alto 


LORENZO LOTTO, PITTORE 17 

Per quel che concerne il ritratto dell’uomo malinconico e malaticcio di Galleria Doria, 
l’opinione che abbia a rappresentare il pittore è a ritenersi erronea, non foss’altro perchè 
deve appartenere ad un tempo della sua vita in cui egli era assai più avanti negli anni, 
di quel che fosse il soggetto ivi rappresentato, nell’età, come vi è segnato, di 37 anni. 

Bisognerà pertanto contentarsi a metterlo nel numero di tanti personaggi ignoti a 
‘noi, ma che al loro tempo, a giudicare dai volti vivi ed espressivi, avranno avuto, ciascuno 
a modo suo, qualche lato notevole e fornito ad ogni modo all’artista qualche speciale consi- 
derazione psicologica da svolgere. 

Appartengono indubbiamente all’epoca bergamasca del Lotto le due brillanti tele, l’una 
di soggetto allegorico, esposta tuttora nel casino Rospigliosi; l’altra, esprimente il mistica 
sposalizio di Santa Caterina, già nel Quirinale, datata del 1524. L’entusiasmo col quale 
vengono partitamente descritti dal critico alemanno è pienamente giustificato dalle qualità 
di originalità e di vita onde sono improntate. 

Dove si trovi ora la seconda di dette opere, che lo scrivente vide pure nel palazzo di 
Monte Cavallo, con grande soddisfazione, prima che vi s’insediasse il nuovo potere, è cosa 
generalmente ignorata; « nè vi sarebbe da meravigliarsi (soggiunge il Lermolieff col suo 
abituale pessimismo pur troppo non ingiustificato) che in grazia della suprema indifferenza 
in materia d’arte, quale regna in Italia tanto nelle sfere superiori, quanto nelle inferiori 
del regime costituzionale, anche questo quadro, in un modo o nell'altro, dovesse essere 
SCOMparso ». 


III. 


Mentre dunque dal fin qui detto s’ intende che è riescita vana qualsiasi ricerca di opere 
d’arte del nostro pittore, da ritenersi con sicurezza del tempo della sua dimora în Roma, 
merita eonsiderazione la circostanza, bene avvertita dal Berenson, che nelle opere poste- 
riori dell’artista si riscontrano molteplici indizi d’impressioni da lui direttamente ricevute 
alla presenza delle sublimi opere di Raffaello, eseguite sotto il pontificato di Giulio II. 

. Infatti, nel primo quadro datato che troviamo in Jesi, nelle Marche, rappresentante la 
Deposizione di N. S. nel sepolcro, dove si legge il nome dell’autore e il millesimo 1512, 
ben s'intende che egli aveva dovuto osservare in Vaticano le mirabili creazioni dell’ Urbi- 
nate. Certi angioletti posti in alto, attorno alla nube che contiene il monogramma di Cristo, 
nella centinatura della tavola di Jesi, eseguita per un altare della chiesa di San Floriano, 
e negli atteggiamenti e nel tondeggiare delle membra ricordano vivamente quelli tanto 
belli ed ispirati che si osservano nella parte alta del grande affresco della Disputa del 
SS. Sacramento nella camera della Segnatura. 

Intorno a quel tempo il Lotto deve essere stato una seconda volta a Recanati ed avervi 
eseguito alcune opere a fresco e in tavola, nelle quali fanno capolino del pari Je remini- 
scenze portate dal Vaticano, nel tempo stesso ch’egli conserva il carattere suo proprio, il 
suo modo d’intendere le forme e di esprimersi, con una enfasi che trabocca spesso in atti 
dimostrativi eccedenti la giusta misura, tanto insita invece al naturale ben equilibrato del 
divino maestro, col quale ebbe a trovarsi a contatto. Un piccolo San Giacomo pellegrino, 
avviato sul suo cammino, tavoletta alta non più di 20 centimetri e larga 14, di armonico 
e succoso colorito, gelosamente conservata dalla Confraternita omonima, una pala rappre- 
sentante la Trasfigurazione, e l’imagine di San Vincenzo Ferrer, eseguita a fresco sopra 


centim. 55, largo 43), potrebbe essere per avventura condo quanto ci comunicò recentemente per lettera il 
quello veduto dall’Anonimo (Mare. Ant. Michiel) in casa signor Berenson, si troverebbe nella Galleria del si- 
di Domenico del Cornello a Bergamo. gnor Cons. Weber ad Amburgo, quivi registrato sotto 

Un altro San Girolamo infine, di Lorenzo Lotto, se- il n. 33, come opera della scuola fiorentina del xvi secolo. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc, I-II. 3 


“— dle 


| came Rm ATE 





Fia. 98, - SAN VINCENZO FERRER IN SAN DOMENICO A RECANATI 
(Fotografia Anderson) 








= Ò ì 1a 
E PERE, ALT PIERRE, 
SVI aC pie tato ebe, - 
L° 5 sce MR f ila 
A Ro, TRL 


, 


LDANER Poma 


Aa 
SR 


i : » SATA 


VI LMLE 
iena. / d 
n, 





la o 


Fio. 10%. - PARTICOLARE DELLA DISPUTA DEL SACRAMENTO, DI RAFFAELLO 


20 GUSTAVO FRIZZONI 


—_———__++€ 


un altare della chiesa di San Domenico, sono altrettanti documenti grafici, nei quali il 


Berenson pel primo rilevò i non dubbi indizi di reminiscenze raffaellesche.! E chi non ne. 


ravviserebbe ora l’evidenza anche colla semplice scorta delle riproduzioni fotografiche del- 
l’Anderson, in ispecie nelle teste di cherubini che aleggiano nella parte alta della Trasfi- 
gurazione, e in talune teste delle sottoposte figure? Chi non converrebbe del pari, una volta 
che sia messo sull’avviso, come nel dipingere il San Vincenzo, che vedesi reso nell’unita 
figura 9°, dovesse balenare alla mente del suo autore una ispirazione raffaellesca, qual'è, 
per esempio, quella della pittoresca figura di un Santo che alza il braccio, come fosse per 
invocare la SS. Trinità, standosene accanto all’altare, nello stupendo affresco della camera 
della Segnatura? E in taluno degli angioletti che attorniano il Santo, per quanto ci mostrino 
in modo bene spiccato le forme del nudo nelle figure infantili, proprie del Lotto, tutt'altro 
che irreprensibili a dir vero, non trasparisce pure una ricerca della grazia, attinta alla 
nobile fonte già accennata? Si veda in proposito la figura dell’angioletto di Raffaello, posta 
a riscontro (fig. 10°). 

Valgano pertanto questi ed altri esempi, che agevolmente si potrebbero addurre, a 
dimostrare come anche un ingegno vivamente individuale, qual’era il Lotto, avesse l’animo 
accessibile e il pennello pronti a ritrarre impressioni memorabili e ad appropriarsene a 
modo suo. 

Una circostanza particolare che non si può trascurare nella biografia del nostro pittore si 
è quella della frequente variazione delle sue dimore. Infatti, nel 1513 egli si trova già lungi 
. dalle Marche, nè sappiamo per quale addentellato di circostanze chiamato a Bergamo. * 
Quivi esiste tuttora fra le carte dell’Amministrazione degli Orfanotrofi l’autografo della 
bozza di contratto fra il conte Alessandro Martinengo Colleoni e Lorenzo Lotto, col quale 
gli viene concessa l’esecuzione della pala dell’altare maggiore dei Santi Stefano e Domenico 
in detta città. Da questo scritto lacero, abborracciato e confuso (riportato da Pasino Loca- 
telli nel suo primo volume degl’ Illustri Bergamaschi)* si ricava che il committente era 
precisamente nipote, per via di figlia, del celebre condottiero Bartolomeo Colleoni, ed egli 
stesso qualificato per magnificus et splendidissimus miles et olim armorum ductor, che il 
padre del pittore, di nome Tomaso, già veniva noverato fra i defunti, come pure s’ intende 
dal contesto che l’opera doveva essere fatta con ogni perfezione e grandiosità. 

Il compimento della grande pala ebbe luogo solo tre anni più tardi, come apparisce 
dalla data 1516 impressa sul cartellino insieme col nome dell’autore. A motivo principale 
di tale indugio viene addotta dal Morelli la circostanza di una dimora a Venezia del pit- 
tore negli anni intermedi, in grazia della quale l’esecuzione del lavoro avrebbe dovuto essere 
condotta per le lunghe. 

Indagini ulteriori tuttavia c’' inducono a ritenere infondata siffatta congettura, essendo 
la medesima basata sopra fallaci indizi. Il Morelli infatti invoca quale primo argomento in 
appoggio alla sua tesi l’esistenza di certa tavola, nella quale sarebbe stato condotto dal pit- 
tore, in limitate proporzioni, un primo abbozzo in colori dell’opera importante commessagli 
dal Martinengo. Egli riteneva che il pittore se ne fosse occupato standosene in Venezia nel 
convento di San Giovanni e Paolo (dove più tardi certamente si trattenne, come vedremo) 


! La Trasfigurazione, a detta del Vasari, era mu- 
nita di tre quadretti che ne formavano la predella, con- 
tenenti fatti allusivi alla vita di Gesù. 

Uuw'altra storietta da predella, rappresentante l’As- 
sunta cogli Apostoli, che allo scrivente accadde di ri- 
conoscere parecchi anni or sono, quale opera del Lotto, 
sotto la denominazione generica di Scuola veneta nella 
Pinacoteca di Brera (n. 16 sala Oggioni), viene dal Be- 
renson giustamente collocata intorno allo stesso tempo. I 


pregi pittorici del pari che i difetti del disegno, propri 
dell'autore, vi sono chiaramente impressi. 

? Rammenteremo qui soltanto che consta come un 
Luigi Tasso da Bergamo, nel 1516, andò ad occupare 


la sede vescovile di Recanati. (V. Berenson, pag. 186).. 


* IMNustri Bergamaschi. Studi critico-biografici di Pa- 
sino LocateLLI. Bergamo, dalla tip. Pagnoncelli, 1867. 

4 Vedi: Ivax LermoLIEFF, Die Galerien zu Miinchen 
u. Dresden, pag. 68. 


LORENZO LOTTO, PITTORE 21 
deducendolo dalle parole abbreviate che vi si leggono sul cartellino e che sono precisamente 
del seguente tenore: LA VR. L. IN. IO. PA V. PIN., ch’egli interpretava come avessero a signi- 
ficare: Lorenzo Lotto dipinse in San Giovanni e Paolo; forse ricordandosi degl’indizi per 
cui risulta che il pittore ebbe relazioni di domestichezza coi frati di quella chiesa, sebbene 
in anni molto più inoltrati. Ora se è vero che qualclie volta sonnecchiasse anche Omero, 
noi crediamo lo stesso sia potuto accadere nel caso presente all’eminente nostro critico con 
una simile interpretazione. La così detta bozza del gran quadro, che dopo essere passata 
da Bergamo in Francia ora ha fatto ritorno a Bergamo, in casa del prof. Varisco in via 
Pignolo, a chi l’osservi oggi spassionatamente non potrà a meno di apparire come cosa di 
fattura grossolana e di torbido colorito, da doversi assegnare certamente a tempo posteriore 
e da considerarsi quindi come una copia oscura dall’ originale. Ciò posto l’esecutore della 
medesima, non intendendo ingannare alcuno, volle senza dubbio significare colle abbrevia- 
ture indicate il JLotto quale inventore del soggetto, sè stesso semplicemente per riproduttore 
del dipinto. (Lavr. L. invenit Io. Pan. Pinzit).' Questa versione non esitiamo a ritenere 
l'avrebbe addotta ora, se fosse sempre fra noi, il critico nominato, pronto qual’era a ripren- 
dersi e a correggersi quando si accorgeva degli errori commessi in anni anteriori, come nel 
caso concreto, dove ci consta trattarsi di una osservazione da lui fatta circa una quarantina 
d’anni fa. 

Sfatata così l’illusione della bozza, crediamo non si abbia ad insistere nel pensiero che 
il Lotto si fosse trasferito a Venezia in quegli anni, ma che l’importanza dell’ impegno 
preso col nobile condottiero bergamasco motivando meditazioni e studi preventivi parecchi, 
sia stata la causa principale dell’indugio, tanto più che si trattava, come apparisce dal testo 
del contratto relativo, di un’opera per la quale si erano presentati in concorso parecchi 
artisti. * 

Molto più ci piace riportare qui testualmente le considerazioni e le congetture espresse 
dal Morelli in un suo foglio inedito, concernenti le circostanze storiche che possono avere 
dato luogo ad un’opera così ricca e così complessa. 

«Il 18 di maggio del 1513, dopo lunga e per le provincie di Bergamo e Brescia disa- 
strosissima guerra, la Repubblica di Venezia e il Re cristianissimo di Francia vennero a 
trattato di pace e si concluse fra i due Governi perfino una lega. Il Doge veneto scrisse ai 
rettori delle provincie che la domenica seguente, cantata la messa solenne e fatta una 
solennissima processione, facessero pubblicare la pace e la lega conchiusa in Bles (?) tra la 
Maestà cristianissima di Lodovico XII e la Signoria di Venezia per mezzo del nobiluomo 
M. Andrea Gritti, procuratore di San Marco, essendo riserbato onorevolissimo luogo al pon- 
tefice sommo Leone X e fosse accompagnata questa solennità con suoni di campane e fuochi 
per tre giorni sì nella città che nel territorio. Questa pace però era certamente conosciuta 
già alcune settimane prima, ed è assai probabile che Alessandro Martinengo avesse stabilito 
di festeggiarla dal canto suo col dedicare alla chiesa de’ Domenicani in Bergamo una son- 
tuosa pala d’altare. Ne diede l’allogazione a L. Lotto ed il contratto ne fu stipulato già ai 
13 maggio, cioè 5 giorni prima che si sottoscrivesse il trattato di pace. In giugno, un 
mese dopo la pace conchiusa fra Venezia e Francia, dunque, entrarono gli Spagnuoli a nome 
dell’ Imperatore in Bergamo e portarono seco oltre la solita barbarie anche la peste, della 
quale pare morisse, uno fra i primi, il Ripadeneira, da sua Maestà cesarea posto a gover- 
natore di Bergamo ». 

Può darsi pertanto che gli avvenimenti accennati abbiano causato un ritardo nell’ese- 
cuzione della impresa artistica allogata al nostro pittore e ch’egli nel frattempo si fosse riti- 
rato in campagna ed avesse atteso all'esecuzione di altra opera che il Berenson ragionevol- 


! Si noti che nel quadro piccolo le lettere dell’iscri- relli riportato, dove l’ in apparirebbe quale preposizione. 
zione sono tutte maiuscole come le abbiamo date qui, * Vedasi l’autografo della bozza riprodotta da Pa- 
dopo osservato il dipinto, e non variate nel modo dal Mo- sino Locatelli in Ilustri Bergamaschi, vol. I, pag. 466. 


22 GUSTAVO FRIZZONI 


mente pone in questo giro di anni. Questa sarebbe l’ancona tuttora sussistente sopra un 
altare della chiesa parrocchiale di Alzano e nella quale è rappresentata la morte tragica di 
San Pietro Martire. 

È opera notevole. per certa impronta tutta sua propria, onde si direbbe appartenga ad 
un’epoca nella quale una trasformazione si andasse operando nell’animo del suo autore, nè 
sapremmo negare gl’indizi quivi di un suo contatto col celebre pittore bergamasco Palma 
il Vecchio. Certamente non vi sarà intelligente al giorno d’oggi disposto a sottoscrivere il 
giudizio strano e cervellotico che fa del Lotto e in ispecie di questo suo quadro uno scrittore 
tedesco di circa 60 anni fa, noto del resto per la sua coltura e pel suo spirito, e per lo 
passato citato spesso come giudice autorevole, il barone di Rumohr. Questi in un suo libric- 
cino, stampato nel 1832, nel quale volle raccogliere alla rinfusa le sue impressioni di viaggio, 
sì esprime nei termini seguenti: 

«Un pittore assai antipatico di questa scuola (bergamasca) è Lorenzo Lotto, tanto 
manierato, che non si comprende come mai siasi potuto pur tollerare dal 1510 al 1525 un 
tale messere senza lapidarlo. Io non so decidermi a ripetere qui .quel che a Bergamo notai 
sul conto suo. Si trovano colà nelle chiese alcuni quadri di lui, segnati, ma nessuno che 
raggiunga in merito quelli che si vedono nella Galleria di Berlino. Quel ch’è strano si è 
che a lui suole essere aggiudicato l’attraente quadro nella chiesa di Alzano, poco discosto 
da Bergamo, per salvare l’onore della patria. Intendo il quadro a sinistra sul secondo 
altare, dove San Pietro viene ucciso da duc Albigesi, mentre il suo compagno fugge. Vi 
è azione in quella pittura, la forma e la disposizione non sono cattive. Queste circostanze 
non che la pastosa esecuzione pittorica accennano alla vicina scuola dei della Piazza 
di Lodi. 

« L’intonazione del quadro ha patito in causa di ripuliture ; altrimenti il fatto sarebbe 
anche più strano ». (V. Drei Reisen nach Italien, 1832, pag. 320). 

Molte cose in vero vi sarebbero da osservare e da QOREREEOne a queste espettorazioni 
dell’erudito alemanno. 

Prima di tutto è cosa risaputa che i sentimenti di iii e di antipatia sono per 
loro natura essenzialmente soggettivi e tali quindi da non poter essere comandati. Nel caso 
concreto poi si vorrà ammettere che l'impressione sfavorevole del barone non basta a con- 
dannare un artista quale il Lotto, per quante possano essere le pecche di che si voglia incol- 
parlo. Che i Bergamaschi non fossero disposti a lapidarlo (inn 2u steinigen), è cosa vie più 
certa per chi sappia come egli sia stato stimato a Bergamo (almeno dopo la sua morte, 
secondo quanto suole accadere in genere co’ valentuomini) a segno da essere stato colà 
tenuto finora per loro concittadino. E per tale, come apparisce, lo tenne pure lo scrittore 
tedesco, al quale a vero dire si contrappone con molto giudizio il Morelli, che soleva ripe- . 
tere il Lotto già nelle manifestazioni delle sue opere rivelarsi di un naturale affatto diverso 
da quello dei veri Bergamaschi, i quali nella pittura in genere appariscono piuttosto tozzi, 
montanari, amanti delle tinte e degli accordi d’intonazione calda, laddove il Lotto è svelto 
nelle forme e nelle movenze, acuto ed argentino nelle luci de’ suoi dipinti, esuberante di 
vita e di spirito nelle sue figure, talvolta bensì fino all'eccesso. Che la Galleria di Berlino 
contenga parecchie opere pregevoli di lui non si vuol contestare, tuttavia sarebbe difficile 
assunto quello di sostenere che le grandi ancone delle chiese di Bergamo non siano supe- 
riori per importanza a quanto può offrire la raccolta berlinese. 

Quanto sia da consigliare in fine un prudente riserbo nel pronunciare i propri giudizi, 
per le stampe, massime da parte di stranieri non per anco bene acclimatati fuori di casa 
loro, lo dimostra l’infelice ispirazione di voler pensare alla scuola dei Piazza di Lodi a pro- 
posito del quadro di Alzano, la quale scuola non ha proprio nulla a che fare col Lotto, 
salvo che uno di quelli, Scipione da Lodi, trovandosi a Bergamo, possa avere in qualche 
cosa imitato il pittore veneziano, come apparirebbe infatti in certa sua pala situata sul- 
l’altare a sinistra nella chiesa di Santo Spirito a Bergamo. 


LORENZO LOTTO, PITTORE Du 28 


Tornando ora al quadro del San Pietro Martire di Alzano, giova notare che l’aspetto 
palmesco del medesimo si spiega anche col: fatto che, secondo una testimonianza locale 
bergamasca, ! la pala medesima riceveva il suo compimento in alto da altra tavola rappre- 
sentante l'Annunciazione, fino a tempi recenti sempre tenuta per opera del Lotto, mentre in 
realtà fu poi riconosciuta ad evidenza dalla critica quale pittura del Palma, verificandosi 
così l’asserzione del Vasari che i due artisti fossero compagni nel lavoro. Codesta tavola, 
venduta poi da quei mal pratici Reggenti, passò in mano di un signor G. B. Noli, e 
da quella famiglia in quella dei nobili Baglioni, i quali, alla loro volta, la vendettero ad 
un antiquario di Venezia. Come documento interessante i rapporti fra i due pittori, ci piace 
porgere al lettore l'unita figura 11° che, in proporzioni assai ridotte, ne dà un’idea appros- 
simativa. Non si può negare che il pittore vi arieggia il Lotto in quel non so che di pronto 
e di vivo onde si vedono animate le figure, quella dell’angelo in ispecie; ma se si bada 
alle forme, ai tipi, alle pieghe de’ panni, 
ben vi si scorgeranno elementi sufficienti 
per conchiudere essere opera del Palma 
veramente. 

Mentre nella tavola sottoposta invece 
è il Lotto quello che palmeggia, l’opera 
intera rimarrà segno eloquente dello 
scambio d’impressioni e di idee fra l’uno 
e l’altro. 

Un altro argomento per cui si era 
creduto dal Morelli dover ammettere la 
presenza del Lotto nel Veneto verso 
il 1515 egli lo dedusse dal trovarsi la 
data indicata appunto sopra un ritratto 
del medico Giovanni Agostino della Torre, di Bergamo, presunto professore all’ Università di 
Padova. Se non che dai registri della medesima non apparisce affatto il nome di Giovanni 
Agostino della Torre, * sì che si può ritenere che il di lui interessante ritratto fosse dal 
nostro pittore eseguito propriamente a Bergamo. Poichè il Morelli stesso in anni passati ne 
fu il possessore ed ebbe campo di esaminarlo e studiarlo a suo piacere, giova raccogliere 
qui gli elementi sparsi fra le sue note manoscritte, atti a procurarci ragguagli particolareg- 
giati intorno ad un’opera che, se non fosse eccessivamente rimaneggiata dai ristauri, sarebbe 
da noverare fra le più pregevoli lasciateci dall’ingegnoso autore. 

Il dipinto, che oltre all’etfigie del medico sunnominato comprende anche quella di 
Nicolò suo figlio ed erede,® dal Morelli pertanto viene descritto come segue: 

« Tela finissima, alta 4 palmi e mezzo e larga 3 e mezzo; rappresentante due uomini 
a mezza figura, grandezza naturale, l’uno di circa 65 anni (benanco 70), l’altro circa di 40; 
il primo è vestito di lunga veste color pavonazzo-grigio foderata di pelliccia, a maniche 
larghe e stretta sui fianchi da una cinta di pelle nera fregiata di borchie d’ottone. Quest’uomo,. 
che al pari dell’altro si vede di faccia, tiene nella sua destra un pannolino bianco con frangia 





Fia. 11%. - L’Annunciazione di Iacopo Palma il Vecchio 


già nella parrocchiale di Alzano 


1 Si tratterebbe di un manoscritto Carrara conser- 
vato a Bergamo, il quale ne fa cenno a pag. 24. 

? Dalla cortesia del prof. Enrico Catellani, di Pa- 
dova, che volle fare le opportune ricerche, apprendiamo 
che nel 1509 tutte le scuole, compresa quella di medi- 
cina, andarono chiuse a motivo della guerra. Il primo 
professore ordinario di medicina fu quindi nominato 
nel 1518. Nè prima, nè dopo trovasi indicato un Gio- 
vanni Agostino da Bergamo. Si trova invece fatta men- 
zione di un Corradino da Bergamo nel 1580. Anche dal- 


l'egregio signor G. Battista de Toni, possessore di un 
elenco dei Rettori dell’ Università di Padova, veniamo 
assicurati che non vi figura in alcun tempo un G. Ago- 
stino della Torre. o 

$ Così viene qualificato in un registro intitolato: 
Magistrale G, già appartenente al convento di Sant'A- 
gostino a Bergamo ed ora conservato nell'Archivio degli 
Orfanotrofi. (Cortese comunicazione del signor Giuseppe 
Ravelli, vicebibliotecario comunale di Bergamo). 


24 | GUSTAVO FRIZZONI 

sulla quale è dipinta naturalissimamente una mosca e in oltre un rotolo di carta sopra il 
quale sta scritto: .Medicorum Esculapio Joanni Augustino Bergomati. Colla sinistra sostiene 
appoggiato al braccio un librone legato in rosso, color quadrello e su cui leggesi: Galienus. 
All’indice di questa stessa mano sinistra egli porta un grosso anello d’oro con corniola. 
La faccia di quest'uomo, che sta ritto in piedi col braccio destro appoggiato ad un tavolino 
coperto di panno verde, è rossa e rubiconda, cogli occhi grandi e neri, coll’orlo rosso in- 
fiammato, col naso aquilino a punta alquanto storta, con bocca a labbra sottili e parimenti 
un pochino storta. ‘Egli porta in capo una herretta a quattro punte, nera. Dietro a lui vedesi 
un uomo più giovane con barba e mustacchi bruni, con labbra tumide, occhi grandi, color ca- 
stagno, capelli alquanto ricci, di color bruno, frammisti ad altri grigi. Questi ha veste nera 
con corpetto giallo chiaro e porta in capo un berrettone di seta nera. Pare a me che questa 
seconda figura sia stata aggiunta di poi al ritratto del più vecchio. Io l'argomento dal tro- 
varsi questo secondo ritratto un poco addossato all’altro e senza che fra l’una e l’altra figura 
scorra quell’aria che vi sarebbe certamente, qualora il Lotto avesse avuto l'intenzione in 
sul bel principio di collocare su questa tela i ritratti di tutti e due questi personaggi. In 
una parola il secondo ritratto rimane sacrificato. Sul tavolo a destra vedonsi due ricette, 
un calamaio di porcellana bianca spruzzato d’ inchiostro, un temperino, una pinzetta e quattro 
libri, l’uno sopra l’altro. Inoltre vedesi una lettera colla seguente soprascritta: Dio. Nicolao 
de la Turre nobili bergomensi amico sing" Bygomi.! Questa soprascritta fu interpretata da 
molti come indicante il nome del secondo personaggio, ed essendo Gio. Agostino pure della 
famiglia della Torre e celebre lettore di medicina all’ Università di Padova (?), così avvenne 
che questo quadro fu generalmente denominato % quadro dei due dottori ». 

Con questa denominazione infatti viene accennato nel già rammentato manoscritto Car- 
rara, dov'è detto che vi era un bellissimo ritratto di due medici, con libri, e sovra un panno 
bianco una mosca, în casa del signor Alessandro Torre a S. Cassiano. 

« Questo ritratto segnato inoltre: L. LOTVS P. 1515 (come si legge sopra la scranna 
a cui appoggiasi il braccio sinistro di Gio. Agostino), riprende poi il Morelli, trovavasi ancora 
nel 1812 nella famiglia della Torre in Bergamo, e già allora invece del berretto il personaggio 
più giovane aveva in capo un cappellone rotondo, correzione fattavi probabilmente in un 
restauro del Seicento. Nel 1812 fu acquistato dal conte Teodoro Lechi di Brescia. Nel 1847 
venne da quest’ultimo venduto per trecento napoleoni d’oro al conte Festetich, ungherese, 
stabilito a Vienna. Nel 1859 fu da me acquistato a Vienna al prezzo di centoventiquattro 
napoleoni d’oro; nel 1863 venne da me ceduto alla Galleria Nazionale di Londra per napo- 
leoni quattrocento. Quando io l’acquistai questa pittura trovavasi coperta di una vernice 
gialla che ne alterava tutto il colorito. Levata dal cav. Molteni, di Milano, quella vernice, 
trovossi la pittura alquanto danneggiata sia dal tempo, sia, in ispecie la figura di dietro, 
da improvvidi restauri e correzioni. In questo dipinto vedesi egregiamente il metodo di di- 
pingere osservato dal Lotto: nella carnagioni, p. es., il suo color locale era grigio nelle parti 
chiare e bruno nelle ombre, poi vi velava sopra ». 

Osserveremo da ultimo che Gio. Agostino fu sepolto in S. Agostino a Bergamo, essendo 
morto in età di 81 anni nel 1535, come si ricava dalla lapide mortuaria appostagli dal 


figlio Nicolò. 


(Continua) 
GUSTAVO FRIZZONI. 


! Ora questo scritto apparisce quasi del tutto cancellato. 








UN TRITTICO FIORENTINO DEL XIV SECOLO 7 


ASCRIVIBILE A BALDASSARE DEGLI EMBRIACHI 


RA i molti cimelî che adornano l’attraentissimo Museo 
del Bargello in Firenze, vi ha nella vetrina degli avoriî 
(n. 1798), al primo piano del palazzo, poco dopo la 
collezione Carrand, un trittico d’avorio delle dimen- 
sioni di 40 centimetri di larghezza su un’altezza di 60, 
di cui siamo lieti di poter qui dare una riproduzione 
fototipica (tav. I). 

Questo trittico, che ha la cuspide di mezzo adorna 
d’un fregio a larghi fogliami con pigna terminale e 
ai lati due statuette di profeti tenenti fra mani sacri 
filatterî, porta le ante laterali girevoli sì da poter ve- 
nire chiuso a foggia d’altarino portatile, ed è in ogni 
sua parte circondato da fascie e filettature a tarsia di 
legni bianchi e oscuri, con rombi intrecciantisi in alto 

ed una greca nel basamento. 

Si divide questo trittico, una volta aperto, in una fascia superiore in cui è ratfigurato, 
nello spazio trapezoide di mezzo ed in cinque pezzi longitudinali d’avorio, il Cristo crocifisso con 
ai piedi la Vergine Madre e l’apostolo prediletto San Giovanni, aventi ai lati soldati, giudei 
e sacerdoti del sinedrio, e, nei due spazi semitriangolari dei lati, ed in due pezzi cadauno, 
il soggetto di Cristo in abito di ortolano che appare alla Maddalena, prostrata a lui dinanzi 
sulla ‘sinistra di chi osserva, e l’altro soggetto analogo di Cristo che si mostra alle pie 
donne prone ai suoi ginocchi, sul fianco destro. 

Nella fascia inferiore, lo spazio rettangolare di mezzo offre in vista, nelle cinque piastrine 
longitudinali, leggermente convesse come sono tutte in genere quelle del trittico, la Vergine 

ritta in piedi tenendo abbracciato il divino Infante, che ha alla sua destra una Santa con 
libro fra mani che si rivela, dalla ruota del martirio posta a lei dietro, quale Santa Caterina 
d'Alessandria, e dopo di essa San Pietro con le chiavi nella destra mano ed un libro nel- 
l’altra, ed alla sua sinistra Santa Maria Maddalena col vaso degli unguenti, se non piuttosto 
Santa Marta coll’aspersorio in una mano e l’idria dell’acquasanta nell’altra, e a lei presso 
l’apostolo San Paolo con la spada levata in palo. | 

Nei due scompartimenti minori e parimenti rettangolari scorgiamo etfligiati a destra 
Santo Stefano, con la pietra sul capo, e San Lorenzo, senza però l’attributo della graticola, 
ed a sinistra San Maurizio, con la spada del guerriero, e Sant'Antonio, col tradizionale 
bastone su cui si appoggia. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II. fasc. I-II. 4 


26 DIEGO SANT'AMBROGIO 





In questa fascia inferiore, ciò che v’ha di notevole si è che sì la Vergine che le altre 
figurine di Santi che le stanno intorno, a destra ed a sinistra, hanno tutte al disopra una 
zona di pochi centimetri corrente in senso longitudinale, nella quale stanno scolpiti edificî 
diversi a guisa di torri e castelli susseguentisi, che non hanno, a dir vero, alcun riferi- 
mento colle sottostanti sculture. 

Il trittico è egregiamente conservato, e la speciale bianchezza del materiale in cui è 
foggiato e la forma convessa delle varie piastrine disposte in senso longitudinale rivelano 
esser esso, piuttostochè d’osso come parrebbe a tutta prima, di quell’avorio di grana com- 
patta e assai pregiato per lavori consimili che .viene fornito all'industria dai denti di 
ippopotamo. 

Ciò spiega la composizione del trittico in molti pezzi accuratamente “ ingegnosamente 
riuniti, tutti dal più al meno con lieve curvatura, inquantochè, essendo i denti d’ippopo- 
tamo “i all’interno, e non già pieni come quelli d’elefante, riesce impossibile il cavarne 
sezioni di certe dimensioni, e tutte in genere risentono, benchè in grado diverso, della cur- 
vatura dell’osso sì all’esterno che all’interno. 

Quanto alla tecnica del lavoro, si manifesta in modo indubbio di artista fiorentino della 
fine del XIV secolo, ed oltre al drappeggiar largo dei panni, vi si nota buona espressione 
nelle teste delle diverse figure. San Giovanni e la Vergine, ai piedi della croce, sono com- 
presi di vero e profondo dolore, e un grande sentimento di riverente trepidazione leggesi 
nel viso delle tre Marie prostese al suolo davanti al redivivo Redentore e nella Maddalena 
cul esso apparve sotto umili spoglie, soggetto frequentemente riprodotto nel xIv secolo ed 
immortalato dallo stesso Giotto nell’Arena di Padova. 

Caratteristici mostransi pure gli abbigliamenti dei giudei a’ piedi della croce, con certe 
barbute a punta acuminata e larghi scudi triangolari ricoprenti gran parte della persona, 
e più ne colpiscono, come affatto speciali ad un dato artista, le piante di pino ad ombrello 
con striature longitudinali che scorgonsi nella zona superiore delle due ante del trittico, e 
le piccole costruzioni scolpite in una lista orizzontale al disopra della Vergine e dei Santi 
diversi nella zona inferiore. 

Ora, tali singolarità artistiche sono, sulla fine del xIV secolo, proprie, si può dire asso- 
lutamente, di un artefice fiorentino che si rese celebre per un lavoro d’avorio fra i più 
grandiosi che si conoscano, quale è il trittico o pala dell’altare della Certosa di Pavia, e 
cioè di Baldassare degli Finbriachi o degli Ubriachi. 

Sormontava un giorno quel trittico l’altar maggiore del tempio, opera insigne di maestri 
campionesi, che tutto lascia presumere sia stato collocato dei Certosini fino dal 1396, e 
costituiva così l’altare iniziale stato consacrato dal duca Giovanni Galeazzo. 

Fu, infatti, veduto quel trittico sull’altar maggiore del tempio, posto originariamente 
nel capocroce, e così sotto la cupola, da Pasquier Le Moyne, il quale, venuto in Italia col 
re Francesco I di Francia l’anno 1515 dopo la battaglia di Melegnano, tramandò fino a 
noi alcune notizie su quel suo viaggio in Italia, e, parlando della Certosa di Pavia, così 
testualmente si espresse: et il y a ù lautel une table très magnifique à bien petits person- 
nages ; con la quale espressione viene evidentemente designata la pala d’altare a foggia di 
trittico d’avorio. E altrettanto confermò il viaggiatore tedesco Fichard nel 1536. 

Consta quel grandioso trittico (tav. II), dell'altezza di m. 2.60 per una larghezza mas- 
sima di m. 2.43, di una numerosa serie di quadretti (ben 66) con piccole figure accurata- 
mente scolpite in denti d’ippopotamo e 94 statuine distribuite nelle due torricciuole angolari 
e nel basamento. 

Nei 26 scomparti della parte di mezzo scorgiamo riprodotte le scene dei Re Magi secondo- 
le perdute leggende medioevali; nei 18 della fiancata destra le storie della vita, passione 
e morte del Redentore, e nei 18 della fiancata sinistra quelle della vita della Vergine secondo 
i vangeli apocrifi, sì che si accorda, sotto questo rispetto, egregiamente il trittico coll’altare 
di cui doveva essere il principale decoro, fortunatamente fino a noi pervenuto nella grangia 


a : DO UR) 
= \ ì Lo x » > 


| 
7, 


i 


"i 


») 


> , 


ta 


di 





Tav. I. - TABERNACOLO IN AVORIO CON LA CROCIFISSIONE, LA VERGINE E SANTI 


LI 


ASCRIVIBILE A BALDASSARE DEGLI EMBRIACHI 


(R. Museo nazionale in Firenze) 


28 DIEGO SANT'’AMBROGIO 





di Carpiano, e che si addimostra decorato di otto bassorilievi coi principali soggetti della 
vita della Vergine secondo i vangeli testè citati. ! di 

Tolto quel trittico dall’altar maggiore verso la metà del XVI secolo, allorchè costrussero 
i Certosini altro altare più suntuoso in fondo all’abside del tempio, e inviarono l’altare del 


- 


ASA Ro°) 
1° Rot 
Re 


3 44°] la 
7, » ; al 104 è 
SE 


"TA Rist ue ; 
Poet Sata 
Lied _ ul 

. 

p 


À toi AI ; 
apt” 40 all 
Kia 


i 
Arendt e x 


i bo 
I 


: 


È pei 
448 E TEC 
PRI : fo 
pai N X ti 
E ie 


sar 5 


l 


Ma € Si; 
| 


, 
“ 
[ib adini 


mx 
4 ER 

“ur 

i 


pa 


z Dl PI 
— Sd -— - - 


bi È 


lemmi Teen. 


_——_ 


aa 


-—— > — 


bj ve 


- 


—_—=- 


n 


——. ——————_ 


—————t 


uo 


—l $ 
CIISIIICI SISI INTI 1) 1} 7° 
rs: 
. b _ ” 
PIPSICI DI PIVILI SI PVI TIRI COSIMO TI) I —— 
” —a wr 


dA | 
Ie a Ba TÀ TR, Ri ALA LI 
- 


TYICXCTrLXILILILYLEXECLK 
FIGI IO IPRISI PIATTI 


Py 84 
[MAITAULAAAITO 


= 
AAT i 


Vai Lenin las Ven 


(Ra e) 


| PIO i ACEA 


dici 


sappre rota st n 


mm i 





Tav. II. - TRITTICO O PALA D'ALTARE DELLA CERTOSA DI PAVIA 


DI BALDASSARE DEGLI EMBRIACHI 


., 
sur -o0îue d è . dda <a - =... — — —— - =. n A - - -L 
è +» a è von ai 


XIV secolo alla loro chiesetta sussidiaria di Carpiano, veniva dappoi collocato nel locale della 
sagrostia vecchia, e giunse così fino a noi in perfetto stato di conservazione. 


settembre 1895. 

L'altare e i marmi di Carpiano — Nel Monitore tec- 
Illustrazione artistica con 12 eliotipie. Milano, Calzolari mico del 20 novembre 1895. 
e Ferrario, 1894. 


! Veggansi le Memorie al riguardo pubblicatesi: 
GRA CAR. Carpiano, Vigano Certosino e Selvanesco. 


Pel trittico, consultisi l'apposita Monografia stata 
L’altare di Carpiano — Le annotazioni del libro ma- pubblicata nel IV fascicolo dell'Archivio Storico Lom- 

stro delle spese della Certosa di Pavia e i caratteri bardo del 1895. 

stilistici delle sculture — Nel Politecnico dal giugno al 


UN TRITTICO FIORENTINO DEL XIV SECOLO 29 








Insieme al trittico, da ultimo, avevano i Certosini, sempre all’epoca della fondazione della 
Certosa nel 1396, fatto eseguire, dallo stesso artista Baldassare degli Embriachi, anche due 
arche o cofani, foggiati essi pure in denti d’ippopotamo, e che, dovendo manifestamente 
servire ad uso del duca e della duchessa in occasione delle eventuali loro comparizioni alla 
Certosa, risultavano adorni invece di sculture con soggetti profani, quali le scene dì Piramo 
e Tisbe, di Paride, di Ero e Leandro, e due storie cavalleresche di carattere alquanto licen- 
zioso, fra cui quella del Becco all’oca, riprodotta nel poema 1 Mambriano, di Francesco 
Cieco da Ferrara. | 

Anche i resti di tali cofani, disfatti già dai Certosini e adattati ad ornamenti di un 
gabinetto nel locale della Foresteria, benchè tolti alla Certosa da privato acquisitore nella 
soppressione dei Certosini sotto la Cisalpina ed il primo Napoleone, non andarono perduti, 
e trovansi ora.gelosamente custoditi in Milano, nella casa del nobile G. B. Cagnola, ivi 
disposti a decorazione di un gabinetto nel modo stesso con cui già stavano nella Foresteria 
del chiostro pavese. 

Quanto poi- alla sicura attribuzione al fiorentino Baldassare degli Embriachi, o degli 
Ubriachi, tanto di questo trittico, quanto dei due cofani di cui facemmo parola, risulta com- 
provata, oltrechè da tradizione di vecchia data, da un chiaro e preciso documento d'archivio, 
e cioè dall’annotazione che leggesi Del rendiconto della Certosa di Pavia del 18 marzo 1409, 
del seguente tenore: 

Item Domino Baldassari de Ymbriachis pro completa qucezione majestatum et coffa- | 
norun eburnei L. IIMXLIII.s.V.d. XII. 

Che se, qualche anno prima, vediamo fatta menzione di questo trittico e dei due cofani 
in un rogito del notaio pavese Bellisomo, e vi si accenna in quel documento ad un paga- 
mento per essi di 1000 fiorini d’oro a certo Francesco De Masis, va notato che questi altro 
non era che notaio in Firenze, e così un intermediario forse per la corresponsione di quei 
lavori, mentre il Baldassare degli Embriachi esercitava realmente l’arte della scultura in 
Firenze, cosicchè è a lui, e non al De Masis, come arguì L. Beltrami nella sua Guida della 
Certosa di Pavia, che spetta la paternità sì del trittico che dei due cofani. 

Usciva questo artista da nobilissima ed antica casata fiorentina, fra i più potenti ghi- 
bellini d’oltrarno, che avevano le loro case con torre là dove è oggi la via dei Bardi, e 
sembra si distinguesse in vita sua, oltrechè nell’arte della scultura, in studî ed incarichi 
diversi, tantochè lo si vede menzionato in altri documenti quale banchiere a Venezia ed 
agente politico colà di Gian Galeazzo Visconti, conte di Virtù, e fondatore della Certosa 
pavese. 

Che in ogni modo fosse il Baldassare degli Embriachi, o degli Ubriachi, artista scultore 
in Firenze, provò luminosamente Gaetano Milanesi nella sua prefazione ai tre Trattatelli sul- 
l’arte del xeno da lui pubblicati nella dispensa 41 della Scelta di curiosità letterarie inedite 
e rare dal secolo XIII al XVII, edita in Bologna da Gaetano Romagnoli (1864). 

Il terzo di quei trattati, del 1443, è per l’appunto di un Benedetto degli Ubriachi, e 
raccogliendo il dotto autore, valendosi del sussidio di speciali informazioni fornitegli dal 
signor cav. Luigi Passerini, quante notizie potè intorno a quella famiglia d’artisti fiorentini, 
avverte che il detto Benedetto fu figliuolo naturale di Baldassare di Simone d’Aliotto, legit- 
timato poscia dal padre suo nel 1389 per privilegio concessogli dalla Signoria. 

E aggiunge che il padre Baldassare esercitò l’arte della scultura, come si cava dalla 
portata al catasto (quartiere San Giovanni, gonfalone chiavi), fatta nel 1470 da Lorenzo 
d’Antonio di messer Manfredi degli Ubriachi, suo consorte, nella quale si ricorda la portata 
del 1427 che diceva in Ginevra di Baldassare degli Ubriachi, scultore, e nella sua madre, 

Appare bensì da alcune memorie che Baldassare dimorasse ed esercitasse l’arte sua in 
Venezia, dove il figlio Benedetto può avere appresa, per l’appunto, l’arte del vetro; ma ciò 
conferma le notizie emerse degli utfici diversi che ebbe colà Baldassare degli Ubriachi senza 
escludere per nulla che la sua principale arte fosse la scultura. 


30 DIEGO SANT'AMBROGIO 





Premesse brevemente queste notizie per meglio accertare l’attribuzione al fiorentino 
Baldassare degli Embriachi del grandioso trittico e dei due cofani ducali della Certosa pavese, 
ne conviene ora esporre come, per chi abbia appena superficialmente studiato l’opera di 
questo artista nei due cimelî testè citati, riesca senz'altro al detto artefice ascrivibile anche 
il trittico più sopra descritto del Museo del Bargello, per quanto sia esso nelle dimensioni 
sue e nella condotta del lavoro inferiore a quello della Certosa di Pavia. 

E, per vero, identica è in entrambi i trittici e così pure nei due cofani la lavorazione 
dell’avorio di denti d’ippopotamo, tanto nelle figure quanto negli accessorî del paesaggio 
e dei piccoli edifici di cui s'è fatto cenno nella zona inferiore. Vedansi al riguardo, per gli 
opportuni raffronti, la figura del Cristo in croce e quelle, in ispecial modo, degli apostoli 
Pietro e Paolo, riprodotti nell’egual modo nel trittico pavese. 

Quanto ai citati accessorî, ad un medesimo artista non può che attribuirsi l'espediente 
della piccola zona con casette ed edifici diversi nella parte inferiore del trittico del Bargello 
di cui si valse largamente il Baldassare degli Embriachi in gran parte dei sessantasei qua- 
dretti del trittico della Certosa. I pini ad ombrello con striature longitudinali, sono poi 
analoghi in tutto in entrambi i trittici, e così il modo con cui sono trattate le rupi e i 
particolari del paesaggio. 

Meno ricco ed elaborato di quello del trittico pavese è l’ornato a fogliami che corona la 
cuspide della parte centrale, ma eguale è il garbo con cui si svolgono le foglie d’acanto e 
. termina la cuspide in entrambi i trittici con una pigra ornamentale, e simile in entrambi 
è la greca ad intarsio del basamento. 

Solo, come già notammo, il trittico del Bargello è cosa di assai minore importanza 
artistica e in luogo di una vera e propria pala d'altare da rimanere costantemente aperta, 
e con tre cuspidi decorate di ben 66 quadretti, leggiadramente circondati da ‘cornici con 
colonnine a spirali sorreggenti un architrave con archetti trilobati, si appalesa il trittico 
fiorentino piuttosto come un altarino portatile composto d’una sola cuspide centrale con 
sportelli chiudibili ai lati, destinato a qualche piccola cappella o altarino di chiostro, e non 
già ad un grande altare chiesastico. | 

Ma, con tutto ciò, per quanto concerne la mano d'opera, e, più che altro, la composi- 
zione generale del lavoro e il modo con cui fu condotto a termine, si manifestano i due 
trittici testè citati come opera indubbia di un solo ed unico artista, nonostante che manchino 
o siensi obliterate nel trittico-del Bargello le dorature che rendono più ricco e pregiato il 
trittico della Certosa di Pavia, e questo artista altro non può essere che quel Baldassare 
degli Ubriachi, o degli Embriachi, che, come ci è noto dal documento più sopra citato, 
ebbe a foggiare di sua mano, dietro ordinazione ed a spese dei Certosini, il trittico pavese 
negli anni del 1396 al 1409. 

Ora, a queste conclusioni sembrava opporsi l'attribuzione fin qui data al trittico del 
Museo nazionale del Bargello, e che risulta inscritta anche a’ piedi della bella e nitida foto- 
grafia stata fatta di quel tabernacoletto d’avorio, d'essere cioè il medesimo opera di Andrea 
di Cione Orcagna del XIV secolo. 

L’egregio direttore del Museo del Bargello, sig. prof. Umberto Rossi, all’uopo interpel- 
lato, non mancò però, con sua lettera del 21 novembre ultimo scorso, di dichiarare egli 
stesso, che «quel trittico non è certo dell’Orcagna, il quale non consta abbia mai fatto 
lavori in avorio », e. aggiunge: « che basterebbe confrontare le figure del trittico con quelle 
del tabernacolo di Orsanmichele per comprendere che l’Orcagna non vi ebbe parte meno- 
mamente, e che il trittico è così lavoro di altro artefice, probabilmente fiorentino, del 
secolo XIV ». 

Tale artista, dai raffronti fatti, ci si appalesa, effettivamente, nativo di Firenze e del- 
l’epoca testè citata, in quel Baldassare degli Embriachi che tanta fama acquistò giustamente 
per la ricca e meravigliosa pala d’altare della Certosa di Firenze, ed è bene sia rivendicato 
al suo nome anche il più modesto trittico, di cui facemmo la descrizione, del Museo nazionale 


UN TRITTICO FIORENTINO DEL XIV SECOLO ; 31 














-— T —— € __ _—_ e - .- . PA) = il id ta 


del Bargello, benchè si riveli quell’opera, dai caratteri suoi artistici, come anteriore di 
tempo al trittico pavese, e di lavorazione meno complessa ed artificiosa. 

Solo, come il grandioso trittico pavese, anche questo trittico del Bargello non porta 
indicazione di sorta del nome dell'autore, ma poichè del primo di essi conosciamo, in modo 


alata alata ava a aa rana Va ava vavaTaY 


-_-—t— — — 


o 


MI 


A ZA IU LA Ma 


vil: 
: ì i” 
PIPPI III LI ILL VIPIAPLL a'a'a'a'atalna"a'aa”a” 


4 —————TT——_—__1_zy_ z1__É_____.- m_——————&É 
x 
fu Ò vee ”, ta 
È I > b, b 


( 
ii 
; a 
Î 
le 
[° 


lei ninni lla 
SMAANAIIAIIPLVLAVVIIVLAVIVPVAPA A 


ì . - - ° 
Î To 4% I) : 
in - 
” 
î] Ù I i» . 
" PT ” Lal. ‘ 
I e E - 
1] A 
T) 
| 
pe L_ Pa - 
\w ” î ° 
” °° “ 
ide 2 ing i © 
» n, 
È - , "o Li 
4 x f. 
L) } y 
|] 
e VA SENTI, ' 
8 ( i 
Di fi L, 
4 sà #4 ” n 
U si ìd 
. i Ti | 
td deli : 
dI] - | 
F n 
me _—— o ——6F_ 





TRITTICO DEL LOUVRE. 


indubbio, l'artefice, non è certo azzardato l’ascrivere ad esso anche il tabernacoletto del 
Bargello dal momento che risponde in tutto, per note caratteristiche di composizione e per la 
tecnica del lavoro, alla gran pala d’altare della Certosa di Pavia e ai resti sopravanzati dei 
due cofani ducali. 


32 | DIEGO SAN T'AMBROGIO 


—_ AE RZT — _— —___——_— _-_._______——_& 





aitooirt_ er r4@_it vi ci uti er nil i 





—— i e Ze =—r_,  — 


Che se, ad ogni modo, si amasse, per maggior scrupolo, aggiungere al criterio dei 
raffronti qualche dato più concreto, vè da porre in luce al riguardo una circostanza che 
ha certo per sè un gran valore dopo le constatazioni dei citati raffronti. Ed è la seguente: 

Fu Baldassare degli Embriachi, a quanto narra Gaetano Milanesi nella prefazione più 
sopra menzionata, munifico benefattore del convento di Santa Maria Novella, ed anzi concorse 
egli alla edificazione del suo secondo chiostro ed innalzò a sue spese la metà del noviziato, 
cosicchè essendo il D’ Embriachi insigne scultore, si presenta agevole il pensiero che qualche 
opera di sua mano abbia egli lasciato ad ornamento di quel chiostro domenicano. 

Or bene, dalle assunte informazioni ebbe a risultare, per l’appunto, che il trittico del 
Museo nazionale del Bargello, già erroneamente ascritto ad Andrea di Cione Orcagna, era, 
ab antiquo, nel convento di Santa Maria Novella, da dove fu rubato nel novembre 1862 per 
essere poi fortunatamente ricuperato nel 1867. 

E può bastare ad esuberanza tale singolare coincidenza a rassicurare anche i più cauti 
ad attribuire definitivamente a Baldassare degli Embriachi, e non già all’Orcagna, un’opera 
d’arte che, benchè di modeste proporzioni, acquista singolar pregio e valore dal raffronto 
e dalla correlazione evidente che ha col grandioso trittico della Certosa pavese, cimelio 
prezioso ed importantissimo, insieme ai due cofani, dell’arte fiorentina dell’ ultimo decennio 
del XIV secolo, e titolo di gloria imperituro per lo scultore Baldassare degli Embriachi. 

Di lui l’Italia nostra possiede il capolavoro suo nel grande trittico della Certosa pavese, 
cui venne recentemente ad aggiungersi, con molto fondamento, l’altro trittico minore del 
Musco del Bargello, testè descritto, ma ulteriori indagini e studi di raffronto estenderanno 
certo il campo d’azione di questo valente artista della fine del secolo XIV, e già possiamo 
arguire siano ad esso per l’appunto ascrivibili due opere d’arte analoghe di qualche impor- 
tanza che si rinvengono nel R. Museo di Berlino e in quello del Louvre a Parigi. 

Ora, il trittico berlinese, acquistato per conto di quel Museo a Bruxelles l’anno 1857, 
già viene designato come opera evidente di maestro italiano del xIV secolo nel Catalogo 
figurato (Bildwerke der Kristlichen Epoche) che pubblicarono recentemente di quel Museo 
W. Bode e Hugo von Tschudi. 

Sotto il n. 548 a pag. 143 di detto Catalogo il trittico vi è brevemente dedita e 
ratligura esso: nella parte centrale superiore, la Crocifissione nel modo press’a poco identico 
del trittico del Bargello; nei due spazi triangolari dei lati, l'Annunciazione a sinistra e 
l’ingresso di Gesù in Gerusalemme a destra; nella parte inferiore poi vediamo la Vergine 
fra San Giacomo Maggiore e San Giovanni da un lato e gli apostoli Pietro e Paolo dall’altro, 
nello scomparto di mezzo, e i santi Francesco e Bartolomeo, e Stefano ed Antonio negli 
scomparti di destra e di sinistra. 

Quanto al trittico più importante e grandioso del Louvre, esso fu sempre considerato 
come opera italiana che si collega sotto molti rispetti a quello della Certosa di Pavia,'! 
cosicchè riesce facile pronunciare il nome dell’autore suo in Baldassare degli Embriachi. 

Offre esso in vista nello scomparto di mezzo le principali scene della vita, passione e 
morte del Redentore, e nei due scomparti laterali scene diverse della vita di San Giovanni 
Battista e di San Giovanni Evangelista. Fu questo prezioso lavoro ordinato dapprima, € 
donato poscia all'Abbazia di Poissy nel xv secolo, dal Duca di Berry, che fu il più insigne 
dei mecenati e amatori d’arti francesi del periodo che precedette il Rinascimento. 

Tanto per esso quanto pel trittico berlinese, le caratteristiche del lavoro dell’avorio e 
dei contrassegni speciali al fiorentino Baldassare degli Embriachi vi si manifestano eviden- 
tissime, cosicchè ad esso per l’appunto vanno ascritte anche entrambe tali opere d’arte, come 
puossi vedere pel trittico del Louvre dall’unita riproduzione di una fotografia all'uopo cor- 
tesemente inviataci dal chiarissimo signor Eugenio Miintz. 

DIEGO SANT'AMBROGIO. 


! Veggasi lo studio di H. pe Cnampeavx nella Gazette des Beaur Arts, 1888, vol. II, pag. 409. 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA 
NEI BASSI TEMPI 


UE punti culminanti ebbe l’arte in Roma: uno nei tempi 
antichi sotto Augusto, l’altro nei tempi moderni sotto 
Leone X, entrambi preceduti da lunga preparazione 
e seguìti da lenta decadenza. Tuttavia, addentrandosi 
nella storia dell’ arte romana, un fatto assai strano ap- 
parisce, di cui lo studioso non può subito rendersi 
conto; ed è quel profondo distacco che separa l’arte 
antica dalla moderna, e fa sì che il risorgimento di 
questa apparisca molti secoli dopo il tramontare del- ‘ 
l’altra, quasichè in quel lungo spazio di tempo ogni 
vitalità si fosse spenta in Roma, ciò che è smentito 
dalle vicende storiche, dai fatti occorsi e dai monu- 
menti superstiti. - 

E dove vive un popolo che ha sentimento arti- 

stico, l’arte non muore, nè può scomparire; essa si 

modifica, si trasforma, si adatta al gusto delle nuove generazioni di cui rimane viva e 

perenne manifestazione; si corrompe, s’ imbarbarisce, ma scomparire affatto non può, ed i 

grandiosi mosaici delle basiliche cristiane e qualche raro affresco ci rappresentano infatti la 

storia della pittura romana nei bassi tempi; ma la scultura, € massime Ja scultura orna. 
mentale, ci è ignota. Perchè? 

Eppure non mancano edifizi di quest'epoca; si può anzi asserire che Roma ne è ricca, 
perchè grande fu l’attività spiegata dai pontefici dell’età di mezzo (massime se romani), 
nell’erigere, ampliare o restaurare edifici sacri. Ma secoli di tenebre e di barbarie si fram- 
mettono fra l’arte antica e la moderna, ed impediscono di scorgere quella lenta trasforma- 
zione che dovette operarsi nei secoli di decadenza allo sfasciarsi degli ordinamenti civili, 
quando uno dopo l’altro scomparivano i mitì del paganesimo, cedendo il posto ai simboli 
cristiani; quando alla forza materiale (così brutalmente espressa nel mosaico dei gladiatori) 
si sostituisce quella morale che gl’ingenui pittori delle catacombe si sforzano di esprimere; 
quando ai godimenti epicurei succede il più severo ascetismo, alla spensieratezza pagana 
le paurose profezie del millennio che annunziavano prossima e sicura la fine del mondo. 

Tutto quel rimescolio di elementi vecchi e nuovi che si agitavano nella putredine del- 
l’antica civiltà corrotta e morente, che si raggruppavano e prendevano nuove forme arti- 
stiche per risorgere a vita nuova, prima ancora che l’alba del rinascimento spuntasse 
all'orizzonte; tutto quel movimento artistico che si produsse in questo centro della civiltà 
e del cristianesimo nei bassi tempi, è ignoto. 

E non si tratta di poco, badate bene: dieci secoli correvano fra fi tramonto dell’arte 
antica ed il risorgere della moderna; e se gli studi del sommo dei moderni archeologi, che 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. I-II. 5 





34 FERDINANDO MAZZANTI 


la morte da poco tempo ci ha rapito, diradarono le nebbie che avvolgevano l’arte cristiana 
dei primi secoli; se gli studi del Promis, del Boito e d’altri insigni apportarono viva luce 
sulle opere dei marmorari romani dei secoli XII e XIII, è forza riconoscere però che una 
lacuna ben grande esiste ancora. 

Donde proviene ciò? Dalla mancanza d’opere d’arte di quei tempi, oppure dalla defi- 
cienza di studi e ricerche intorno ad esse? Quale ne sia la causa lo vedremo più innanzi: 





Soffitto classico Soffitto del 1x secolo 
poi parapetto in Sant'Agnese fuori le mura in Santa Maria in Trastevere 


mi sia lecito far notare intanto che i lavori dei sopracitati marmorari, dopo gli accurati 
studi eseguiti, non vanno più confusi coi bisantini lavori, ma si distinguono per i nomi 
di quegli artisti che firmando magister romanus fecit, diedero a conoscere l’origine locale 
dell’arte loro ed il pregio in cui essi erano tenuti. 

Il chiostro di San Paolo di Pietro marmoraro, quello di San Giovanni in Laterano del 
Vassalletto, il coro di San Lorenzo fuori le mura, le tombe dei Savelli all’Aracoeli, la fac- 
ciata del duomo di Civita Castellana, e cento altri capolavori dei Cosmati, ci offrono splendidi 
esempi di quell’arte gentile che tanta grazia di classiche forme rivela, e pur tanto differisce 
dall’arte antica. 

Si distinguono i citati lavori per eleganza di forma e finezza di ornati scolpiti con poco 
rilievo e minutamente intagliati quasi alla maniera bisantina; vanno adorni di grandi tondi 
di porfido o di granito e fasce di mosaico a piccoli pezzi triangolari, quadrangolari od esa- 
gonali di porfido verde e rosso e di giallo antico, riuniti in ingegnose combinazioni geome- 
triche; nelle parti verticali i mosaici sono assai più minuti, e composti quasi sempre con 
smalti colorati e cubetti di vetro dorato. 

La ben calcolata combinazione dei colori robusti ma di tono basso, ed il luccichio degli 
smalti in contrasto con la trasparenza dei vecchi marmi della tinta di avorio, dànno un 
gran brio a codesti lavori ed un’impronta tutta loro speciale che li distingue da quelli 
prodotti in altre regioni. 

La scuola dei marmorari romani fa da sè; essa ha le sue forme architettoniche, i suoi 
motivi ornamentali, i suoi metodi, la sua tecnica e perfino i suoi marmi prediletti! L’arte 
ogivale appena appena la sfiora: ad altra arte più robusta e potente essa tien fiso lo sguardo, 
altro sangue più nobile essa sente scorrere nelle sue vene! | 

Noi conosciamo i nomi di quegli artisti che per due secoli si trasmisero le tradizioni 
e la pratica dell’arte, ma non sappiamo dove ebbe origine la loro scuola, nè sappiamo chi 
furono i loro maestri. 

Forse frugando nei vecchi edifizi anteriori ai Cosmati, si troverebbero gli indizi di 
un’arte locale che precedette quella dei summentovati artisti; ma tali ricerche, lunghe ce 
pazienti negli altri centri artistici, sono in Roma così difficoltose da scoraggiare gl’ ingegni 
più forti e le volontà più tenaci. 

Imperocchè gli ‘edifizi romani dei bassi tempi non presentano mai quei caratteri spiccati 
che hanno per solito i monumenti ideati e costruiti di getto in una data epoca, con mate- 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 35 





riali grezzi di cava le cui singole parti, lavorate contemporaneamente, recano tutte l'impronta 
ben definita di un determinato stile; essi sono, nella generalità dei casi, edifizi fabbricati 
con materiali provenienti da altri più antichi monumenti, che 
ti presentano un’accozzaglia di basi, colonne, capitelli, stipiti, 
fregi, ecc., di differenti epoche e stile, di diverso ordine, di varia 
misura. 

Questo genere di costruzione, con parola assai appropriata, 
fu detta architettura frammentaria, cioè formata con frammenti 
architettonici preesistenti. (Nè tal gusto, che ad alcuni potrà sem- 
brare barbaro, è cessato ancora del tutto oggigiorno, come lo pro- 
vano il monumento Rosa al Verano ed il piedistallo della statua 
di Cola di Rienzo a' piedi del Campidoglio, con antichi fram- 
menti composti, ed altro bellissimo monumento sepolcrale che il 
pittore Attilio Simonetti sta ultimando nel suo studio). 

I costruttori romani di quell'epoca non avevan bisogno di 
far venire da lontane regioni pietre e marmi da scolpire, perchè 
dentro la città stessa i ruderi dell’epoca imperiale presentavano 


n —__ —— 









. 
DI ro 
L' Udo 
x » ‘ 
% DI 
uu b” Nun 
tia * ‘ Pec e 
mag 

Mei cc. Sipio > Lele ip 


n= — —- 
"a ’ 


 , —— 


TIZIA 


iTiT.TiTIR nuvi VAT Ti bi ditta CAPA TiZaTa Tad Ta adi dalai 


IALALALA PATATA ATALA PA! ATA! A'A'ATA!A7A!\A'A'AUUA'A'NALA'ALAM 


cumuli enormi di materiali utilizzabili. Con poca fatica e presso 3 

il luogo dove si voleva innalzare il nuovo fabbricato (qualche ({î 
volta sul sito stesso) si aprivano cave maravigliose, da dovei marmi È 
uscivan fuori già lavorati, le colonne tornite e lucide, i capitelli bi 
ed i fregi stupendamente intagliati, le lastre di marmo levigate, BHi 


i mattoni già cotti, le tegole ed i canali pronti per essere ricol- 
locati sulla copertura degli edifizi; in tanta copia di materiali non 
v'era che l'imbarazzo della scelta e la ditficoltà di adattare cose di 
diverso ordine e misura in uno stesso edificio; ma su questo punto Decorazione classica a fascie in- 
gli artisti si mostrarono di molto facile contentatura e non bada- irecciate nei sepolcri della via 
vano tanto pel sottile, impiegando nello stesso intercolonnio co- 

lonne di marmi diversi liscie o scanalate e non sempre di eguale diametro, sormontate 
da capitelli d’ogni sorta. 

Data questa condizione di cose, è facile comprendere come nessuna impronta dovevan 
lasciare quei costruttori nelle parti 0r- 
ganiche dei loro edifizi, perchè tutte 
formate con materiale raccogliticcio; ma 
allorquando, completato il fabbricato 
nella parte costruttiva, si poneva mano 
alle opere decorative e di finimento (che 
dovevano di necessità crearsi sul posto), 
allora la perizia, l ingegno, la valentia 
degli artisti ebbe largo campo da eserci- 
tarsi, ed allora soltanto appariva lo stile 
proprio dell’epoca a dare l'intonazione 
a tutto l’edificio, che assurgeva così a 
monumento d’arte. 

Pavimenti, altari, cibori, recinti mar- 
morei, sepolcri, decorazioni murali, la- 
cunari di soffitti, chiusure di porte e 
finestre, pitture, mosaici, ecc., queste fu- 
rono le opere in cui gli artisti dei bassi tempi dettero prova della loro maestria. 

Ma accadde in seguito che per la smania di rinnovare la decorazione dei vecchi edifizi, 
o per la necessità di urgenti riparazioni; 0, peggio ancora, per la totale riedificazione degli 


Fon 





Pavimento a fascie intrecciate del sec. xi in San Clemente 


36 FERDINANDO MAZZANTI 
edifici stessi, la distruzione di tali cose si operasse man mano; ed oggi, se si eccettuano i 
grandi mosaici istoriati delle basiliche, qualche raro vestigio di affresco, le porte intagliate 
di Santa Sabina ed i recinti marmorei di San Clemente, si può affermare che tutto fu 
distrutto. Ho potuto accertarmi come l’opera di distruzione incominci fin dal tempo dei 
Cosmati nel secolo XII, ed essa segua spietata per tutto il Rinascimento, nè qui” si jferma 
ancora: sopravvengono gli artisti barocchi, e quanto rimane è barbaramente scalpellato o 
ricoperto con goffe decorazioni in istucco. Si cercava, come dice il Vasari, dî fare scomparire 
qualsiasi traccia di vecchiume; ed ecco perchè le tenebre più fitte avvolgono ancora tanti 
secoli d’arte, e ben poco si conosce di quanto il genio latino produsse nell’età di mezzo. 


* 
* * 


Ma se tutto fu distrutto, non tutto scomparve: qualche frammento qua e là si ritrova 
pei cortili, pei pavimenti, per gli angoli delle vecchie chiese, o torna in luce in occasione 
di qualche restauro o di qualche scavo. 

Uno studio molto interessante sull’architettura in Italia dal vi al X secolo, pubblicato 
dal prof. Raffaele Cataneo, ha illustrato parecchie di tali sculture ornamentali, e quantunque 
fatto con molta fretta, esso è commendevole 
per il metodo che viene ivi indicato per intra- 
prendere tali studi; metodo sperimentale basato 
; 3 sopra i dati forniti dai monumenti stessi ; unica 

—X% guida sicura che di rado fallisce. 

(os oi Rovistando nei vecchi edifizi di Roma e 
internandomi nei loro più remoti recessi, sa- 
lendo sulle polverose soffitte, o discendendo 
negli oscuri ed umidi sotterranei, cercando 
sempre con ardore infaticabile quegli avanzi 
dispersi e dimenticati, ho potuto radunare un 
materiale copioso col quale si può ricostruire la storia dell’arte ornamentale romana nei 
bassi tempi e seguirne passo passo il successivo suo svolgimento. 

In queste ricerche un fatto importante mi ha colpito, ed è questo: che le pietre di un 
edifizio che non sia stato mai abbandonato, rimangono sempre sul luogo, per quante trasfor- 
mazioni o ricostruzioni questo abbia subite. 

Dalla villa patrizia la lapide pagana discende nella sottoposta catacomba, e sul rovescio 
di essa s’incide l'iscrizione cristiana: passano i secoli, la casa è distrutta, la catacomba 
spogliata dalle ossa dei santi, e sopra di essa s’innalza una modesta chiesuola: nel pavi- 
mento di questa, tra le fascie di marmo, si ritrova ancora quella lapide. Così la colonna 
, del peristilio diventa successivamente sostegno del baldacchino, cereo pasquale e piede 

dell’acquasantiera. Il paliotto d’altare diventa predella, poi scalino, poi soglia di porta nello 
stesso edificio, e via di seguito. 

Ma ciò si spiega col fatto che il territorio romano è privo di cave naturali di marmo; 
le pietre che in esso si trovano sono d’infima qualità e non adatte per lavori delicati, e 
che richiedono una certa finitezza: a forza di estrarre marmi dai cumuli delle rovine pagane 
e dai ruderi dei vecchi edifizi, la materia venne un giorno a mancare, quelle cave artificiali 
si trovarono esauste; come fare? L’ ingegno degli artisti romani non si sgomenta; se manca 
la materia prima e se mancano i mezzi per procurarsela, si utilizzano i marmi dei loculi delle 
catacombe, i rivestimenti marmorei delle vecchie basiliche, i plutei dei bassi tempi, e la 
stessa materia prende nuove forme, nuovi ornamenti, nuova impronta di stile. 

Tenendo conto di questo fatto si può dunque asserire che molto di quanto si credeva 
perduto esiste ancora, ma rimane celato; e se si potessero voltare i vecchi marmi rilavorati 
in epoca a noi più vicina, un numero incredibile di opere d’arte, sconosciute a tutti, tor- 





Pluteo del sec. v utilizzato per tomba medioevale 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 37 
nerebbero in luce. Io stesso ebbi a farne più-volte esperimento in San Cosimato, in Santo Ste- 
fano del Cacco ed in Santa Sabina, dai. quali monumenti esumai lavori importanti di cui 
terrò parola in appresso, che accrebbero il patrimonio artistico della città nostra; e colgo 
l’occasione per ringraziare S. E. il ministro della pubblica istruzione, prof. Guido Baccelli, 
la Direzione dei monumenti e tutte le persone cortesi che mi furono larghe di aiuti, di con- 
sigli, di suggerimenti e di indicazioni preziose. 


ea 

Raccolto tutto il materiale esistente, era necessario completarlo nelle parti frammentate (per 
quanto era possibile di fare con sufficiente esattezza) seguendo lo scomparto geometrico od 
il motivo ornamentale scolpitovi, ricostruendo così dal frammento l’oggetto nella sua forma 
primitiva; studio lungo e minuzioso, ma pieno di gradite sorprese, le quali compensarono 
ad usura la fatica impiegatavi. Non rimaneva quindi altro da fare che classificare per ordine 
cronologico tutti i vari pezzi, tenendo sempre raggruppati quelli di una medesima prove- 
nienza. Ma, pur troppo, in questa vasta congerie di frammenti pochissimi sono quelli che 
hanno iscrizioni che possano precisarne la data; e quindi riusciva assai difficile, come si 
può comprendere, stabilirne con esattezza la classificazione. 

Ed ecco come mi regolai: 

Incominciando da quelli muniti d’iscrizioni (e che venti non ammettono dubbio alcuno 
intorno all’epoca cui appartengono), ne formai un primo elenco che qui riporto per 
chiarezza: i 


Secolo | Oggetto Data 
IV Rostri nell'arco trionfale . . . . . +. . Costantino (332) 
V Porta in bronzo nel Battisterio di San Giosanni . . . Ilario (461-67) 
VI Frammenti d’altare in San Clemente . . . . . . . Ormisda (514-23) 
» Schola Cantorum di San Clemente . . . . . . . . Giovanni II (5832-35) 
» Ponte di Narsete . . . . . ..... . . . . Narsete (563) 
VII he €06 d'a © Lw 
VII Frammenti. isolani in iena Maria. in Cosmedin . +. Adriano I (772-95) 
» Archetto . . . è +00... + 0. + + + Leone III (795-16) 
1X Cappella di San Zenoni: 2000 + + Pasquale I (817-24) 
» Frammenti in Santa Sabina . . . .- + +. Eugenio II (824-27) 
» Frammenti in Santa Maria di Castel Sant'Elia . + + Gregorio IV (827-44) 
» Arco cuspidato nel Chiostro Lateranense. . . . . . Leone IV (847-55) 
» Frammento della Badia delle tre Fontane . . ... . Nicolò I (858-67) 

X Margella di pozzo, San Giovanni a Porta Latina . . . Epigrafia del secolo x 
XI. Traforo di finestra in San Lorenzo fuori le mura. . . Giovanni XIX (1003-09) 
» Frammento d’archetto a Villa Borghese . . . . . . Epigrafia del secolo xr 

» Porta in Santa Maria in Cosmedin . . . . . . . . Epigrafia fine secolo xr. 


Sulla guida di questi capisaldi formai un secondo elenco di quegli oggetti che per il 
luogo dì origine bene accertato, per le memorie storiche del monumento in cui furono 
rinvenuti, per lo stile, per la tecnica della scultura e, sopratutto, per l'identità dei motivi 
ornamentali, potevo con sicurezza raggrupparli attorno ad uno dei surriferiti. Così, a mo’ di 
esempio, esistono nella basilica di Santo Stefano, sulla via Latina, frammenti di rozze 
sculture ornamentali con nodi assai simili a quelli dell’arco di Leone III; a questo pontefice 
devesi la ricostruzione e l'ampliamento di quell’edificio, è probabile quindi che i frammenti 
ivi esistenti siano proprio di quell'epoca, non potendo essi appartenere ad epoca più tarda, 
perchè troppo rozzi e scorretti, nè ad epoca anteriore per la diversità dello stile. 

Venne poi una terza serie di frammenti i quali, sia per il luogo di origine accertato 
che ne indicava l’epoca, sia per i caratteri non più identici ai precedenti, ma alquanto 


38 FERDINANDO MAZZANTI 


dissimili da quelli, dovevan intercalarsi fra gli uni e gli altri, formando alla lor volta nuovi 
capisaldi intermedi, accrescendo la serie cronologica. 

Rimasero per ultimo quelli d’ignota provenienza od appartenenti ad edifizi di cui non 
si hanno memorie certe, o stanno depositati nei musei senza alcuna indicazione; ma per 
questi il confronto coi molti già classificati fu sutficiente ad indicare il posto che loro 
competeva, completando così la classificazione progettata. 

Riguardo ai frammenti trovati in un edifizio o attorno ad esso, tenni conto non solo 
dei caratteri artistici, ma delle dimensioni in superficie ed in grossezza, della natura delle 
sagome e d’ogni altro indizio che valesse a farli raggruppare quali avanzi di un tutto 
scomposto nelle singole parti disperse poi; cosa questa della massima importanza per lo 
studio delle ricomposizioni, non sempre osservata dal Fleury, dal Cattaneo e da altri. 

Gli oggetti di provenienza certa e di epoca presunta sono numerosissimi, e per non 
stancare la pazienza del lettore darò un elenco in fine degli edifici ove ebbi a rinvenirne. 
Con questo metodo fu possibile, come si può comprendere, classificare un numero grandis- 
simo di sculture.con sutficiente esattezza. 

Ho spiegato il metodo da me adottato per la classificazione, mi fu facilitato il compito 
per mezzo di spolveri eseguiti sugli originali, con i quali ebbi non solo il disegno dell’og- 
getto, ma anche la sua dimensione precisa, e come questi furono raggruppati nell’ordine 
cronologico sopradescritto apparvero immediatamente i caratteri diversi di stile che un 
secolo dall'altro distinguono. Si vide chiaro 'il passaggio dall’ arte classica alla cristiana 
nel IV e v secolo, il declinare di essa nel VII secolo e quindi il nuovo stile ricco e scor- 
retto della fine del secolo VIII sorgere a miglior forma e disegno nel secolo IX, per decadere 
nel x e risorgere nel secolo seguente con maggiore slancio, schiudendo la via ai marmorei 
romani del secolo XII. 

Non ho ancora spigolato dappertutto e la messe è stata abbondantissima, maggiore 
assai di quanto io stesso avrei potuto sperare, e l'elenco di edifizi che si riporta in 
fine, pei quali esistono in numero più o men grande di questi frammenti, può darne 
un’ idea. 

Ma ciò che più mi ha meravigliato in queste ricerche si è il grande sperpero fatto di 
sculture ornamentali che, se non altro, per la storia dell’arte meritavano di essere conservate; 
par che un odio feroce le abbia perseguitate di generazione in generazione, sino a farne 
scomparire ogni traccia visibile, così da far credere che l’arte per vari secoli nulla più 
avesse prodotto in Roma. Per citare un esempio, dirò dell’ iconostasis di Adriano I rinvenuta 
in Santa Maria in Cosmedin. Avendo il Ministero della pubblica istruzione atfidato all’ 4s- 
sociazione artistica fra î cultori di architettura in Roma lo studio del restauro di questo 
edifizio importante, l’Associazione a cui mi onoro di appartenere, prima d’intraprendere a 
caso un progetto di restauro, volle studiare minutamente tutto l'organismo e le singole 
parti del monumento e dei vari edifizi di differenti epoche che si trovano in esso incorporati, 
come anche tutte le fasi per le quali passò la Chiesa dall’ottavo secolo per giungere sino a 
noi nello stato presente. 

Furono scalcinati i muri, tolte le finte volte a cameracanna, alzate le lastre marmoree 
del pavimento, e scoperte importantissime avvenivano quasi ogni giorno, la storia dell’edi- 
fizio appariva maravigliosamente scritta sulle sue pareti. 

Una parte di detta iconostasis (lo zoccolo) fu trovata murata nell’alto della navata 
sinistra, un pilastrino e parte della cimasa giacevano dimenticati in un angolo del cortile, 
un pluteo era murato dentro l’ambone cosmatesco ed un altro giaceva capovolto nel pavi- 
mento. Una colonna era stata utilizzata nelle arcatine del campanile e parte della sua com- 
pagna fu adoperata a guisa di mensola per l’appoggio d’una incavallatura del tetto; nella 
parete del portico stava murata l’iscrizione dell’architrave, ed il paliotto dell’altare fu trovato 
rovesciato nel pavimento, la predella di questo era stata impiegata per corrimano dell’am- 
bone cosmatesco. 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 39 


Nulla di tutto questo era visibile, ed ora abbiamo invece tutti gli elementi per ricom- 
porre, con sufficiente esattezza, la detta iconostasis; e così dicasi di cento altri lavori. Non 
voglio dilungarmi maggiormente per non tediare il lettore, e passo senz’altro a descrivere, 
secolo per secolo, le sculture ornamentali dei bassi tempi. 


SECOLO IV. 


La decadenza dell’arte pagana, che sul cadere del primo secolo già si avverte nei sontuosi 
ornamenti della casa di Domiziano al Palatino e del Foro di Nerva, viene per un po'di 
tempo ritardata dallo stile grecizzante del secolo successivo: per cent'anni la venustà greca 
si unisce alla maestà romana creando opere della più alta magnificenza; negli edifizi innalzati 
successivamente da Traiano, nel suo Foro e nelle sue Terme; da Adrano, nella sua villa 
Tiburtina, nel tempio di Venere e Roma e nel suò grandioso mausoleo; da Marco Aurelio, 
nel tempio di Nettuno, nella colonna Coclide e negli ornamenti dell'Arco trionfale esistenti 
al palazzo Fiano; da Mnfonino Pio, nel tempio a lui dedicato ed a sua moglie Faustina; 
in tutti codesti edifizi noi troviamo motivi ornamentali greci romanamente scolpiti con ro- 
bustezza di forme e tondeggiar di piani, con quella sapiente modellatura che agli effetti 
potenti arriva, pur badando al dettaglio dei contorni e alla fine eleganza della linea. 

Ma verso il cadere del secolo II cessa l'influenza greca e la decadenza riappare negli 
edifizi innalzati sotto Settimio Severo e Caracalla, decadenza che sempre più si accentua 
sugli ultimi del III secolo. 

La scultura ornamentale in quest’ ultimo periodo ha assunto un fare gonfio, pesante, 
cui l'abbondanza delle sviolinature pretende di aggiungere grazia ed eleganza, non ottenendo 
invece che un teatrale effetto di straordinaria ricchezza, ma di cui presto l’occhio si stanca 
per poco che si fermi al dettaglio eccessivamente trascurato, ridotto ad una cifra di maniera; 
sui primordi del quarto secolo l’arte pagana muore, e gli edifizi eretti in quel tempo palesano 
gli ultimi aneliti di essa. La basilica di Massenzio, superba mole, esempio di ardita e gran- 
diosa costruzione, ha ornati gotti e scorretti di languida e trascurata esecuzione. Che più: 
l’arco trionfale di Costantino e Ja basilica di San Lorenzo fuori le mura ci offrono i primi 
saggi di edifizi costruiti con le spoglie d’altri, esempio deplorevole di quell’architettura fram- 
mentaria che per dieci secoli regnò sovrana in Roma, disperazione e tormento di tutti gli 
archeologi. 

Tuttavia, in alcune singole parti di questi appariscono nuovi elementi, i quali svilup- 
pandosi man mano e posti a contatto coi germi di un’arte nuova che i primi cristiani avevano 
deposti nelle profonde viscere della terra, dovevan poi svolgersi in quella pianta maravi- 
gliosa dai cento grappoli che fu l’arte cristiana. 

Col trionfo della Chiesa l’arte cristiana aperse sublime il volo ad alti concetti, a forme 
eleganti e pure nelle grandiose basiliche costantiniane, le quali crearono il tipo latino della 
chiesa basilicale, ed ebbero influenza grandissima su tutti gli edifizi cristiani dei primi secoli. 

Immaginiamo per un momento ancora intatte quelle splendide costruzioni innalzate 
al culto nel tempo in cui, cessate le persecuzioni, la Chiesa usciva trionfante dagli oscuri 
recessi delle catacombe, portando seco un sentimento più puro, più delicato, un ideale più 
sublime nell’arte; e gli artisti romani dovettero acuire l’ ingegno e sfoggiare tutta l’abi- 
lità loro per trovare nuove forme, nuovi motivi, e far sì che i templi cristiani riuscissero 
degni di Roma e della cristianità. E tali infatti riuscirono essi da destare l'invidia dei 
pagani, che vedevano i loro templi di gran lunga superati per grandezza, per ricchezza, 
per sublime magnificenza. Le grandi basiliche di San Pietro, di San Paolo e di San 
Giovanni, quelle minori di San Lorenzo, di Sant'Agnese, di Santa Croce, di Sant'An- 
drea, ecc., le chiese private o così detti titoli, che venivano ampliamdosi alla lor volta 
prendendo la forma di veri templi, come ad esempio i titoli di Clemente, di Equizio, 


40 i FERDINANDO MAZZANTI 
di Calisto, di Prassede, di Pudenziana, ecc., i mausolei di Sant'Elena e di Santa Co- 
stanza, ecc. In una parola, i numerosi monumenti sorti in quest'epoca ne fanno ampia 
testimonianza, ed è forza ammettere quindi che essi avranno esercitato una grande influenza 
su tutte la arti, non soltanto fra le vicine popolazioni del Lazio, ma eziandio sulle genti 





Le tranzenne della tribuna dei Rostri dell'Arco di Costantino (secolo 1v) 


d'ogni razza che qui accorrevano in frequenti e numerosi pellegrinaggi. Quando Costantino 
trasferì la sede dell'impero in Bisanzio, condusse seco i più abili artefici che lavorarono 
febbrilmente a trasformare ed ampliare quella città, rendendola in breve simile a Roma; 
e l’arte costantiniana, trapiantata nell'estremo lembo d’ Europa di fronte alle rive occiden- 
tali dell’Asia, andò man mano trasformandosi, e divenne poi, per opera di greci artefici, 
vera arte bizantina. 

Ma non così in Roma, ove l’arte per tutto il IV e v secolo mantenne le pure forme latine 
ed anche nei secoli appresso, quando Bisanzio riverbera la sua luce sul mondo, Roma ne è 
appena sfiorata da un pallido riflesso, come sarà dimostrato a suo luogo. 

Molti confondono l’arte costantiniana con la bizantina, anzi vanno più oltre chiamando 
bizantine opere d’arte create qui in Roma prima che la sede dell'impero fosse trasferita in 
Bisanzio! 

Parmi quindi necessario uno studio accurato dei monumenti romani del tempo di Co- 
stantino, perchè in essi troveremo i primi indizi di quel nuovo stile latino che va grada- 
tamente svolgendosi, liberandosi dalle vecchie forme dell’arte 
pagana, epurandosi man mano da quanto di goffo e di amma- 
nierato la decadenza era venuta affastellando nelle opere d’arte. 

Disgraziatamente molti degli edifizi costantiniani più impor- 
tanti sono completamente scomparsi per dar luogo ad altri 
non meno grandiosi, ma di stile diverso. Le successive aggiunte 
e modificazioni apportate a quelli superstiti poco lasciarono 
intatto; tuttavia qualche preziosa reliquia possiamo ancora mo- 
strare e qualche avanzo raccogliere qua e là, tanto da fissare la 
Sl nota caratteristica che distinguelo stile costantiniano o neo-latino. 
Db. Ed incominceremo da due edifizi civili: l’arco di Costantino 
e la basilica di Massenzio. 

L’anno 332 il Senato ed il popolo romano, per commemorare 
È la vittoria di Costantino contro Massenzio, innalzarono quest’arco 

Mostre dell'arco di Costantino trionfale con grande ingegno composto, servendosi di parti tolte 
ad altri edifizi. Tralasciando di parlare delle sculture (che ciò 
ci trascinérebbe in altro campo assai più vasto), osserveremo nelle parti ornamentali di questo 
edificio tre stili diversi: vi sono le parti raccogliticce di stile classico; vi sono Je parti imi- 
tative che sì dovettero aggiungere ed accompagnare a quelle; e, finalmente, vi sono le parti 
create nell’erezione dell’arco, ed in queste noi troviamo qualche cosa che si discosta già dall’arte 
pagana: e sono gl’intagli delle gole dei grandi archivolti, uno a foglie acuminate e l’altro 
con ornato arieggiànte una serie di doppie arcatine; osservasi pure la gola dei piedistalli 
il cui profilo sgarbato presenta però una nota caratteristica. 


» 
pe _ 


da 
45-34) Ma 
Mac L 
ae NSA 1 
E A 





ce EROE ld 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 41 





Nei bassorilievi scolpiti al tempo di Costantino sonovi pure dettagli degni di nota; 
cito il più interessante, che trovasi nella rappresentazione del Foro Romano con la tribuna 
degli oratori denominata Rostra Vetera, il cui parapetto ha una tranzenna che da lontano 
poco si distingue, ma da un calco in gesso ho potuto vedere che essa è forata a rombi, tipo 
che già si discosta dalle tranzenne classiche del Palatino, lo scultore che ebbe cura di rappre- 
sentare anche le minuzie (perfino le borchiette sui listelli), non tralasciò un particolare cu- 
rioso, cioè una fasciatura in metallo che corre a metà altezza e tutte collega le varie parti 
del parapetto. E plutei scolpiti a rombi ho rinvenuti nelle catacombe, ed uno bellissimo in- 
tatto vedesi murato sulla parete posteriore della basilica di Santa Croce, forse avanzo della 
prima costruzione di codesto edifizio. 

La basilica di Massenzio presso il Foro è un edifizio pagano della più grande arditezza 
di costruzione; vuolsi incominciata e costruita da esso, ma inaugurata da Costantino; nel 


sz GUT Y1o 1; tanti 


GARE Lig Ma Si) 


pat ra 





Ornati della basilica di Costantino 


lato meridionale fu aperto un nuovo ingresso ornato con magnifiche colonne di porfido, 
cui faceva riscontro, dalla parte opposta, una grandiosa abside riccamente decorata. Questa 
nuova disposizione diede all’edifizio la pianta di una croce greca, e si dice chie Bramante 
e Michelangelo ivi si ispirassero per la ricostruzione di San Pietro. I 

Le parti ornamentali della basilica di Massenzio (come abbiamo detto più addietro) 
sono dell’ultima decadenza classica, quelle della parte aggiunta invece rivelano già i caratteri 
del nuovo stile così nelle mensole. come nella trabeazione riccamente intagliata con orna- 
menti a rami intrecciati che qui riporto per maggiore intelligenza. 

Ma i capolavori costantiniani, dove appare più evidente ancora il cambiamento di stile, 
sono le due magnifiche urne di porfido che si ammirano nella sala a Croce Greca del Museo 
Vaticano, provenienti dai due mausolei di Sant'Elena sulla via Casilina e di Santa Costanza 
sulla via Nomentana. 

La prima, collocata a destra, è scolpita su quattro facce con figure d’alto rilievo, ed 
il coperchio è adorno di putti, animali e festoni; si vuole che 25 scultori vi lavorassero 
per 9 anni consecutivi! 

L’altra, situata a sinistra, è ornata di pampini e putti che attendono alla vendemmia 
(soggetto {requentemente culo nel IV secolo), ed ha ornamenti alquanto duretti; ma bisogna 
tener conto della difficoltà del lavoro e della durezza della materia, che costrinsero l’artefice 
ad una tecnica speciale. 7 


Ar hivio storico dell'Arte, Serie 2", Anno II, fasc. I-II. ° 6 


42 FERDINANDO MAZZANTI 

Fra l’uno e l’altro lavoro corsero circa 40 anni, eppure il cambiamento di stile vi è 
già così sensibile che colpisce a prima vista. 

E qui torna acconcio ed opportuno descrivere l’unico edifizio 
costantiniano pervenuto sino a noi senza alterazioni ed ancor quasi 
intatto; è questo il mausoleo di Santa Costanza sulla via Nomen- 
tana, in cui si custodiva uno dei sarcofagi sopradescritti. Si com- 
pone questo edifizio di una volta centrale emisferica sostenuta da 
24 colonne in granito, accoppiate due a due nel senso dei raggi, 
e di una volta anulare che le gira intorno. Il mosaico della volta 
centrale è scomparso, ma se ne può vedere il disegno nell’opera 
del Ciampini; la volta anulare invece ha tutte le sue decorazioni 
musive perfettamente conservate, ed è della più grande importanza 
per la storia dell’arte decorativa, trovandosi in essa quegli scom- 
Capitello in S. Costanza (sec. iv) parti a croci, a stelle, a circoli tangenti o concatenati, che diedero 

origine a quei motivi ornamentali ad intrecciature, propri dell’arte 
dei bassi tempi, ove ebbero larga applicazione nella scultura ornamentale, come a suo luogo 
verrà dimostrato. 

Ma i mosaici non sono la sola attrattiva di codesto edifizio; in esso vedesi il primo 
esempio di archi girati sopra colonne isolate; si ammirano met ————————— 
pure 12 bellissimi capitelli d'ordine composito, tutti eguali | VA SN 
ed intatti, così da far ritenere che siano stati lavorati 
sul posto da abili scultori dell’epoca. 

Gli altri monumenti cristiani del IV secolo cangia- 
rono forma od aspetto; tuttavia in essi qualche avanzo 
della prima costruzione loro ancora si rinviene; vedesi 
in San Lorenzo fuori le mura un pluteo, che ha il suo 
compagno nel Museo Nazionale romano alle Terme, di 
stile identico agli ornati della basilica di Costantino. 

Nell’oratorio di Equizio esistono ancora al posto i 
bei trafori di finestra, e quantunque assai danneggiati vi 
sì riconosce ancora l’elegante disegno a tre fila di anelli 
concatenati che ne riempiva il vano. 

Nello stesso edificio si conservano ancora in buono 
stato due delle belle tranzenne che compor dovevano il 
recinto del presbiterio; quella centrale è ad arcatine tra- 
forate disposte in più giri attorno ad un foro centrale a 








i . i i Traforo di finestra nell’oratorio di Equizio 
guisa di una rosa, o, meglio, di una dalia; sopra la sua (seculo 1v) 


superficie corre una neGostta svolgendosi e riannodandosi 
da un’arcatina all’altra; la seconda tranzenna è a liste crociate del tipo classico, e corri- 
sponde in altezza e grossezza alla precitata. Mi sono creduto in dovere di ricomporre | elevante 





Ricostruzione di un recinto marmoreo dell’oratorio di Equizio (secolo Iv) 


, — è di 


LA SCULTURA ORNAMENTAL" ROMANA NEI BASSI TEMPI 43 








recinto e qui riprodurlo. La chiesa di Santa Maria in Trastevere ha vari plutei a liste 
crociate simili a quelli del Palatino ed un frammento d’altare decorato ad arcatine, ed 
anche da questi frammenti ho tentato una ricostruzione. 

Nella chiesa di Sant'Agnese fuori le mura, lungo lo scalone, vedesi una 
craziosa ficura di orante fra quattro riquadri ornati ad arcatine, or sovrap- 
poste regolarmente, or disposte a giratine. 

A questa graziosa scultura fa degno riscontro la bella erma con l’effigie del 
buon pastore proveniente dalle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro presso 
il mausoleo di Sant'Elena. Quanto siamo già lontani dalle goffe sculture del- 
l’arco di Costantino! 

Ed a quest’ epoca indubbiamente debbono appartenere le famose colonne 
vitinee che, in numero di dodici, sei per parte, sorgevano sopra la confessione 
di San Pietro. 

Sono colonne ritorte di- 
vise in quattro zone, due or- 
nate a profonde scanalature 
elicoidali e due rivestite con 
pampini d’uva. Una tradi- 
zione vuole che esse siano 
state portate dal tempio di 
Salomone; ma il simbolo. 
cristiano della vite e la pre- 
senza delle figure esclude in 
ùl modo assoluto che possano 
aver appartenuto al tempio ebraico, che doveva essere di stile egizio. I marmo- 
rari romani del secolo XII si provarono a riprodurle; e due si possono vedere 
nella chiesa della Trinità dei Monti presso l’altar maggiore, ed altre due ri- 
cordo averle vedute in Cave presso Genazzano. 

Il Bernini impiegò le suddette colonne vitinee ad ornamento di varie parti 
della chiesa, ma, nel costruire il baldacchino sopra la tomba di San Pietro, 
volle riprodurne il tipo conservatosi nella tradizione popolare; molte basiliche 
del IV e del Vv secolo ebbero il massimo altare sormontato da colonne ornate Colonne vitinee 
con scanalature a spire elicoidali, come ne fanno fede le colonne che vi si rin- lai 
vengono così ornate, quasi sempre in numero di quattro. Nell'opera di Sarti e Settele, Le 
Grotte Vaticane, trovo un pluteo stellato, di grandi dimensioni, che gli autori asseriscono 
fosse situato fra i piedistalli delle su descritte colonne a riparo delle 
due scalette per cui si scendeva alla cripta o confessione di San 





Pluteo stellato nelle Grotte Vaticane (secolo 1v) 











Capitello del 1v sec. 
in piazza Pudenziana Sarcofago baccellato del iv secolo 


Pietro; lo stile grandioso di codesto pluteo ben s’addice all’epoca ed al luogo, ed io qui lo 
riporto perchè vedremo questo motivo ornamentale applicato in moltissimi lavori dei bassi 
tempi: esso è ornato da due stelle ad otto punte formate da due quadri intrecciati che rac- 


44 FERDINANDO MAZZANTI 








—- — So (= 2 — —- —- ini 


chiudono un rosone nel centro, o meglio una doppia croce. La chiesa di Santa Pudenziana 
va famosa pel mosaico dell’abside che il De Rossi dimostrò essere del IV secolo ed il Panvinio 
giudicò il più bello di tutti i mosaici che sono in Roma. La proporzione giusta e vera delle 
figure, la nobiltà degli atteggiamenti, la naturalezza delle pieghe, il rilievo dei corpi e lo 


NANNI nn 
i IT 10010 


Tranzenne del iv secolo 










MAT 





sfondo prospettico del quadro sono tutti caratteri propri dell’arte romana, che nettamente 
la distinguono dall’arte orientale. Per noi ci basta osservare le tranzenne degli archi ivi 

rappresentate con fori a rombi e la croce gemmata di forma latina 
. che rivedremo nei lavori del V e del VI secolo. 

La chiesa ebbe molto a soffrire dai successivi restauri e le sue co- 
lonne appariscono qua e là attraverso gotfi pilastri di muro aggiunti 
per rinforzo; i loro 12. capitelli, di semplice ed elegante fattura, si 
veggono riprodotti anche in altri edifizi dell’epoca; mi parve interessante 
riportarne qua il tipo, togliendolo dalle co- 























lonne che decorano la porta, le quali sono \TSZ2 TAZT7 di 
ancor esse del IV secolo, avendo il fusto de- 4 OZ) CL) | 
corato da fine scanalature elicoidali sagomate DIS Sc dI 
a guscio, listello e bastoncino che termina Wat CHI 
all’imo ed al sommoscapo in un giro di ar- < CEI ) 
catine oblique, fra le quali spuntano foglie C AC DIO 
aguzze. IO YOGA 
- Altri due capitelli simili a questi, ma or- 0) (= < )) (e ) 
Plutei del iv secolo —nati del monogramma costantiniano dì Cri- DX ri COR A s 













sto, si possono vedere a San Sisto Vecchio, — 
impiegati nel portichetto che precede la cappella di San Dome- == =“ 











nico, essi provengono dagli scavi d’Ostia. O }( OX )I 
Numerosissimi nel 1v secolo i sarcofagi scolpiti a baccel- ( OO | 

lature ondulate simmetricamente disposte, a volte arricchiti nel } ( (0) 0 Xi 

centro del busto del defunto ed ai lati da leoni o da genietti. f CGA (N 


La linea sinuosa sembra caratterizzare i lavori ornamentali 
dell’epoca costantiniana; essa avvolge il fusto delle colonne, orna Plutei del iv secolo 
la fronte dei sarcofagi ed apparisce sui plutei o nei trafori 
diversamente combinata; e perfino nelle eleganti filettature dei caratteri Damiasiani essa 
ancor sì ritrova! 

Ma dove sembra aver avuto la massima applicazione si è nei mosaici; nastri diver- 
samente colorati si svolgono in linee serpeggianti, si rincorrono, s'intrecciano, si attorcono 
in mille modi, dando origine a quella decorazione tutta a nodi ed intrecci, che, applicata 
in seguito alla scultura ornamentale, le diede un carattere tutto speciale così diverso dal- 
l’ornato classico. 


Ci... ,.60 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 45 


mi; a_———.t_____ 


SECOLO V. 


Nel v secolo l’arte romana è sciolta dalla materialità delle forme pagane, e basta guar- 
dare i bei mosaici di Santa Maria Maggiore per esserne convinti. 

Se dovemmo rimpiangere la distruzione dei maggiori e più sontuosi edifizi del secolo 
precedente, siamo largamente compensati da quelli di questo secolo, che ancora sussistono 
in buono stato: Santa Maria Maggiore, Santa Sabina, Santo Stefano Rotondo, San Pietro 
in Vincoli, Santa Balbina, la chiesa anteriore di San Lorenzo fuori le mura, il battistero 
di San Giovanni, ecc., ci porgono esempi 
numerosi e nobilissimi di quella bella ar- 
chitettura cristiano-latina che tanta pu- 
rezza di stile ancor conserva, malgrado 
le posteriori aggiunte e le barocche super- 
fetazioni. | 

Di tutti i sopracitati edifici quello 
che meno ebbe a soffrire da successivi 
restauri è la chiesa di Santa Sabina, co- 
struita sotto papa Celestino (422-432) a 
spese di un prete illirico di nome Pietro; 
essa venne compiuta in 8 anni, e fu con- 
sacrata da Sisto III. Nel vicino chiostro, 
frantumati in minutissimi pezzi, ho rin- Be 
venuto gli avanzi dei plutei che recinge- Riquadri in Santa Sabina (secolo v) 
vano l’altare, scolpiti gli uni ad arcatine, 
gli altri a piccoli rombi, ma sempre a bassissimo rilievo. Nell’atrio (costruito, credesi, nel- 
l’xI secolo) veggonsi impiegate le quattro colonne scanalate a spire elicoidali che apparte- 
nevano al tabernacolo. 

Ma la parte più interessante di questo nobilissimo tempio è la porta d’ingresso, che 
conserva ancora le antiche imposte in legno meravigliosamente intagliate a figure con fatti 
biblici. Il padre Berthier ne ha 


% 
s 
% 
® 
b 
È 
È 
4‘ 
















ie RSS (ASILI ali art PALIO MITA Se TIE AT ITER 
rele . 
Is b; , s È = . RPS 073 de 7 AT : ” pr 
OS POTTZZE (74 Renzi LANZI Te e: dis re des sr " 
È. Nola KA TARZIALA AZIZ x, Aa aglia ARIDO ne a quale egli 
se reo ARRESE II: ESCE prova | antichità di dette sculture 
ve r fT “GG vi e Pa ) a, di n — n; - — : Dh Vo - Lx v 4 . . 
pi ii La A IM AR E T% rimontanti al v secolo, e basta 
RE ESSI ANZIANI ee confrontarle coi mosaici di Santa 
Ù È Ta Mea ag vor” sevi s7 ” _ wr > pei y9E w . e . . . . 
IA RI A CO AA A BI VA PT Maria Maggiore di cui rispecchiano 
Res tr 0 ” a aa si ” La Artt "- leer SI A RT MR x ’ prgn 3 n LN . ; Ò . 
Ra il fare grandioso e la morbidezza 


del modellato per esserne convinti. 
Ciò che richiama la nostra at- 
tenzione sono le parti ornamen- 
tali di essa, che qui descriverò brevemente. I riquadri storiati in cui va suddivisa sono in 
legno cipresso, e sono contornati da una fascia a piano inclinato, da una gola intagliata 
e da un listello; fra un riquadro e l’altro corre un grosso cordone intagliato a tralcio di vite 
con grappoli d’uva di squisita fattura, che l'artista seppe rendere leggero traforandolo in 
tutta la sua grossezza. 

I riquadri suddetti sono scolpiti anche nella parte posteriore con iscomparti geometrici 
a stelle, ad ottagoni, a circoli, alcuni dei quali ricordano i mosaici della volta di Santa 
Costanza. Essi ci forniscono esempi di scomparti del quinto secolo assai preziosi perchè 
unici, credo, in Roma. Sono assai rimarchevoli anche i quattro riquadri superiori scolpiti 
a fogliame con i rami intrecciati a forma di nodo. 


Tranzenne scolpite dietro un sarcofago del v secolo 
(Museo cristiano Lateranense) 


46 


FERDINANDO MAZZANTI 


e TT tn nn —_ _ 


Nel Museo del Laterano veggonsi due stipiti di porta riccamente ornati con tralci di 
vite nascenti da un vaso, con putti che scherzano tra i fogliami cogliendo grappoli; sog- 
getto simbolico assai comune in quest'epoca, massime sui sepolcri. 

Nel centro del Museo cristiano Lateranense si ammira un bel sarcofago del quinto 





NA SA 


GI, 
(e 


ve, 
Di SIR 


dala DIA 


LAe d- Va, 
SA G 


L° 
%- re * ” - 
gp Ve 


LL i nti Di 


Ricostruzione di un recinto marmoreo da frammenti in San Lorenzo fuori le mura (secolo v) 


secolo sulla cui faccia posteriore sta scolpita una cancellata marmorea per noi molto inte- 
ressante, perchè oltre a darci il tipo di simili opere decorative di quest'epoca, c’ indica anche 


Rcs TRErare 7 eee 


i ian casco | 20 n \ 





La porta in bronzo del battesimo 
di San Giovanni in LateranoZ(sec. v) 


il modo come esse erano composte, alternando cioè motivi 
diversi: nel centro è una tranzenna a liste crociate, da’ cui 
fori appariscono altrettanti fiorellini a quattro pètali, e questa, 
a sua volta, è fiancheggiata da altre due ad arcatine scol- 
pite a bassissimo rilievo. Quantunque si trovino in Roma 
frequentemente avanzi di tali plutei nelle catacombe e nelle 
vecchie basiliche, però nessuno di essi trovasi in opera e 
quindi l'indicazione surriferita ci riesce assai preziosa per le 
ricostruzioni che da frammenti rinvenuti si volessero tentare. 

Nella basilica di San Lorenzo esistono, sparsi sul pavi- 
mento, frammenti di plutei ad arcatine scolpite a bassissimo 
rilievo, e nel vicino chiostro vedesi murato un traforo a liste 
crociate dove chiara apparisce l’intenzione dell’ artista di 
volere rappresentata la croce raggiante entro un nimbo qua- 
drato; lo stile di questi vari frammenti è proprio del v se- 
colo, e potrebbero avere appartenuto alla basilica anteriore 
costruita da Sisto III; da questi frammenti ha tentato di 
ricomporre, sulla scorta dal sarcofago più sopra descritto, la 


cancellata marmorea qui rappresentata. 


Nell’arte ornamentale la linea curva 
sembra aver incontrato gran favore, chè, 
in numero infinito, si scolpiscono i sarco- 
fagi a baccellature ondulate, e vasi, ed 
are, e piedestalli cilindrici sono solcati da , 
linee serpeggianti, e colonne striate da 
scanalature elicoidali che ne avvolgono 
il fusto dall’alto al basso con eleganti 
spìire sì rinvengono soventi nelle antiche 
basiliche quasi sempre in numero di quat- 





tro, e sono forse avanzi del monumentale Capitelli ionici pulvinati del v secolo 


tabernacolo che sormontava il massimo altare; e colonne così striate adornano anche la fronte 
dei sarcofagi istoriati suddividendola in tante arcatine racchiudenti ciascuna una statua od 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 47 


un gruppo. Il Cataneo ha fatto giustamente osservare che i Greci della decadenza non sca- 
nalarono mai le loro colonne, preferendo farle di marmi colorati e lucide, mentre gli artisti 
romani si sbizzarrirono nello studio di svariate scanalature spesso girate ad elica: ecco 


dunque un altro particolare che distingue l’arte costanti- 
niana dalla bizantina. 

Nelle catacombe, nelle basiliche antiche e nel Museo 
cristiano del Laterano si vedono molti di questi sarcofagi 
a colonnine, ed uno di grande dimensione e riccamente 
ornato trovasi nella villa Celimontana. 

Un capitello elegante è quello qui riprodotto da ori- 
ginali esistenti in vari luoghi: ve ne ha uno in Santa 
Cecilia, un altro in via dell’Archetto, un terzo al Museo 
Nazionale romano ed altri due nel Museo Lateranense. Si 
tratta, come si vede, di un capitello a forma di canestro 
pieno di fiori, sormontato da una leggera tavoletta inta- 
gliata a foglie d’acqua; è scolpito senza sviolinature e tra- 
fori, e che sia lavoro del v secolo si può desumere dal con- 
fronto col festone che adorna il sott’arco del grande mosaico 
di Santa Maria Maggiore, tutto a fiorellini a quattro pòètali 
regolarmente disposti. 

1] battistero di San Giovanni, ricostruito da papa Ilario, 
fra altre parti interessantissime conserva pure una porta in 
bronzo che erroneamente credesi proveniente dalle Terme di 
Caracalla, ma le esigue sue proporzioni basterebbero ad 





mi 
fi E 
PE rcudere yi - CH 
“ n 
EI da. * 


4 


gii 


d << 
4 ERA 


= 
n 
sar 
s 


> 


$ 
- s » g — 
Dad 


n'a 


Traforo di finestra del v secolo 












PaP_S 

LL 
ACACDONE 
'ototole 
DCACACAC 
PACACDO 
PCACADE 
PACDODG, 
POPRI606 
PP 
elelele. 














































o 


Traforo di finestra del v secolo 
da frammenti esistenti nel Foro Romano 





escludere quest’asserzione se la rozzezza del lavoro non in- 
dicasse già per sè stessa un’epoca assai più tarda; del resto 
l’ iscrizione di papa llario sopra di essa incisa ce ne dà l’epoca 
precisa. È scompartita in quattro specchi, gli inferiori lisci 
ed i superiori ad arcatine rilevate, dentro le quali sono in- 
castrate altrettante croci d’argento: la fascia che contorna 
gli specchi era guarnita di borchie di cui non rimangono 
che i fori e qualche traccia ap- 
pena visibile; nella parte qui 
riprodotta questo ornamento è 
stato ricollocato a posto per me- 
glio dimostrare l’ insieme della 
decorazione di questa porta. 

Fra i ruderi della basilica di 
Santo Stefano sulla via Latina 
si osservano alcuni capitelli io- 
nici con i loro pulvini corrispon- 
denti, ornati di croci simili a 
quelle incise sulla porta ora descritta, e qui li riproduco 
perchè molto caratteristici; ma assai più eleganti sono 
quelli di Santo Stefano Rotondo. 

Pochi anni or sono fu rinvenuto, di fronte alla chiesa 
di Santa Maria in via Lata, un elegante traforo di finestra 
quasi intatto adoperato in un balcone prospicente sul Corso, 





% è : 
È è li 53 D—_ AI 
( È ' € 
Ù \ 7. » ” — L. 
EA rasa I Al Ì i 
e _ se Td Ae _ 


Museo cristiano Lateranense 


ed oggi depositato nel magazzino archeologico municipale. Si tratta di una finestra semicir- 
colare con mostra in giro savomata a tre fascie piane ed una leggermente inclinata; tutta la 
luce del vano è occupata da una graziosa intrecciatura di anelli, disposti su tre file ver- 


* vPrropp-eveo a+ 


48 FERDINANDO MAZZANTI 


ticali, precisamente come nei trafori dell’oratorio di Equizio, ma con questa differenza, che 
gli anelli sono fra loro riannodati, e la fascia o nastro che li compone è striata da due 
solchi a piani obliqui, i quali seguono sempre il movimento di questi nastri in tutti i loro 
complicati giri, ciò che aggiunge eleganza e leggiadria a tutto l'intreccio. Questo genere 
di decorazione a listelli striati vedremo poi quale sviluppo prese in epoca più tarda. 

Nel Museo cristiano Lateranense trovasi il bellissimo Pax-Christi che qui riproduco. Di 
molti trafori ad arcatine impiegati per chiusure di finestre o davanti d’altare vorrei parlare, 
ma la tirannia dello spazio non me lo consente. 


. SECOLO VI. 


Nello Stadio Palatino sterrato interamente da pochi anni, vennero in luce costruzioni del 
tempo di Teodorico. Fra queste rimarchevoli sono gli avanzi di colonne scanalate a spire 
elicoidali coi loro capitelli 
a foglie aguzze, le cui punte 
si attaccano formandoquasi 
delle arcatine, ed un gran- 
dioso capitello a foglie a- 
guzze molto simile a quelli 
che qui appresso descrive- 
remo. 





ee? PL 28 s x Lachiesa di San Martino 
Capitelli del vi secolo ai Monti fu incominciata 
San Martino ai Monti Stadio Palatino San Lorenzo 


da papa Simmaco sul finire 
del secolo Vv, proseguita sul 
principio del vi, ebbe compimento sotto papa Ormisda: ciò è confermato dai bolli impressi 
sui tegoloni del tetto col nome di re Teodorico. Essa conserva ancora nell'insieme il tipo 
delle basiliche del secolo precedente, ma nei dettagli architettonici di essa si scorge l’arte 
già avviata a quella maggior ric- 
chezza che caratterizza la scultura 
ornamentale del vI secolo. Rimar- 
chevoli sono i suoi sedici capi- 
telli d’ordine corinzio, tutti di 
egual diametro ed altezza, stupen- 
damente intagliati e senza alcuna 
frattura, ciò che prova come siano 
stati lavorati sul posto senza più 
essere rimossi; possiamo perciò 
ritenerlì contemporanei alla co- 
struzione del tempio. Il garbo del 
capitello leggermente inflesso a 
campana, la frastagliatura delle foglie aguzze scolpite a piani sfaccettati, la magrezza dei 
caulicoli e dei fiori che adornano l’abaco, sono caratteri che distinguono bene i capitelli 
del VI secolo, come verremo constatando man mano. L'influenza bizantina incomincia a 
farsi sentire sull'arte romana. Nè meno rimarchevole dei capitelli è il cornicione che gira 
all’ esterno dell’ abside, formato da mensoloni intagliati sorreggenti delle lastre di marmo 
scolpite a cassettoni poco sfondati, entro i quali si vedono dei rozzi mascheroni alternati 
con altri ornati con foglie o ramoscelli, e la fronte di queste lastre va ornata da una gola 
intagliata e da una fusaruola. 

Ma per conoscere bene i lavori ornamentali del vi secolo basta fare una gita in San 
Clemente; ivi esistono cimeli preziosissimi, resti dell'antica basilica che fu incendiata dalle 


(San Simplicio) (Teodorico) (Pelagio 11) 





Cornicione dell'abside di San Martino ai Monti 


(IA 0[0998) e3UEWIE[) UBg Ip 86149 [eu J[ tuueACIFY) Ip odw9j [ep 6[8109 03U100Y 


- _ — —_——--— ———————T————_——éÒ———-——_—_——_—_______ _——y6m_P___—@mr_——rm6m@6_m__—————_—_ 6 


ri... r’————@——’eJUS“ 


2 —__ — — —-- ——_m ob = 


DRESS 


—————___m e 


: SI PRRIECT 
au ve 3% 59 ” 


omo. —  <e—s = % 


- — =. ate. mim. 
»- rara o-_— d6—_—<«=<ona » o, <_ 


— _omo ro 


NADA SID a e e 


| 
| 
DO 


Pa 
_ 


— peer «eee - 
__ 
= 


— 


di 
La 


POT 
s'e 


- 
n 
ro 





fasc. I-II 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II 


50 FERDINANDO MAZZANTI 


orde di Roberto Guiscardo. Sono rimarchevoli, in primo luogo, gli avanzi di un altare eretto 
sotto il pontificato di papa Ormisda (514-523) da un certo Mercurio, come si rileva dall’ iscri- 
zione dell’epistilio che fu scoperta dal De Rossi nel basamento della schola cantorum di detta 
chiesa; consistono questi (oltre all’epistilio surriferito) in un frammento di architrave inta- 
gliato sulla fronte e sulla faccia inferiore, in due 
colonnine ricoperte di rami di edera coi capitelli fog- 
giati a guisa di canestri finamente intagliati e trafo- 
rati alla maniera bisantina (unici nel loro genere in 
tutta Roma), ed in tre elegantissime tranzenne imitanti 
un tessuto di stuoie incorniciate da uovoli, fusaruole 
e trecce, lavori che rivelano tutti un medesimo gusto 
ed una medesima fattura. 
7, Era questo Mercurio priore di San Clemente sotto 
ROS sede papa Ormisda, poscia cardinale titolare di San Pietro 
an ea in Vincoli, salì al pontificato col nome di Giovanni II 
(come si apprende da una lapide ivi esistente). A lui 
sono dovute anche le cancellate marmoree chiudenti il presbiterio e la schola cantorum, 
che in origine esistevano nella sottostante basilica, ed era di dimensioni assai maggiori del- 
l’attuale, e perciò trovansi collocate disordinatamente; in oltre nel secolo XII, per costruire 
gli amboni, furono mutilate, ed alcune rilavorate ed anche arricchite con intarsiature di smalti 
che ne alterarono l’aspetto. Tuttavia esse formano nel loro complesso una collezione prege- 
volissima che merita un particolare studio. Alcume parti più accuratamente lavorate potrebbero 
assegnarsi al tempo di Ormisda, e compor dovevano la chiusura presbiteriale; altri pezzi 
di lavoro più trascurato debbono ascriversi al tempo del pontificato di Giovanni II (532-535), 
perchè recanti il monogramma di questo pontefice. Tutti i plutei sono scolpiti in ambe la 
facce; per la maggior parte sono ornati da due rombi o da due dischi racchiudenti una croce 
latina, sei di essi hanno il monogramma di Giovanni racchiuso entro una corona, e due 
una stella ad otto punte formata da due quadrati intrecciati. Sono tutti i suddetti plutei 
inquadrati da ampie scorniciature a sagome'irregolari ed incerte. Si nota agli angoli dei 
rombi un ornamento in forma di giglio che aggiunge grazia alla figura geometrica di essi, 
e di questo ornamento vedremo gli artisti dei secoli seguenti CARO TA art "ZA 
farne larghissimo uso. I pilastrini che collegano i vari plutei 
hanno ambo le facce scolpite con ornamenti assai variati, 
racchiusi entro una scorniciatura rigirata in quadro sulla 
testa del pilastrino. Vi sono disegni a palme, a ramoscelli, 
ora dritti, ora ondulati; qua si veggono steli nascenti da un | | 
vaso intrecciarsi via via simmetricamente, là disegni geo [\\/AGchRThERn=nEnZR 
metrici; dove appariscono foglie di edera, e dove foglie e \|}R@xrR ae) 
grappoli d’uva. L’ esecuzione ne è alquanto negletta, la dita 
scultura languida e quasi sfumata nei contorni, gli spigoli —Tranzenne dell’altare di Ormisda 
ì : . La : . le in San Clemente (secolo vi) 
smussati, gli angoli arrotondati, i listelli e le fascie a piani 
obliqui dànno un carattere tutto speciale alla scultura ornamentale di quest’ epoca. 
Nè è a credersi che solo San Clemente possedesse di questi lavori, perchè a Santa Maria 
in Cosmedin, ai Santi Cosma e Damiano, nelle Grotte Vaticane, ecc., se ne veggono rimar- 
chevoli avanzi. Il ponte Nomentano, costruito nel v secolo e demolito da Totila, venne ri- 
costruito da Narsete nell’anno 565. Dei suoi parapetti in marmo nulla più rimane sul posto, 
qualche raro avanzo giace disperso nei campi deserti, la maggior parte sta forse sepolta 
nel letto del fiume che scorre placidamente sotto’ il suo grande arco. Il D’Agincourt ce ne ha 
conservato un disegno abbastanza esatto quale ancor vedevasi a’ suoi tempi, e che qui ripro- 
duco. Questo ponte venne restaurato al tempo di Nicolò V, e forse allora furono disordina- 
tamente rimessi in opera nel modo riportatoci dal disegno plutei e pilastrini, mischiando 








< 


E”) 


: LINE AS 
. De NU: 


RES 












3A 


45 
A 













? i 22,59 
53 ha Ce 
Pork alt. X 
“52° set AZ 
1294); ‘all Na” 
25.335: TS 
Led . {.:- yi 
129% 22] SC 
20771 3, .|[f. 
12908 dosi] EN 
vere <d 20 AGI 
5 <i> e did 

2asli 37; 

3° 4 1 




















”, LAVATI 
5 Ka AM. 


£ 


o. 4 0000 * 


POI 


‘ i] 
ea 
2233}: 
sfiga 
<a 3 609 
30... 
= TA 
te 5,4% 
Pi ‘3 
Ed 
de 
182: 
a sua 
“353; 
Yii.t: 
ET: 
35339 
° i? 


AVEMENZI: 
MA PAT 2° ; 


77. 
NPI) 


AVA 


Parapetti del ponte di Narsete (secolo vi), dall'opera del D'’Agincourt. 


rr Peewr-yrv-eMPaP 1 


52 FERDINANDO MAZZANTI 





a quelli del vI anche alcuni del v secolo, avanzo della prima costruzione del ponte. Tenendo 
conto delle parti appartenenti al VI secolo, si vede come i suddetti parapetti fossero costi- 
tuiti da solidi pilastri scorniciati sulla fronte, tagliati circolarmente nella parte superiore, 
alternati questi con lastroni scorniciati racchiudenti dei rombi; pilastri e plutei veggonsi 
ornati con rozzissimi motivi orna- 
mentali ricavati con esercizi di com- 
passo. Sono circoli concentrici, croci 
greche, rose a sei foglie, stelle, gi- 
relli, ecc., che dimostrano l’imperizia 
degli artefici e la povertà dell’arte; 
essi sono però un indizio prezioso 
per classificare gli ornati che qui 
appresso descriveremo. 

Nella basilica di San Lorenzo, 
circa 15 anni più tardi, Pelagio II 
-* facevaeseguire importanti lavori, per 

Pluteo del v: secolo nelle Grotte Vaticane i quali l’ edificio cambiò forma ed 

aspetto: vi fece il matroneo ed il 

mosaico sopra l’abside. Nel matroneo si notano molte trabeazioni imitate dall'antico con 

quella scultura languida e sfumata nei contorni che vedemmo essere propria e caratteristica 

dei marmorari del VI secolo. Vengono in seguito i due piedestalli ed i due capitelli delle 

colonne in porfido che fronteggiano il sopradetto mosaico, i pulvini che sorreggono gli 

archi, ornati a bassissimo rilievo e due piedistalli dell'ordine inferiore. Alcuni pilastrini 

ornati di stelle, rose e croci greche, aventi molta analogia con gli ornamenti del ponte di 
Narsete, si trovano sparsi per quella basilica. (Vedi pag. 55). 

Sul monte Soratte, presso l’ antichissima chiesa di San Silvestro, Gregorio Magno costruì 
un convento che venne demolito e poscia ricostruito dai Longobardi; ivi esistono due capi- 
telli assai rozzi, ma con ornamenti che rivelano CSI 
il gusto dei lavori del secolo VI, e parmi di non | Ri Db | 
errare attribuendoli al tempo di quel pontefice, 
cioè alla fine del VI secolo. 

I lavori di quest'epoca sono quelli ove mag- 
giormente scorgesi l'influenza bisantina, tutta- 
via confrontati con gli ornamenti di Santa Sofia 
di Costantinopoli e di altri edifizi orientali di 
puro stile bisantino non si può fare a meno di 
rilevare la differenza che corre fra quelli e que- 
sti: differenza che si rivela nel carattere gene- 
rale della scultura, che invece di avere quell’a- 
spetto fine, elegante e dirò così smerlettato, coi | | sa 

: : Ae ; ; Capitello del tempo di Gregorio Magno 
contorni a spigoli vivi, nettamente distaccati dal (fine del vi secolo) 
fondo, assume invece un aspetto languido e 
come sfumato nei contorni; la foglia di acanto, così profusamente adoperata dagli artisti 
bisantini, qui non la troviamo adoperata che nei soli capitelli corinzi, e questi, alla loro 
volta, hanno sempre forme e proporzioni classiche, nè mai degenerano in quelle forme fan- 
tastiche e strane particolari all'arte bisantina. Qui sono banditi i fregi a palmette e fiori di 
loto, di rado si incontrano croci greche, quasi sempre di forma latina; parmi quindi doversi 
riconoscere un’arte locale che sentì l'influenza dell’arte bisantina, che si adattò al gusto 
dominante nelle opere ornamentali del VI secolo, ma ne rimane distinta per caratteri suoi 
speciali, alla stessa guisa che i marmorari romani del secolo xIN sentirono l’influenza del- 
l’arte ogivale, vi si adattarono in parte, ma conservarono sempre un carattere proprio che 
distingue le opere loro da quelle create contemporaneamente in altri centri artistici. 













È; | < 
» w LS ì . si 
a < (A dl 
: di di 
È ib - SNO Re 
: \ L 
. #3 


TINI SW OVE TISTTFFRZA0R 





TA, 
} I ITRIRST' AIAR: 





«Vea 
4 


e — 











LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 53 


SECOLO VII. 


Se assai rari sono in tutta Italia i monumenti eretti in questo secolo, Roma, per contro, 

ne possiede un discreto numero, ed alcuni di essi sono anche di una certa importanza 
| come, ad esempio, la colonna di Foca al Foro 

tall [SSSSSSSSSSSSSSS] (ql Romano e gli edifizi innalzati da Onorio I 

I e (625-640), cioè la badia delle tre fontane, la 
chiesa di Sant'Adriano, di Santa Lucia in Selci, 
l'oratorio di Sant'Andrea, e quelli rinnovati, 
cioè San Pancrazio, San Valentino, Sant'A- 
gnese fuori le. mura, Santi Quattro Coro- 
nati, ecc. 

Oltre ai mosaici di Onorio si ammirano 
anche quelli dell’oratorio di San Venanzio, di 
Pluteo in Santa Maria in Trastevere (secolo vir) Giovanni VI (640-642) e di Teodoro (642-649): 
devesi a quest’ultimo pontefice il restauro 
di Santo Stefano Rotondo ed il mosaico che ne decora l’abside. In questo secolo furono 
restaurati non pochi edifizi, per esempio: Santa Bibiana, Santa Sinfarosa, Sant'Agata dei 
Goti, San Giorgio in Velabro, e, sul cadere del secolo, fu costruito un altare votivo in 
San Pietro in Vincoli. Tutto ciò sta a provare come nell’epoca ap infelice che abbiano 
avuto le arti in Italia, la produttività ccà 
artistica non cessò mai in Roma, ove 
gli artisti ebbero campo di esercitarsi 
continuamente in lavori grandiosi, 
mantenendo ancora in vita le arti 
belle che fatalmente volgevano al tra- 
monto. 

Ma se per molti dei citati edifizi 
l’aspetto esterno ne fu mutato da suc- 
cessivi restauri, aggiunte o modifica- 
zioni, restano alcune sculture orna- 
mentali che vado a descrivere, e ci sorride la speranza di scoprirne delle altre quando si 
penserà a ridare a qualcuno di ‘essi il suo primitivo aspetto, sfrondandolo dalle barocche 

superfetazioni che, coll’andar del tempo, gli si sovrapposero. 
Nell’elenco dei lavori da me raccolti accertati con iscri- 
| zioni e riportato a pag. 37, v ha una lacuna, e questa ri- 
| guarda precisamente il vir secolo. In mancanza di un dato 
‘| certo e positivo che ci serva di punto di partenza, noi dob- 
‘biamo proseguire con molta circospezione e cautela per non 
smarrirci per via; vero è che i lavori del secolo successivo 
hanno tale un carattere diverso da quelli già esaminati del 
secolo precedente, che non è possibile siasi d’un tratto giunti 
ad un totale cangiamento nell’arte e nella tecnica, senza 
Capitello del tempo di Onorio I i ; va ; O 
nella badia Tre Fontane (secolo vin) @S8er passati per uno stile di transizione, ove illanguidiscono 
le forme caratteristiche della vecchia scuola, ed appariscono 
i primi tentativi della nuova maniera. E tale è appunto, come vedremo, il carattere che 
distingue i lavori ornamentali del VII secolo. 
Nella badia delle Tre Fontane si trovano alcuni capitelli corinzi di barbara fattura, con 
foglia d’acanto frastagliata a punte tondeggianti, aggruppate due a due, la tavoletta senza 
sagomatura va sostenuta da magri caulicoli orizzontali sorretti alla lor volta da barbari 








Pluteo in Santa Maria in Trastevere (secolo vm) 





54 FERDINANDO MAZZANTI 


viticci. È l’ultima decadenza del capitello corinzio del vI secolo, la cui frastagliatura da 
cinque punte riducesi a quattro, a tre e, finalmente, a due sole. Capitelli di questo tipo si 
trovano in Santa Maria in Domnica, in Santa Prassede, in San Salvatore in Onda ed in 
altri edifizi; ne riporto qui uno di quelli meglio scol- 
|  piti, ed in cui più chiari appariscono i dettagli ca- 
|| ratteristici sopra descritti. 
gi Della stessa epoca è un capitellino d’ imposta 
| esistente fra i ruderi della chiesa di San Valentino 
‘ sulla via Flaminia, edifizio restaurato da Onorio I. 
“ Così pure lo sono due grandiosi plutei murati nel 
portico di Santa Maria in Trastevere, decorati con ricco 
nascimento di acanto, barbara imitazione di qualche 
originale greco preesistente. Nella chiesa della decapitazione di San Paolo il De Rossi vide, 
fra le macerie accumulate sotto il pavimento, avanzi di plutei ch’egli giudicò del VI secolo, 
le quali cose furono affrettatamente ricoperte col nuovo pavimento. Ma un frammento ho 
potuto ritrovarne fra i vari marmi sparsi Pre 
pel giardino della badia delle Tre Fon- 
tane. Da quanto si può rilevare da questo 
lacero avanzo, pare che si trattasse di un 
pluteo a rombi simile a quelli di San 
Clemente, ma contornato da una membra- 
tura sagomata con tre listelli eguali ed 
una fascia; membratura che preludia già 
a quelle sagome a denti di sega che fu- 
rono sempre preferite dagli artisti del- 
l’ vIlI e del IX secolo, perchè in perfetta 
armonia con la tecnica scultorica de’ loro 
ornati, ed appariscono qua e là in alcuni 
lavori del VII secolo. Frammento di pluteo alla badia delle Tre Fontane (sec. vir) 
Scorniciatura identica alla sopra de- 
scritta ha pure un pluteo adoperato come paliotto «d’altare entro la chiesa del Sacro Cuore 
a: piazza Navona (già degli Spagnuoli), e quindi possiamo ritenerlo del tempo di Onorio I. 
Nei pressi di Sant'Agnese fuori le mura (Protettorato di San Giuseppe), ha trovato due 
capitelli corinzi ornati nella lor parte inferiore da una intrecciatura di vimini, e sono ese- 





Capitello d'ante nella chiesa di San Valentino 
(secolo vi) 





—_——— zz - —— ————»__——m—m T————— 





STRRIRITI 


LCLFCEIAIATIA 





Pluteo nella chiesa del Sacro Cuore a piazza Navona (secolo vn) 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 439) 





guiti con pochissimo lavoro di trapano. La tavoletta dell'uno, sagomata a denti di sega, i 
caulicoli dell’altro, magri piatti e solcati da linee equidistanti, sono indizi abbastanza chiari 
dell’epoca a cui possono essere assegnati, confermata ancora dal trovarsi vicini ad un monu- 


mento interamente ricostruito da Onorio, che impiegò nei 
loggiati del matroneo le quattro colonne scanalate a spire 
elicoidali dell’antico tabernacolo o ciborio, e confermata 
ancora dal trovarsi in detto edificio un frammento di pluteo 
ornato con intreccio di vimini di identica fattura. 

Nella chiesa di Santa Prassede esistono molti orna- 
menti che alla fine del VI, o, meglio, al principio del VII se- 
colo debbono riferirsi: si vedono ancora nella sottoposta 
cripta alcuni rosoni in istucco che adornavano il suo 
sotfitto, formati da mandorle disposte a ruota; riquadrava 
il suddetto sotfitto una rozza cornice profilata a denti di 
sega. Nel medesimo edificio, all'ingresso della cappelletta 





Capitello presso Sant'Agnese 
fuori le mura (secolo vi) 


dedicata a San Zenone, v'ha una porta di esigue dimen- 

sioni, che fu certamente ricomposta con marmi provenienti da altra di dimensioni assai 
maggiori, come si riconosce esaminando l’architrave che sopravanza per circa 60 centi- 
metri per parte, ed anche gli stipiti che furono mozzati circa a metà. Il fregio, portante 








| SLICK i 
- (( ; di 


mp ; 
QA 





Dettagli di una porta in Santa Prassede 
e pilastrini in San Lorenzo fuori le 
mura (fine secolo vi e secolo vu) 


l'iscrizione di Pasquale I, ha tratto molti in ingauno, ma, 
considerando che esso non corrisponde alle dimensioni pri- 
mitive di questa porta, le parti frammentarie di cui è com- 
posta sono assai più antiche e perciò anteriori al secolo 1X. 

Un pesante cornicione classico sostenuto da due colonne 
di granito con barbari capitellini ionici ornati ad intrecci 
eseguiti senza sviolinature fa ora da cimasa a questa porta, 
e forse in origine era collocato a maggiore altezza; sul 
suo fianco sono scolpiti ornamenti imitativi identici a quelli 
che vedemmo nel matroneo di San Lorenzo fuori le mura, 
e nel sottoposto soffitto è scolpito un ornamento a rosoni 
che richiama quello dei pilastrini di Pelagio II, intrecciato 
però con circoli riannodati. Sono anche degni d’ osserva- 
zione gl’intrecci scolpiti sopra gli stipiti imitanti un tes- 
suto di stuoie che, interrotto di tanto in tanto, preludia già 
a quel genere di ornamentazione a nodi che venne tanto 
in voga nel secolo successivo. Vedesi pure in un angolo 
della suddetta chiesa un capitello corinzio la cui frasta- 
gliatura e modellatura delle foglie è simile a quello della 
badia delle Tre Fontane sopra riportato. 

Tutto ciò m’induce a credere essere la chiesa di Santa 
Prassede ricostruita da Pasquale I con gli avanzi di altra 
del VII secolo, avanzi che appariscono in molte parti di 
questo edifizio, ciò che potrebbe meglio essere accertato 
scoprendo ì capitelli delle colonne nascosti da stucchi ba- 
rocchi. 

Il papa Teodoro eseguì in Santo Stefano Rotondo vari 


lavori importanti, vi aprì un nuovo ingresso, e nell’asse di questo costruì, dal lato opposto, 
una absidiola, che ornò di mosaico, ancora esistente. Le colonne poste in quella direzione 
sono tutte di architettura frammentaria, ma hanno i pulvini ornati di croci, e questo è l’ unico 
ornato di quell’epoca che potei rinvenire in quest’edifizio. 

Così parimenti dell’altare votivo che in San Pietro in Vincoli fu innalzato dal popolo 


56 





FERDINANDO MAZZANTI 


Ricostruzione dell’altare e del recinto presbiteriale da frammenti esistenti in San Giorgio al Velabro (secolo vii) 





———____——T— 


romano l’anno 680 per la liberazione della peste, 
nulla rimane all'infuori del mosaico rappresentante 
San Sebastiano, a cagione dell’ essere stato rimosso 
dal posto in epoca barocca, i marmi cangiarono forma 
ed aspetto, e forse sotto quelli che attualmente com- 
pongono l’altare si trovano nascosti gli ornamenti 
del vii secolo. Dietro l’absidiola ove trovavasi in ori- 
gine ho raccolto un piccolo frammento con circoli 
intrecciati, il quale ce ne dà già un indizio. 

In San Giorgio in Velabro esistono i frammenti di 
un rozzo paliotto con due pavoni che si dissetano ad 
un vaso fiancheggiato da due croci, e sono certa- 
mente del tempo in cui Leone II (682-683) restaurò 
la chiesa. Frammenti di antichi sotfittini furono im- 
piegati nel secolo XIII ad ornare pilastri angolari del 
portico. 

In San Martino ai Monti si trova spezzato in mi- 
nutissimi pezzi un pluteo a due fronti, nell’ una delle 
quali veggonsi tre file di gnelli intrecciati e nell’altra 
delle arcatine sovrapposte, ornate da rozzi gigli: questo 
lavoro potrebbe ritenersi del tempo di Sergio I(687-701). 
Tanto questo che quello sopramenzionato sono inqua- 
drati da modanature a denti di sega. 

Sulla piazza di San Silvestro in Capite vedesi una 
mostra di porta i cui stipiti sono ornati con foglie 
piatte leggermente sfaccettate, che si adagiano entro 
un guscio; sull'orlo ricorre una rozza fusaruola, e 
sopra lo stipite di destra è scolpito un falchetto che 
regge una coppa; gli ornamenti rivelano lo scalpello 
del VII secolo, ma in origine dovettero appartenere ad 
altra cosa, poichè nei giunti della pietra le foglie si 
vedono tagliate comunque e non combaciano. 

Nel portico di San Lorenzo fuori le mura è collo- 
cato un grandioso sarcofago, in origine ornato su tre 
fronti, poi di nuovo scolpito sulle quattro facce con 
rami di vite e pampini d’uva, fra i quali svolazzano 
uccelli e graziosi amorini che attendono alla vendem- 
mia; lavoro trito e confuso per il rilievo poco sen- 
tito, perchè tutto scolpito su di un solo piano: però 
confrontato con altri lavori del VII secolo esistenti in 
Italia, può passare per un capolavoro d’arte, chè di 
gran lunga esso tutti li supera. 

Non voglio dimenticare le due colonne presbite- 
riali di Santa Bibiana, ornate per un terzo da bac- 
cellature verticali e per la restante parte da scana- 
lature elicoidali assai rozzamente eseguite; nel fianco 
di esse vedesi la traccia dell’ incastro dei cancelli 
presbiteriali da tempo scomparsi. 

Dietro una lapide moderna, depositata nel chiostro 
di San Paolo, ho trovato scolpito un pluteo a rombi 
contornati da gigli, che qui riproduco, perchè parmi 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 57 


ivi ben accennato il passaggio dello stile dal vII a quello dell’ vIlI secolo. Altro consimile 
fu veduto dall’ architetto Busiri dietro la eustodia dell’ olio santo di San Giovanni in 
Laterano, ed altro, di epoca poco più tarda, trovasi murato nel portone del palazzo del 
Governo Vecchio, e fu scoperto dall’architetto Vespignani dietro uno stemma medioevale ivi 
esistente. 

Col vir secolo muore l’arte antica e si perde la tecnica di tutte le arti che per lunga 
tradizione era ancora sopravvissuta; e perciò non più aggetti potenti, profondi sottosquadri 
ed ardite sviolinature, ma languida scultura monotona e piatta appena ravvivata da solchi 
paralleli ; motivi ornamentali (semplici reminiscenze di cose già note) scolpiti a soprasquadro 
su di un medesimo piano, senza alcun indizio di modellatura di mezzo-tondo, senza alcuno 
scotimento della forma, una volta così profondamente sentito e così energicamente espresso 
dagli artisti romani dell’ epoca classica. Massima compiacenza nella ricerca delle intreccia- 
ture che qua e là appariscono e che tra poco vedremo diventare la nota caratteristica di 
tali sculture. | 

E che la tecnica nelle arti tendesse a perdersi lo dimostra il fatto di non trovar più 
lavori ditficoltosi con intagli minuti, sviolinature, trafori, ecc., ma semplici e rozzi lavori 
di scalpello quasi abbozzati su pesanti lastroni ricavati dal masso non già con taglio di 
sega, ma col mezzo primitivo delle zeppe di legno; quasichè difettassero gli arnesi più 
necessari all’arte dello scalpellino e dell’intagliatore in marmo. 


(Continua). 
FERDINANDO MAZZANTI. 









CEN” 
PIP 
A 


SITI IEIITEN 





x _Mi - . n 
IN < « 4* 
a n 
- W Mi 
n n 
i , ua Ì i uni i 
\ Si = 
— Anne a 
lf 


I RZAT LIA SI REZZA] 





» 





Pluteo nel chiostro di San Paolo (secolo vn) 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. I-Il. 8 


PER UN QUADRO ERETICO 


° ULTIMO volume che l’ Uhlmanp ha scritto intorno alla vita 

sio e alle opere di Alessandro Botticelli ha richiamato l’at- 

«i | tenzione dei critici d’arte sopra una tavola del pittore 
| fiorentino, o almeno a lui attribuita, che durante un 
periodo di tre secoli è stata causa di una lunga e vivace 
contesa. Intendo parlare di quell’ Assunzione della Ver- 
gine, attualmente nella Galleria Nazionale di Londra e 

| che il Botticelli eseguì per il suo amico Matteo Palmieri. 
Non vi è stato in Italia e in Europa scrittore di cose 
| | ecclesiastiche il quale non abbia discusso la strana que- 
stione, e non si sia schierato da un lato o dall'altro per 
i combattere intorno al nome del diplomatico fiorentino 
I | e contro il quadro ch’egli aveva ordinato per la sua 
cappella gentilizia. E sebbene la questione sia stata con 
— molta esattezza dilucidata da uno scrittore veneto del 
secolo scorso, pure non sono mancati in questi ultimi anni dei critici d’arte i quali hanno 
accennato ai diversi pareri espressi, dando a conoscere l’assoluta mancanza di nozioni precise. 

Vedremo in seguito quali conclusioni debbano dedursi dai pareri diversi di coloro che 
se ne sono occupati, e di questi pareri diversi quale conto si debba fare. Giacchè tutti coloro 
i quali hanno scritto di Matteo Palmieri e delle opere sue hanno discusso molto leggermente, 
fidandosi di voci udite, senza preoccuparsi di ricercare con coscienza l’ultima verità. Sol- 
tanto verso la metà del secolo scorso Apostolo Zeno ha riassunto le diverse opinioni, scar- 
tando tutto ciò che vi era di falso, ed illustrando le sue asserzioni con indiscutibili argomenti. 

Questo Matteo Palmieri fu illustre cittadino della repubblica fiorentina, e scrisse opere 
diverse che gli diedero fama di buon letterato e di uomo dottissimo. 

Fra queste opere va notato un poema in terza rima in cuì egli accennava ad una 
opinione di Origene — già dichiarata eretica dai dottori della Chiesa — e che dopo la sua 
morte fu condannato dal santo Utfizio. Questa condanna si estese anche al quadro che il 
Botticelli, o chi per lui, aveva eseguito dietro i suoi suggerimenti, e l’altare su cui si trovava 
fu chiuso al servizio del culto. 

Ora è appunto su questa condanna che si è svolta la contesa degli umanisti e dei 
teologi, contesa che è durata per ben tre secoli, durante i quali non si è fatto che invi- 
luppare maggiormente la matassa imbrogliata, e ripetere, con una ingenuità fanciullesca, 
i più grossolani errori. E deve aver fatto una curiosa impressione a coloro i quali anche 
ai giorni nostri si sono appassionati per le peripezie di Matteo Palmieri e del Botticelli, 
leggere nel volume dell’ Uhlmann come il quadro tanto discusso non appartenga certamente 
al pittore fiorentino! 


A 25 Li 
}% AR \ Du » 
C | PX A a er 
o j FTUTAN DALE 
ARIAT \ y SIE 


.——— 








-— — ———————_——__ —1_—r—+———.——--+--—_tr=-<t<+.|-. 





dui 


PER UN QUADRO ERETICO 59 


I. 


Giovan Battista Gelli, nel terzo ragionamento dei Capricci del Bottaio, dice: « Ricordati 
un poco di Matteo Palmieri, che fece sempre lo speziale e non di manco si acquistò tante 
lettere che fu mandato dai Fiorentini per ambasciatore al re di Napoli, la quale dignità gli 
fu data solamente per vedere una cosa sì rara che in un uomo di sì bassa condizione 
cadessero sì nobili concetti di dar opera agli studi senza lasciare il suo esercizio, e mi 
ricordo aver inteso che quel re ebbe a dire: Pensa quel che sono a Firenze i medici, se gli 
speziali vi sono così fatti ». 

E il piacere di riportare la freddura del re napoletano, o piuttosto il desiderio di 
nobilitare sè stesso, hanno fatto cadere il Gelli in una grande inesattezza, tanto meno 
perdonabile in quanto che egli doveva aver conosciuto Matteo Palmieri che da Giusto Bottaio 
fa chiamare mostro vicino.! Ma bisogna piuttosto credere che il Gelli scrivesse in mala 
fede, giacchè è noto com’egli fosse di nascita vile, ed esercitasse il mestiere del calzolaio, 
nascita e mestiere che ha cercato poi di nobilitare col raccogliere le vite di altri letterati 
che si trovavano nella stessa condizione. E fu appunto un altro calzolaio, il fiorentino 
Michele Capri, che recitò l’orazione laudatoria dopo la sua morte. * 

La confusione, volontaria 0 no, deve esser nata dal fatto che Matteo Palmieri « era 
inscritto nell’arte degli speziali per quella legge democratica la quale obbligava ogni citta- 
dino che volesse essere ammesso agli onori pubblici d’immatricolarsi in qualche arte. Così 
i Palmieri furono per molti anni ascritti all’arte della spezieria, e la loro bottega fu quella 
antica farmacia delle Rondini, che ancora esisteva mezzo secolo fa, vicino alla chiesa di 
San Pier Maggiore in Firenze. 

Del resto, i Palmieri appartenevano ad una illustre famiglia di origine germanica, ed 
erano imparentati, come vedremo, con le più nobili famiglie della repubblica fiorentina. 
Origine anche affermata da Alamanno Rinuccini, il quale recitò l’orazione in morte di 
Matteo Palmieri, che egli dice: honestibus parentibus natus quippe qui în germanos quosdam 
principes originis suae primordia referat. ® Nel comento manoscritto alla Città di Vita, che 
ora trovasi alla Laurenziana di Firenze, viene anzi narrato questo aneddoto intorno all’ori- 
gine dei Palmieri. 

Allorchè l’imperatore Ottone scese in Italia contro Berengario IV, e debellò quel re 
divenuto odioso per atti d’ inaudita tirannide, il pontefice Agapito II volle onorare la vittoria 
dell’imperatore, donandogli una grande foglia di palma. Questa foglia di palma Ottone I, 
in una pubblica e solenne adunanza, concesse ad un adolescente del suo seguito che era 
ministro degli scalchi imperiali. Fu allora che il giovinetto, onorato dal dono imperiale, 
cambiò nome, e cominciò a farsi chiamare Palmerio. Finita la guerra, l’imperatore divise 
fra i suoi famigliari ]e terre conquistate, e al Palmerio toccò in sorte il castello della Pietra 
e i terreni posti a valle del fiume Amone fino ai contrafforti degli Appennini. Questa signoria 
crebbe la potenza ai discendenti dello scalco, che s' imparentarono coi conti Guidi, loro vicini, 
verso l’anno 1100. Erano questi conti Guidi potenti signori di quelle regioni, e possedevano 
molti castelli e molti beni nel Mugello, specialmente intorno al villaggio del Rasojo. Tutte 
queste possidenze passarono in seguito ai Palmieri che, per una tale eredità, furono chiamati 
nelle scritture antiche, e specialmente nel Priorista del Monaldi, i Palmieri da Rasojo. 

Se questi fatti non bastassero, un’altra prova della nobiltà sua si trova nelle cariche 
pubbliche sostenute dai suoi più prossimi ascendenti. Così nel Priorista della repubblica 
fiorentina si trova che Francesco Palmieri, zio paterno di Matteo, fu quattro volte priore 
negli anni 1404, 1407, 1419, 1430, e una volta, nel novembre e dicembre del 1427, lo fu 


! I capricci del Bottaio. Rag. VI. ® Vedi anche il Foresti nel Supplemento delle cro- 
? Firenze, Sermartini, 1563. nache, lib. XV, 


60 DIEGO ANGELI 








Antonio, padre del nostro poeta. Vedremo in seguito quali incarichi sostenne Matteo e quali 
gentiluomini fiorentini vi ebbe a compagni. Resta dunque per ora ben chiarito questo punto 
oscuro intorno all'origine sua. Giacchè sembra che uno strano destino abbia perseguitato, 
dopo morto, la sua fama di cittadino e la sua gloria di letterato. Una quantità di dubbi 
sono nati sui diversi periodi della sua vita e molti errori si sono addensati intorno alla 
sua memoria. 

Matteo Palmieri nacque da Antonio e da Tommasa Sassolini sui principî del secolo XV. 
L’anno preciso della sua nascita ci è ignoto; ma poichè il Volaterraneo ! scrive che ad 
extremam pervenit senectutem concordando con Bartolommeo Fonzio,? il quale dice che 
cessò di vivere d’anni 70, e sapendosi infine l’anno della sua morte, che fu il 1475, si può 
stabilire che il Palmieri nascesse nei primi cinque anni di quel secolo xv. Nessuno dei 
molti autori che si sono occupati di lui ha scritto intorno ai primi anni della sua vita; 
ma si trovano alcune notizie dei suoi studi e dei suoi maestri nei comenti — già citati — 
che il vescovo Leonardo Dati fece alle cantiche del suo poema. In questi comenti mano- 
seritti, e in parte riprodotti dal canonico Maria Bandini,* si dice che egli cominciò fin 
dalla prima fanciullezza a studiare matematiche, e che più tardi, col pistoiese Sozomeno, 
imparò grammatica e retorica, e, finalmente, Carlo Aretino e Ambrogio Camaldolese gli 
insegnarono la lingua latina e la greca. A questi quattro maestri ve ne è chi ne aggiunge 
un quinto, l’Argiropulo, 4 che lo avrebbe perfezionato nelle diverse discipline filosofiche 
e filologiche. È certo che il Palmieri studiò molto e presto, tanto che giovinetto ancora era 
reputato dai suoi concittadini come provvisto di una grande dottrina. Infatti, nel 1439 
— doveva essere in quell’epoca molto giovane — egli prese parte al Concilio di Firenze, 
che fu tra i più combattuti di quanti se ne tenessero allora, e nel quale furono gli uomini 
più dotti di quel tempo.® Pochi anni dopo, nell’ottobre del 1445, fu eletto priore, e, final- 
mente, essendo morto il segretario dei Signori, Carlo Marsuppini, egli fu incaricato dal 
gonfaloniere d’allora, che era il Guicciardini, d’ intesserne l’elogio funebre nei solenni funerali 
che volle fargli la repubblica fiorentina. Era questo un nobile incarico, giacchè per rendere 
più famosi quei funerali furono scelti « uomini che, per onor delle lettere e per la nobiltà 
della famiglia, fussero de’ primi della città ». $ E, infatti, egli ebbe a compagni Giannozzo 
Manetti, Ugolino Martelli, Nicolò Soderini e Piero de’ Medici, il che dimostra definitivamente 
come fosse vana l’accusa del Gelli, e come il Palmieri appartenesse a famiglia patrizia. 
Quest'orazione è un buon esempio di quell’eloquenza umanistica così in fiore a quei tempi: ° 
certo che ella accrebbe la sua fama di buon orature, tanto che qualche anno più tardi 
— nel 1455 — essendo necessario di trovare un ambasciatore da mandarsi al re Alfonso di 
Napoli, fu appunto scelto Matteo Palmieri, ed ebbe come compagni d’ambasciata Neri Cap- 
poni e Alessandro Alessandri. * In questo incarico egli apportò molta finezza e grandissima 


! VoLaTERRANEUS, Comm. Urb., lib. XXII. 

? BarroLommeo Fonti, Gli Annali, pubblicati dal Lami. 
Ecco il passo che si riferisce al Palmieri: 

1475. Matthaeus Palmerius LXX aetatis anno Flo- 
rentiae obiit. Funus honorifice elatum est, laudavit et 
suggestu insigni cum oratione funebri Alamannus Ri- 
nuccinius. 

* JoseprH Maria Banpini, Specimen litteraturae Flor. 
t. II, pag. 50. 

* PaoLo CortEsE, De hominsébus doctis. 

è Egli stesso, nella sua opera De temporibus, che è 
come una cronaca fatta a compimento di quella di Eu- 
sebio, dice: Nicolaus Tuborcus (cioè Nicola Secondino, 
che fu poi segretario veneto) latinae et graecae linguae 
utque elegantiae princeps laudatissimus habetur, qui fre- 


quenti concilio medius assistens, multis et eruditis viris 
audientibus, ne quoque teste vidente audienteque dispu- 
tatum verba. Anche Guglielmo Cave, nei suoi Scrittori 
ecclesiastici (Ginevra 1693), dice di lui che in Concilio 
tamen florentino partes non infimas tulit. 

© Ammirato, Famiglie fiorentine (famiglia Soderini) 
e anche nelle Storie fiorentine sotto il gonfalonierato 
del Guicciardini (II, XXII). 

" Si può leggere nei Fasti consolari del canonico 
SALVINI & pag. 255. 

8 Secondo l’Ammirato (op. cit., famiglia dei conti 
Guidi) l’ordine di partenza gli fu dato il 16 aprile di 
quell’anno, Ai suoi due compagni di questa ambasceria, 
che doveva avere una così strana influenza nella sua 
vita, egli ha dedicato due volumi: al Capponi, cioè, la 


e di adi le i 


61 


PER UN QUADRO ERETICO 








dottrina: Apostol6 Zeno ha potuto vedere alcune memorie del Cinelli, in cui si discorre di 
questa ambasceria, e si narra lo stupore del re napoletano nell’ udire le tre orazioni che 
egli, senza nessuno sforzo, recitò in italiano, in latino e in spagnuolo. Fu questa perfetta 
cognizione delle tre lingue, unita alla profondità dei suoi ragionamenti, che avrebbe fatto 
fare al re quella esclamazione — forse poco politicamente corretta — che il Gelli riproduce 
nei Capricci del Bottaio. Del resto è noto l’animo del monarca aragonese e le sue incer- 
tezze ad unirsi definitivamente con -la repubblica fiorentina, governo troppo democratico per 
essere considerato con tutta la rigidezza da un re spagnuolo. 

Comunque sia, questo viaggio ebbe una grande importanza nella vita di Matteo Pal- 
mieri, e lasciò nel suo animo una profonda impressione. Nei giorni in cui egli rimase a 
Napoli riuscì a farsi stimare e ammirare da quella corte, e in onor suo furono fatte gite 
e cavalcate nei dintorni della capitale. Fu durante una di queste cavalcate a Cuma che 
la vista di quel paesaggio sconvolto, già reso celebre da una sibilla e cantato da Virgilio, 
il quale supponeva essere di là disceso Enea nell’Averno, lo decise a metter mano a quel 
poema dantesco la cui prima idea gli era stata suggerita — come avrò occasione di dire in 
seguito — da un così strano sogno. Condotte dunque a termine le trattative per conto del 
governo fiorentino, egli ritornò in patria, e, come ricompensa dei suoi servigi fedeli, fu 
nell’ottobre del 1456 nominato gonfaloniere, supremo onore cui potesse aspirare un cittadino 
di Firenze. ! 

Da questo punto la vita del Palmieri è un seguito di cariche onorevoli e di uffici 
importanti nel governo della cosa pubblica. Lo troviamo, infatti, nel 1466 alla corte di 
Roma per sollecitare la canonizzazione del beato Andrea Corsini, e per avvantaggiare alcuni 
altri affari della moribonda repubblica fiorentina, che già nella crescente potenza dei Medici 
vedeva la futura signoria. A Roma, come sempre, il Palmieri seppe cattivarsi l'animo del 
pontefice Paolo II e di tutto il sacro collegio. ® Poi, al ritorno, è mandato ai Sanesi, e 
nel settembre dello stesso anno è, per la terza volta, fatto ambasciatore presso il legato di 
Bologna. Nel 1467 è creato dei sette di Balìa, e l’anno di poi, in novembre, è, per la seconda 
volta, nominato priore. L’ ultimo incarico di cui fa menzione la storia lo ebbe nel 1473, 
quando fu mandato a Sisto IV per discutere e concludere quella lega che fu detta d’ Italia. 
A Roma rimase un anno intero e molto si occupò degli affari del suo paese. Era quella 
un’epoca straordinariamente difficile per la repubblica fiorentina, dove le istituzioni demo- 
cratiche non avevano già più l'antico vigore per sostenersi vittoriosamente in un così gran 
tumulto d’interessi, nè i Medici avevano ancora tanta potenza da poter dare un nuovo 
impulso di vita agli affari della loro città. Egli in Roma cercò, con ogni mezzo, di rendere 
favorevole il papa agl’interessi fiorentini, e per meglio cattivarsìi l'animo del pontefice al 
posto del cardinal Riario, arcivescovo di Firenze, morto in quell’anno, fece nominare Pietro 
Orsini, romano. * 

Tutte queste ambasciate — di cui si trova una così larga traccia nelle opere del Nardi, 
dell’Ammirato, del Salvini e specialmente del Gaddi — meriterebbero di essere svolte ed 
illustrate in uno studio speciale. Sarebbe interessante ed utile al tempo stesso questo studio 
intorno al diplomatico fiorentino che visse in tempi così gravi di tumulti e d’intrighi, e 
che appartenne a quella nobile schiera di ambasciatori toscani i quali trattavano con la 


Storia di lisa e all’Alessandri i Dialoghi della vita 
civile. 


sciatore, lettere in cui egli vien chiamato vir bene doctus 
beneque disertus e anche vir doctissimus. 


! Catalogo dei gonfalonieri di giustizia, compilato 
anche da Jacopo Nardi, in fine alle suo Storie fiorentine 
(Lione, 1582). Anche l’Ammirato, nelle sue Storie, con- 
ferma la data e il fatto. 

? Jacopo Gappi (De scriptoribus) cita le lettere con 
le quali la repubblica fiorentina accreditò il suo amba- 


® Jacopo Gappi (op. cit., II, XXIII), Matthaeus Pal- 
merius, vir doctus et disertus, ad vos mittitur cum qui- 
busdam mandatis, 

‘ R. MiaLiori (Firenze illustrata) pubblica una let- 
tera di Matteo Palmieri in data dell’11 gennaio 1473 
nella quale narra minutamente di questa nomina, 


62 DIEGO ANGELI 


stessa importanza e col medesimo rispetto gli affari del loro paese e gli studi delle lettere 
e delle arti. Matteo Palmieri, che pensava e iniziava la sua Città di Vita alla corte stessa 
di Alfonso V dove si era recato in nome della sua repubblica, e che gli affari del suo 
governo conduceva a buon fine giudiziosamente e coscienziosamente, è forse uno dei più 
belli esempi di quegli uomini di Stato, e per questo solo meriterebbe uno studio minuto 
e speciale. I 

Dopo questo incarico non si sente più parlare di lui, e si può supporre con certezza 
ch’egli sia morto l’anno successivo, 1475. Dico supporre, perchè molte contraddizioni sono 
intorno alla data della sua morte: le due copie dell’orazione che Alamanno Rinuccini fece 
in suo onore, e che ora si conservano alla Strozziana di Firenze, hanno due date diverse. 
Quella che sembra la più antica porta: Die XXV aprilis 1478, e nell’altra: die XV apri- 
lis 1475. Bisogna però credere piuttosto a quest’ultima, e ritenere la prima come un errore 
dell’amanuense, sia perchè dopo quell’anno 1475 non si trova più nominato Matteo Pal- 
mieri — e nei molti e gravi avvenimenti che agitarono in quell'epoca la città di Firenze 
egli sarebbe in certo modo comparso — sia perchè le Storize Fiorentine che egli scriveva 
negli ultimi tempi della sua vita finiscono appunto con la data del 1474,! 

Matteo Palmieri fu di statura elevata sopra la media degli uomini, di corporatura 
tendente alla pinguedine, ma non troppo, di salute robustissima fino al principio della 
vecchiaia, epoca in cui si ammalò di una febbre che a brevi intervalli lo accompagnò fino 
alla tomba. Leonardo Dati, segretario del papa e amicissimo suo, che ci lasciò scritto questi 
particolari nella prefazione alla Città di Vita, soggiunge che honestis moribus vita civili 
atque modesta humanissimus virit et civibus omnibus suis adprime carus. Del resto un 
busto in terracotta, egregia opera del Rossellino, si trova nel Museo Nazionale di Firenze, 
ed un ritratto suo e di sua moglie in atto di orazione è dipinto nella tavola attribuita al 
Botticelli e di cui mi dovrò occupare più tardi. I funerali di questo insigne cittadino furono 
fatti con tutta la pompa possibile; il suo corpo, rivestito degli abiti curiali, fu esposto sopra 
un alto catafalco nella chiesa di San Pier Maggiore e Alamanno Rinuccini recitò in suo 
onore l’orazione funebre alla presenza del gonfaloniere, dei signori e di tutti i notabili della 
repubblica fiorentina. ! 

Molte opere ha lasciato Matteo Palmieri, alcune delle quali non dimenticate nemmen 
ai giorni nostri. Ma, come la maggior parte dei suoi coetanei, pochissima pubblicità dette 
a queste opere durante la sua vita, e non tutte vennero stampate dopo la sua morte. Tra. 
quelle pubblicate si deve contare l’Orazzione in morte di Carlo Marsuppini, di cui mi sono 
già occupato e che fu raccolta nei Fasti consolari del canonico Salvini; I quattro libri della 
vita civile, scritti a forma di dialogo e pubblicati per la prima volta nel 1529. Questo libro 
è forse quello che ancora rimane più vivo fra tutti gli altri — una ristampa è stata fatta 
al principio del secolo da Giuseppe Pelli — e che fin dal suo apparire abbia avuto un vero 
successo. Il volumetto, scritto con quell’arguzia propria ai quattrocentisti fiorentini, fu anche 
tradotto in francese da Claudio de Rosiers, che lo pubblicò a Lione nell’anno 1575. Un'altra 
opera di grande erudizione è la sua storia universale, che intitolò De femporibus, e che 
doveva cominciare dall’origine del mondo fino ai suoi giorni. Ma questa cronaca voluminosa 
e concisa non è mai stata pubblicata integralmente: una sola parte è stata data alle stampe 
come seguito alle cronache d’ Eusebio, ed è appunto sotto questo aspetto che il libro del 
Palmieri è ‘noto agli studiosi. ®* Vanno notate tra le opere manoscritte la Vita dell’ Acciatuoli, 
la Storia dt Pisa dedicata a Neri Corsini, suo compagno nell’ambasciata di Napoli, e final- 
mente il poema in terza rima, detto la Città di Vita. 


Li 


! Il Manni, nelle sue Note al Cortesi, cita un brano nella parrocchia di San Pier Maggiore, dove fu se- 
del Fonti (op. cit.), nel quale stabilisce la morte del  polto. 
Palmieri nel 1475, a settant'anni, avvenuta a Firenze ? Fu il Moxgrizi, milanese, che la mutilò in questo 


PER UN QUADRO ERETICO 63 


II. 


Nei grandi funerali che la repubblica fiorentina volle fare a Matteo Palmieri, il corpo 
di lui — come era in uso a quel tempo — venne esposto agli sguardi dei cittadini. Stava 
il morto con le braccia incrociate sul petto, e teneva tra le mani un voluminoso mano- 
scritto. « Volendo egli tentare l’arte poetica in età già avanzata », disse il Rinuccini nella 
orazione recitata in suo onore, «in quel volume che voi ora vedete sul suo petto compose 
un poema in terza rima che volle chiamare Città di Vita, perchè l’anima, libera dal peso 
del corpo, dopo aver peregrinato per diversi luoghi, giunge finalmente alla patria suprema 
dove godrà un eterno bene ». Ma questa concisa definizione non doveva spiegar molto il 
concetto del poema a coloro che ascoltavano il Rinuccini, perchè, in verità, pochi ne avevano 
sentito parlare e pochissimi lo avevano letto. Del resto, Matteo Palmieri stesso non aveva 
voluto dare molta pubblicità all'opera sua, ed una copia sigillata aveva deposto dal suo 
console, con l’espresso divieto di aprirla finchè egli fosse in vita.! Questo suo desiderio fu 
scrupolosamente rispettato, e il libro rimase per molti anni dentro il palazzo del proconsole, 
tanto che a poco a poco nessuno pensava più di aprirlo, sebbene il suo autore fosse morto da 
lungo tempo. Ma nel 1557 una piena dell'Arno invase la casa proconsolare e danneggiò 
molti mobili e molti oggetti che vi si trovavano, fra questi il manoscritto del Palmieri. 
Trasportato nella libreria di San Lorenzo, fu tolto dalla cartapecora che lo involgeva e 
molti curiosi cominciarono a leggerlo, e a spargerne la fama nella città. Naturalmente 
insieme con la lettura cominciarono i comenti, e le critiche, e le accuse di errore: e queste 
accuse divennero così numerose e precise, che l’autorità ecclesiastica dovette dichiarare eretico 
il libro e proibirne la stampa. Anzi, siccome il Palmieri prima di morire aveva ordinato 
un quadro per la sua cappella gentilizia, dove si vedeva la Vergine circondata da una 
corona di angeli esultanti, il Santo Uttizio volle vedere in quella tavola riprodotta grafica- 
mente l’eresia del poema, e ordinò che venisse coperta da un velo e che l’altare dove si 
trovava fosse interdetto. ®* Che cosa era dunque un tal poema così pericoloso, e di qual sorta 
l'errore che aveva tanto spaventato la censura ecclesiastica? 

Leonardo Dati, canonico di Santa Maria del Fiore, e più tardi vescovo e segretario 
del pontefice Sisto IV, che fu grande amico del Palmieri e che lasciò un ampio comento 
al poema di ]ui, ci racconta minutamente l’origine di questo lavoro. Dice dunque il dotto 
prelato che il 1°di agosto dell’anno 1451 essendo Matteo Palmieri malato nella città di 
Pescia, e oppresso da una invincibile sonnolenza, sì vide apparire l’immagine di Cipriano 
Oricellari, morto da poco tempo, antico compagno di studi ed amicissimo suo. Era il morto 
vestito tutto di bianco ed ilare in volto: egli salutò l’amico dormente, e lo invitò a seguirlo 
nel suo itinerario superumano. Assentì il Palmieri e ambedue si posero in viaggio. Mentre 
si allontanavano da questa terra, l’Oricellari credè bene di spiegare al suo compagno come 
e per qual ragione egli fosse venuto a lui: «Io sono stato mandato a te — gli disse — 
perchè t’istruisca e ti faccia conoscere tutte quelle cose ch’io stesso ho conosciuto dopo 
aver abbandonato le spoglie terrene. Devi dunque sapere che nel principio del mondo Iddio 


modo. Nella stampa che egli ne fece, verso il 1475, ! Nella copia che si conserva alla Laurenziana, 
premesse all’edizione questo epigramma: che è l’originale di Matteo Palmieri, su codice mem- 
Historias quicumque suo cum tempore quaeris branaceo, vi è una postilla aggiunta che dice ap- 


Hoc tibi non parvo, codice, lector habes. 
Condidit Eusebius tecumque Hyeronime prosper 
Matthaei, pars est ultima Palmerii. notariorum arti Florentiae donavit conditione ut non 
Omnibus, ut pateant, tabulis impressit ahenis 
Utile Lavania gente Philippus opus. 
Hactenus hoc toto rerum fuit orbe volumen Matthaeus. 
Quod vix qui ferret taedia scriptor erat. 
Nunc 088ae Lavaniae numerosa volumina nostri 
Aere perexiguo qualibet urbe legunt. tine, lezione X. 


punto così: Opus Matthaei Palmerii quod sigillatum 


aperiatur dum in 8uo religatus corpusculo rvivet ipse 


? GiusepPr Ricna, Notizie storiche delle chiese fioren- 


64 DIEGO ANGELI 


creò innumerevoli legioni di angeli che subito si divisero in tre parti. In questa divisione 
una parte seguì scientemente Lucifero; un’altra parte si mise agli ordini dell’arcangelo 
San Michele; la terza parte non seguì nè Lucifero, nè il Signore, e rimase neutrale alla 
lotta. Rimasto vincitore l’ Eterno, Lucifero coi suoi fu espulso nell’inferno, Michele e gli 
angeli che lo avevano seguito furono chiamati in cielo, coloro poi che rimasero neutrali 
furono relegati negli Elisi di dove furono poi destinati a diventar uomini, affinchè una 
seconda volta potessero scegliere, in libertà, il loro destino. Ma, come questi non vollero 
scegliere con libero arbitrio, immise nel loro corpo lo spirito di due angeli, uno devoto a 
lui ed uno a Lucifero, dimodochè se l’uomo ascolta i consigli del primo ed agisce onesta- 
mente è chiamato nel cielo; se si lascia persuadere dal secondo e agisce disonestamente va 
in perdizione col cattivo angelo ».! Avendogli fatto questo discorso, Cipriano Oricellari con- 
dusse il Palmieri attraverso i diversi pianeti, dove stavano in eterno le anime degli eletti. 
Il comentatore si dilunga qui in una minuziosa discussione dialogata, fra il Palmieri e il 
suo conduttore, di cui mi piace riportare un brano, anche per lucidare meglio certe dottrine 
del nostro autore. Domanda il Palmieri, a un certo punto, dove egli — Oricellari — fosse 
relegato: | 

— Poco sopra la Luna. 

— Dunque in Mercurio? 

— In una eguale circonferenza io sono librato, ma ancora non posso raggiungere quel 
pianeta. 

— Ma potete, voi eletti, venire a noi? 

— Lo possiamo — rispose sorridendo l’Oricellari — ed io vado dove mi pare. 

— Ma quando venite a noi, lasciate il luogo dove eravate? 

— No, non lo lasciamo mai. Noi siamo come Ìa parola sulla terra, che quando è emessa 
va, ma rimane, nel tempo stesso, vibrante nell’aria. 

Con questi ed altri discorsi i due viaggiatori compiono il loro viaggio extra-terrestre, 
finchè, tornati in terra, Cipriano, con molte lacrime e tutto risplendente di luce sopranna- 
turale, lasciò l’amico suo che, destatosi, notò fedelmente la visione avuta. L’anno successivo, 
mentre egli era ambasciatore al re Alfonso di Napoli, durante la notte di Pasqua, fu di 
nuovo visitato dallo spirito dell’Oricellari, che, con viso adirato, lo rimproverò della sua 
pigrizia, molto meravigliandosi che nulla avesse fatto di quanto avevano parlato insieme. 
Dopo di che, tornato Matteo Palmieri a Firenze, si mise a studiare quei libri che Cipriano 
gli aveva nominati, e, unendo a questi la lettura costante dell’opera dantesca, cominciò a 
scrivere il suo poema. 

Il racconto di Leonardo Dati ha tutta l’aria di essere esatto, tanto più che egli afferma 
di averne udita la narrazione dal Palmieri stesso. Ma con tutta la sua origine, direi quasi, 
spiritistica, il poema del diplomatico fiorentino è uno dei soliti lavori, abbastanza pesanti, 
come tutti quelli che vollero imitare la Divina Commedia. Questa continua preoccupazione 
dantesca è evidente nelle tre cantiche del Palmieri. Tutto il concetto filosofico della Città 
di Vita si basa unicamente sulla teoria eretica del filosofo Origene: nella prima cantica 
egli narra diffusamente, ed anche prolissamente, in qual modo gli angeli discendono dal 
cielo e divengono uomini ; nella seconda, come nelle tenebre di una notte senza fine piombano 
in perdizione; nella terza, finalmente, come sotto una limpidissima luce solare arrivano per 
la retta via alla suprema salute. E tutto questo dilungato in 98 canti (33 per il primo e 
secondo libro, 32 per il terzo), dove, sotto la guida della sibilla Cumana, Matteo Palmieri 
discute delle varie essenze umane e divine, dei vari pianeti che dovranno visitare, delle 
impressioni che. prendono le diverse anime derivate dai diversi pianeti; e visita tutti i 
soggiorni dei reprobi, tra i quali specialmente attirano la sua attenzione i superbi, gli eretici, 


! Questa teoria degli angeli, denunciata per la prima volta da Origene, è quella che ha dato fama di eretico 
al Palmieri e all'opera sua. 





(s1puo] Ip ereuoizen vLia:[eO) i 


ITTHOILLOI TIA “HNIDYFTA VITAIA ANOIZNOASSY.TI 





vue sasva 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2%, Anno II, fasc. I-1f 


66 DIEGO ANGELI 


i posseduti da spiriti maligni, gl’incantatori, gl’idolatri, ecc., finchè rimesso dalla sibilla 
nelle mani di Calogenio, il buon angelo, attraverso varie e sottili circonvoluzioni filosofiche 
arriva alla città della Vita Beata. 

Sarebbe inutile e inopportuno dilungarsi qui con una più minuziosa analisi del poema, ! 
di cui, del resto, esistono rare copie dimenticate, o quasi, nelle biblioteche italiane. 

Ma sebbene ignorato, e appunto forse per questo, nessun libro è stato così ferocemente 
discusso e con maggior quantità di argomenti come quello di Matteo Palmieri. Il primo a 
farne cenno fu il Teritthem. * Questo abate tedesco, che probabilmente aveva avuto solo 
vaghe notizie intorno alla Città di Vita, e ne sapeva quel tanto che poteva aver appreso 
dalla condanna del'Santo Utfizio, scrisse molto leggermente del diplomatico fiorentino. Nel 
suo catalogo degli scrittori ecclesiastici, al nome di Matteo Palmieri, si trovano queste parole : 
M. Palmerius, natione IHalus, patria Florentinus, historiographus, philosophus et  orator 
disertissimus qui in concilio florentino inter praeclaros viros enumeratus fuit. Scripsit 
plenum erroris de Angelis librum quem pertinaciter deffendens tamquam haereticus condem- 
natus apud Cornam civitatem erhustus est. 

Questa affermazione così recisa di uno scrittore molto consultato, quale il Tritthem, è 
bastata a dar credito alla favola della condanna e della successiva esecuzione presso una 
inesistente città di Corna, che lo Zilioli, nella sua storia dei poeti italiani, vuol leggere più 
correttamente Cortona. Non si capisce però come l’abate tedesco, il quale scriveva il suo 
libro soltanto 70 anni dopo la morte del Palmieri, -abbia potuto inventare una simile favola. 
E si capisce tanto meno che tutti quelli scrittori italiani i quali attinsero dal catalogo 
del Tritthem abbondanti notizie senza pur citarlo abbiano accettato la storiella della con- 
danna di un uomo come il Palmieri, che pure aveva lasciato nella storia così numerose 
tracce della sua vita. Ma è certo però che dopo il Tritthem la notizia di questa condanna 
cominciò ad accreditarsi: gli scrittori ecclesiastici di Francia, di Germania e d’ Inghilterra 
la riprodussero quasi con le medesime parole. Si trova rella Cronografia di Gilbert Gene- 
brard, parigino, che peraltro cita la fonte da cui ha tolto questa notizia; si trova nel Cata- 
logus omnium scriptorum e nelle Pandectarum di Corrado Gessner, che furono stampate a 
Zurigo nel 1548, e che ripetono la stessa cosa con le medesime parole; si trova nelle 
Epithomae bibliothecae Gesnerii di Giosia Simler; si trova nel Supplementum histortac litte- 
rariae Guillelmi Cavi di Enrico Wharthon; si trova nel Compendiu:in temporum di Jean 
Rioche. Tutti questi scrittori del secolo XVI ripetono, senza fermarvisi, la notizia comune 
della condanna e della esecuzione di Matteo Palmieri. Si capisce bene, leggendo le loro 
opere, che a nessuno è venuto in dubbio che ciò potesse esser non vero: si sono contentati 
tutti di ripetere che scripsit plenum erroris de angelis librum, e che pertinaciter deffendens 
fu bruciato apud Cornam civitatem. Ma di qual sorta fossero questi errori e a che genere 
appartenesse il libro nessuno ha saputo dire. Nemmeno il titolo comparisce mai in quei 
cataloghi e in quelle storie: anzi Corrado Gessner, che cita molto esattamente i poeti e glj 


! Della Città di Vita esistono tre copie: una alla 
biblioteca Strozziana — che è l’originale di Matteo Pal- 
.mieri — e una alla Laurenziana di Firenze. Un'altra 
copia è alla Braidense di Milano che il Muratori (Della 
perfetta poesia italiana, ]. 1) credeva unica, essendogli 
ignoti i due esemplari fiorentini. Questi tre testi, a 
penna, sono arricchiti di fregi e lettere miniate, Del 
primo si trova notizia nei Termini di mezzo rilievo di 
Baccio Valori, dove fa menzione dell'errore del Palmieri 
senza entrare in discussione. Nel codice membranaceo 
della Laurenziana il manoscritto comincia con queste 
parole: « Comincia el primo libro del poema chiamato 
Cictà de Vita composto da Macteo Palmieri fiorentino. 


Et contiensi in questo primo capitulo come Sibilla pro” 
mette all'Autore esser sua guida in sua opera ». E finisce 
così: «Finito il terzo et ultimo libro del poema chia- 
mato Cictà de Vita col nome de Dio. Deo gratias amen. 
Copiato di mia mano questo dì primo di Marzo 1465 di 
mano di me Niccolò di Francescho Corsi», Il prof. Guido 
Biagi mi avvertì l’anno scorso che Napoleone Rasi aveva 
cominciato a trascrivere buona parte del poema con 
l'intenzione di darlo alle stampe. 

î? Jonannis TrIitTHEMI, abatis Spanherniensis, De 
scriptoribus ecclesiasticis. Colonia, Pietro Quentel, 1546, 
pag. 320. 


dd, 


PER UN QUADRO ERETICO 67 
storici, parla due volte del Palmieri come storico e come filosofo, e non lo cita nemmeno 
come poeta. E questo si capisce giacchè abbiamo visto quali disposizioni avesse preso il 
Palmieri perchè il suo libro non avesse una troppo rapida pubblicità. 

‘Ma quello che si capisce meno è come l'errore sia passato in Italia, e abbia trovato 
fede anche fra alcuni dei nostri scrittori. Lo Zilioli — che ho già citato — si appoggia 
sull’autorità di Fra Filippo Bergamasco, dicendo di lui che forse era stato spettatore di quel 
povero e sfortunato poeta. Quest’asserzione è tanto più strana in quanto che il minorista 
Filippo non fa parola di questa eresia e di questa condanna nel suo Cronicarum supple- 
mentum, dove appunto parla di Matteo Palmieri. Il Vossio però, che combatte molto debo]- 
mente la diceria e dimostra piuttosto di volerla accogliere, nota che il silenzio del Berga- 
masco e del Volterraneo ! non significano nulla, poichè, a parer suo, i due scrittori si/entio 
malini praeterire quod hominis eruditi beneque meriti litteraturum studiis nomen ac glortam 
labe non erigua aspergere viderentur. 

Ma accanto a questo gruppo di scrittori che sosteneva così assolutamente la condanna 
del nostro poeta si venne formando a poco a poco un altro gruppo che escluse il rogo di 
Cortona, ma che pure asserì essere state disotterrate le sue ceneri e sperse al vento, o per 
lo meno sepolte in nuda campagna. Quest’ affermazione è anche più grave, perchè poteva, 
a prima vista, avere un’apparenza di verità. E non si capisce bene come il Gelli — che del 
Palmieri si occupa con evidente compiacenza — abbia potuto asserire che le sue ossa furono 
disotterrate e sepolte fuor del sagrato.* Il che poteva esser forse derivato — con un po’ di 
fantasia — dalla condanna del suo poema e dall’interdizione lanciata contro l’altare della 
sua cappella in San Pier Maggiore. Finalmente una terza parte di storici e di ecclesiastici 
è d'opinione che solo il libro venisse condannato ed arso per mano del boia, e fra questi 
vi è Paolo Giovio, * il Landino, 4 Ugolino Verini,° Giovanni Matteo Toscano * e Giovanni 
Lami.? Il Giovio anzi è molto più esplicito, ma dimostra anche lui di parlare a caso senza 
aver letto il poema, giacchè fa il Palmieri convinto di arianesimo, mentre il suo errore 
derivava tutto dall’aver risuscitato una condannata ipotesi di Origene. E quest’asserzione 
del. Giovio è ripetuta tranquillamente da tutti quelli che sono venuti dopo di lui, e che 
hanno attinto alle sue opere. 

Così tra le più curiose ignoranze e le più inesplicabili confusioni la storia di Matteo 
Palmieri è stata riportata attraverso i secoli. 

Il più bell'esempio di questa straordinaria leggerezza si trova nel Crescimbeni.* Egli, 
parlando delle opere del diplomatico fiorentino, cita un Acta di Vita invece di Cietà, rimet- 
tendosi al catalogo sbagliato della Strozziana, e, subito dopo, un poema sugli angeli, confon- 
dendo le due cose, e attenendosi ai biografi del secolo xVI. Finalmente romanticizza il 
buon canonico Dati, e asserisce che quel volume è dedicato e Lionora Dati! Così si scriveva 
la storia, e — pur troppo — si scrive spesse volte anche adesso! Il più sincero fra tutti 
questi è ancora il Bellarmino, ® che, dopo aver letto questa quantità di accuse feroci, finisce 
per dichiarare: scridbit quidem Tritthemius hunc Matthaeum postea de haeresi damnatum 
fuisset, sed in Chronica ipsius nullum ego erroris inveni vestigium! 

Ora bisognerebbe vedere quali argomenti militano in favore di questa eresia e quali 
contro. Certo Matteo Palmieri profittò della teoria di Origene più per una licenza poetica 


! RapHaEL VOLATERRANEI, Commentarium Urbanorum Egli dedica al Palmieri questi due versi: 


octo et triginta uno. Basilea, Froeben, 1630. Te quoque Palmerii quamquam te ceperit error 
? GELLI, op. cit. Spirituum, haud parvo tamen es celebrandus honore. 
® Pavri Jovit. © Jonannis MattRAEI Toscani, Peplus Italiae, $ III, 
* Lanpino, Apologia di Dante e. dei fiorentini. Egli * Giovanni Lami, Note alla vita del marchese Romolo 


dice del poema che «se non fosse caduto in eresia £iccardi. 
avrebbe potuto facilmente vivere ». ® CreEscimBENE, Commentarii, vol. IV. 
® UcoLini Verini, De illustratione urbis Florentiae. ? BeLLarmIno, De scriptoribus ecclesiasticis. 


68 DIEGO ANGELI 





che per convinzione propria; non si spiegherebbe. altrimenti il comento che Leonardo Dati, 
vescovo e segretario del papa, e la lettera che egli scrisse al Palmieri per ringraziarlo del- 
l'invio. ! Ma quelli erano tempi in ‘cui la religione non veniva così sottilmente discussa, 
come fu fatto in seguito. Lo stesso Gelli, ® riportando la teoria del Palmieri, cadde in molti 
errori teologici, senza che per questo il suo libro venisse condannato, e il Pulci si esprime 
anche più liberamente quando dice: 


Altre spezie di spiriti folletti, 

Che non furon fedel, nè rei, già quando 

Fu stabilito il numer degli eletti: 

Non so se il mio Palmier qui venne errando 
Che par di corpo in corpo ancor gli metti 
Ond’e’ punge la mente con mille agora 
Esser prima Euforbio e poi Pittagora. * 


Ma con tutto ciò, e sebbene le discussioni in proposito siano state lunghe e minuziose 
per diversi secoli, non ha esitato Casimiro Oudin * ad accettare la favola del bruciamento 
e dell’eresia di Matteo Palmieri, e cerca di portar nuove prove di questo fatto! Nemmeno 
Walter Pater, il critico inglese, è stato più serio e più dotto. Anche lui parla di una Città 
Divina, e sembra quasi compiacersi dell’eresia del poeta nell’anno di grazia 1870! ° 

Del resto, chi avesse volontà di conoscere più a fondo la storia di questa controversia 
e di sapere quali argomenti siano stati trovati in favore del Palmieri e quali contro, può 
ricercare nelle Dissertazioni Vassiane® di Apostolo Zeno, che ha trattato la questione con 
molta larghezza d’idee e grande copia di documenti. 


III. 


Per il quadro dell’ Assunzione è seguìto a un dipresso quello che era seguìto per la 
Città di Vita. Giorgio Vasari nella vita del Botticelli scrive a proposito di quel quadro: 

« In San Pier Maggiore, alla porta del fianco, fece una tavola per Matteo Palmieri con 
infinito numero di figure, cioè l’Assunzione di Nostra Donna con le zone dei cieli come sono 
figurate... con disegno datogli da Matteo, che era letterato e valentuomo: la qual’ opera 
egli con maestria ed infinita diligenza dipinse. Ma, con tutto che quest'opera sia bellissima 
e ch’ella dovesse vincere l'invidia, furono però alcuni malevoli e detrattori che non potendola 
dannare in altro dissero che e Matteo e Sandro vi avevano peccato in eresia, il che se è 
vero o non vero non se ne aspetta il giudizio a me; basta che le figure che Sandro vi fece 
veramente sono da lodare per la fatica che durò nel girare i cerchi de’ cieli, e tramezzare 
tra figure e figure d’angeli e scorci e vedute in diversi modi diversamente; e tutto condotto 
con buon disegno ». ° 

Ma questa esaltazione del Vasari sembra poco giustificata dal quadro attribuito al 
Botticelli, nel quale non si riscontra nessuna delle qualità botticelliane. Certo però che 


! Questa lettera fu scritta dal LarteRANO nei primi ® G. G. Getti, Lezioni sopra l'Inferno di Dante. 
giorni d’aprile dell’anno 1466. Dopo aver ringraziato ® Morgante Maggiore, XXIV, 109. i 
il Palmieri del gratissimo dono, finisce con queste pa- * Commentarius de scriptoribus ecclesiasticis, t. III, 
role: « Igitur incredibili cum voluptate animi tuam hanc 1724. 
Civitatem Vitae et suscipio et amplector, ut videre mihi ® The Renaissance. Studies in Art and Poety (Bor- 
videar te duce hos hunc mortalitatis carcerem procul dubio —rIcELLI). 
ad immortalem gloriam evolare et morte cum sempiterna © Venezia, Albrizzi, 1752. 
vita commutare. Neque dubito omnibus christianis qui ® Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e 


libros hos legerint jure optimo contingere ». Parole molto architetti (ed. Milanesi). 
concludenti in bocca ad un simile prelato. 


Ad. 


PER UN QUADRO ERETICO 69 





e _ e e ON N Nz&Z | _ ———- — — - _ 


l'affermazione dello storico d’arte è stata poi riprodotta da tutti coloro i quali hanno scritto 
dopo di lui, e la favola della persecuzione di Sandro Botticelli si è, a poco a poco, estesa 
in tutta l’ Europa, e ai nostri giorni ha trovato critici d’arte che l’ hanno fatta loro con 
evidente compiacenza. Ma basta esaminare un po’ da vicino la storia di quel quadro per 
rendersi conto di tutta la falsità di una simile invenzione. E, prima di tutto, il quadro è 
veramente del Botticelli? | 

Se si deve prestar fede a tutti gli storici che hanno descritto la vita del pittore fiorentino 
bisognerebbe rispondere recisamente con un’affermazione. Nessuno dei molti scrittori di cose 
d’arte che si sono occupati di Firenze e del Filipepi ha nemmeno dubitato di questa verità. 
Il Bocchi, ! nella sua descrizione della città di Firenze, parla a lungo di questo quadro, e 
anche lo descrive con una grande minuzia di particolari, pur non dubitando che apparte- 
nesse al Botticelli. Il Richa poi si spinge anche più oltre: dopo aver fatto la storia del- 
l’eresia di Matteo Palmieri — il Richa è uno dei rari scrittori che in questa contesa abbiano 
cercato il fondo — egli descrive la cappella dei Palmieri in San Pier Maggiore, e conclude 
col dire: « La tavola dunque fu dipinta da Sandro Botticelli, con invenzione e disposizione 
suggerita da esso Matteo... E se non abbiamo l’anno certo di questa pittura, direi però 
circa il 1470 quando Sandro era in credito di eccellente pittore. Morì egli nel 1515. Visse 
anni 78, onde pare che nel 1470 potesse essere giunto a quella perfezione che mostra questa 
lodatissima tavola ». Disgraziatamente però quest’affermazione del gesuita torinese non è 
documentata, e d’altra parte è noto con quali occhi si giudicassero nel secolo scorso le 
pitture dei quattrocentisti. Per quante ricerche io abbia fatte nelle vecchie guide, nei cata- 
loghi e nelle storie, 1’ Assunzione di Matteo Palmieri comparisce sempre come opera del 
Botticelli. 

Sono riuscito per altro a ritrovare la storia abbastanza esatta di questo quadro che 
è su tavola col ritratto del donatore e di sua moglie Nicolosa Serragli a destra e a sinistra 
dell’avello di Maria Vergine. 

L’eresia che ha colpito questo quadro fu dichiarata molti anni dopo la morte del Pal- 
mieri e del Botticelli, solamente quando la lettura della Città di Vita cominciò a spargere 
per la città la fama degli errori contenuti in quel volume. Ma non si capisce bene se questa 
condanna e l’interdizione dell’altare dove si trovava il quadro derivasse dal numero infinito 
di angeli che esultano intorno alla Vergine, oppure al ritratto del Palmieri. Io però sono 
convinto che l'interdizione derivava piuttosto dal ritratto. Infatti, l’idea che gli angeli dise- 
gnati secondo tutte le tradizioni dell’arte primitiva, e senza nessun attributo simbolico e 
profano potessero partecipare della stessa natura umana di quelli cantati nella Città di Vita, 
e questo solo perchè il quadro era stato ordinato da Matteo Palmieri, non mi pare nè accettabile 
nè giusta. Si capisce invece più facilmente come potesse dispiacere alla Chiesa che l’imma- 
gine di un uomo, le cui opere erano condannate di eresia, dovesse rimanere sull’altare 
all'adorazione dei fedeli. E bisogna anche considerare questo fatto : che vi fu qualcuno il 
quale propose di togliere via dalla tavola l’etfigie del donatore. ® Mi sembra che non possa 
restare nessun dubbio sulla ragione che indusse la chiesa fiorentina a sconsacrare la cap- 
pelletta dei Palmieri. 

Il quadro dunque rimase coperto da un velo, e non fu tolto dall’ altare dove il Richa 
lo vide nel 1745. Ma, pochi anni dopo, il quadro subì una trasformazione, o, per lo meno, 
un ritocco. Il Baldinucci nelle sue Notizie di professori del disegno, parlando del Botticelli, 
viene a dire: « Fece anche per San Pier Maggiore una gd bellissima tavola che fu posta 
sopra un altare della porta di fianco... E ho detto già bellissima perchè essendo essa stata 
alcuni anni sono assai trascuratamente lavata, poco ha ritenuto di quel bello che aveva». 

Questa lavatura fece sì che il velo nero fosse definitivamente levato; erano passati 
duecento anni, e il rigore primitivo non aveva più tanta forza. Infatti, nelle Lezioni di 


! BoccHi, Le bellezze della città di Firenze (1667). ? RicHa, op. cit. 


70 DIEGO ANGELI 


antichità toscane, pubblicate da Giovanni Lami nel 1765, si trova descritta la chiesa di 
San Pier Maggiore, la cappella dei Palmieri e la tavola dell’Assunzione, senza che si parli 
nè dell’interdetto, nè del velo nero. Ma questo quadro non doveva rimanere più a lungo 
in quel luogo. Nel 1785 volendo le monache del convento vicino ridurre e adornare, secondo 
il gusto dell’epoca, il piccolo oratorio di San Pier Maggiore, mentre si eseguivano i restauri 
rovinò uno dei pilastri della navata di mezzo, e questo trasse con sè buona parte del tetto . 
e della chiesa. ! Questo incidente scoraggiò le monache, le quali preferirono di ruinare il 
resto della chiesa e di abolire il convento. La chiesa fu poi riedificata e mantenuta al 
titolo del medesimo santo; ma ciò che conteneva fu trasportato provvisoriamente nella 
Compagnia della SS. Annunziata. La tavola dell’Assunzione non ritornò più al suo posto, 
e la Guida per osservare con metodo la città di Firenze, pubblicata qualche anno dopo (1805), 
parla dell’or ruinata chiesa di San Pier Maggiore, e cita alcune pitture senza però nominare 
quella del Palmieri. Non saprei veramente se questa Assunzione fosse ritirata dai discen- 
denti di Matteo, ma è più probabile ch’essi la vendessero a qualche amatore privato. Infatti, 
nella Storia pittorica dell’abate Luigi Lanzi, che fu stampata nel 1823 dal Silvestri di 
Milano, si parla nella vita di Botticelli di « un’Assunta fatta per San Pier Maggiore ora in 
privata casa ».* E veramente non arrivo a capire come nell’edizione che il Batelli fece 
nel 1845 del libro già citato del Baldinucci vi sia una nota per avvertire come quella 
tavola « vedasi nella R. Galleria di Firenze che ha acquistata dalla famiglia Brocchi ». Per 
quante ricerche abbia fatto non ho potuto trovar mai che un’Assunzione del Botticelli fosse 
nei cataloghi degli Uffici. La famiglia Brocchi, se possedette questo quadro, deve averlo 
venduto ad un Luigi Riccieri, o, per lo meno, questi ne fu l’ultimo possessore, giacchè 
nel 1878 da un Luigi Riccieri comprò lord Hamilton la tavola tanto famosa e la trasportò 
in Inghilterra. * Dopo la morte del lord, come fu venduta all’asta la sua mirabile galleria, 
il Governo inglese comprò l’Assunzione del Palmieri e la mise nella Galleria Nazionale 
come opera del Botticelli. 

Questa è la storia esatta di quel quadro, come io ho potuto ricostruirla sopra docu- 
menti indiscutibili. Resta ora a definire chi ne sia l’autore giacchè oramai bisogna escludere 
che sia opera del Filipepi. | 

Tutti i critici moderni non fanno veramente eccezione: il Ranalli, 4 il Crowe o il Caval- 
caselle ® e perfino il Miintz * si contentano di accennare all’eresia di Matteo Palmieri e alle 
noie che ne sarebbero derivate al pittore suo amico. 

Due sopra tutti meritano di essere ricordati, perchè emettono opinioni veramente curiose 
con una leggerezza degna del Crescimbeni. Il primo è il signor Lafenestre, che, parlando 
appunto di quel quadro, esce a dire: Le couronnement de la Vierge, si plein d’immaginations 
hardies que le peintre faillait étre poursuivi comme hérétique!!" dando così chiaramente a 
vedere di non aver mai posato l’occhio su quella innocua pittura della Galleria Nazionale. 
L'altra è una donna, la signorina Giulia Cartwright, che, in un articolo sopra il quadro 
in questione, dove traduce più o meno esattamente il capitolo del Richa, conclude dicendo: 
« But bitter memories of slanderous tongues, were no doubt in his mind when many years 
he painted his famous picture of Calumny triumphing over Innocence ».* Bisogna perdonar 


! Firenze antica e moderna illustrata. Firenze, Pietro ® Vedi le note del Miranesi alla Vita di Sandro 


Allegrini, 1789. 
* Matteo Palmieri non ebbe figli, ma ne ebbe suo 
fratello Bartolommeo, che continuò la discendenza della 


famiglia. Nel 1712 il cav. Lorenzo Palmieri, nella villa 


alle falde di Fiesole, tuttora esistente, volle dedicare una 
stanza all’avo suo, e fece dipingere Matteo in mezzo 
alle muse in una sala dove raccolse le opere e i mano- 
scritti dell’ umanista fiorentino di cui era l’ultimo di- 
scendente. 


Botticelli di Giorgio Vasari. 

‘+ Ferpinanpo Ranatti, Storia delle belle arti in Italia. 

° Crowe e CavatccaseLLe, Storia della pittura ita- 
liana, vol. IV. 

© Evaène Montz, Histoire de l’art pendant la Re- 
naissance. 

® Grorce LarenestRE, La peinture italienne. 

® G. CartwrIGHT, A heretic picture. (« The Magazine 
of Art», June 1883). 


PER UN QUADRO ERETICO 71 


molto «ll’ uno e all’altra perchè hanno molto errato, e perchè questo sproposito non è il 
loro primo e forse non sarà nemmeno l’ultimo! 

Ma oramai la critica moderna ha stabilito assolutamente che il Botticelli non è l’autore 
del quadro. Qualche tempo fa io parlavo col prof. Venturi di questa curiosa questione di 
eresia, e gli facevo notare i molti errori che erano stati detti, quando egli mi asserì che il 
quadro di Londra non era assolutamente del Botticelli, ma piuttosto del Botticini, un pit- 
tore poco noto, contemporaneo di Sandro e scolaro del Verrocchio, e del quale la Galleria 
di Londra conserva anche un altro quadro nella sala di scuola senese. Soggiungeva anche 
d’essere sicuro di questo fatto, perchè reduce appunto da Londra aveva potuto osservare mi- 
nutamente la tavola dell'Assunzione, dove non eravi nessuno dei più comuni caratteri bot- 
ticelliani. 

Cosicchè io non fui molto stupito quando, poco tempo dopo, lessi il volume dell’ U]- 


| mann, dove si asseriva la stessa cosa.' E siccome le parole dell’ Ulmann chiudono defini- 


tivamente la contesa, mi piace qui riprodurle. Egli dunque dice che «sebbene intenditori 
d’arte abbiano descritto minuziosamente il quadro e la sua sorte, e sebbene il Vasari lo 
abbia grandemente lodato, la nuova critica sostiene che l’autore non debba essere stato il 
Botticelli, ed io credo con molta ragione. Vi sono, è vero, molte figure vivaci e abilmente 
composte, ma il quadro è privo di quella fine genialità che caratterizza le opere di Sandro. 
Un paragone di questo quadro con un altro del medesimo soggetto, l'illustrazione cioè 
del XXVIII canto del Paradiso di Dante, che è a Berlino, dimostra chiaramente la diversa 
disinvoltura e la grazia del movimento, e l’intensità della vita spirituale che fa vivere le 
firure del Botticelli ». 

E più sotto: 

« Il tipo degli angeli, le teste degli uomini ed i costumi si avvicinano sul nostro quadro 
più all’arte del Verrocchio che a quella del Botticelli. Lo Schmarsow ha dichiarato questa 
pittura identica a quella di Francesco Botticini (1446-1491), come apparirebbe dalle pitture 
fatte per la Compagnia della Veste Bianca in Empoli, e poi trasportate nel Collegio, sul- 
l’altare di Sant'Andrea ». 

E finalmente, depo aver riprodotti alcuni esempi di quadri di questo pittore paragonati 
con quelli di Sandro, l’ Ulmann conclude: . 

« Può essere in realtà che il Botticelli abbia avuta la commissione dal Palmieri per 
questo quadro dell’ Assunzione, e che lo abbia poi lasciato eseguire al Botticini. La grande 
somiglianza dell’arte di Botticini con quella di Botticelli proviene dalla grande intimità 
di quei due che appunto nel 1470 lavoravano insieme ». 

Queste parole mi sembra che tolgano ogni dubbio, tanto più che la citata autorità 
dello Schmarsow, il quale ha raccolto molti dati intorno alla vita del Botticini con l’inten- 
zione di farne un giorno uno studio, è un’autorità che non può esser discussa. Così, dopo 
quattrocent’anni, si è risoluta una delle più curiose polemiche d’arte. Vi sono stati filosofi, 
teologi, storici e critici che si sono occupati di Matteo Palmieri e di Sandro Botticelli, ma 
i più hanno seguìto docilmente l’errore del Tritthem o del Vasari senza preoccuparsi di 
ricercare la verità. E, come segue in simili casi, quelli storici, quei filosofi, quei critici 
discutono di un poema che non avevano letto e di un quadro che non avevano visto! 


DIEGO ANGELI. 
! Aristide Sartorio — uno dei pochi pittori italiani terra, mi assicurava che il quadro creduto del Botticelli 


che abbiano un seria cultura d’arte — contemporanea- doveva essere apocrifo. 
mente al Venturi, di ritorno da un viaggio in Inghil- 





LA CHIESA “ DELLA SANTA, A BOLOGNA 


° ATTIVITÀ edilizia che fiorì a Bologna nella seconda metà 
del Quattrocento fu eccezionale, a giudicare dalle notizie 
che vanno rivelando gli archivi bolognesi. Gli edifici di 
quel tempo che poterono attraversare incolumi i quattro 
secoli che seguirono, tanto facili ad accogliere i prodotti 
fantastici dei nuovi architetti quanto difficili a tollerare 
quelli più modesti e gentili dell'età d’oro non rappre- 
sentano che la minor parte di quella produzione. Fu tutta 
una rifioritura artistica che andò aumentando verso gli 
ultimi anni del secolo xv, incoraggiata dalle richieste 
di privati, di conventi, di chiese, di confraternite. Per non 
parlare che degli edifici religiosi, i risultati delle nostre 

ù ricerche ci assicurano che in quel periodo si lavorava 
attivamente, oltre che in San Petronio, oggetto di lavori quasi continui per tre secoli, in 

San Salvatore, in Santa Maria degli Angioli, in Sant'Agnese, in San Giovanni in Monte, 

in San Proculo, in San Martino Maggiore, in Santa Maria Nuova, in San Giacomo e nel- 

l'annesso portico, nell’oratorio dei Filippini «la Madonna di Galliera »; parte costruendo 

di pianta e parte rimodernando, e, fuori di città, in San Giuseppe, a Ronzano, a San Francesco 

della Riccardina e a San Michele in Bosco: in quest’ultimo convento tutta una schiera di 

capi-mastri innalzava chiostri, dormitorî, numerose celle, poco dopo demolite dalle truppe di 

Armaciotto dei Ramazzotti, in attesa che nel principio del Cinquecento altri stuoli d’artisti 

trovassero in quella fabbrica lavoro e onori. E i libri di spese di conventi e di confraternite 

rivelano nomi di architetti, di maestri di cotto, di tagliapietre, di muratori, di pittori, di 

decoratori, in gran parte caduti in dimenticanza, e contratti, collaudi, liti, suppliche d’artisti 

non pagati: e allo studioso che fruga fra quelle carte appare ancora la fugace visione di 

quell’ambiente così triste e così raffinato. 

Ricchissima, fra i prodotti architettonici di quel periodo, la facciata della chiesa del 
Corpus Domini, più nota sotto il nome di Santa Caterina, o senz'altro, « la Santa ». L’esu- 
beranza di quella decorazione esposta ai guasti e alle intemperie ci mostra fino a che punto 
arrivasse il compito dell’artista nel secolo xV: la parte decorativa vi ha il sopravvento 
sull’architettonica che è modestissima. Che autore di tale decorazione in terra cotta debba 
ritenersi Sperandio da Mantova è cosa già nota agli studiosi dopo le osservazioni del prof. Adolfo 
Venturi, che tessè pel primo la vita dell’artista sui documenti, e fece notare la grande 
somiglianza tra la decorazione di questa porta e quella della tomba di Alessandro V, in 
San Francesco, opera di Sperandio, come scoprì il signor Alfonso Rubbiani nei libri del 


LA CHIESA « DELLA SANTA » A BOLOGNA _73 


convento.! Nelle nostre ricerche non ci fu possibile trovare la conferma del risultato a cui 
il Venturi arrivò coi confronti stilistici: risultato sul quale del resto non ci pare si possa 
rimanere in dubbio. In compenso potremo dare altre notizie non meno importanti, e pren- 
dendo le mosse dall’osservazione della chiesa della Santa e dalla sua storia, esporremo 
alcune considerazioni che essa ci suggerisce, a contributo dell’ illustrazione dell’architettura 
bolognese nel Rinascimento. 

Fondatrice della casa delle Clarisse in Bologna fu Santa Caterina, figlia di Giovanni 
Vigri ferrarese e di Benvenuta Mamelini bolognese, nata in Bologna }’8 settembre 1418, 
trasferita a Ferrara nel 1424, dove vestì l’abito francescano sotto la regola di Santa Chiara. 
Un novellista bolognese della Corte di Giovanni II, Sabadino degli Arienti, tralasciando 
per un momento di tessere l’elogio delle gentildonne più in voga, scriveva dell’umile suora 
che « per observantia per umilità, per pietate, per oratione, per optimi exempli et per forteza 
hebbe contra le diabolice bataglie, in l’ordine de sancta Clara del Corpo di Christo s'è facta 
in terra et in cielo beata et sancta ».* La Vigri venne a Bologna il 22 luglio 1456 con 
dodici professe, due converse e una terzina, le quali provvisoriamente si posero nell’ospe- 
daletto di Sant'Antonio. Il 23 marzo 1455 il cardinal Bessarione, legato apostolico, aveva 
concesso alle suore di comprendere nel loro convento la chiesa di San Cristoforo delle Mora- 
telle e il papa Callisto IIT, con bolla del 16 ottobre dello stesso anno, confermò la conces- 
sione. La beata Caterina morì in odore di santità il 9 marzo 1463, mentre era badessa del 
convento di Bologna. La fama dell’ordine da lei fondato aumentò dopo le successive con- 
cessioni e privilegi di papi e di legati, tantochè Paolo II, con bolla 10 maggio 1471 (che 
conservasi tuttora nell'archivio del monastero con tutti gli altri privilegi, presso l’archivio 
di Stato di Bologna), concesse loro, per allargare il circuito del convento, anche l’oratorio 
e gli orti della Compagnia laica di Gesù Cristo, posti in via Val d’Aposa, presso gli edifizi 
delle stesse suore. I confratelli protestarono contro la bolla papale, dichiarando che il loro 
luogo era stato da essi costrutto con denaro privato, per cui non potevano assoggettarsi ad 
alcuna giurisdizione ecclesiastica: le cose sarebbero andate per le lunghe, in un’epoca come 
quella piena di formalismo, se le suore non si fossero obbligate a fabbricare altrove, in 
cappella di Santa Maria delle Muratelle, un oratorio circondato da un muro, per uso dei 
confratelli: ed esse aggiunsero alle loro case quella della Compagnia.* 

Dell’antico convento annesso alla chiesa delle suore del Corpus Domini rimane ben poco. 
Fu costrutto a periodi, e andò aumentando la sua area dopo le varie concessioni di cui 
abbiamo fatto cenno. Il memoriale del convento ricorda che avanti che morisse Santa Cate- 
rina si era incominciata la fabbrica di un chiostro, in seguito chiamato delle celle vecchie, 
a spese di Gio. Battista Manzoli. I libri di spese per la costruzione del convento dal 1461 
al 1469, ricordati nel repertorio di quell’archivio, andarono perduti e relativamente a quella 
costruzione non ci fu dato trovare di notevole che un atto del 14 giugno 1456 col quale i 
procuratori delle suore cedettero a un m° Santino muratore una pezza di terra di torna- 
ture 12 nella guardia di Bologna, nella parrocchia di San Mamolo, per L. 140, per compen- 
sarlo della sua opera di muratore prestata quando si fabbricava il monastero. Le notizie, 
d’altronde, non avrebbero avuto che un valore relativo, perchè dell’antico edifizio eretto in 
quel tempo non rimane più nulla. Il convento delle Clarisse fu riedificato nel luogo occu- 


! A. VenTuRI, Sperandio da Mantova (in « Archivio 
storico dell’Arte », A. I, pag. 385 e A. II, pag. 229, 
« Appendice »). 

A. Russiani, La tomba di Alessandro V (opus Spe- 
randei) (negli « Atti e Memorie della R. Deputazione 
di storia patria per la Romagna », IIl serie, vol. XI, 
fasc. I, II e III). 

? Gynevera de le clare donne di Joanne Sabadino de 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. I-II. 


li Arienti, a cura di C. Ricci e A. Baccni peLLA Lega, 
(nella Scelta di curiosità letterarie inedite o rare, disp. 
CCXXIII). Bologna, 1888. 

3 Archivio di Stato di Bologna — Demaniale — M. M. 
del Corpus Domini 220/2127. Memoriale, c. 295 e seg. 
Origine del Monastero. — GuiraRDACCI, Historia di Bo- 
logna, vol. III. — Guipicini, Cose notabili della città di 
Bologna. Bologna, 1872, vol. V, pag. 148 e seg. 


10 


4 FRANCESCO MALAGUZZI VALERI 

pato dall'antico nel 1581, come attestano la data che si legge nell’esterno del muro di cinta 
verso via Urbana, la lapide in via Tagliapietre e le memorie dell'archivio. ! Dal grande 
muro di cinta (che conserva un coronamento in terra cotta, un'elegante colonna corinzia 
del secolo XV, incastrata nell'angolo di via Bocca di Lupo, e alcune statue di santi più 
moderne negli angoli, postevi all’epoca dell’ultima ricostruzione), è dato farsi idea della 
vastità dell’antico convento. Ora l’edifizio non conserva più l’aspetto primitivo ed è ridotto 
a caserma militare, sorte a cui si sono sottratti ben pochi conventi da noi. 

Importante invece è la storia della costruzione della chiesa annessa al ritiro e che ha 
la facciata nell’attuale via Tagliapietre. Fu fabbricata da Lodovico Felicini bolognese, a 
spese dell’eredità di Ercole Felicini. Anche il Comune e parecchi fedeli concorsero con più 
elemosine all’erezione della fabbrica per molti anni. * 

Il 25 aprile 1478 si stese il contratto tra le suore e Bartolomeo di Gio. Calcina, loro 
procuratore, da una parte e gli architetti Nicolò di Marchionne da Firenze e Francesco di 
Dozza, dall’altra col quale questi promettevano « di fare una chiesa dietro a quella che al 
presente è fatta, di piedi 90 lunga e larga piedi 30, fatta in volta come quella che al pre- 
sente e fatta e havere L. 10 per pertica di detta volta e la cupola in volta L. 12 se la 
voremo, fatta e stabilita e L. 3.10 per pertica del muro sotto detta volta con fondamenti 
archi e pilastri et dui per meter in opera al piede del abassamento a misurarlo per 
longo et 6 il piede delle cornise stabilite a misurare per il longo et altre ». ® L’atto fu sot. 
toscritto da Lodovico di Gio. Felicini, depositario delle suore, da Bartolomeo Calcina e dai 
due artisti. Qualche tempo prima però le suore avevano incaricato l’intarsiatore Pietro da 
Fiorenzuola di costrurre gli stalli del coro della loro chiesa: era stato presente a questo 
contratto Nicolò di Marchionne. Il fatto di trovare che questo lavoro fu commesso all’artista 
prima che si rogasse l’atto di costruzione della nuova chiesa fa supporre che fino all’anno 1478 
le suore del Corpus Domini non avessero intenzione di fare nuove spese e che si limitas- 
sero ad adornare il loro vecchio oratorio: solamente dopo, quando l’eredità provvidamente 
lasciata dal Felicini e i conseguenti aiuti dei fedeli resero possibile il pensare alla costru- 
zione di una nuova chiesa, esse ne incaricarono i due architetti ricordati. Probabilmente 
gli stalli precedentemente ordinati a Pietro da Fiorenzuola servirono alla nuova chiesa e 
debbono essere gli stessi ordinati da Gio. Battista Manzoli, di cui fanno cenno i memoriali 
del convento. * 


! « Dell’anno 1581 fu principiata una nuova Fabrica 
per le monache del Corpus Domini, e terminato il Mo- 
nasterio con il recinto de Muri come di presente si vede 
e furono per tal Fabrica atterate, e pigliate in clausura 
molte case comprate per tal effetto da Ludovico Stella 
per L. 5043, da Bartolomeo dall’Avoglio per L. 8500, 
da Antonio Magnani, et altri come per più instrumenti 
rogati dal notaro Teodosio Botti. Per questa Fabrica si 
raccolsero molte elemosine da diversi devoti e Bene- 
fattori, e Papa Gregorio Decimo Terzo donò in più volte 
lire sessanta quattro mila e seicento trentasei, cioè 
L. 64,636, ecc. ». (Arch. cit. - Memoriale cit., c. 339 r.). 

? Archivio di Stato di Bologna — Comunale — Mawn- 
dati, vol. n. 19 (1478-1481), c. 134 v., c. 145 r., c. 150 v., 
c. 167 r., c. 169 v., c. 183, ecc. Partiti, n. 10, 0.43 r. 
— « 4 maggio 1480 — Item per omnes fabas albas 
(Reformatores) assignaverunt et donaverunt Monialibus 
Corporis Christi libras trecentas bon. super condemna- 
tionibus usque in presentem diem factis; quas ipse vel 
earum procuratores seu alij pro eis et earum nomine 


exigere debeant pro fabrica earum monasterii quod in 
presentiarum construitur videlicet L. 300 ». (Arch. cit., 
Partiti, n. 10, c. 18 r.). Vedi pure Mandati, n. 20, c. 320 v.; 
dell'Archivio. notarile di Bologna gli atti del notaio 
Alberto Argelata, filza 2,n. 226, filza 4,n. 333, filza 5, 
n. 513, filza 6, n. 617. Prot. A, c. 10 v.; e dell'Archivio 
del Corpus Domini cit. Istrumenti 1478 e seg. 

® Archivio di Stato di Bologna. Studio Alidosi: Vac- 
chettini, numero progressivo 26, fasc. 274, c. 51 r. 

* Il contratto coll’ intarsiatore nell'Archivio notarile 
di Bologna, negli utti del notaio Alberto Argelata (Ar- 
chivio Masini, filza 5, n. 483) è il seguente: 

« Millesimo Quadringentesimo Septuagesimo Sexto 
Indictione nona die martis tercio mensis Septembris 
pont. d. Sixtj} pp. Quarti. — Providus vir Bartholomeus 
quondam Johanni de Calzina civis bon. c. 8. Nicolai de 
Albaris sindicus procurator Monasterij etc., dominarum 
Sororum Sancte Clare alias Corporis Christi Bononie 
locavit opus faciendi unum Chorum Magistro Petro de 
Florenzola comitatus Placentie presenti ac promittenti 


FACCIATA DELLA CHIESA « DELLA SANTA » IN BOLOGNA 


COSTRUTTA NEL 1479 pa Nicotò pi Marchionne pa Firenze £ pa Francesco Fossi pi Dozza 


76 FRANCESCO MALAGUZZI VALERI 











* 
* * 


Il nome di uno degli architetti della chiesa, Francesco di Dozza, di cui possiamo sta- 
bilire il cognome Fossi (de Fuciis), è legato alla storia di un altro notevole edifizio bolognese 
sulla cui costruzione i documenti gettano nuova luce: vogliam dire' il palazzo del Podestà. 

Ci sia permessa una digressione dal nostro argomento, a cui ci conduce il desiderio 
di esporre tutti i dati per mettere in rilievo la figura di quell’artista, quasi ignoto fin qui: 
un cenno sulla parte importante che egli ebbe in questa fabbrica servirà a stabilir meglio 
la sua attività e a richiamar l’attenzione sull’elemento architettonico della chiesa della Santa. 

Riassumendo brevemente le notizie che sul palazzo del Podestà demmo in altro nostro 
scritto, ! noteremo che fin dal 1253 il Comune aveva fissato una sede speciale per quel 
magistrato e per la sua numerosa curia: al palazzo poco dopo fu aggiunto la torre dell’ar- 
rîngo, recentemente restaurata. Della costruzione primitiva del vasto edifizio e degli amplia- 
menti del XIV secolo rimangono avanzi grandiosi, quali landrone e il grande arco verso 
via degli Orefici. Le ricostruzioni parziali all’edifizio furono parecchie nel secolo XV: prin- 
cipali quella di una gran sala verso la piazza, nel 1447, con spesa di duemila e duecento 
lire bolognesi e, tre anni dopo, l'adattamento di un portico pieno di botteghe per opere 
dell’architetto bolognese Bartolomeo Fieravanti. Verso la fine del secolo gli ampliamenti e 
i restauri al vecchio edifizio medievale, non più rispondente alle nuove esigenze, furono 
più radicali. Nel 1468-69 vi fu addetto Aristotile Fieravanti per restauri all’interno: 
nel 1483 incominciarono i lavori di costruzione della parte verso la piazza e dei fianchi, 
di cui rimane la parte superiore. A sovrastanti al lavoro, per tutelare i diritti e le esigenze 
del Comune, furon nominati Pirro Malvezzi e lo stesso Giovanni Bentivoglio, e a coprire 
parte delle spese si destinarono i proventi delle condanne. Si stabilì di portare avanti la 
facciata del palazzo verso la piaz2a, e a questo scopo si demolì una fontana che sorgeva 
innanzi alla porta dell’edifizio. Da principio i lavori si limitarono al lato verso l’attuale 
piazza del Nettuno: vi si restaurò la sala nei documenti chiamata di Re Enzo, e si rifece 
il tetto che minacciava rovina. Tali lavori furono atfidati a maestro Bartolomeo da Novellara, 
lo stesso che, insieme al Nadi, lavorò nella costruzione del palazzo Bentivoglio, per attuare 
il disegno di Pagno fiorentino. I restauri di quel lato proseguirono fino al 1488, e ì cronisti 
bolognesi ascrissero senz'altro a questo periodo anche la ricca facciata verso la chiesa di 
San Petronio. 

La scoperta di un fascicoletto di spese pei lavori, nel periodo 1492-94, ci permette invece 
di riportare a questa data la costruzione della facciata attuale, meno il portico in seguito 
rifatto, come vedremo.? o 

Il numero dei lavoranti addetti alla fabrica de lu fazada sopra la piaza sono nume- 
rosissimi: ve n’ ha di Firenze, di Bologna, di Reggio, ma la maggior parte sono lombard!. 
Per limitarci ai capimastri, di cui ricorre più spesso il nom, ricorderemo Paolo fiorentino, 
Ercole Achi, Guglielmo Pupi o Poppi, Paolo Gaspare da Reggio, Giovanni da Luino, Michele 
Becchetti, Giovanni e Bernardo: da Chiavenna, Giacomo da Erba, Guglielmo da Bellinzona, 
Sante da Lian, Antonio, Bartolomeo, Giacomo e Antonio, tutti quattro di Domodossola, 
Antonio Bonetti da Como, Guglielmo da Bologna, Andrea da Milano, Bernardo e Corso da 


illud facere et perficere modo, forma, terminis infra- 
scriptis et cum qualitatibus pro pretio de quibus continet 
in scriptura presenti inclusa. Qui Bartholomeus in pre- 
sentia testium et mei notarii etc. (promisit) dicto m° Petro 
presenti annualiter libr. septuaginta sex bon. ad retionem 
monete currentis, moneta argentea et partem aurea etc. 
(Segue fuori): Actum in studio mei notarii, presentibus 


bono Gaspare quondam Iohannis de Calegaris de Regio 
e. 8. Marie qui dixit etc. Nicolas qd. Malchionis mura- 
tore c. 8. Marie Magdalene de Florentia, etc. ». 

! In Repertorium fiir Kunstiwissenschaft, XVIII Band, 
4, Heft. Stuttgart, 1895. 

? Mi fu comunicato dal collega dott. Emilio Orioli 
a cui mì professo grato. 


-_ ay 7 Pena cate ‘ So 


tai edi. Pa a Ù " a È 5 
! pina, SIE SIT eine x 


nia 
_ 


1% 2 LE 
dpr di Erri e dai 
-—_ 


ti 


È, a? —- na it 
Ai + no 
x po ” . Leda r- 


di 


G 


dii} 


mx 
da 
fe PA 4 ‘© 
rertesziore-bito > —- par 1g 
n 


Try 


Net 
1 £ ei i ea den 
=. 
d» 
G VER 
ia 


e 
mo 


oa 


” 


gt 


e 
i 


Bei RE 
(oa “ È ra rt È 


LI 


Sdi 


im a 
| 
12 Serv 


Le | 
% 


ra 


bop 
> 
eo 
: Li 
; va 4] 9 
NOI p el 
MATITE RIE 


= 


LAN 


| "i 
>) e" 
al 


tia il Dai — ; 206) ; 
4 TANI ò n ; Ò 23 R g 
"i »£ È sf 
Ri zA FUDEEZARI TE A ATTI RZ A ie 
» 





4 
Ca 
ini dr : 
VADO, dn ii è 
i ra TS d ® : 
vi int MT I ida e » e = 4 : 

parete gt porfido dl it Lis ci did iii e at tata 

P 





PORTA DELLA CHIESA, OPERA DI SPERANDIO DA MANTOVA, 1479 (1481) 


78 FRANCESCO MALAGUZZI VALERI 


Como e uno stuolo di semplici muratori e manovali. I due dei quali ricorre più spesso il 
nome e nei quali parrebbe vedere due architetti piuttostochè due modesti maestri di muro, 
sono Giovanni da Brensa (dal 1496 al 1490 architetto della fabbrica di San Petronio e 
ricordato spesso nei documenti bolognesi)! e il nostro Francesco di Dozza. * Al pian terreno 
dell’edifizio si apriva, come ora, un portico, sorretto da pilastri con colonne incastrate: sugli 
archi un lungo fregio ricorrente lungo tutto l’edifizio fu guastato quando si portò avanti 
il ballatoio attuale. La parte decorativa, quali le eleganti candeliere dei pilastri superiori 


! Da una lettera di Andrea Bentivoglio ai sedici ri- 
formatori del Comune del 17 giugno 1480 risulta che 
m° Giovanni Brensa fu architetto del Comune e costrusse 
il ponte di Reno (Arch. cit. - Com. - Miscellanea.). 

? Fascicolo di spese per la fabbrica del palazzo del 
Podestà: 

« 1492, c. 1, v. La camara di Bologna de dare 
adi xr de aprille 


L. quaranta... a m° Marsilio tagia preda L. 40.8. — 
. a m° Francesco da Doza . . . . . L. 40.8.— 
. a m° Marsilio tagia preda . . . . L. 60.8. — 
. a m° Marsilio tagia preda L. 150. 8. — 
. a m° Francesco da Doza. L. 40.8.— 


ecc. 

Foglio volante unito a detto fascicolo: 

« Al nome de Dio adj 19 de marzo 1492. 

« Conto de le masegne a dato Marsilio d’ Antonio 
taiaprede per la fabricha de lo palazo del podesta per 
la parte verso lo palazo di Signurj per lo banchaletto 
sotto la bassa pie 8 e on. (oncie) 10 a 8. (soldi) 5 il pie 

L. 2. 4. 2 
El pilastro con li roxunj elto piè 13 e on. 11 
con la bassa larga pie 8 e on. ‘6 sono pie 118 
e on. a pe quadro a 8. 8 d. (denari) 6 
ol possi e dee na e La DO da 1 
E] pilastro mezo tondo elto con la bassa in 
sino al capitello pie 20 on. 7 volta in faza 
pie 3 on. 2 sono a pe quadro pie 65 on. 2 
andante a 8. 8, d. 6 il pe . . . . L. 27.13.11 
EI capitello de la meza colona tonda . L. 16.— — 
Duj triangoli requadrano larcho . . . L. 11.—- — 
Uno archo grande de sotto con la chiave 
trionfale in mezo . . . ...... 21.10— 
Uno pezo darcho de pie 2 porto in opera volta 

verso la porta del palazo del podesta L. 1.15. — 
Doe mexole (mensole) sotto larcho . . L. 3. 3. 9 
El basamento sotto el frexo pie 19 on. 10 


a s.8d.6il pe. . ...... L. 8. 8. 7 
El frexo de maxegna sopra el ditto basa- 
mento pie 60 d. 5 a8s.4. . . .. L. 12. 1. 8 


El lavoro dj roxunj in lo cantone donde fi- 
nise el frexo verso la porta del podesta L. 1. 9.— 
La cornise sopra el frexo pie 21 a 8. 18 


ll pois so a a e a aree È a La 1818 — 
Doe palestrade de le finestre pie 38 a 8. 11 
Il:posr.#.&-% L. 18.14. — 


Uno Archo sopra le ditte palestrade . L. 11. 0. 0 


Una Colona elta pie 18 on. 5 a 8. 20 il pe L. 
El basamento sotto al sagramado de le pila- 

strade pie 8 on. 11 a s. 8 d. 6 il pe L. 3.15. 9 
Li roxunj verso la porta del podesta elto 

pie 17 on. 8 larcho pie 10n.1a8.8d.6 

i posse we de e e Li 8 8 
El capitello e bassa de la colona quadra L. 6. —- — 


14. 8. 4 


L’architravo de sopra al capitello luncho 
pie 20 on. 7 a s. 16 d. 6 . . . . L. 16.19. 7 
Uno hochio di sopra . . .....L. 5.—- — 


L. 258. 9. 0 


Uno altro pilastrone verso le orevexarie 
a la botecha de m° Andrea de le... (sic) 
per lo banchale sotto la bassa pie 10 a 8.5 

pe ana i e 6 o 10 
EI pilastro con li roxuni pie 130 quadro a 

8.8 d. 6il pe . . ..... . L. 63.15. — 
El pilastro mezo tondo elto con la bassa in- 

sino al capitello pie 20 d. 7. . . L. 27.13.11 
EI capitello de la meza colona tonda . L. 16.— — 


Dui triancholj requadran larcho . . . . 11.— — 
«Doe mexole sotto larcho . . . . . .. 3.3. 9 
L.'382. 11. 9 


Se hauto in più volte da la Camara per man 

del podestà. . . . . . + L. 410.— — » 
Seguono numerosi pagamenti a Giovanni da 

Brensa, a Francesco di Dozza « per opere 

date a fare la fazada » ecc. c. 11, r. e v. 

c. 12 e segg. dello stesso fascicoletto per 

la fabbrica. c. 14 r. r. « M° Francesco da 

Doza de havere adj vnij de octobre per 

parte de opere ha date a Ja fabrica de la 


fazada . . . ...0..... L 20.— — 
E de havere per el lavoro ha facto fare a 
Tordino |. . . ........ L 87.38 


E de havere per el lavoro ha facto a la fa- 
zada del palazo verso el palazo di signuri 
computando le L. 20 soprascripte, ecc. L. 22.17. — » 
seg. c. 15 v. 16 r. ecc. ». 

(Archivio di Stato di Bologna — Comunale — Mas- 
sarolo dei lavori del Comune). V. puro. Partiti, vol. 11 
(1490-1500) c. 113 r., in cui sono notate le spese pei 
lavori di decorazione; e ibid. c. 113 v. da cui si rileva 
che l’antico palazzo era ornato di una ringhiera in ferro 
sporgente sulla piazza. 


A RDOO in TOSCO Li Tita 


LA CHIESA « DELLA SANTA » A BOLOGNA 79 
tra finestra e finestra, gli stipiti e gli occhi superiori furono intagliati da Alessandro di 
Antonio Bonaldi, Giovanni Antonio Bia e Marsilio di Antonio. A quest’ultimo debbonsi le 
decorazioni dei due lati verso il palazzo degli Anziani e verso via degli Orefici, rimasti 
interrotti: da una sua nota a parte rile- 
viamo che gli eran state date L. 410, e 
che ne chiedeva altre 382.11.9. Man mano 
che i lavori proseguivano venivan misu- 
rati da m.° Pellegrino Maiatrici, assaza- 
dore, che trovammo addetto allo stesso 
ufficio nelle costruzioni di San Michele 
in Bosco e dell’oratorio della Madonna di 
Galliera. 

Il diligente massaro del Comune 
notò, nel fascicoletto ricordato, tutte le 
più piccole spese pei lavori del palazzo, 
fino alle chiavi di ferro tra gli archi del 
portico e ai portastendardi eseguiti da 
m.° Giovanni degli Accursi. Contempora- 
neamente sì adattavano i locali interni se- 
condo il nuovo progetto. Sotto la direzione 
di Francesco di Dozza si rifecero il vasto 
salone sulla piazza, molte stanze interne 
voltate a lunette, in seguito demolite, la 
scala e l’ingresso laterale verso il palazzo 
degli Anziani. I lavori si estesero all’an- 
tica torre del secolo XIII. Guglielmo e 
Giacomo da Ravarino, che avevano giù 
lavorato nelle stanze, vi eseguirono il 
sotfitto intagliato in legno, un pittore detto 
el prete la decorò, e un m.° Andrea la 
provvide della campana. 

L'edifizio fu modificato in seguito 
colle parziali ricostruzioni del secolo XVI, 
compreso il ballatoio ricorrente lungo 
tutta la facciata. In tempi moderni i lo- 
cali interni furono adattati ad uffici e 
molti necessitano di riparo. È desiderabile 
che sulla scorta dei documenti e coll’aiuto 
di assaggi al monumento si possa addi- 
venire a un serio restauro a questo edi- 
fizio, che riassume le glorie del periodo 
comunale bolognese e che rappresenta, 
nonostante le superfetazioni, un prodotto 
importante dell’architettura del Rinasci- 
mento. 

Volendo fare una ricerca, cogli ele- 
menti che ora abbiamo, sull’ architetto 
del palazzo o della parte che rimane del 
secolo XV, non vorremmo azzardarci a 





! Ibid. PARTICOLARI DELLE TERRECOTTE DELLA PORTA 


80 FRANCESCO MALAGUZZI VALERI 


proporre con sicurezza il nome del nostro Francesco di Dozza, mancando ancora, nonostante 
la scoperta degli ultimi documenti, sutficienti dati per stabilire Ja sua importanza artistica. 
Tuttavia, eliminando i due nomi da alcuni cronisti ricordati come quelli dei possibili archi- 
tetti del palazzo del Podestà, quali, Aristotile Fieravanti (che nel tempo di questa costruzione 
lavorava da un pezzo in Russia, da cui non ritornò) e il Bramante (del quale lo stile è ben 
diverso, e che quando venne a Bologna con Giulio II trovò l’edifizio già innalzato), il nome 
di Francesco di Dozza, ricordato spesso nei documenti bolognesi, e che in quella costruzione 
ebbe certamente parte principale, ha non poca probabilità di essere accolto come quello del- 
l’architetto del palazzo. 


* 
* * 


La facciata della chiesa « della Santa », innalzata da Francesco di Dozza in unione 
a Nicolò di Marchionne, è semplice e deve la sua genialità alle terre cotte che l’adornano. 
Quattro grandi pilastri sostengono la trabeazjone ricchissima, su cui girava ad arco la parte 
superiore, parzialmente rovinata quando si alzò la chiesa, all’epoca della ricostruzione dell’ in- 
terno, nel 1684. ! Nel mezzo, stretta dai due pilastri interni si apre la porta: di qua e di là 
sono incastrati due stemmi abrasi incorniciati, col motto: DVRANDVM EST. Tre grandi 
occhi decorati riccamente davano luce alla chiesa, di cui l’interno a una sola navata corri- 
spondeva probabilmente alla ricchezza esteriore. La facciata della chiesa di San Giovanni in 
Monte a Bologna, ricostrutta nel 1473, può dare idea del coronamento dell’oratorio « della 
Santa ».? 

I due architetti commisero la decorazione a Sperandio tra il 1479 e il 1480, perch 
quando si fece il sagrato innanzi alla chiesa, nel 1481, ricordato dai memoriali, la costru- 
zione doveva essere finita. Il geniale artista vi profuse i prodotti della sua fantasia a piene 
mani: nella porta, intorno ai rosoni, nella trabeazione, nei capitelli dei pilastri, nell’incor- 
niciatura dei due stemmi; il coronamento che correva sotto il tetto, come nella chiesa di 


! L'architetto Gio. Giacomo Monti ricostrusse la 
chiesa nel 1684, perchè l’antica minacciava rovina: 
l’interno fu completamente rifatto in quell'epoca e de- 
corato dal Franceschini, da Luigi Quaini e dall’ Hafner, 
e fu finito nel marzo del 1695 (Guipicizi, op. cit., pa- 
gina 149). 

? La storia della costruzione e degli ampliamenti 
successivi della chiesa di San Giovanni in Monte è di 
molto interesse e sarà oggetto di altro nostro studio. 
Incominciata nel 1221, le fu aggiunto il campanile nel- 
l’anno 1286: era a tre navate ed aveva l’altare nel mezzo. 
La facciata rivelava la struttura interna secondo l’ uso 
romanico: nel mezzo la grande cuspide a spiovente; ai 
lati, più in basso, due ali dai tetti a spioventi delle na- 
vate laterali: al sommo una croce in maiolica incasto- 
nata nel muro, nel mezzo un rosone e lateralmente due 
finestre oblunghe, che rimangono tuttora; la porta era 
sul tipo di quella di San Giacomo, ornata di fasci di 
colonnette sostenenti molteplici cordonature, e, in basso, 
due leoni, di cui si ha ricordo fino al 1501. La parte 
posteriore della chiesa e il campanile ornato di cotti 
si vedono dentro il recinto delle attuali carceri. Nel 1442 
si allungò la chiesa per opera degli architetti Cristo- 
foro di Zanetino, Domenico di Tommaso e del tagliapietre 
Baldassarre da Varignana, che eresse anche l’altar mag- 


giore. L’interno è a tre navate divise da grandi pila- 
stri ottagonali sorreggenti il tetto: nei muri laterali 
si aprono le cappelle ad arco acuto; una serie di fine- 
strelle tonde, aperte recentemente sopra gli archi delle 
campate, illuminano la chiesa. L'attuale facciata fu co- 
strutta in gran parte nel 1473 da Domenico di Obizzo 
Berardi da Carpi, nel contratto chiamato pittore: doveva 
essere ornata di quattro statue, di colonne, di fregi in 
terra cotta e di un'aquila, emblema del patrono della 
chiesa, San Giovanni Evangelista. Ma il concetto pri- 
mitivo fu modificato, forse per ragioni economiche, e 
ne risultò l’attuale facciata, mista di motivi romanici e 
di motivi del Rinascimento: l’aquila rimane tuttora e 
porta la firma di Nicolò dall’Arca. Il pronao, che sporge, 
accresce la sgradevole mescolanza di motivi e fu co- 
strutto nel 1589 dall’architetto Nicolò Donati. L'annesso 
convento, ornato di due chiostri, fu rifabbricato nella 
metà del cinquecento da Antonio Morandi, detto Ter- 
ribilia, attivissimo artista bolognese, troppo spesso con- 
fuso col nipote Francesco. Abbondanti documenti sulla 
costruzione della chiesa e del convento trovansi nell’Ar- 
chivio dei canonici lateranensi di S. Giovanni in Monte 
(Archivio di Stato di Bologna — Demaniale 116/1456 


e 8egg.). 


YVLYOd VIITHCO TYOIHHdAS ILUVd 


Periti rebive 


forni pg AE di SORIA. A 
BA SIGLA n sn «4 RIA Poi 
I gl n Td 


pr ST x dl apo ii ana è MA ani roggia a 


Ruapurestcni3* an A dniont f” o - meo — 

TIRI ELLI RULE PIAF] = s) 
Rit 

lilla 1 ee "Ri adibire bara PR | 
PERI FEZSEPZE: = sez DPITZIZÀIARI RR . Tà PSI ZERO IT 


"N * SEIT 


n° 


Aa fo. 7 
ie 





11 


Archivio storico dell’Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. I-II. 


82 FRANCESCO MALAGUZZI VALERI 





San Giovanni in Monte, andò perduto quando si rifece il tetto. Dove l’artista condusse al 
colmo la ricchezza degli ornati in cotto fu nella porta. Sopra uno zoccolo ornatissimo pog- 
giano i pilastri che ne sostengono la trabeazione: nella parte inferiore dei pilastri due putti, 
uno per lato, sorreggono due vasi ansati, dando origine a tutto un ricamo fittissimo, che 
continua nei capitelli, ornati l’uno di due satiri, l’altro di due chimere: la trabeazione è for- 
mata di una fila di formelle con testine, dentelli, ovoli e rosette: sulla cornice gira una 
lunetta con una grande conchiglia nel mezzo, e all’intorno festoni, ovoli, dentelli, ricami: 
ai lati e in cima le solite palmette completano la decorazione. Questa troppo grande sovrab- 
bondanza di terre cotte, modellate dall’artista a colpi di stecca e di dita, dà un po’ all'occhio 
un’impressione di pesantezza dell'insieme: impressione che doveva sembrar minore forse 
quando la facciata a pena eseguita mostrava al sole la sua tinta color sangue di bue all’oc- 
chio allora abituato a tanta festosità. 

Gli ornati dei pilastrini laterali alla porta, la forma dei vasi ansati, il tipo dei satiretti, 
il drappo svolazzante terminato a fiocchi dei due putti, il genere della decorazione un poco 
affastellata e che non lascia quasi affatto scoperto il fondo, hanno tali affinità con quelli 
del monumento ad Alessandro V che non si può dubitare che entrambi i lavori non siano 
opera di Sperandio. 

Oltre questi vi sono, a parer nostro, altri lavori in Bologna che ricordano lo stile del- 
l'artista mantovano, sui quali vogliamo richiamare l’attenzione, in mancanza di documenti 
che ci permettano. di farne con sicurezza il nome dell’autore. 

L’uno è il fregio in terra cotta a stampo, che corre all’esterno del portico di San Gia- 
como, composto di una fila di satiri tenenti una conchiglia con una testa laurata: lo stesso 
fregio gira intorno al ricco cortile del palazzo Bevilacqua già Sanuti.! Avendo potuto os- 
servare da vicino i capitelli della porta della Santa, abbiamo riscontrato una somiglianza 
singolare tra il tipo di quei satiretti e il tipo di quelli del portico degli Eremitani: anche 
nella forte modellatura della testa in profilo entro le conchiglie (un motivo classico ispi- 
rato da qualche bassorilievo romano e non il ritratto del Bentivoglio, come vollero alcuni), 
che ricorda alcuni diritti di medaglie di Sperandio, come quelle di Lodovico Carbone, di 
Carlo Quirini, di Giovanni Bentivoglio e- nella riproduzione di quei drappi a mo’ di sciarpe, 
che girano intorno alle figure, ci par di vedere piuttosto lo stile di Sperandio che quello 
di Onofrio di Vincenzo, preferito da qualcuno, nonostante la leggerezza del fregio più pro- 
pria di quest’ultimo artista. 

Con maggior sicurezza, secondo noi, si può annoverare fra le opere dell’ artista man- 
tovano il busto di Andrea Barbazzi, nella cappella omonima in San Petronio. Sorge al disopra 
del monumento al Barbazzi, costrutto in freddo stile classico nel 1582, e forse per questo 
e per l’altezza in cui è posto sfuggì all’attenzione dei più. Il monumento fu rimodernato in 
quel tempo per accordarlo col disegno dell’altro del 1580, addossato alla parte opposta e dedi- 
cato a Romeo Barbazzi. 

Il busto di Andrea fu modellato probabilmente intorno al 1479, data della morte del 
famoso giureconsulto. L'iscrizione che si legge nella base del monumento è la seguente: 


! Parte di questo fregio in terra cotta conservasi como come il cortile del palazzo Sanuti furono costrutti 
nel Museo civico di Bologna. Tanto il portico di San Gia- quando Sperandio lavorava a Bologna. 


LA CHIESA « DELLA SANTA » A BOLOGNA 83 
MEMORIAE 
ANDREAE BARBATIAE 
EQUITIS 
ET REGIS ARAGONUM 
CONSILIARII 
AC JURIS CIVILIS 
ET PONTIFICII INTERPRETIS 
AETATE SUA CLARISSIMI 
PRONIPOTES PROAVO 
B. M. PP. 
AN. MDLXXXII 
OBITO 
AN. MCCCCOLXXIX 











L’amico prof. Venturi ci aveva già comunicato il dubbio che il busto potesse attribuirsi 
a Sperandio, e infatti, avendo potuto osservarlo da vicino, vi ritrovammo tutte le caratte- 
ristiche di questo artista. È in marmo bianco leggermente venato e la capigliatura abbon- 
dante rivoltata in fondo e i tratti fisionomici sono la riproduzione di quelli che Sperandio 
fissò nella nota caratteristica medaglia allo stesso Barbazzi. Il giureconsulto è rappresentato 
in manto e berretto: i capelli filati, gli occhi profondamente scolpiti, la bocca stretta e la 
forte modellatura contribuiscono a far attribuire quest'opera al medaglista mantovano. 

Andrea Barbazzi, di Noto, presso Siracusa, nato intorno al 1400, venne a Bologna nel- 
l’anno 1475 e vi sposò Margherita Pepoli: studiò prima medicina poi legge e fu chiamato 
a Ferrara a leggervi diritto canonico: compiuta la sua lettura, ritornò a Bologna, dove, 
nel 1442, venne fatto cittadino con tutta la sua discendenza. Nel 1452 era lettore di de- 
cretali e insegnò finchè la morte lo colpì vecchissimo, nel 1479. Era cavaliere e consigliere 
del re d'Aragona e visse nella ricchezza. Sulla data precisa della sua morte i biografi non 
concordano: l’Armand la portò al 1480, il Fantuzzi la disse avvenuta il 21 luglio 1479 e il 
Mazzetti il 28 luglio dello stesso anno. 

Una memoria inserta negli atti del Foro dei Mercanti del 1479, 2° sem., c. 2, sotto la 
data 20 luglio, e che pare la più attendibile, riporta: « Ista die decessit Bononie d. An- 
dreas Barbacius de Sicilia miles, utriusque iuris doctor famosissimus per totum orbem ». 
Il Fantuzzi ricorda che al funerale di questo celebre giureconsulto presero parte i collegi 
dei dottori di diritto civile e canonico con molta folla e che il cadavere fu tumulato nella 
cappella di famiglia che il Barbazzi si era costrutto in San Petronio. Per ricordare la me- 
moria dell’estinto si fece modellare dallo Sperandio la nota medaglia. L'’Armand suppose 
che fosse stata fatta nel 1472: ma gli storici bolognesi affermano che fu ordinata all’epoca 
della morte. 

La medaglia porta nel diritto il busto a sinistra e il motto: ANDREAS . BARBATIA . 
MESANIUS . EQUFES . ARAGONIAEQUE . REGIS . CONSILIARIUS . IURIS . UTRIUSQUE . SPLENDIDISSI- 
MUS . IUBAR, e nel rovescio una fama con quattro ali, il busto coperto di una /or?ca e il 
resto del corpo di piume; tiene un libro per ciascuna mano: in terra sono sparsi altri libri ; 
nell’esergo si legge: OPUS SPERANDEI, eintorno alla figura il motto: FAMA . SUPER . AETHERA . 
NOTUS. 

Durante la sua permanenza a Bologna Sperandio modellò altre medaglie, note e illu- 
strate dall’Armand, rappresentanti tre di esse Giovanni II Bentivoglio (1478), e le altre 
Andrea Bentivoglio (gonfaloniere di giustizia negli anni 1479 e 1482), Virgilio Malvezzi (1479), 
Floriano Dolfi (dottore in teologia nel 1481), Guido Pepoli, Galeazzo Marescotti, il giure- 
consulto Nicolò Sanuti (morto nel 1482), Antonio Galeazzo Bentivoglio (protonotario apo- 


! Archivio di Stato di Bologna. 


84 I'RANCESCO MALAGUZZI VALERI 
stolico dal 1483 in avanti), Giuliano della Rovere (forse dell’anno 1483, in cui questi occupò 
il seggio episcopale di Bologna), Carlo Grati (uno degli anziani, nel 1484). L'ultima dovette 
essere quella di Catalano Casali, eletto protonotario nel 1490. ! 

Di una medaglia bolognese di Sperandio, di cui non rimangono esemplari, abbiamo 
trovato notizia in un interessante documento fra le Riformagioni del Comune di Bologna. 
Un Giacomo dal Gilio, mercante in stoffe e velluti, come rilevammo da altre notizie, ma 
nel documento chiamato modestamente strazarolo, si era fatto fare dallo Sperandio, fin 
dal 1474, una medaglia portante da un lato la propria etfige e il motto: « Jacobus Lilius bono- 
niensis delitiarum specîmen » e dall’altro una ninfa suonante la cetra cum certis adminiculis 
ornamentali, e le parole: « effectu ut nomine potest: opus Sperandei: MCCCCLXXIIIJ ». La gene- 
rosità dello strazarolo non era certamente pari alla vanità, perchè, quattro anni dopo ese- 
guito il lavoro, l’artista non era ancora stato soddisfatto ed era insorta controversia tra i 
due sul prezzo: la cosa fu portata innanzi agli Anziani, che stabilirono che i due comparis- 
sero in giudizio con un arbitro che fissasse il prezzo: il giorno della comparizione, siccome 
le parti non avevano ancor scelto l’ arbitro, gli Anziani avevano nominato per conto loro 
l’orefice Francesco Raibolini detto il Francia? per fissare la somma dovuta all’artista. Il 
Francia in quel tempo non si era ancora rivelato il pittore dalla grazia incantevole, che 
divenne in seguito, e coltivava unicamente l’oreficeria, in cui fu valentissimo, come assi- 
curano i documenti del tempo più che i pochi e incerti suoi lavori che ci rimangono di 
quel ramo. ]l Francia esaminò diligentemente la medaglia dello Sperandio, e consideratis 
que consideranda fuerunt, aggiunge la provvigione, ne fissò il prezzo in tre ducati d’oro 
larghi. * Da questo documento parrebbe che il medaglista mantovano fosse stato a Bologna 


! V. la biografia di questi personaggi nell’ Almanacco 
statistico bolognese del 1842, anno XIII. Bologna, Sal- 
vardi, pag. 8 e segg. 

? Cogliamo l'occasione per far notare che il sopra- 
nome di Francia non gli venne per aver avuto a mae- 
stro in oreficeria un francese, ma perchè allora Franza 
era la versione dialettale del nome Francesco, come 
rilevammo da altri documenti. 

® « Spera in dio. — Jacobo de Gilio commissum fuit 
mandari quatenus die crastina hora xx personaliter pre- 
sentari deberet coram suprascriptis dominis Ancianis 
arbitrum qui haberet laudare super diferentiis inter 
ipsum et Spera in deum alias si non presentabit quod 
ipsi domini Ancianj pro eorum arbitrio asument unum 
arbitrum qui laudabit. (Archivio di Stato di Bologna. 
— Comunale. Riform. 1479, 2° sem., 18 agosto). 

« Spere in dj. — Suprascripti Magnifici Dominj An- 
cianj quibus constat pro eorum parte mandatum fuisse 
Jacobo de Gilio strazarolo qui coram eis comparere de- 
beret et presentare arbitrum per eum assumptum qui 
habebat laudare super deferentijs vertentibus inter ipsum 
Jacobum ex parte una et magistrum Spera in deum ex 
altera vixis mandatis factis dicto Jacobo et vixa con- 
tumatia dictj Jacobi qui nunquam comparuit nec pre- 
sentavit eius arbitrum ut ei mandatum fuit. Et in eius 
contumatia supradictj Magnifici dominj Anciani loco 
dicti Arbitrj non presentati Suprascripti Magnifici Do- 
mini Ancianj vigore eorum officij et arbitrij et omni 


alio meliorj modo, Jure, via et forma quibus magis et 
melius potuerunt et possunt eligerOnt et assumerunt 
Magistrum Franciam aurificem presontem et acceptan- 
tem Cui suprascripti Magnifici dominj Anciani dederunt 
unam medagliam plombeam cum naturalj figura dicti 
Jacobi de Gilio in ea impressa in uno latere dicte me- 
daglie et cum litteris circum circha dictam figuram te- 
noris infrascripti videlicet “ Jacobus lilius bononiensis 
delitiarum Specimen ,, et in alio latere cum una Nimpha 
pulsante citera cum certis adminiculis et cum infra- 
scripto numero videlicet MccccLxxins et cum infrascri- 
ptis litteris circum circha dictam ninpham tenoris infra- 
scripti videlicet “ effectu ut nomine potest: opus Spere 
in dej,, primo tamen delato juramento dicto m° Fran- 
cia de veritate dicenda super constructione dicte me- 
daglie constructe per dictum Spera in deum. Qui ma- 
gister Francia ad delationem suprascriptorum dominorum 
Antianorum corporaliter juravit de veritate dicende iu- 
dicio ipsius et existimatione ipsius assumpti. Quì Francia 
vixa et diligenter inspecta et considerata dicta meda- 
glia et consideratis que consideranda fuerunt Retulit 
prefatis Magnificis dominis Ancianis ac extimavit iudi- 
cavit et taxavit arbitrio suo Salarium et mercedem Spere 
in dej et eius operarum circha magisterium et constru- 
ctione dicte medaglie assendere ad sumam ducatorum 
trium Auri largorum et non minus iudicio ipsius Fran- 
cie ». (Arch. cit., Liformagioni, 1479, 21 agosto). 


YZZOC IC 0OSTONVUI VO #6-3651 TIN AVOIYHAINI ILUVd VITAN OLINYLSO9) ‘VNOO0T08 IC YLSICOd TAO OZZVIVA 


wo 


LI 


s! 
È 





—_———6—_—__—____— _—_r_____—_@——_——@ 


n 
n 
I 
Pa 
« 
% 
i. e a % .’ 
PR) 
n ® 69" . 
e n sa L : 
-” n , ® ‘ x 
b È dr. Ò i 
4 q° LI La Ò z |) Li : 
43 UL a Pi . pi . : 
î se vo”, va ae; TA, bd , i PT e Do : 
"» DOO . o Pa JA SA l'e i sl fotalà dar 6 , : Pa Ò Hr 
bet RA i lt. CANINA RO FR LE PAIA DE PRIORE 
AA | ‘ ei CUCA — Pira‘, y° "R , PRIANO, MICA NO 
È AA mi LL wi , ht." n PI ua tera : nl al sl più Nite,” 
- î GP TENER Re) di | e, e 077,74 CU (RADAR TLT TSO Ò 7 
. soa tal ea VIERIZIOO Perla L44 RAC velo hg 
è. de _ © I” 4 hi "a PRO ) : Aa! ri , a 
A î al hh; r,4 tl ui e ei , vin ei rara 10 vt, h a UTI "A , 
0,4) “ SOLI 5Ù 7) e x RT 146 tu. sì N LL as CA 4 (TZ, ” ri 4 (1 nie * P statali RO Li ; “ 
RT P ar Pier. " i MLA } 9% . : peste : 
e c < tag A E, Ù pd A 198,11 ta” 4, Sela IO MPA . re VI A è PL <Apat n si Pa TA, VI Lee it ,'* Lo ” pa "i ’ " LE, Ùù » 
i . ‘ Ti n | » 
i PRIN INIZIA A, vv SARRI : RORMTIANNLIT IO: CARS) RENI e i YA nti 
Li. ri n 
' ‘ RIO CRAR 


Ide 
VITRO 


Va PRUA n MARA pu Mo RIOT in o) soi ps Ra 
, 4 FICRE aa VER n MEBET4 A. +4 ina DRUG, dati. di NATE 


4 . ; 
“#2 fl, < wi PAPA x" GINO LN Nea [1 LIRA r “ , g 

if : ra, N Sal, di t REA “RARE ed VI Lie AA RA 1,4, È in sy ni VRX, ì Ni ) pit RRLIAZANIV vt te; 

' 


a UN dx MEN A ue N - 
LS at NARA Ha Ra; ì : us N 

, : A VARSSI n - . (a 
RP I 7 URRA: SA TIC RALACRAN, 





86 FRANCESCO MALAGUZZI VALERI 





anche prima del 1478, anno in cui vi si stabilì colla famiglia," se il fatto d’aver rilevato che 
i Gigli erano forestieri e furon fatti cittadini bolognesi solamente nel 1479, ? non facesse 
piuttosto ritenere che Sperandio avesse modellata la medaglia in altra città, e probabilmente 
a Ferrara, dove allora lavorava ed eseguiva due teste di marmo per la porta principale del 
Barco, luogo di delizie del duca Ercole. 

Sopra altri due lavori che possono ascriversi a Sperandio, richiamò l’attenzione il Ven- 
turi nel suo scritto ricordato. Uno è il busto di Giovanni II Bentivoglio, già in Firenze, 
ora a Parigi nella collezione Orloff, l’altro il bellissimo busto in terra cotta della collezione 
Corvisieri, che si vuole raffiguri un giureconsulto bolognese. Di un busto di Nicolò Sanuti 
bolognese, che fu tolto in tempi recenti dalla nicchia sulla porta del palazzo Sanuti, ora 
Bevilacqua, il Giordani ricorda che si riteneva appunto di Sperandio. Nel libro di memorie 
del celebre giureconsulto bolognese, che arriva fino all’anno della sua morte, presso l’Ar- 
chivio di Stato di Bologna, non è fatto cenno di quel lavoro. Se il busto ratfigura il Sanuti, 
deve probabilmente essere stato eseguito per commissione d'altri e regalatogli parecchi anni 
prima della sua morte: tali doni erano piuttosto comuni a farsi a personaggi ragguardevoli. 
Questa considerazione ci viene consigliata dal fatto che il busto raffigura un uomo in età 
meno avanzata di quello della medaglia, che fu eseguita appunto nel 1481, anno della 
morte del Sanuti: nella medaglia questi vi è raffigurato assai scarno di volto, mentre nel 
busto osserviamo un viso pieno di forze, di persona nella virilità; il lavoro fu eseguito 
prima, che Sperandio venisse a Bologna o forse il busto non rappresenta il Sanuti. 

Gli ultimi anni di permanenza a Bologna sembra non siano stati apportatori di troppi 
guadagni a Sperandio. Nell’ elenco dei poveri, a cui il Comune dispensava elemosine nel 
Natale, trovammo, sotto gli anni 1486, 1487, 1488 anche il nostro artista, che ricevette L. 30 :* 
nel 1488 però coll’avvertenza che sarebbe stata l’ultima volta. Il fatto che il Comune di- 
spensava tali somme a chi gli aveva prestato servigi o gli aveva fornito oggetti e merci, 
lascia credere che Sperandio avesse prestato l’opera sua, forse per fabbricare alcuno di quei 
donativi che si offrivano a principi o a personaggi di passaggio per Bologna. Appunto 
dell’epoca in cui il nome dell’artista figura nell'elenco delle elemosine trovammo notata, il 
28 aprile 1487, la spesa di 300 ducati, consegnati a un orefice che aveva costrutto due 
bacili, dagli Anziani regalati a Giovanni II per onorare le nozze del figlio Annibale.* 


' Risulta dal seguente documento pubblicato dal ca- 
valiere A. Rubbiani (op. cit.): 


sentazioni dei Forestieri — Denunzie di quelli che ven- 
nero ad abitare in Bologna, suo contado, ecc. vol. 


— « Die vigesima iulii anni 1478 
Noverint universis etc. qualiter Speraindeus quun- 
dam Bertholomei de Speraindeis de Mantua aurifex fo- 
rensis, qui ut asseruit de novo venit ad Civitatem Bononie 
causa habitandi in ea etibidem artem suam exercendi 
cum infrascripta sua familia videlicet 
D. Maria eius uxore 
Camilla ’ 
Luoretia ( s;ua filiiv 
Laura 
Beltrando 
Bertholomeo ; ; 
eius famulis 
Ambrosio 
Comparuit coram me Enoch etc 
Actum ut supra presentibus ser Jacobo a Pele 
grino cive et notario bon., qui dixit etc. et ser 
Francisco de Oleo notario et consocio meo ad 
dictam Cameram [Actorum], testibus ». 


(Arch. di Stato di Bologna. Com. Ufficio delle Pre- I 


dal 1475 al 1601 alla data). 

2 Arch. di Stato cit. Partiti, 8, c. 192 r., 19 otto 
bre 1479. 

* Arch. cit. Mandati, n. 20 (1482-1488), c. 331 r. e v., 
1486, 23 dicembre: 

— « Elemosina seculariorum. Cum infrascriptis om- 
nibus sint adeo pauperes ut vix habeant unde vivant et 
vitam sustenent: pium esse existimationis in hoc proximo 
festo Nativitatis Dominj nostri Jhesu Christi eis ali- 
quantulum sucurrere etc. Mandamus tibi speciali viro 
Pyrrho de Malviti)s etc. quatenus etc. dari et solvi fa- 
Cibi Li «4a Speraindeo de Mantua de 
Sabellis libras triginta videlicet L. 30. 
Datum Bononie die xx1j Decembris McecceLxxxv) ». Id. 
alla data 22 dicembre 1487 e 27 dicembre 1488, colla 
stessa elemosina. 

4 Arch. cit. Mandati, 20, c. 340 v. 


LA CHIESA « DELLA SANTA » A BOLOGNA 87 





Sembra che Sperandio non ritornasse a Ferrara, come si era creduto da principio, e che 
il suo omonimo, che è ricordato in documenti dell'Archivio Gonzaga del 1491, sia invece 
Sperandio da Campo, pittore mantovano, come osservò il Venturi. ! Invece Sperandio da 
Mantova ritornò in patria e vi morì intorno al 1495. Certo è che nel 1490 era tuttora a 
Bologna, dove modellò la medaglia di Catelano Casali e prestò l’opera sua costruendo il 
modello per la parte superiore det campanile di San Petronio, pel quale ricevette lire tre 
di quattrini. * Questo ultimo lavoro trova la ragione nel fatto che un incendio aveva dan- 
neggiato l’antico campanile e il tetto della sagrestia. Sul modello dell’artista mantovano fu 
costrutta infatti la parte superiore del campanile, come ora si vede, con una bifora incor- 
niciata di terre cotte. Non deve far meraviglia che Sperandio si applicasse anche all’archi- 
tettura: quando veniva raccomandato a Francesco Gonzaga lo si chiamava pratico «in lo 
esercitio de artellarie, aut di fabbricare et architectura ». Della sua versatilità in tutti i 
rami dell’arte ci assicura del resto il contratto fra Federico Manfredi, signore di Faenza, 
e l’artista stesso, il quale si obbligava a lavorare «de brongio, de marmoro, di terra, de 
disigni, di piombo, de picture, de orfesaria ».* Se non fossero andate perdute molte serie 
di carte bolognesi di quegli anni e sopratutto il meglio dell'Archivio bentivolesco, probabil- 
mente ci sarebbe dato avere altre notizie preziose sull’attività artistica di Sperandio da Man- 
tova. Giovanni II, che lo chiamava « a mi amicissimo », gli commise probabilmente lavori 
di decorazione al suo palazzo, che il mecenate si era arricchito di opere d’arte e di sculture, 
sì da sembrare al Burzio luogo degno d’imperatori. Delle decorazioni di quella reggia non 
si conoscono che i due capitelli, ora all’esterno di casa Bellei, in via Galliera, in uno dei 
quali è appunto ratfigurato, in un medaglione, il Bentivoglio. Da così misero avanzo, an- 
ch’esso in cattivo stato, e da cui non è possibile ricostruire il motivo ornamentale dell’in- 
sieme, che doveva stendersi probabilmente lungo la facciata del palazzo decorato di portici, non 
è facile indovinare la mano dell’artista, e se dati più sicuri non sussidieranno, questo avanzo 
dell’antico palazzo signorile rimarrà, solo e mutilato, a perpetuare il cruccio di quella grande 
rovina. 

FRANCESCO MALAGUZZI VALERI. 


! Di un altro Sperandio che venne ad abitare in Bo- 
logna nel 1475 fa cenno il seguente documento del- 
l'Arch. di Bologna — Partiti, 8, c. 52, 20 dicembre 1475: 

« Item Nicolaus de Sperandeis ferrariensis Bononiam 
ut asserit habitatum venire decreverint (Reformatores) 
cum familia sua petieritque de aliquali sibi subventione 
providerj ut commodius vivere facilius que se ac fami- 
liam suam substentare valeat: Idcirco per omnes fabas 
albas fecerunt prefatum Nicolaum sic venientem Bono- 
niam habitatum exemptione a datiis molendinorum salis 
et portarum per quindecim annos proximos inchoandos 
post presentem, locationes dictorum datiorum et per 


triginta carigiis in anno pro datio portarum. Et latius 
prout in decreto et in relatione Johannis de armis con- 
firmetur ». 

Questo Nicolò Sperandio aveva un figlio di nome 
Benedetto e fu fatto cittadino bolognese nel 1475. (Man- 
dati, 1475, c. 125). 

* A. Gatti. La fabbrica di San Petronio. (Indagini 
storiche). Bologna, 1889, doc. 122. 

® C. MatagoLa. Di Sperandio ecc. sotto Carlo e Ga- 
leotto Manfredi. (Atti e Memorie della Dep. di S. P. per 
la Romagna, serie III, vol. 1). 


LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI 


IN GENOVA 


ER la munificenza, veramente grandiosa, di Maria Bri- 
gnole-Sale, duchessa di Galliera, ed a quella di suo figlio, 
marchese Filippo Deferrari, duca di Galliera, la città 
di Genova, che prima, ad onta delle sue ricchezze, non 
possedeva nessuna pubblica Galleria d’arte, può ora 
vantare due splendidi Musei. Di questi, che hanno sede 
nei due palazzi posti di fronte l’uno all’altro in via 
Garibaldi (già via Nuova) detti palazzo Rosso e Bianco, 
la Galleria di quadri nel palazzo Rosso è già da lunghi 
anni proprietà cittadina e pubblica, mentre quella del 
palazzo Bianco non venne aperta al pubblico che da 
poco tempo. Il nucleo principale di questa pinacoteca 
del nuovo Museo è formato dalle pregevoli collezioni 
della duchessa di Galliera, che furono quivi trasportate 
dalla sua abitazione di Parigi, dal suo palazzo in piazza 
San Domenico e dalla sua villa di Voltri. A queste si uniscono parecchie altre collezioni: 
i quadri che prima erano esposti nel palazzo municipale, le collezioni Francesco Spinola, 
Odone, Assarotti pervenute alla Galleria per mezzo di legati o di prestiti. 





Invano si cercherebbero cataloghi scientifici o relazioni critiche esaurienti su tali colle- 


zioni. ! Perciò confido che un’accurata rivista del contenuto di queste Gallerie, riuscirà di 
interesse per i lettori del nostro Archivio. 


I. 
La Galleria del palazzo Rosso. 


SALA Ie II. 


Nelle prime due sale non si trovano che ritratti di vari membri della casa Brignole- 
Sale, i quali, per la maggior parte, appartengono ad artisti posteriori e di secondo grado. Ac- 
cennerò solo a due ritratti di Giacinto Rigaud, cioè le due mezze figure del marchese 
signor Francesco Brignole-Sale e della sua consorte. 


! Solo il distinto critico d’arte dott. Gustavo Friz- fra i più importanti quadri della duchessa. (Archivio 
zoni, nel suo interessante piccolo lavoro «La Raccolta storico dell'Arte, anno III, 119). 
Galliera a Genova », ha succintamente illustrati alcuni 





4°" 821, è 4 - 
17) si i 


LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI IN GENOVA 89 


SALA III. 


Il gran dipinto di Guercino, Cleopatra morente, domina questa sala. È il suo più bel 
quadro delle Gallerie genovesi. Nella composizione si nota ancora la nobile semplicità dei 
tempi buoni per l’arte. In quelle poche tinte domina un’armonia perfetta. Non saprei accen- 
nare altra città nella quale Guercino sia rappresentato da un maggior numero di vasti 
dipinti che in Genova. Ma, per lo più, questi dipinti risalgono al suo periodo giovanile 
nel quale, cedendo all’ influenza di Caravaggio o di Ribera, li imitava, o al suo ultimo periodo 
nel quale egli subì il contagio dalla maniera accademica di Guido Reni, mentre questa 
Cleopatra appartiene al suo più splendido stile veneziano in cui la sua maniera pittorica, 
venne nobilitata dallo studio dei grandi coloristi. Col fascino del suo pennello Guercino ci 
fa talora stupire, ad esempio nel suo capolavoro coloristico «Il figliuol prodigo » nella Gal- 
leria di Torino. In generale però ci lascia freddi. A lui mancava la personalità nella con- 
vinzione artistica, la nofa nuova, che i suoi competitori Guido Reni, Domenichino e Francesco 
Albani pure, tutti, in certo qual modo possedevano. 

Il piccolo dipinto di Carletto Cagliari, situato sopra la porta d’entrata, produce un’assai 
sfavorevole impressione. In quel dipinto colorito sino a diventar stridente, dalle tinte gialle 
e azzurrognole che spiccano fortemente, manca affatto l’intuito del colore del padre. 

Il pittore di animali e paesaggista Sinibaldo Scorza, le cui opere fuori di Genova sono 
rare, è rappresentato da due paesaggi con soggetti biblici. L'uno rappresenta il sacrificio 
di Noè, l’altro il commiato di Abramo da Lot. In questi quadri dipinti con profondità e, 
nello stesso tempo, con lucentezza di colorito, l’importanza maggiore è data alla pittura 
degli animali. 

Nel suo bel lavoro sulla raccolta Galliera, Frizzoni chiamò lo Scorza un iuialore della 
scuola pittorica fiamminga.! Il dominio del tono, lo spiccato chiaroscuro de’ suoi dipinti, 
accennano piuttosto ad un’influenza di pittori olandesi. Scorza nacque nel 1589 e morì 
nel 1631 a soli 41 anni. Anche nel palazzo Bianco si trovano parecchi suoi quadri. Vi si 
vedono pure alcuni disegni di animali eseguiti a penna con molta valentia. Soprani * rac- 
conta come il nostro pittore sapesse copiare a penna le incisioni in rame di Diirer con tale 
precisione, che più non si riusciva a distinguerle dagli originali. Quindi la bellissima copia 
di una lepre morta nella Galleria Corsini di Roma, che colà viene attribuita al Diirer stesso, 
potrebbe forse essere opera del nostro Scorza. 

Luca Cambiaso (1527-1585) è ben l’ unico pittore ligure che rappresenti, in modo alquanto 
degno, l’alto Rinascimento in Genova. I due dipinti, che si trovano nella nostra Galleria, 
non dànno però di questo maestro un'idea sutficiente. La Sacra Famiglia in questa sala è 
inoltre assai guasta. Vi è pure una Carità abbastanza bella, che certamente si riferisce ad 
un dipinto originale di Cambiaso, ma l’esecuzione appartiene evidentemente a Bernardo 
Strozzi, che nomineremo fra poco (l’originale si trova nella Galleria di Berlino). Le migliori 
opere di Cambiaso si trovano nel duomo di San Lorenzo (molti bei dipinti d’altare), in 
Santa Maria di Carignano (una Deposizione nel sepolcro, composizione grandiosa, alquanto 
fosca di tinte), nelle Gallerie Borghese e Brera. ® Anche in Ispagna ov’egli dipinse per Filippo II 
parecchi quadri a olio ed affreschi si trovano vari suoi lavori principali (Museo del Prado, 
Escuriale). 

Due anime d'artista abitavano nel petto di Luca. Egli può apparire molle e delicato: 
le sue creazioni sono allora come circonfuse dal morbido fluire delle linee, i suoi tipi gra- 
ziosi o leggermente gracili sono soffusi da una tinta rosea o bagnati da un’armonia dorata 
— ne abbiamo degli esempi nei suoi dipinti d’altare in San Lorenzo — altre volte egli 


! Archivio storico dell’Arte, anno IIJ, 123. ® Negli Uffizi una piccola Madonna in « Sala di Ba- 
? RarraeLLo Soprani, Vite de pittori, scultori e ar- roccio », n. 160. 
chitetti genovesi, ed. da C. G. Ratti, 1768, pag. 216. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc. I-II. 12 


90 EMIL JACOBSEN 


può apparire ardito e irruente. Allora egli cerca di suscitare la nostra meraviglia per mezzo 
di situazioni ardite e di forti effetti di luce nei suoi dipinti spesso voluttuosi. Vediamo opere 
di questa maniera nella Galleria Borghese e in quella di Brera, ma sono, in ispecial modo, 
i suoi disegni schizzati arditamente con pochi tratti che ci mostrano il maestro sotto questo 
aspetto. Tali notevoli disegni non sono punto rari: nel palazzo Bianco, ad esempio, se ne 
trova una bella collezione. 

Bernardo Strozzi, spesso ammirevole come pittore e rappresentante del naturalismo in 
Genova, è pure rappresentato in questa Galleria da parecchi dipinti originali. La figura 
di fanciulla, vista da tergo, che spenna un’oca, situata in questa sala, è dipinta a colori 
freschi, chiari, lucenti, con pennellate larghe e ardite; merita di essere annoverata fra le 
sue opere migliori. Un tal genere è ispirato da modelli fiamminghi: Pietro Aertsen (detto 
Lungo Pietro - Lange Pier - 1507-1573) e, specialmente, Gioachino Beukelaar (dipinse circa 
il 1559-1575) hanno conquistato alla pittura un nuovo dominio colle loro scene d'interni 
di cucine, con i loro mercati di pesce, di carne e di verdura. Parecchie fra le loro opere 
giunsero in Italia, e la Galleria di Napoli conta un’intera serie di scene di mercato di 
Beukelaar. 

«Lotta fra la cavalleria e la fanteria» è un quadro di battaglia assai pittoresco e 
trattato con fuoco, .per il quale il catalogo ha assegnato il paesaggio a Cornelio de Wael e le 
figure a Van Dyck. Ma quel dipinto apparterrebbe invece interamente a C. de Wael ed al 
primo o medio periodo. Quanto non appare qui infinitamente più pittoresco che.nei suoi 
lavori posteriori più ricchi di figure, e, in generale, irrequieti e screziati! ! 

Un quadro veneziano, rappresentante un porto col ricevimento di un trionfatore e di 
fattura mediocre, viene attribuito dal catalogo, con discreto ardire, a Giorgione. Che quel 
dipinto abbia qualche lontano rapporto con Giorgione stesso non è affatto improbabile, poichè 
parecchie fra quelle figure tradiscono nelle pose e negli atteggiamenti una certa somiglianza 
con i due dipinti giovanili di Giorgione negli Utfici. 

Nella stessa sala si trova inoltre una copia antica di un noto quadro di Andrea del 
Sarto. Quel dipinto rappresenta Maria col Bambino, riuniti in un gruppo con Santa Elisa- 
betta e con San Giovanni bambino. Le copie di tale quadro sono frequenti. (Fra le altre ve 
n’ha una piccola nel palazzo Bianco, sala V, n. 21). 


SALA IV. 
(Sala grande). 


Il colossale dipinto, di grande effetto, rappresentante il « Ratto delle Sabine » di Valerio 
Castello, rivela negli atteggiamenti appassionati delle. figure l'influenza di Rubens. Però nel 
colorito l’ influenza stessa si manifesta, pur troppo, meno. Le ombre profonde, d’un nero 
bruno, attraverso le quali risalta lo splendore delle carni nude, risentono piuttosto della 
maniera di Caravaggio e di Ribera. La distribuzione delle masse di luce e d’ombra e la 
disposizione delle tinte non riescono favorevoli alla composizione, la quale assume perciò 
un’apparenza confusa. Alcuni bei frammenti coloristici in questo dipinto, del resto assai 
guastato, attestano pur sempre il grande talento naturale del giovane pittore. ? 

Valerio Castello, nato nel 1625, non potè essere istradato da suo padre Bernardo, morto 
nel 1629. Secondo Soprani egli non ebbe maestro alcuno, ma solo studiò con entusiasmo 
gli affreschi di Pierino del Vago nel palazzo Doria, e, più tardi, risentì l’influenza di Cor- 
reggio e Procaccini. ® Di un’influenza di Rubens non si parla, eppure la stessa si mostra 


! I piccoli quadri dell'ultimo periodo di C. de Wael Sabine, n. 128. Ripetizione o composizione tutta simile, 
nel Palazzo Marcello Durazzo, dipinti in toni freschi e ma di meno grandi dimensioni. 
chiari, costituiscono però un'eccezione. 3 Soprani, A-0, pag. 340. 

? Negli Uffizi è nuovamente esposto un Ratto delle 





DANES Toma 


Fia. 1* — SOFFITTO DELLA SALA D'INVERNO, DI DOMENICO PIOLA 


(Galleria Brignole-Sale) 





92 EMIL JACOBSEN 

evidente in parecchi altri artisti italiani di quell’epoca. Per esempio, anche in Procaccini. 
Nella Galleria Durazzo Pallavicini si trova un singolare, fantasioso dipinto del Valerio: 
Abramo” visitato dai tre angioli. Qui i colori hanno un risalto più spiccato e le ombre sono 
meno pesanti. Anche nell’Accademia Ligustica si trovano, a mio avviso, due Sacre Famiglie 
di questo maestro (Sala III), fra le quali specialmente la più grande è condotta con mae- 
stria. Van Dyck sembra aver influito sul giovane maestro non meno di Rubens, e forse in 
modo più immediato. Ciò risulta tanto da alcune singolarità del colorito, come nella maniera 
fine ed aristocratica di tratteggiare i suoi tipi di volti. ! 

Uguale armonia di tinte si ammira nei quattro lussuriosi dipinti decorativi del Guido- 
buono da Savona (1654-1709). Essi, rappresentando episodi dalla storia d’Abramo e di Lot, 
si staccano però dalla maniera pittorica di Castello nel colore per i riflessi azzurrognoli 
delle carni. La composizione lussureggiante ricorda anche qui Rubens: si osservi, ad esempio, 
la maniera in cui frutti e fiori sembrano scaturire dal terreno. 

Il grandioso quadro: Elio sul carro del sole, attesta un più vivido intuito del colore 
ed un ancor più grande talento decorativo; esso è di Domenico Piola. Anche qui si tradi- 
scono impressioni di Rubens, però la loro applicazione ha maggiore originalità. A me sembra 
che l’ingegno decorativo del maestro, veramente grande e ‘schietto, non sia abbastanza 
apprezzato. È una vera orgia di colori, una vita festante e gaia, che freme attraverso a 
quella creazione. I toni della carnagione d’un rosso-ciliegia, pieni di fuoco, e che risaltano 
fortemente, possono venir considerati come una caratteristica della scuola decorativa geno- 
vese. Si osservano pure in Benedetto Castiglioni, in Strozzi, in Gio. Andrea Carlone e parecchi 
altri artisti genovesi. 

L'arte decorativa di Domenico Piola può venir ammirata anche in parecchi dipinti di 
volte (fig. 1°), nel palazzo Rosso (Sala VII e VIII). Negli stessi si nota una grande affinità con 
Pietro da Cortona, per quanto, a mio avviso, Piola sia più fresco, più leggero, più poetico 
dell’altro. Anche come pittore di dipinti da chiesa, pieni di slancio, merita Domenico di 
venir nominato. Accennerò solo la pittura dell’altare in Santa Maria di Carignano (primo 
altare a destra), un miracolo di San Pietro, nella quale sono ammirevoli la composizione 
piena di vivacità, la potenza delle tinte e i graziosi angioletti svolazzanti, ed inoltre la 
Storia di San Bernardino nell'Accademia Ligustica (Sala IV) trattata con fuoco. 

Un buon pittore decorativo, che presenta una certa parentela con Domenico, è Gregorio 
Deferrari, il quale ornò le volte delle sale IV, V e VI con leggiere e lussureggianti pitture. * 

Si può stabilire un interessante parallelo fra la scuola genovese e la scuola napoletana 
di quell’epoca. Queste due città marittime, situate entrambe su una spiaggia incantevole, 
sì assomigliano sotto vari aspetti come gemelle, e, come è costume di quest'ultime, amano 
spesso adornarsi allo stesso modo. Sì presso l’una che presso l’altra si osserva la stessa 
maniera artistica, superficiale, leggera, brillante, che eccita i sensi e riceve l’effetto. Quanto 
non assomigliano Valerio Castello, Domenico Piola e i loro imitatori a Luca Giordano, come 
spesso ricorda Bernardino Strozzi, il Ribera o il Calabrese, e Alessandro Magnasco il Salva- 
tor Rosa. Non mancarono neppure influssi diretti, ed in tali casi essi partirono certamente 
da Napoli. i 


SALA V. 


Paris Bordone è qui rappresentato da due dipinti di figura: il ritratto di un signore 
e quello di una signora. 

Il primo è la figura sino al ginocchio di un uomo giovane dalla barba nera. Egli porta 
un giacca nera con maniche di un rosso fiammeggiante: se ne sta in una posa pensosa, 


! Nel palazzo Balbi-Senarega, Valerio ha ornato pa- buiti due grandi quadri, entrambi di un colorito pro- 
recchi soffitti con dipinti leggeri e voluttuosi. fondamente armonioso, anzi ardente (n. 220, 227). 
? Nella R. Pinacoteca di Parma gli vengono attri- 


EV, 

’ n rs I <A. le 
MA rta’ ASI ni 
z Se” ho : feel, agi ala 


be 
si 
Lia 
» | 
. 


fiecà et po 


#i 





DI PARIS BORDONE 


(Galleria Brignole-Sale) 


Fic. 2° — GENTILDONNA VENEZIANA, 


94 EMIL JACOBSEN 

di mezzo profilo, con un libro fra le mani, appoggiato ad una tavola dal tappeto rosso. Di 
scorcio, a sinistra, si vede un elegante portico con parecchie figurine. L'altro ritratto (fig. 2°), 
non del tutto pari a questo, rappresenta una signora giovane e bionda, la quale porta un abito 
di seta di una magnificenza straordinaria, color rosa, ricoperto da un ricco ricamo in oro 
e guernito di pietre preziose. Inoltre, il collo e il seno della bella donna sono ornati da un 
vezzo di perle. Dalla finestra a sinistra un colpo d’occhio sul mare vivacemente agitato. 

Questi due ritratti — che non sono pendanis — sono eccellenti e caratteristiche opere 
del maestro. 

La buona mezza figura di uomo attempato, vestito di nero, ha bensì qualche parentela 
con Tiziano, ma non è opera di sua mano. Anche il ritratto sino al ginocchio di Filippo II 
di Spagna non è che una riproduzione di bottega. Lo splendido originale di Tiziano si trova 
nella Galleria del Prado (N. 454). Altre ripetizioni e copie nella Galleria di Napoli, Galleria 
Corsini di Roma e Palazzo Pitti. 

Dubbio è anche il busto di un giovane attribuito al Tintoretto. Ditticilmente potrebbe 
essere opera del maestro: è probabile sia dovuto ad un imitatore. 

Mi riesce incomprensibile come la splendida figura di scienziato (denominato ora medico, 
ora botanico) possa venir posta in dubbio quale opera autentica del grande Alessandro 
Bonvicino. Non solo la maniera rivela il grande maestro bresciano, ma bensì anche la nobiltà 
della concezione e la disposizione di gusto squisito, anzi poetica nella sua grande semplicità. 
Un uomo quasi giovane tuttavia (fig. 3°, dalla folta capigliatura e barba di un nero di corvo, 
dai profondi occhi bruni, ombreggiati da sopracciglia nere, ci sta dinanzi in una posa parlante, 
con un libro davanti a sè e la mano destra, dall’indice teso, levata in atto pieno di signi- 
ticazione. Sulla tavola, ricoperta in verde, giacciono alcuni fiori recisi. Sulle pareti marmoree 
da tinte verdognole si avviticchiano alcune piante rampicanti con fiori d’un rosso pallido. 
Sono probabilmente queste piante che diedero allo scienziato l'apparenza di un medico o 
di un botanico. Egli porta una sottoveste di color rosso-bruno cupo, e, al disopra, un largo 
mantello di seta. Solo attraverso alla fessura del petto si scorge una striscia di camicia 
bianca, e dalle maniche fanno capolino i polsini. La sinistra, inguantata, tiene pure il guanto 
della mano destra. 7 

La bruna figura dello scienziato, piena di fuoco, e l’eloquenza delle linee del volto 
bastano per sè stesse a produrre un’impressione potente. Non si tratta qui di un imitatore, ! 
ma di un maestro di prim'ordine, poichè, come già dissi, non solo la tecnica del dipinto, 
ma eziandio il delicato tono argenteo e la nobile disposizione rivelano risolutamente il 
Moretto. Non nego che in conseguenza della pulitura questo quadro abbia alquanto perduto 
nella sua plastica e nello splendore delle tinte. Il Cicerone, * il quale attribuisce con ragione 
il dipinto al pittore bresciano, indica erroneamente il 1553 come data del quadro. La stessa 
è segnata nel modo seguente: 


MD 
XXX 
III 


e ci mostra come lo stesso sia stato dipinto dal maestro nel suo periodo medio che è il 
migliore. 
Non meno bello del celebre ritratto equestre del principe Tommaso Carignano di Savoia, 
che il giovane e festeggiato Van Dyck dipinse in Torino nel 1624, è il ritratto, che qui si trova, 
del giovane marchese Anton Giulio Brignole-Sale (fig. 4°) il, quale lo rappresenta mentre su 
di un magnifico cavallo bianco cavalca appunto incontro a chi guarda, e saluta sventolando 


! Lermolieff attribuisce questo ritratto ad un imita- sulla pittura di Brescia in Jahrbuch der k. preuss. 
tore. Mi interesserebbe sapere chi questi possa essere, —Kunstsamml., Fasc. I, 1886. 
poichè Moroni è affatto escluso. Vedi il mio articolo * Vedi edizione VI, pag. 772. 


LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI IN GENOVA 95 
nella destra il cappello con una movenza leggera e disinvolta. Nello sfondo l’aria è tempe- 
stosa, e il fosco paesaggio è simile a quelli che Van Dyck trasporta sì spesso sui suoi dipinti 
attfine di dare, suppongo, a' suoi quadri un carattere grandioso che la sola rappresentazione 


[ 


panni Roma 





Fra. 3* — RITRATTO D'UOMO, DI MORETTO DA BRESCIA 


(Galleria Brignole-Sale) 


delle personalità in generale, più graziose che significanti ch’egli soleva ritrarre, non sarebbe 
riuscita ad ottenergli. L’ardito scorcio del cavallo, di grande effetto, la bella disposizione, 
lo splendido colorito, pone quest'opera in prima linea fra i dipinti del maestro. 

Con ugual maestria Van Dyck ha dipinta la consorte del marchese, un’aristocratica 
figura, meravigliosamente- bella. Essa porta uno splendido abito di seta ricoperto da ricami 
in oro, e, posata assai indietro sui capelli, una piccola cuflia ornata di perle e da una piccola 





96 EMIL JACOBSEN 
piuma. Di grandezza naturale, incedendo verso sinistra, essa guarda il visitatore con un 
lieve, fino sorriso. Qui pure è ammirevole la bella architettura e la disposizione estrema- 
mente pittoresca dello sfondo. 

Di minor importanza e mal conservati sono i ritratti del principe di Orange e quello 
di un uomo di mezza età col rispettivo figlio. 

La nostra Galleria ha pure il vanto di possedere un ritratto autentico di Alberto Diirer, 
sì raro in Italia. Questo ritratto (data dall'anno 1506)! rappresenta il busto d’un giovane 
vestito di nero, senza barba. L’incarnato ha ora assunto una greve tinta rossiccia. Pur 
troppo il quadro è assai mal conservato: vi si trova una scritta che però non riesce leggibile 
per essere il quadro situato molto in alto. 

Un busto d’ uomo giovane, senza barba, dal severo profilo, rivolto a destra, su uno sfondo 
verdognolo, viene attribuito al Giambellino. Quel ritratto però dovrebbe piuttosto essere 
assegnato ad uno scolaro del Gentile. 

Trattato con molta valentia è il ritratto di un vecchio dal mantello di pelliccia, con 
suo figlio. Viene, forse a ragione, attribuito a Jacopo Bassano. Il ragazzo ricorda molto la 
maniera del Tintoretto. 

Il ritratto di profilo, d’ uomo attempato, senza barba, rivolto a destra, viene attribuito 
a Francesco Francia. A me sembrò piuttosto ricordare la maniera del Franciabigio. 

Assai vivace, colorito con fuoco e di una larghezza ardita, è il contadino che suona il 
flauto (fig. 5°), dipinto dal più sopra ricordato maestro genovese Bernardo Strozzi. Cristo 
che porta la croce, dello stesso pittore, fa un'impressione meno favorevole. 

Una delle principali pitture di questa sala è un altro Cristo, che porta la croce, che si 
continua ad attribuire a Van Dyck, per quanto sia un’opera caratteristica di Rubens, che 
risale al 1608-1618. 

Come è noto, in Genova si trovano molti dipinti valenti di Rubens. Il più splendido fra 
tutti e il capolavoro che rappresenta il miracolo di Sant'Ignazio in Sant'Ambrogio (fig.. 6°) (del 
suo migliore periodo, circa il 1620). Interessante per la storia dell’arte è la « Circoncisione » 
sopra l’altar maggiore della stessa chiesa, poichè in tale dipinto si osservano influenze parte 
di Correggio (nella luce e nella composizione) e parte di Tiziano (nel modo di trattare la 
carnagione). 


SALA VI. 


O Vi si trova un Cristo che scaccia i mercanti dal tempio, del Guercino, dipinto piut- 
tosto freddo e compassato del suo ultimo periodo. Migliore è un altro quadro per lucentezza 
di colorito. Catone che si trafigge. 

Un buon quadro decorativo attribuito a Luca Giordano, allora del suo primo periodo 
nel quale quel maestro « Fa presto » subiva tuttavia l'influenza di Ribera, è la grande compo- 
sizione tolta dalla Gerusalemme Liberata del Tasso: Clorinda che libera Olindo e Sofronia. 
Tale dipinto venne pel passato attribuito ad altri maestri. Se lo si confronta col grande 
quadro -di uguale-soggetto -del Palazzo Reale, essenzialmente diverso e di effetto assai mag- 
giore, sembra quest’attribuzione affatto dubbia. Forse di.un altro maestro a lui parente. 

Una piccola Annunciazione della scuola del Carracci viene attribuita, forse con ragione, 
‘a Lodovico Carracci. In tal caso la parentela dei tipi con Correggio accennerebbe al periodo 
giovanile del- maestro. — 

I due piccoli tondi con feste sul ghiaccio vengono invece, a torto, attribuiti a Giovanni 
Breughel. Essi mostrano piuttosto atfinità colla maniera di Winckboon. 

Il piccolo schizzo: l'Adorazione dei pastori, attribuito a Paolo Veronese, appartiene, ad 
ogni modo, alla sua scuola. 


! Il Cicerone, VI, edizione, pag. 654. 


d'nETATTAZZI 


Fia. #* — ANTON GIULIO BRIGNOLE-SALE, DI VAN DYCK 


(Galleria Brignole-Sale) 


drchivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. I-II. 








13 


98 EMIL JACOBSEN 


Il busto d’ uomo attempato, dal largo volto con barba rada, dalla carnagione dal tono 
chiaro-rossiccio, è la copia di un ritratto negli Utfizi, colà attribuito a Holbein.! Quel dipinto 
viene qui attribuito al povero Luca dî Leida, di cui tanto si abusa come riempitivo di lacune. 

Un San Girolamo, mezza figura e fortemente colorita. Il paesaggio segue la maniera 
di Momper, e il quadro viene esso pure attribuito a Luca di Leida. A mio avviso però 
risale ad uno degli ultimi seguaci della scuola di Quentin Massys. 

Un altro San Girolamo viene attribuito, tanto per cambiare, ad Holbein seniore. Nel 
tipo ricorda un altro Girolamo nella collezione Cereda di Milano, il quale viene attribuito, 
certamente a ragione, al pittore della Morte di Maria. L’esecuzione è per altro meno buona. 

La Santa Francesca Romana non è di Caravaggio, ma di un seguace di Stro0222. 

La Madonna di Procaccini, all’ incontro, è autentica, ma rovinata. 

La grandiosa Risurrezione di Lazzaro non può essere opera del pennello di Caravaggio 
(è troppo pesante nel colore), ma potrebb’essere uscita dal suo studio. 

L’incredulo San Tommaso, nella maniera caratteristica di Bernardo Strozzi, appare 
tanto nella fattura, come nel colorito, più freddo del solito. Lo stile accademico, il freddo 
tocco argenteo delle tinte accennano all'influenza di Guido Reni. 

Il busto dell’apostolo Paolo è invece dipinto nella sua maniera più libera e più ardita. 
Nel colorito caldo, potente, nella genialità del suo tratto di pennello, egli può qui misurarsi 
con Ribera, anzi, nel modo di caricare le tinte grasse e brillanti, rievoca persino il ricordo 
di Rembrandt. 

Due piccoli tondi con animali dipinti vengono attribuiti l’uno (con agnelli) a G. B. Casti- 
glione (incerto, forse di un maestro nordico), l’altro (con colombelle) all’abile pittore di 
animali Sinibaldo Scorza, già ricordato. 

Maria col Bambino nudo, a cui essa dà maternamente a mangiare col cucchiaio in 
mano, presenta di nuovo un duo caratteristico di Sfr0227. Il motivo di un grande natu- 
ralismo è forse attinto da maestri nordici. Il rosso-ciliegia ardente delle carni passò di poi 
nelle pitture di B. Castiglione e Domenico Piola. Il nostro maestro ricorda, per altro, qui 
Bartolomeo Schedone. Strozzi ha attinto qualche cosa da quasi tutti i suoi contemporanei, senza 
scapito veruno dell’originalità della sua maniera. 

Cristo che porta la croce, piccolo dipinto ardente nelle tinte e di grande effetto nella 
fattura, ma debole nel disegno delle forme del corpo, viene attribuito a ragione al celebre 
pittore di cupole Giovanni Lanfranco. 

Per finire con questa sala accennerò ancora al bel San Sebastiano (sopra la na d’en- 
trata) di Guido Reni. Tale dipinto, che qui si pretende sia un capolavoro del maestro auten- 
tico, è invece soltanto un’accurata copia del San Sebastiano che, se non erro, si trova nel 
palazzo dei Conservatori in Roma. 

Detto quadro, per altro dipinto con valentia, viene in sita Galleria particolarmente 
pregiato. Gl’inservienti e i ciceroni della Galleria non trascurano di dare al visitatore la 
notizia che un inglese ha offerto per quel quadro 300,000 franchi. 


SALA VII. 


Il primo quadro che ci si para dinanzi agli occhi è un notevole ritratto d'uomo ancor 
giovane, dalla barba nera, il quale siede ad una tavola ricoperta di verde con un libro 
aperto in grembo. Nel piano medio si eleva un alto albero, attorno al quale si attorce un 
nastro. Sullo stesso havvi una scritta-che- l'altezza a cui è posta non permette di leggere. 
A? piedi dell’albero sta uno scudo sul quale spicca una croce nera. 

L'uomo porta un mantello sopra ad un abito di velluto rosso, il quale lascia scorgere 
nelle maniche le pieghe trasversali, vividamente illuminate, sì caratteristiche nel Tintoretto. 


! Adesso ad Antonio Moro. 





—  — - — enon e. ASTI Lu I LL citt 





LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI IN GENOVA 99 
È incredibile come questo quadro venga attribuito a Leandro Bassano, quantunque sia un’opera 
evidente del Robusti. L’esecuzione è qua e là negletta, e le mani sono mal disegnate; mal- 


grado ciò è una notevole opera del maestro. 
Un bel dipinto, ricco di colori, quantunque alquanto vago nella fattura, è l'Adorazione 


Pet si 
ul” pe 
« 


N—S 
xi 
el 


w à 
A 


«nr 


N 
sé, 


’ 

o è 

4% a i” 
À 





Fia. 5®* — PIFFERARO, DI BERNARDO STROZZI 


(Galleria Brignole-Sale) 
\ 


dei Magi, attribuito dal catalogo a Bonifacio Veneziano, al quale certamente non appar- 
tiene. Le larghe forme del corpo, specialmente quelle delle orecchie, farebbero pensare a 
Bonifacio I Veronese (secondo Lermolieff) se nel suo complesso l’esecuzione non sembrasse, 
per lo stesso, troppo meschina. Forse il dipinto potrebbe venire considerato come un’opera 


comune del primo e del secondo Bonifacio. 


100 EMIL JACOBSEN 

Il Salvatore col globo e Maria orante sono due pregevoli dipinti di Guido Ren? dello 
stesso periodo in cui egli creò le sue Sibille (prima qui, ora nel palazzo Bianco), alle quali 
essi sono però inferiori. Alquanto diversa appare la potente mezza figura dell’apostolo Marco, 
nella quale si mostra evidente l’infiluenza dello stile michelangiolesco. 

Nel pittore genovese Gio. Battista Gaulli, 1639-1709, ! s’ impara a conoscere un valente 
imitatore di Guido. Secondo Ratti egli copiò, come tanti giovani pittori genovesi, per imparare, 
gli affreschi di Pierino del Vago nel palazzo Doria, e più tardi studiò le opere di Raffaello. 
Nel dipinto che qui si trova, e che rappresenta il Bambino Gesù il quale troneggia sulle 
nubi quale Salvatore del mondo, egli ha evidentemente preso a modello Guido Reni. Nel 
palazzo Bianco vi sono di lui parecchi disegni. 

L'Adorazione dei pastori e la Fucina di Vulcano sono entrambi dipinti della scuola di 
Jacopo Bassano. Il primo è probabilmente del figlio Francesco, il secondo pare solo la copia 
di un lavoro di Jacopo. Entrambi vengono nel catalogo attribuiti a Jacopo Bassano. 

Luca Cambiaso appare qui nella sua Pietà alquanto freddo e inespressivo tanto nel 
colore quanto nella fattura. Questo dipinto appartiene certamente al suo ultimo periodo. 

La Madonna assisa su d’un trono elevato, con San Giovanni Evangelista e San Barto- 
lomeo che le rendono omaggio, mentre a’ suoi piedi San Giovanni bambino si inginocchia 
davanti al piccolo Gesù, è quadro che appartiene alle opere principali del Guercino. La 
valente composizione è elevata a piramide, il colorito profondo ed energico. Manca però il 
semplice sentimento, la piana naturalezza dei buoni tempi. 

L'interessante mezza figura d’uomo giovane, senza barba, viene a torto attribuita a 
Giovanni Bellini. Una scritta sul parapetto: 


FRANC PHILETUS 
DOCTOR 


ci fa conoscere il nome dell’originale. 

Il volto espressivo del giovane è rivolto per metà a sinistra. Egli porta un mantello 
di un azzurro cupo, quasi nero, sotto al quale si scorge la camicia bianca. Il suo collo è 
nudo. La mano destra posa sopra un rotolo di manoscritti, la sinistra si appoggia lieve- 
mente su di un libro ritto. A sinistra si scorge, di scorcio, un severo paesaggio montuoso 
sul quale tempestose nubi minacciano. Questo tipo di scienziato, dall’espressione ferma e 
tranquilla, ha un’impronta giorgionesca. Anche il modo di dividere i capelli con una scri- 
minatura nel mezzo da dove scendono lisci verso le tempie si ritrova in Giorgione (ad 
esempio, nel « Cavaliere maltese » negli Utfizi, o nel ritratto di giovane di proprietà del 
dott. I. P. Richter). ® Per altro, il ritratto non pare abbastanza superiore per essere di Gior- 
gione. Si potrebbe piuttosto pensare ad uno dei suoi scolari, ad esempio, a Sebastiano del 
Piombo. Il maestro di questo dipinto pare abbia sentita l’ influenza di Antonello da Messina. Ne 
sono indizi il modo prospettico alquanto esagerato di modellare gli occhi e la bocca fortemente 
scolpita. Che Sebastiano, il quale frequentò dapprima la scuola di Giambellino, abbia risentito 
ne’ suoi primi tempi il fascino delle opere di Antonello non sembra punto improbabile. 

Dal lato coloristico il dipinto è di grande effetto per il brillante incarnato e per la 
profonda intuizione delle tinte delle vesti e del paesaggio. Le mani, grassoccie, potrebbero 
essere modellate con maggior finezza. | 

Il dipinto alquanto confuso di G. B. Castiglione, che rappresenta Abramo in viaggio, 
ha valore decorativo per il variopinto miscuglio delle tinte, che risaltano luminose sul fondo 
fosco, ma non appartiene per altro alle sue opere migliori. Quando egli è leggiero e chiaro 
come, ad esempio, nel suo Baccanale della Galleria di Torino, può raggiungere effetti assai 
buoni. Degne di nota sono le tinte della carnagione, d’un rosso-ciliegia ardente. 


! C. G. Ratti, Delle vite de’ pittori... genovesi. Con- ? Riprod. in LeRMoLIEFF, Studi critici d’arte, ecc. II. 
tinuazione dell’opera di Soprani, 1769, pag. 75. 


_ RA el fee | 





ENS, NELLA CHIESA DI SANT'AMBROGIO, IN GENOVA 


NAZIO, DI RUB 


‘ 


I 


Fic. 6° — SANT 


102 EMIL JACOBSEN 


Il ritratto, grande al naturale, d’ uomo attempato, seduto, con una rada barba grigia e 
con una parrucca, facilmente riconoscibile, che imita la capigliatura naturale, in abito di 
seta nera, viene attribuito, erroneamente, al Tintoretto. Potrebbe invece essere opera pregevole 
di Leandro Bassano. L'attribuzione a Leandro del suddetto magnifico ritratto dal Tintoretto 
situato appunto di fronte a questo, che invece è attribuito a Tintoretto, deve ascriversi forse 
ad un qui pro quo. 

In questa sala si deve ancora ricordare un vigoroso dipinto di Bernardo Strozzi, cioè 
San Francesco davanti al Crocefisso. Lo Strozzi è sommamente diverso nelle sue opere, e 
fa quindi veramente stupire della sua virtuosità. Il suo San Francesco potrebbe venir preso 
per un Ribera, tanto egli si avvicina a questo maestro. E ciò si dica non solo della 
figura principale, ma anche delle secondarie, come pure, specialmente, del chiaroscuro, grigio 
e bruno, tanto caratteristico in Ribera. Giudicando da questo dipinto si sarebbe tentati di 
aggiudicare definitivamente allo Strozzi l'’Omero che suona il violino, della Galleria di Torino, 
se soltanto fosse presumibile che un’opera sì poderosa e sì profondamente individualizzata 
potesse provenire da un ‘artista pur sempre superficiale. Critici distinti hanno. aggiudicato il 
dipinto a Ribera, e spiritualmente esso appartiene a questo artista in modo assai stretto. 
D'altra parte spesso vi manca affatto il suo tratto di pennello sommamente caratteristico. 
Inoltre Ribera ha quasi sempre firmato le sue opere importanti. 


SALA VIII. 


Opera autentica di Paolo Veronese è il quadro dagli splendidi colori, lussurioso e raccapric- 
ciante ad un tempo, che ratfigura Giuditta attorniata dall’ancella e da un paggio nero 
(fig. 7). Ella tiene fra le mani il capo reciso di Oloferne, mentre il cadavere, coll’orribile ferita 
rivolta verso il visitatore, giace nel letto. Sfondo: i drappeggi della tenda color verdognolo 
od olivastro. Chi fra i suoi seguaci avrebbe potuto creare un’opera dalle tinte sì ardenti, 
dipinta con tanta larghezza e tanta grandiosità? ! 

A Jacopo Bassano viene attribuito il ritratto d'uomo attempato, situato molto in alto. 
L’uomo porta un mantello nero con un colletto di pelliccia grigio a chiazze brune, e prega 
davanti a un Crocefisso. Dietro a lui la finestra è provvista di sbarre di ferro, ciò da cui 
il catalogo deduce che quell'uomo sia un prigioniero (?). L'altezza a cui sta il quadro non 
permette un esame più preciso. Il colorito potrebbe accennare alla vicinanza del Moroni. 

Maria col Bambino nudo e dormiente in grembo, che un angelo e un putto coronano di rose 
(fig. 8°), non è opera del Muro come indica il catalogo, ma sembra invece appartenere ad 


un suo imitatore, che subì pure l'influenza di Van Dyck. È evidente che quel quadro venne 


dipinto da un pittore genovese. * 


1 Nell'opera di Pietro Caliari su Paolo Veronese si 
trova quanto segue: nel 2° dei nove cataloghi di quadri 
vendibili in ignote città d’Italia (16...), esistenti nel- 
l'archivio Palatino di Modena, trovasi: «Mano di Paolo 
Caliari: una Giuditta la quale ha tagliata la testa ad 
Oloferne ed è appresso il cadavere, quale sta sopra il 
letto con un braccio pendente ed ha avanti una donna 
mora, bellissima persona e della miglior maniera, figure 
grandi al naturale,in tela, alto quarto 11 !/,, largo 11!/,», 
in un cornicione tutto intagliato e dorato, qual sì di- 
smonta. Pierro Catiari, Paolo Veronese, Roma, 1888, 
pag. 228. Confronta anche Campori, Raccolta di cata- 
loghi, 1870, pag. 442. 

? Mi fu di soddisfazione che nel mio giudizio che 


questo quadro sia stato dipinto da un imitatore geno- 
vese di Murillo e di Van Dyck, mi trovassi d’accordo col 
perspicace critico d’arte Gustavo Frizzoni, nel suo la- 
voro sulla Galleria del Prado. (Archivio storico dell’ Arte, 
anno VI, pag. 224). Il dott. Frizzoni fa però ancora un 
passo avanti. Egli crede di trovare il maestro in Va- 
lerio Castello. Io ho più sopra confrontato quel dipinto 
col grande quadro di Valerio, ed ho trovato in una rara 
e bella intonazione di colorito che è propria al detto 
dipinto: una tinta rosso-vino, di uno splendore profondo 
negli abiti femminili, nelle pieghe schiacciate in una 
maniera caratteristica, nelle ombre bruniccie della car- 
nagione, dei punti di contatto che rendono l’idea di 
Frizzoni assai probabile. 





Fia. 


TT rr .__-=n-2% a 





7° — GIUDITTA, DI PAOLO VERONESE 
(Galleria Brignole-Sale) 





104 EMIL JACOBSEN 


Il ritratto d’ uomo dalla barba grigia, in pelliccia, ha molto sofferto. È veneziano e 
della scuola di Tiziano. Il catalogo lo presume di Paris Bordone (?). 

Opera certa di Paris Bordone, per quanto non sia fra le sue migliori, è il ritratto di 
uomo giovane, senza barba. Il giovane porta un abito rosso, e sullo stesso un mantello di 
pelliccia. I forti toni rossi nelle carni gialliccie sono una caratteristica del maestro. 

Il dipinto ovale che ratfigura San Giovanni giovinetto, nudo, che leva l’indice in alto 
in segno di ammonizione, è una copia milanese ridotta del più grande dipinto del Louvre, 
colà attribuito a Leonardo. Il quadro, che ha un’apparenza pagana (sovente riceve il titolo 
di Bacco), non è opera certa del pennello del maestro. Anche la copia che qui, si trova, si 
presume sia di Leonardo stesso (!). 

Il ritratto di vecchio senza barba, con un foglio in mano, è della maniera di Ribera. 
Non potei giudicare se si tratti di un dipinto autentico, in causa dell’altezza in cui è 
collocato. 

Il grandioso dipinto della Sacra Famiglia, Santa Elisabetta, San Giovanni bambino e 
l’angioletto tripudiante in alto, è opera di Giulio Cesare Procaccini, e impressiona per il 
colorito armonico e profondamente intuito, ma manca di spontaneità nella composizione e 
di verità nel sentimento. Migliore di questo è il suo dipinto d’altare in Santa Maria di 
Carignano (2° altare a sinistra) con Maria che troneggia sulle nubi, circondata da angioletti. 
Più sotto stanno San Francesco e San Carlo Borromeo. Anche nella terza sala della 
Galleria Durazzo-Pallavicini vi è un dipinto eseguito con virtuosità in colori brillanti: 
l’Adultera davanti a Cristo. 

Un buon dipinto nella sua maniera naturalistica è la Madonna di Bernardo Strozzi. 
Maria sta seduta, appoggiandosi con il gomito ad una tavola; essa tiene un libro. nella 
mano sinistra, e somiglia ad una sana e semplice donna del popolo; Gesù Bambino e il 
piccolo San Giovanni chiacchierano fra di loro come due contadinelli. Ai piedi di Maria 
un céstellino da lavoro. Sulla tavola un paniere di frutta. Le carni hanno riflessi rosso-ardenti 
come. in Rubens. Questo quadro di genere è graziosissimo nella sua naturalezza. 

Il grandioso dipinto di Paris Bordone, con Maria che confida un istante al venerabile 
San Giuseppe il Bambino, con San Girolamo che, senza soggezione alcuna, se ne sta mezzo 
sdraiato e mezzo seduto a terra come un amico di casa, con Santa Caterina che s’avvicina, 
potrebbe venir annoverato fra le sue opere migliori, se non fosse in istato di estrema rovina. 
A sinistra degli angioletti colgono frutti. Nello sfondo un vasto paesaggio. 

San Rocco fra gli appestati è opera autentica, ma non importante, di Domenichino. 

H dipinto di Carlo Maratte, con la Sacra Famiglia e angioletti che colgono frutti in un 
bel paesaggio, è una graziosa composizione trattata come uno schizzo. Molto più importante 
è il grandioso dipinto d’altare in Santa Maria di Carignano (2° altare a destra) che rappre- 
senta il martirio di San Bartolomeo. 

difficile giudicare se il quadro che raffigura Santa Caterina sia l’originale del Baroccio, 
O una copia, e ciò in causa della totale ritoccatura. Del resto Genova possiede forse la più 
bella: fra le opere di Federico Baroccio, cioè il suo dipinto rappresentante la Crocefissione, 
in San Lorenzo. 

Del fratello maggiore di Domenico, il raro Pellegro Piola (1617-1640), la Galleria possiede 
una bellissima Sacra Famiglia (fig. 9*), che nel colorito e nei tipi ricorda, in molta parte, i 
milanesi posteriori, come Procaccini, ma tiene pur molto di Parmegianino. Quest’ ultimo 
maestro aveva prodotta grande impressione sul nostro giovane pittore, e su di ciò Soprani 
riferisce diffusamente. ! Pellegro appare qui, nelle sue più serie aspirazioni, molto diverso 
dal suo minor fratello, dal leggiero, splendidissimo pittore decorativo Domenico. Il giovane 
pittore dagli alti ideali fu trafitto in una zuffa sulla pubblica via, nel fiore della sua gio- 
ventù, a ventitrè anni. Nel palazzo Bianco gli viene attribuito un bel disegno. 


1 A-O, pag. 318 e seguito. 


LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI IN GENOVA 105 





La Maddalena del Padovanino è un’imitazione particolarmente buona della Maddalena 
del Tiziano. La giovane, voluttuosa donna, ha un’espressione assai profana. Il colorito alla 
veneziana è bello. ° 


L'interessante e notevole ritratto di vecchio, avvolto in un mantello di seta nera, viene 


DAN es Toma 





Fio. 8* — MADONNA COL BAMBINO 
(Galleria Brignole-Sale) 


attribuito a Rubens. La capigliatura nera (o la nera parrucca) del vecchio signore, dallo 
sguardo penetrante, ondeggia in ricche, folte anella giù per le spalle. Il largo colletto e i 
polsini che spuntano dalle maniche sono del più fine ricamo. Dietro al vecchio signore 
aristocratico v'ha una sedia ricoperta in rosso, sul cui dorsale riposa la sua mano sinistra. 
Lo sfondo è formato da bianche pareti di marmo, con una colonna scanalata e un drap- 
peggio rossiccio che scende. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fare. I-1I. 14 


106 ‘EMIL JACOBSEN 


La concezione e la disposizione sono affatto quelle di Van Dyck. L’architettura con le 
colonne sporgenti, i drappeggi rossicci cadenti, si osservano (quasi nella stessa sfumatura) 
nel grandioso ritratto del marchese Brignole-Sale e della sua consorte, nella sala V. Io credo, 
per altro, che questo ritratto sia dipinto da un ‘imitatore assai valente di Van Dyck. Osservo 
che le mani, dalle dita molto affusolate, si staccano da Van Dyck specialmente nella posi- 
zione delle dita e nel portamento. 


SALA IX. 


Entriamo nell’ ultima sala della Galleria. 

Il ritratto grande al naturale di un giovane aristocratico che ci guarda con serietà, 
dall’aspetto simpatico, che veste abiti scuri ricoperti di ricchi ricami in oro, si schiera fra 
le migliori opere di Van Dyck. Lo sfondo alla figura è formato da un largo drappeggio 
rosso-cupo, ricadente. A destra una colonna a volute, adorna riccamente di ornati. Il ritratto 
si distingue specialmente per la nobile eleganza, sì riguardo alla persona raffigurata che 
riguardo alla disposizione. 

Il gran ritratto -della marchesa Geronimi Brignole-Sale con sua figlia è meno spontaneo 
e vivace nella disposizione. Pur troppo fu anche guastato dai ritocchi. 

Le quattro mezze figure di apostoli sono notevoli lavori di Giulio Cesare Procaccint: 
Essi sono, è vero, nericci nelle ombre e nella carnagione, ma nelle vesti hanno toni di un 
rosso acceso e di un verde nutrito; specialmente fiammeggia una splendida porpora dalla 
tinta carica. Le forme dei tipi e le movenze delle figure hanno un grande slancio che eviden- 
| temente proviene da Michelangelo. 

Procaccini ha subìto molte e varie influenze: Rubens (si osservi una Madonna nella 
Galleria a Torino), Parmegianino (l'angelo del dipinto d’altare in Santa Maria di Carignano), 
Michelangelo (le suddette quattro mezze figure degli Apostoli) hanno tutti influito su di lui; 
ma tali influenze non sono punto riuscite a scapito dello slancio originale e passionato del 
suo stile. | 

Uno schizzo: Tobia che abbrucia il fegato del pesce, viene, con dubbia ragione, attribuito 
a Nicola Poussin. 

Maria col Bambino che allatta, a cui rendono omaggio San Giovanni bambino e due 
Santi, viene attribuita a Garofalo. Il piccolo quadro è certamente di artista ferrarese, ma 
non però di Garofalo. 

La bettola di contadini, attribuita ad Adriano di Ostada, è una debole copia, o imita- 
zione di Teniers giovane. 

Cristo che porta la croce con Santa Veronica, viene attribuito ad Antonio Caracci (figlio 
naturale di Agostino). A mio avviso quel dipinto appartiene alla scuola di Caravaggio. 

Che il rigido ritratto di giovane signora seduta, dalla pettinatura inanellata, che porta 
un abito di seta rigata e bianca, e tiene fra le mani un ventaglio, proceda veramente da 
“Paolo Veronese mi appare dubbio. Le lazùre rosse nelle carni potrebbero anche far pensare 
a Paris Bordone (o alla sua scuola). 

Allo stesso maestro viene pure attribuita un’Annunciazione. Questa però appartiene 
piuttosto al suo imitatore Battista Zelotti. Esso assomiglia molto alla grande Annuncia- 
zione degli Utfizi (n. 578), che già dal Lermolieff venne attribuita al Zelotti. Forse ne è 
‘ una piccola ripetizione 0, piuttosto, una variazione. 

Dalla scuola di Caravaggio procede il lavoro accademico Dedalo e Icaro, battezzato col 
nome di Andrea Sacchi. 

I due piccoli quadretti con i contadini che bevono e fumano vengono, a torto, attribuiti 
a D. Teniers d. I. Essi appartengono invece al fratello minore e scolaro del celebre maestro, 
cioè ad Abramo Teniers. Questo risulta pure dalla firma di uno dei quadri, firmato appunto 
A. TENIERS. F., ciò che è sfuggito al compilatore del catalogo. I quadri firmati di questo 





Pata di, 
r@ p” 
e 
Fia. 9* — SACRA FAMIGLIA, DI PELLEGRO PIOLA 
(Galleria Brignole-Sale) 


108 EMIL JACOBSEN 


autore non sono punto frequenti. Se ne incontrano nella Galleria di Mannheim, nella Gal- 
leria Harrach' a Vienna e nella Galleria di Dresda. ! Sembra che questi quadri non abbiano 
ancora fermata l’attenzione degli studiosi d’arte. Lo si può facilmente riconoscere alle luci 
che egli indica con pennellate bianche, accentuate. 

La Sacra Famiglia, con San Giovanni fanciullo che porge a Gesù Bambino un uccelletto, 
attribuita a Pierino del Vago, può, tutt'al più, essere di un imitatore dello stesso. Il dipinto 
richiama assai la maniera del Parmegianino.* Nella Galleria Balbi-Senarega si trova una 
ripetizione dello stesso dipinto in proporzioni maggiori. Nel Palazzo Reale e nella Galleria 
Durazzo si vedono altri dipinti minori attribuiti, più o meno a ragione, a Pierino. * 


II. 


La Galleria del Palazzo Bianco. 


SALA IE IL 


_ 


Nelle prime due sale si trovano solo pochi dipinti d'importanza. Fra questi è degna 
di nota un’apoteosi di Santa Teresa di Bernardo Strozzi (n. 20). Grandi quadri sacri non 
s'incontrano troppo di frequente nella produzione del nostro naturalista. Egli è infatti assai 
più felice in opere di genere, in piccoli quadri religiosi, o nei ritratti. Quei visi di donne 
o ragazze contadine, scoppianti di salute e dalle guance rosse, stuonano in un’apoteosiì. Il 

.quadro di cui parliamo ha però molta grazia nella fattura, e piace per la maniera ardita 
e virtuosa con cui è tratteggiato. Ha sofferto. 

Un altro pittore, appartenente alla scuola pittorica genovese, è Giovanni Andrea Carlone. 
Appartiene ad una famiglia d’artisti lombarda, che però durante parecchie generazioni ebbe 
a lavorare in Genova. 4 Il quadro di Giovanni Andrea Carlone rappresenta Maria fra le nubi: 
più in basso dei santi in orazione. Il dipinto, riccamente popolato da angioletti, è piuttosto 
confuso nella fattura, ma il colorito porta la schietta impronta genovese. I toni ardenti e 
rossicci della carnagione risaltano fortemente. Carlone ha pure ornati decorativamente parecchi 
sotfitti nel palazzo Rosso. Del suo parente G. B. Carlone esiste anche un paio di dipinti 
di minore importanza. 

Fra alcuni ritratti, grandi al naturale, quello che rappresenta un uomo maturo seduto (n. 3) 
è opera di un valente imitatore genovese di Van Dyck, mentre il n. 12, il ritratto di una 
dama vestita di nero, appartiene ad un’epoca anteriore. Pure degne di nota sono le due 
figure (n. 7 e 12) di una giovinetta e di un giovane di artisti genovesi. 

Alcuni fra quei ritratti, forse il n. 7 o il n. 3, potrebbero essere opera del pittore di 
ritratti, assai pregiato a’ suoi tempi, G. B. Carlone, il quale talvolta si avvicinò discretamente 
a'Van Dyck. Nella Galleria di Torino gli vengono attribuiti due ritratti.” 

]l gran quadro dello Sposalizio di Maria di Domenico Fiasella mostra l'influenza di 
Guercino. Di questo artista, poco originale ne’ suoi quadri su tavole, incontriamo per altro 
numerosi dipinti nelle chiese di Genova. In una pittura d’altare, assai ricca di figure, di 


! Negli Uffizi viene attribuito a questo rarissimo 
maestro una piccola Madonna (n. 996). 

® Vedi R. Woermans, Storia della pittura, III, pag. 506. 

® Anche nella Galleria di Torino havvi di questo 
artista un notevole dipinto. 

* Soprani nomina quattro scultori attivi in Genova 
e Ratti quattro pittori. Quella famiglia sembra essere 
passata poco a poco da un'attività plastica a un'attività 


pn e 


pittorica. Il suo capostipite si chiamava Giovanni Car- 
lone, scultore di arabeschi e fogliami, e lavorò a Rovia, 
terra della giurisdizione di Lugano. Sopraxi, A a O, 
pag. 427. 

° Ratti racconta che molti de’ suoi ritratti vennero 
acquistati da amatori inglesi come dipinti di Van Dyck. 


A a0, pag. 19. 


LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI IN GENOVA 109 
Santa Maria di Carignano (quarto altare a sinistra), si rivela pure l'influenza di Guido Reni. 
All'incontro egli si mostra sotto una luce ben diversa quale decoratore. Il suo lussureg- 
giante fregio in una sala del palazzo Balbi-Senarega con naiadi e centauri marini, le cui 
nude figure risaltano con grande effetto sul fondo nero, è quanto di più pieno di vita fu 
creato in Genova di quel genere. Là si trova pure un bel quadro: un baccanale di bambini. 





Fia. 10* — VENERE IN GREMBO A MARTE, DI RUBENS 


(Galleria Brignole-Sale) 


Nella stessa sala noto inoltre quattro paesaggi, situati assai in alto, della maniera di 
P. Brill, come pure due bizzarri e manierati dipinti di Alessandro Magnasco (n. 13 e 15). 

Quando quest’ultimo artista si ispira direttamente a Salvatore Rosa, le sue opere riescono 
pregevoli, come attestano i suoi paesaggi sullo scalone del Museo Poldi-Pezzoli a Milano; 
quando all'incontro vuol essere originale e si abbandona liberamente a sè stesso, diviene 
sfacciato e disgustoso. * 


! I quadri moderni della presente Galleria, fra cui due stanno qui appesi, non entrano nei limiti di questo 
tudio. 


110 EMIL JACOBSEN 





Nella seconda sala vi sono esposti parecchi arazzi ed un pallio bizantino assai interessante, 
ma soli tre quadri. La gran Sacra Famiglia (n. 6) viene, senza ragione alcuna, attribuita 
a Guido Reni. Quel dipinto sembra piuttosto derivare dalla scuola di Parmegianino. 

Il quadro rappresentante re David (n. 2) viene pure assegnato a Guido Reni, col quale 
ha indubbiamente parentela. D’altra parte il tipo del re ha molto del Guercino. È forse di 
un imitatore di entrambi, ad esempio, di Domenico Fiasella. Si trova in cattivo stato. 

L’Incoronazione di spine di Cristo, con illuminazione di fiaccole, assegnata a Jacopo 
Bassano, è piuttosto del costui figlio Francesco. 


SALA III. 


In questa sala, nel cui mezzo figura una delle più pregevoli statue di Canova, Mad- 
dalena penitente, incontriamo specialmente dipinti olandesi e tedeschi. 

N. 5. Bettola di contadini con molte figure caratteristiche e ben disegnata; fra di esse 
una coppia che danza. Una delicata tinta violetta è diffusa per il dipinto. Qua e là risplendono 
delle forti tinte d'un rosso di lacca; molto grigio-acciaio nelle fogge di vestire. Il quadro 
non è firmato, e viene attribuito a Jan Steen col quale sembra certamente avere parentela; 
però potrebbe appartenere, con probabilità, a Richard Brakemburg, che subì l’influenza di 
Steen. In tal caso è da annoverarsi fra i suoi migliori ‘dipinti. 

Un Jan Steen, senza dubbio autentico, è invece il curioso quadro rappresentante una 
bambina che, ornata di fiori e con una coppa di vino fra le mani, viene condotta in pro- 
cessione (n. 14). È intitolato Pasqua fiorita, ed ha per soggetto una festa religiosa infantile, 
così come le feste di San Nicola e dell’ Epifania.! Le figure sono piene di brio. I bambini 
e specialmente la fanciullina azzimata sono dipinti con un’ingenuità graziosissima. Questo 
quadro porta una firma confusa. Ha molto sofferto (legato Duchessa di Galliera). 

4. Busto d’ uomo giovane attribuito a Van Dyck. Di un imitatore dello stesso (proprietà 
Eredi marchese Francesco Spinola). 

3, 7, 19, 23. Questi quattro quadri: la Sacra Cena, il miracolo della risurrezione di 
una donna, un altro miracolo di San Giovanni Evangelista, San Giovanni a Patmos, sembra 
abbiano formata una serie. Essì vengono attribuiti alla scuola olandese, mentre sono invece 
mediocri produzioni d’ un artista dell’alta Germania della cerchia di Kulmbach o Schéàuffelein * 
(proveniente dall’ex-convento dell'Annunziata del Guastato). 

2. Sileno fra ninfe e satiri. Si è votuto ornare il poco attraente dipinto col nome di 
Rubens. È evidentemente un’imitazione o una copia del maestro, e, a quanto credo, appar- 
tiene a un artista genovese. Forse è di Domenico Piola. Non ha nulla a che fare col quadro 
d’uguale soggetto nel palazzo Marcello-Durazzo (proprietà Eredi Spinola). 

Un’opera genuina di Rubens, dalle tinte scintillanti, è invece Venere in grembo a Marte 
e circondata da Sileno, da Amore e da una personificazione femminile della guerra (fig. 10°). 
Rubens non si fece scrupolo di rappresentare il giovane e ardente Dio sotto le sembianze di 
un guerriero piuttosto maturo, e di attribuirgli le marziali sembianze di un suo amico. Sileno, 
il quale solleva una coppa di vino spumante, e Amore, che sta traendo dalla guaina la 
spada del Dio della guerra, hanno congiurato con la Dea d’amore di porre Marte in catene, 
mentre, dietro a lui, la vecchia figura femminile, personificazione della guerra, con una 
fiaccola ardente fra le mani, non gli dà pace. * Questo dipinto, opera di un ardente pennello, 
appartiene, a quanto mi pare, al periodo medio della sua maturità. Nel catalogo tale quadro 


» 


! Steen ha dipinto più di una simile festa infantile. dei Santi Pietro e Paolo di Kulmbach o Schiuffelein 
Così una Festa di San Nicola nel R. Museo di Amster- * negli Uffizi. 
dam, come pure nella Galleria di Rotterdam. ®* Frizzoni, nella sua opera succitata, chiama quella 
? Una Crocefissione nel palazzo Marcello-Durazzo figura l’/Inridia. 
mostra tipi affini. Si confronti pure la serie delle vite 


rij® " 
Str str 





Fia. 11* — MADONNA IN TRONO, DI GERARD DAVID 


(Galleria Brignole-Sale) 


112 EMIL JACOBSEN 

porta il titolo di Ritratto di Rubens e di sua moglie. Venere non vi ha nessuna maggiore somi- 
glianza con Elena Fourment che non mostrano le altre figure femminili della stessa epoca, 
e Marte, come si è detto, ha tratti di ritratto, ma non quelli di Rubens (legato Galliera). 

8. San Girolamo nella sua cella, intitolato Fé/osofo, è piuttosto dovuto ad un pittore 
tedesco del XVI secolo che a un autore olandese, come dall’ indicazione (legato Assarotti). 

10. Il quadro, situato molto in alto, che rappresenta Cristo nel sarcofago circondato da 
angioli, intitolato Dipinto antico, non ha propriamente nulla a che fare in questa sala dedicata 
ai maestri nordici. Questo dipinto è cioè d’origine italiana, e appartiene precisamente alla 
scuola di Mantegna. Ha grande affinità con la maniera di Pier Maria Pennacchio, ed ha, 
ad ogni modo, molta parentela col Giambellino della prima maniera. La figura di Cristo è 
piena di espressione, gli angioli sono meno riusciti (legato Assarotti). 

13. Una perla della Galleria è la «Bella notte al chiaro di luna » dovuta al pennello 
magico dell’olandese Aart van der Neer. Il delicato dipinto, circonfuso da uno scintillìo di 
raggi lunari, eppure d’una trasparenza perfetta, è da annoverarsi fra le creazioni migliori 
di quel maestro. Esso è firmato A V N, ciò che non è citato nel catalogo (legato Galliera). 

15. Il trittico più piccolo, che rappresenta nel campo di mezzo l'Adorazione dei Magi, 
e dai due lati l'Annunciazione e il Riposo nella fuga, viene attribuito a torto a Quentin 
Massys. Questo dipinto mi sembra non essere che una debole produzione nella maniera di 
Bernardo van Orley (proprietà municipale). 

11. Il trittico più grande mostra Maria in trono nel campo principale, e nelle ali 
laterali San Girolamo e San Nicolò da Tolentino. Maria, seduta su d’un gotico trono mar- 
moreo, è rivestita d’ un largo mantello azzurro, listato d’oro (fig. 11°). I capelli d’ un biondo 
rossiccio scendono ondeggianti lungo gli omeri e il dorso. Essa abhassa gli sguardi spiranti 
benevolenza materna sul Bambino ricoperto da una camiciola bianca, che tiene fra le mani un 
grappolo. I santi, avvolti in rossi manti, con ornati neri, sono situati davanti a basse pareti, 
affatto rivestite di variopinti fiori. È strano come nel catalogo questo dipinto venga attri- 
buito a Franz Floris, manierista italianeggiante e imitatore di Michelangelo. Per altro questo 
dipinto d’altare appartiene ad un’epoca e ad un indirizzo artistico affatto differenti. I tipi 
— specialmente quello di Maria — richiamano nettamente Gerard David. Le figure hanno 
un’espressione molto severa. La tinta è piuttosto fosca (proprietà municipale). 

16. Un altro antico dipinto dell'antica scuola fiamminga è il Crocefisso fra Maria e 
Giovanni (fig. 12°). Le figure, somiglianti a statue, nella posa d’ una tranquillità rigida e muta, 
sembrano un lamento pietrificato. La tecnica è brunita. La tinta è azzurrognola con ombre 
rossiccie. Lo sfondo è un semplice paesaggio a colline. Il cielo è d’un azzurro profondo. 
Questo dipinto viene attribuito alla scuola olandese, ma si avvicina piuttosto alla maniera 
di Gerard David (proprietà municipale). | 

12. La figura di Cristo seduto, con tre bimbi fra le braccia, viene attribuita alla scuola pit- 
torica tedesca. À me, questo quadro dipinto con intenzioni decorative, sembra piuttosto italiano. 
Potrebbe anche appartenere ad un fiammingo imitatore di Correggio e di Parmegianino. Il 
bimbo, che afferra il petto, è affatto nella maniera di Correggio (Museo Principe Odone). 

18. Un paesaggio a landa dipinto con finezza in una tinta bruno-dorata, figurato con 
conigli trattati con molta vivacità, viene attribuito alla scuola fiamminga. Questo dipinto 
ricorda il genovese Sinibaldo Scorza, pittore d’animali, a cui dev'essere stato dapprima 
attribuito, ma sembra però troppo fine per lo stesso nelle prospettive aeree come nella 
delicatezza delle sfumature delle tinte monocrone. Piuttosto il paesaggio apparterrebbe a 
quei dipinti che possono aver servito di modello a Scorza, ed è da attribuirsi, con proba- 
bilità, ad un artista olandese. 

20. Questo buon ritratto di vecchio proviene piuttosto da un maestro nordico che da 
un italiano: la designazione è Ignoto. 

21. Splendido paesaggio di Giacomo van Ruisdael. A sinistra un cascinale circondato 
da campi di grano. Campagnoli a piedi e a cavallo, che potrebbero essere dipinti da Adriano 


LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DFFERRARI IN GENOVA 113 


van de Velde (?). In alto un cielo minaccioso. Il tutto presenta un incantevole alternarsi di 
luce e d’ombra, e una grande finezza di colorito. H quadro è firmato V R (legato Galliera). 

22. Il gran quadro di Van Dyck, Gesù Cristo e la moneta (fig. 13°), mostra evidente l’ in- 
tluenza del famoso quadro di Tiziano in Dresda di uguale soggetto. Il maestro fece la testa 


rog: 


Pie ea 
ea e N 


(Pig . 
I n AA 
o #® pre STU 


o San 


Ro “; = PI 
Lt 
5» î E o 1 


a, Mg i 


BT! È 
ai l'e eni 
Ud Va 
-. 
“ 


e *; 
Mie I 


ori I 
Magg dè e 
n RATES "n 
? > Pte hd 


Li Dit LN gi 


IVA TE 





Fia. 12° — CROCIFISSO, DELLA SCUOLA DI GERARD DAVID 
(Galleria Brignole-Sale) 


di Cristo di una bellezza troppo comune. Manca il carattere che avrebbe potuto ristabilire 
l'equilibrio preservando quei tratti raggianti di bellezza dal pericolo di cadere nel vacuo e nello 
sdolcinato. Inoltre quella testa ha un’aria mondana e di moda, che, in diverso modo, è pur 
caratteristica delle teste di Cristo di Paolo Veronese. I Farisei sono bene intuiti. Il colorito è 
splendido (legato Galliera). 

28. Perchè mai la mezza figura di un giovane dalla barba rossa sia assegnata alla 
scuola olandese, è ciò che non comprendo. Questo dipinto è piuttosto dovuto ad un artista 
francese. Il ritratto ha sofferto (legato Assarotti). 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. 1-II. 15 


114 EMIL JACOBSEN 


27. Willem Mieris: Scena di famiglia è il titolo del dipinto nel catalogo: Amore venale 
sarebbe forse una denominazione più opportuna per questo quadro variopinto e freddo dell’epoca 
di decadenza della scuola olandese (legato Galliera). . 

26. Di valore eccezionale è il piccolo quadro dell’antica scuola fiamminga, rappresentante 
una Maria bene intuita che, con materna sollecitudine, dà a mangiare al Bambino. La casta 
elevatezza della giovane donna, in tale comune occupazione che tutta l’assorbe, non potrebbe 
venir: rappresentata in più bel modo. La giovane madre porta sulla bella testa un velo 
ripiegato. I biondi capelli le scendono ondeggianti per gli omeri e per il dorso. Il suo abito 
eonsta di una semplice veste azzurra: sotto ai polsi si scorgono le maniche della sottoveste 
rossa. Un manto color viola-scuro .le è scivolato a metà dalle spalle. Essa siede ad una 
modesta tavola come una semplice moglie d’operaio, ed attinge con un cucchiaio la zuppa 
di latte. Parecchi utensili domestici sono sparsi all’ingiro su madie e tavoli. Pure il Bimbo, 
rivestito dì una camicia leggera e trasparente, è di un’ ingenuità deliziosa. Si osservi come 
egli rigiri il cucchiaio in un modo affatto infantile. Solo la gambuccia sinistra col piede 
rattrappito noh è ben riuscita. La vista di paesaggio a destra è incantevole. L’assieme è 
di un pittoresco squisito. Il fine viso di Maria ha una linea oblunga. Gli occhi sono grandi. 
Le ciglia abbassate si slanciano a foggia di S. La carnagione ha un tono rossiccio e di un 
azzurro delicato nelle ombre. ° 

Questo dipinto viene attribuito a Hans Memling, e s’avvicina, ad ogni modo, molto a 
questo maestro. Anche il paesaggio, col piccolo fiume e la casetta, è affatto nello spirito di 
Memling. Se anche il quadro non può venire assegnato al gran maestro stesso, deve pur 
sempre venir attribuito ad un fine artista della sua scuola (legato Galliera). 

25. La Camera di guardia, di David Teniers juniore, può venir annoverata fra le sue 
opere più perfette. Estrema virtuosità nel rappresentare tutti i particolari. Lo splendore 
delle tinte, di un’armonia argentina, è abbagliante. È firmato: DAVID TENIERS (legato 
Galliera). 

24. Il pregevole ritratto di fanciulla giovane e hella (fig. 14%) viene dal catalogo, affatto 
senza ragione, attribuito a ITans Holbein. Gustavo Frizzoni crede di ravvisare in questo la 
mano del famoso ritrattista Anton Moro. ! Ed infatti, il quadro mostra d’aver parentela con 
alcune opere del periodo medio del maestro. Però il modo di tratteggiare le forme mi pare 
troppo debole per quel grande artista (legato Galliera). 

29, 32. La piccola Madonna (n. 29) e la grande (n. 32) vengono entrambe riputate di 
Van Dyck. Sono deboli produzioni della sua scuola. 

30. Il piccolo quadro fantastico e singolare nel colorito, che rappresenta San Girolamo 
nel deserto, viene attribuito ad Alberto Diirer. Ma non ha con Diirer nulla a che fare, per 
quanto mostri un'impronta leggermente nordica. Mi sembra che tale dipinto abbia parentela 
con Francesco o Bernardo Cotignola: lo si confronti col quadretto fantasioso esposto nella 
prima sala della Galleria Borromeo a Milano. 

31. Un piccolo paesaggio con cascinale, d’ una tinta olivigna, tratteggiato con leggerezza 
e brio, viene attribuito a Isaak van Ostade. * 


SALA III. 


Questa sala ornata dalla famosa statua di Monteverde: « Jenner che inocula il vaccino 
al figlio» (legato Galliera), è principalmente dedicata alla scuola pittorica spagnuola e 
francese. i 


LA 80, pag. 123. poeta e storico Giovanni Gioviano Pontano, con la scritta : 
? <In questa sala si trova pure un assai pregevole busto IOANNES IOVIANVS PONTANVS 
di bronzo del Quattrocento, rappresentante il rinomato ALFONSI CALABRIAE DVCIS PRAECEPTOR. 






i uit - oa : DERE "VED De pb ù 
IEEE aa enne n LACT 





LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI IN GENOVA 115 


4. Il cosiddetto «Ritratto di gentiluomo » del Velasquez, è, in realtà, un busto di Filippo IV 
di Spagna, ed anzi, a quanto mi pare, una copia del busto dello splendido quadro di Rubens 
che sì trova qui in Genova nel palazzo Marcello-Durazzo, eseguita probabilmente da un 
imitatore di Velasquez. 

3, 5, 19, 21. Non meno di quattro dipinti vengono in questa sala attribuiti a Bartolomeo 





Fio. 182 — CRISTO DELLA MONETA, DI VAN DYCK 
(Galleria Brignole-Sale) 


Esteban Murillo. Di lui sono il grande ed il piccolo San Francesco in estasi, opere certamente 
buone uscite dal suo studio, mentre la Madonna col Bambino non è che una copia, e la 
Fuga in Egitto non è che l’opera di uno de’ suoi molti scolari, forse di Menesez Osozio 
(5, 19, 21 legato Galliera; 3 proprietà della signora Paola Solari). 

9. Alonso Cano. Un santo comunica una giovinetta in presenza di due angeli. La nitida, 
leccata fattura del dipinto mi fa l’impressione di una copia moderna. 


116 EMIL JACOBSEN 


— — — i ————m— ———————_—_—_—_—_————+— I AA e E E e e I NA SI —_ = A, IA —_ ——& 





11. Opera imponente è, all'incontro, «Il viatico all’infermo », di Zurbaran. Un sacerdote 
porge il viatico ad un santo che giace infermo in un letto. I tipi sono comuni, in parte 
contadineschi, ma improntati ad uno stile grandioso. Il naturalismo della rappresentazione 
viene appunto innalzato ad una sfera superiore dalla serietà profonda del concetto. Le figure 
del colossale dipinto sono, come quelle di Caravaggio, a metà sommerse in ombre nerastre: 
queste sono però dipinte leggiere e trasparenti. La maestria colla quale Velasquez e i suoi scolari 
sanno rendere visibile l'atmosfera di un ambiente d’interno a mezzo di un delicato chia- 
roscuro, si rivela pure in questo quadro: il locale semplice e profondo sembra tutto riempito 
d’aria. Pur essendo il dipinto assai colorito, l’ intonazione conserva un carattere profondamente 
severo, solo lievemente rischiarato dai serici drappeggi color rosa del letto. Il fiotto di luce 
a sinistra, maestrevolmente eseguito, contribuisce potentemente all’effetto del quadro. La 
carnagione ha toni verdognoli. 

Zurbaran fu chiamato il Caravaggio della Spagna. Se con ciò si volesse però dire ch'egli 
fosse imitatore di Caravaggio s’incorrerebbe in un grave errore. Mentre Caravaggio ricerca 
i forti effetti, Zurbaran intende rappresentare le sue scene claustrali e le sue figure di frati 
con piena verità e con serietà profonda. Gli effetti che egli realmente ottiene vengono 
senza ricerca affatto da sè. È questa una differenza essenziale. A ragione Zurbaran fu 
chiamato addirittura pittore di frati! (legato Galliera). 

10, 12. Entrambe le figure delle Sante Orsola ed Eufemia sono meno importanti per 
ciò che riguarda l’espressione, ma quanto alla fattura sono pur esse quadri autentici del 
Zurbaran. Le sante fanciulle sono leggiàdre, e presentano il tipo spagnuolo. Gli atteggia- 
menti sono originali. Il colorito, singolare ed energico, ha carattere serio. La carnagione 
ha toni verdognoli. Certo non era fatto suo, come pittore di asceti, il dipingere fiorenti 
figure di vergini (legato Galliera). 

Le opere di Zurbaran sono piuttosto rare fuori di Spagna. Questi quadri devono essere 
stati acquistati dalla duchessa all’asta della collezione Soult. ? 

20. Il cosiddetto Filosofo, un vecchio che legge, attribuito a Ribera, mi pare piuttosto, 
giudicandone dal colorito e dalla fattura, opera di Guercino sotto l’infiuénza del maestro 
italo-spagnuolo (proprietà Eredi Spinola). 

27. Il suonatore di chitarra, grande al naturale, è invece un pregevole dipinto della 
scuola spagnuola (proprietà municipale). . 

16, 17. Iquadri più interessanti della scuola francese sono: «La danza nel parco», dipinto 
delicatamente nel gusto di Watteau e attribuito a Lancret, e il bel ritratto di signora ele- 
gante di Luigi David. Nel primo di questi piccoli dipinti Lancret si avvicina considerevol. 
mente al suo grazioso maestro; il secondo sarebbe un vero gioiello per il Louvre (legato 
Galliera). 

25. Piccolo ritratto d’uomo di mezza età, vestito a nero e dalla barba rada. Di un 
imitatore di Clouet (attribuito a Francesco Clouet). Il fondo è giallo-verdognolo (legato 
. Galliera). 

26. All’incontro, il ritratto di un giovane cavaliere, dalle ricche anella che gli scendono 
ondeggianti per le spalle, in abito moderno, non è opera di maestro francese, come asserisce 
il catalogo. Se di troppo non m’inganno, questo dipinto dovrebbe appartenere alla maniera 
gonfia dell’ ultimo periodo di Nicola Maes. Dei toni di un giallore bruno e di un violetto 
rossiccio dominano nel quadro, il quale nelle vestimenta e nel paesaggio è trattato libera- 
mente e largamente, mentre nel nudo le tinte si fondono. Se non erro, lho letto la data 1676 a 
destra sotto al quadro, come pure rilevai le deboli traccie di una vecchia firma, le quali, 
in una luce più tagliente, darebbero, a mio avviso, la firma di Maes (legato Ricci). 

22, 23. Pure alla scuola francese vengono attribuiti due piccoli paesaggi. Entrambi questi 
finissimi dipinti ritraggono assai della maniera di Claude Lorrain, e ricordano i Patel; ma 


! Woermann, A a O, III, pag. 244. * Larousse, Dictionnaire universel, XV, pag. 1517. 


DANESI Roma 





Fio. 14° — RITRATTO DI DONNA 


(Galleria Brignole-Sale) 


118 | EMIL JACOBSEN 
neppur essi appartengono alla scuola francese. Se il compilatore del catalogo avesse esaminati 
più accuratamente i quadri avrebbe trovata nell'angolo di uno di essi una firma. 

‘Vi si legge cioè i fini caratteri: 


HF van Lin 1726 (la data confusa). 


Questo Van Lin è forse parente del pittore di battaglie Herman van Lin, detto Stilheid, 
di Utrecht, che dipinse dal 1650 al 1670. Nella Pinacoteca di Torino si trova un paesaggio 
ideale, nello stile di Claudio Lorrain, secondo il catalogo segnato II. VAN Lint FR 1726 
(non ho potuto leggere chiaramente la firma). Il catalogo attribuisce il quadro ad un Enrico 
van Lint, di Anversa, detto « Studio ». Forse intende riferirsi a Ermanno van Lin die 
Utrecht. Io conosco altrimenti soltanto un Pietro van Lint di Anversa (1609-1690), che per 
altro si manifesta in modo affatto diverso. Il grande quadro di Torino apparterrebbe all’ in- 
contro, data la sua maniera, al nostro HF van Lin. 

Citerò ancora in questa sala un paio di piccoli schizzi n. 6 a 7 del Borgognone, due 
altri quadri di battaglia di autori sconosciuti (14 a 26), un bivacco di Cornelio de Wael (n. 15), ! 
un paesaggio con cascata (di Tivoli) di F. Vernet (n. 2), e un paio di dipinti d’arte 
moderna. 


SALA V. 


In questa sala vi sono principalmente quadri italiani del XV e XVI secolo. 

2. Ritratto sino al ginocchio di un giovane vestito a nero, attribuito alla scuola vene- 
ziana. Potrebbe appartenere alla scuola di Tintoretto. (Proprietà Er. Spinola). 

8. Busto d’uomo con barba, attribuito a torto a Van Dyck. (Proprietà Er. Spinola). 

4. Cristo che porta la croce. Questo quadro, appeso ad una certa altezza, viene attri- 
buito al Tintoretto. A me tale quadro sembra piuttosto opera ragguardevole di Francesco 
Bassano. Ad ogni modo egli si avvicina qui assai al Tintoretto per la vita e l’energia della 
rappresentazione (proprietà Eredi Spinola). 

5. Un busto d’uomo maturo, assai caratteristico, che pur troppo è pure situato assai 
in alto, viene attribuito a [acopo Bassano. Il volto che irradia una vita interna ricorda i 
ritratti dell’arte spagnuola. Potrebbe benissimo essere dipinto da un 2m2/afore di Velasquez. 
(proprietà Eredi Spinola). 

6. Il suonatore di liuto, attribuito a Caravaggio, non appartiene che alla sua scuola, 
probabilmente di Carlo Saraceni (proprietà Eredi Spinola). 

‘7. Uno fra i dipinti più interessanti della Galleria è all'incontro il bel tondo colla 
Sacra Famiglia ed un Santo di Domenico Mecherino di Siena, detto Beccafumi. Maria, gra- 
ziosa e raggiante di felicità materna, abbassa gli sguardi sul: Bambino, che irrequieto le 
siede in grembo, e sfoglia. premurosamente un libro che un Santo devoto regge dinanzi a 
lui. A sinistra San Giuseppe s'è preso in grembo San Giovanni bambino. Quest'ultimo, 
cinto da una pelliccia che gli attraversa il corpo, tiene fra le mani una coppa di vino e si 
scambierebbe con un piccolo Bacco, tanto gli assomiglia. 

La libertà e la larghezza della fattura, la chiarezza del colorito e i tipi graziosi ed 
espressivi rendono questo quadro assai attraente. Il modo con cui sono trattate le larghe 
masse di luce e d’ombra è di grande effetto. Questo dipinto deve appartenere al miglior 
periodo medio del maestro, nel quale egli si trovava completamente sotto l’ influsso di Sodoma. 
Più tardi egli subì l'influsso della scuola romana. Di tale epoca si trovano di lui parecchie 


! C. de Wael ha passata gran parte della sua vita 6 quadretti con scene della vita rustica italiana. (Vedi 
in Genova, ove morì circa il 1661. Molti de’suoi quadri, Soprani, A a O, 464, Repertorium fiir Kunsticissenschaft, 
specialmente del suo ultimo periodo, sì trovano tuttora VI, 244. 
in Genova; ad esempio, nel palazzo Durazzo Pallavicini 


LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI IN GENOVA i 119 





opere caratteristiche, ad esempio nel duomo di Pisa, così come in quella Galleria munici- 
pale di recente istituzione. ! Beccafumi si è trattenuto qualche tempo in Genova ed ha dipinto 
degli affreschi nel palazzo Doria * (proprietà Eredi Spinoli). 

8. Il ritratto sino al ginocchio di un uomo dalla barba nera, in pelliccia, attribuito al 


— - ni . ve 

tici Phi PITTI NO, LI ea 

na n » o ui - 

» e 1a". toe Boe Pa Co da or 
- ” n ® 

pe n i — 
dal Mi 0 n ù ° 
L 
A agi r° A ri Ka, 


Pa 


, 
P, 
# tale 
, n n È 
br: : lo i 
4‘ n, pr Cor br L t. @ + i 
pi gle" LAI : uu da e 
bet: pl AA ; Toga - 
. . « "N n 
gie : 
’ ruta”. n * 
> \ " x "dun x 3 
. te” . , ’ n a C. . _ 
ai : a’ pa z ; . À ps , } 
© la ] e du LI uv La Lo 
ra e . >, è + 304 a e r 
è. " E — o — n Ò I 
A VIAAATTI A iii aaa Li. * nia a x 2 nt a 





nasa » ” 


Fio. 158 — SACRA FAMIGLIA 
(Galleria Brignole-Sale) 


Tiziano, è, se non erro, una riproduzione d’atelier rovinata di un ritratto di Tintoretto 
(proprietà Eredi Spinola). 

10. Il profilo in ovale di fanciullo che prega viene attribuito a torto a Paolo Vero- 
nese. Giudicando dal forte colorito, dalla lucentezza profonda, tale dipinto dovrebbe appar- 
tenere ad uno scolaro di Tiziano. Nell’effetto delle tinte, è qualcosa che potrebbe pur ricor- 
dare Dosso Dossi. Gustavo Frizzoni pensa invece a Sofonisba Anguissola. Il ritratto non 
è ben conservato (legato Galliera). 


! Vedi il mio lavoro sul nuovo Museo civico di Pisa, +. Soprani, A a 0, 391. 
Repertorium fiir Kunsticissenschaft, 1895. 3 An. O. S., 119. 


120 EMIL JACOBSEN 








11,13. Due busti attribuiti ad Andrea del Sarto. L'uno fa un'impressione affatto raf- 
faellesca. Rappresenta un uomo giovane dal naso aquilino e dagli irti capelli rossicci. 
È vestito a nero e porta in capo un berretto. Non è del tutto improbabile che tale quadro 
possa essere una copia antica di un’opera originale di Raffaello. Parecchi fra i suoi quadri 
sono, com'è noto, spariti: ad esempio, il ritratto del duca Lorenzo de’ Medici, del poeta 
Tibaldo, del Bembo, ecc. L’altro dipinto, che è pure probabilmente una copia di un ritratto 
della scuola pittorica fiorentina, si avvicinerebbe ad Andrea del Sarto. Entrambi questi 
ritratti sono assai danneggiati e vennero gotfamente ingranditi (proprietà Eredi Spinola). 

12, 39. La figura, sino al busto, di Maria che a mani giunte è immersa nella preghiera, 
come pure il gran dipinto rappresentante Maria che stringe teneramente a sè il Bambino 
Gesù che le dorme in grembo, sono quadri di Sassoferrato, che si vedono dappertutto, e 
spesso in esemplari migliori. 

_ 16. Questa piccola Sacra Famiglia, d’autore ignoto secondo il catalogo, è un quadro 
bolognese probabilmente di Simone Contarini. Forse per altro non si tratta che di una 
copia antica (Museo Odone). 

18, 20. Due quadretti buoni ed autentici, benchè alquanto guasti, di Francesco Albani, 
rappresentanti il Trionfo d'Amore, e Cristo e Maddalena (legato Galliera). 

19. Carlo Dolci. Gesù nell’orto. Un pio misticismo, che non manca di una certa ele- 
vatezza, spira da questo piccolo quadro. L’ impressione che desta viene ancora aumentata . 
dall’esecuzione trattata come un gioiello. Carlo Dolci merita, non fosse che per la sua mera- 
vigliosa tecnica, d’essere ténuto in pregio maggiore che non siasi sinora fatto (legato Galliera). 

21. La Sacra Famiglia. Piccola copia di un quadro conosciuto di Andrea del Sarto, di 
cui si vedono copie di diverso genere. Ad una di esse, quella più grande nel palazzo Rosso, già 
accennata sul presente dipinto, è aggiunto un piccolo angelo. Nel catalogo viene denomi- 
nato: Dipinto d’ignoto (Museo Odone). 

22. La Madonna coi santi Rocco e Betiastiandi Paesaggio roccioso nello sfondo.- Viene 
attribuito al Garofolo. Questo quadretto è certamente ferrarese, ma non del Garofolo. 
È piuttosto di un imitatore di Dosso Dossi, che potrebbe fors'anche essere stato alla scuola 
di Garofolo. Tale dipinto eseguito sul rame potrebbe anche essere una copia posteriore 
(Museo Odone). 

23, 31, 37, 41. Mezze figure di sibille di Guido Reni, dapprima nel palazzo Rosso. L’espres- 
sione è scarsa, ma dal lato coloristico appartengono ai dipinti più finiti del suo ultimo 
periodo (legato Galliera). 

24. Il ritratto d'uomo giovane, energico, rivolto a sinistra, vestito interamente di rosso, 
coi guanti nella destra, viene attribuito al Pontormo (?) (legato Galliera). 

25. Un tondo colla Sacra Famiglia in compagnia dei santi Francesco e Caterina (fig. 15°). 
Nello sfondo un paesaggio. Viene dal catalogo attribuito a Orazio Gentileschi. Tale dipinto 
apparterrebbe quindi allo stesso maestro a cui appartiene un’Annunciazione che si trova in una 
cappella di San Siro (la prima a destra), e che è una riproduzione modificata di un quadro 
della Galleria di Torino! (n. 244). Io trovo in quel dipinto, all’incontro, una mescolanza 
eclettica di stili di epoche precedenti e migliori, che ricorda in parte Franciabigio, in parte 
Gaudenzio Ferrari, e da SIGNO iaia La Composizione ha una bella rotondità 
(legato Galliera). | 

26, 27. I due quanieti che arieggiano la miniatura: l'Adorazione del Bambino, e Cristo 
che sali la croce, attribuiti alla scuola fiorentina, sono piuttosto fiamminghi. 

28, 29. Le piccole tavolette colle Sante Clara e Lucia vengono attribuite al gran Fra Bar- 
tolommeo. Nel loro presente stato di completo ritocco possono tutt'al più venir designati 
come appartenenti alla scuola del frate (legato Galliera). 


! Anche nel palazzo Marcello-Durazzo si trova una coppia di piccoli quadri del Gentileschi, di genere af- 
fatto diverso. i 


> edi a 5A DE +43 cedri ian ET i ti è relazi 


Fia. 16° — SANTA MARIA MADDALENA, DI GIAN PIETRINO 


(Milano — Museo artistico municipale) 


drchivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc. I-II. 





16 


122 EMIL JACOBSEN 





30. Dalla chiesa di San Teodoro è qui venuto un gran dipinto d'altare di Filippino 
Lippi. Tale quadro viene stranamente designato nel catalogo come opera di Fra Filippo e 
dell’anno 1403, per quanto Filippo, come è noto, sia nato solo intorno al 1406. Questo quadro 
non solo porta la chiara impronta dell’ultimo periodo di Filippino, ma pure la sua firma: 


FILIPPINVS FLORENTINVS 
FACIEBAT. 


“All’incontro, questo dipinto mostra infatti la data: A. D. MCCCIII; però l’ultimo C è 
coperto dalla gamba destra del protagonista (San Sebastiano), ciò che non poteva però 
indurre il compilatore del catalogo a leggere 1403. Quindi il quadro appartiene all’anno 1503 
ed è perciò una fra le ultime opere di Filippino (morto nel 1504). Esso rappresenta nel 
mezzo San Sebastiano legato a una colonna e dai lati San Giovanni Battista e San Fran- 
cesco. In alto nella lunetta sta Maria che ha il Bambino davanti a sè, fra due angioli che 
adorano. Nello sfondo v'è un paesaggio animato da piccole figure. L’esecuzione del quadro, 
non troppo fine, è probabilmente da attribuirsi in gran parte ai collaboratori. Il dipinto 
non è ben conservato. Il colorito è già in molti luoghi screpolato, sì da mostrare il fondo 
bianchiccio, e se il quadro non passa presto in mani competenti di un restauratore, finirà 
col ruinarsi poco a poco (proprietà della chiesa parrocchiale di San Teodoro). 

32. Maria col Bambino Gesù nudo in grembo, fra due santi che adorano. Questo dipinto,. 
che viene attribuito a Bernardino Luini, è opera caratteristica di Giampietrino, da quanto 
io so non ancora osservata dagli studiosi d’arte. È pur troppo mal conservato. Si confronti 
la formazione delle mani con quella della Maddalena (fig. 16°), nel Museo artistico muni- 
cipale di Milano, sì caratteristica in questo rapporto (proprietà Eredi Spinola). 

33. Maria chi siede in un paesaggio, e presso di lei il Bambino Gesù, nudo, che siede su una 
panca di marmo, e viene adorato in ginocchio da San Giovanni ini Tondo. Lo sfondo 
è un paesaggio: Questo dipinto viene attribuito a Giacomo Francia, il cui genere è affatto 
diverso, ma è piuttosto una produzione assai debole della scuola fiorentina della vicinanza di 
R. Ghirlandaio e Bugiardini, o dell'ultimo periodo di Raffaellino del Garbo (legato Galliera). 

38. Uno dei dipinti più belli e importanti della Galleria è, senza dubbio, questa Madonna 
di Palma Vecchio (fig. 17). Maria siede in un paesaggio col Bambino, fra San Giovanni 
Battista e Santa Maddalena. I toni rossi, azzurri e aranciati delle vestimenta sono ardenti e 
forti. La carnagione è bianchiccia. La luce irrompe largamente sui visi e le carni nude. I tipi 
sono biondi e profani. Anche sulla capigliatura dorata di Maddalena, larghe strisce di luce. 
Il bruno paesaggio è cinto da monti azzurri. Questo quadro assomiglia assai al quadro di 
composizione rassomigliante che si trova nella Galleria Lochis di Bergamo e che è sicura- 
mente molto più bello. La presente opera apparterrebbe alla cosiddetta bionda maniera, che 
fu la terza di questo maestro, 1520-26 (legato Galliera). 

40. Questo quadro colossale di Paolo Veronese, che rappresenta il Salvatore crocifisso, 
e ai piedi della croce Maria che vien meno, San Giovanni e Santa Maria, Maddalena che 
geme, ha nella composizione un’ impronta grandiosa. Disgraziatamente questo quadro, spe- 
cialmente nella sua parte inferiore e più bella, è completamente ritoccato, così che appena 
si può intravedere la mano maestra del Veronese (proprietà municipale). 

42. Il quadro tizianesco che rappresenta Maria col Bambino e Giuseppe in un gruppo 
famigliare, al quale si uniscono San Giovanni bambino che tiene alto un vaso di fiori e 
una martire, viene attribuito a Palma Giovane (?). Non conosco nessun altro quadro di 
Palma, in cui egli si avvicini sì strettamente a Tiziano. Forse questa bella produzione ha 
per base un quadro di Tiziano stesso. Nella carnagione macchie nerastre. Tanto il disegno 
quanto la dipintura potrebbero, in questo quadro, essere d’esecuzione più fine (legato Galliera). 

43. Non è un dipinto ali di Correwgio, ma una buona copia antica del bel quadro 
di Tribuno che rappresenta Maria in uno splendido paesaggio che adora il Bambino o giuoca 
con lui. Il dipinto viene qui attribuito a Correggio stesso (legato Galliera). 


Li -  — ile 


- n co0n362 1. 


OIHODHIA VRIVA IG ‘VNIIVAAYVKN 


(va8ziv) #juapuooy — 0cws319g) 


VIUYVN VINYVS HA VISILLVE INNVAOIO NVS VII OXIENVA "109 VNNOCVI — sLI ‘914 


YuDCIsanvo 





124 EMIL JACOBSEN 








Te _  —  —_  __1—_—_—L..  _._._]ÉÒÉ=WWNVE!]Ω *»*—-—-- <tr ti uni 


44. Il ritratto d'uomo giovane colla barba viene attribuito a Paris Bordone. Appartiene 
piuttosto alla scuola di Moroni. 

45. La Sacra Famiglia con San Gerolamo, d’ ignota origine, secondo il catalogo. Non 
potrebbe alle volte questo quadro, alquanto contadinesco, dai tipi caratteristici, essere d’ori- 
gine pisana? 


SALA VI. 


Questa sala è particolarmente dedicata ai vecchi maestri della scuola genovese e limi- 
trofa. Fra gli artisti posteriori non nominerò che: Due quadri di Bernardo Strozzi, dipinti 
con qualche trascuratezza e di una sgradevole maniera naturalistica; Cristo e la Samaritana 
e il pianto su Cristo morto, ! come pure un busto di Santa Cecilia (5,8,9); un dipinto ovale 
rappresentante una santa del raro Pellegro Piola * (16); l'interessante doppio ritratto di 
Luca Cambiaso, nel quale egli rappresenta sè stesso davanti al cavalletto, in atto di dipingere 
suo padre, il pittore Giovanni Cambiaso (3, proprietà Eredi Spinola);* infine alcuni quadri 
dell’ardito Lissandro Magnasco, brutti e neri (15, 17). 

Fra i quadri più antichi noterò: 

21. Una Madonna sul trono, circondata da parecchi santi, attribuita a un Leonardo de 
Papia, in stato assai cattivo. Nel Quattrocento Genova ricorreva assai spesso ad artisti di Pavia. 
Questo quadro è firmato: LEONARDO DE PAPIA e porta una data confusa: MCCCCLXVI 
secondo Federico Alizeri, che Ricorda questo dipinto nella sua grande opera: « Notizie dei 
professori del disegno in Liguria ». 

30. Un trittico: nel campo di mezzo San Domenico, due coppie di ai sulle ali late- 
rali, e 

2. Il dittico con San Nicolas da Bari (non, come nel catalogo, di Tolentino), e S. Giorgio. 
Entrambi questi dipinti (molto restaurati) sono una prova delle condizioni meccaniche della 
pittura genovese del Quattrocento. 

22. Assai più elevato è il gran dipinto che rappresenta il Crocifisso, fra Maria e San 
Giovanni, mentre Maria inginocchiata abbraccia stretta la croce. Attraverso l’aria si avvi- 
cinano due angeli piangenti.. Lo sfondo è un bruno paesaggio a colline. Maddalena in 
ginocchio che si aggrappa disperatamente alla croce, ricorda la stessa santa sul quadro di 
Borgognone, alla Certosa di Pavia. Questo quadro viene attribuito a Lodovico Brea di Nizza, 
maestro che gode di una fama discretamente wrande nell'arte genovese. Appartiene tale 
veramente caratterisco dipinto d’altare realmente a questo maestro? A mio avviso, non vi 
ha sutficiente materia di confronto per decidere una tale questione. Brea è nato a Nizza, 
ma si trattenne a lungo in Genova, e viene considerato dai Genovesi come uno dei loro. Nella 
chiesa di Santa Maria di Castello vi sono parecchi quadri che differiscono assai l’uno dall'altro, 
attribuiti al maestro. Il più importante fra questi è il cosiddetto quadro di Tutti i Santi 
— terza cappella a destra — fatto segno alla stupefazione del popolo, come una rappresen- 
tazione del Paradiso: è pure intitolato forse più a ragione: la Vocazione dei giusti. Questo 
dipinto straordinariamente ricco di figure mostra una quantità di teste da ritratto, finamente 
disegnate, che per altro tradiscono una gran somiglianza di famiglia (visi allungati: il naso 
forma colla fronte un’unica linea). I tipi ritraggono assai dell’antico fiammingo. Nelle vesti- 
menta, pieghe allungate e parallele. La carnagione è rossiccia. Le ombre scure. Nei costumi 
molto rosso, cupo e nero. Nella Deposizione nel sepolero, di Predella, il paesaggio oscuro 
è fortemente intuito. 


! Un dipinto affatto simile si trova nell'Accademia quadro affatto ruinato, ma originariamente grandioso, 
ligustica. coi quattro Padri della Chiesa e altre figure (20). 

? Il solo capo è autentico; il resto è aggiunto. ‘+ Genova, 1870, I, 261. 
* Di Luca Cambiaso havvi ancora in questa sala un 


LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI IN GENOVA , 125 

Secondo Soprani, questo quadro dev'essere firmato e datato come segue: Ludovicus 
Brea Nisiensis faciebat, anno 1513.! 

Inoltre gli studiosi più recenti rilevano il dipinto d’altare in diverse parti della terza 
cappella a sinistra, che mostra come quadro principale l'Annunciazione, ? come pure una 
Conversione di San Paolo nella quinta cappella a destra. Ma mentre il dipinto d’altare col- 
l'Annunciazione mostra uno stile assai più antico* del già menzionato quadro di Tutti i 
Santi, la Conversione di San Paolo mostra, all’ incontro, uno stile più sviluppato. Entrambe 
queste opere vengono ricordate da Soprani. Invece Ratti ricorda una Nunziata come: « d’uno 
stile consimile, ma alquanto più antico »* e non menziona affatto la Conversione di San 
Paolo. Alizeri si riferisce probabilmente a Brea nel seguente passo: « A chi farne merito 
se non al Brea? »* Il quadro di Tutti i Santi viene nominato da entrambi. All’ incontro, 
studiosi più recenti non sembrano avere su Brea delle idee troppo chiare. Così nella sesta 
edizione della splendida opera sull’arte italica: « Il Cicerone » di Burckhardt e Bode, i due 
quadri dubbi vengono citati come opere di Brea, e del mentovato quadro di Tutti i Santi 
non si fa per altro parola. 

Lodovico Brea aveva due scolari: Antonio Semino e Teramo Piaggia, dei quali si trova 
un’opera comune in Sant'Ambrogio (ultima cappella della navata laterale a sinistra). Prima 
sì trovava in Sant'Andrea ai Serviti, e rappresenta il martirio dell’apostolo Andrea. La com- 
posizione è disposta quasi simmetricamente, eppure impressiona nella sua semplicità. Il Cro- 
cifisso è una nobile figura. Dominano i toni rossicci. Carnagione rossiccia. Luce rossiccia. 
Molto rosso-rosato nelle vestimenta. Questo dipinto sembra di scuola fiorentina, e avrebbe 
subìta la speciale intluenza di Andrea del Sarto e fors’anche di Raffaello. Secondo Alizeri 
il quadro porterebbe la data 1532. Egli attribuisce a Teramo le grandi figure accoccolate 
sul davanti, le quali infatti mostrano uno stile che risente l’influenza di Michelangelo, 
diverso da quello delle altre figure. 

Nell’Accademia ligustica si trova un quadro di Antonio Semino che è dovuto a lui solo. 
Rappresenta la Deposizione dalla croce. Vividi colori tralucono dalle ombre nere. Questo 
dipinto mostra in preponderanza l’intluenza milanese. San Giovanni che geme a sinistra è 
ispirato da Raffaello. Il paesaggio a colline dello sfondo è di un azzurro duro. Il quadro è 
firmato: ANTONIVS DE SEMINO PINSIT. 

In San Pancrazio si trova un dipinto d’altare di Teramo Piaggia (Ss. Pietro e Paolo), 
che ricorda Pier Francesco Sacchi di Pavia, che nomineremo fra poco. Antonio Semino e 
Teramo Piaggia hanno del resto lavorato molto assieme. Nella cappella di San Giovanni 
Battista in San Lorenzo, Teramo dipinse dall'uno dei lati di un piccolo quadro d’altare la 
Nascita del Precursore; mentre dall’altro lato Antonio Semino dipinse il Battesimo di Gesù. 
Del figlio di quest'ultimo, Antonio Andrea Semini, si trova nella Galleria di Torino un 
quadro d’altare firmato: l'Adorazione del Bambino (n. 141). 

A Lodovico Brea® viene pure attribuita la bellissima mezza figura di San Pietro apo- 
stolo, dalle tinte chiare (n. 4). 

6. Un colossale Crocifisso del secolo XIV è opera assai buona, ma che difficilmente 
deriva da un artista genovese. 

13. Un polittico in cornice gotica e su fondo d’oro è datato (secondo il catalogo) dal 1519. 
Questo dipinto d’altare rappresenta San Benedetto in trono, fra San Paolo e San Giovanni 
Evangelista: al disopra Maria fra Sant'Agata e Sant’A pollonia. I tipi di questo quadro dipinto 
meccanicamente hanno dell’umbro in sè e ricordano Signorelli (specialmente San Giovanni). 


A a0, pag. 22. Nella semioscurità della chiesa si il pittore e intagliatore Giov. Mazone di Alessandria. 


può presentemente constatarlo solo con difficoltà. ' Carro Giuseppe RATTI, Instruzione di quanto può 
? Molto oro è profuso. Le vestimenta sono splendi- vedersi di più bello in Genova, MDCCLXXX, pag. 97. 
damente ornamentate nel gusto di Crivelli. ° ALizerI, Guida di Genova, 1876. 


° Come autore di quest'opera viene ora pur nominato € Confronta R. Soprani, A a O, pag. 29. 


126 EMIL JACOBSEN 


13. Un dipinto ancor più antiquato è la Madonna, rivestita d’una stola rossa listata 
d’oro, che porta in braccio il Bambinello Gesù, il quale gioca con un uccello. Fondo d’oro 
a disegni. Degno di nota è lo strano disegno ad uccelli della sottoveste d’oro di Maria. 
Il quadro porta la data 1478 in minuscole gotiche, ma dallo stile sembra per altro essere 
più antico d’un centinaio d’anni. 

19. Finalmente rimane da citare una gran Madonna bizantina, che proverrebbe da 
Costantinopoli. Fondo d’oro con stelle azzurre. Pur troppo assai restaurato. 

Maggior interesse che non i quadri danneggiati che si trovano in questa sala offre la 
collezione di disegni a mano di artisti genovesi, quivi esposti. In poche Gallerie civiche 
delle scuole locali minori d’ Italia è dato di trovare una raccolta così coordinata come questa 
di disegni a mano; in essa si può seguire lo sviluppo dell’arte locale attraverso i secoli. 
Vi si vede, prima di tutto, un gran numero di disegni estremamente spiritosi ‘e tracciati 
largamente con pochi tratti di Luca Cambiaso, come pure di Gio. Battista Paggi, che non 
è senza qualche importanza nella storia dell’arte genovese.! Inoltre vi si vedono caratteri- 
stici disegni di Bernardo Strozzi, Lazzaro Tavaroni, di entrambi i Castelli, Domenico Fia- 
sella, Giovanni e Gregorio De Ferrari, Bartolomeo Guidobono, Gio. Andrea Carlone, Gio. 
Benedetto Castiglione, del raro Pellegro Piola (assai bello), del fecondo e lussureggiante 
Domenico Piola (una gran quantità). Finalmente citerò ancora alcuni studi d’animali ese- 
guiti con molta abilità da Sinibaldo Scorza, altre pagine di studi di Alessandro Magnasco, 
c diversi disegni di Lorenzo De Ferrari, Gio. Battista Gaullio, Giulio Benso, Carlo Baratto, 
Angelo Banchera ed altri parecchi. Si può quindi studiare con molto agio tutta la nuova 
scuola genovese nella sua brillante superficialità. 


GALLERIA PRIMA. 


In questo piccolo passaggio sono esposti solo alquanti «dipinti della scuola genovese 
posteriore, per la maggior parte guasti. Citerò il lussureggiante lavoro rappresentante Diana 
e Calisto, di Luca Cambiaso (n. 6); la Figlia di Labano, di Gio. Benedetto Castiglione (n. 5), 
di gran lunga meno attraente de’ suoi disinvolti dipinti di carovane (entrambi assai guasti); 
di Domenico Piola, una Carità e una Giustizia (n. 1, 8, quadri decorativi). Tutti questi 
appartengono alla collezione del marchese Francesco Spinola).* Dei restanti quadri non è 
il caso di citare che alcuni paesaggi di Tempesta (Pietro Mulier) della collezione Galliera. ‘ 

Anche in questa sala veniamo assai più attratti da una bella collezione di disegni a 
mano che dai succitati quadri guasti e di poco rilievo. 

Le scuole, umbra, bolognese, romana, veneziana, lombarda, sono qui rappresentate da 
disegni più o meno buoni. Per quanto la critica possa sentirsi sfidata dagli arrischiati nomi 
d’autori a cui quei disegni vengono attribuiti, pure sono costretto a rinunciare ad entrare 
decisamente in tale materia. Citerò solo due bei disegni del Pinturicchio (attribuiti a Raf- 


! Di Paggi si può vedere in San Lorenzo un’ An- 
nunciazione fiacca e guasta. Molto più pregevole è il 
Martirio di Santo Stefano, nell'Accademia ligustica a 
lui attribuito. È una composizione assai viva, a cui va 
dato lode per un certo slancio grandioso, pei colori 
brillanti e nutriti nella carnagione, e cupamente fiam- 
meggianti rossi nelle vestimenta. 

“ Il cavaliere Tempesta passò molto tempo in Ge- 
nova, ma in una maniera niente affatto gradevole: s0- 
spettato di avere uccisa la sua consorte, dovette pas- 
sare parecchi anni in prigione. 


3 Nella sala d’ingresso sta appeso un Satiro, il quale, 
in causa del tono ardente, rosso-ciliegia, della carna, 
gione e dei chiaroscuri di grande effetto, riesce estre- 
mamente caratteristico pel Castiglione e per l’intera 
scuola genovese (n. 28). 

‘ Anche nelln sala d’ingresso una simile esposizione, 
così come nel porticato del palazzo ( Affreschi grigi nel 
grigio). Citerò ancora qui alcuni graziosi putti nella 
« Galleria Seconda ». Domenico era rinomato come pit- 
tore di putti. 


A 
r 


Ce 


(9189-21003jIf 31108) 


V'IOId ODINANOG IG ‘VIIUVO VI — +81 ‘OI 





"2 


128 EMIL JACOBSEN 


faello); un Pianto su Cristo morto, della scuola ferrarese e assai fine (attribuito al Francia); 
un Battesimo di Cristo, del Perugino (o Gianicolo); alcuni disegni autentici di Paolo Vero- 
nese, Polidoro, Caravaggio, Bandinelli, Annibale Caracci, Francesco Albani, Baroccio, ecc. 


SALA VII E VIII. 


In queste ultime sale non vi sono che pochi dipinti degni di nota. Di Bernardo Strozzi 
vi si trovano le Sante Caterina e Cecilia: quest’ultima regge un vassoio con due teste tronche 
di martiri (n. 8). 

A Luca Cambiaso (?) viene attribuita una debole Sacra Famiglia. 

Al genovese Giulio Bensi vengono attribuiti vari grandiosi dipinti eseguiti a scopo’ 
decorativo, presi dalla vita di Gesù. Disgraziatamente sono in cattivo stato. 

Un supposto ritratto di Cristoforo Colombo, una Carità, di Dom. Piola (fig. 18*), un’ Uscita 
dall’Arca, di Castiglione, un dipinto d’animali, di Sinibaldo Scorza, fra cui il quadro delle 
anitre sorprese dalla volpe, trattato con molta vita, rimangono ancora a citarsi. Inoltre si 
trovano pure qui Antifonari con belle miniature di Bartolommeo Neroni, chiamato Réccio 
Senese. Su uno di essi si legge la data 1531. 

Il quadro più interessante della sala VIII parrebbe essere il polittico a tre piani (n. 6). 
Nel campo di mezzo della zona principale inferiore: gli apostoli Paolo e Pietro, sulle tavole 
laterali i Ss. Michele ed Apollonia, al disopra, la Nascita di Cristo, e dai lati l’Annuncia- 
zione. In alto il Padre Eterno in atto di benedire, tra due santi. Questo dipinto d’altare 
viene attribuito alla scuola fiorentina, ma potrebbe anche esser opera di un artista dei 
dintorni di Genova (Pavia, Savona, Nizza). Tale quadro piuttosto debole, che ad ogni modo 
è lombardo, ricorda specialmente Pier Francesco Sacchi di Pavia. Di questo energico lom- 
bardo si trova in Santa Maria del Castello (4° altare a sinistra) un bel dipinto d’altare con 
San Tomaso d’Aquino, fra Sant'Antonino e San Giov. Battista, figure piene di carattere che 
nella loro rude serietà ricordano alquanto Ugo von der Goes. Inginocchiati sulle nubi due 
venerabili profeti che reggono un grandioso stipo (l'Arca dell’alleanza dell’antico Testamento). 
Al disopra si eleva Maria col Bambino. Un paesaggio riccamente dettagliato forma lo sfondo. 
I tipi sono seri e pieni di carattere. Nel forte colorito domina un tocco bruno. Il maestro 
deve avere molta affinità colla scuola di Foppa. Molte cose accennerebbero all’influsso pado- 
vano. In basso, a sinistra, si trova un cartellino col nome del maestro e la data 1526: 


I fies Franciis Saccus de Papia pinx. 1526 
mense Aprilis. 


Nella predella il Pianto sul morto Cristo; nel mezzo, a destra e a sinistra, le Sante Mar- 
gherita e Caterina. La predella attesta l’ influenza umbra, e specialmente quella di Signorelli. 
Quantunque Sacchi abbia creato le sue opere nel Cinquecento avanzato, pure esse hanno, 
come quelle di.I,.odovico Brea, un’ impronta prettamente Quattrocentista. Anch’egli si trasferì 
in Genova. 

Gustavo Frizzoni ha trovato, nella chiesa di San Francesco in Levanto, una bella opera 
di questo raro maestro. Tale quadro, che rappresenta San Giorgio che combatte vittoriosa- 
mente -contro un drago, venne dapprima attribuito ad Andrea del Castagno. 

Un altro polittico (n. 26) con San Nicola da Tolentino quale protagonista, circondato 
da piccole scene tratte dalla sua vita, viene attribuito ad un maestro lombardo del secolo XV. 
È un’opera piuttosto antiquata ed ineguale nell’esecuzione. 

Due tavole (n. 11 e 20) con tre figure di santi ciascuna (mezze figure su fondo d’oro), 
vengono dette di scuola toscana. Sono però piuttosto umbre e di un artista della cerchia 
di Niccolò Alunno. 


!'Aa0,S., 12, 6. 


Pali 


LE GALLERIE BRIGNOLE-SALE DEFERRARI IN GENOVA 129 


Alla parete della finestra sta appesa, in una luce assai sfavorevole, una Madonna in 
trono (n. 35), attribuita a Carlo Crivelli, la quale per altro non appartiene che alla sua 
scuola. La maggior parte dei rimanenti quadri sono copie che per altro portano grandi nomi. 

Una Madonna che allatta (detta: « d’autore ignoto »), è una copia di Andrea Solario 
(n. 2); una Sacra Famiglia (n. 3) è una piccola copia del ragguardevole dipinto di Van 
Dyck nella Galleria di Torino; la Crocifissione (n. 8), attribuita alla stesso Tintoretto, è una 
piccola copia del colossale dipinto di Tintoretto nella scuola di San Roéco a Venezia, ese- 
guita da un fiammingo assai valente. La Sacra Famiglia (n. 31) è una copia del dipinto 
di Raffaello in Napoli:! la Madonna del Divino Amore; Cristo che porta la croce (n. 30) è 
una copia da un dipinto della Galleria Corsini di Roma, di Marco Venusti, da un disegno 
di Michelangelo, detto: Scuola di Michelangelo. Il busto del giovane Salvatore non è che 
una riproduzione scolastica di un dipinto di Carlo Dolci. 

Il resto consiste in gran parte in ritratti di famiglia della Casa Brignole-Sale-Deferrari, 
di artisti moderni, fra i quali è degno di nota un assai bello e doppio ritratto della duchessa 
di Galliera, come pure di suo figlio Filippo, che, bambino seminudo, gioca in grembo alla 
madre, del pittore francese L. Cogniet. 


EMIL JACOBSEN. 


! Eseguita probabilmente da Giulio Romano. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno Il, fasc. I-II. 17 


NUOVI DOCUMENTI 


Documenti 


intorno alla fabbrica del Castello del Buonconsiglio 
a Trento.! 


VIII Fascicoro. 
(Mano decima, XK). 
(1531 Nov. 12). 


A nome de dio Adì 12 novembris 1531. 


Nota como qua de sotto sera quelo achade a 
compier lo palazo del R®° et Illm° Signor Chardinal 
episcopo et Signor nostro de Trento. * 


Sopra et sotto al tetto. 


Chamini sopra al tetto XI. 

Intavolar lo tetto soto li copi dove mancha la 
mità. 

Metter li canali de ramo ale gorne (gronde).* 


' Continuazione, vedi anno I, 1895, fasc. V, pag. 380. 

*? Accompagneremo i documenti seguenti colle piante 
del Castel vecchio e nuovo di Trento, nello stato pre- 
sente, secondo i disegni del signor Essenwein, conservati 
nell'archivio della luogotenenza a Innsbruck. Cercheremo 
a fissare l'identità delle singole località dei documenti 
con quelle ancora esistenti, sperando di riuscire in questo 
intento per la maggioranza dei casi. Così potremo dare 
già adesso un maggior interesse a questi documenti, 
preparando, al tempo stesso, il lettore alla descrizione 
ed ai confronti dettagliati delle singole località nel loro 
stato primitivo e presente, i quali daremo più tardi 
nel testo. 

® Per distinguere le mie spiegazioni in parentesi di 
alcune parole del testo da certe note del testo stesso, 
messe ivi nel margine, ma qui pure in parentesi, im- 
piegherò d’ora innanzi per /e mie annotazioni interca- 
late nel testo le parentesi () e per le note in margine 
del testo stesso le parentesi [ ]. 


Sofitarl’andito va algranar e depenzer et snidiar. 

Li usi (uscj) soto lo teto et al granar. 

*Compir la finestra sora la libraria.' 

Bocheri 6 (abbaini). 

Falchon (gru) della biava. 

La Pariana e uso del studiol in chavo lo sgniecho 
(scala a chiocciola). * 

Snidiar e reconzar li scalini del sgniecho. * 


Sul coridor della centa. * 


Lo pohte levador compierlo. 

Smaltar soto el frixo fina in terra. [Resta li fine- 
stroni]. * Finestre n° 5 de preda e finestroni 2. 

Reformar la toresella de mezo del tetto. 

Reformarge le finestre n° 4. 

Reformar la chamera de sora e sufita e depen- 
zerla. 

* Compir de meter le roxe in lo sofita. 

* Dui feriade che guarda la libraria. * 

Zelosie balchoni usi de legnamo. 

*Mudar sel vol li usi del toresino. 


! Mettiamo degli asterischi dinanzi a tutte le parole 
delle quali nel testo del documento la prima lettera si 
trova depennata probabilmente in segno che il rispet- 
tivo lavoro sia già stato compito, oppure per mettervi 
l'accento. 

® Vedi pianta del 2° piano, n. 16? 

® Vedi pianta del 2° piano, ibidem. 

* Il corridoio della cinta (orientale) corre lungo il 
Castel nuovo sino alla porta dell'aquila. Vedi pianta del 
2° piano, n. 8. 

° La libreria si trovava nel secondo piano all’estre- 
mità meridionale del Castel nuovo accanto al corridoio 
della cinta, vicina alla torre dell'aquila. Vedi pianta del 
2° piano, n. 5. Il tramezzo che ora divide la sala in 


i due località è moderno. 


NUOVI DOCUMENTI 


Lo uso in chavo la libraria. 

Le finestre de legno in la torexela.! 

Compir lo pozol cun la sua zeloxia. [Resta la 
zelosia]. 

Compir lo salexa de fregar. 

Lo salexa de sora. 

Reformar lo snech. 


Ale stanchie (stanze) soto lo granar. 


Lo pontesel de legnio dal Castel vechio al novo. 
Lo somaxo del chamerin dove e lo destro (cesso) 


131 


In la stua granda apresso la sala. ! 
Compir de far lo sofita e pariana e salexa de asse. 
Depenzer e meter in opera lo sofita. 
Snidiarla e farge lo frixo e depento fino alla 
pareana. 

Fornelo con lì soi fornimenti dentro et de fora 
de fero. 

* Ussi balchoni e spere. 

Arme de relevo intaiade (ancora.conservate) 
sopra li ussi. 

* Li spiraculj (per ventilazione). 


SECONDO PIANO STATO ATTUALB 





PRETE oRe: CIPETSEE 
fr ene] 








e salexarlo e depenzerlo e la sua scaleta che va 
in la stueta de sotto.* 


La stueta de sotto. * 


Compir lo necessario e farlo de asse cum lo 
sofita de sora e de soto. 

Lo suo chamin del snecho. 

Uno fornelet cum li suoi hornamenti. 

Ussi balchoni de diti doi chamarini. 


In la Camera granda‘ apresso la stua granda. 


*Compirla da depenzer. [Resta uno quadro soto 
lo camin]. 

Snidiarla fina in terra. 

Salexarla al presente de quadreli per necesitta 
poi per esser logo honorevole salexarla de prede 
osia de miolicha. 

Li ussi soi balchoni e spere. (Specchi tondi delle 
vetrate, tondi di vetro). 

Littera cariola. (Lettiera o poltrona a girelle?). 


! Forse la torricella nella pianta del 2° piano, n. 2. 

? Forse il camerino della pianta del 2° piano, n. 7. 

® Vedi pianta del 1° piano, accanto a n. 3, pressc 
la scala a chiocciola. 

4 Nel 2° piano del Castel nuovo, dalla parte setton- 
trionale del cortile dei leoni. Vedi pianta del 2° piano, 
n. 8 e 8°, prima questi due compartimenti non forma- 
vano che una stanza; 


In la sala granda.? 


Compir de meter li quadri in lo sofitta in opera. 

Lo frixo sotto lo sofita. 

Li Balchoni ussi e spere. 

Le banchete de petra con le colonele soto ali 
balchoni [son facte]. 

Li ussi balchoni spere. 

Le roxe del sufita paternostri (perlati) e fuxa- 
rolj (tondini). 

Lo chamino honorevole. 

Depenzer lo rizolo (pavimento). 

* Designiar osia determinar adar lo fogo al for- 
nelo de la stua de sora. 


In lo chamaron del torion de sora. * 


* Compier de meter in opera lo sofito cumle rosse. 

*Lo suo frixo sotto lo sofita. 

*Depenzerlo de Arme de certi nobili in compa- 
gnar lo signor a bologna. * 


! Ugualmente nel 2° piano del Castel nuovo, dal 
canto nord-ovest del cortile dei leoni, attigua alla salu 
grande. Vedi pianta del 2° piano, n. 9. 

? Nel 2° piano del Castel nuovo nel corpo di fab- 
brica ad ovest del cortile della loggia o dei leoni. Vedi 
pianta del 2° piano, n. 10. 

* Pure nel 2° piano del Castel nuovo. Vedi pianta 
del 2° piano, n. 11. 

t Quando nel febbraio del 1530 l’imperatore Carlo V 


132 


mm — +— 


Lo chamino de preda. 

Lo volto sotto. 

Lo salexado. 

Uno usso che va al snech. 
Balchoni usi spere. 


Lo chamarin acosto al torion apresso la dita saleta.* 
Snidiar e depenzerlo. 


Conzar lo necessario et darge lo sboro. 
Salexa balchoni usi e spere. 


In lo andito dela sala ale stantie del signor et saleta.? 


Lo suo salexado. 

* Lo sofita honorevole. ? 

Lo parapeto della scala de sotto. 

Serar de muro lo canton dal torion ala sala et 
con lo suo uso et finestra. 


Lo suo frixo soto la sofita. (Esiste tuttavia). 
Balchoni usi e spere. 


In la stua dele stantie del Signore. * 


* Compier lo sofitado. 

Compir dele armadure de ligname. 

Fornelo con li ornamenti de dentro et de fora 
de fero. 


* Usi balchoni et spere. 


Camera contingua del prelibato Signor. * 


* Usi uno ala stua dela libraria. * 


si fece incoronare a Bologna dal papa Clemente VII, 
prima, ai 22, colla corona longobarda, poi, ai 24, con 
quella dell'impero, Bernardo Clesio vi assistette in qua- 
lità d'ambasciatore del re Ferdinando d'Austria presso 
il papa e l’imperatore. Si era recato a Bologna con uno 
splendido corteggio di nobili tirolesi e trentini e vi 
aveva fatto il suo ingresso con grande pompa. « L’in- 
segne di costoro furono poi nel palazzo, fabbricato con- 
tiguo al castello episcopale, con lungo ordine dipinte. 
(G. P. Pincio Mantovano, Annali di Trento, pag. 329). 
Fu accolto da ambo i sovrani con grandi onori ed elevato 
agli 8 di marzo alla dignità di cardinale. Poco dopò, 
ai 19 d'aprile, accolse l’imperatore al castello di Trento 
e lo trattò per 8 giorni con reale magnificenza. (Vedi 
Memorie storiche della città e del territorio di Trento, 
del conte Francesco Vicito BarBacori. Trento, 1821, 
pag. 104). 

! Vedi Ja pianta del 2° piano del Castel nuovo, n. 12. 

? Vedi la pianta del 2° piano del Castel nuovo, n. 13. 

° Difatti è uno dei più belli e meglio conservati nel 
Castello. 

‘4 Vedi la pianta del 2° piano, n. 14. 

° Pianta del 2° piano, n. 15. Presentemente la pa- 


rete che divideva queste due stanze, n. 14 e 15, le quali. 


hanno soffitti diversi, non esiste più. 
* Pianta del 2° piano, n. 16. 


NUOVI DOCUMENTI 


* Compir lo camino. 

Le Arme in lo sofita. 

* Frixo depento. 

Salexa over rizol (pavimento a smalto) come 
vol Sua Signoria. 

Usi finestre spere. 

Littera. 


La Guarda camera. ! 


Lo salexado. 
Sofitarla. 

Lo suo frixo depento. 
* Lo necessario. 

Usi uno. 


Chamarin sopra lo coridor della centa.* 


Ussìi uno. 
Salexado. 
Sufittado. 
Scaletta. 
Lo frixo. 
Balchoni spere. 


Landito che va ala libraria. * 


* Alzar lo muro dela tramezaia dela libraria. 
* Et quelo che trameza la stua dela libraria. 
* Lo Balchon. 

Lo salexado. 

Sofitado. 

Depento. 

Ussi. 


La stua apresso la libraria.‘ 


Sofitarla salexarla et armarla juxta la volunta 
del Signor. 

Compir et meter in opera. 

Usi balchoni spere. 

Fornelo con li soi fornimenti. 

La telara (l’intelaiatura) osia uso che vien dal 
snech. 


Libraria. * 
Compier de meter in opera lo sofitta. 
Compir lo frixo. 


Snidiarla fina in terra. 
* Compir lo balchon che è verso la centa. 


! Vedi pianta del 2° piano, n. 17. 
® Vedi pianta del 2° piano, n. 1. 
® Pianta del 2° piano, n. 18. 

‘ Vedi pianta del 2° piano, n. 16. 
° Pianta del 2° piano, n. 5. 


NUOVI DOCUMENTI 


Salexarla ussi balchoni spere. 
Balchon verso mezodì. 


In lo andito dal Castel Vechio al novo.! 


Lo uso primo et quelo che va al ponteselo. 
Lo ponte levator. 

* Gualivar lo salexa del ponteselo. 

* Conzar le prede del ponteselo. 


Lo andito apresso la gesia. 


* Compier de depenzer lo voltesel de sotto. 
* Meterinoperala salexadura e rivarla de compir. 


133 





Lo fornelo cum li soi hornamenti de fer dentro 
et di fora. 
* Ussi balchoni spere. 


In la camera apresso la predita stua.! 
Compier de .depenzer e stuchar lo zello (cielo). ? 
Depenzer lo suo frixo e snidiarlo fina in terra. 
* Ussì finestre balchoni. 

Depenzer lo salexado. 
Littera e cariola. 


In la saleta del ausloden.* 
Compier de stuchar et depenzer lo zelo. 


CASTELLO DI TRENTO 
PRIMO PIANO STATO ATTUALE 





Castel vecchio 


* Snidiarla e far lo frixo de stucho e depenzer. 
Ussi dui grandi. 


In la gesia.* 


* Compier de meter le figure in lo volto. 
Compirlo de depenzerlo. 

Far li balaustri soto lo altar. 

Lo salexa circha lo altar. 

Ussìi 3 finestre 3 et la sagrestia. 

La anchona del altar. 


In lo revoltel (scala a chiocciola, snech) 
apresso ala giexia. * 
Ussìi doi finestre una. 
* Item sel par mudar l’uso del snech o simel- 
mente li altri usi del snech snidiar. 


In la stua de la famea. * 


* Compir le pareane dal tislar. 


! Pianta del 1° piano, n. 21. 

2 Nel 1° piano. Pianta del 1° piano, n. 2. 

® Nel 1° piano, dalla parte orientale dell’andito so- 
pradetto. Pianta del 1° piano, n. 3. 
_ * Nel 1° piano del Castel nuovo. Pianta del 1° piano, 
n. 4. 

° Nel 1° piano del Castel nuovo, dalla parte ovest del 
detto andito, di faccia alla chiesa. Pianta del 1° piano, n. 5. 








Fabbrica pasferiore 


Lo suo frixo. 


Snidiarla. 

Compir de far Jo salexado de prede e meter 
in opera. [Son li terzi fati a esser tropo]. * 

Coprir lo ausloden de ramo over de piombo. 

Usi finestre e spere. i 

Far lo camineto da scaldar la stueta sotoscripta. 


La stueta apreso al torion. > 


Compir de stuchar et depenzer lo celo. 

Lo suo frixo. 

Meter in opera lo salexa et pariane come ha 
determina monsignore. 


! Nel 1° piano. Pianta n. 6. 

* Le magnifiche stuccature del soffitto son conservate. 

3 Ossia « Sala d’udienza ». Nel 1° piano dalla parte 
occidentale del cortile dei leoni. Pianta del 1° piano, 
n. 7. Questa sala è fornita d’un bel balcone, che dà 
sulla città. Ausloden è una parola tedesca che deriva 
dal verbo «ausladen » — sporgere. Come sostantivo non 
si usa più adesso, ma deve significare: balcone spor- 
gente, sportico; ed in altri casi pure: nicchia di una 
finestra risparmiata nella grossezza del muro. 

4 Nota in margine del principe vescovo stesso, della 
quale il senso ci resta oscuro. 

° Nel 1° piano, accanto alla sala or mentovata. Pianta 
del 1° piano, n. 8. 


134 


Fornelo con soiîì fornimenti dentro e de fora 
di fero. 
Usi finestre e spere. 


Chamaron de baxo del torrion. * 


Arbasarlo ad equale ala ssta stua. 

Chamino. 

Scala con lo suo uso. 

Salexado. 

Depenzer et stuchar lo zelo. 

Lo suo frixo et depenzer soto al frixo sel par 
al Signor. 

Uso de preda al intrar. 

Uso va in la prison. 

Littera cariola. 

Spere balchoni usi de ligname. 


Chamarin drio lo torion apreso la loza. ? 


Depenzer lo volto con lo suo frixo. 

“alexado. 

Conzar lo necessario con lo suo sboridor de sora. 
Usi uno de preda che va al snech. 

Snidiarli. 


Usii balchoni de legno et spere. 


Scala. * 


Compier la scala con balaustri e pozo e prede 
machiade. 

Salexa intorno la scala in la forma dela loza. 

Depenzer intorno la scala. 

Snidiar intorno intorno. 


La lozza.4* 


Compier de .depenzer et indorarla. 
Indorar lì volti et capiteli. 
Metter le medaie in la fazada n° quattro. ‘ 
maximiliano. 
felipo. 
Carlo. . 
ferdinando. 
Compier li festoni de stucho. 
Snidiarla. 
Salexarla justa la forma. 
Lì parapeti et balaustri. 
Lo ponteselo verso lo zardino cum li balaustri 
et pozo. 
Balchoni. 


Zeloxia verso la fosa. 


! Sala ovale. Pianta del 1° piano, n. 9. 
? Pianta del 1° piano, n. 1. 

® Piaota del 1° piano, n. 10. 

‘ Pianta del 1° piano, n. 12. 


è — - - 


NUOVI DOCUMENTI 


Cortino. ! 


Salexarlo intorno intorno de quadrelo. 

Salexar in mezo juxta la determination del 
Signor. 

La fontana juxta la volonta del Signor. 

Feriade 3 ale stantie terene verso lo cortino. 


In lo andito verso la porta dal aquila.* 


Determinar sel se ha afar finestre doi in la centa. 

Finestrini 2 per 2 camarini sora la stua dal 
bagnio e stua secha. 

Determinar de farge qualche depentura. 

* Compir lo necessario drio lo uso. * 

Balconi doi in la centa. 


In la corina.* 


Compier lo chamino — Una fontana — Uno 
sechiaro — Una finestra de dar fora le vivande 
— Una scala vada in lo volto de sotto — Feri 
tachadj in li revolti — Armarj scantie — Fu- 
golar — Salexada — Snidiada — Scala che vada 
al chamarino — Spere balconj. 


Chamarin sora la stua da bagno.* 


Somaxo — snidiarla — balchon — Uno uso — 
Littera et Cariola. 


Landito alla stua dal bagno. 


Depenzer lo revolto — Usi finestre spere — 
Snidiarlo et salexarlo. 


Stua da Bagno. * 


Compier la stua da bagno de lignamj — Lo 
fornelo — Vasi de ramo da tenir laqua — Fon- 
tana da aqua con lo suo exito — Banche — spi- 
raculo — Usii spere balchonj. | 


Stua secha." 


* Compier lo volto de sotto — * far lo volto de 
sora — *La tramezaia del somaxo del chamerin 


' Il così dctto cortile dei leoni. Pianta del 1° piano, 
n. 13. 

? Sotto l'andito della cinta. Pianta del 1° piano, n. 14. 

® Pianta del 1° piano, n. 19. | 

‘ Pianta del 1° piano, n. 15. 

® Pianta del 2° piano, n. 16. Ma pare che si avrebbe 
dovuto dire esattamente: sopra la stua secca, perchè a 
pag. 9 si distinguono il rivolto appresso allo snech 
(dunque sotto il n. 17 del 1° piano), il rivolto sotto la 
stua da bagno ed il rivolto sotto la cucina. La stua da 
bagno deve essere perciò il n. 16 del 1° piano. 

© Pianta del 1° piano, n. 16. 

‘ Pianta del 1° piano, n. 17. 


NUOVI DOCUMENTI 


sora la stua — * Uno uso e balchon in lo chamerino 
— Compir la stua tuta de lignamj [Mancha ancora 
in parte] — * Lo spiraculo — Una literola — for- 
nelo cun li fornimentj dentro et di fora di fero — 
Spere et balchonj. 


Snech. * 
*Doi volteli — *Compier fina in la stua dela li- 
braria — snidiarlo dentro et di fora — *finestrino 


uno verso la loza — finestre balchonj de ligniamo 
spere. 


Defora daluxo dela caneva' 


* Compier lo tetto dela loza — * Compier le laste 
del muredel — *Smaltar et snidiar la loza — Sa- 


135 


ridor de dita centa — Compir sora la porta come 
he la centa nova. 


In lo zardino.! 


Far le laste sul coridor. 

Colone con base et capitelj et architravi ali 
pavionj de longa dala centa nova. 

Li celtri de dito pavion de fero. 

Li fondamenti de preda ale colone — conzar lo 
descho de preda — fontana de preda — Vaneze 
con le laste de preda. 

Salexa dal andito del volto ala porta del zar- 
dino — Lo Armon sora la porta rusticha. 

Piantar lo zardino. 


PIANTERRENO STATO ATTUALB 


Lastel vecchio 


lexar la dita loza — Li merli al muro fora dela 
canneva dela sorte sera quelj dela stramezaia del 
zardino al cortino. — Mudar lo uso e farne uno 
respondente ala Porta dela tramezaia del zardino. 


Al revolto avanti la chaneva. * 


Indorar le Arme et Imprese de prede lavorade 
— far che M° Marzel compischa de depenzer lo volto. 

Reconzar dove e rotto per la fontana — far 
l’uso sia ferado de lamera. 

Far le scantie da metter li vasi dal vino. 


De fora dal andito verso la porta dal aquila. 


Lo rivelino con li soi merli et coridor. 

Porta uno (sic) de prede con la porta a ferada. 
Ponte levador con li soi fornimenti. 

Chavar et far lo foxo con li soi muradelj cercha. 


Dal dito ponte levador | 
a la porta apresso ala porta dal aquila. 


Gualivar lo andito con tereno — Reformar li 
merli dela centa verso lo zardino — fraschar la 


dita zenta dentro et de fora — Le laste del co- 


! Pianta del 1° piano, n. 19. 
? Pianta del pianterreno, n. 2. 








IERI a 


“Loggia 


Divider lo zardino et orij. 

Gualivar lo zardino e meter tera bona cun ledamo. 

Menar fora lo terazo et prede del zardino. 

Compir la tramezaia cun li merlj et meter la 
sua porta. 


Revolto soto la loza.* 


Hornarlo con depentura — frascharlo et sni- 
diarlo — cavar lo saxo et gualivarlo con lo suo 
somaxo — farge uno andito che porta laqua de 
sotto — pozo con li balaustri ala scala — Usso 


ferado de fero e finestre 2 e spere. 


Chamarin apresso al ss'° Revolto. 


Lo usso cum lo balchon e spera. 


Lo revolto apresso al snech.* 


Chavar lo saxo e gualivarlo — frascharlo e 
snidiarlo — Usso de ferro — scaleta una va ali 
altri revoltj — Usso uno scieto ali altri revolt) — 
Spera et balchon. 


! Pianta generale, X. 
? Pianta del pianterreno, n. 4. 
3 Pianta del pianterreno, n. 5. 


136 


Lo tolto soto la stua del bagno.! 


Chavar lo saxo e gualivar. 

Compier lo usso de preda. 

Metter li rampini de ferro. 

Far le stantie per la coxina. 

Balchoni et spera — Smaltar et snidiar. 


Lo volto sotto la coxina. * 


Compier lusso — chavarlo et gualivarlo. 
Compier de fraschar et snidiarlo. 


NUOVI DOCUMENTI 


e la polver de sotto — tor via lo torchio e rom- 
per lo caxamento suo — Romper via lo logo 
delle lavandare e polinarj — Romper via li murj 
intra li ditti torioni — reformar lo logo dove se 
ha a metter lo torchio — Refar li caxamenti dele 
lavandare e logo da meter le galine e la becharia 
e far li ditti luoghi della Jargeza de peij 33 e 
longa dal Castel fino al muro del toriono. 

Item condur fora del dito Cortino tuto lo cal- 
zinazo de ditti murj turionj chaxamentj oltra quelo 


CASTELLO DI TRENTO 


PIANTA GENERALE DI SITUAZIONE STATO PRBSENTE 
(+ ndncri corrispondono a quelli del 8 Piano ) 


Fosso dee Cuvi 
b 





Meter li feri — Balchonj fenestre spere de vero 
(vetro). 


Lo cortino infra lo castel vechio 
et lo palazo dentro dal coridor.* 


Condur sora lo terazo — spianar lo saxo quanto 
vora lo signor — fraschar dove sera bisogno. 


Lo cortino de fora dela chaneva e zardino 
fina al torion.in lo Chanton.* 


Spianar lo cortino — Tor via la maronganaria — 
Compir de tor via Jo torion de la intrada [Resta 
menar via lo terazo] — Romper lo torion dove 


! Pianta del pianterreno, n. 6. 

? Pianta del pianterreno, n. 7. 

® Pianta del pianterreno, n. 8. 

‘ Probabilmente in quella parte fuori del Castel vec- 
chio, occupata ora dalla fabbrica più moderna dell'A]- 
berti (n. 42, Pianta generale) e rinchiusa dalle fabbriche 
d’economia (f. della Pianta generale), delle quali le due 
più grandi sono dell’epoca di Bernardo Clesio. 


parera a dover fir mexo e laxar in dito Cortino per 
gualivar. 

Item far dui murj osia tramezaia che va dala 
porta delintrada alo andito del Castelo.! 

Item la stueta et chamera del portenaro. * 

Item uno salexado de quadrel con le gorne de 
preda in fra li dittj murj. 

Item le Banche cun le laste drio li dittj} mur) 
dentro via. 


! Si tratta qui probabilmente della rampa che con- 
duceva dall'antica porta maggiore nella cinta occiden- 
tale (a sinistra del bastione » della pianta generale) 
alla porta Castel vecchio (pianta del pianterreno, n. 10) 
ossia al ponte levatuio dinnanzi a questa. Di questa 
rampa la parte più vicina al castello è ancora conser- 
vata, l’altra parte verso la porta della cinta pare sia 
stata levata già sotto Bernardo Clesio stesso, perchè il 
grande fabbricato, il quale ora si frappone fra la porta 
dell’antico castello e l’antico portone della cinta occiden- 
tale (ora murato) e decorato colle armi del Clesio. 

? Pianta del pianterreno del Castel vecchio, n. 26. 


NUOVI DOCUMENTI 


137 


* Item una porta che va dali ditt) mur] al cortino. | Seradure portadore fornimentj da fornelj chadenazi. 


Item porte una alintrar ferata. 
Item porte una che va al cortino. 


Turiono dela Intrada. * 


Compir lo dito toriono in la forma he quelo del 
zardino (d.) vz depento con li merlì et armon et 
li tondonj e cornixoni de preda e salexa cum ma- 
sticho cun lo volto cun la scala come he l’altro. 


Turiono in cavo la centa. * 


Far lo dito toriono a tuto tondo et livel in 
alteza del ssto cun lo volto et armonj 2 piu picoli 
et li tondoni et cornixoni cum lo masticho de sora 
et cum la soa scala et 4 chanoniere. 


Muro da uno torion al altro.* 


Compier lo dito muro in la foza e laltro. 

Una porta sora lo dito Torion che serve alo 
torchio et granaro coxina e chaneva. 

Porta una le (sec) legnio. 

Fontana una. 


Fora dela centa del castelo. 


Condur via la terra intorno la centa zoe quela 
movesta (sic) et gualivar dove achadra. 

Far uno salexado de prede giara cun li soi 
muredej dale parte coverte de laste che asende ala 
porta del castelo. * 

Item tor via la stala granda. 


Fora dela porta del aquila.* 


Far li canal} ali destri in lo saxo. 

Far condur laqua daij molini per mezo la po- 
sesione del signor che vegnia a lavar li destri et 
desendia in lo adexo (?). 

Item far uno vaso quando vene la saluga far 
che la vadia in lo dito vaxo per non danifichar 
la citta. 


Prede machiade e prede rote. 


Remeter tutte le prede rote. 

Meter le prede machiate ale prede lavorate dove 
e designa. 

Sfesure dele maltadure. 

Reformar le stale. 


! Pianta generale, c. 
° ? Pianta generale, d, n. 25 del pianterreno? 
Pianta generale, e, e, e. 
* Vedi la nota 1 della pagina precedente, 2° col. 
Pianta generale h. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno MI, fasc. I-II. 


Veder queli sono fati et queli sono de bisogno. 


Chavedonj et fornimenti da fogo. 


Para 4 con li forniment). 

De far lo necessario de li loghi comuni de sora 
sot lo teto dove se debeno far. 

Item dove sabia a meter le Arme del Imperator 
Re et quante. 


Li usi et finestre et balchonj. 


Ussi sono in tuto n° 59. 
Balchoni n° 

Banchete n° 300. 
Deschi (tevole) n° 
Littere (sedie) n° 


Ordinatione facta 
per lo Rmo et Illmo Signor Chardinale Inpersona 
revedendo la fabricha.* 


Ali ochi in lo frixo soto le gorne del palazo 
dentro et de fora farge li soi balchonj (imposte?) 
convenienti da poderli serrar et depenti de fora via 
con li soi testoni. o 

Farge una bela infraschadura atorno dentro 
via dal granar. 

Far uno uso sul buso del canon dove se buta 
zoso la biava con lo incastro et una saradura forte 
che non se posia sfalsifichare. 

Far refreschar li forfexi dela libraria over per 
altro modo provederlj per lo negrizio del fogo non 
parìa. 

Far la sua scala del andito del granaro. 

Far reconzar li frixi in le doi camere de sora. 

Far reconcar lo uso dela stua in cavo lo snech. 

Far reconzar lo unitas in li frixi del anditto. 

Far reconzar da m° Marzelo lo frixo sora lo 
ponte levador. 

Far la sua sparangaia al ponte levador. 

Far reconzar le palme in li frixi dol coridor. 

Far infraschar la toresela in fora via. 

Far depenzer lo camarin de sora con conse” 
honeste. 

Farge uno salexado. 


! Si tratta in questo come in parte nel precedente 
documento specialmente di restauri dopo l’incendio av- 
venato ai 21 di gennaio del 1581, per il quale fu di- 
strutta gran parte delle nuove costruzioni. (AmBROSI, 
Commentari della storia trentina, I, 253). 


18 


138 


In la camera dela stua granda.' 


Farge uno salexado de Rizol avanti lo fornel 
dela stua del R"° apreso la sala farge lo pontesel 
con balaustri. 

Avertire dove se haveva a depenzer non si fazi 
piu polver. 

Far uno salexado in la camera sora la loza de 
miolicha. ? 

Squadrezar lo camerino dela loza apreso al 
Torion.* 


In la camera apreso la stua terena. 


Farge larma dela santita del papa e della maista 
del imperator depente. 

Reconzar lo soiar del uso de snech apreso la 
capela. 

Comprar tela de Ruff per reponer che le pic- 
ture non se guastin. 

Reconzar le gorne damnifichade per lo fogo. 

Remover luso dela stua apreso al torion terena 


NUOVI DOCUMENTI 


et meterlo per mezo alaltro similiter remeter quelo 
del torion atioche tuti siano mexi inscontrandosi. . 


In la ditta stua in logo dela finestra apreso alo 
fornel farge uno Armaro et con lignamj far che 
non parla. 


Ordination aducta 
per lo Itmo et Illmo Signor Chardinale 
et Ep° Signor de Trento graziosissimo 
adi 15 novembre 1531. 


A far li conti et tor le raxon de m. Nicolo 
baron ha destinato: 
lo Rd° m. Tomaso Canonico et maistro de casa; 
lo spectabile m. Andrea da Rettio; 
lo mag”° m. Zuan Anto Jheremia; 
lo capitanio dela Selva. ‘ 


Far al tuto le conse alozamenti et conse apa- 
rente piu ala ala piu (sic) longa a pasqua siano 
fornite. 

Lo Mag.°° Capitano fatia provision levar la pol- 
ver de la toresela. 

Far li caminj necessarj et pistetj per aparentia 
farli mazorj et che alochio siano rispondenti. 

Se ale vedriade bisognara piu arme farle far 
con lo capel (cardinalizio). ! 

Far lo salexado dela camera del R®° sora la 
loza de miolicha ad uno modo conveniente. * 

Far far una littera honorevole senza cariola in 
la camera apreso la stua granda de sora. © 

Una littera in la camera del R®° sora la loza 
senza cariola. * 

Una littera in la camera terena apreso l’auslo- 
den con la cariola. 3 

Una littera in lo Torion soto con la cariola. 

Lo resto dele littere Jn tuti li luoghi. 

Littere ala cortesana forte et honorevole. 

Far le zelosie de lignamj depente in verdura 
dato ad olio et vernixe che laqua non li notia. 

Far meter li cornj in lo torione soto alo archi- 
travo dele Arme et conzarli al ordine. ‘ 

Far depenzer in la sala granda le Arme 

del Imperador 
del Re 

de ‘Austria 

de Borgogna. 

Far far li usi principali da tenir le stantie 
serate. 

Far depenzer una imagine sulo Revolto dela 


. porta del andito del Castel vechio una Madona în 


devotione. * 
Li salexadi di m° Zacharia in la camera sora 


| la capela ° de lionj. 


Far depenzer la stua sotto lo granaro in cavo 
del Clesio). 


lo snech in verdura zoe verdo sora verdo.* 

Far lo frixetto vistoso in la saleta in cavo lo 
snech. 

Far reformar et inbelir li frixi in li camerinj 
apreso la stua. 

Disponer li termenj che se habia forniti tuti lì 
lavorerj per tutto lo mese de marzo senza falo con 
pena a tuti. 


! N. 8 e 8° del 2° piano. 

? N. 14 del 2° piano. 

3 N. 1 del 1° piano. 

4 Selva era un castello fortificato del Principe ve- 
scovo. 

° N. 8 del 2° piano. Confronti pag. 18, nota 2. 


in la camera sora la loza” de palme (insegne 
In lo torion de sora de palme. * 
De far li conti del Baron che Sua Signoria 


Cometia qui vole sia ali conti del baron et quelo 


! Come abbiamo veduto più sopra, Bernardo Clesio 


| era stato eletto cardinale a Bologna agli 8 di marzo 


‘ del medesimo anno (1530). 


® N. 14 del 2° piano. 

3 N. 14 del 2° piano. 

. 10 del 2° piano. 

. 23 del 2° piano (7). : 
. 8 del 2° piano. 

. 14 del 2° piano. 

. 11 del 2° piano. 


2a ZA Z 


NUOVI DOCUMENTI 


sia maneza da poij et in zorni 15 mandaremo per 
lo baron et Capit° da Levigo et se fara li conti e 
se ne mandara a Vra Signoria. 

Dele fontane mostrarle tute 3 e che Sua Si- 
gnoria mostra quela che ge apar et dove se a meter 
in mezo over dala parte. 

* Da m° Romanin lui ha Ricevuto Raniexi 191 
L. 1 58 a bon conto lui ha fato quelo e fato in 
la loza e non compita et ha dato principio in la 
Chamera de Vostra Signoria sora la loza* e ge sta 
dito de darge /o ausloden ? per aver prescia de 
compir la fabricha e la guarda Camera * et cha- 
marin ‘ et volto tereno. * 

* Lui dixe fazendoge le spere (finestre) e scal- 
darlo se oferise di compirlo in questo inverno et non 
siandio prexia de andar a caxa et retornar a marzo. 

* Lo mercha sia a piacimento de Vostra Signoria 
et desidera parlar a Vostra S. 

De m° Marzelo ha ricevuto R. 300 L. 3 per 
conto de soi lavorerj di quali he fato lo mercha 
compiando li quari dela sala * doveria aver R. 374. 

Item ka per man la stua apreso lo Torion lo 
mercha sie a piacimento de Vostra Signoria. 

* Del frixo lui mostra ma fara come %a fat» lo 
frixo delle fazade che non sono come he la mostra 
et meio seria inpazarse con /o dozo per esser lui 
cardoro et non ha larte come m° doro non habiando 
Vra Signoria prexia. M° Doxo ma referto che le 
contento che m° marzelo fatia uno quadro de frixo 
e lui ne fara un altro et non dubito che quelo de 
m° marzelo sia in comparation del suo. 

* Parer nostro seria de concluder con m° Roma- 
nin dela loza * et veder come se move per poter 
determinar de licentiarlo over apostarlo. 

* Del depentor Todescho lui ha R. 10 al mese e le 
spese, era antico nostro parer per esser homo da 
ben e lavorar forte de tenirlo con m° Doro per far 
Armi et paeri. 

*De m° Alesio lo parer nostro sie de non darge 
altri lavorerj de queli ha promexo e fare e disi- 
gnargeli queli che volemo che prima chel compi- 


! N. 14 del 2° piano. 

* N. 7 del 1° piano. 

® N. 17 del 2° piano. 

4 N. 16 del 2° piano (?). 

° Probabilmente della scala principale. 

© Da ciò risulta che Marcello Fagolino dipinse il 
fregio della sala grande, diviso in compartimenti (qua- 
dri), n. 10 del 2° piano. 

* N. 8 del 1° piano. 

è N. 12 del 1° piano, 





I 


| 





139 


scha et prometia in mezo anno darge ogni consa 
compita soto una pena et non habia a luvorar ad 
altri ne dar prede soto una pena. 

Item habiamo a discorer tuta la fabricha dele 
prede lavorate che bisogna ultra quele ha promexo 
afar m° Alexio et de proveder siano facte de qui 
a pasqua con ogni diligentia. 

* Item veder quelo ha promexo m. Zuan pero 
malacria et quelo ha fato el quelo mancha e veder 
seli soj heredj habia modo de farli aliter prove- 
diamo de altri maistri chel fatia. 

* Item de m° Alixandro fiorentino saldar con lui 
de quello ha lavora fina qua e poi mostrarge quelo 
lui a far et veder de far mercha sora de si de 
lavorerj aliter far altra provizione per che lui vol 
scudi 9 al mexe. 

Item de m° Zuan fiorentino far lo simile. 

Item de m° Zacharia fiorentino far lo simile. 

* Item de m° Andrea Stucher far lo simile. 

* Item stucherj 4 mantovani retenirli per lo mer- 
cha fato. 

De m° Anselmo saldar con lui et veder quelo 
e da far in lo suo mestero et poi veder sel vol 
tor a far talj lavorerj e condur al principio de 
marzo lavorentj che posia fenir per tuto marzo et 
debia condur lavorent) experti apreso lavorenti 4 
che la experti al prese:ite achaxo che lui non pro- 
metia de mantenir lavorenti ssti experti che nui 
fatiamo provisione. 

De far lo toriono in cavo apreso la centa tor 
le prede deli doi torioni et asortar li corsi et ate- 
starlj excepto queli verso la testa del muro et 
queli che non sera bastanti far provisione. 

Item far provisione dove se a meter la polver. 

De Chalzina de far far chalchare 3. 

La Chalchara da Romagnan Zuan brunel. 

La Chalchara de Romagnan fara m° de casa 
con certi altri. 

Item una chalchara fara quelli da Raunia et 
farge dar la Ischia de m° martin Terlago per la 
legnia che farano cara 150. 

De condur prede et sabion chel m° de Caxa 
tegnia cara 5 computa la careta. 

De Condur via la tera che questo inverno fino 
al marzo se provedia cun li caradori dela Cararia 
et altri chela conduga a opera over a bena over 
apezo apezo. 

De tovi le fato provisione. 

Saldar con lo Busetto et veder sel vol dar quelo 
fero bisogno o sel vol far bona roba aliter se fazia 
provisione con diligentia, 


140 


Deli fornel). 

Mandar la mostra osia forma delle piastre di 
fornelj a queli due maistri che ha promexo dela 
val de sol.* 

Deli maistri di fornelj. 

Veder quelo che queli maistri hano facto et 
veder quelo ano recevuto e saldar e veder juxta 
la mostra e sorte di fornelj far li merchati. 


Deli Tislari. 


Veder quelo lor hano recevuto e quelo ano facto 


et sel se pol veder li lavorerj quasi compidi veder 
de saldar con loro et farli meter in opera. 


Delle littere. 


* Che sua Signoria dechiara la sorte dele littere 
e cariole e dove se habia a meter la sorte in le 
camare. 

* Item parlar con m° Zuan tislar et con lo ma- 
rangon Vinitian et m. doro et ne informera delo 
suo parer e poij conferir con sua Signoria. 


De m° Adamo marangon. 


* Veder lo suo mercha e chel voia expedir fina 
a nadal et veder sel vol tor altri lavorerj et far 
mercha. 

Item strachorer la fabricha et veder quelo resta 
a far de lignamj et proveder de maistri che li fatia. 


Laste di coridorj. 

Veder con m. Marcho Antonio fatia le laste di 
coridorj far provisione de quadrelj et tavoletj da 
meter soto li Copi. 

Vedriate. 


Veder le vedriate facte et saldar con lo vedriar 
et quele che mancha far far le telare et chel fazia 
lo vedriar subito. 

Seraduraro. 


Veder quelo ha fatto et ha in le mane et poij 
quele che mancha far chel fazia over far provision 
cun altrj. 

Somari. 

* Chel Signor determinia la sorte deli salexati 

et dove de sorte in sorte li luoghi dove li voia. 


Tornarj. 
* Che Sua Signoria dechiara sel vol le roxe co- 


piose dor et in que logo over sel vol remeter adli 
depintorj. 


! Nella Val di Non e l’attigua Val di Sol si fabbri- 
cavano allora bellissimi fornelli di majolica policroma. 


—_____—__——_____________rmmmyryT———y_!_—r—r "< 


NUOVI DOCUMENTI 


Zeloxrie. 


Quele che vano discoverte siano de fero quele 
vano coverte siano de legnio depente over non. 


Del necessario che serve ale stantie sotto.lo tetto. 


Certo andara una granda spesa a farlo et ma- 
xime esser alto et farlo vadia baso come he quelo 
in la stueta et he spesa grandissima. 


Dela fontana. 


Far chel maistro da Ispruch' fatia li canonj 
che pasia la intrada dela gesia et portia dopio 
aqua de queli ha fatto e che m. Tomazro ge voia 
scriver e darge le misure deli canonj dele fontane. 


Del orto. 


* Chel Signor determinia come se afar e de que 
sorte arborj sege habia ameter et in que logo sa 
a meter le fontane una via da laltra et come sa 
apartir et divider lorto. 


Armonj 3 sa afar. 


*Che Sua Signoria debia dar li epitavi deli ar- 
mon) vz. uno ala porta laltro soto lo armon del 
torion dela porta, et uno osia doij al armon in 
Chavo la centa sora lo torion. 


Chandelerj. 


*Li Chandelerj dela sala et saleta de que- sorte 
li vole et dove vole se habinno a far sua Signoria 
determinj. 
Arme. 
*Sua Signoria voia determinar quante Arme 
vole sia fato del Papa e del Imperator e de Rc 
e de que sorte e dove se habia a meter. 


Sumario de tuto quelo che fazilmente se posia 
opperar sia fatto in la fabricha del Rmo et Illmo Si- 
gnor nro Cardinal et epo di trento de qui per fina 
mezo marzo 1532 et p*.? 


Se habiano a far le telare doveche manchano. 

Item le spere che se hano a fare oltra quele 
sono facte. 

Item le feriade de ogni altri balchonj et fornelj. 

Item li ussi, balchoni, littere scagni. 


! Cioè Stephan Godl. 

2 Questo sommario è un riassunto più breve di quello 
del 12 novembre 1531, pubblicato più sopra. Il con- 
fronto fra i due documenti consimili serve a rischiarare 
vari punti riguardo all’identificazione delle diverse loca- 
lità mentovate, e perciò abbiamo creduto utile renderli 
ambedue per intiero alla luce. 


NUOVI DOCUMENTI 


Item li forneli ale stue. 

Item li fornimenti de fero a ditte stue. 

Item le saradure cadenazi pordadore. 

Item ferar li ussi de legnio. 

Item cavedoni da fogo. 

Item le prede lavorate trovar altri maistri ol- 
tra quele ha tolto a far maîstro Alexio per che lui 
haveva affar asaij a quele che la in promexo per 
uno anno. 

Item che m° Alexio non dia prede ne lavorj 
prede ad altri soto una pena. 

Li ponti levadorj. 

Littere cariole. 

Far far fero per li volti del zardino et per altre 
coxe necessarie. 


TERZO PIANO DEL VEOCHIO CASTELLO 


Torre Bomana 


Far far chalchare da calzina. 
Tavolonj del tetto. 
Quadrelj. 
Tovi. 
Soto e sora lo tetto. 
Metter li chanali de ramo ale gorne. 
Far netezar le gorne fumentade. 
Infilar lo andito che va al granar. 
Scaiar lo .uso dela stueta vechia. 
Ochi de legno che sera li ochi de preda cum 
ferazolj. 
Compir le prede dela finestra sora la libraria. 
Falchon dela biava. 
Conzar li scalini roti al snech. 
Far uno usol et saradura al dito usol. 
Far una scala che va dal andito al granar. 


Sul coridor drio la centa. * 


Compir lo ponte levador con lo suo antipeto. 

Fenestre 5, finestroni 2 de preda lavorada. 

Far finestre 4 a la toresela. 

Compir de meter le roxe. 

Feriade do) che guarda ala libreria. 

Balchonj usi al dito andito e torexino e zeloxia 
al pozol. 


1 N. 3 del 2° piano. 








Sottofetto del Castel nuovo 


141 


Ale stantie soto lo granar.! 


Lo pontesel de legnio dal Castel Vechio al novo. 

Lo somaxo in lo chamarin sora lo destro cun 
la scaleta che va in la sotoscripta stua. 

Far la stueta de ase soto dito chamarin. 


In la camara granda apresso alla stua granda. * 


Compirla de far lo frixo. 
Littera et cariola. 
Al Pozol farge li soj balaustrj con lo pozo. 


In la stua granda. * 


Compirla de farla come ha promexo m° Anzel 
Erle ‘ Tisler et he in boni terminj. 
Depenzer lo sofita e meterlo in opera. 


QUARTO PIANO DEL VECOHIO CASTELLO 





Tetto del C. Nuova 


Depenzer lo frixo e soto per poterla scaldar 
con lo suo fornelo. 
Arme de relevo sora li usi. 
Spiracolo. 
In la sala granda. * 


Compir de atachar lî quadrj cun le roxe, pa- 
ternostri, fuxaroli. 
Far far lo chamin honorevol. 


In lo chameron del torion de sora. * 


Compir de meter in opera lo sofita con le roxe. 
Far far lo camin de preda. 
Luso che va ala scala con li sui scalini. 


In lo andito dala sala ale stantie del Signor." 


Lo sofita. 
Lo parapetto con li balaustri sora la scala. 


! Da questo testo si può ricavare con certezza cho 
il granaro si trovava nel sottotetto sopra n. 8 e 7 del 
2° piano. 

® N. 8 e 8° del 2° piano. 

3 N. 9 del 2° piano. 

‘ Vedi anno I, pag. 386. Anzel vuol dire /Hansl, cioè 
Giovannino (Zuan). 

© N. 10 del 2° piano. 

€ N. 11 del 2° piano. 

® N. 13 del 2° piano. 


142 


In la stua del Signor. ! 


Compirla de farla come a promeso li Tislarj. 


In la chamera dela sltua del Signor. ? 


Compir lo chamarino. 

Littera. 

Compir la stua de lignamj come ha promeso li 
Tislar]. 


In la Guarda Camera e landito. * 


Lo uso de preda e compir lo destro. 


In la stueta dela libraria. 4* 


Compirla de lignamj come ha promexo lo Zi- 
mermon. * 
La Tellara dal snech ala libraria. 


Libraria. * 


Compir de meter in opera lo sofita. 


In lo andito dal Castel vechio al novo. * 


Reconzar e gualivar le prede di pozoli e salexa. 


Landito infra la gesia e la stua dela fameia. * 


Compir de depenzerla in 4 zornij. 
Meter lo suo salexa maxime che le fato la ma- 
zor parte. 
Stua dela fameia. * 


Compirla per lo Tislar scaldandola se pora star 
a depenzer. 


In la camera apreso dita stua. !° 


Far meter le spere et usi e meter fogo al ca- 
mino et poi stuchar e depenzer fina tanto si ve- 
dera condecentj. 

Littera cariola. 


In la saleta del ausloden. 


Far le spere del ausloden. 


! N. 14 del 2° piano. 
* N. 15 del 2° piano. 
S N. 17 e 18 del 2° piano. 
4 N. 16 del 2° piano. 
° Falegname. 
€ N. 5 del 2° piano. 
" N. 21 del 1° piano. 
S N. 2 del 1° piano. Da questo titolo si riconosce che 
la stanza di fronte alle cappelle, coll’ iscrizione « Locus 
refectionis », è identica colla stanza della famiglia. 
® N. 5 del 1° piano. 
10 N. 6 del 1° piano. 
1! N- 7 del 1° piano. 


NUOVI DOCUMENTI 


Meter in opera lo salexa fato de prete. 
Covrire lo ausloden de ramo. 


La stueta apreso lo torton.! 


Compirla de stuchar. 


Chamoron de basso al torion.? 


Arbaxarlo, scala cum lo uso per mezo lo torion. 


Scala granda. * 


Compirla de prede lavorade come e in lo mercha. 


Loza. * 
Far lo salexa. 
Far li pozi et colonele. 


In lo cortino. * 


Feriade 5 de fer ali balchonj. 
Far far la fontana de otton. 


In lo andito drio la coxina e stua da bagno 
va alaquila. * 


Romper dove se a meter le finestre in la centa. 
Romper li finestreli deli camarinj). 


In la coxina. * 


La fontana sechiar feri tachadi in lì volt]. 
Armarj, scantie scala va soto al chamarino. 


Stua da bagno e stua secha. * 


Compirla come ha promexo li Tislarj. 
Vasi de ramo. 

Fontana da aqua. 

Spiraculo. 


De fora de luso dela Chaneva. 


Compir lo tetto. 


Ala Caneva. * 


Indorar le Arme. 
Ferar lo uso de lamera. 
Le scantie da meter li vasi. 


! N. 8 del 1° piano. 
? N. 9 del 1° piano. 
* N. 10 del 1° piano. 
+ N. 12 del 1° piano. 
© N. 13 del 1° piano. 
6 N. 14 del 1° piano. Questo passo ci dà certezza . 
sul sito delle seguenti località. 
* N. 15 del 1° piano. 
8 N. 16 e 17 del 1° piano. 
° N. 11 del pianterreno, 


colato 2-0 — lil rit 


————— — xs 9% siro 


NUOVI DOCUMENTI 


In lo cortino verso la porta dalaquila * 


Qualivar lo andito — preparar le laste del co- 
ridor. 

In lo zardino.* 

Preparar le laste e solicitar m° A/esio fatia le 
colone condur fora lo terazo e prede del zardino 
e gualivarlo. 

Meter la porta del zardino. 


Revolto soto la loza. * 


Cavar e gualivar lo saxo — Lo pozo e balau- 
stri ala scala — Uso feratto. 
Far landito porta la aqua fora. 


Li revoltj soto le stue da bagno e corina. * 


Cavar lo saxo e gualivarli. 


In lo Cortineto infra io Castel Vechio e novo. * 


Condur fora lo terazo et spianar lo saxo. 


Lo cortino del Castel vechio. * 


Spianar lo cortino in alteza determinara nro 
Signor — condur fura lo resto del terazo -— tor 
via la marangonaria. 

Compir de tor via lo torion et lo torion de la 
polver. 

Tor via lo torchio e romper lo caxamento. 

Romper lo caxamento deli lavandar). 

Romper li murj vecchj. 


Fora dela Centa del Castel. 


Condur via la tera intorno la Centa. 

Far li canalj in lo saxo per li destri. 

Far depenzer da paulo in 4 logi in la subusa (?). 

(A tergo, scritto dalla mano del Principe Vescovo: 
« Circa fabricam Triden. Ispruck 14 Decemb. 1531). 


! L'area meridionale fra il Castel nuovo, la cinta 
occidentale e l’andito alla porta dell'Aquila. Vedi pianta 
generale. 


? L'area di mezzo fra il Castello e la cinta occidentale. 


3 N. 4 del pianterreno. 

4 N. 5-7 del pianterreno. 

° N. 8 e 8 del pianterreno. Questo cortile si apriva 
verso il giardino situato fra il Castello e la cinta occi- 
dentale; il fabbricato n. 28 del pianterreno (n. 34 e 35 
del 1° piano, n. 42 del 2° piano) non venne eretto che 
sotto il principe vescovo Francesco degli Alberti a Poia 


nel 1686, come risulta dallo stile delle decorazioni in- | 


terne e da uno scudo di pietra colle armi del mede- 
simo al cantone esterno di questo tratto coll’iscrizione: 


143 


IX FascicoLo. 


(Mano undecima, L). 


(Dec. 1531). 


Capituli Creati intra lo Rd° m. Tomazro m° de 
caxa del Re"° et li mag© m. Jo Antoni Jeremia et 
m. Ant° Thexino et m° Andreia Crivello da poi la 
instructione mandata per lo R"° signor Gardinalo 
per mezo del mag®° m. Franc° Chastelalto Chapitanio 
nro per la preparatione de proceder in la fabricha 
adì decemlrio 1531. 

Li soprastanti siano obligati tutti terciandio (ter- 
tiam diem) lo marti (martedì) de zobia (giovedì), 
lo sabo (sabato) la matina esser insiema in la stua 
del Rd° m. Tomas et a quela hora non attender 
achaduno de lor ad altro se non ale chonse expe- 
diente per la fabricha et li far tutti li provisione, 
e adimpir li principiati ordeni et proveder ale cose 
necesarie per ditta fabricha et ultra questi zorni 3 
se serano rechiesti sino liter (similiter) siano te- 
nuti a venire. 

Item che mi Andreia Crivello sia obligato de 
distender tutti le determinatione serano fate per 
li soprastanti et farne fede a chi le averano a 
exegire. 

Item s'a obligato de distender tutti le merchati 
sarano fati chum chaduno che havera a far per la 
fabricha et tali notarli al zornal et queli siano soto 
scripti per li prenominati soprastanti. 

Item che mi Andreia sia obligato de conferir 
cum li dicti soprastanti dela fabricha che volta in 
volta che se havera far mandati et de queli Tali 
Io ne habia a farne fede ali quali se habia a darne 
fede. 

Item che mi Andrea sia obligato de tenir li 
conti cum chaduna persona che havera a far con 
la fabricha et recorer et reveder li conti particu- 
larmente con tutti et de queli referirne ali sig" so- 
prastanti. | i 

Lo rev° m. Tomaxro sia obligato per virtù de 
mandati al mag‘° m. Jo. Ant° exborsar li denari 
de volta in volta juxta al bisogno dela fabrica et 
lo spectabile m. Antonio Therino sia obligato de tor 
li Denari dal suprascripto et farge de recever sul 
dito mandato: de volta et tutti nui habiamo a tenir 
conto in consonanza de volta in volta. 

Lo sp” m. Antonio therino sia obligato de exbor- 


i sar de zorno in zorno li denarj in substentatione 


« Franciscus de Albertis Epus princepsq Triden. funda. | dela fabricha a chaduno secondo li mandati del 


erexit. MDCLXXXVI ». 


dito m. Jo. Ant. Jeremia et de chaduno che sara 


€ N. 9 del pianterreno, oppure / della pianta generale. , in pagamento farsene far quietation et fede et de 


144 + NUOVI DOCUMENTI 


tal mandati tenirne conto in consonancia con lo 
prefato mag°° m. Jo. Antonio Jeremia. 

Lo mag®° m. Jo. Ant. Jeremia sia obligato de 
solicitar tutti li soprastanti factori exicutori dela 
fabricha azio che chaduno adimpischa le suoi exe- 
cution juxta la instructione et imposicion data et 
de dar achaduno per bisogno dela fabricha. 

Compartione fata per nui suprastanti adì de de- 
cembrio 1531 de una instructione alui data per lo 
Rmo Signor nro Gardinal adì 4 novembre 1531 de 
tuto quello savera dal presente zorno fino a mezo 
marzo 1532 in la fabricha del prelibato signor e che 
zeschaduno de nui soprastanti et alti officialj haveran 
ad operar de presi et insema us infra: 

Rd° m. tomaxo chanonico e m° de chaxra sia sopra 
a far far li forneli dele stue. — Item chel provedia 
de fero per far feriade et volti del zardino et per bar- 
choni (balconi) del zardino et altre coxe necesarie. 

Item sia sopra m° A/exio non dia ne lavoria 
prede ad altri che ala fabricha. 

Item far far chalchare trei de chalzina de bene 
100 luna. 

Item lo falchon dela biava del granar. 

Item la stueta de asse alo chamarin soto lo 
destro sia sopra la sia fata. 

Item sia depinto la sofita de dita stua e messo 
in opera. 

Item depinto lo frixo soto per poterla schaldar 
cum lo suo fornelo arme de relevo soto li usi e spi- 
racoli. 

Item far compir la stua de legnami '! del $i- 
gnor come ha promexo li tisleri. 

Item sel achadera manchamento de tislari pro- 
veder de altri alogo tempo azio che siano compite 
le stue. 

Item far compir la stueta della libraria ? come 
a promexo li tislarj. 

Item far compir de meter in opera la sofita 


dela libraria ? insiema cum lo Crivello. 


Item far compir la stua dela fameia‘ ascan- 
dondola se posia star a depenzer. 

Item sia sopra sia fato la fontana sechiar di 
feri atachati in li volti, armarj, scanzie ale scale 
che vano ali chamarini. 

Item sia fato la stua de bagno e stua secha 
(n. 16, 17, 2° piano) come ha promexo li Tislari. 


! N. 14, 2° piano. 
* N. 16, 2° piano. 
3 N. 5, 2° piano. 
4 N. 5, 1° piano. 


nn 


Item faxia sia fato la fontana de lagua in la 
soprascripta stua. 

Item le scanzie de meter li vassi ale caneva. '! 

Item sia cum lo zardiner a far gualivar lo zar- 
dino e condur fora lo terazo et prede. 

Item sia cum lo Crivello e zardinero de far 
condur for lo chalzinazo e spianar lo caxo del cor- 
tineto dal castel vechio al novo. * 

Item sia cum lo zardiner a far spianar lo cor- 
tino del alteza a determinar lo signor, e condur 
fora lo terazo e tor via la marangoneria. 

Item sia cum lo capitanio de far tor via la polver. 

Item sia cum li altri afar lo marcha de tor via 
lo torion dela polver. 

Item sia cum lo zardiner a condur via la terra 
dela zenta e proveder de chari a suficientia. 

Item habito a solicitar et exentaxo juxta li ca- 
pituli fati infra nuj. 

è 
Oficio de mi Zuan Antoni Jeremia. 

Prima sia obligato a far le bolete deli dinari 
sborasara m. tomas a m. Antoni Thexin etenir conto 
inconsonanza cum m° Ant° che tutte quelle bolete 
che non sarano chiare a mi Zuan Antoni chel Cri- 
vello li habia, antichar (a indicar) cum bona inte- 
ligentia et relatione deli soprastanti dove achadera, 

Item ogni marti (martedì) zobia (giovedì) sabo 
(sabato) da matina habia a esser in chastel la mai- 
tina cum li altri soprastanti ad consultare le coxe 
necessarie a far per la fabricha et piu volte in la 
septimana sel sara de bisogno posiando andar. 

Item che non siando impedito in coxe mei vi- 
genti sia obligato andar una volta al zorno a so- 
praveder la fabricha. 

Item a tutti li soprastanti, e sorastanti el so- 
licitatore sia obligato a solicitarli voia far e solicitar 
come he dito azo che se per q° (qualcuno?) de nu) 
manchaxe che se sapia qui sara sta cauxa dela 
tardatione dela fabricha. 


Oficio del spectabile m. Antonio Thexrino. 


Lo parapeto cum li balausti sia fato sora la 
scala. | 

Item sia cum lo Crivello e far la deschritione 
de tutte le prede che la alavorar che non ha pro- 
mexo m° Alexio che se provedia per altra via cum 
solicitatione et che m° Alexio attendia ale pro- 
mexe fate. 


' N. 11, pianterreno. 
2 N. 8 e 8 del pianterreno. 


NUOVI DOCUMENTI 


Item far li chanali de ramo ale gorne azo che 
non se guasta li frixi depenti. 

Item sia netezato le gorne afumentate. 

Item sia fato la telara del sgnecho dela libraria. 

Item cheli taiapredi compisca e metia in opera 
lo salexa del andito apreso la giesia. ! 

Item sia cum lo Crivello a far sia compido lo 
salexa del ausloden. * 

Item far coprir de .ramo lo ausloden. 

Item sia cum lo Crivello et mi a far compir de 
stuchar la stueta apreso l torion.* 

Item che m° Alexio compisia la schala juxta 
lo marcha et lo salexa dela loza el pontesel sora 
dela loza per lo fiorentino. 

Item sia cum nuj altri a far tor via lo torchio, 
e impir li caxamenti dele lavandare e romper li 
muri vegi. 

Item habia a solicitar et esercitarse juxta li ca- 
pituli fati infra nuj. 


Officio de m. Andreia Crivello. 


Prima sopravedia le spere e balchoni che re- 
stano de far fati siano fati cum diligentia cum le 
soj telare. 

Item sia cum lo R°° m. tomax fazia provisione 
de ferro alui habia adisignarge la sorte e quantita 
per compir la fabricha et lui fazia far le feriade 
e feramente che resteno chel provedia sia fate e 
la feramenta deli forneli deli volti di pavionj. 

‘Item sopravedia li usi balchoni littere cariole 
delegnamo che mancheno sia fate, e li schagni et 
sel mancha legnami far provisione alogo tempo. 

Item sopravedia le feramente fate ale stue e 
balchoni e usi forneli e quelo mancheno sia fate 
de ogni sorte condecentamente et ali usi per for- 
teza et se del tutto non sia informato conferir cum 
li soprastanti. 

Item lui cum m. Antoni Thexin sia cum m. Alexio 
et veder quele prede lui ha afar equele prede la- 
vorate che mancheno ala fabricha se provedia de 
farle far per altra via azo che al logo tempo non 
manchino. 

Item stracoria la fabricha chel fazia far tutti 
li ponti levadori con li soj arnifici e feramenti. 

Item fazia che m° Adamo sofitia lo andito va 
al granar. 

Item fazia far li ogi de legno cum li soi ferezoli 
attutti li ogi de preda del granar et altri logi. 


! N. 2, 1° piano. 
2 N. 7, 1° piano. 
3 N. 8, 1° piano. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc. I-II. 


145 


Item conzar li schalini roti al sgniecho. 

Item far far uno usol de preda dove se buta 
la biava del granar cum lo suo usol de legnio et 
cum la feramenta et seradura condecente. 

Item far far una schala dal dito andito al granar. 

Item compir lo ponte levador cum lo suo can- 
peto sul coridor dietro la zenta. 

Item far far tutti li balchoni alo andito de co- 
ridor crompino et la zeloxia al pozol de ferro osia 
de legno de penta. 

Item stracorer la fabricha et instruction de far 
far tutte le zeloxie ut supra. 

Item sia cum m° Adam fazia lo somaxo in lo 
camarino sora lo destro cum la scaletta che va in 
la stuetta de sotto. 

Item sia cum lo fiorentino Taiapreda che com- 
pisia lo pozol sora el zardino farlo meter in opera. 

Item solicitar se fazia lo camino in la sala 
granda! honorevole el fazia meter in opera le ban- 
chete de preda ali balconj. 

Item far compir la sofita cum le roxe in lo 
camaron del torion* et compir lo frixo e fazia far 
lo camino per lo fiorentino et lo uso de preda va 
ala schala cum li soi schaliniì. 

Item sia cum m. Tomaxo sia compito la sofita 
dela libraria. * 

Item far sia gualiva lo salexa del pozol del 
andito dal castel vegio al novo * e reconzar le 
prede di pozoli. 

Item come vegnia li stuchadori solicitarli e me- 
terli in opera dove achade junta la instructione e 
conferir cum nu). 

Item sia cum m. Antoni Thexino e far compir 
e meter in opera lo salexa del auxloden. 

Item solicitar et proveder sia fato la fontana 
de otton. 

Item sia cum /o riz e far romper dove se ha 
meter le finestre dela zenta, e romper dove se ha 
meter li finestrel) deli camarinj far li spiracoli ala- 
stua del bagno e stua secha. 

Item far indorar le arme per m° Marzel ale 
caneve. 

Item solicitar sia fato le laste e condute e meter 
in opera sopra li murj dele zente e solicitar m° 
Alerio fazia le colone del zardino e tutti li lavo- 
rerj ha promexo sopra et tutto la loza. 

Item esser cum /o fiorentino compisia lo pozo 


! N. 10, 2° piano. 
? N. 11, 2° piano. 
3 N, 5, 2° piano. 

‘+ N. 21, 1° piano. 


19 


146 
chalausti ala schala del dito volto e farli meter in 
opera. 

Item farge far uno andito che porzia laqua soto 
terra fora del dito volto. 

Item far chavar e gualivar lo saxo deli volti 3 
che sono soto la stua secha ala stua del bagnio et 
coxina! e che li sia cavati questo inverno e portele 
fora da mura. 

Item sia cum m. Tomaxo e zardiner a far con- 
dur fora lo terazo che in lo cortineto infra lo cha- 
stel vechio al novo et haver esianar lo saxo e con- 
dur fora le prede per murare. 

Item far far li chanali deli destri in lo saxo 
deli muri dela zenta verso la fossa deli zervi.? 

Item habia a solicitar e far juxta li capituli 
fati infra nu). 

Item far la provisione deli colori, oro juxta 
intuto lo bisogno per compimento dela fabricha 
intra la poliza de m° duro. 


Ofizio de Domenego Liz. 


Solicitar li fornaxeri che cosia li quadreli e li 
fazia condur insiema cum la calzina. 

Solicitar le chalchare quante che ordinara m. To- 
Maxo. 

Solicitar a far condur le laste per li coridori 
quanto ordinara lo Crivello, solicitar calzina. 

Far compir le prede dele finestre dela libraria. 

Far far le doi feriade, guarda ala libraria. 

Far compir lo uso de preda alo destro in la 
guarda camara del Signor elandito. 

Far romper cum conseio del Crivello in la zenta 
dove amexe le finestre e romper li finestreli deli 
camarini. | 


Oficio del zardiner. 


Solicitar a far condur fora del zardino prede e 
terazo egualivar cum conseio de m° Tomaxo. 

Item conzar lo zardino e condurge terra bona 
e ledamo. 

Item solicitar sia conduto fora lo terazo dal 
chastel vechio al novo e far spianar lo saxo cum 
conseio de m. Tomaxo et de m. Andreia Crivello 
far condur fora le prede. 

Item solicitar cum conseio de m. tomaxo e far 
condur fora lo terazo e prede del cortino e gua- 
livarlo cum conseio de m. Tomaxo. 

Item solicitar sia conduto via la terra intorno 
la zenta in logo dove hordinara m. Tomaxo. 


! N. 5, 6, 7, pianterreno. 
? Vedi pianta generale. 


NUOVI DOCUMENTI 


Far condur lo ledamo necessario per lo zardino. 

Far colturar lo tereno et spicedarlo. 

Far far li vasi de meterli fiori et erbe odorifice. 

Far in tempo provisione de semenze de ogni 
sorte. 

Far provisione de piante de arbori zintili. 

Far lo comparimento del zardino busandoli lo 
spatio dela fontana. 

Far provisione de vigne vechie. 


(Continua). 
H. SemPFR. 


Artisti in Roma 
1593-1627. 


Da un codice cartaceo in foglio rilegato in pelle 
scura impressa a ferri, conservato, tra gli altri, 
nell'Archivio dell’Accademia di S. Luca, tolgo al- 
cune notizie dì nomi d’artisti residenti in Roma 
alla fine del secolo xvi e primi del xvir, notando il 
luogo di loro abitazione, e qualche altra notizia 
aneddotica e curiosa sugli artisti e cose d’arte sparse 
nell’istesso volume. Il codice ha per titolo: 

« Libro del Camerlengo de la Compagnia di 
S. Luca, Congregazione dei pittori di Roma sotto 
la Rettoria delli M°! Sig"! Giovanni de Vecchi dal 
Borgo S. Sepolcro; et di mess. Nicolò Martinelli 
da Pesaro; trovandomi eletto Camerlengo delle Si- 
gnorie loro io Gio. Paolo Picciolli de la Fratta di 
Perugia, come uno de la medesima compagnia que- 
sto anno 1593 ». 

A foglio 17 ci sono le ricevute di danari pa- 
gati da diversi, detti pittori, al Camerlengo dell’Ac- 
cademia, Contini Pietro, il febbraio 1604. 

Così, pagò scudi due per l’introito nell’Accade- 
mia Ferdinando Carmei pittore da Orvieto. Inoltre 
vi sono notati: 

Baj. 50 in conto da miser Jacomo Gallo pitore. 

Giuli 10 in conto da miser Orazio Burci pitore. 

Baj. 30 Id. da miser Felipo di Luca Geri pi- 
tore Fiorentino a la Valle. 

Scudi 2. da miser Jacomo de Hase Fiamengo 
pitore incontro alorto di saniacomo al corso. 

Baj. 30 da miser Gaspare Fiamengo pitore in- 
contra asanta maria invialata. 

Sc. 4 dal Sig. Antiveduto della Gramatica primo 
Retore.! | 


' Biografia del Grammatica nel Dr Boni, Dizionario 
biografico degli artisti. 


NUOVI DOCUMENTI 


(fol. 18). Sc. 2 (Aprile 1604) da miser Domenicho 
Ambrosgini pitore romano. 

Sc. 1. da miser Domenico Angelini pitore. 

Sc. 1. da miser Cosimo Dandini pitore. 

(fol. 19). Sc. 2.40 da miser Orazio Gentileschi 
pitore.! 

(fol. 21). Sc. 1 da miser Andrea Melini pitore 
franzese. 

Sc. 2. da miser Francesco Valeri pitore. 

(fol. 22). 7bre 1604. Baj. 40 da miser Giovanni 
Romandino miniatore da Modena. 

(fol. 23). Ottobre 1604. Sc. 8.70 da miser Pie- 
tro Veri pitore. 

(fol. 30). Sc. 10.80 da Mess Pietro Contini per 
diverse stime * cioè sc. 1.80 per stima de la galera 
stimata da Marcantomo Bosco; sc. 2.20 per stima 
di cinque arme nelle volte de le stanze de Aldo- 
brandino, stimate da Gio. Batta Ricci, sc. 4 per 
per la stima del catafalco del Card. d'Austria; * 
sc. 2.80 per la stima del cocchio del Card. S. Ce- 
sario. Novembre 1605. 

(fol. 54). A dì 25 giugno 1624. Sc. 10 alli fac- 
chini per avere levato il quadro di Rafaelo di la- 
cademia è messo in chiesa per ordine dell’ Illmo 
Card. del Monte. ‘ 

Giuli cinque a Bartolomeo Speranza per avere 
fatto quattro spanghe e bandelle nella cassa fatta 
al quadro di Raffaello. 

Sc. 5.80 a Filippo falegname per la cassa fatta 
al quadro di Rafaello. 

Sc. 1 a mastro Gaspare muratore per lavori 
fatti dietro l’altare e ajutare a mettere ìl quadro 
nella cassa, e messo sopra l’altare. 

Baj. 45 per la corda che tiene su il quadro di 
Rafaelo * di libre quattro e mezzo. 

Baj. 40 per quattro vite d’acciaro che tengono 


! Biografia, nel citato De Bonn. 

? L'Accademia percepiva una tassa sulle stime che 
facevano gli artisti, ed era una delle sue rendite. 

® Card. Andrea d’Austria, figlio naturale dell’Arci- 
duca Ferdinando, morto in Roma e sepolto a S. Maria 
dell'Anima, etc. Moroni, Diz. erud., 111, 144. 

* Franciscus Maria ex Marchionibus Montis S. Ma- 
riae. Card. de Monte nominatus, creato da Sisto V. 
(Cracc., Vit. Pont., ed. 1600, pag. 1255). 

> Il quadro di S. Luca attribuito a Raffaello è ora 
custodito nelle sale dell’Accademia. 


147 


il quadro nella cassa fatta alla Napolitana lunghe 
un palmo l’una.. 

Il fatto di questo ricollocamento in chiesa del 
quadro di Raffaello è solamente accennato dal Mis- 
sirini, ' e senza data. Quindi noi possiamo aggiun- 
gere ancora un altro cambiamento avvenuto a quel 
quadro nel 1624. 

(fol. 87). Nella nota di danari spesi nell’ otto- 
bre 1593 havvi: 

Baj. 30 elemosina ad un povero giovine pittore 
detto Paulo de Assisi. 

Sc. 1 a Paulo Blado per 2 mila bollettine per 
la Congregazione. 

(fol. 97). Gennaio 1603. Si riceve dal sig. Gio- 
vanni Tarpino francese sc. 6.53, sono della impo- 
sizione della nazione francese. 

(fol. 112). Aprile 1605. Sc. tre a Benedetto 
Cusano recamatore per tre santi dipinti in raso e 
recamati, cioè s. Luca nella pianeta, e s. Luca e 
s. Martino nel paliotto bianco. 

(fol. 114). Maggio 1614. Sc. 2.40 dal Sig. Ca- 
valiere Gaspare Cellio * per il quadro di s. Carlo 
fatto alla chiesa di s. Carlo. 

(Parla di questo quadro il Baglione nella vita 
del Cellio, ma scrive che ci diede poco gusto). * 

(fol. 126). A dì 27 luglio 1617. Sc. due dal sig. Gi- 
rolamo Nani per stima di mezza cappella nella 
chiesa dell'Anima fatta dalli Ing. Cav. Gio. Ba- 
glione et Paulo Brillo. 

Di questo lavoro del Baglione e del Brillo non 
è fatta menzione nè dal Baglione nella vita del 
Brillo, nè nella vita del Baglione medesimo. Quindi 
a loro ci piace rivendicare questa artistica esecu- 
zione. Anzi nelle guide di Roma, e, per citarne 
una, in quella francese del Rufini, sono invertite le 
parti, attribuendo al Nanni le pitture del Baglione 
e del Brilli. Meno che il Nanni abbia terminato esso 
il lavoro della cappella che vedemmo stimato solo 
a metà. Il Rufini scrive: Eglise de S. Marie del- 
l’Anima, Chapelle è gauche... l’Annonciation est 
de Jéròme Nanni.‘ 


Roma, 19 marzo 1896. 


FrancEsco CERASOLI. 


! Memorie dell’Accademia di S Luca, pag. 92. 
* Biografia nel De Bosi. Morì in Roma nel 1640. 
® BagLione, Vite dei pittori, pag. 263. 


‘ Guide de Rome, St. 1869, pag. 189. 


RECENSIONI 


Wappenzeichnungen Hans Baldung Griens in Coburg. Ein 
Beitrag zur Biographie des oberrheinischen Meisters, 
von RoserT Stiassxy. Wien, Druck und Verlag von 
Carl Gerold’s Shon, 1895. 

È un volumetto di 64 pagine di testo e 16 ta- 
vole in fototipia, pubblicato dalla i. r. Società aral- 
dica « Adler » di Vienna, che deve piacere non solo 
ai cultori di questo ramo dello scibile, ma anche 
a quanti sì compiacciono di quello che l’antica arte 
germanica porge di fantasticamente caratteristico 
nelle sue svariate manifestazioni, specie in quelle 
attinenti alle vetrate delle chiese e delle abitazioni 
che ebbero sì largo sviluppo nei paesi d’ oltr’alpe. 

Mentre sono generalmente note le ingegnose in- 
venzioni del massimo fra gli artisti germanici, Al- 
berto Durero, nel genere delle composizioni sim- 
boliche ed allegoriche per mezzo delle sue stampe, 
le quali più d’ogni altra cosa hanno assicurato 
l'immortalità al suo nome, sono rimasti nascosti 
ancora al gran numero degli amatori i tesori con- 
tenuti nelle raccolte di disegni versanti fra altro 
sopra analoghi soggetti e appartenenti a diverse 
raccolte nei Musei e nelle Biblioteche pubbliche e 
private. 

Fra i contemporanei del Durero in Germania 
nell'arte del disegno emerge come uno de’ più va- 
lenti questo Hans Baldung, soprannominato Grien 
o Griin (verde) in grazia del colore da lui usato 
con particolare predilezione. Egli era nato nel 1475 
in un paesello vicino a Strasburgo, e dal 1509 
al 1545, anno della sua morte, visse in detta città, 
intento alla sua arte, del disegno e della pittura. 

Il tempo della maggiore sua attività corrisponde 
con quello del primo fiore di quella che il nostro 
autore secondo il termine adottato, qualifica per 
Cabinetsmalerei, ossia della pittura sui vetri, la quale, 
usata da prima più esclusivamente negli ambienti 


sacri, dall'ultimo quarto del secolo xv in poi venne 
introdotta anche nelle abitazioni civili. Le sue com- 
posizioni quindi hanno attinenza in genere col noto 
tipo delle vetrate usate in Isvizzera e nella Germania 
meridionale, quale lo ebbe ad estrinsecare nel primo 
terzo del Cinquecento nei suoi pregiatissimi cartoni 
il grande Holbein, dei quali ha grande dovizia, 
come si sa, il Museo di Basilea. 

Scopo precipuo dell’autore del volumetto che ci 
sta dinanzi è quello di mettere in evidenza l’ab- 
bondante materiale biografico, fin qui rimasto celato 
nei disegni di stemmi di Baldung Grien, in modo 
da servire quasi da lavoro preliminare ad altro più 
esteso e più completo col quale egli ha in animo 
d’illustrare tutto quanto concerne la figura o l’ope- 
rosità del valente artista. 

La materia più copiosa per questo suo lavoro 
gli fu fornita, come indica il titolo, da una raccolta 
di fogli conservati nel gabinetto delle stampe di 
S. A. R. il duca regnante Alfredo di Sassonia Coburg 
e Gota, alla liberalità del quale egli si professa 
grato per avergli egli permesso d’ illustrarla col suo 
testo e con una scelta di tavole. 

Sono in numero di 39 i fogli ch'egli menziona 
come autentici della mano del suo pittore, ai quali 
se ne aggiungono altri che vanno attribuiti a di- 
versi autori. Egli li prende in esame partitamente, 
facendo di ciascuno una descrizione accurata e rin- 
tracciando con molta erudizione la provenienza di 
ciascuna famiglia alla quale i rispettivi stemmi sì 
riferiscono, secondo quanto risulta dalle indicazioni 
scritte «db antiquo sui fogli medesimi, generalmente 
muniti pure del monogramma noto, consistente in 
una riunione delle tre iniziali H, B e G. 

Segue poi come appendice la descrizione di al- 
cuni disegni di stemmi dell'artista medesimo in 


* 


RECENSIONI 


alcune altre raccolte e da ultimo quella dell’arme 
della famiglia Baldung (dove primeggia una mezza 
figura di un unicorno) che lo scrittore contrappone 
a due armi differenti, le quali a torto si erano cre- 
dute essere quelle della famiglia del pittore. 


G. F. 


Luca BeLtrami. Terza relazione dell’ufficio regionale per 
la conservazione del monumenti in Lombardia. An- 
no 1894-95. Milano, tipografia fratelli Rivara, 1895. 


Mentre quanti conoscono la competenza e la 
valentia colla quale l’architetto, onorevole Beltrami, 
aveva fino a poco tempo fa disimpegnato la sua ca- 
rica di capo dell'ufficio regione della Lombardia 
non possono se non deplorare le dimissioni da lui 
date dalla direzione del medesimo, è bene richia- 
mare l’attenzione del pubblico intelligente su questa 
relazione, da qualificarsi veramente per esemplare 
nel suo genere, tanto come attestazione dell'attività 
da lui spiegata nel campo delle sue attribuzioni, 
quanto per la serietà e l'esattezza nella esposizione 
concernente l’esecuzione delle singole opere; sì che 
si può ben sostenere a onor del vero che se tutti 
gli uffici regionali per la conservazione dei monu- 
menti in Italia funzionassero allo stesso modo, vi 
sarebbe di che rallegrarsi sinceramente dei risul- 
tati che in onta ai mezzi ristretti, consentiti dai 
bilanci dello Stato, si potrebbero conseguire. 

L'egregio architetto nella breve prefazione al 
suo lavoro bene accenna alle difficoltà incontrate 
nell'adempimento del suo compito, e in ispecie la- 
menta il sistema di precarietà adottato dall'autorità 
superiore nelle nomine del personale addetto al ser- 
vizio dei monumenti; quindi conchiude il suo dire 
colle seguenti parole: 

« Quando si pensa al reale e continuo beneficio 
che il patrimonio artistico reca alla pubblica finanza, 
coll’ incessante richiamo di studiosi d’ogni nazione, 
non sì arriva a comprendere la indifferenza che si 
esplica per tale importante servizio della tutela di 
questo patrimonio, fonte di ricchezza nazionale ben 
più sicura e perenne di molti altri cespiti del pub- 
blico erario: ed è con vivo rammarico che si deve 
riconoscere, come, mentre presso altre nazioni — il 
cui passato artistico non vanta nè tradizioni nè ri- 
sultati che possano gareggiare coi nostri — la tutela 
delle antiche memorie si rafforza sempre più, da 
noi le forze e le iniziative individuali debbono lot- 
tare colla indifferenza del pubblico e le continue 
mutazioni d’indirizzo ed incertezze di disposizioni 


149 





energia va dispersa, con grave danno del nostro pa- 
trimonio artistico ». 

Passa in rassegna quindi tutte le opere di ri- 
parazione e di restauro intraprese nelle diverse pro- 
vincie di Lombardia, col concorso ora più ora meno 
efficace delle locali Commissioni. 

Incominciando con Milano, viene in prima linea 
il castello visconteo sforzesco, quel povero e pur 
magnifico castello che aspetta tuttora, e chi sa per 
quanto tempo, il giorno della sua resurrezione, 
per cui possa essere adibito all’uso cui è destinato, 
di accogliere le collezioni artistiche e patriottiche 
prive di degna sede e quello di essere rimesso nello 
stato antico dopo le deturpazioni subìte da vari 
secoli. Per ora gli scarsi mezzi ottenuti mercè 
private sottoscrizioni non poterono servire che a 
ristabilire alcuni bellissimi finestroni bifori ad arco 
acuto prospicienti il parco e ad iniziare alcuni la- 
vori preliminari nell’interno dei vastissimi locali. 

Vengono di seguito gli edifici sacri, fra i quali 
ebbe a richiedere speciali cure la celebrata chiesa 
delle Grazie, dove si vede compiuta ora con molta 
cognizione di causa e dispendio relativamente mo- 
dico la parte esterna che riveste la meravigliosa 
cupola ideata da Bramante. 

Importanti lavori sono quelli iniziati nella badia 
di Chiaravalle, a pochi chilometri da Milano, specie 
nel chiostro, come si rileva anche dalle figure che 
accompagnano il testo, a Monza nel ristauro della 
fronte del duomo, mentre nell’ interno la nostra at- 
tenzione viene richiamata dal nuovo altare-custodia 
della Corona ferrea nella cappella della regina Teo- 
dolinda e dalla nuova cancellata, in ferro battuto, 
che le servirà di chiusura. In Agliate, villaggio del- 
l’agro milanese (Brianza), merita menzione il ripri- 
stino dell'antica parocchiale, rimessa nella sua forma 
di una primitiva basilica cristiana, della quale ven- 
gono dati in mezzo al testo parecchi nitidissimi 
rilievi, da illustrarne chiaramente la struttura sì 
interna che esterna. 

Nel circondario di Lodi vediamo le cure del- 
l'architetto rivolte alla badia di Cerreto, altro fra 
i caratteristici monumenti in terra cotta onde va 
ricca la Lombardia, e in particolare al bellissimo 
campanile, che attende tuttora il progettato com- 
pimento. 

A Como apprendiamo essersi dato mano al ri- 
stauro dell’antico palazzo del Broletto, accanto al 
duomo, già deturpato da una orrida sovrapposizione 
di un piano al piano nobile, che da solo dovrà gran- 


del ‘Governo, di modo che molta parte di quella | deggiare di nuovo colle sue grandi finestre trifore. 


150 


RECENSIONI 


Procedendo a sommi capi ci piace quindi con- 
gratularci coll’ Ufficio regionale per la iniziativa 
presa nel proporre il restauro di quel gioiello di 
palazzina nel più delicato stile della rinascenza, 
ch'è la già casa Tomini di via Donizetti in Ber- 
gamo alta, rivolgendosi in proposito al Comune di 
detta città, col concorso del quale unito alle somme 
stanziate dal Ministero di grazia e giustizia (trat- 
tandosi di sede arcipretale) e dall’ Ufficio regionale 
stesso, sarebbe messa a disposizione dell’opera auspi- 
cata la somma di L. 9 mila, insufficiente bensì a 
condurre a compimenento il restauro, ma tale da 
dover richiamare l’efticace concorso di altri enti 
interessati, acciò presto si possa dar mano ai la- 
vori, richiesti non solo per la conservazione del mo- 
numento, ma anche perchè all’epoca dello sgelo la 
viabilità in quel luogo è seriamente compromessa. 

A Brescia fu proseguito il ristauro del duomo 
vecchio, per cui vennero alla luce molte traccie di 


costruzioni anteriori, fra altro vari interessanti fram- | 


menti dell’antico pavimento a mosaico che risalgono 
ai tempi dell'impero romano. 

Altri monumenti ragguardevoli dal più al meno 
sono contemplati nelle provincie di Cremona e di 
Mantova. | 

In fine passando a quella di Sondrio, viene ri- 
ferito quanto segue intorno ad altro gioiello edi- 
lizio, esistente in Teglio, nel circondario di Sondrio: 

«Come si disse nella relazione 1893-94, l’ufficio 
regionale dispose perchè in attesa di circostanze 
favorevoli — le quali permettano di salvare da com- 
pleta rovina quell’ interessante costruzione civile del 
rinascimento, ch’ è il palazzo Besta — ne fosse fatto, 
a cura del signor architetto Luigi Perrone, il ri- 
lievo generale, di cui qui si presentano i disegni, 
per richiamare l’attenzione degli studiosi su quel. 
l’edificio ». Questi disegni infatti vedonsi riprodotti 
in una serie di tavole che ci porgono la pianta del 
grazioso edificio, il quale ha l’aspetto di una dimora 
signorile, isolata (con un carattere fra la villa e 
il castello), la sua facciata, uno spaccato, una ve- 
duta del cortile interno, notevolissimo per le sue 
arcate e la decorazione a fresco, e in particolare 
di una finestra, esemplare essa pure, tanto per le 
sue modanature, quanto per l’originale inferriata 
a ferro battuto. 

Avvertiamo che l’accennata relazione dell’ono- 
revole Luca Beltrami venne pubblicata dall'Archivio 
storico Lombardo, anno NXII, fase. VII, 1895. 


G. F. 








Cesare Faccio. Di Antopio Labacco architetto vercellese 
del secolo XV e del suo Libro delle Antichità di Roma. 
Vercelli, Gallardi e Ugo, 1894. 


Alle poche notizie trasmesseci dal Vasari su 
questo valente artista del cinquecento, che ora è 
noto principalmente come autore di una serie di 
ricostruzioni di antichi edifizi pubblicata da lui in 
31 tavole intagliate ir rame col titolo sopr’indicato, 
le indagini del compianto Bertolotti aggiunsero 
qualche dato di più (v. Artisti Sudalpini a Roma, 
pag. 46 a 51). Giovandosi delle une e degli altri 
l’autore del presente scritto ne ha tessuto un cenno 
biografico; il primo che, a quanto sappiamo, finora 
sia stato composto. 

Nacque il Labacco, non come si credeva prima 
della scoperta di Bertolotti (loc. cit., pag. 48) a 
Roma, bensì a Vercelli: in parecchi atti notarili 
egli viene nominato « D. Antonius Labacchus Ver- 
cellensis » o «de Vercelli ». L’epoca della sua na- 
scita sì può determinare in modo approssimativo 
dal passo del privilegio di Giulio III accordatogli 
per la stampa del suo libro nel 1550, che lo dice 
abitante a Roma da quarantatrè anni, cioè arri- 
vatovi verso il 1507. Ora, se non si vuol supporre 
esserlo stato portato proprio bambino, convien rite- 
nere che egli debba essere nato almeno nel 1495 
incirca. Da ciò ne verrebbe che egli dovette essere 
condotto a Roma per impararvi l’arte, in sui dodici 
anni, e là, allogato presso Ant. Sangallo il giovane, 
tenervi quella posizione fra alunno e famigliare, 
che autorizzava il Vasari (V, 467) a designarlo 
come di lui «creato ». Concorda pure con questa 
cronologia la notizia di una lettera scritta da Roma 
nel 1528 dal Labacco stesso a Baldassarre Peruzzi, 
in cui gli annunzia aver testè preso moglie, e parla 
di ciò come uomo già assennato, anzi maturo (Bot- 
tari, /taccolta di lettere, ecc., t. II, pag. 377), e con- 
corda parimenti il passo del Vasari (V, 458 e 459, 
n. 2) in cui narra essere stato nel 1526 condotto 
dal Sangallo a Parma e Piacenza, per dar esecu- 
zione, insieme con P. Fr. da Viterbo e Michele San- 
micheli, alle fortificazioni di quelle città dietro i 
progetti del Sangallo stesso, ed è questo proprio 
il primo lavoro del Labacco di cui ci è giunta no- 
tizia. Di altri fanno fede i documenti rinvenuti dal 
Bertolotti, e sono i lavori pel conclave del 1550 
affidati all'architetto Bartol. Baronino che per quelli 
in legname ebbe a socio il Labacco, il quale ne 
incassò scudi 1250 (anche il Vasari in un passo lo 
qualifica « maestro di legname », VII, 13); simili 
lavori pel conclave del 1559 eseguiti in compagnia 


RECENSIONI 





di Giac. Barozzi da Vignola, e due altri maestri 
muratori nell’ammonto di 150 ducati d’oro; e final- 
mente lavori eseguiti prima del 1567 nelle chiese 
di S. Giovanni in Fonte (Battistero lateranense) e 
S. Giovanni in Laterano per la somma di 500 scudi. 
Unico testimonio della sua valentia come architetto 
ci è rimasto il bel portone del palazzo Sciarra-Co- 
lonna attribuitogli da quasi tutte le vacchie guide 
di Roma (benchè alcuni lo credano opera del Vi- 
gnola), e altro della sua destrezza come « maestro 
di legname » si conserva nel modello per S. Pietro, 
eseguito da lui dietro il progetto del suo maestro 
Antonio da Sangallo, e di cuì c’intrattiene minu- 
tamente il Vasari (V, 467). Poche opere queste, 
trattandosi di una vita di oltre settant'anni, ado- 
perata, a quanto pare, bene ed assiduamente, giu- 
dicando dall’agiatezza in cui il maestro, secondo 
che ne fanno fede i documenti, potè spendere gli 
ultimi decenni di essa. È vero, perì, che a questa 
avrà portato un gran contributo il secondo suo 
matrimonio, in cui passò nel 1553 con Francesca 
De Tesio, romana, portandogli questa in dote tre 
case. Ma chi sa quante opere del maestro si nascon- 


dano fra i palazzi di Roma, di cuì non conosciamo 


gli autori? 

Del libro delle Antichità del Labacco tratta il 
Faccio nella seconda parte del suo meritevole 
scritto. Egli ne conosce due edizioni: la romana 
dell’anno 1559, impressa nella casa dell’ autore 
stesso, e quella di Venezia nel 1576 stampata presso 
Girolamo Porro. Della prima edizione del 1552, 
impressa similmente in casa del Labacco, rarissima, 
e di cui un esemplare si conserva nella Biblioteca 
Vittorio Emanuele (v. Archivio storico dell’ Arte, I, 
143) il Faccio non ha cognizione. Però si sa che 
1] primo privilegio pel suo libro fu concesso al 
Labacco da Paolo III nel 1547, essendo il secondo, 
di Giulio III, posteriore di tre anni al primo, ed 
emanato molto probabilmente già nel primo anno 
del suo regno, cioè nel 1550; e di due anni dopo 
data il privilegio della Repubblica di Venezia (3 a- 
prile 1552; tutti questi privilegi sono stampati nelle 
prime tre carte del libro del Labacco). Ora, benchè 
l’autore stesso nella prefazione ci spieghi la pre- 
mura di farsi accordare i privilegi molto tempo 


prima che la sua opera fosse condotta a compi- | 


mento, e di farseli rinnovare ad ogni succedersi di 
un nuovo pontefice, troppo lungo sarebbe apparso 
il termine fra la data del primo privilegio (1547) 
e della edizione del libro (1559); senonchè ora, colla 





151 


termine verrebbe ridotto a soli cinque amni, e così si 
spiegherebbe benissimo la premura dell'autore di 
ottenere già da Paolo III un privilegio. — La edi- 
zione di Venezia del 1576, identica per formato e 
per numero di tavole a quella originale di Roma, è 
una contraffazione di quest'ultima e si distingue da 
essa per la qualità molto inferiore delle stampe. 

Oltre a quest'opera del Labacco, nei cui par- 
ticolari non c'è bisogno di entrare, giacchè ]’inte- 
resse per essa oggi è molto scemato trattandosi 
quasi intieramente di ricostruzioni di antichi edifici 
per l’autore stesso, il Vasari ne ricorda ancora 
un’altra colle parole: « il quale modello (di S. Pietro, 
cioè, progettato da Ant. da Sangallo) con la pianta 
di tutto l’edifizio sono stati messi in istampa da 
Antonio d’Abaco » (V, 467. Ricorda il Vasari anche 
il libro delle Antichità a pag. 431, attribuendo 
erroneamente l’esecuzione delle stampe a un mae- 
stro perugino, mentre si sa che esse furono inta- 
gliate proprio dal figlio dell'autore Mario). Ma di 
questo lavoro del nostro artista sul S. Pietro nes- 
sun’altra notizia ci è pervenuta, e non ne fu fino 
oggi rinvenuto neppure un esemplare, sicchè bi- 
sogna credere che ci troviamo con questa indica- 
zione dirimpetto a uno dei non pochi sbagli del 
biografo aretino. 

C. ne FaBRICZY. 


A. Gerrrov. La colonne d’Arcadius è Constantinople, 
d’après un dessin inédit. Extrait des Monuments et 
Memoires publices par lAcademie des Inscriptions et 
Belles-Lettres (tondation Eugène Piot). Paris, Leroux, 
1895, in-4, 32 pag., con una tavola. 

L’erudito direttore della Scuola francese in 
Roma, di cui si piange la morte inaspettata, nella 
presente memoria pubblica e commenta dottamente 
un disegno da lui scoperto fra quelli conservati 
nel gabinetto delle stampe annesso alla Biblioteca 
Nazionale di Parigi, disegno che ci dà pel primo 
una raffigurazione tanto particolareggiata quanto 
fedele della « Colonna Coclide » eretta nel 403 da 
Arcadio, figlio di Teodosio il Grande, a Costan- 
tinopoli. Due erano le colonne di questo genere 
(a guisa di quelle di Trajano e Marco Aurelio a 
Roma, storiate di bassorilievi ricorrenti in linea 
spirale circa il fusto della colonna) nella capitale 
dell’Oriente, cioè all’infuori della nostra, quella al- 
zata da Teodosio nel 386, di cui esistono pure a 
Parigi (nel Louvre e nella raccolta dell’Accademia 
delle belle arti) due disegni, ambedue copie, la 


cognizione di una edizione già dell’anno 1552, quel | prima fatta probabilmente da Battista Franco, la 


152 


RECENSIONI 


— r+rrtftrrT.1uigp,l 9 rr ri ia 


seconda copiata da quest’ultima nel 1702 dal Tail. 
let di un originale oggi perduto, attribuito dalla 
tradizione, che però il Miintz dimostrò essere falsa 
(v. Arch. stor. dell’ Arte, t. I, pag. 372), a Gentile 
Bellini, che l’avrebbe eseguito quando, chiamatovi 
dal sultano Maomet II, si trattenne per un anno a 
Costantinopoli. Mentre la colonna Teodosiana, dan- 
neggiata da temporali e terremoti, crollò già sul 
principio del secolo xvi, quella di Arcadio si so- 
stenne in essere fino all’anno incirca 1720, quando, 
minacciando rovina, fu demolita, non essendone 
rimasto altro avanzo fino al giorno d’oggi che il 
piedistallo. 

Di questa colonna d’Arcadio, finora, non ave- 
vamo se non qualche poca informazione recante 
scarsa luce, e sopratutto non istruenteci sul sog- 
getto dei bassorilievi di cui andava ornata. La più 
accurata descrizione ne diede Pietro Gilles, che 
verso il 1550, mandato dal re di Francia a Costan- 
tinopoli per raccoglier iscrizioni e medaglie, narrò 
in due libri il suo viaggio, ed in uno di essi de- 
scrisse anche la nostra colonna, senza però dirci, 
quanto riguarda le sue sculture, altro se non che 
sul suo fusto fossero rappresentati vari combatti- 
menti. Nulla su quest'ultimi si potè neppure rica- 
vare da una stampa pubblicata dal Sandy nel 1610 
nella sua relazione di un viaggio in Oriente, es- 
sendo essa di troppo piccole misure. Pochi anni fa, 
un disegno dell’intagliatore Melchiorre Lorich, 0 
Lorch, venne a gittar, finalmente, qualche luce di 
più sul loro soggetto, disegno apparso nell'asta pub- 
blica della raccolta Michiels, di cui non si sa l’at- 
tuale possessore, che però fortunatamente allora fu 
pubblicato dal prof. Michaelis, che ne aveva rico- 
nosciuto il soggetto e l’importanza (v. Arch. stor. 
dell’ Arte, t. VI, pag. 114, n. 1). Segnato dall’autore 
col suo monogramma, colla data 1559 e la leg- 
genda: « Antique zu Constan[tinopel] gemacht », esso 
rappresenta, in dimensioni così grandi da poter di- 
stinguere chiaramente i soggetti, le due ultime spi- 
rali della colonna. Le scene raffiguratevi — prigio- 
nieri condotti innanzi all'imperatore sulla prima, 
e una lotta equestre sulla seconda faccia — coin- 
cidono in tutti i loro particolari essenziali colle ri- 
spettive rappresentanze del disegno pubblicato nella 
presente memoria, il quale inoltre ha il sommo 
vantaggio di darci in misura abbastanza grande 
(2.42 su 0.43 metri) l’effigie di tutta la colonna ar- 
cadiana, compreso il capitello ed il piedistallo. 
Comparando il nostro disegno colla designazione 
dello stato in cui la colonna si trovò a’ diversi 


tempi, desunta dalle relazioni relative di vari viag- 
giatori, il Geffroy arriva a fissar come origine di 
esso l’ultimo terzo del sec. xvII, e da diverse circo- 
stanze dottamente e con grande acribia di discer- 
nimento da lui esposte egli inclina a supporre che 
l’autore ne possa essere stato uno dei due pittori 
e disegnatori, Rombaut e Carrey, che nel 1670 ac- 
compagnarono il signor de Nointel, ambasciadore 
francese a Costantinopoli, di cui si sa che aveva 
messo insieme, durante il suo soggiorno ivi, una 
numerosissima raccolta di disegni dei monumenti 
sculturali ed architettonici, come anche dei pae- 
saggi di quelle parti. 

Domandandosi il nostro autore se sia possibile, 
col mezzo degli elementi di cui ora disponiamo, 
di ricostituire e, in seguito, di commentare i bas- 
sorilievi che decoravano la colonna d’Arcadio, pur 
troppo deve confessare che le testimonianze scritte 
e figurate non sono nè abbastanza precise, nè suf- 
ficientemente concordanti, quanto riguarda i par- 
ticolari, per supplire alle mutilazioni raffigurate 
esattamente nel nostro disegno; e anche là dove 
le riproduzioni che ci sono pervenute possono ap- 
parire compiute e abbastanza chiare nella forma, 
resta difficile di scoprirne il vero significato. In 
quanto alle scene scolpite sui quattro lati del pie- 
distallo, il Geffroy stabilisce ch'esse presentavano 
due caratteristiche: la prima quella di una ispira- 
zione cristiana (vi ricorre un monogramma di Cristo, 
che si ritrova spesso in Oriente per tutto il medio 
evo, cinto da una corona retta da due angeli), la 
seconda di un trionfo guerresco, con segno dì vit- 
toria e di sconfitta, forse con l’abboccamento dei 
due duci e con prigionieri condotti innanzi al vit- 
tore. Alcune delle raffigurazioni sul fusto potreb- 
bero forse, secondo l’opinione dell’autore, riferirsi 
alla guerra contro i Grutunghi nel 386, in cui, ac- 
canto al suo padre, combattè anche il giovane Ar- 
cadio; altre alla spedizione contro l’usurpatore Eu- 
genio nel 394; ma a nessuno di questi tentativi 
dì spiegazione si offre un fondamento abbastanza 
solido, sicchè c'è da temere che, come per la co- 
lonna Teodosiana, finora non si è trovata una in- 
terpretazione soddisfacente, così anche si avrà da 
aspettare lungamente il commento definitivo delle 
sculture di quella d’Arcadio. 

Concludendo, l’autore dice poche parole sul ca- 
rattere e valore artistico di queste ultime, ricono- 
scendo che siano ben composte, e di un movimento 
singolarmente libero, che raffigurino scene gravi e 
solenni, o vivaci, commosse e piene d’ardore. Vi si 


RECENSIONI 


fa anche scorgere qualche particolare sconosciuto 
all'arte romana: p. es., l'introduzione d'’ episodi 
così particolareggiati nella scultura destinata ai 
monumenti pubblici, il prevalere della leggenda ed 
in ispecie della leggenda religiosa, segno di deca- 
denza imminente; ma in generale ci sì trova con- 
servata, anche dal punto di vista artistico, la tra- 
dizione antica. Forse il risveglio dato da qualche 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. I-II. 


153 


anno agli studi bizantini ci svelerà bentosto qual- 
che testo di cronista o astiografo che ci recasse il 
commentario imprevisto delle sculture in discorso, 
o anche qualche scavo fortunato ci farà toccar colle 
mani alcuni avanzi di esse che ci aiuteranno a re- 
stituire il monumento perduto. 


C. ne FABRICZY. 


20 


MISCELLANEA 


Studi e memorie riguardanti l’arte italiana 
pubblicati nel 1894 nelle principali Riviste di 
storia dell’arte in (rermania.' — Non meno 
numerose e ricche sono le contribuzioni che spet- 
tano al nostro argomento nell'ultimo (XVII) vo- 
lume del ARepertorium fiiv Kunsticissenschaft che, 
dopo la morte prematura del compianto suo fon- 
datore Umb. Janitschek, si continua a pubbli- 
care sotto la direzione dei professori Hugo von 
Tschudi e Henry Thode. La prima memoria che 
sveglia la nostra attenzione è quella del profes- 
sore Fr. Wickhoff, Das Speisezimmer des Bischofs 
Neon von Ravenna, sulla stanza da pranzo del ve- 
scovo Neone, che governava la diocesi di Ravenna 
sul principio della seconda metà del secolo quinto. 
L'autore in essa si accinge a ricostituire la sua 
decorazione pittorica prendendo per guida in questo 
suo assunto la descrizione poetica che ne lasciò 
l’Agnelli nel suo Libro pontificale della chiesa ra- 
vennate. Sulle quattro pareti della sala in discorso, 
denominata « Quinque agubitas » (dall’aver essa 
fornito il posto per cinque convivi, come giusta- 
mente spiegò il Garrucci) si trovavano dipinte le 
seguenti scene della Storia Sacra: la creazione del 
mondo e la storia dell’apostolo San Pietro, con 
versi spiegativi riprodotti dall’Agnelli; la molti- 
plicazione dei pani e una raffigurazione del salmo 
148 « Laudate Dominum de coelis ». Mentre non 
sono inusitate nell’arte dei primi secoli cristiani le 
tre prime rappresentanze, il Wickhoff, per dare 
un'idea della quarta, addita una composizione de- 
scritta nel recettuario pittorico della chiesa orien- 
tale, ben noto sotto la denominazione « Manuale 


' Continuazione e fine, vedi Archivio storico del- 
l’Arte, anno 1895, pag. 472. 


di pittura del monte Atos » (edito dal Didron nel 
Manuel d’iconographie, Parigi 1845), e ‘che ancora 
esiste dipinta nel pronao della chiesa d’Iviron su 
quel monte. In essa abbiamo, dunque, una nuova 
affermazione della tesi provata, rispetto ai maestri 
mosaicisti del portico di San Marco a Venezia, dal 
Tikkanen, che, cioè, le serie iconografiche traman- 


‘dateci dall’arte bizantina medioevale rimontino ai 


modelli creati nel secolo quinto dall’arte antica 
cristiana. E così siamo costretti sempre più di cre- 
dere che anche le altre raffigurazioni dell’arte bi- 
zantina, che ci appariscono nuove ed inusitate, in 
fondo non siano altro se non un avanzo o una 
scelta del gran numero di composizioni originarie 
dell’arte cristiana dei primi secoli, create nel se- 
colo quarto e quinto nelle grandi città dell'Oriente, 
in Alessandria, Antiochia ed a Costantinopoli. Già 
originalmente poche di queste composizioni (quelle, 
cioè, soltanto che erano adatte per la semplice de- 
corazione delle basiliche) si avranno trasmesse nel- 
l'Occidente, e così bene sì spiega come il ciclo 
monumentale dell’arte occidentale limitato dal bel 
primo, nel corso dei tempi diventasse sempre più 
povero; mentre nelle regioni orientali, dov'egli era 
nato, sempre era in grado di attingere nuove forze 
dalla quantità delle composizioni dell’arte cristiana 
dei primi secoli quivi conservate. Non era dunque 
una maggior forza d’invenzione che rese più ricca 
l’arte bizantina in confronto a quella contempo- 
ranea nell’ Occidente, ma soltanto la .situazione 
geografica più favorevole che le aveva trasmessa 
e quasi ingiunta la fedele custodia delle antiche 
invenzioni in fatto dell’arte. 

Il dott. A. G. Meyer in una sua Memoria in- 
titolata: Studien zur Geschichte der oberitalienischen 
Plastik im Trecento, reca qualche supplemento ai 


in oseni sini te TA 


— Mi a dsl ___ __- "that L1raI 


MISCELLANEA 





suoi studi su Giov. Balduccio da Pisa e gli scul- 
tori Campionesi, pubblicati, due anni fa, in appo- 
sito libro (Lombardische Denkmiiler des XVI Jahr- 
hunderts, Stuttgart, P. Neff, 1893). Pel primo prende 
ad esaminare gli altorilievi di Balduccio a Pizzi- 
ghettone, scoperti recentemente dal Santambrogio, 
e dei quali si parlò pure in questo Archivio (vo- 
lume VII, 1894, pag. 383). Essi corroborano il 
giudizio che il Meyer si era formato dall'esame 
delle altre opere del maestro, essere, cioè, un com- 
pagno di scuola, ma di molto minor taglio di An 
drea Pisano, avvicinarlo però il suo carattere ar- 
tistico alla contemporanea scultura senese piuttosto 
che a qualcheduno dei maestri della scuola pisana. 
E confermano pure l’opinione emessa -anterior- 
mente dal nostro autore, che i così detti Campio- 
nesi, cioè i rappresentanti indigeni della scultura 
lombarda nel Trecento, non siano stati influenzati 
da Balducci», se non in modo superficiale e poco 
durevole, e che essi, all’incontro, rimasero indi- 
pendenti da lui fra i limiti della loro produzione 
artigiana, benchè essa si esercitasse sullo stesso 
campo, in quanto al materiale ed ai soggetti. — 
Rettifica poi il nostro autore alcune sue asserzioni 
intorno ai due portali laterali di Santa Maria Mag- 
giore a Bergamo, restringendo la parte che Gio- 
vanni da Campione ebbe in essi, alle imposte ed 
alla statua di Sant'Alessandro sulla porta setten- 
trionale, e al rivestimento dell’arco e l’attico che 
lo corona su quella verso meridie. E parla di al- 
cune opere di Bonino da Campione, lo scultore del 
monumento di Cansignorino a Verona (1374), ve- 
nute a sua conoscenza dopo ch’ebbe pubblicato il 
suo libro, come sarebbe il monumento sepolerale 
di Folchino de’ Schizzi ({ 1357), segnato del nome 
di Bonino, e collocato ora sulla facciata del Duomo 
di Cremona, il cui stile conferma le attribuzioni, 
date anteriormente al maestro, dei sarcofaghi di 
Stefano e di Uberto III Visconti in Sant’ Eustorgio 
di Milano, del bassorilievo affisso alla parete sopra 
il monumento di Salv. Aliprandi in San Marco, e 
del monumento equestre di Bernabò Visconti nel 
Museo archeologico della Brera. Dubita finalmente 
se quel « M. Boninus de Milano », che segnò nel 1427 
il suo nome sul ciborio di San Doimo (ora San Rai- 
nerio) nel Duomo di Spalato, possa essere la stessa 
persona che il maestro dei monumenti Schizzi e 
Cansignorino; anzi propende a vedervi uno scul- 
tore posteriore dello stesso nome e della medesima 
scuola, ma di minor ingegno, il quale, sotto la di- 
rezione di maestro Antonio de Pietro Paolo delle 


155. 


Massegne, architetto del Duomo di Sebenico, po- 
trebbe aver partecipato anche all’esecuzione del 
suo portale principale, giacchè esso, specialmente 
nelle dodici statuette di santi collocate nelle nic- 
chie della parete interiore dei suoi stipiti, in quanto 
ai tipi delle figure, al trattamento dei cappelli e 
delle vesti, come anche dell’ornamentazione, cor- 
risponde affatto all’altare di San Doimo. 

Il dott. H. Ullmann in una breve notizia pre- 
liminare rende conto della scoperta, fatta nel feb- 
braio 1894, di un ciclo di affreschi raffiguranti 
scene del mito di Ercole, e gruppi di putti, che si 
trovano in una stanza del palazzo Venezia a Roma, 
e in cui egli riconobbe, almeno in quanto spetta 
al progetto e al disegno, se non all’esecuzione loro, 
la mano di Antonio Pollaiuolo. Avendo l’autore 
d'allora in poi pubblicato la sua scoperta in una 
opera apposita (Mie Thaten des Hercules im Palazzo 
di Venezia zu Itom, Monaco, Bruckman, 1894), ri- 
mandiamo ad essa il benevolo lettore, per occu- 
parci più particolareggiatamente col secondo con- 
tributo dell’ Ullmann, contenuto nel presente volume 
del Repertorio sutto il titolo: « Raffaellino del 
Garbo ». — Il Milanesi nel Commentario alla vita 
di questo maestro (IV, 243) opinò che contempo- 
raneamente con lui vi fossero esistiti, a Firenze, 
altri tre pittori dello stesso nome di Raffaello, e 
consentirono con lui, fino a un certo punto, il Mo- 
relli e Giulio Meyer, distribuendo le opere dei pittori 
in questione, benchè l’uno in modo diverso dal- 
l’altro, fra tre Raffaelli. Il Cavalcaselle e Crowe, 
invece, dichiararono giusta la relazione del Vasari, 
che li aveva riuniti tutti e tre insieme nella per- 
sona di Raffaello del Garbo, ma non avevano ad- 
dotto ragioni sufficienti per convalidare la loro 
opinione, nè colla testimonianza dei documenti, nè 
con una critica comparativa dello stile delle diverse 
pitture attribuite ai maestri in discorso. Anche il 
« Cicerone » nelle ultime sue edizioni aveva riu- 
nita la trina persona in una sola di Raffaello del 
Garbo. Ora, lo Ullmann, nel presente suo studio, 
prende l'assunto di risolvere coi mezzi dì una in- 
dagazione scientifica, severa e metodica, la que- 
stione se Raffaello de’ Carli, de’ Capponi e da Fi- 
renze sieno persone distinte da Raffaellino del 
Garbo, o da identificarsi con esso. Esaminando 
minutamente il quadro del Museo di Santa Maria 
Nuova segnato « Raphael de Caponibus », quelli 
della Galleria Corsini a Firenze e della raccolta 
Benson a Londra colla scritta « Raphael de Ka- 
rolis », e quello in Santa Maria degli Angeli a 


156 


Siena segnato « Raphael de Florentia », viene a 
constatare di tutti l’identicità di stile. Spiegando 
poi i dati dei documenti pubblicati, ma non inter- 
pretati in modo sufficiente dal Milanesi, stabilisce 
che Raffaello di Bartolommeo di Giovanni, dopo la 
morte del padre, entrato in casa di un parente, da 
questi prese il nome di « Caroli o Carli »; ed es- 
sendo fra pochi anni mancato di vita anch'esso, 
fu accolto da Niccolò Capponi, e da lui portò il 
cognome « de Caponibus »; che finalmente fu anche 
chiamato « del Garbo » dal nome della via di Fi- 
renze, ove tenne bottega, ed egli stesso nel suo 
quadro dipinto per Siena si sottoscrisse « da Fi- 
renze », come era costume degli artisti fiorentini 
nelle loro opere mandate fuori della patria. — Ri- 
composte così in uno le separate membra del no- 
stro Raffaello, l’autore ne studia le opere disperse 
nelle diverse Gallerie e raccolte spesso sotto dif- 
ferenti nomi (a Napoli due suoi quadri sono attri- 
buiti a Fra Fil. Lippi ed allo Spagna; a Monaco, 
a Filippino Lippi; nel Museo Poldi al Pinturicchio). 
E concludendo, dà un elenco dei principali disegni 
del maestro, di cui molti portano il nome di altri 
pittori, e rintraccia in un disegno a Dresda, at- 
tribuito a Filippino Lippi, uno schizzo pel Sant'An- 
drea nel quadro di Raffaello del Garbo a Berlino 
(n. 98), e in un altro, nel Museo britannico, lo 
studio pel Salvatore della Resurrezione nell’Acca- 
demia delle belle arti a Firenze. 

L’architetto Fr. Jac. Schmitt in un articolo sul 
« Campanile di Giotto » (Giotto’s G/ockenthurm in 
Florenz) combatte l’opinione espressa nel « Cice- 
rone » del Burckhardt, che cioè l’incoronamento 
di esso con un’alta piramide, come si vuole per 
vecchia tradizione, non avrebbe-avuto nessun senso 
sopra la cornice finale, come esiste ora. Questa 
opinione, del resto, nelle ultime due edizioni del 
detto libro non viene più sostenuta, anzi ci viene 
concesso che, benchè la sua forma attuale senza 
la piramide intenzionata sia perfetta, non resta 
esclusa la possibilità di un coronamento bello in 
detta maniera. Per un tale il nostro autore ad- 
duce l'esempio del campanile della Badia di Fi- 
renze, anch'esso costrutto nel Trecento; di quello 
di Santa Maria Novella, che rimonta indietro 
al 1300; di quello di Santa Croce, rinnovato sì 
modernamente, ma seguendo la forma sua origi- 
naria; di quello del Duomo di Siena, e di quelli 
di San Petronio, secondo il modello del 1514. Ma 
più di questi esempi milita per l’incoronamento a 
piramide quell’antico disegno in pergamena scono- 


MISCELLANEA 


sciuto, a quanto pare, allo Schmitt, che si conserva 
nell’opera del Duomo a Siena, ed in cui l’acume 
del Nardini-Despotti-Mospigliotti riconobbe il pro- 
getto originale di mano del Giotto pel campanile 
di Firenze. Anche in questo disegno il campanile 
si vede proprio terminato a piramide. (Vedi lo 
studio del Nardini, intitolato : // campanile di Santa 
Maria del Fiore, Firenze, 1886). 

Il dott. E. Steinmann, indagando in una sua 
Memoria dal titolo Der Jeremias des Michelangelo 
il significato che il creatore degli affreschi della 
Sistina ha voluto mettere in ognuna delle figure 
dei profeti rappresentatevi, sarebbe di parere 
che nel Geremia il maestro avesse personificato sè 
stesso. Mentre tutti gli altri profeti sono figure 
ideali, qui ci troviamo innanzi ad un individuo 
reale, che si manifesta come tale non’ solo pel suo 
significato intrinseco, ma anche per la sua appa- 
renza estrinseca. Giacchè, mentre tutti gli altri 
sono vestiti di abbigliamenti più o meno fantastici, 
ed hanno i piedi nudi, il Geremia solo è raffigu- 
rato in un abito che almeno, a un certo grado, si 
adatta all’uso pratico della vita quotidiana, ed ha 
i piedi coperti di scarpe. Con questo l’autore non 
pretende d’avere il maestro riprodotto la sua figura 
tratto per tratto; anzi egli si è conformato alla 
meglio alla serie dei profeti, e nullameno ha la- 
sciato all'occhio abbastanza segni caratteristici per 
rintracciarvi il carattere personale della rappresen- 
tanza. Domandandosi l’autore poi, come e quando 
Michelangelo si abbia dipinto, risponde esser egli 
raffigurato come un creatore che si riposa di un 
lavoro sopr'umano. Così si spiega la estrema lan- 
guidezza del suo corpo, e la melanconia pensierosa 
delle sue fattezze, essendo egli sul punto di ritornar 
dall'opera compiuta in un mondo affatto estraneo 
alle sue aspirazioni, ai suoi sentimenti. E che il 
ritratto sia l’ultimo lavoro del maestro nella Sistina, 
l’autore inferisce da una iscrizione — l’unica che 
si trovi negli affreschi della volta — che mutilata 
per parte si legge su un cartellino in forma di fet- 
tuccia a sinistra del Geremia, e che dice: ALEF: 
w AVY, il che lo Steinmann spiega; « Alpha e 
Omega Auxilium », a cui si deve aggiungere forse 
anche « Dominus » sulla metà inferiore ora di- 
strutta del cartellino. Michelangelo non segna col 
suo nome l’opera grandiosa appena terminata, ma 
ne vindica la gloria a Dio, col cui giuto fu prin- 
cipiata e compiuta. E le melodie del suo inno di 
ringraziamento vengono accompagnate da un an- 
gioletto che si trova rappresentato in forma di bas- 


MISCELLANEA 


sorilievo, suonando la mandolina e guardando il 
profeta, su una tavola appoggiata accanto al car- 
tellino contro il muro. In quanto alle due figure 
femminili dietro il Geremia l’autore congettura che 
forse in esse all’immortale maestro si affacciavano 
già le personificazioni della vita attiva e contem- 
plativa, ch'egli più tardi ispirandosi ad un passo 
del Purgatorio di Dante (XXVII, 97) eseguì pel 
monumento di Giulio II. Infatti, in ambedue le opere 
non si può negare una certa affinità. E benchè 
questa possa esser accidentale, c'è però da osser- 
vare che non è se non il Geremia che si trova ac- 
compagnato di queste enimmatiche personificazioni 
femminili, mentre gli altri profeti sono circondati 
da putti inservienti loro o colmanti certi spazi vuoti 
del fondo di dietro. Comunque sia, una cosa resta 
certa: che, cioè, la figura del Geremia prese pos- 
sesso della fantasia di Michelangelo, e che nelle 
ulteriori sue creazioni — nel Mosè, nelle statue 
della cappella medicea — c’è quasi una risurrezione 
delle idee, dei sentimenti, del concetto, di cui egli 
si era penetrato nel darle vita. 

Nell'ultimo dei contributi del presente volume 
E. Jacobsen comunica le sue note prese nello stu- 
diar la raccolta di quadri del museo Correr a Ve- 
nezia (Die Bildergallerie u. Museo Correr), assunto 
tanto più meritevole, quanto meno attenzione si è 
prestata finora alle interessanti opere ivi riunite. 
Fa seguito il lavoro del nostro autore al suo studio 
intorno le placchette del medesimo museo, pubbli- 
cato nel volume precedente del Repertorio. In ge- 
nerale egli accetta le attribuzioni date dal Morelli 
aì più cospicui quadri della raccolta in discorso 
che, dopo il Lazari nel suo catalogo del 1859, fu 
il primo a rivolger l’attenzione degli studiosi a 
essa. Dove differisce essenzialmente è nell’attribu- 
zione del celebre servizio di piatti di maiolica. Se- 
condo l’opinione del Morelli essi sarebbero dipinti 
dietro disegni di Timoteo Viti, probabilmente da 
questo maestro stesso nella sua gioventù. Il Jacobsen 
invece, seguendo il Molinier, li dà a Niccolò da 
Urbino, mettendo la loro origine negli anni in- 
circa 1515-1520, e supponendo che questi vi abbia 
riprodotta una serie di stampe ora non più cono- 
sciute. La data 1482 che si trova su una delle com- 
posizioni vi sarebbe stata ripetuta dalla rispettiva 
stampa. Ed infatti questa supposizione viene ad 
avverarsi, giacchè O. von Falke, non ha guari, 
riuscì a rintracciare per tre dei piatti del museo 
Correr gli originali in altrettante incisioni dell’Ovi- 
dio edito a Venezia nel 1497, e per un quarto nel- 


157 





l'incisione in legno nel foglio di titolo di « Giuliana 
e Ottinello »; sicchè con quella scoperta l'ipotesi 
del Morelli ora è definitivamente rifiutata. 


* 
* * 


‘ Nulla che abbia riferenza all’arte italiana con- 
tiene l’annata 1894 delle Graphischen Kiinste (le 
arti grafiche) edite dalla Società per le arti ripro- 
duttive di Vienna. 

Troviamo, invece, parecchi studi su cospicui 
monumenti architettonici dell’Italia nelle ultime 
annate della Zettschrift fiir Baurvesen (Rivista edi- 
lizia) che da quasi un mezzo secolo si pubblica a 
Berlino. Nell’annata del 1893 l’architetto Federico 
Seitz stampò un lavoro particolareggiato, corre- 
dandolo con accuratissimi rilievi architettonici, sul 
Tempio Malatestiano a Rimini (San Francesco in 
Rimini ; il suo saggio si vende anche separatamente 
in estratto), lavoro che in ogni relazione, sia quanto 
spetta alle riproduzioni grafiche, sia alla descrizione, 
alla storia ed all’apprezzazione del monumento in 
discorso, corrisponde all’ importanza di quest’ultimo. 
Nel testo meritano attenzione anzitutto i ragguagli 
di cui andiamo debitori all’occhio perspicace e di 
discernimento fino dell’autore-architetto, i quali però 
nel presente rapidissimo riassunto non si possono 
enumerare uno &d uno. In quanto riguarda la storia 
della fabbrica, l’autore, giovandosi dei documenti 
già conosciuti (che egli, del resto, ripubblica, dopo 
averli accuratamente riscontrati di nuovo con gli 
originali), giunge a parecchie conclusioni che erano 
fuggite ai suoi precursori, o state interpretate er- 
roneamente da essi, anzitutto dall’ Yriaste nel suo 
ben noto libro altrettanto prolisso quanto superfi- 
ciale; conclusioni che modificano in alcuni punti le 
date, finora accettate, sull'andamento dei lavori. 
Così, p. es., la consecrazione nell’anno giubilare 1450, 
accennata dall'iscrizione sulla facciata, non può ri- 
ferirsi se non ad alcune delle cappelle dell'interno 
(anzitutto a quella di S. Sigismondo): in una let- 
tera del 7 aprile 1449 (Gaye, I, 159) Sigismondo 
Malatesta ordina ch’'esse siano dipinte a fresco. 
Dopo il 1450 soltanto, anzi per la facciata non 
prima del 1454, L. B. Alberti fornì un modello per 
l'esecuzione dell’ insieme, e disegni per alcuni par- 
ticolari. Nel dicembre 1454 la facciata si trova mu- 
rata fino all’altezza dello zoccolo, il rivestimento 
delle pareti laterali della chiesa, invece, sta. in 
piena esecuzione. Non ad esso — come si supponeva 
finora — bensì alla facciata principale — come 
viene provato con acuto discernimento dallo Seitz — 


158 





si riferiscono i ragguagli nelle lettere di Matteo da 
Pasti e del Nuti. Molto probabilmente Sigismondo 
desiderava di collocare i monumenti sepolcrali di 
sè stesso e dell’Isotta, forse anche quello de’ suoi 
antenati, in nicchie apposite, praticate a destra e 
sinistra della porta principale della facciata, e .su 
queste nicchie appunto si volge la discussione nelle 
lettere indicate. Ad esse in seguito furono sostituite 
le attuali arcate finte, dopo che Sigismondo si era 
risoluto di collocare i monumenti anzi ricordati nelle 
cappelle interne. Ma che essi originariamente si 
dovevano mettere nelle nicchie accanto alla porta 
si desume chiaramente anche dalla raffigurazione 
della factiata sulla nota medaglia del Pasti, ch'egli, 
secondo quanto scrive nella suddetta lettera, stava 
eseguendo appunto allo stesso tempo. 

L'annata del 1894 contiene una memoria, corre- 
data di numerosi schizzi e rilievi architettonici, degli 
architetti II. E. von Berlepsch e Fr. Weysser su 
i monumenti di Ragusa e dei dintorni (Buuten in 
und um Ragusa). Dopo aver accennato alle fonti 
letterarie di cui si sono giovati pel loro lavoro, 
ed aver brevemente riassunto la storia della città, 
il cui svolgimento spiega molte manifestazioni nel 
suo sviluppo artistico, gli autori nella prima parte 
del loro lavoro danno la descrizione dei monumenti 
sacri ragusani. Di quelli appartenenti all’epoca in 
cui la repubblica gravitava verso l’Oriente, ed era 
in una certa dipendenza da Costantinopoli, epoca 
che ebbe termine con la sua soggezione al protet- 
torato veneto, nel 1175 incirca, il terremoto for- 
midabile dell’anno 1667 non lasciò superstiti se non 
pochissimi ed irrilevanti avanzi. Poco importante 
è, parimenti, quanto resta dei monumenti dell’epoca 
romanza e gotica. Meritano essere ricordati il chio- 
stro del convento dei domenicani (1348), la porta 
principale della chiesa dei francescani (1317), che 
mostra certe analogie coi portali di parecchie chiese 
di Pesaro (S. Agostino, S. Domenico, S. Francesco), 
e tradisce già in germe lo sviluppo a cui questo tipo 
attinse più tardi nella porta della Carta a Venezia 
ed in quella di S. Francesco in Ancona, opera di 
Giorgio da Sebenico; e finalmente l’importante chio- 
stro dello stesso convento francescano, di stile pretta- 
mente romano, benchè appartenga alla metà del 
secolo xiv, un esempio rimarchevole dell’esser ri- 
maste nella Dalmazia in uso, fino ai tempi tardi, 
forme che altrove da lungo erano antiquate. La 
chiesa di S. Biagio eretta fra il 1349 e 1352, nella 
cuì decorazione interna più tardi intervenne Gio- 
vanni da Siena, restò distrutta nel 1706 da un in- 


MISCELLANEA 


cendio. Dall'anno 1457 data la costruzione della 
chiesa Alle Dancè, che serba ancora una graziosa 
porta di stile gotico, e dal 1520 al 1536 ebbe ori- 
gine quella di S. Salvatore, la cui facciata arieggia 
quella del duomo di Sebenico e probabilmente è 
un lavoro del medesimo Giacomo da Mestre, che 
negli anni 1518 al 1525 si trova pure impiegato 
alla fabbrica di quest’ultimo. Del resto, anche in 
S. Salvatorg vediamo adoperati in forma graziosa 
ambedue gli stili, il gotico e quello del rinascimento. 
Anche i secoli xvir e xvui si trovano rappresentati 
a Ragusa con due cospicui monumenti sacri: al 
primo appartiene il Duomo, edificato dopo il grande 
terremoto negli anni 1671 al 1715 dall'architetto 
Andreatti, secondo il progetto dell’urbinate Andrea 
Ruffalio; al secondo la chiesa dei gesuiti (ora laz- 
zaretto militare), fabbricata nel 1699-1725 in stile . 
schiettamente borrominesco, con grandi sa scalinata 
dinnanzi la sua facciata, dall’architetto romano Pa- 
dalacqua. La seconda parte della memoria in di- 
scorso tratta dei monumenti profani di Ragusa. Sul 
più cospicuo di essi, il palazzo Rettorale, gli autori 
sono di avviso alquanto differente di quello svolto 
in un articolo dell’Archirio dal prof. Schmarsow 
(anno VI, pag. 203 e seg.). Essi si schierano dalla 
parte dello Jackson (Dalmatia, the Quarnero and 
Istria, Oxford, 1887), e non ammettono, dopo l’in- 
cendio del 1462, la riedificazione dai fondamenti 
del palazzo, bensì soltanto una ricostruzione par- 
ziale, che nell’essenziale doveva strettamente se- 
guire il concetto originario e non discostarsene sc 
non nei particolari formali, ricostruzione a cui ap- 
parterrebbe specialmente in gran parte il portico 
del pianterreno, mentre la distribuzione o le forme 
adoperate nel piano di sopra, sebbene appartenenti 
alla ricostruzione dopo il 1462, non ripeterebbero 
se non quanto vi era già esistito prima. Discorrono 
gli autori poi della cosidetta Sponza, cioè Dogana, 
edifizio che appartiene a più secoli (il cortile e 


pianterreno al xiv, il piano nobile al xv, il secondo 


al xvi) e si distingue, più che pel concetto archi- 
tettonico, per l'insieme pittoresco; di parecchi pa- 
lazzi (palazzo Ismaelli, palazzo Bizzarro), avanzi dei 
tesori d’architettura, di cui la ricca città si van- 
tava fino verso la fine del Cinquecento; delle non 
poche fontane monumentali, e del pilastro con la 
statua di Orlando collocatavi sopra, per allargarsi 
infine nella descrizione e rappresentazione figura- 
tiva di alcune delle più cospicue ville, che ora in 
stato più o meno rovinoso si vedono disseminate 
sulle ridenti colline dei dintorni della città, segno 


MISCELLANEA 


dell’agiatezza e del benessere degli abitanti in quei 
tempi remoti. Ma sarebbe un assunto che ci con- 
durrebbe troppo lontano, quello di voler seguire 
gli autori nelle loro gite, assunto che però racco- 
mandiamo specialmente agli architetti, giacchè dal 
relativo studio caveranno un'infinità di bei motivi 
da adoperarsi con vantaggio anche oggidì in simili 
stabilimenti. 

L’annata del 1895, finalmente, ci reca una me- 
moria corredata di piante e rilievi, della Magliana, 
la villa prediletta di Leone X, situata sull’antica 
via Portuense, a cinque miglia da Roma (Das pùpst- 
liche Jagdschloss La Magliana bei Rom). Il merito 
principale dell’autore di essa, il compianto archi- 
tetto F. O. Schulze, consiste appunto nei rilievi 
architettonici ch'egli ne fornisce, a quanto sappiamo, 
per la prima volta. Il testo riassume la storia delle 
vicende edilizie del fabbricato, ma non aggiunge 
quasi nulla di nuovo a quanto su esse venne già 
chiarito dal conte D. noli nel suo bel saggio: 
Le cacce di Leone X (estratto della Nuova Anto- 
logia, 1893, fasc. del 1° e 15 febbraio, a pag. 17 
e seg.); anzi alcune asserzioni del nostro autore 
non reggono dopo quanto fu svolto dal Gnoli. Così, 
p. es., la supposizione che fosse stato Leone X che 
ordinò a Raffaello e suoi discepoli le pitture della 
cappella, fra gli anni 1513 e 1520, fu rifiutata dal 
detto autore, avendo egli dimostrato essere state 
molto probabilmente eseguite già nel 1510 e 1511, 
e ad ogni modo prima del 1516 (loc. cit., pag. 22, 
nota 2). I lavori intrapresi sotto Leone X si rife- 
riscono piuttosto a quel grande fabbricato fuori del 
recinto della Magliana, che doveva essere destinato 
a stalla, e che rimasto incompiuto per la morte del 
Papa, fino al giorno d'oggi serve di stalla e fienile 
della tenuta. Ad esso spettano i pagamenti regi- 
strati nei libri delle spese private, mentre i lavori 
nella cui misurazione e verificazione, pochi mesi 
dopo la morte di Giulio II, ai 19 di agosto 1513, 
intervenne il Bramante (V. l'articolo del Miintz 
nella Gazette des beaux arts, 1879, pag. 366) dove- 
vano essere quelli eseguiti ancora sotto questo Papa. 
Merita, infine, la nostra gratitudine lo Schulze per 
aver pubblicato in corredo del suo saggio le due 
piante della Magliana, pianterreno e piano supe- 
riore, che si trovano nel possesso di H. von Gey- 
miiller. Eseguite da Giuliano da Sangallo, o — come 
suppone il Gnoli — copiate dietro i suoi disegni da 
mano posteriore, esse rappresentano il progetto del- 
l’ingrandimento della villa, ideato da Giulio II Di- 
stratto dalle più importanti sue imprese al S. Pietro 


159 


e al Vaticano, il Papa rinunziò a metterle in effetto, 
ed il suo favorito Alidosi vi sostituì poi quanto si 
vede ancora oggidì, ma non corrisponde alla gran- 
diosità del progetto originario. 


* 
* * 


Chiudiamo la nostra ormai troppo lunga rivista 
col ricordare due contribuzioni del vol. XV (1894) 
del Jahrbuch der Kunsthistorischen Sammlungen des 
a. h. Kaiserhauses (Annuario delle raccolte impe- 
riali austriache). Il dott. Th. Frimmel nell’articolo 
intitolato: Unveròffentlicthe Gemiilde aus der Ambraser 
Sammlung (quadri non ancora pubblicati della rac- 
colta Ambras) descrive e riproduce in eliotipia due 
opere di origine italiana: il ritratto dell’ imperatore 
Massimiliano I di Ambrogio de Predis, che pel 
primo fu rimesso in onore dal Morelli, e quello 
della seconda sua moglie Bianca Maria Sforza, che 
il nostro autore fu il primo a riconoscere decisa- 
mente per tale. Creduto una volta opera di Alberto 
Diirer, attributo poi al Boltraffio, il Frimmel lo de- 
termina come copia di un pittore tirolese dietro 
un originale della scuola milanese. Questo — se- 
condo l’opinione del Frimmel — potrebbe essere il 
ritratto di Bianca Maria posseduto dal dott. Lipp- 
mann a Berlino, e che senza alcun dubbio è un’opera 
genuina del De Predis (v. Annuario dei musei prus- 
siani, vol. X, pag. 72), se al copista si volesse con- 
cedere una grande libertà nella riproduzione del 
suo modello. Un contributo pregevole ed interes- 
sarite, in quanto ai risultati iconografici, reca il 
dott. Julius von Schlosser nella memoria dal titolo 
Elfenbeinsiittet des ausgehenden Mittelalters (selle 
d'avorio della fine del Medio Evo). Ella ha atti- 
nenza anche all’arte italiana, inquantochè parecchi 
dei prodotti in questione sono di origine italiana 
ed appartengono al Quattrocento (selle nel museo 
Estense a Modena, nel museo nazionale di Firenze, 
in quello di Budapest e nell’armeria di Berlino), 
mentre, del resto, la più grande parte di esse spet- 
tano all’arte tedesca. Prendendo le mosse dalla de- 
scrizione e apprezzazione della sella del re Ven; 
ceslao I, conservata nell’armeria imperiale di Vienna, 
il nostro autore, nella seconda parte del suo lavoro, 
reca l’elenco e la descrizione delle altre opere di 
simil genere, in numero di venti, che siano venute 
alla sua conoscenza. Nella terza parte della sua 
memoria egli poi si approfonda nell’iconografia 
delle rappresentazioni singolari e molto interessanti, 
che si trovano su queste opere, e che traevano i 
loro soggetti dalla leggenda cristiana, dalla poesia 


160 


MISCELLANEA 





romantica, dalla vita nelle corti d'amore medioevali, 
spiegandone con gran competenza nella materia in 
discorso le allegorie di significato erotico. Nell’ul- 
tima parte, infine, raccoglie brevemente quanto si 
può affermare sullo stile delle opere in questione. 
Nella seconda parte del volume, consacrata a re- 
gesti dei documenti degli archivi imperiali troviamo, 
fra altri, riprodotto particolareggiatamente quel- 
l'elenco degli oggetti d’arte vendibili nel possesso 
del card. Sfrondati, della contessa di S. Fiora, di 
Lelio Cinquini, e di un certo Ant. Gallez, che il 


vicecancelliere Rod. Coraduz il 7 marzo 1595 mandò 
all’ Imperatore Rodolfo II, e parecchie altre comu- 
nicazioni dello stesso del 22 luglio, 4 e 14 otto- 
bre 1595, riguardo a compere di tesori artistici. Le 
notizie in discorso furono, in estratto, già pubbli- 
cate dallo Chmel nei Oesterr. Blitter fiir Litteratur 
und Kunst, 1847 (conf. Zeitschrift fiir  bildende 
Kunst, t. V, pag. 47 e seg.); ora, però, in questo 
luogo sono accessibili in forma autentica e nel com- 
pleto loro contenuto agli studiosi. 
C. pr FABRICZY. 


Per 1 lavori pubblicati nell’ARCHIVIO STORICO DELL'ARTE sono riservati tutti i diritti 
di proprietà letteraria ed artistica per l’Italia e per l'estero. 


DomeNIco GwnoLI, Direttore responsabile 

















Roma - Tip. dell’ Unione Cooperativa Editrice, via di Porta Salaria, 28-4. 

















LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA 


NEI BASSI TEMPI 


(Continuazione e fine, vedi fascicoli I-II, pag. 33). 


LI 


SECOLO VIII. 





con solchi paralleli. 


UELL’ULTIMO avanzo di grazia e leggiadria, che ancor 
appariva nei lavori del VII secolo, scomparisce affatto; 
rozzi ormai sono gli ornati, gotli e scorretti. Le belle. 
tradizioni dell’arte classica, il sapiente tecnicismo degli 
artefici, la scienza delle grandi costruzioni, chi ricorda 
più nulla? L'antica civiltà è tramontata, è tutto un 
mondo da rifarsi incominciando dai primi rudimenti 
dell’arte: l’epigrafia stessa, coi suoi caratteri difformi, 
dimostra la barbarie del secolo vIlI. La tecnica primi- 
tiva degli scultori rifugge dalle ditficoltà di esecu- 
zione: non più tondeggiare di piani con alti e bassi 
rilievi, non più sottosquadri, non più sviolinature, tra- 
fori, frastagli, ecc., ma ornati piatti, tutti su d’un me- 
desimo piano, coi bordi a soprasquadro e marcati 


Motivi ornamentali semplicissimi, intrecci geometrici mistilinei, a guisa di fitto reti- 


colato, ricoprono la superficie dei plutei; sono circoli annodati 
attraversati da liste diagonali (combinazione meno elegante di due 
motivi precedentemente usati), si vedono sovente plutei stellati, 
cioè ornati di due stelle formate ciascuna da due quadrati intrec- 
ciati, ed apparisce un rozzo nascimento in forma d’albero, con rami 
girati in tondo e simmetricamente disposti di fianco ad uno stelo 
centrale, che terminano con croci o con foglie acuminate rag- 
gruppantesi al centro d’ogni girata. 1 pilastrini si adornano 
con questo stesso motivo ridotto a barbaro viticcio nascente, op- 
pure con catene di circoli e rombi, con nodi d’amore, ecc. 


—. =_= — 


re == 
| fat Se) AAT fs Ji 
ARRE Lx | 
Nes dee Ana e we A 
4 4 LS ZI 
| Ps } LA P, F, OLA Ji 
Mii 4 gi cali e RIA 
REA een eo A 
a (- Pi rt Va {> 4 fo Alli 
ZE DAI A 
Mati gia ir pd perla, “\ 
f \ #\ À È ANA. 2 


Pluteo a reticolato 
in S. Maria in Trastevere (8. vin) 


Molti esempi si trovano in Roma di questo periodo, fra i quali 








l Pluteo ad alberello 
in S. Maria in Trastovere (8. vii) 


anche una mostra di porta in via Leonina, ma mi limito al più 
caratteristico e completo, e di cui può presumersi la data. Sono 
otto plutei esistenti nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, 
appartenenti probabilmente ai lavori ivi fatti eseguire da Gio- 
vanni VII. Un pilastrino si può vedere murato nel fianco dell’e- 
dicola che sormonta la porta settentrionale di detto edificio, ornato 
con viticcio a croci. 

Al tempo di Giovanni VII deve anche appartenere quel rozzis- 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. 1II. 1 


162 FERDINANDO MAZZANTI 





simo paliotto d’altare con due pavoni che si dissetano ad un vaso (murato nella parete di 
fronte del portico) di assai barbaro disegno e più barbara esecuzione. Il Cattaneo senza 
alcuna base di fondamento lo giudica del tempo di 
Adriano I; ma il paliotto recentemente scoperto in 
Santa Maria in Cosmedin, paragonato con questo, mo- 
stra un’arte assai più composta e migliorata. 

Altri molti frammenti di rozzo e povero disegno fu- 
rono da me scoperti in San Cosimato, adoperati come 
materiale da costruzione nei pilastri angolari del chiostro 
i Tai Cena costruito poco dopo il mille, altri ne esistono sparsi per 

dai peterara del aria aL rastever® il Foro Romano dei quali riesce difficile stabilire la 

provenienza, essendo codesto luogo insigne circondato 

da una fitta corona di chiese, molte delle quali ante- 
riori all’ VIII secolo. 

Del tempo di Paolo I potrebbero ritenersi alcuni 
frammenti architettonici nel Ministero dei lavori pub- 
blici (già monastero di San Silvestro in Capite) ed altri 
ai Santi Quattro Coronati ed a Santa Maria Liberatrice, 
che già accusano una seconda maniera, nella quale noi 
troviamo i medesimi scomparti geometrici, arricchiti 
però da un’abbondante fioritura di gigli, rose, foglie, 
grappoli, nodi, croci ed altre fantasie che non lasciano 
SIINO —— Tiposare l’occhio. Esempi caratteristici ce ne porgono 
Capi: NI gli avanzi dell’ Iconostasis e dell’altare di Santa Maria 
in Cosmedin del tempo di Adriano I e del recinto di 
Santa Maria in Foro, alla basilica Giulia. 






5 


\ n 
godi 


ja 





Gi ue 


vii in S. Cosimato 








I 
TE) 


ari i 
ir 
{N 
<- CA (4 
n sE i] 
ALA 
Ai 
PI: 


2) 
ae 


PX 


» PRA 


» \ : c f \// x 
{SI 14 A 4/1 

i VE \ 

_ Cagaf f LS 


[fe ARIA (AVA IAA VA Gli eleganti sotfitti a cassettoncini stupendamente 
izzoe o intagliati, tolti alle edicole pagane e messi a far bella 
RS 


mostra nelle chiusure presbiteriali di Sant'Agnese fuori 
le mura, di San Giorgio in Velabro ed in tanti altri 
edifizi, dovevano attirare gli sguardi di un popolo che 
ha così profondo il sentimento artistico; ed infatti sono 
pur belli ed eleganti questi sotfittini su cui l’agile scalpello | 
di provetto artista seppe ricavare graziosi scomparti a cas- CEE ATA PO 
settoni quadri, od esagoni, od ottagoni, con le modanature n. 
stupendamente intagliate e bucate a mo’ di trine, dal mezzo 
dei quali sbocciano fiori a quattro, a cinque, a sei, ad otto 
pètali arditamente sporgenti dal piano del cassettoncino! 
Il fàscino della bellezza antica che irradiava da quelle 
sculture, fece sorgere negli artisti di quei tempi il desi- 
derio di imitarle; ma l’inesperienza dell’artefice, le pastoie 
dell’arte appresa, la poca conoscenza del disegno, e sopra- 
tutto l’ambiente artistico dei bassi tempi, così diverso da 


e 
/f 

VE 

= 





_—_ — 
-—P—— 
nd 
PT 
i 
ta) 
An, 
14 a x 
i i è Sha 
\ a “n sj 
e "n ., 
x 
e _ 
"—_ 
a 
_ 
= 
e 


“i 





Pluteo dell’ vui secolo in S. Cosimato 





quello dell’epoca imperiale, furono cause che trattennero #ywagaon yo ROSI: 
per lungo tempo gl’imitatori dal raggiungere la mèta ago- ==" SS Pa 


gnata. Fregi a nodi e capitello 
L'artista della fine del secolo ottavo intuisce già il. °* Oa lu Casio) I 

sentimento dell’arte antica, ma non sa esprimerlo; egli si 

aggira sempre nei soliti intrecci, smarrito‘ nel laberinto delle complicate loro combinazioni, 

alle quali egli cerca di dare l’aspetto di cassettoncini, or quadri, or tondi, con rosoncinì gof- 

famente eseguiti in cui si scorge lo sforzo dell’imperito scalpello che tenta di riprodurre 


UIpewso) Ut 81187 7Ueg UI eon[ 


Po Ba A 
5 uni 


-_- 


ni è csi 
n 


tr pera 

e ‘ 

O 1 wgs t1] 
OZ] 


TELA 
apice 


ATRIA III Perni LU PI 
n , Ì EL 


Tirso fai 
- mpeoar e peg | 


17,9 53 laasargsan 


LEGGASI RC RAS ASAGAI 


DONI IT 
7A È iena 
+ re La Aa 
i els3 


LI 


ad la 


V 


tas, 
ia, 


VERE 


+78: > ae ROS 


rogo er e nd er pro rieepir n - 
, i i.e a. LIO L 
e é î è Ac ”“ i 
e ——_ — LL L1 
LO : d < Li 


: 
, 
}l 


f 
' 


| 


| 


sod 


U! 138u107 IZUBAB 1]Fep 03s0dw0911 ‘0[0968 ITA [[®p 94183[8 po e[ei103iqsa1d 03u100Y 


AAC 
SII. SE 


AGI CCL GAS 
. u Sa = 
art x j a Ù i i 3 


Vi VENE E, 


rca 1 


INVWOY FILATI 





Digitized by Google 


164 FERDINANDO MAZZANTI 








l’ornamentazione classica; e, messi a confronto coi mentovati sotfittini, la imitazione appare 
evidente, quantunque i mezzi di esecuzione siano tanto diversi. 
Ma oramai l'impulso è dato: il genio latino ha ritrovato la sua via, e corre spedito 


er DE = Ce. i 3 nl - cdi » sad e n 
® fi, * E î LI a hi Lo 
z PI i du i Ò P- i WXx “e A n LI 
pai E TI dante e + ar ste «LELE = 
de n Te afri ia = nas ba 
A - T . 


A f r n ; ? 


: 





fire Sa +. , n L ili 


Ricostruzione del recinto corale di Santa Maria in Foro, dai frammenti esistenti nella Basilica Giulia (sec. vin) 


alla sua mèta; nelle rozze opere ornamentali della fine dell’vIII secolo, spira già il sotfio 
d’una vita nuova e, quantunque scorrette nel disegno, vedi in esse una fantasia che invano 
cercheresti nei lavori che li hanno preceduti. Il pontefice Adriano I, con animo veramente 

romano, restaurò o ricostruì un numero straordinario di 





e ce cap | edifizi; si può asserire che non vi fosse edifizio in Roma 
| ESTE; (EJ) acui non ponesse mano. Grande vantaggio ne ebbero 


CHOSEN S 7 °. le arti, ed il nuovo stile potè così propagarsi con rapi- 
LEVI aità. Ma qual lunga serie di secoli occorse ancora, prima 

di poter raggiungere la perfezione dell’arte antica! 
I lavori eseguiti sotto Leone III sono assai numerosi 
| comesi apprende dal libro pontificale, ed avanzi se ne 
rinvengono in molti edifizi, fra questi il più interessante 


Archetto di Leone III x Car 
(Museo Cristiano Lateranense) © l’archetto del museo cristiano lateranense rinvenuto 


a Porto con incisavi l’iscrizione dedicatoria, perciò do- 
cumento sicuro dell’epoca, che può servire di termine di confronto. 
Della stessa provenienza è pure una margella di pozzo, ornata in giro con rozzi animali, 


collocata da poco tempo nel museo nazionale ro- i PARI PR 
mano. Frammenti si rinvengono pure nella basilica [ra FAAATIAANANAA9 SIOI: 
di Santo Stefano sulla via Latina, in San Giorgio || SCot BERT 

in Velabro, in San Giovanni e Paolo, nella badia 
delle Tre Fontane, ecc. Assai meno scorretti dei 
precedenti essi però non raggiungono la perfezione 
dei lavori che andremo or ora ad esaminare; e se, 
per l’epoca già inoltrata nel successivo secolo, con 
i lavori del IX dovrebbero cronologicamente essere 
. classificati, tenendo conto della rozzezza del lavoro, 








. i : Avanzi di un paliotto esistenti in S. Giorgio 
parmi che con quelli dell’vili debbano ancora esser in Velabro 


compresi. Dei migliori, e perciò forse degli ultimi 

anni del pontificato di Leone III, sono gli avanzi dell’altare e della chiusura presbiteriale 
da me scoperti in Santa Sabina: era questa formata da sei colonne sorreggenti un fregio; 
chiudevano lo spazio fra l'una e l’altro, grandi plutei ornati da stelle, lontana reminiscenza 
del recinto della confessione di San Pietro. 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 165 


Ma troppo mi dilungherei a voler di tutto parlare anche di volo, ed oltrepasserei i 
limiti imposti a questa breve memoria. 

Non posso tuttavia non far cenno dei nuovi elementi decorativi che aiar e carat- 
terizzano i lavori di quest'epoca: il nastro degli intrecci ve- I 
. desi rigirato su sè stesso a mo'di cappiola, riempiendo i 
vani senza ricorrere al solito ripiego dei gigli e rosoncini; la 
composizione diviene così più larga e grandiosa, meno trita 
e confusa, le croci dei paliotti si rinchiùdono entro ampie 
arcatine binate, o si contornano con grandi giri di nastri, 
motivi ornamentali che nel successivo secolo 1X ebbero larga 
applicazione, e vennero acquistando sempre più grazia e 
leggiadria. LZ = 

Quantunque paragonati agli altri lavori dell’ VIII secolo, Pluteo della fine del sec. vm scoperto 
assai migliorata vi si vegga l’arte, pur tuttavia essi ancor SI ee i 
rozzi si mostrano e ruvidi nello scalpello, ancora imperfetti 
nel disegno, tozzi e pesanti nelle forme; e se in essi scorgesi il primo inizio della bella orna- 
mentazione del secolo 1X, bisogna pur confessare che non ne raggiunsero mai l'eleganza. 





SECOLO IX. 


Ma nel successivo secolo la scùltura ornamentale progredisce rapidamente, e prima della 
metà del secolo la troviamo assai migliorata, tanto nel disegno quanto nella esecuzione, più 
ma: © i accurata essendo questa, più corretto quello. Ai mo- 
x tivi precedentemente usati se ne aggiungono altri, 
formati da larghe fasce soventi ornate di ireccette 
e svolgentisi in ampie e grandiose girate, oppure di- 
sposte a guisa di cassettoni, or quadrangolari, or 
circolari, arricchiti di rosoni o di grappoli, o di fo- 
glie di vite e di girelli, o di altre fantasie, conforme 
il gusto dell’epoca; le arcatine dei paliotti ed i tordi 
i ° superiori dei cibori si adornano di eleganti caulicoli 
Pluteo ad alberello (sec. rx) scoperto in $. Sabina simmetricamente disposti, ornamento finale che pre- 

cede di molti secoli la foglia rampante gotica e che 
aggiunge grazia e leggiadria ai lavori del IX e dei successivi secoli. 

Di questa maggior perfezione fanno fede i numerosi frammenti raccolti, del tempo di 
Pasquale I, di Eugenio II e di Gregorio IV. 

Di Pasquale I abbiamo preziosi avanzi nella chiesa di Santa Prassede, consistenti in 
un lungo fregio a palme ed in alcuni basamenti nella cappella di San Zenone. Nella chiesa 
di Santa Cecilia in Trastevere, per entro il chiostro ed attorno ad esso, si trovano sparsi 


LR 
cè . 


Da i sasa " r- s- t.- na: ha 
- * . + è. . Pe, © 
= eda re 
ray -% - rl dh}; 
r gua n 
A RT dirà Sa ® 
Pre, Pe ata vo. e) 
VEL PRATT xi 7 | 
MELITA RA 
{ PA DI è "O 
: 


de 


di 








Plutei scoperti in Santa Sabina (sec. 1x) 


166 


FERDINANDO MAZZANTI 


vari frammenti. A Ferentino esistono molti avanzi con una iscrizione di Pasquale I che ne 


accerta l’epoca. 


Nella chiesa di Santa Sabina, sul monte Aventino, furono veduti, sino al tempo di 


FIRME, 
dida 


52 


,, , À fi 
a RI 4 è x” a : 
1) — n + a n : da 
À = c Pc 
SI n 
Tate Pa ” » — =» d - pur aan Pa n ” ul 
Vac » Vy : n 4 4 ‘4 _ : 
Vy # do S x A Mis: À È "x 
N i N È ri % ì ver) be È |) 4 pory 
fai si "2 dali ” n aa ” s@ nt è Pu P- Za ai ° - ©” _ » À 
M°, ne ali N : x 


Ri n 


(RI de ia e. 
Agr - 


r% 


CECA 


I, 
IC 
£ È 


s 


EFP 
a % a 


LI 
h er 
È 
i 
? (IX 
i u 
PAPA: 
ANO 
7] 
DEI I 


lagnao 
la. 
ten 
3) 
D 
(i) 
Bret 
(Lo) 
sE 
p=) 
s 
(ep) 
s 
ed 
(=; 
Un) 
(dp) 
(= 
ph 
LS) 
® 
(7) 
° 
(È 
(2) 
5 
A 
® 
S 
e 
È 
ta 
"9 
vd 
bt 
ti 
° 
cen 
[2] 
® 
do 
ke) 
ka 
cont 
ui 
O 
ed 
(i) 
fo 
° 
(è) 
° 
dd 
8a; 
(è 
D 
ba 
Lapey 
O 
v 
(:°) 
(2) 
2 
N 
SI 
& 
o 
° 
3 
L= 


VA 
<% 
Cl 


Di era 
a È 3 ; 
"i al? SR» 


AA AE 


3}I 
i} 
1 - oeà d 
a 
CARTA 
p, ] 
(LA 
È va 


9 "LAPIS 


SI 


w 





Sisto V, la chiusura presbiteriale ed il recinto della 


schola cantorum, e sul cancello di metallo si leggeva:. 


Eugenius Papa Secundus. Da quell’epoca tutto disparve: 
mi venne il dubbio che i marmi fossero stati impiegati 
a formare i’gradini dell’altare; ed infatti, con l’auto- 
rizzazione del Ministero della pubblica istruzione, potei 
fare delle ricerche che dettero ottimi risultati, ponendo 
in luce moltissime delle sculture ornamentali di quel- 
l'epoca, le quali si stanno ora sistemando lungo le 
pareti del tempio. 

Sono plutei scolpiti sopra una sola faccia, con ricca 
e svariata ‘ornamentazione inquadrata in ampie scor- 
niciature a denti di sega, accuratamente eseguita. V’ ha 
un pluteo con due grandi circoli riannodati, uno dei 
quali racchiude un’aquila contornata da quattro co- 
lombe recanti la foglia d’ulivo, e l’altro una doppia 
croce; ve n’ha un altro con ampia girata attraversata 
da una croce ed ornata di clipei e lance che rammen- 
tano alcuni scudi della Colonna Trajana; ve n’ha due 
con alberelli a croci; ve n’ha altri due con rami sim- 
metricamente disposti, terminanti, nell’ uno, in foglie 
aguzze riunite al centro d’ogni girata, e, nell'altro, 
con grappoli, foglie e rosoncini; ve n’ha anche due 
con ampia arcata racchiudente una croce fiancheggiata 
da rosoni e palme, ecc. Ma più che una lunga e mi- 
nuziosa descrizione valgono i disegni di alcuni ed una 
ricostruzione del recinto corale che qui riproduco. 

Non mi fu possibile rintracciare nè il basamento, 
nè la cimasa, nè i pilastrini che completavano questo 
bel recinto, e solo nel selciato del vicino chiostro potei 
rinvenire un frammento di pilastrino ornato con nodi 
contrapposti ad x, motivo assai comune in quest'epoca. 
Nella ricostruzione, che qui sì riporta, ho supplito alle 
parti accessorie mancanti, con motivi tolti all’edifizio 
qui sotto descritto quasi contemporaneo, lavori forse 
eseguiti dai medesimi artisti, anche perchè d’ identica 
maniera. 

A Castel Sant'Elia, presso Nepi (provincia romana), 
esiste un antico santuario, già dei Benedettini, in cui 
sono sparse molte sculture ornamentali del secolo IX. 
Sopra una cimasa ad archetti, adoperata in epoca più 
tarda come stipite della porta principale, ricorre una 
iscrizione dedicatoria, assai corrosa, nella quale si leg- 
gono però distintamente queste parole: Temporibus 
Domini Gregori Quarti. Non ho mancato, come si può 
immaginare, di raccogliere ogni più piccolo frammento 
ivi rinvenuto, per poter servirmene poi a confrontare 
altri pezzi di dubbia data o d’incerta provenienza. In 


_  — + «a — — - » ie i 


2 £ a 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 167 


essi ho riconosciuto un pulpito riccamente ornato sulle quattro fronti, del quale ho pubbli- 
cato il disegno nel Nuovo dullettino d’archeologia cristiana. Frammenti di Gregorio IV si 
trovano anche in Santa Maria in Trastevere ed 
in San Giorgio in Velabro. 
Per grandiosità di stile, per correttezza di 
laici per ricchezza di ornati ed accuratezza di 
-, esecuzione, i la- 
| vori che soia 
‘ mo ora descritti 


.: superano tutto 

3 Pluteo del tempo di Gregorio IV 
quanto FIGO esistente in San Giorgio in Velabro (sec. 1x) 
Italia della me- 


| desima epoca, e me ne appello a quanti ebbero ad esami- 
‘ narne sia nei musei, sia nei monumenti. 
Non è dunque vero che il genio latino giacesse inerte per 
Archetto cuspdal diLeone IV, snistent secoli e secoli, mummia ischeletrita, sepolta sotto i ruderi 
nei chiostro di ° 
teramo (eee. E) 0 del Foro Romano: no, il genio latino non era morto: nella 


buia notte del medio evo egli raccoglieva, primo fra tutti, 
la fiaccola semispenta della civiltà, 


ne ravvivava la fiamma irradiandone 
la luce a sè d’intorno e le tenebre 
sì dissipavano a quella luce, prima 
ancora che gli albori del Rinasci- 
mento apparissero all'orizzonte. 
Della seconda metà del secolo IX 
esistono frammenti in San Clemente 
del tempo di Giovanni VIII, ed altri 
nella basilica dei Santi Apostoli forse 


del tempo di Stefano VI ed altri an- - Ricostruzione di un parapetto del sec. 1x rar 
cora del tempo di Leone IV in Santa dai frammenti esistenti in San Clemente (Giovanni VIII) 


—_—— ——_—€— 
7 ili UD 0? > 
X » mt Pac da 
3 fe ( ” 
» è. fo 
e? 7 Si al. ? 
Ù d-- 
\ RE ì 
472.7 
i 
» 


fre 
e. 
UU à 2 
ia ” 
PAIA 
- 
e 
» ù 
cb î 
"e; 
w | « 
AUS 
a 
3 
di € 
; b 
P, 
4” i 
SEZ 
sr - 
|" 
2 LE 
=> 
# 54 
TCA # N 
"ad 


sir ti Vr 1) Li 
“è PRI ta) 

| 2% x A 
| peer 








Francesca Romana, di Niccolò I alle Tre Fontane, e di 
Sergio II, nel chiostro di San Giovanni in Laterano. 
Però i limiti ristretti di questa breve memoria mi 
costringono a sorvolare su molte cose che richiede- 
rebbero maggiore sviluppo e tacere di altre non 
meno importanti. 


SECOLO X. 


PUITPERNT "rr, È 


£ 
Ò 
» 


Ma il secolo Xx, con le guerre intestine e con le. 
terribili profezie del finimondo, doveva d’un subito 
arrestare il progresso delle arti così bene avviato 
nel secolo antecedente, e proseguito nell’inizio di 
questo. Una margella di pozzo (0, come altri vuole, 
un fonte battesimale) esistente presso San Giovanni 
a Porta Latina ci offre un saggio di scultura orna- 
mentale di quest’epoca, accertata dall’ epigrafica 
iscrizione ricorrente sull'orlo. A. prima vista si ri- 
mane stupiti davanti a tanta decadenza giunta, direi 


Margella di pozzo esistente a San Giovanni quasi, al disotto delle più rozze produzioni del se- 
a Porta Latina (sec. x) 


È 
È 





168 


FERDINANDO MAZZANTI 


colo VII; l’artista non si è dato nemmeno la pena di uguagliare la superficie del marmo 
che doveva scolpire, ma, seguendo svogliatamente le imperfezioni del rocchio rozzamente sboz- 
zato, egli vi ha scolpito nel modo più barbaro uno di 
quegli alberelli a rami girati, formando un fregio attorno 
alla superficie cilindrica della margella. Non è più l’arte 
inesperta e bambina che sorge timida e volonterosa, ma 
l’arte vecchia e decrepita che langue e muore. 

Tenendo conto dei caratteri ora notati, parmi che si 
potrebbe ritenere appartenente alla stessa epoca anche 
quella margella di pozzo situata nel centro del chiostro 
di San Giovanni in Laterano, e l’altra più ‘piccola del 
Museo artistico industriale proveniente dal giardino Qui- 
rinale; come pure un paliotto d’altare nel giardino dei cavalieri di Malta all’Aventino, ed un 
altro paliotto nel portico dei Santi Apostoli. Il vecchio chiostro di San Cosimato è del’ x se- 
colo; in esso ho rinvenuto e sistemati vari frammenti dei bassi tempi; e, se non tutti, gran 
parte di essi potrebbero a quest'epoca appartenere. Mentre nel secolo antecedente, anche nei 





di, - a oi rie” 19 
n : iu e Î 
in I — ii t ai hi 
Cv el ! ì 
a 1, N SITA dn IA Ò 





A Ò i ì 

LD adi è de aegirgig rr [hi pedina oss VA 

î % N AG cao #7 24 esse so dito và sta) ( DEN Ù RA (44 : 
gene da ANVISA i de RR mi Re N 

METE ZIO Mr di O n So S 
eno la, n e A ron even, 

be x ua mar ge fo Ia gi IP 


un n° su È . - 3 
Min rn sl, + CAI, A 4 
n - relase RR id 


Pluteo del sec. x in San Cosimato 


lavori più ricchi, assai di rado 
abbiamo veduti rappresentati 
animali, qui notiamo invece una 
tendenza a riempire viticci e 
riquadri con animali in sostitu- 
zione dei rosoncini e dei girelli; 
ed è ciò appunto che caratterizza 
l’ornamentazione del secolo se- 
guente, che abbonda di animali 
e di chimere. 

Finalmente, in un angolo 
del chiostro di San Lorenzo 
fuori Je mura, si vedono murati 
gli avanzi di un traforo di fi- 
nestra in istucco con iscrizione 
del tempo di Giovanni XIX 
(1003-1009). Nella parte arcuata 
è ornato da una croce posta fra 
quattro rozzissime palme, nella 
parte rettangolare da intrecci 
ingarbugliati tracciati senza re- 
gola e simmetria; viene in se- 
guito l’ iscrizione mentovata. 
Per la inferiorità del lavoro 
può questo traforo essere clas- 
sificato fra quelli del x secolo, 
tanto più se si considera la data 
ancor così vicina al mille, da 
far supporre vi abbiano lavorato 
i medesimi artisti; ed infatti 
esso è degno della loro impe- 
rizia. 

Ma, in tanta decadenza, al- 
l’acuto osservatore non isfug- 
girà una nuova tendenza del- 


14] 





\ 


DOM 


M 


PO 


\ i N 
) cene A 


(ORI 





















di e 


dro 


11 \ sì ISIALA 
A rid a Mio 


A an 
a — 4% 
mm 
ui.. 
- 
Col 
+” “ 
_ La 
7 
i vas 
= cut 








RAI ) 














la 





Va 
/N 


SEDEI 





Avanzi di un traforo dì finestra esistente nel chiostro di San Lorenzo 


_r——— 


fuori le mura (sec. x) 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 169 








l’arte a svincolarsi delle pastoie degli ornamenti stilizzati e dalla regolarità geometrica degli 
scomparti; è un germe nuovo che col tempo vedremo svilupparsi e dare i suoi frutti. 


SECOLO XI. 


Siamo giunti al secolo che precede l’arte cosmatesca; l’ornato esce gradatamente dalle 
forme stilizzate dei secoli precedenti per muoversi più sciolto e libero; appariscono qua e là 
timide membrature intagliate ad ovoli rovesci, a fu- n Pa RERTSRZEZZEZAA 
saruole, a cordoni, ecc. Animali disegnati con un Teca cacagzo 7a 
certo garbo veggonsi profusi da per tutto; sono ele- fel 
ganti colombe con l’ulivo nel becco, o pavoni, 0 
quadrupedì, o pesci, o chimere fantastiche piene di 
movimento e di brio. 

Nella chiesa di San Saba sul monte Celio esi- | 
stono due stipiti di porta assai ben conservati, ornati 
da rozzi uccelli nei quali è facile riconoscere la rap- 
presentazione simbolica della colomba con l’ulivo 
nel becco. L’architrave di questa porta fu da me 
riconosciuto nel Museo nazionale romano; esso è for- 
mato da una cornice classica spianata sulla fronte 
ove furono scolpite dalla stessa mano quelle mede- 
sime colombe; facile quindi la ricomposizione archi- 
tettonica di questo lavoro. 

Nel piccolo Museo di Grottaferrata esistono pa- 
recchi avanzi di quella badia che, come si sa, venne 
costruita nell'XI secolo: fra questi è notevole un 
grande pluteo a cassetoni ornato di pesci e chimere 
disposte per tutti i sensi, ciò che fa ritenere essere 
stato un soffitto, come lo dimostra anche il largo 
bordo non rifilato che lo contorna. Notevoli pure 
sono i trafori delle finestre, messi, non si sa perchè, ad ostruire l’occhialone del prospetto 
medioevale della chiesa. 

Sul Monte Soratte, nell'antico santuario fondato da San Silvestro, esiste un altare formato 
con parti di una 
iconostasis del se- 
colo XI, epoca con- 
fermata da un’ iscri- 
zione collocata nel 
portico di detta 
chiesa. Notevole la 
parte centrale del 
parapetto ornata da 
una croce contorna- 
ta da quattro bei ro- 
soni e da ornamenti 
a foglie, in cui è vi- 
sibile il tentativo 
fatto dall'artista di 
uscire dalle antiche forme stilizzate del secolo 1X, sforzandosi, sia pure con mezzi ancora 
imperfetti, di formare un ornato a fogliami, e simile tentativo vedesi pure chiaramente 


- 






= - e è 0 E e i | mm i - | | | 
xi 4° e sv a uf n £ 
VASI Taoateà Di > età LE Sid . 
SOA è do oa EZSOCE 
|a 
Cid | 


R| 


CI 


SY, 


© 
TTmqS de 


age 
" VIT 
al 


- 20- 


? = 
fi là ax VT 
x LS p 
Vi O 1# ì 
i e e 7 
2 € "le DAR 
nr 
n 


s 

NS 

e 
- î 


lt 


ini 


ci dl —_ — dA 


Ricomposizione del:a porta di San Saba 
dai frammenti esistenti (sec. xi) 





Soffitto esistente nel Museo di (irottaferrata (sec. x1) 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc. III. D 


170 FERDINANDO MAZZANTI 


espresso nell’ornato dell’architrave. Ciò ,che v’ha però di più interessante in codesta scultura. 
è la parte posteriore oggi nascosta, sopra della quale credo che siavi scolpito un bas- 


_— pera re 011 ced è” 


o foga Ri epr , ì 
REI), 
| » 4, PIA? LIL 4 so È La 4 fa È 
tes dea e i ké a î A 
in | —_ 

è x , 


n= 
- 


La - 
€ Fi O 7 
il 05 } {®: 
CRIR ì 
7, 


RUE NA < A - 


© N 


75/9) | 





Oinaiienti del sec. xi nell’altare del Monte Soratte 


sorilievo della medesima epoca, come ne fa fede il frammento di destra, che ho potuto avere 
fra le mani, dietro cui vedesi una rozzissima figura di donna presso un albero al cui tronco 
si avvolge una serpe; si tratta forse 
di una scena del Paradiso, e sarebbe 
del massimo interesse, per la storia 
della scultura figurata, di metterlo 
in luce. 

Lavori della fine dell’ x1 secolo, e 
forse dei primi anni del XII, sono 
certamente una mostra di porta nel- 









TRLIIALIANIA RAI 
Arma Ah 







è age 








































IGSEIISE 1%: tg l'interno del chiostro di San Lo- 

I RAISI i reni lis sia E 
HOg doit Ji Aa 2:92: —renzo, ornata con rosoncini a cinque 
Rio olaon a Ad Ng È ni RO MODITSITO - . . ° obintti 
RIA IE: ERRE RO O e sei foglie ed un’altra i cui stipiti 





Recinto presbiteriale della chiesa di San Leo in Leprignano (sec. x) _—Qiacciono qua e là dispersi presso 
la badia di Ponzano; si aggiunga 


ancora il pluteo lungo la gradinata dell’Aracoeli assai simile 
a quello sopradescritto di Grottaferrata, ma con animali scol- 
piti di mezzo-tondo come pure due pezzi similmente ornati 
venuti in luce di questi giorni presso la chiesa di San Co- 
simato che, come si sa, fu consacrata nel 1066 e così pure la 
chiusura presbiteriale in San Leo di Leprignano che qui ripro- 
duco; unico lavoro dell’epoca ancora in essere, restaurato però 
nel 1525 sul lato sinistro, come può riconoscersi dai pezzi mala- Pluteo ad arcatine binate apparte- 


mente adattati e da una piccola iscrizione incastrata nella cimasa. i x SH) 








e ee eee. PP _—__———— 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 171 


— 


PRINCIPIO DEL SECOLO XII. 


Nel duomo di Ferentino e nell’attiguo palazzo vescovile esistono molti frammenti dei 
bassi tempi, scolpiti con ornamenti ad intrecciature: la maggior parte sono del principio del 
secolo IX ed il nome di Pasquale I, vi si trova inciso sopra. Ma alcuni pezzi lavorati con 
maggior cura e disegnati con molta diligenza, accu- 
sano un’arte assai più perfetta e potrebbero senza 
tema di errare ritenersi del tempo di Pasquale II, che 
sul finire dell’x1 e sul principio del XII secolo ri- 
costruì la primitiva chiesa. Un recinto presbiteriale 
ornato di mosaici cosmateschi alquanto grossolani 
e fatto per opera di Paolo marmoraro romano, ca- 
postipite della nota famiglia dei Cosmati, porta in- 
ciso il nome di Pasquale II: quindi è certo che questo 
pontefice, oltre ad aver ricostruito l’edificio, vi fece 
anche nell’interno le parti liturgiche e le opere di 
finimento. 

Scelti e raggruppati questi frammenti, disegna- 
tili con cura e completatili nelle parti mancanti, 
ebbi a riconoscere in essi un davanti d’altare ornato Frammento di archivolto cuspidato 
di grappoli e foglie d'uva alternatamente disposti trovato in Santo Stefano del Cacco.(sec. x11) 
entro un cassettonato a circoli ed un ricco pulpito. Che si trattasse di un pulpito lo dimostra 
assai chiaramente il pezzo triangolare che porta scolpita una chimera sul cui orlo si scor- 
gono dei segni o lettere incise nelle quali mi è parso di poter decifrare ...ASCHAL... ossia 
il nome di Pasquale. 

Che questo pulpito sia opera di quel Paolo. mar- 
moraro sopra menzionato, non oserei affermare, ma 
che sia del tempo di Pasquale II può aversene una 
prova (anche astrazione fatta della lacera iscrizione 
citata) dal confronto de’suoi ornati con quelli scol- 
piti sopra gli stipiti della porta del protiro di San 
Clemente (altra chiesa ricostruita da quel pontefice). 
Ho creduto quindi necessario darne un disegno 
perchè è forse un degli ultimi lavori con ornamenti ad 
intrecciature eseguiti da quegli ignoti artisti romani 
che precedettero la scuola dei marmorari medioevali. 

Il giro grandioso delle fasce, le larghe annodature 
arricchite da una perlina nel centro, i rosoni ben disegnati, le croci di classica forma senza 
arricciature agli angoli, e sopratutto i fregi dei pilastrini e delle cimase, da cui sono scom- 
parse le solite combinazioni di nodi; tutto ciò costituisce un insieme di cose che dà un 
carattere speciale a questo lavoro, che si distacca dagli altri di epoca più remota già illu- 
strati, e rivela un’arte tanto progredita da potere stare a confronto con le opere cosmatesche, 
mancandole soltanto il brio dei colori che le ravviva. 

Un altro pulpito simile a questo doveva esistere pure in Santa Cecilia a giudicarne da 
alcuni avanzi da me raccolti nel vicino chiostro, che qui riproduco; una pietra con la data 
MC ivi esistente, accerta infatti che qualche importante lavoro vi dovette essere inaugurato 
sotto Pasquale II. 

Nel piccolo Museo di Anagni esiste un pezzo d’archivolto eseguito nello stesso stile, 
e frammenti di identica maniera ho raccolto in Roma nell’Odeo di Mecenate (scavi dell’E- 


= 








Mensola del sec. x, vicolo Bologna in Trastevere 


172 FERDINANDO MAZZANTI 


squilino), nella chiesa di Sant'Agata dei Goti, in Santa Prassede e perfino a Castel Sant'Elia 


nella piccola chiesuola di San Michele. 


Del tempo di Pasquale II sono pure i capitelli ionici del portico di San Lorenzo in 


uri st 














IhAE ì f > 
{ e da 
OR pas) na UT . 
A "n va > x > 













A a r a da CTS 7 
DEIRA 57, 
FI NASNTOA NIN PSI EIA N.324 
TVT(WTUWUVUTVVTTTTTYTTv->v>=*==="5< |@& 


n n LU] pe . V_ 
i vw - = _ Nì È , 
o ( Sui ai N 7 | hO \ 















De 






Vi Se Ta 35 "Sa SERIE — @ — Re RR VAT SY hi È y 
ACEA 


dd o 






-— 
v 


7 


& 
| (7 


Ricomposizione di un pulpito del sec, x11, dai frammenti esistenti in Ferentino 


Lucina con ovoli appena ac- 
cennati e forse anche la parte 
superiore del candelabro di 
San Paolo con quel ricchis- 
simo ornato ad intrecciature 
così diverso dalle altre parti 
eseguite dal Vassalletto. La- - 
vori quasi contemporanei a 
questi delbonsi ritenere: la 
porta di Santa Maria in Co- 
smedin (imitazione di altra 
preesistente frammentaria 
composta di antichi cornicioni 
classici adattati); così pure la 
porta laterale di Santa Maria 
in Trastevere e quelladi Santo 
Stefano degli Abissini, la croce 
terminale di Sant'Alessio e 
l’ altare-reliquiario in Santa 
Maria del Priorato di Malta. 

Ritornando al pulpito so- 


pra descritto: se noi vi incastonassimo dei tondi di porfido contornati da un giro dì trian- 
goletti, se riempissimo i fondi mistilinei con smalti colorati e cubetti d’oro disposti a minuti 


e variati disegni geometrici, è fuor di 
dubhio che noi riceveremmo l’impres- | 
sione di un lavoro cosmatesco: prova 
evidente dello stretto legame che uni- 
sce per affinità e per identità di stile 
sins « i descritti la- 
vori alle opere 
dei marmorari 
romani del me- 
dio evo; e Vi- 
ceversa in que- 


img 


459 


; pico ari ulti i spor i j 


n LO 4 
» ld = a « È ‘ 
IEEE A Ind Na 
pr dar pa corti DE Miri 
P. al su 





CS 


Stipite della porta di S. 
in Cosmedin (sec. x11) 





Plutei del sec. x1i nel chiostro di Santa Cecilia 


ste non mancano motivi ad intrecciature identici a quelli o per lo 
meno da quelli derivati, che indicano la stretta ‘parentela dell'una 
coll’altra arte, come da alcuni esempi qui oltre riportati può vedersi. 
Le tante prove da me raccolte a conferma di questa tesi, duolmi 
di non potere, per la tirannia dello spazio, metter sott'occhio al let- 
tore; ma chi ha seguìto attentamente questa memoria, avrà già avuto 
la percezione esatta di quello che per me è ormai fatto provato ed 
indiscutibile: Varte cosmatesca discende da quella dei bassi tempi. 
Della stessa epoca debbo ritenere un frammento di ricchissimo ar- 
chivolto cuspidato da me scoperto in Santo Stefano del Cacco, dietro un 
. coperchio di tomba medioevale, il quale stava forse in origine ad orna- 
mento del maggiore altare nella graziosa chiesa edificata da Pasquale I. 


Notevole è pure un frammento di stipite incastrato nel muro d’una vigna lungo la 
via Ostiense, dietro la basilica di San Paolo, con un ornamento nascente terminato a grandi 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 173 


foglie, e due mensole da balcone ancora in opera nel vicolo del Bologna in. Trastevere; 
il garbo di queste mensole è assai gentile, ma il dettaglio dell’ornato accusa in modo non 
dubbio l’arte dei bassi tempi. 

Un altro piccolo sforzo ancora, e gli artisti si troveranno su 
la via che conduce al risorgimento dell’arte antica. Tale còm- 
pito era riservato a quella famiglia di marmorari romani del 
secolo XII e XIII, di cuì si tenne parola nell’esordio di questo 
scritto; e qui mi piace, come riassunto, mettere a confronto 
lavori di diverse epoche per far toccare, dirò così, con mano, 
il progressivo sviluppo dell’arte dall’ottavo al tredicesimo secolo 
e come dalle goffe e barbare concezioni del secolo VIII si arriva 
gradatamente a quelle più gentili ed eleganti del periodo co- 
smatesco. 


Va 


| RI A 
\® 
va È 


* 
* % 


Siamo riusciti a mettere in ordine questa congerie dì fram- 
menti: appena classificati si è reso evidente lo stile proprio e 
caratteristico di ciascun secolo; abbiamo seguìvo il declinare 
rapidissimo dell’arte dal vi al vI1 secolo, ed il lento risorgere 
di essa dall’ vili al IX; abbiamo veduto la molle trascuratezza 
del secolo x ed il vigoroso e rapido risorgimento dell’ XI, che 
facilitò la via ai marmorari del secolo successivo. 

E, seguendo passo passo questo lungo periodo storico del- 
l’arte, si nota una lenta e continua trasformazione nei motivi , i Since dona 
ornamentali. Le tradizioni dell’arte antica non sono bruscamente  stellana 
interrotte, ma vanno man mano modificandosi; alla simmetria? Pilastrino dell’ vii seo. ai Ss, Co- 
perfetta succede la dissimetria, che, limitata al dettaglio, ap- 
porta una continua varietà, senza disturbare l’armonia dell’insieme; ogni generazione che 
passa lascia la sua traccia, ed il marmo, come cera molle, ne riceve l'impronta incancellabile, 
e la trasmette alle generazioni future; queste, dai nuovi e dai vecchi materiali, ricavano 
altri motivi, creano nuove forme, escogitano nuovi metodi e l’opera d’arte, come onda limpi- 
dissima, rispecchia il genio dell’epoca. 
Nei lavori del secolo IV sono ancora vi- 
sibili reminiscenze classiche. in quelli 
del secolo IX si scorgono già i motivi 
ornamentali che i marmorari romani del 
medio evo applicarono ai pavimenti. La 
continuità dell’arte non potrebb’ essere 
dimostrata con maggiore evidenza. È una 
lunga catena di anelli saldamente riba- 
diti, che congiunge l’arte antica alla mo- 


TITRZZI 





do iN it i:$ SS . 
È x» 
\ & to 


RTS NZ SIE FL i 7 AMANI & = derna, che colma quell’immensa lacuna 





UASE «ir vasùr 
ee 


che abhiam veduto esistere fra l’una e 
l’altra. 
Occorrerebbe un’opera di più volumi 
Pluteo cosmatesco del sec. xn1 (Grotte Vaticane) per illustrare tutto il copioso materiale 
raccolto. Dal poco qui accennato si com- 
prende come vi siano sufficienti elementi da poter ricomporre molte delle opere d’ arte 
distrutte, e possiamo quasi far rivivere monumenti scomparsi; non isfuggirà quindi agl’ intel- 
ligenti e massime agli studiosi dell’arte medioevale, l’importanza artistica e storica di questa 
raccolta che ci permette di spingerci anche più innanzi in un esame critico d’arte. Archi- 


| lea SEA] | 





(1I1X ‘998) Binw e[ Lion} OzuGIOT] UBg Ip 0409 [ey - / (1X ‘998) 033840g [Op @183[8.II9N - 2 
(I1IX ‘008) 0[08g UBg Ip 01380149 [ON — # (x1 ‘998) Si[{gUBg [93989 V - q 
(1x-IX ‘098) BINW @[ LION} 0ZUEIO] UBG Ip 01350149 [IN - P (IIIA ‘098) 038U2IS0) USS U[ - V 


:eqoode etiva Ip 1801} 813 03u01JU0I9 


i 
P 
È 
Y 


LC 
di 


Na 
SEN NRALT: 


AS) ie. 


PZA ANT UIPMIZIG n e? 


NU 





Digitized by Google 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 175 


volti, frontoni, sottitti, paliotti, altari, amboni, pulpiti, recinti presbiteriali e corali, mostre 
di porte, trafori di finestre, margelle di pozzo, cibori, tabernacoli, cuspidi, croci terminali, ecc., 
è tutto un mondo ignoto che torna a rivivere da laceri frammenti ricomposti. 


gaeta ce SAT) STRA AI CR ATI IT RTRT 


MW x È 





Ornato bisantino dell'viri secolo nella dalmatica di Carlo Magno (Basilica di San Pietro) 


* 
* * 
A prima vista quelle sculture ornamentali ci si presentano con tutti i caratteri del- 
l’arte così detta bisantina: assenza di modellatura di mezzo tondo, ornamenti piatti forte- 
mente stilizzati, con prevalenza di intrecci geo- . 
metrici, assenza di figure, animali raramente 
rappresentati ; ad occhio e croce si crederebbero . 
opera di artisti greco-bisantini, troppo disco- 
standosi dalla classica scultura romana dell’e- 
poca imperiale, con larga e ricca modellatura a 
foglie di acanto, con forti aggetti e profonde 
sviolinature. 
E poi non è affermato da tutti: « che ciò che 
caratterizza l’ornamentazione orientale è ap- 
punto l'intreccio? Ora qui abbondano i motivi 
a base d’intrecci, dunque non è arte romana 
questa, ma arte orientale ». Il ragionamento 
andrebbe a pennello; nessuno però si è dato mai 
il fastidio di verificare se questo asserto è ba- 
sato sulla realtà dei fatti, oppure se è una delle 
tante frasi fatte che si accettano come certe 
è. monete in corso, solo perchè nessuno le rifiuta. 
E, per entrare nel vivo della questione e co- 
noscere la verità, ho voluto esaminare uno per 
uno gli oggetti d’arte che furono dall’ Oriente 
trasportati in Roma. Ed ecco che cosa mi ri- 


o pei Jac vt MILE 
ST Sade a 





n ie 


pes 
o 













ELI 


tr) 
fara a + È. 
- 


A à SS : sl Sa, ner) SAT 
TATTO SENO 


- a 2“ 
dor \ yo. 
° iu. Poe. | de * | AIA 
lei I proce - 


nr 
la 

È MT 
A. 


Ornato bisantino dell’xi sec. dall'antica porta si bronzo . . , . i 
della Basilica di San Paolo sulta: sugli obelischi venuti dall’Egitto non v'ha 


pi: >svor +-.. REIT: E topo 00 2/4 =. 04-  :. © . 


176 FERDINANDO MAZZANTI 

traccia di tale ornamentazione; sugli arredi sacri del tempio di Salomone (rappresentati nei 

bassorilievi dell'Arco di Tito) e sulla colonna che, erroneamente, la tradizione vuole qui 
trasportata da quel famoso tempio, 

ar. af nessuna traccia; i vasi greci dipinti 


TERE ag 


STIRIA Daft; pù e n È SR Zi nulla hanno che lontanamente ac- 
è. o 090 IA > v$; ® i; RI . , . + % 
A ISF: Sia id Ad de: GSsssg cenni a tali ornati. Ciò per l’arte an- 
Sarutnemertene dica ; 1 ha "ae ada - — posa p hell er, na pra . D H î î 
IRAN inca gears tica; che se poi si esaminano una ad 





una le sacre immagini sfuggite agli 

iconoclasti e qui portate dai monaci 

io DETTA Tm d’ Oriente, nonchè i mosaici di ma- 

Ù “ana ou SocaDa Belle ea ne,onssi az 6 . . 

YC a io w &—< niera bisantina del VI e VII secolo 
OSO = 1 ue 

i Va : che abbelliscono le absidi delle nostre 

‘ento Snia fa pe gg Vasiliche, si vedrà come nessuna trac- 

RR, L'AATR ranat2% nre? - orse cia di ornamenti ad intrecci esista in 


eretta maragesence cs pasosanesonta: amc naprenizoi o. ome : . 
codeste opere d’arte anche esaminate 





o nei loro più minuti particolari. 
Ornati romani ad intrecciature: M ° ° o 
a (obbietterà qualcuno) gli esemp 
a - Treccetta a 2 capi, dal mosaico della sala rotonda al Museo ( NAcH q ) g Mpi 
Vaticano da voi citati non fanno al caso nostro, 


! b riali dal mosaico della sala a croce greca nel | perchè quel genere d’ornamentazione 
I ! ebbe il suo massimo sviluppo nell’ VIn 
secolo e nei tre successivi, ed è naturale quindi che non se ne trovi traccia nei lavori di 
epoca anteriore. E sia pure. Cerchia- o 
molo dunque nei lavori di epoca più 
tarda; ma questi sono così scarsi chè 
a due soli sì restringono; tuttavia l’e- 
siguità del numero è largamente com- 
pensata dalla ricchezza. Il primo di 
questi è la Da/matica di Carlo Magno, wrammento di archi- 
tunica in seta azzurra ricamata in oro, volto esistente nel 
con 52 figure di puro stile bisantino, PET 
lavoro splendido che si asserisce del- 
l’viri secolo e si conserva nella sagrestia del tempio 
Vaticano; la seconda è la porta di bronzo niellata 
d’argento fatta fare in Costantinopoli pico anno 1070 


per la basilica di San 
Ornamento romano ad intrecciatura. Treccia Paolo, di cui molti avan- 


a 4 capi, dai mosaici delle Terme di Ca-'. 
racalla zi, salvati dal grande 


incendio che divorò que- 
sto ricchissimo edifizio, si possono ancor vedere presso la sa- 
grestia. 

Ebbene, nè l'uno nè l’altro di questi due capolavori ha 
traccia di ornamenti ad intrecci come dalle figure qui ripor- 
tate può vedersi, e come chiunque può verificare sugli origi- 
nali esistenti o sulle stampe che lì riproducono. | AES pi aranesti 

Bisogna dedurne quindi che i lavori d’arte orientale, por- CERO 
tati in Roma in differenti epoche, non v'introdussero quella RE TRO ee 
maniera d’ornare, e per trovarla bisogna cercare altrove: e esistente in Pompei 
sapete dove? Proprio nell’arte classica romana! 

— La massa del pubblico non conosce l’arte antica che da quel poco che se n’è pubblicato 
sui libri; ma Ja parte inedita è enorme ed aumenta ogni giorno con le nuove scoperte e 
i nuovi scavi. Chi vuole studiarla a fondo deve avvicinare i monumenti, studiarne |’ or- 





IIGRBRERTAE Li Dili 


ni 


Sa 
ZU 


Furti neszitazezzonittzzzatz0hisi gnstA si ziz)e 


SS 
de 


e, £ 


ir 
& 


setema:deittzzazsti? 


EILEEN INA ILLE SLI) 


PITRETO 
A 


ic 


ADRIBIZATIZIALI BASE ELEDIZIZ TE TI CH FIR ARII LI SISI TI: 
: gesta TA] i BaSITIZI i ci 


si n 





i 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 177 





_—_ 


ganismo, rintracciarne le singoli parti disperse e vivere e immedesimarsi in essi, sentire 
l’arcano linguaggio dei ruderi e dei sassi antichi, e scrutare nell’opera d’arte la mente dell’ar- 
tista che la concepiva. Ma quanti sono che così studiano? Guardate, noi cerchiamo affannosa- 
mente l’origine degli ornamenti ad intrecci, e subito corriamo con la mente ai popoli orientali, 
ci affrettiamo a sfogliare le splendide pubblicazioni che illustrano i loro monumenti, e non 
ci accorgiamo che qui in Roma, nelle terme, nei musei, nelle chiese ed anche nelle catacombe 





Parte del gran mosaico dei Gladiatori proveniente dalle Terme di Caracalla, ur sec. (Museo Lateranense) 


sì cammina sopra mosaici dell’epoca imperiale ove tutti si trovano quegli intrecci curvilinei 
che tanto caratterizzano la scultura ornamentale dei bassi tempi. 

E non affermo a caso, poichè eccone le prove: i mosaici romani colorati, assai soventi 
sono contornati da nastri variopinti, ondulati, intrecciati in vari modi, or a due, or a tre, 
or a quattro capi, ed or disposti a guisa di fitto reticolato imitante un tessuto di stuoie. Nei 
più antichi i nastri sono disposti a linee spezzate; nei meno antichi li vediamo svolgersi 
sia a linee ondeggiate o sinuose, sia in ampie curve girando attorno a grandi circoli, oppure 
passando alternativamente da grandi a piccoli circoli essi sembrano rincorrersi ed accaval- 
larsi formando vaghi e complicatissimi intrecci. A volte invece, ristretti in brevissimo spazio, 


drchivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. III. 3 


(0u89198A {8 0u13ue780) IP e[8g) 0[0908 NI [op ouewIOI 091880N 


- TG 


n 
att 


PT 
È VSSTSÀ 
RARI 


Y 


si al 
emi 


>» 


* 
- 
x 
si 


d te, N L 
Po 19 da 


a 


v Li i e 
Nu 


[oi 

p. Ù 
DE 
d 


uao 
è 
Pe menz 


x 


DI 
ld 


ERA VR 
7 


VELINA SN I 
ARR Pl. LE 


et 
are tae 


Dm se 


ea 
VIA 


U Ù 
rane ssi 
biste: 
cosi ni 


cava Ri 
cu% Pi 
a 
è 
de 
gip am 


lo 3 RITdU ni 
Led 


dEDca 
da . 
t,9 
PS 
_ n % 
Liceo ve 


@; 


Rea 


DIS 
“ini 


o Rene, 
ser 


i DAT 


» 
mi 
verra 


rane vdu 
Mme se RES 
al 'egeabi 2. | 
& ii reso è 
sauro ro 


(SE NIA 


e PSR po 


U 
= 


dI € 
+4 


n 
» 
mx SARE 


seu 


IRENE RT TETRA Or 
: CR 
dii de AF 
di 


"deo 





Digitized by 00 gle 


e —». -— 2 È — — - 

















Ca 


N = Ò di Ò N \ 

NI = - = ea est 

È rel N 

NN Bi ey È 

Ò Y\RPA\FZIBAAE | 

IN ” D) » = IÒ 

\ IDA, | 

È Ò 
wma S3ZE*®®*—***®" ® — — — °'°‘ | NÒ FITTCTEEATLEIFFPP 
R ) NAAGDAIIA 
h ; SULL! BAULE US Pie SL ALIA 


\AAAAAANL 
AG, Z 4, 


gl: GLAS 


t|tè fb AAAAAAAAAAL \AAAAAAA4AAA 
24 VORRAI iii re LLMLZLZ 7 PARGILIAGLANA dal AR UL al 4 


= 


\AAAAÀAA 
PN 


A\ 
ANA Ai TROY 
LAS 


arhrriiigu 
VVVY. 


Lal 
RNSÒÀ PEPRPTI SÒ 
i) 


IV 


y 
UuOzxzz *®-=-*)*"**®*clc-<*“*’’‘’‘’/òtòf—-+44òè’*‘@@ 


£ precceziong 


di 


9x®T= 


\ @ 


7 ò, A\ 


mme 
SSL 
SK 


fRETT_GEI 


_TTTT= 
W 


SS 


xx 
VA 


È 
MIAIASBORSATIAVVOri 


eror@]r/(tkb.T.à.titit+TYS 


lu 


$—ssT==> 
MANNA 


VT 


—£ 
na 


@=- 
È 


N 


eEE®>->>>->>>SyEI:IOOI:yO:yyyy”y”y”y)\ 


NEAR 
RVTRTDREZEAAANAAAAA AA Ao Vv 
LZ APE 
“AVA 


AAAAAÀ 

sal Î NN 

\ 

\ 

A\ 

Ì 

aTTOOE->->- 
AN \Ò x 


=yÀd®! 
x 
SS 
TYTN 


ovs, 


VVWYY, 


N XOR 

LO 
DO > 
44 sa \ 


RETI 

ì] 

TEN O 
ELE 


A 


EETTS»S?.% 


iN 
NS 


Vo 


SARÒ 


707, 
v, 


N {4 


è 
4 
LA 
i» 


\ 


Mosaico cristiano del iv secolo (catacombe dei Santi Marcellino e Pietro) 


SIISISE]V]OY DNy|=®*V|Cr—-----_- 


ASPRI 


* 
7 


N 
\ VA w 


0 


Ò 


A 
AIA 
Ul, IALLLA 
AZ, 
A 
y \ 
AI 


@orn= == 


TONE 


DS 
r 


ay 
N 


V 
PP AGSSIGAD 


PSSYS5 Ali S 
TV 17,8 


A 
ATTERRA 


ZZVAVA 
RTS 


Ì 7 
) Saw 


: NI I > \ € fa) = 

gf; -èÉÈÉissanm|riigul|Î|||__O||'||\|\|\|È»)*\\)-)_.\ _Ò$G{‘||.|[|[|;|_;_S O à‘btj‘‘o‘t‘,îÉjîoo>» è NY 

ATI NO \\4 \} \W NI \w \ Ny fr & >, e. NO, \ i) o \ ANI \\ \\W vw Ni N x ue: (NV g \V \° \ N \w x i n J Nb 
2 AAA AARAAAAAAA AA ARDA RA DA VVVVVVVVYyi 


\ N 
Anissamsnosshk**39! [3 1 )]ws+F*FXFk-b,,-eF7/« aerei a 


MINE 





= \\ REANO RR NS 
Ò PO MM SNFIFLSPSPPPIEPPLFLZTI Ò 
NN DI Ca Gad '- > Ca) CN 4 A SI o 
A\ ni = U = Pi 0 . 
Ò E Nt Not Sort Ng SN Nol Nol Sol Sol Nat” Nol Sell? | \ 


Digitized by Google 


180 FERDINANDO MAZZANTI 


formano nodi o gruppi, oppure stelle a sei, o ad otto punte composte di due triangoli o di 
due quadrilateri intrecciati, or retti, or curvilinei. 

Siamo dunque arrivati a scoprire quell’ornamentazione ad intrecci che non ci riuscì di 
trovare nei lavori orientali qui importati; e l'abbiamo trovata nell’arte romana. Quei nastri 
variopinti che si intrecciano, si annodano, si attorcono in varie guise quasi un brulicar di 


pit PIL td ” pigro Wa NERI, È URRA Suo 


_—rrre rc =r-r-=—==-=_==-" SITI. 
PeETTETT=E>z®S®3"®ZS3 


LN 


CRCELELELILLLLLLILLILLIGLLLLILLIZZIÒ 





Mosaico romano del 1 secolo (Galleria del Laterano) 


vermi, mi fanno pensare all’opus vermicolatum de’ Romani, che Vitruvio afferma fosse tenuto 
in gran pregio; e che questo genere d’ornato sia assai antico, lo dimostra il fatto di trovar- 
sene degli esempi anche in Pompei, come risulta da appunti gentilmente inviatimi dal pro- 
fessore Taverna, direttore della Scuola industriale di Torre del Greco. 

Il gran mosaico dei Gladiatori, rinvenuto nel pavimento delle Terme di Caracalla, è l’opera 
più schiettamente romana che esista. Riuniti i vari pezzi in un solo, venne sistemato nell’aula 
massima del Laterano e ne occupa, così ridotto, tutta intera la superficie; questo insigne 
capolavoro del III secolo, che dell’arte romana ha tutti i pregi ed i difetti, emerge per armonia 
di colore, per esuberanza di forza e vigoria; esso è scompartito in rettangoli e quadrati che si 


RIESCE LEI — -—_- 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 181 





alternano racchiudenti figure nude e teste colossali di gladiatori. Un vago intreccio di nastri 
variopinti gira attorno agli scomparti e si sviluppa per centinaia e centinaia di metri. Nel 
pavimento delle Terme Antoniane, 
entro una delle grandi esedre del 
peristilio, se ne vedono ancora vari 
pezzi con frammenti di figura: il 
dettaglio di questo intreccio, per 
maggior chiarezza, fu già riportato 
più sopra. 

Nella sala degli animali al Mu- 
seo vaticano si ammirano due bei 
mosaici trovati nella tenuta Roma 
Vecchia, con soggetti allusivi ad 
una sala da pranzo, e sono scom- 
partiti a 12 riquadri ciascuno, tutti 
contornati da un intreccio di na- 
stri simile al precedente, che perciò 
mi astengo dal riprodurre. E così 
anche il grandioso mosaico avanzo 
delle terme di Costantino, tornato 
in luce negli sterri per la fonda- 
zione della Banca Nazionale, e così 
pure vari frammenti che si con- pw è °° petto € i i " 
servano nel Museo capitolino sco- NAGI sj ei RI E pesa è 
perti nel 1876 presso l’arco di Ga- Te ito dA 
lieno. 

Nella sala di Costantino al FS GLEET, 
Vaticano c'è un grandissimo mo- wig$© > #l <A i Va St, 
saico trovato in piazza San Gio- — ‘02 (STA A ORTI bee fi 
4 pla Laterano, ole = vedono Mosaico romano ad intrecciature del rv secolo 
ripetuti intrecci; altri simili in- esistente nella volta del Mausoleo di Santa Costanza 
trecci veggonsi pure in un mosaico | 
del II secolo che adorna una delle sale dei quadri moderni dello stesso palazzo; e nella sala 
della Concezione v’ha ancora un bel mosaico trovato negli scavi d’Ostia, scompartito a figure 
geometriche contornate da treccette; esso ha quattro riquadri ornati con fitto reticolato a 

stuoia, simile ai due esistenti nella chiesa di San Paolo alle Tre 
Fontane. 

Finalmente nelle catacombe dei Ss. Marcellino e Pietro presso 
il mausoleo di Sant’ Elena, trovasi (pag. 179) il mosaico cristiano 
della fine del secolo Iv, nel quale tanti sono gl’intrecci, che se 
fosse scolpito in marmo lo si giudicherebbe lavoro del IX secolo. 

Codesto mosaico ha nel centro una colomba, con un ramo di 
ulivo, racchiusa entro un quadrato e contornata da una treccia 
a due capi; agli angoli sono quattro grandi croci raggianti ornate 
da nastri ingegnosamente intrecciati; entro due scomparti circo- 
lari, sono stelle formate da due triangoli intrecciati, in altri scomparti ottagoni vi sono nodi 
a tre anelli, in giro piccole croci e fasce ornate da intrecci a quattro capi. Nello stesso luogo, 
poco più oltre, avvi un altro mosaico con intreccio a stuoia simile a quelli sopracitati. 
Non posso passare sotto silenzio il bel pavimento in opera tassellata della basilica Eudossiana 
di San Pietro in Vincoli, a fasce di marmo ingegnosamente intrecciate ed annodate, reputato 
dagli intelligenti molto antico, cioè del v e forse del IV secolo. 


NEDTEGGOIA 
‘prata 


Le 
ron Od, 
YZ POS * P 
a nf gi PO 
di 







ner. 


n 








Pluteo di Adriano I 
in Santa Maria in Cosmedin 


182 Je FERDINANDO MAZZANTI 


. 
e EeE©€. &©]gC©l‘(°Yo03—_—<-_—_ OO TE 2. Y[___ ll lTlTITITTEEÒÀE|è‘teeledUIèPH{+ÈÈ V) nn - a 


Resta quindi bene accertato che tale decorazione era assai comune nei pavimenti romani. 
Ma un altro genere d’intreccio si osserva pure sovente in codesti mosaici; esso è formato 
da larghe fasce diversamente colorate 
che si rincorrono attorno a grandi e 
piccoli circoli. © | 

Un primo esempio se ne ha nella 
decorazione in istucco dei sepolcri della 
via Latina (già riportata in principio), 
ed un altro nel bordo che contorna un 
pavimento delle Terme Diocleziane: 
del primo secolo quello, della fine del 
terzo questo. 

Il mosaico, riprodotto nella figura 
a pag. 180, sì conserva nel Museo la- Lucerne cristiane contornate 
teranense (nella terza sala della pina- da grappoli d'uva stilizzati 
coteca): esso fu rinvenuto in piazza (‘900 Kircheriano) 
Sora: è di accurata esecuzione, ed è giudicato lavoro del II se- 
colo. Nel centro ha una testa di baccante racchiusa entro 
uncircolo con- 
tornato da al- 
tri sei racchiu- 
denti frutta od 

Cassa uccelli. A ttor- 
Nodi ed intrecciature nei pavimenti no a questi 

romani 7 sì LE 

circoli si svol- 
gono in ampie girate, larghi nastri ornati di 
festoni diversamente colorati, i quali, incro- 
ciandosi fra loro, formano uno di quei graziosi 
intrecci curvilinei che i marmorari romani del 
secolo XII largamente applicarono nei pavi- 
menti tassellati. 

L'altro mosaico, riportato nella pagina 
seguente, è del IV secolo, ed è tolto dalla volta 
anulare del mausoleo di Santa Costanza sulla 
via Nomentana; in esso veggonsi nastri diver- 
samente colorati che si rincorrono attorno « 
circoli grandi e piccoli, racchiudenti figurine e 
genietti; l'intreccio complicatissimo che ne ri- 
sulta ha molta analogia col precedente; pel 
debito confronto ho riprodotto un pluteo del 
tempo di Adriano I, rinvenuto in Santa Maria 
in Cosmedin, nel quale vedesi (quantunque più 
barbaramente eseguito) il medesimo motivo. 

Gli artisti romani, sempre più invogliati 
degli ornamenti ad intrecci, studiarono altre 
ingegnose e più complicate combinazioni rad- Ornamenti classici a girelli: a - Terracotta etrusca 








EMA OASI, 


a 





Si : i LA 5 del Museo Faleriano —  - Rosone in istucco nel 
doppiando Il motivo della volta di Santa Co- Museo nazionale Romano — c - Cornice del sepolero 
stanza or riportato. Se ne vede un primo ten- di M. V. Eurisace — d - Cornice nel Tabulario — 


tativo nei trafori di finestra dell’oratorio di "iSiGorniog: el oro- Romano: 


Equizio a suo luogo citati, se ne vede il tipo completo nel bel traforo di finestra arcuata del 
secolo V già riportato. 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 183 


E nei mosaici romani noi troviamo pure i nodi formati da due o più anelli incrociati, le 
stelle a sei e ad otto punte formate da listelli intrecciati, or retti, or curvi, or mistilinei. 
Troviamo gli archetti accavallati, i gigli, ecc., motivi 
che ritroviamo poi in epoca più tarda nei rozzi lavori 
dei bassi tempi, i cui artefici avevano certo assai 
meno erudizione di noi, ma guardavano dove cammi- 
navano, e, ammirando quei graziosi intrecci che ave- 
vano costantemente sotto gli occhi, li riproducevano. 









. . ‘ ° « 1 ni li a ni i , né »f i 

4 l'i d Pip 
vrei potuto citare moltissimi altri esempi, ma ho , e — — a: 
voluto restringermi ai soli mosaici esistenti in Roma @) TAVANNANIN ANS 


ed anteriori alla scuola bisantina, per affermare la (cme 


i i ‘alici otra —caro aa 
verità del mio asserto con prove materiali di fatto che TEAM 5 a È 
ERI n ITA Li 


escludano qualsiasi dubbio o incertezza. Del resto nel- 
l’opera sull’arte cristiana del P. Garrucci se ne possono 


vedere anche degli altri. p 
, \ F 
* G va 
* * 
. ‘At ; PT cia . Confronto di motivi ornamentali: «a - Da uno 
Gli edifizi dell epoca costantiniana subirono tali ‘sudo etrusco-romano nel Museo Faleriano; 
e tante trasformazioni, che poco o nulla della loro de- » - PA lo oo rsa Ual 
= : N_: dae in Cosmedin; c - Dal piedestallo della co- 
corazione pervenne sino a Noi. Noi sappiamo però che ionna. liga 
le prime basiliche cristiane erano di grande magnifi- 
cenza, e per molti secoli, massime ai popoli latini che qui accorrevano in frequenti pelle- 
grinaggi, esse servirono di modello per tutte le loro chiese. Ed è a presumersi che quelle 
imitazioni non si limitassero soltanto alla forma architettonica dell’edificio, ma si estendessero 
anche alle sue parti decorative. 
Quindi è naturale che gli artisti, che in quell’ambiente vivevano, vi s’inspirassero di 
continuo; ed è infatti 


i P% 4) \ Za} negli oggetti d’arte di 
YC \@ DI quel periodo che noi ab- 
pe 4 nen biamo trovato e trovere- 

7 ©: (CADI: mo i prototipi di certi mo- 
(i ax DL) tivi ornamentali da essi 
i Ne” adoperati così di sovente. 

LIIF AI Veggasi, a mo’ esempio, la 
E %/ croce gemmata di forma 
FT) latina che campeggia nel 
SAI centro del gran mosaico 
3 VIOE YA ICE,) di Santa Pudenziana alla 


SAI quale s’inspirarono gli 

2 9/= IL) artisti del VI secolo che 
scolpironoi plutei di Santa 
Balbina, di San Clemente, 
di Santa Maria in Cosme- 
din, ecc.; nei paliotti dal- 


Origine delle intrecciature romane: a - Scomparto a quadrati curvilinei (Terme l’ottavo all’undicesimose- 


di Caracalla); è - Lo stesso raddoppiato (Mausoleo Santa Costanza); c - Lo stesso © ni 
quadruplicato (Traforo di finestra) di colo, vedesi riprodotta la 


croce incisa sull’antico al- 
tare in legno di San Silvestro ornata da treccette. Veggansi pure i pavoni scolpiti sul grande 
sarcofago in porfido di Santa Costanza, che è nella sala a croce greca del Museo vaticano, 
con la coda che sembra formata da una sola piuma; non sono essi il prototipo di quei pavoni 
rozzamente scolpiti sui paliotti e sugli archivolti dei bassi tempi? 








«= Li. —_ + < cImeca we > - eee 


184 FERDINANDO MAZZANTI 





E quelle arcatine binate che si vedono sui paliotti, sostenute da quattro colonne striate 
obliquamente, non sono forse una barbara riproduzione di quei grandi tabernacoli del 1v e del 
Y secolo formati da quattro colonne ornate 
di eleganti scannellature elicoidali con eu- 
ritmica simmetria disposte, che sostenevano. 
due archi messi in croce? Così parimenti 
nelle lucerne cristiane in terracotta, non 
troviamo forse quelle foglie di vite e quei 
grappoli stilizzati in forma di cuori? E certi 
motivi ornamentali a girelli che ci sembrano 
estranei all'arte nostra, non sono poi real- 
mente tali, se se ne trovano le tracce nei 
monumenti locali antichissimi anteriori alle 
invasioni barbariche (vedi pag. 182). 

Gli esempi citati provano ad esuberanza 
come quella particolare ornamentazione ad 
intrecci curvilinei nacque in Roma ove essa 
ebbe larga applicazione nei mosaici colo- 
rati dell’epoca classica, prima, nella scul- 
tura ornamentale dei bassi tempi, poi; e fi- 

c nalmente nei mosaici tassellati cosmateschi 
Fregi ad intrecciature: a - Badia di Ponzano (sec. xn); del medio evo, abbracciando un lungo pe- 
TREE Bonifacio VIII (sec. xiv); c - Villa riodo di undici secoli che non ha riscontro 


nella storia dell’arte di altri popoli; nè qui. 
si ferma, ma riappare ancora nei lavori del xIV, 


del XVI e del -XVII Secolo. 








* a 
* * 

Sfatata la leggenda dell’arte bisantina, un’altra 
ne rimane, ed è quella che pretende lombardi i la- 
vori che abbiamo descritto; ma le forme cubiche 
e pesanti dei capitelli, le vòlte in pietra, le cornici 
ad archetti pensili con fregi a denti di sega, le 
gole intagliate a foglie acuminate ed altre cento > 
caratteristiche dell’arte lombarda, sono cose che non d —,Yf 
si riscontrano negli edifizi romani; nè mai abbiam 
veduto quei mostri avviticchiati che sembrano con- 
torcersi in ispasimi atroci, di cui tanto si compia- 
cevano i lombardi artefici, ma gentili colombe con 
l’ulivo nel becco (ricordo delle catacombe), o 
vispe e fantastiche chimere che sembrano TARRA PERE. IAINGRA AT 
inspirate agli eleganti ippogrifi delle pitture [oe rewcecsrossescads 38055105385 69r2*026262% 
murali pagane (pag. 169-171). Typ 

Troppo mi dilungherei, ma basta quel 
poco accennato per convincere anche i più re- 
stii a dover ammettere che l’arte ornamen- 
tale in Roma non fu bruscamente interrotta, 
ma ebbe il suo continuo e progressivo svol- 
gimento, con caratteri speciali. | 

E non poteva essere altrimenti, essendosi Fregi ad intrecciature: a - Logge di Raffaello (sec. xvi); 


i . ue b - San Grisogono (sec. xvn); c - Palazzo Mattei (se- 
qui sempre lavorato, anche nei tempi di mag- colo xviI) 


















è 
RN 








N 
SN 





A 





- e - — de -- — - 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEMPI 185 





giore calamità, anche nei periodi più tristi per l’arte. Qui furono costruite, dal IV secolo in 
poi (cosa incredibile), 1400 chiese! Alcune di queste furono anche ricostruite più volte; alle 
più insigni, tutti i pontefici recarono successivamente nuovi abbellimenti o restauri; poteva 
dunque l’arte rimanere per otto secoli inoperosa? 
Sarebbe assurdo il crederlo. 

Roma nei bassi tempi ha uno stile proprio assai 
più elegante e corretto di quanto si rinviene qua e 
là per altre parti d’Italia, e dal poco qui sommaria- 
mente accennato si vede come essa può presentare, nei 
numerosi avanzi raccolti, lo svoluimento completo di 
quello stile. Che se poi si potessero rimettere in luce * 
quei moltissimi lavori che stanno ancora nascosti Paliotto dei bassi tempi 

) > : : : è (Museo nazionale Romano) 
ne’ suoi vecchi monumenti, e la cui presenza ci è ri- | 
velata dai frammenti che qua e là appariscono, ci sarebbe da credere che, come al tempo 
dei Cosmati, l’otficina principale di tali sculture fosse Roma. 

Io veggo un sorriso d’incredulità balenare sul volto del cortese lettorc; ma, se egli avrà 
la pazienza di leggere il seguente elenco, forse finirà col darmi ragione. 

Mi auguro intanto di poter presto pubblicare un lavoro più completo di questo, sopra 
un periodo dell’arte così poco conosciuto, di cui ho raccolto migliaia di documenti, sc le 
forze mi assisteranno, e se gl’intelligenti vorranno, come spero, incoraggiarmi nell’arduo ed 
importante lavoro. 








“"_“_- 
®» . » 


A "0? _ 
i Y è, 


® n 
«Seta ts DI did Ti ian de. ita Fas ES: 


‘tas 


FERDINANDO MAZZANTI. 


IMRE 
VITO? 


lex 
) DI 


(7: VI (5 ca | » 
hà Vi I A Pod A 4 4 E) È 
; Ù 7 7 


IE ARCORE 
ooo ti e 
AMICO) 





Pavimento del tempo di Giulio II (Sala della Segnatura al Vaticano) 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. III. 4 


186 


FERDINANDO MAZZANTI 


ELENCO DEGLI EDIFICI 


OVE SI TROVANO FRAMMENTI DI SCULTURE ORNAMENTALI DEI BASSI TEMPI 


Roma. 


Acquedotto Neroniano. 
Archetto (via). 

Sant'Agata dei Goti. 
Sant'Agnese fuori le mura. 
Sant'Alessio. 
Sant'Ambrogio. 

Santa Anastasia. 


Sant'Angelo in Pescheria (via). 


Antonelli (palazzo). 
Sant'Antonio Abbate. 
Sant'Antonio (ospedale). 
Santi Apostoli. 

Badia delle Tre Fontane. 
Santa Balbina. 

Boemi (casa dei). 

San Bartolomeo all’ Isola. 
Basilica di Massenzio. 
Basilica Giulia. 

Battistero di Costantino. 
Santa Bibbiana. 

Bologna (vicolo del). 
Botteghe Oscure (via). 
Borghese (villa). 

Busiri (casa). 

Catacombe di San Calisto. 
Catena (vicolo della). 
Cavalieri di Malta (villa). 
Santa Cecilia (chiesa). 
Santa Cecilia (chiostro). 
Santa Cecilia (piazza). 
Cerchi (via de’). 

San Cesareo. 

San Clemente. 

Colosseo. 

Consolazione (via della). 
San Cosimato. 

Santi Cosma e Damiano. 
Santa Croce in Gerusalemme. 
Sacro Cuore a piazza Navona. 





San Domenico (cappella). 
Esquilino (scavi). 

Edificio del mille presso il Fora. 
Flaminia (via). 

Foro di Augusto. 

Foro Romano. 

Foro Traiano. 

Santa Francesca Romana (chiesa). 
Santa Francesca Romana (chiostro). 
Genovesi (via). 

San Giorgio in Velabro. 

San Giovanni in Laterano. 

San Giovanni in Laterano (chiostro). 
San Giovanni a Porta Latina. 
Santi Giovanni e Paolo. 
Governo Vecchio (palazzo). 

San Gregorio. 

Greca (via della). 

Grotte Vaticane. 

Inghiramia (villa). 

Leonina (via). 

Liquorini (giardino). 

Locus Vestae. 

San Lorenzo fuori le mura. 

San Lorenzo (chiostro). 

San Lorenzo in Lucina. 

San Lorenzo in Panis-Perna. 
Luce (via della). 

Madonna dei Monti (via della). 
Magazzino Archeologico Municipale. 
San Marco (portico). 

Santa Maria in Aracoeli. 

Santa Maria in Cosmedin. 

Santa Maria in Domnica. 

Santa Maria Liberatrice. 

Santa Maria Maggiore. 

Santa Maria in Monticelli (via). 
Santa Maria “in Trastevere. 
Santa Maria in Scala Coeli. 
Santa Maria del Priorato. 

San Martino ai Monti. 


Santa Margherita. 

Santi Marcellino e Pietro 
Mattei (villa). 

Mausoleo di Santa Costanza. 
Mausoleo di Sant’ Elena. 
Medici (villa). 

Merulana (via). 

Ministero Lavori Pubblici. 
Monumento Vittorio Emanuele. 
Monteroni (via). 

Mura di San Giovanni. 
Museo Artistico Industriale. 
Museo Cristiano Lateranense. 
Museo Nazionale Romano. 
Museo Pagano Lateranense. 
Museo di Propaganda Fide. 
Museo Vaticano. 

Santi Nereo ed Achilleo. 
San Nicola in Carcere (corte). 
Odeo di Mecenate. 

Orto Aracoeli. 

Ostiense (via). 

Palatino. 

San Pancrazio. 

San Paolo (basilica). 

San Paolo (chiostro). 

San Paolo (via Nazionale). 
Pincio (passeggiata). 


Platonia dei Santi Pietro e Paolo, 


Polacchi (via de’). 
Polveriera (via della). 
Ponte Nomentano. 

Porte urbane. 

Porta Angelica (via di). 
Portico d’Ottavia. 

Portico di Filippo 
Pantheon. 

San Pietro in Vaticano. 
Santa Prassede. 

Santa Prisca. 

Protettorato di San Giuseppe. 
Santa Pudenziana. 

Santi Quattro Coronati. 

San Saba. 

Santa Sabina. 

Sacra Via nuova. 

San Salvatore in Onda. 
Salumi (via de”). 

San Sebastiano fuori le mura. 
San Sebastiano (Catacombe). 
San Sebastiano in Pallara. 


LA SCULTURA ORNAMENTALE ROMANA NEI BASSI TEM PI _ 187 


Santi Quattro Coronati. 

Santo Stefano degli Abissini. 
Santo Stefano del Cacco. 

Santo Stefano Rotondo. 

Sforza Cesarini (piazza). 

Santo Stefano del Cacco (via). 
Santo Stefano su la via Latina. 
San Silvestro in Capite. 

San Sisto Vecchio. 

Tabulario. 

Tempio del Divo Giulio. 
Tempio di Antonino e Faustina. 
Tempio di Romolo e Remo. 
Tempio rotondo presso Bocca della Verità. 
Terme di Caracalla. 

Teutonici (cortile). 

Titolo di Equizio. 

San Tommaso in Formis. 

Tor de’ Specchi (monastero). 
Tribuna Tor de’ Specchi (via). 
Verano (camposanto). 

Santi Vincenzo ed Anastasio. 
San Valentino. 

San Zenone (cappella). 


Dintorni di Roma. 


Albano — Corso Vittorio Emanuele. 
Anagni — Cattedrale e Museo. 

Castel Sant'Elia — Santa Maria. 

Civita Castellana — Duomo. 

Farfa — Badia. 

Ferentino — Palazzo Arcivescovile e Duomo. 
Fiano Romano — Badia di Santo Stefano. 
Grottaferrata — Museo e Badia. - 
Leprignano — San Leo. 

Montelibretti — San Nicola. 

Monte Soratte — San Silvestro. 


Palestrina — Palazzo arcivescovile. 
Palombara — San Giovanni in Argentella. 
Poli — Santo Stefano. 

Ponzano — Badia. 

Rignano — Sant'Abbondio. 

Segni — Canonica. 

Subiaco — varie. 

Sutri. 

Tivoli — Campanile del Duomo. 
Toscanella — San Pietro. 

Vetralla — San Francesco. 
Velletri — Duomo. 

Viterbo — varie. 


Zagarolo — Palazzo Rospigliosi. 


IL PALLIO 0 TRITTICO MARMOREO DI VIGHIGNOLO 


NEL PATRIO MUSEO ARCHEOLOGICO DI MILANO 


Quello che vedi oggi nel Circo Flaminio, troverai 
domani sul Colle Tarpeo, se però così ne ami Iddiv che 
non sia messo piuttosto in fornace o nel fondamento di 
qualche casa rustica. 


(Lettera del XV secolo di Fra Giaconno al padre 
Lodovico De Agnelli) 


Et dessoubs près terre Notre Seigneur en tombeau. 
(Pasquier Le Morxe, 1515). 


EGGESI nella Relazione sulle antichità entrate nel patrio 
Museo archeologico di Milano del 1891, che essendo 
stato messo in vendita dalla parrocchia di Vighignolo, 
presso Settimo Milanese, un bassorilievo in marmo di 
scuola lombarda di un certo interesse, la Consulta, ri- 
conosciuto che la parrocchia non poteva farne dono, nè 
deposito, e che anzi aveva ottenuto l’autorizzazione 
governativa alla vendita ad un pubblico Museo onde 
potesse soddisfare ad opere indispensabili al fabbricato 
della chiesa parrocchiale, ne addivenne all’acquisto col- 
l'autorizzazione del Ministero dell’ istruzione pubblica, 
non senza qualche contrarietà da parte di taluno dei 
membri della Consulta medesima. 

Di quel pallio o frontale marmoreo a foggia di 
trittico, della lunghezza di m. 1.90 e dell’altezza di 

70 centimetri, si diede in quella Relazione una riproduzione eliotipica; ma fa d’ uopo dire che 

quella scultura venisse giudicata di ben poco valore, se, collocata nel Museo archeologico 

ad un’altezza di oltre 5 metri dal suolo, dovette, poco tempo dopo, venir fatta abbassare di 

oltre un metro, lè dove vedesi attualmente, al disopra della Japide del monumento a Gastone 

di Foix, e cioè ad un'altezza tale tuttora da riescire tolta ogni possibilità di attento esame 

di quell’opera scultoria. 

E poichè, non appena quel pallio pervenne nel patrio Museo archeologico, insorse tosto 

il dubbio ch’esso potesse far parte di altro monumento andato disperso, e per l'appunto del 

grandioso sarcofago col sottostante altare fatto erigere dal duca Lodovico il Moro alla moglie 

Beatrice d’Este ed a sè, di mano di Cristoforo Solari, ! si fece vagamente menzione di 

quest'altra destinazione nella Relazione precitata, laddove non si esclude che quel pallio 

marmoreo potesse avere anteriore e lontana provenienza, ma si preferì accennare alla pro- 
babilità che, anzichè un pallio d’altare, fosse quel marmo l’architrave superiore della porta 
d’ingresso della chiesetta di Vighignolo nella sua fronte. 





! Veggasi all'uopo quanto fu scritto fin dal marzo 1892 Milano, e il recente fascicolo II del Repertorium filr 
nel giornale Natura ed Arte di Milano, sotto il titolo: —Kunstwissenschaft, XIX volume, 1896. 
Il pallio o trittico marmoreo del Museo archeologico in 


IL PALLIO O TRITTICO: MARMOREO DI VIGHIGNOLO 189 








Con ciò si è tenuta quella via di mezzo ch’è pur tanto pregevole in molte questioni, 
e che si riassume nel noto proverbio “n medio stat virtus, ma che nella risoluzione di un 
determinato quesito non ha valore se non quando siansi esperite tutte le constatazioni di 
raffronto per le quali ci si affaccia impellente una data opinione, fosse pur dessa anche 
meramente ipotetica. i 

Innanzi dunque che la polvere dell’obblio si addensi sul prezioso trittico di Vighignolo, 
dopo il sommario giudizio datone nella Relazione della Consulta, ne sia concesso riassumere 
qui brevemente le considerazioni ed induzioni in forza delle quali verrebbe quella scultura 
ascritta ad opera di Cristoforo Solari, e più precisamente al Mausoleo ducale di Lodovico 
il Moro e Beatrice d’ Este. 

Diviso il pallio di Vighignolo in tre scomparti, offre in quello di mezzo la raffigura- 
. zione, ad alto rilievo del Cristo nel sepolcro, ignudo fino alla cintola e con le braccia 
incrociate sul davanti. Dai bracci trasversali della Croce, a cui il Cristo sta appoggiato, 
pendono i flagelli, e dietro ad essa si levano la spugna e la lancia del doloroso supplizio. 
Nello scomparto di sinistra, la Vergine-madre, riccamente panneggiata, stringe al petto le 
mani giunte in atto d’orazione, e altrettanto fa San Giovanni Evangelista nello scomparto 
di destra. Solo egli tiene le mani incrociate più in basso sul petto: ha una copiosa capi- 
gliatura a ricci che gli piove sulle spalle ed una veste a fitte pieghe chiusa con fermaglio 
al sommo del petto, ricoperta sulla spalla sinistra da un mantello esso pure a molteplici 
pieghe. (Veggasene la riproduzione alla pagina seguente). 

Il tipo del Cristo è quello tradizionalmente adottato nell’arte cristiana, e cioè il tipo 
diritto ortognato, con capelli lunghi divisi in mezzo alla fronte, naso leptoriniano, e cioè 
stretto in confronto alla larghezza, arco delle sopracciglia assai spiccato, labbro superiore 
alquanto prominente, e barba breve divisa in due al basso del mento. Corrisponde, infine, 
in tutto a quel tipo della divinità umanizzata che prevalse in Occidente a differenza di 
quanto manifestossi in Oriente, ove l’immagine del Cristo serbò spesso lineamenti maestosi 
e le pupille dilatate, catalettiche quasi, delle figure babilonesi ed assire. 

Tipi atfini, con ovale del viso ben delineato e gran regolarità di lineamenti hanno la 
Vergine Maria e il San Giovanni, che tengono, come il Cristo, semiaperta la bocca con 
espressione di profondo corruccio. 

Il drappeggiare degli abiti in entrambe queste figure è d’alcun poco grave e affagottato, 
specialmente nella Vergine; le pieghe sono tormentate benchè disposte con certa simmetria, 
e il marmo di Carrara, alquanto talcoso, da cui questi bassorilievi sono tratti, dà alle tre 
figure certa lucentezza cerea che attenua quei difetti, ma non è sufficiente a nasconderli. 

Benchè il pallio frontale di cui discorriamo non porti alcuna iscrizione nè data qual- 
siasi, è agevole riconoscere in quest'opera marmorea i caratteri di un artista del Rinascimento 
lombardo, nell'ultimo decennio del xV secolo, ch’ebbe somma voga ai suoi tempi, benchè 
di gran lunga inferiore al suo competitore Antonio Omodeo, e cioè di Cristoforo Solari, 
detto il Gobbo, lo scultore ufficiale della casa ducale Sforzesca dal 1495 al 1500. 

Di questo artista, conosciuto per la perizia sua come architetto della cupola rimastaggi 
di Santa Maria della Passione del 1529, le sculture di maggior notorietà e merito sono pur 
sempre le due statue da lui eseguite, fra il 1492 e il 1499, di Lodovico il Moro e della 
consorte Beatrice d'Este. E, per vero, quando si eccettui un San Giorgio che gli viene 
attribuito nella chiesa della Carità di Venezia, da lui eseguito anteriormente a quella data, 
le altre statue accertate di sua mano, fra cui il Cristo alla colonna nella sagrestia meri- 
dionale del duomo di Milano, Adamo e qualche altra statua decorativa all’esterno della 
cattedrale, sono tutte posteriori al 1500, e rivelano uno scultore la cui fama, che destò 
qualche gelosia nello stesso Michelangelo, era d’assai inferiore alla nomèa acquistatasi colle 
statue del duca e della duchessa di Milano. 

Ora, chi abbia esaminato attentamente quei due simulacri, riuniti recentemente nella 
navata trasversale sinistra della Certosa di Pavia, non può a meno di notar tosto la grande 


190 DIEGO SANT'AMBROGIO 





affinità esistente non solo nel modo di lavorazione, ma persino nella qualità stessa del marmo, 
che si rivela l’identica, e nelle due statue ducali e nelle tre figure del pallio testè acqui- 
stato dal Museo archeologico. 

Uguale è in entrambe quelle opere la tendenza dello scultore a certe forme pienotte e 
rotonde, nonostante sì tratti nel Cristo uscente dal sepolcro di un soggetto trattato di solito 
dagli artisti del Rinascimento con soverchia asciuttezza di forme, quasi per rendere più vivo 
nei riguardanti il senso di dolore e pietà proprio a quella scena. 

Tenuto conto poi della differenza fra le due teste ducali etfigiate, con gli occhi e le 
labbra chiuse e i lineamenti calmi in atto di dormienti il sonno eterno, e le tre teste del 





PALLIO O TRITTICO MARMOREO DI VIGHIGNOLO 


ORA NEL PATR.O MUSEO ARCHEOLOGICO DI MILANO 


pallio di Vighignolo scolpite invece tutte e tre con vivace espressione di rassegnata compun- 
zione, uguale è in entrambe le sculture il modo con cui sono trattate le parti di nudo, e, 
in ispecial modo, le mani dalle dita appiattite ricordano in tutto le mani incrociate del duca, 
benchè senza i sottili guanti di cui quest’ ultime vanno ricoperte. 

Anche il modo con cui sono delineati i ricci nella testina di San Giovanni ne fa correre 
tosto al pensiero i ricciolini della caratteristica zazzera del duca Lodovico, ma, più di tutto, 
ne rende avvisati trattarsi d’ uno stesso scultore per entrambe quelle opere, la tecnica con 
cui sono condotte a fine con manifesto sentimento di soverchia simmetria, i panni e le 
numerose pieghe delle vestimenta. Perfino le cordicelle e le annodature dei tlagelli che 
pendono dalla Croce sono riprodotte nell’egual modo con cui vediamo grossolanamente, ma 
con molta precisione, scolpite le maglie a rete dell’abito della duchessa Beatrice. 

Ciò però che maggiormente colpisce l’osservatore del pallio di Milano si è l’identicità 
del marmo in cui esso è foggiato con quello in cui furono scolpite le due statue ducali di 
Lodovico il Moro e di Beatrice d’ Este. È assolutamente lo stesso marmo cristallino, di grana 
serrata ed omogenea, con spezzatura saccaroide, a cui il tempo ha' dato la stessa lucen- 
tezza cerea nelle parti liscie, e una tinta uniforme, lievemente cenerognola, nelle pieghe 
delle vesti e nel fondo dei tre scomparti, non abbelliti d'ogni intorno che da una gola 
rovescia. 

Da queste risultanze si viene facilmente alla conclusione che non solo il frontale mar- 
moreo recentemente acquistato dal Museo archeologico è opera di Cristoforo Solari detto il 
Gobbo, ma ha stretta attinenz : col grandioso monumento stato ordinato nel 1497 da Lodovico 
il Moro in onore della defunta sua consorte Beatrice d’Este. 

Ora, se quel monumento non fu certo condotto a fine secondo l’originario divisamento 
del duca, giacchè la statua stessa della duchessa Beatrice si appalesa non pienamente ultis 
mata nel cuscino e nella parte posteriore della testa, sappiamo però ch’esso era già in parte 
eretto nell'abside della chiesa di Santa Maria delle Grazie allorchè la cattura a Novara del 
duca, nel 1500, disperse per sempre tutti i suoi munifici progetti. 


191 


IL PALLIO O TRITTICO MARMOREO DI VIGHIGNOLO 








Il Solari stesso, incaricato esclusivamente del lavoro come scultore utficiale, ! fin dal 1495, 
della casa ducale Sforzesca dopo la morte del suo predecessore Antonio Mantegazza, lasciò 
Milano in seguito agli avvenimenti guerreschi della venuta dei Francesi con Luigi XII, e 
recatosi a Roma mutò carattere e indirizzo all’arte sua, come lo provano le statue da lui 
compiute posteriormente in Milano, nelle quali appare evidente l'imitazione michelangiolesca. 

Nessuna notizia positiva abbiamo circa la forma e disposizione della sepoltura. della 
salma di Beatrice ordinata dal duca Lodovico, all’infuori di una lettera di sollecitazione 
dei lavori in corso fatta dal duca stesso a Marchesino Stanga, del penultimo giorno di giugno 
del 1497, e di un breve cenno del Vasari; ? il Verri e il Corio aggiungono solo che il 
monumento costò ben 15,000 scudi d’oro, compresavi però, al dir del Corio, la relativa 
cappella. ® Ciò che appar certo si è che il duca Lodovico intendeva essere etfigiato e (come 
da testamento da lui predisposto) riposare, anzi, dopo morto, accanto alla perduta sposa; e, 
infatti, condotta a termine pienamente è la di lui statua marmorea col manto ducale e lo 
scettro fra mani, mentre i di lui resti andarono dispersi, come sappiamo, nel castello di 
Loches in Francia, ove moriva il 27 maggio 1508. 

Dalla lettera menzionata del 1497 veniamo informati che, oltre la sepoltura, che il duca 
desiderava fosse condotta a fine non appena ultimato l’avello e tutta in un tempo, voleva 
vi fosse fatto anche un altare, lo che riesce facilmente spiegabile quando si consideri il 
numero stragrande di messe e preci funebri che Lodovico ordinò venissero recitate nella 
chiesa di Santa Maria delle Grazie in suffragio della compianta consorte. Una messa per 
l’anima della duchessa ordinò il duca fosse detta in ogni giorno di martedì, e regalò alla 
chiesa e al convento, all'uopo, ricchi paramenti e servizi d’altare. 

A questi dati, a vero dire poco concludenti, per conoscere quale fosse la sepoltura di 
Beatrice eretta dal Solari, vengono ad aggiungersi fortunatamente brevi notizie di un testimone 
oculare che vide nel 1515 il disperso monumento, e ne lasciò notizia in un diario pubblicato 
a Parigi nel 1525. È questi Pasquier Le Moyne, il quale, nella sua qualità di portier ordinatre 
di Francesco I, descrive succintamente le cose principali da lui vedute in Italia, e fra di 
esse la chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano ch'egli dice: La plus delle et sinqulière 
église de toutes. les autres éylises de Milan. 

Ora, il Pasquier nota, per l’appunto, fra le varie curiosità di questa chiesa, la tomba 
di Beatrice, così descrivendola: La sépulture de Beatrix, femme du More, est enlevée en haut 
trés richement, et dessoubz près terre notre Seigneur en tombeau. * 


! Secondo il Perkins, il Solari, pur dirigendo egli 
solo i lavori, si fece sussidiare da cinque scultori della 
Fabbrica del Duomo, e cioè da: Ambrogio Ghisolfo, 
Leontino Ferrari, Biagio da Vairone, Giuliano Pasifico 
e Benedetto Dell’ Onago. 

® Il Vasari, parlando delle due statue di Lodovico 
il Moro e di Beatrice d' Este, ch'egli dice condotte con 
molta pulitezza, accenna com’esse dovevano essere (0 
non già fossero) poste sopra un sepolcro di mano di 
Giovan Jacopo Della Porta, scultore ed architetto del 
Duomo. 

Di questa notizia nulla affatto trapela nella lettera 
citata di Lodovico Maria Sforza a Marchesino Stanga, 
in cui l’incaricato della sepoltura e dell’altare in me- 
moria di Beatrice risulta esclusivamente Cristoforo So- 
lari detto il Gobbo. 

Il numero dei pezzi di marmo (undici) acquistati a 
Venezia, ove erano evidentemente pervenuti, per via 
di mare, da Carrara e Serravezza, e che il Solari ebbe 
poi dai frati della Certosa di Pavia, accennerebbe in- 


fatti ad un sarcofago suntuoso; ma il non esservi ri- 
masti di esso che le due statue e il pallio dell’altare, 
lascia supporre, con qualche fondamento, che il mausoleo 
non fosse stato condotto a fine, come parrebbe dimo- 
strarlo altresì l’incompiuta lavorazione della statua di 
Beatrice. 

Aggiungasi che, mentre ci pervennero le epigrafi delle 
altre tombe Sforzesche della chiesa delle Grazie, niuna 
traccia rimane di quelle che il duca stesso, nella già 
menzionata lettera a Marchesino $Stanga del 1497, gli 
aveva ordinato « fossero fatte in marmo. negro alli ri- 
tratti della cappella », e che evidentemente non vennero 
mai compiute. 

3 Nella lettera del duca Lodovico Sforza, del 4 di- 
cembre 1497, l'abside delle Grazie, ove doveva sorgere 
il monumento funerario alla duchessa Beatrice, viene 
chiamato la cappella maggiore del tempio. 

' Veggasi l'articolo dell'ingegnere Beltrami, nel fa- 
scicolo II, 1890, dell’Archirio storico lombardo, dal titolo : 
« Notizie sconosciute intorno alle città di Milano e Pavia». 


1920 DIEGO SANT'AMBROGIO 


PARSO) —ioerrtirta =aicoreòo ia a __—_—_ 





Da questo breve cenno non si può dedurre se la sepoltura di Beatrice fosse in tutto 
ultimata, ma, ad ogni modo, è innegabile che le due statue costituenti il monumento erano 
elevate dal suolo con certo aspetto maestoso, e che al basso dell’altare, che sappiamo essere 
stato costrutto per la tomba ducale, vedevasi un Cristo nel sepolcro, opera indubbia essa 
pure di Cristoforo Solari. 

Con la concisione con cui si esprime il Pasquier non si fa cenno delle due statue in 
bassorilievo della Vergine e di San Giovanni che fiancheggiano nel trittico marmoreo di 
Vighignolo l’immagine centrale di Cristo, ma appare evidente come, data quella concisione, 
non potesse il pallio dell’altare alla sepoltura di Beatrice essere meglio descritto di quello 
che fece il Pasquier, designandolo come notre Seigneur dans le tombeau. E, per vero, le due 
figure laterali, poste ritualmente accanto al Cristo crocefisso, sono affatto accessorie e il 
soggetto del bassorilievo rimane pur sempre quello del Cristo nel sepolcro. 

L’importanza pertanto della coincidenza fra il cenno lasciatoci dal Pasquier del Cristo 
nel sepolcro al basso del monumento ducale di Lodovico il Moro e Beatrice, e l’egual soggetto 
trattato nel trittico marmoreo di Vighignolo, non può a meno di fermar tosto l’attenzione 
dell'osservatore; e quando si aggiunga a quella coincidenza l’ identità del marmo già notata 
fra quel trittico e le due statue ducali, e, più che tutto, l’egual ispirazione e lavorazione 
artistica quale, sul finire del xv secolo, non ebbe fra gli artisti lombardi che Cristoforo 
Solari detto il Gobbo, sì ha un concorso tale di circostanze da escludere artisticamente che 
il trittico marmoreo di Vighignolo non sia lo stesso pallio dell’altare condotto a fine dal 
Solari nell’abside di Santa Maria delle Grazie per il monumento a Beatrice d’Fste. 

Rimane, è vero, a spiegarsi la dispersione nell’umile borghetto suburbano testè citato 
di quel prezioso frammento scultorio ; ma, pur facendo difetto al riguardo precise attesta- 
zioni e concludenti documenti, sta pur sempre che la coincidenza delle preaccennate circo- 
stanze si appalesa così manifesta da far ascrivere fin d'ora quel trittico marmoreo a Cristoforo 
Solarî non solo, ma più propriamente al monumento da lui eretto, fra il 1497 e il 1500, @ 
Beatrice d’ Este, d'ordine del duca Lodovico il Moro. 

Ad ogni modo, che quel trittico non sia opera artistica stata fatta espressamente per 
la chiesetta di Santa Maria, di patronato Meraviglia, nel borgo di Vighignolo, ma colà 
portata da Milano, e posta a decorazione dell’altare nella cappella a destra più specialmente 
riservata ai Meraviglia nella chiesa stessa, emerge chiaramente dal contrasto che faceva quel 
pallio, di bel marmo e buona lavorazione, con le nude pareti di quella chiesa, solo da pochi 
anni ingrandita ed abbellita, ma prima angusta e in uno stato di squallore. 

Aggiungasi che il trittico è, come vedemmo, di dimensioni abbastanza ragguardevoli e 
di un marmo di Carrara (e più precisamente del filone di Serravezza) fra i meglio apprezzati 
di quelle cave; e mentre riesce chiaro per sè che sul finire del XV secolo, e per un monumento 
ducale, un artista come il Solari si valesse di materia di tanto pregio, stante l’ordinazione 
espressamente fatta all'uopo dal duca dei marmi di Carrara occorrenti al monumento a 
Beatrice, non trova alcuna plausibile spiegazione il fatto che |’ umile chiesetta di Vighignolo, 
funzionata fino ai tempi di San Carlo da una congrega di Francescani e affatto disadorna, 
potesse avere ordinato e fatto eseguire, da artista di tanta vaglia, quel pregevole lavoro 
marmoreo. 6 

Fu posto innanzi l'avviso che, anzichè ad uso di pallio, fosse quel trittico marmoreo 
apposto prima a guisa d’architrave a qualche portale, ma la diversa sua destinazione non 
elimina le difticoltà accennate dalla comparsa di opera di tanto pregio artistico e di certo 
valore effettivo in un borghetto che contava nel principio del xVI secolo poco più d’un 
centinaio d’abitanti, e le cui tracce artistiche, rimaste per lo più nelle antiche case dei 
Meraviglia, sono ben lontane dalla ricchezza, per marmo e lavorazione, di quel trittico 
marmoreo. 

Si tratta dunque di un’opera d'arte importata nella chiesa di Vighignolo, con tutta 
probabilità dalla vicina città di Milano, per opera della famiglia dei Meraviglia, i quali, 





IL PALLIO O TRITTICO MARMOREO DI VIGHIGNOLO | 193 


avendo il patronato di quella chiesa e dell’altro oratorio (ora cimitero) di San Sebastiano, 
la adattarono all’altare della loro cappella di famiglia, senza che offrisse alcun legame con 
la povertà d’arredo dell’altare e di tutta quanta la cappella, solo abbellita nel 1785 di una 
medaglia marmorea al posto della tela preesistente, proveniente essa pure da Milano, e 
rappresentante Sant'Antonio da Padova rapito in cielo dagli angeli. 

Sgraziatamente, per quante ricerche siano state fatte dal signor parroco di Vighignolo, 
negli atti colà esistenti, nulla ebbe a venire in luce circa l’epoca in cui quel pallio fu 
collocato nella cappella Meraviglia; ma ciò non toglie che proseguendosi le indagini non 
sì abbia finalmente a ritrovare il bandolo della matassa. 

Per ora, e fino a che non intervengano maggiori prove, due fondate supposizioni ponno 
farsi circa il trasporto a Vighignolo da Milano del pallio o trittico marmoreo di cui trattasi, 
e sono le seguenti. 

Tenuto conto che, al dire di quel signor parroco, quell’opera d’arte sarebbesi trovata a 
Vighignolo da oltre due secoli almeno, possiamo cioè arguire che essa sia stata colà trasportata 
da Milano nella seconda metà del xVI secolo in seguito alle relazioni di parentela esistenti 
verso quell’epoca fra i Lampugnani, alla cui famiglia apparteneva quell’ Oldrado che nel 
1564 acquistò per 38 scudi d’oro le due statue ducali, che regalò poi alla Certosa di Pavia, 
e il ceppo patrizio dei Meraviglia. Una Barbara Lampugnani andò sposa infatti, in quel 
torno di tempo, a Luigi Meraviglia (1560-1630), e la parentela fra le due famiglie si rinnovò 
anche nel secolo seguente in cui un Carlo Meraviglia condusse a sposa, nel 17 maggio 1636, 
una Elisabetta Lampugnani. 

Data questa stretta parentela, riuscirebbe spiegabile, come, fatto acquisto l’Oldrado Lam- 
pugnani (che sappiamo essere poi morto nel 1586 e sepolto a Santa Maria delle Grazie) 
del tumulo ducale eretto a Beatrice d’ Este e Lodovico il Moro, e che, in seguito alle dispo- 
sizioni impartite da San Carlo in ossequenza alla bolla di Pio IV, era stato atterrato e a 
Jui venduto nel 1564, potesse aver fatto dono ai Meraviglia di quel trittico marmoreo, la 
cui fessura sul fianco destro, di vecchia data, risale certo a quell’epoca. 

Un’altra supposizione che potrebbe farsi si è che il pallio marmoreo non sia stato 
adattato all’altare dei Meraviglia in Vighignolo che sul finire del secolo scorso, allorchè 
andò distrutta la chiesa di San Francesco Grande, ove i Lampugnani e i Meraviglia avevano 
i loro sepolcri e da cui potrebbe essere proveniente, benchè di quell’opera d’arte non si faccia 
alcuna menzione nelle descrizioni lasciateci della basilica Naborriana dal Torre, Lattuada, 
Sormani, ecc. 

Questa supposizione, e tanto meno l’altra che si affaccia a primo aspetto che possa 
quel pallio marmoreo provenire, verso la fine del XVIII secolo, dal convento di Santa Maria 
delle Grazie, all’epoca della soppressione dei Domenicani, non hanno pertanto alcun serio 
fondamento, anche perchè non consta sieno stati distratti oggetti d’arte ed effetti dalla 
chiesa delle Grazie allorchè nel gennaio 1796, in seguito all’assedio del Castello di Milano, 
i frati Domenicani passarono dalle Grazie a Sant’ Eustorgio. E, d’altronde, come combinare 
tale data con la remota comparsa di quel trittico nella chiesa di Vighignolo? 

Aggiungasi inoltre che essendo, verso il principio del corrente secolo, stato nominato 
parroco don Cesare Meraviglia, che, con lodevole diligenza, redasse accurate notizie intorno 
alla chiesa di Vighignolo e ne sostenne i diritti accanitamente verso il patrono don Antonio 
col. Meravigli, non saprebbesi conciliare la comparsa a Vighignolo, in epoca a lui sì vicina, 
del pallio marmoreo in questione, coll’assoluto silenzio da lui tenuto intorno a quell’opera 
d’arte. 

Più accettabile si presenta quindi la prima supposizione che il trittico marmoreo sia per- 
venuto dai Lampugnani ai Meraviglia e sia poi stato collocato nella chiesa di loro patronato 
verso il 1564, o poco dopo, all’epoca cioè in cui fu levato dalle Grazie il mausoleo a Beatrice 
d’Este e Lodovico il Moro; e concorda con essa l’asserzione del parroco che l’aggiustamento 
del pallio all’altare con calce e mattoni si rivelava di vecchia data, come si constatò al- 


Archivio storico dell’ Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. III. 5 


194 DIEGO SANT'AMBROGIO 


l'epoca in cui esso fu tolto, or fa qualche anno, per l’ ingrandimento della chiesa e il susse- 
guente invio al Museo archeologico di Milano. 

Comunque sia, ed in attesa che qualche documento scritto venga a confermare le indu- 
zioni più sopra esposte intorno al trittico marmoreo di Vighignolo, ognuno vede di quanta 
importanza sarebbe quell’opera scultoria ove venisse accertata veramente quale si mostra 
ora unicamente per ragioni artistiche, l’opera: Notre Seigneur dans le tombeau, di Cristoforo 
Solari detto il Gobbo, veduta nel 1515 dal Pasquier, e di cui l’ingegnere Luca Beltrami ebbe 
a lamentare, nell'Archivio storico dell’ Arte del 1890, la perdita, augurando che potesse essere 
ricondotta in luce. 

Il prezioso possesso di quell’egregia opera scultoria da parte del Museo archeologico 
potrebbe infatti essere un primo passo perchè, restaurandosi degnamente il tempio delle 
Grazie, si avesse a stabilire se non sia opportuna la restituzione a Milano, con i compensi 
del caso, di entrambe le statue di Lodovico il Moro e Beatrice d’Este state ordinate dal 
duca stesso, e rimaste nell’abside o cappella maggiore delle Grazie in Milano per ben 65 anni, 
da cui non furono tolte anzi che per un’inconsulta vendita e. dispersione di sì prezioso 
monumento. 

DIEGO SANT’AMBROGIO. 


LORENZO LOTTO 


PITTORE. 


A PROPOSITO DI UNA NUOVA PUBBLICAZIONE 


IV. 


L periodo bergamasco della vita di Lorenzo Lotto, ossia 
quello da lui trascorso in Bergamo e suoi paraggi, si 
può dire segni una fase speciale nella carriera dell’ar- 
tista, nella quale si rivelano nel modo più spiccato le 
qualità sue proprie, tanto nel senso favorevole quanto 
in quello che rivela le sue pecche. 

Per un verso egli raggiunge il colmo della vibrata 

. lucentezza del colorito, pari a quello di un Correggio 
negli anni più maturi, col quale ha comune anche la 
maestria nel raggiungere in alto grado l’effetto della 

| trasparenza e quindi della estensione dell’ambiente aereo. 
À questo magistero poi si accoppia quello di una cor- 
| rispondente straordinaria vivacità nelle movenze e nel- 
l’espressione delle figure, che per contraccolpo suol 
tornare a scapito di un giusto equilibrio, non meno 
spirituale che formale, fra il soggetto per sè e il modo di rappresentarlo. Così nei sog- 
getti religiosi, che sono sempre i prevalenti, viene a mancare la quiete e l’unzione reli- 
giosa che richiederebbero e s’' inaugura insensibilmente quella conseguente profanità d’ inter- 
pretazione che contrasta col tema, il quale in fondo non diventa che un pretesto per dar 
luogo all’artista di sfoggiare in composizioni ricche di svariati motivi, da appagare i sensi 
dell’osservatore e suscitare meraviglia colla novità delle trovate. 

La transizione dalla maniera vecchia alla nuova si avverte principalmente nella mag- 
giore sua opera in Bergamo, ch’è pure fra le opere da chiesa quivi la prima in ordine di 
tempo, vale a dire la già rammentata pala per l’altare maggiore della chiesa dei Santi Ste- 
fano e Domenico. 

Il pittore, giunto oramai a metà del cammin di nostra vita, doveva sentirsi nella pie- 
nezza delle sue forze e della sua conseguente operosità, della quale ci danno prova i mol- 
tissimi lavori da lui compiti nel giro di meno che una dozzina d’anni in quel territorio. Estesa 
assai infatti è l’enumerazione dei medesimi nella biografia dedicatagli dal conte Francesco 
Maria Tassi.! Che se la maggior parte ora si devono rintracciare dispersi in altri luoghi o in- 
teramente distrutti (massime quelli lavorati a fresco), valgono pure nel loro complesso a spie- 





1 Vite de’ pittori, scultori ed architetti bergamaschi. Bergamo, 1793. 


196 GUSTAVO FRIZZONI 


garci come si fosse facilmente ingenerata in paese e anche fuori l'opinione che il pittore 
fosse propriamente da considerarsi per bergamasco, opinione questa accolta anche da scrit- 
tori stranieri, come vedemmo essere stato il caso col barone di Rumohr, e in tempo recente 
da eruditi locali, fra altri dal prof. Pasino Locatelli nei suoi « Illustri Bergamaschi ». Come 
simile opinione fosse infondata, già lo vedemmo provato per più ragioni; laonde si deve 
realmente attribuire al grande numero delle sue opere create in quegli anni la ragione per 
cui quel certo spirito di campanile, di cui non vanno immuni spesso i paesi nostri, sia stato 
incuorato anche nel caso di che si tratta. 

L’ancona del Lotto, che dalla chiesa dei Domenicani di Santo Stefano, demolita nel 1631, 
nell'occasione che furono costrutte lé nuove mura che cingono la città alta, fu trasportata 
nel coro di San Bartolomeo nella città piana, è indubbiamente l’opera più importante del- 
l'artista in Bergamo, sia per la grandiosità della composizione, sia per la complessità sua. 
Essa poi avrà figurato vie più allorquando, chiusa entro la sua originaria cornice archi- 
tettonica con colonne e rispettivo frontone, vi stavano unite le tre tavolette costituenti 
la predella, e in alto, nel timpano compreso nella cornice stessa, una figura di un angelo, 
preso in iscorcio, colle braccia aperte, in guisa da riempire lo spazio triangolare. 

Le storiette del basamento, a quanto narra il Tassi, nel 1650 furono di notte tempo 
furtivamente rubate, ma di lì a poco restituite, « premesso però lo sborso di trentotto On- 
gari a chi sotto siggillo di confessione ne procurò la restituzione ». Ma allorchè nel 1749 
fu dipinta a fresco tutta la chiesa, e il quadro sciaguratamente fornito di analogo barroc- 
chissimo ornato sostituito all’incorniciatura antica, furono le predelle trasportate in sagrestia, 
mentre la tavola della cimasa fu ceduta ad un falegname coll’ornato corrispondente. Questa 
tavola triangolare poi, dopo essere passata per le mani di vari raccoglitori privati, recente- 
mente fu acquistata per conto della Galleria Nazionale di Budapest, mentre quelle del gra- 
dino ora si vedono nella civica Pinacoteca dell’Accademia Carrara. 

La pala grande, forse la più grandiosa fra quante il pittore abbia mai fatte (fig. 12°), 
ci offre una varietà di motivi singolare, e nella parte decorativa sommamente originale. 
Quegli angeli in alto, coi drappi sfolgoranti, intenti a reggere la corona leggermente sospesa, 
sono creazioni eminentemente sue, nella vivacità impressa alle loro figure, nei sottili pan- 
neggiamenti svolazzanti, nel biancheggiante incarnato che richiama il Correggio, senza che i 
due pittori si siano forse mai incontrati, e, come in questo caso si può dire, prima che l’Allegri, 
giovane di 22 anni, avesse potuto farsi conoscere fuori di paese colle sue qualità proprie. 

Nell’ambiente architettonico e corrispondente prospettiva imaginati dal Lotto noi vediamo 
un ampliamento di quanto già avevano usato il Bellini, Alvise Vivarini, il Cima ed altri. 
Il Berenson ben avverte in proposito qualche cosa di sproporzionato in questo quadro fra 
l’architettura e le figure, che crediamo consista essenzialmente nelle proporzioni depresse 
del fascio di lesene e delle retroposte colonne anche in confronto all’ampiezza della volta 
a botte sovrastante. Nè si può negare che un certo squilibrio, certi indizi di leziosaggine 
si rivelino già nelle figure in genere. È la ricerca del nuovo, del drammatico, unito all’estasi 
religiosa, che fa perdere talora all’artista la ‘giusta misura, specie nell’atteggiamento del 
divin Putto, intento a benedire, come pure in quello del San Giovanni Battista e del San Se- 
bastiano, alquanto affettato. Nel Santo Stefano, se non soddisfa intieramente lo scorcio del 
viso, deve piacere se non altro la-serietà dell’intenzione (che si manifesta anche nel con- 
trapposto San Domenico a mani giunte) e il grande amore posto nella esecuzione. Una 
dignità calma e compresa di unzione religiosa poi, nel senso ancora dei quattrocentisti, è 
quella che trasparisce dal volto del vescovo, che scorgesi dietro il protomartire, e vie ‘più 
nella bella Santa Caterina d’Alessandria a canto al trono della Vergine, della quale si po- 
trebbe quasi trovare il prototipo in certa Santa Giustina, dipinta da Alvise Vivarini, ora 
appartenente ai signori Bagatti Valsecchi di Milano. 

Fra tutte primeggiano, per finezza di accordi pittorici, ed anche per ispiritualità di 
concetto, le due figure all’ estremità sinistra rispetto a chi sta a guardare, raffiguranti 


29% <= 


vj 
rim ivi er 
—=c=r=—r=_r—, 





- PALA DI SAN BARTOLOMEO A BERGAMO 
(Fotografia Taramelli) 


Fio. 12°. 


198 GUSTAVO FRIZZONI 


i Santi Alessandro, uno dei patroni di Bergamo, e Barbara, che regge colla sinistra il mo- 
dello della torre, simbolo del di lei martirio. Una trovata nuova poi è quella della foggia 
‘del trono col suo basamento poggiato sopra zampe di leone e l’estrosa presenza dei due 
angioletti che si danno d’attorno al drappo sottoposto. 

Se si considera che il committente, abiatico e figlio adottivo del condottiero Barto- 
lomeo Colleoni, come risulta dal testo del contratto conchiuso col Lotto, ! voleva che la pala 
fosse condotta con ogni arte ed ingegno umano possibile, e che, a dare effetto alla esecuzione 
dell’opera erano stati chiamati parecchi egregi pittori, 8° intende come il nostro artista avesse 
dovuto sentirsi compreso dell’obbligo morale che gli veniva imposto dall'essere stato egli 
il prescelto, e si fosse studiato di ricorrere ad ogni sorta di mezzi, ricavati dalla sua mente 
imaginosa, per aggiungere vaghezza ed attrattive speciali al progetto già da lui escogitato, 
introducendo fra altro una ricchezza d’apparato decorativo non mai veduto fino a quel tempo. 
In mezzo a questa si fa scorgere per la sua novità fin anco la foggia del cartellino, che 
porta la scritta: Laurentius Lotus 1510. 

Non meno nuove ed originali per la vaghezza del colorito e la vivacità drammatica 
sono le tre predelle, le quali, dopo essere rimaste a lungo appese in alto sopra gli armadi 
della sagrestia, senza che nessuno si curasse della condizione pericolante in che si trovavano, 
colla minaccia dello sfarinamento della superficie dipinta, furono fortunatamente cedute 
nel 1893 dalla Fabbriceria della chiesa alla civica Pinacoteca, e da questa poi saviamente 
affidate pel loro consolidamento e ripristino all'esperto non meno che coscienzioso ristaura- 
tore prof. Luigi Cavenaghi di Milano, mercè l’opera del quale si possono ora apprezzare di 
nuovo, a seconda del loro merito, esposte come si trovano in ottima luce nel gabinetto del 
riparto centrale della Pinacoteca bergamasca all'Accademia Carrara. ? I soggetti si riferi- 
scono a episodi della vita dei due titolari dell’antica chiesa, i Santi Stefano e Domenico, 
e a quello della Deposizione di N. S., che si può imaginare fosse collocato nel mezzo. Le 
composizioni movimentate, colle figure piene di passione, l’elemento pittoresco che le cir- 
conda, sono tali da non trovare riscontro fra quanto potè essere condotto dai pittori di Ber- 
gamo del tempo, sì che l’opera intera dovette suscitare una sensazione singolare e riescire 
una vera rivelazione in quella città. Per darne qui, riprodotta, una di queste storiette, sce- 
gliamo quella illustrante il miracolo di San Domenico, che risuscita un cavaliere (Napoleone, 
nipote del cardinale Fossanuova), il quale era rimasto calpestato dal suo cavallo (fig. 13%), 
com'è indicato nell’episodio introdotto all’ estremità destra. In questo quadro le figure, che 
appariscono improntate di un aspetto specificamente individuale, bene rivelano la propos 
sione dell’autore a ritrarre dal vero i suoi soggetti. 

Le indicate storiette del gradino per la grande pala ci richiamano alla mente altre tre 
tavole di minori dimensioni, non perchè rassomiglino alle prime nel modo della esecuzione, 
ma perchè contengono pure tre episodi della vita del protomartire Santo Stefano, cioè la 
sua Predicazione nel tempio, la Cacciata dal medesimo e la Lapidazione. A onor del vero, 
il primo che le rivendicò al nostro pittore, e con piena ragione, si fu il conoscitore troppo 
poco ascoltato in patria, il senatore Giovanni Morelli. Ora ogni conoscitore spregiudicato 
non può se non consentire con lui, osservando quei curiosi quadretti nella seconda sala 
del riparto Lochis nella Galleria dell’Accademia Carrara a Bergamo, dove, a norma del 
sistema della immobilità chinese, stanno tuttora appesi sotto la denominazione gratuita di 
Andrea Schiavone. ® Non si tratta che di tre schizzi a colori, dove i soggetti sono piuttosto 
indicati che eseguiti, e non ostante il movimento impresso alle figure e le particolarità delle 


_ ! V. in proposito il Tassi e il Locatelli. di Bergamo) dopo ristaurate, mentre si trovavano a 
® Avvertiamo, per norma di chi s’interessa di con- Milano, dal signor Luigi Dubray, Corso Venezia, 11; 
fronti, che le tre tavole furono fotografate prima del tanto le une quanto le altre a disposizione del pubblico. 
ristauro dal signor Riccardo Lotze di Verona (e fanno ° Sono i numeri 32, 33 e 34, riprodotti dal Lotze. 
parte della sua copiosa raccolta di fotografie artistiche i 


(ouering ‘£“eaqng *y%320304 ‘ows210g u; viesIv) viuopeoo y) 


OOININOG NYS IG OTOOVUIN - SI ‘9g 


a “eri gra” Pi . 
De too a ru 


n 
20 
° È 


x 
n 





200 GUSTAVO FRIZZONI 


forme, in ispecie quelle delle mani, ci forniscono elementi tali, che, come ben osserva anche 
il Berenson rilevando in esse la meravigliosa modernità dell’intento pittorico, bastano da sè © 
a qualificarli per-opere di Lorenzo Lotto e di nessun altro. Il modo piccante ed acuto poi 
onde sono illuminate quelle scenette non potrebbe del pari essere stato escogitato se non 
da lui, come vorrà riconoscere indubbiamente chi abbia preso domestichezza coll’autore e 
col suo proprio maneggio del pennello. 

Se queste tavolette poi ci rappresentino qualche primo pensiero dell'artista per la pre- 
della della massima sua ancona, o abbiano avuto origine indipendentemente dalla medesima, 
è cosa da non potersi decidere. 

Non è nostro proposito di fare ora una enumerazione particolareggiata di tutte le opere 
di lui eseguite a Bergamo e territorio circostante. Stando sulle generali dobbiamo dire che 
di queste una parte sono andate in rovina o disperse, una parte furono da lui dipinte contro 
voglia probabilmente, fors’anco per essere stato scarsamente retribuito, dappoichè dimostrano 
una rilassatezza di disegno, una volgarità di tipi siffatta che, presi da soli e senza tener 
conto dei pregi inerenti sempre alla qualità della tavolozza, potrebbero in parte giustificare 
certe avversioni analoghe a quella manifestata. nel passo citato dal barone di Rumohr. Di 
questo numero sono in ispecie i quadri condotti pei paesi del contado, quali sarebbero le 
pale delle chiese di Celana e di Ponteranica, ! e in Bergamò la tela della Trinità, dalla 
demolita chiesa dello stesso nome, dove la vide l’Anonimo, trasportata nella sagrestia di 
Sant'Alessandro in croce. Opera disgraziata, invero, per quanto concerne la parte principale, 
che consiste nella figura del Cristo librata nell’aria, laddove la parte inferiore, rappresen- 
tante un esteso paesaggio, accidentato da colline e da svariata vegetazione, manifesta tanta 
finezza di osservazione, tanta limpidezza e trasparenza di colore, da costituire da sè un sog- 
getto gustosissimo. 

Ben più attraente e tipico nello stesso tempo per il periodo del Lotto di che ci occu- 
piamo è un quadro che si vede appeso in uno dei gabinetti dedicati alla pittura italiana 
nella splendida Galleria di Dresda. Il porgerlo qui riprodotto (fig. 14%) ci dispensa dal descri- 
vere il soggetto. L'ambiente arioso, l'esecuzione delicata del paesaggio s’accordano pienamente 
con quello che si è rilevato nel quadro precedentemente nominato. La conformazione del 
nudo nelle figure dei bambini è ben caratteristica per l’autore, massime nella grossezza 
delle gambe che contrasta colla esiguità dei piedi, il colorito liquido e chiaro-lucente è pur 
tutto suo e proprio in modo peculiare del suo periodo bergamasco. E a questo appartiene 
indubbiamente il dipinto, sul quale venne scoperto solo nel 1891 dal signor Carlo Léser sul 
parapetto la segnatura Laurentius Lotus insieme colla data 1518. E poi che il Lermolieff 
prima di tale scoperta ebbe ad esortare il direttore della Pinacoteca a paragonare questa 
Madonna con altra appartenente alla famiglia Piccinelli di Bergamo, munita pur essa del” 
nome del pittore, acciò avesse a persuadersi dell'identità dell'autore, ® ci piace di accostare, 
a conferma dell’enunciato, la riproduzione della seconda (fig. 15°) a quella della prima. Il 
quadro di casa Piccinelli poi va pure notato come uno di quelli dove maggiormente spicca 
la vivacità del chiaroscuro e di quel fare vibrato onde fra tutti si distingue il nostro artista, 
colorito di un effetto veramente prodigioso tuttora, dal quale si rimane abbagliati e quasi 
vinti, starei per dire, di fronte alle innegabili trascuratezze del disegno e dell’affettazione 
delle figure, la quale al Morelli ebbe a far dire che gli sembravano altrettante figure in 
abito di maschera. | 

Una impressione analoga del resto sono destinate a produrla altre opere di questo pe- 
riodo, mercè lo sfarzo e l’espressione affatto mondana con cui l’autore evidentemente mirò 


! Rispetto a questa vogliamo osservare come il Be- del Lotto, ma di Giov. Cariani. Insudiciate e malconce 
renson pel primo abbia sagacemente avvertito che le quali si vedono, pure rivelano, da non dubitarne, la 
sottoposte tavolette, le quali formano il gradino imme- mente e jl pennello del vero Bergamasco accennato. 
diatamente sopra l’altare, sono dipinte di mano non già ? Italian Painters by Giov. MorELLI, vol. 2°, pag. 257. 





Fig. 14". - MADONNA COI DUE PUTTI 


(Nella Regia Galleria di Dresda. Fotografia Tumme, Dresda) 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc. Il 6 


202 GUSTAVO FRIZZONI 





a creare opere da imporre ai buoni Bergamaschi piuttosto per l'apparato esterno che per 
l’intimo loro significato ideale, quale lo avrebbe richiesto il soggetto di natura religiosa. In 
proposito vuol essere rammentato innanzi a tutti quello che vedesi espresso in una tela 
che deve aver colpito quanti hanno visitato a Bergamo la Pinacoteca dell’Accademia Car- 
rara, dove sta appesa in quella grande sala centrale. Quivi si vede imaginata una Madonna 
dallo sguardo penetrante, ma dall’espressione affatto indifferente, in isplendida veste, seduta 
in un seggiolone, quali si usavano nelle case dei privati; essa regge fra le braccia il figliuolino 
ignudo, il quale alla sua volta si china verso una Santa Caterina inginocchiata in atto di 
devozione molto accentuata, mentre ne riceve il mistico anello di sposa, atto che non ostante 
non sì saprebbe tenere per sincero o per lo meno profondamente sentito, se si tiene conto 
dell’acconciatura ricercata, affatto profana, onde il pittore volle ornare questa sua figura, 
dall'aspetto vano, meglio corrispondente ad una dama di mondo che ad un abitante del 
paradiso cristiano. A compiere il quadro poi concorrono da un lato un angelo, che ha poco 
del paradiso pur esso, a dir vero, per quanto tenga le braccia incrociate sul petto ; dall’altro 
il ritratto spirante vita, ma un po’ brutale, del committente, che a torto era stato creduto 
rappresentare il Lotto stesso, mentre la derivazione del quadro dalla famiglia bergamasca 
dei Bonghi ci fa certi essere questa la tela che l’Anonimo morelliano vide in Bergamo în 
. casa de M. Nicolò di Bonghi, così da lui descritto: « El quadro della nostra Donna con la 
S. Caterina e l’Angelo e con el ritratto di esso M. Niccolò fu de man del Lotto ». E lo 
ebbe a confermare più tardi il Ridolfi (tomo I, pag. 128), al quale dobbiamo l’ informazione 
che al tempo che i Francesi occuparono la città fu da uno di loro reciso dal quadro e 
portata: via la parte del fondo in cui era dipinto un paesaggio colla veduta del monte Sinai. 

Vanno poste in precedenza a questa tela (firmata e datata 1523) tre notevoli pale, due 
delle quali sono tuttora ai loro altari a Bergamo, la terza già da anni appartiene alla R. Gal- 
leria di Berlino. 

Il Berenson, che nel suo libro segue passo passo il proprio campione nello sviluppo 
della sua attività, fa alcune riflessioni sensate sugli anni precedenti, che ci piace di ri- 
portare qui: 

« Non vi è alcun dipinto a me noto del Lotto da poter essere posto con sicurezza fra 
la Madonna di Dresda e la pala d’altare di San Bernardino, datata dal 1521. Ma possiamo 
ritenere nondimeno ch'egli non rimase in ozio durante questi anni. Esiste un documento ! 
dal quale apprendiamo ch’egli eseguì buon numero di opere in questo lasso di tempo, le 
quali sono scomparse; e poichè queste notizie non sono che frammenti giunti sino a noi 
per mero incidente, così possiamo tenere per certo che non si riferiscono se non a una parte 
delle opere che il Lotto ebbe a dipingere in quegli anni. Venticinque anni più tardi, quando 
egli già si era fatto vecchio, ci accade d’ imbatterci in qualche dozzina di quadri ogni anno, 
onde nòn è punto probabile ch’egli fosse meno attivo e produttivo nel periodo del suo mag- 
gior vigore. 

«Si potrà domandare come sappiamo ch’ egli abbia speso gli anni dal 1518 al 1521 a Ber- 
gamo piuttosto che altrove. Ora la ragione principale per credere che fossero spesi a Ber- 
gamo o nel vicinato nasce dal fatto che non abbiamo alcuna memoria di lui altrove in 
quel tempo, e che nelle opere del 1521 troviamo il suo stile, le sue qualità così immutate 
da quelle che abbiamo trovato nella Madonna di Dresda da far ammettere ch’egli non fosse 
venuto a contatto nel frattempo con altri artisti importanti; non potendosi ritenere fra altro 
che egli avesse fatto una visita di qualche durata a Venezia, da poi che non v’ha indizio 
che avesse subìto qualche impressione sensibile dall’ Assunta di Tiziano. La causa del non 
presentarsi a noi alcuna opera di questo tempo probabilmente è da ricercarsi nella circo- 


1 Sunto de li quadri facti de pictura per mi lorenzo Lotto indica i prezzi non in ragione dei singoli quadri, 
loto a Miser Zanin Casoto, pubblicato dal Locatelli, ma di ogni figura separatamente. 
op. cit., vol. 1°, pag. 463. Dov'è da osservare che il 


(6uo19A ‘023071 egea1303;0g ‘oweS19g ui 19u[99}{ 83[0098Y) 


09904 H ONVILSVHAIS ILNVS I VUA ONIINVE T09) AINIDYUHA VT — “SI ‘914 


x dd bel 
>» IL, Sei 


“a: et 
_ 





204 GUSTAVO FRIZZONI 





stanza ch’egli ebbe a dipingere in allora principalmente per privati, e che le opere in mano 
| di privati sono più soggette ad essere distrutte o quanto meno disperse, di quel che lo siano 
le importanti composizioni eseguite per le chiese, quali furono appunto quelle ch’ egli «eseguì 
nel 1521!» 

Prende quindi ad esaminare queste ultime, incominciando da quella meravigliosa nel 
suo genere, che risplende sempre sull’altar maggiore della chiesa di San Bernardino, già illu- 
strata in questo periodico. È una vasta tela, dove stanno raccolti intorno al trono della Ma- 
donna e del Bambino, da un lato Sant'Antonio abate e San Giovanni Battista, dall’altro 
San Bernardino da Siena e San Giuseppe, mentre un angelo capriccioso, inginocchiato da- 
vanti al gradino del trono, sta facendo un’annotazione in un libro e quattro altri che volano 
nell’aria, in più che arditi atteggiamenti, sorreggono la vasta cortina, stesa sopra il gruppo 
centrale. Per vita, per luce, per lo smagliante colorito, è, senza dubbio, una delle più am- 
mirevoli e più caratteristiche produzioni del geniale autore ed anche una di quelle che si 
possono meglio apprezzare in grazia della buona luce in che è posta e della buona condizione 
in che si trova. ! ' 

In confronto di quella di San Bartolomeo essa denota un progresso notevole per quanto con- 
cerne la scioltezza del disegno, certamente non sempre corretto nè bene equilibrato, nel mentre 
vi appariscono pure vie più spiccati i colori suoi peculiari, quali si notano a contrasto della 
bianchezza delle carni nei suoi prediletti scarlatti, bleu, paonazzi, adoperati nei panneggi. 
La trasparenza e lo sfondo dell’aria poi vi sono ottenuti come non li seppero raggiungere 
altri all’infuori del Correggio. | 

Discorrendo di questo quadro abbiamo da fermarci un momento sopra un particolare in 
attinenza coll’argomento dei primi germi costituenti la genesi di un’opera d’arte. Per venire 
senz'altro al caso concreto ci piace avvertire che esiste tuttora (raro caso, almeno per quanto 
spetta al Lotto) un foglio contenente uno studio leggermente tracciato a matita tenera, il 
quale si riferisce ad una delle figure del quadro di San Bernardino, e precisamente a quella 
del San Giuseppe, che se ne sta pensoso, appoggiato alla sua mazza, all'estremità sinistra 
del quadro per chi sta a guardarlo. La figura, intesa a personificare il detto Santo, vuolsi 
ritenere copiata dal vero, tale quale ci si presenta ripetuta in due atteggiamenti lievemente 
variati nel foglio a disegno. Dall’aspetto umile e sommesso, si starebbe per dire gli avesse 
servito da modello un qualche vecchio mendico, dai piedi scalzi, vestito di povera e lacera 
tunica, che non giunge se non sotto le ginocchia. Nel primo tracciato il modello è preso 
di profilo, nel secondo è girato in modo da rivolgersi più direttamente al gruppo centrale, 
mostrando il dorso allo spettatore, com'è sul quadro. Per quanto il foglio non riveli un 
valente disegnatore, pure a chi bene lo osservi deve riescire interessante per la schiettezza 
del sentimento che vi traspare e lo studio fatto direttamente dal naturale. Le varianti poi, 
in confronto del dipinto, sono così sensibili ed inerenti ad una immediata osservazione del 
vero, da testimoniare in favore della originalità del lavoro, contrariamente all'opinione di 
chi vorrebbe porlo in dubbio. * 

Il disegno citato, si noti, trovasi in un volume contenente una raccolta di disegni di 
merito molto ineguale, il quale appartiene alla Biblioteca Ambrosiana, ed è noto sotto la de- 
nominazione di Codice Resta, come quello che venne raccolto da un padre Resta, scrittore 
e raccoglitore di cose d’arte del secolo scorso. 

Un altro grande quadro d’altare, che sarebbe il terzo fra quelli tuttora sussistenti nelle 
chiese di Bergamo, e ch’è parimenti datato del 1521, è quello che si vede sopra il quarto 


! Ne fanno fede anche le fotografie che ne furono sun argomento a sostegno del suo asserto, contrappo- 
tratte, tanto del fotografo Taramelli, quanto dal Lotze nendolo all'opinione del Morelli, il quale pel primo fa 
di Verona. menzione del disegno del Lotto, che potè più volte 08- 

? Il Berenson, che lo dà senz'altro per una îmita- servare. (V. Kunstcritische Studien, III, pag. 90). 
zione relativamente recente, non adduce, per verità, nes- 





Asti ì et cea ” 
sie "06: Mera 
IRR ETO RR IRTA A 


n o - ? » i 
‘ e Se gna Ar Pi, ro : : bea Vi. _ Pd alt xt 


n 


Fio. 16°. - NOSTRO SIGNORE CHE PRENDE CONGEDO DALLA MADRE 
(R. Galleria di Berlino) 


206 GUSTAVO FRIZZONIO 





altare a destra nella chiesa di Santo Spirito, non così splendido quanto quello di San Ber- 
nardino, ma più fino ed accurato nella esecuzione. Basta osservare in proposito la finitezza 
onde è eseguito il tappeto alla turca, regolarmente disteso sotto il trono della Madonna. 


ti - — —-; Cr —— — — —-—-_ rcsa-rda 





Fia. 17°. - RITRATTO DI UN GIOVINETTO 
(Museo municipale di Milano. Fotografia Dubray) 


La quale sta in atteggiamento dignitosamente composto, avvenenti le fattezze del volto, 
presentando il divino Bambino benedicente ai Santi che le fanno ala, Santa Caterina e un 
vescovo da un lato, San Sebastiano e Sant'Antonio abate dall’altro. Mentre poi dalla parte 
più alta scende la colomba, simbolo dello Spirito Santo, mandando raggi di luce dal suo 


-- - -- 


LORENZO LOTTO, PITTORE i 207 
tdhousunii Loss i con sicilia ite 
seno, e una turba di gngeli, disposti a semicerchio, si agita animatamente facendo musica, 
toltine i due nel mezzo reggenti la corona sopra il capo della Vergine, l'occhio rimane 
attirato nella parte inferiore, sotto il trono, dalla figura umanamente vezzosa del San Gio- 
vannino, giacente sopra ornato tappeto, in quella di stringere fra le braccia, sorridendo, il 
tradizionale agnello. Mirabile ricchezza di motivi davvero, condotti poi con un’acutezza e, 
nello stesso tempo, una spigliatezza di pennello tutta propria dello spiritoso autore! Quanto al 
confronto ‘con la pala di San Bernardino, questo si potrebbe più agevolmente istituire, se quella 





Fia. 18°. - RITRATTO DI ANDREA ODONI 
(R. Galleria di Hampton Court) 


di Santo Spirito fosse cautamente detersa del sudiciume secolare che la ricopre, e l’altra fosse 
stata un po’ meno energicamente ripulita e ridotta a nuovo di quello che è presentemente. 

Un miscuglio strano di cose belle e di ripulsive è quello che ci offre la vista della 
tela di minori dimensioni (altezza m. 1.26, larghezza 0.99), rappresentante il soggetto leg- 
gendario del Congedo di N. S. dalla propria Madre, da tempo entrata a far parte della 
R. Pinacoteca di Berlino. Anteriormente si trovava in Inghilterra nella raccolta Solly, la 
quale l’aveva avuto dalla raccolta Tosi di Brescia, mentre consta che ab antiquo proveniva 
da Bergamo, e precisamente dalla casa Tassi, come si rileva dalla testimonianza del Ridolfi. 
Le figure in questo quadro, fatta eccezione di quella della devota Elisabetta Rota, moglie 
di Domenico de Tassis, nel suo pittoresco costume del tempo, sono fra quelle dell’epoca 
bergamasca più infelicemente riuscite, caricate e male proporzionate. L’ambiente invece 
col suo sfondo architettonico, al quale si unisce la prospettiva di un giardinetto a linee 
regolari, sono trattati con molta evidenza, sì da trasportarci in pieno scenario del Cinquecento. 


208 GUSTAVO FRIZZONI 


Come opera tipica in questo genere crediamo bene di darla qui effigiata nella fig. 16%. Una 
bizzaria insolita fra altre si è quella dei ramoscelli di frutti posti sul lembo inferiore del dipinto, 
ai quali è accoppiato il cartellino con la scritta: M° /aurentt}jo Lotto pictor 1521 (sic). 


Na 


Tralasciando di enumerare le opere minori tuttora esistenti a Bergamo e dintorni, non 
possiamo fare a meno di prendere in considerazione di nuovo le qualità del Lotto in modo 
speciale come pittore di ritratti. E in vero conviene dire che mentre nelle opere di soggetto 
religioso è d’uopo, dal più al meno, fare delle concessioni all’artista in quanto concerne il 
. suo modo di concepirle e di esprirmele, nelle immagini intese a rappresentare persone viventi 
e a perpetuare non solo le fattezze esterne, ma anche quelle dell’animo loro, egli riesce 
spesso di un’etficacia sorprendente. A Bergamo stesso, dove certamente egli si trovò a con- 
tatto con molte famiglie cospicue, non rimane oggidì se non un solo quadro da qualificarsi 
esclusivamente per ritratto. È quello di una signora (busto con ambe le mani) che dall’antica 
casa dei conti Grumelli passò, pochi anni or sono, nella Pinacoteca civica Carrara, dove sta 
esposto nello stesso gabinetto che racchiude le tre predelle venute dalla sagrestia di San 
Bartolomeo. i 

La natura della dama, aristocratica e vanitosa insieme, vi è colta con un’acutezza di 
intendimenti pari al tono vibrato con cui sono dipinte le delicate e bianche carnagioni. 
I monili, le anella, l'abbigliamento sfarzoso, tutto vi è condotto con una distinzione da signi- 
ficare che il pittore vi si applicò nel desiderio di appagare appieno la committente, e c’è da 
metter pegno che la medesima vi si sarà trovata rispecchiata a propria soddisfazione. ! 

Molti altri ritratti esistenti in Bergamo vengono citati dal Tassi, ma ora non vi si 
saprebbero altrimenti identificare. Essi ci fanno riflettere intorno alla mutabilità delle umane 
vicende e al conseguente esodo abbondante delle opere d’arte da casa nostra, quando si 
consideri che non è per anco compito il secolo da che venne alle stampe l’opera del biografo 
bergamasco. 

Parecchie di queste etfigie si ritrovano ora in Gallerie estere, in Inghilterra, in Germania, 
in Ispagna; altre sono tuttora in Italia. Fra queste ci piace rammentare quella di un gra- 
zioso giovinetto (fig. 17%), dal petto in su, con un libro fra le mani, il quale, per il movi 
mento accentuato della figura, l’ illuminazione acuta e vibrata delle bianche carni e dei par- 
ticolari concernenti l’abbigliamento, e diremo pure per certa deficienza nel disegno delle mani, 
si qualifica per lavoro appartenente al periodo bergamasco. 

Proviene poi egualmente da Bergamo una tela ‘curiosa ed interessante, non fosse 
altro per una nuova trovata dell'autore. Questi, ritraendovi l’immagine di due sposi novelli 
nell’atto dello scambio dell’anello nuziale, v' introdusse pure un amorino, il quale, standosene 
dietro alle spalle dei fidanzati, impone, con malizioso sorriso, un giogo alle loro spalle. Forse 
il pittore, con siffatta allegoria, volle manifestare l’animo suo, alieno ai lacci della vita 
coniugale, non essendosi egli, a quanto apprendiamo dalle notizie della sua vita, mai distolto 
dallo stato celibe. Che gli sposi etfigiati fossero due bravi bergamaschi lo sappiamo per 
antica testimonianza, qual’è quella del già rammentato Anonimo morelliano. Egli, per verità, 
non cita se non genericamente due quadri di mano di Lorenzo Lotto in casa di M. Zanin 
Cassotto, ma dalla nota che l’accompagna nella 2* edizione, e prima ancora dall’opera del 
Locatelli si ricava che ve n’erano parecchi, fra i quali figura quello coll’etfigie degli sposi, 
attestandolo un certo autografo Cunto de lî quadri facti de pictura per mi Lorenzo Loto a 
miser Zanin Casoto, dove è indicato che: E! quadro delli retrati, cioè miss. Marsilio et la 
sua sposa con quel Cupiîdineto rispetto al contrafar quelli habiti di seta seu ficti e collana 


! Vedasi la fotografia fatta dal Lotze di Verona. 


| "LORENZO LOTTO, PITTORE 209 
è stimato L. 30.! La sposa, infatti, indossa abiti sfarzosi, collane e monili accuratamente 
eseguiti, onde viene ad esuberanza giustificato il prezzo contrapposto, superiore a quello 
degli altri quadri. 

Nella lista citata in questo foglio, dal conte Carlo Lochis regalato alla Biblioteca civica 
di Bergamo, sono rammentate parecchie altre opere fatte per il Casotti, ritratti, Madonne e 





Fia. 19. - RITRATTO D'UOMO IN DISEGNO 
(Galleria degli Uffizi) 


Santi, delle quali, per non essere descritte con sutficienti particolari, sarebbe ditficile ora 
rintracciare la sorte ulteriore. ? 


Quanto a quello degli sposi or ora nominati, si sa ch’esso costituisce oggidì una delle 


! Sono da intendersi libre d'oro della Rupubblica figliolo in brazo.. L. 15. Da la parte drita S. hiero- 


Veneta. 

? Sembra bensì che alluda alla tela, ora scomparsa 
dal Quirinale (già rammentata): «el quadro per la ca- 
mera de miss. Marsilio et nel mezo la Madona con el 


Archivio storico dell’Arte, Serie 2%, Anno II, fasc. III. 


nimo .. L. 8. S. Zorzo.. L.6. S. Sebastiano computando 
el leon de S. hieronimo .. L. 4. Dala parte sinistra Sta. 
Cattrina.. L. 10. Sto. Antonio.. L. 6. S. Niccolò di 
Barri.. L.4>». 


Digitized by Google 


210 GUSTAVO FRIZZONI 


perle della sala d’ Isabella II nella Pinacoteca del Prado in Madrid, e non isfigura accanto 
ad opere egregie di Giambellino, del Catena, del Giorgione, di Tiziano, di Raffaello, del 
Correggio, e via dicendo. Il quadro è segnato L. Lotus pictor 1523. 

Fra i ritratti bergamaschi, stando col Berenson, sarebbero pure da noverare due altri 
che si trovano nella Galleria Nazionale di Londra, e sono quello di un protonotaro apostolico, 
forse la più severa e più composta fra quante effigie ha dipinto il Lotto, e quello di carattere 
eminentemenle borghese e casalingo, dove sta raccolta attorno a un tavolo una famigliuola 
composta di marito e moglie con due figliuoletti, entrambi riprodotti nel bel volume inglese. 

Fra Bergamo e Venezia si avranno pure a ricercare i tre prototipi maschili le cui 
fattezze stanno perpetuate dall’ingegnoso pennello in altrettante tele riunite nella R. Galleria 
di Berlino, che li ebbe dalla Galleria Giustinian di Venezia fino dal 1815. Quello più piccolo 
massime ha una fisonomia affatto bergamasca da potersi contrapporre opportunamente alla 
etfigie del giovinetto del Museo artistico municipale di Milano. ‘’ 

Come il Lotto poi sia stato scambiato talvolta coi più grandi artisti serve ad attestarlo 
nella I. R. Galleria di Vienna certa figura d’uomo, spirante vita, rappresentante non si 
saprebbe se un fisiologo o un orefice, mentre tiene nella mano sinistra una zampa d’animale. 
Registrata anticamente quale opera di Tiziano, pochi anni fa un periodico tedesco credette 
essere venuto su tracce più genuine presentandola a’ suoi abbonati come lavoro che rivelasse 
lo spirito non meno che il pennello del Correggio. Indizio codesto, fra altri, di un’ imperfetta 
conoscenza dei nostri artisti, facile a manifestarsi fra chi non abbia piena domestichezza 
con essi; nel caso concreto potendosi osservare che se, presa la cosa genericamente, il movi- 
mento animato della figura e la luce vivida che emana dal color delle carni poteva far 
pensare al Correggio, la maniera più speciale d’intendere le forme, massime delle mani, 
rivela precisamente l’origine lottesca dell’opera. 

Non lungi da questa, in ragione di tempo, vuol essere posta una delle pitture, a ragione 
stimata fra le più importanti, quella cioè, a dire dell’antiquario Andrea Odoni, della R. Galleria 
di Hampton Court presso Londra (fig. 18°). 

« Come ritratto — ben dice il Berenson — non è fra le cose più simpatiche del Lotto, 
ma come opera d’arte è una delle sue produzioni più belle, non solo per la mirabile into- 
nazione, ma eziandio per il modo con cui vi è condotta l’alternativa fra le luci e le ombre ». 

El retratto de esso M. Andrea, a oglio, mezza figura, che contempla li frammenti mar- 
morei antichi fu de man de Lorenzo Lotto. Così lo cita l’Anonimo morelliano che lo vide 
«in casa A. Odoni» a Venezia. Come il cultore appassionato dell'antichità ci si rivela 
ad evidenza nel dipinto, con tutti gli accessorî ond’è circondato, così apparisce confermato 
per tale in una lettera scrittagli da Pietro Aretino del 1538, dove viene esaltata la magni- 
ficenza della sua casa, riccamente fornita di quadri, di sculture e di ogni sorta di addobbi. ! 
La tela, di notevoli dimensioni (m. 1.17 di larghezza per 1.03 di altezza), viene pure lodata 
dal Vasari fra le poche cose fatte per privati, ch’egli accenna. Porta il nome e la data 1527. 
Quello ch’è da deplorare si è che abbia corso la sorte comune a molti capolavori della 
Galleria menzionata, di essere stati cioè imprudentemente puliti e malamente restaurati. 

Anche negli anni più maturi il Lotto si conferma quale ritrattista d’ingegno privilegiato. 
Se nella splendida mezza figura di donna della raccolta Holford di Londra ci presenta un 
tipo di quelle floride creature quali le incontriamo parimenti sulle tele del Palma e del 
Bordone, in altre ci mette di fronte a persone nelle quali si piace di ritrarre le qualità più 
recondite del loro animo. 

A dare rilievo al mistero che suole avvolgere spesso l’origine e la qualità de’ suoi rap- 
presentati concorre . talvolta l'introduzione di qualche fantastico segno simbolico o enim- 
matico. Tale quello di una mezza luna contenente due iniziali non per anco decifrate nel 
ritratto già di casa Grumelli, nominato, tali l’angelo coi piedi nella bilancia in quello della 


! Vedi: Notizia d’opere di disegno, 28 ediz., pag. 153. 


(H10ure1w], 0ge13030 1) 
TUOOSHYL NI ICUVOS VITIAAdVO VITIN ‘VUVAUYVA VINVS IC HIYOLS - ‘03 ‘919 





212 ° GUSTAVO FRIZZONI 

Galleria Doria, il teschietto fra i pètali di rose in quello della Galleria Borghese. Nel ritratto 
di casa Holford, rappresentante probabilmente un’etèra de’ suoi tempi, dai tratti avvenenti, 
dalle eburnee carni, fa l’effetto di una qualifica alquanto sospetta, si starebbe quasi per dire 
di una excusatio non petita, l immagine della pudica Lucrezia romana che si trafigge, di- 
segnata sopra un foglio di che la bella etfigiata fa mostra tenendolo nella mano sinistra, 
mentre un cartello posto di sotto dice: Nec ulla. impudica Lucretiae exemplo vivet. 

Dove l’artista, in siffatto genere di pittura, sembra aver raggiunto la maggiore finezza 
. ed il migliore equilibrio delle sue forze si è nelle sue tre etfigie che, per munificenza di 
Vittorio Emanuele II, pervennero circa una trentina d’anni or sono neHa Pinacoteca di 
Brera, ed ai quali il presente direttore, comm. Giuseppe Bertini, seppe procurare un'ottima 
collocazione in modo da poter essere ben osservati ed apprezzati, ma da far conoscere, in 
pari tempo, che sarebbero resi vie più godibili ove, da mano ben pratica, vi fossero rin- 
novate le vernici, rese sensibilmente opache dal tempo. 

Merita considerazione la congettura espressa dal Berenson che due di queste tele 
siano da identificarsi per quelle che l’autore stesso, in un suo scritto, indica quali ritratti 
di « messer Feho da Brescia e madonna Laura da Pola, sua moglie » da lui compiti il 
19 maggio 1544. Lo stile severo, l'esecuzione ponderata, sembrano accordarsi bene con gli 
anni dell’età matura del pittore; quelle tele, d'altronde, sono di eguali dimensioni e di fattura 
simile; come lo è, si può dire (salvo piccolo divario nella grandezza), anche quella del per- . 
sonaggio grave, più attempato, che sta appeso fra gli altri due, e che, alla sua volta, vuolsi 
contare fra le opere sue più peregrine. 

Dove non sapremmo invece seguire di leggieri il sullodato storiografo si è nell’ammettere 
fra le produzioni del Lotto un disegno sopra un foglio, sgraziatamente un po’ mutilato, che 
appartiene alla raccolta degli Utfizi a Firenze, e che ci presenta, ritratte a matita nera, le 
sembianze di un giovine uomo, poco minore del naturale, girato di terza, con lunghi capelli 
raccolti sotto una berretta. ! Per quanto debba riuscire arduo il pronunciare un giudizio 
determinato intorno ad un lavoro d’argomento così limitato, pure a noi pare che il bel viso 
regolare di questo giovane, nel modo un po’ rigido e severo col quale ne sono condotti i linea- 
menti, accenni piuttosto ad un veneto quattrocentista che non ad uno di maniera più sciolta 
e capricciosa, quale conosciamo essere il Lotto. 

Sensibile, infatti, è il contrasto con altro foglio esposto accanto al suddetto (fig. 19%, 
n. 1876, categ. II), per quanto di tecnica analoga, nel quale lo spirito del vivacissimo autore 
ci parla e ci viene incontro nel modo più diretto, mostrandoci come anche nelle immagini 
ricavate dal vero l’artista originale soglia rivelare sè stesso nella maniera d’interpretare e 
di animare il modello che ha davanti agli occhi. È principalmente nell’acuto scintillìo degli 
occhi, nella curva ardita del naso, da richiamare, fra altri, quello del San Gio. Battista nel 
quadro di San Bernardino a Bergamo, che noi scorgiamo gli elementi che attestano la pre- 
senza dell’animo e della mano del Lotto, sì che si può dire che questi pochi tratti di car- 
boncino ci fanno pregustare i pregi che sì sarebbero veduti emergere eventualmente dallo 
stesso soggetto, ove il pittore lo avesse tradotto in un’opera di pennello. 

Di parecchi ritratti da lui eseguiti negli anni più provetti ci dà notizia il libro dei suoi 
conti, che va dall’anno 15838 a quello della sua morte (1556), libro che fu trovato nell’Ar- 
chivio della basilica di Loreto, nelle Marche, dal signor avv. Pietro Gianuizzi, pochi anni or 
sono. ® Della maggior parte di tali ritratti, nonchè delle altre opere ivi nominate, sarebbe 
ditficile oggi stabilire l’ identità; di parecchie, pur troppo, si dovrà ritenere che siano andate in 


! Registrato negli Indici e Cataloghi dei disegni contenuto, pubblicato nel I volume delle Gallerie na- 
antichi e moderni posseduti. dalla R. Galleria degli zionali italiane, compilato dal comm. Adolfo Venturi 
Uffizi, compilati dall’ egregio direttore sig. Nerino Ferri, per cura del Ministero della pubblica istruzione, pag. 23 
fasc. 3°, n. 1741, categ. II. e seguenti. 

? Vedasi in proposito lo spoglio delle notizie in esso 





LORENZO LOTTO, PITTORE 213 





rovina, e fra queste forse si dovranno noverare «doi quadretti del retratto de Martin Luter 
et sua moier », fatti nel 1540 per suo nipote, il quale, a sua volta, doveva trasmetterli ad un 
amico. Intorno all’occasione che diede origine a simile lavoro nessuna indicazione del resto, 





DANESI Fbma 


Fre. 21°. - RITRATTO DI GIOVINE DONNA, DEL PALMA VECCHIO 


(R. Galleria di Berlino) 


mentre reca meraviglia che il nostro pittore se ne fosse occupato, da che sappiamo ch'egli 
aveva da praticare continuamente con uomini strettamente levati alla Chiesa cattolica romana, 
ed era famigliare coi frati dimoranti in diversi luoghi da lui abitati. Per un altro verso 
tuttavia, se si riflette sugli effetti che in tempi e luoghi dati possono risentire gli animi 
umani, e massime i più svegliati e più sensibili, per certi impulsi irresistibili d’interna 
reazione, non ci recherebbe troppa meraviglia che il pittore fosse stato guidato da qualche 


214 GUSTAVO FRIZZONI 
sua speciale inclinazione nel mettersi a ritrarre l’immagine di una coppia di così spiccati 
eretici, per quanto non sia da ammettere ‘che li avesse dipinti dal vero. 


VI. 


Ma, per tornare ora alle circostanze concernenti la dimora sua a Bergamo e vicinanze, 
non vanno dimenticati altri generi di lavori da lui quivi compiuti. Sono, prima di tutti, 
quelli delle pitture murali eseguiti a fresco Perdute quelle fatte nel convento di Santo 
Stefano al fortino, rimangono tuttora nell’alta città, in una cappella della chiesa di San 
Michele al pozzo bianco, alcune vestigia di storie della Madonna (la Natività, lo Sposalizio e 
l'Annunciazione), amatao e trasandate in modo deplorevole. La parete più godibile è quella 
dove è rappresentato lo Sposalizio della Vergine, entro una lunetta, nella quale ancora si 
scorgono delle belle parti che meriterebbero d’essere opportunamente illustrate; figure anima- 
tissime, ricavate dal vero. Quanto al soggetto della Natività di Maria, esso È indovina più 
di Que che si veda, essendo quasi tutto coperto dalla pala dell’altare sottoposto, una grande 
tela di L. Bassano, quivi collocata posteriormente. Noi facciamo voti quindi che abbia ad 
essere di là rimossa quando che sia, potendo dar luogo a qualche grata sorpresa col rivelare 
un’altra geniale composizione dell’ immaginoso frescante. 

Se all'autore medesimo viene aggiudicata a torto da alcuni scrittori locali la decora- 
zione di una sala nell’ex-convento di Santo Spirito (ora albergo dell’ Elefante), rimane invece 
di suo nel borgo di Trescore, presso alla stazione ferroviaria di Gorlago, un notevole monu- 
mento di pittura a fresco nella cappelletta di spettanza dell’antica e nobile amnlela dei 
conti Suardi. ! 

L’opera quivi eseguita, mentre il pittore probabilmente godeva dell’ospitalità dell’an- 
tica e potente famiglia dei Suardi, per verità non è da contarsi nel novero di quelle lun- 
gamente meditate ed eseguite con concetti precedentemente elaborati, ma ha piuttosto 
l'impronta della improvvisazione di un pennello facile e guidato da una virtù creativa 
feracissima, mercè la quale egli di botto sa produrre dei quadri sommamente attraenti per 
i pregi inerenti all'elemento pittoresco che vi predomina. Nè può far a meno di recar mera- 
viglia l’infinita varietà di scene e di motivi diversi che l’ingegnoso pittore riuscì a com- 
penetrare in uno spazio relativamente così limitato, se si considera che il modesto am- 
biente si riduce ad un rettangolo della lunghezza di metri 8.12 per una larghezza di 4.30 
appena. L'argomento principale consiste in una illustrazione delle leggende concernenti le 
vicende miracolose corse nella loro vita dalle Sante Barbara e Caterina da Siena. Mentre 
già in questo periodico si è dato un saggio grafico di una parte dei dipinti a proposito di una 
recensione dell’egregio avv. Diego Sant'Ambrogio, intorno all’opuscolo illustrativo composto dal 
defunto prof. Pasino Locatelli per incarico del presente proprietario della chiesetta, l’on. conte 
Gianforte Suardi, sulla unita nuova fig. 20° vie meglio si può rilevare come l’artista, quasi in 
modo narrativo, abbia voluto svolgere lungo le pareti i fatti della vita di Santa Barbara, da 
quando tentava di convertire il padre suo al cristianesimo fino al principio del suo martirio. Que- 
sto modo di trattare il soggetto se da un lato dà luogo a particolari della più piacevole inge- 
nuità, per un altro certamente mette in rilievo il difetto di unità di soggetto, e ci rivela 
di bel nuovo il lato debole del nostro artista, quello cioè della mancanza di misura e di 
un giusto equilibrio nell'atto creativo della sua mente. Come giustificare, infatti, le spro- 
porzioni d’ogni sorta che si osservano là dove egli volle sopraccaricare lo spazio dato di 
troppe rappresentazioni ad una volta? La figura relativamente colossale e poco aggraziata 
del Redentore che si presenta nel mezzo della parete con le diramazioni che escono dalle 


! Fortunatamente questo è stato partitamente illu- mercè la diligenza impiegata sopra luogo dal noto foto- 
strato mediante una serie di fotografie bene riuscite, grafo Andrea Taramelli di Bergamo. 


a —- «e a» o cc - --- no gi I .- —1 «ife dii» 
a ie —_ 


_ — e. ee ae ee ee e A TT 


LORENZO LOTTO, PITTORE 215 


sue dita ci richiama, ma in modo poco estetico in vero, ch’egli qui sta a figurare la vite 
mistica del Vangelo in relazione al passo Ego sum vitis, vos palmites (io sono la vita, voi 
i tralci). Nè contento di ciò, egli volle introdurvi, forse per desiderio dei committenti, i 


| Dx La È 





PANEL RSVSNTERE PRVISITRTSIPET RON RII KIRI IR NI ARL 






TIMONE Lp: 


VIRNA ZIONE PODI POTE LZ PRIVI O ASTE 


FRS TTI 7 


4 


PSP PRIA RE A 0 AA DAL ARDA di 
Fia. 22°. - LOT COLLE FIGLIE, DI GIOVANNI CARIANI I 


(Museo municipale di Milano. Fotografia Marcozzi) 


loro ritratti (ora alquanto deperiti), quali devoti ai piedi del Redentore, mentre in alto si 
presentano, come in un fregio, i principali Santi de] paradiso. Il sotfitto, infine, non è imma- 
ginato altrimenti che se fosse un pergolato di vite dal quale fanno capolino qua e là delle 
figure di putti e dei cartelli con motti biblici. Il tempo e l’umido hanno danneggiato sen- 
sibilmente le pitture in varie parti; ma il conte Gianforte sullodato già da tempo prese a 


216 GUSTAVO FRIZZONI 

cuore di far eseguire tutte le operazioni necessarie per impedire ulteriori deperimenti, memore 
che questa originalissima decorazione ebbe origine fino dal 1524 in adempimento di un voto 
de’ suoi antenati. 

Nè furono questi, come consta, i soli lavori a fresco condoiti dal Lotto in quel tempo 
nel contado bergamasco. A pochi chilometri da Trescore, nel piccolo comune di Credaro, 
esiste un’antica chiesuola di San Giorgio con un portichetto a fianco, ora ridotto a sagrestia, 
nel quale si scorgono sempre le tracce della mano sua in un presepio alquanto tirato via, 
e in alcune figure di Santi non ispregevoli, fra le quali figura un’altra Santa Caterina dal 
tipo e dall’ornata acconciatura del capo rammentante la Santa Giustina de’ Borromei, del 
precursore Alvise Vivarini. i 

Il San Giorgio a cavallo, poi, dipinto sopra la nicchia dell’altare della chiesa, è ideato 
in modo da poter far pensare a quello di Raffaello fatto per il duca d’ Urbino. 

Stando al Tassi, sarebbero del Lotto anche certi affreschi decoranti un’altra cappelletta, 
quella cioè dedicata a San Rocco, situata dietro la parrocchiale del vicino comune di Vil- 
longo; ma qui egli s'’inganna, da che non è difficile persuadersi, osservando quelle pitture, 
che vanno aggiudicate al pennello facile, ma ben diverso, del bresciano Gerolamo Roma- 
nino, del quale si hanno indizi, d’altronde, anche in altri vicini paesi lungo la riva berga- 
masca del lago d'Iseo. | 

Non vogliamo tacere, infine, che un’altra impronta dell'ingegno versatile del nostro 
Lotto ci rimane in Bergamo nei lavori d’intarsiatura onde va superba la basilica vetusta 
di Santa Maria nella città alta, avendo egli fornito, a più riprese, i disegni agl’intagliatori 
Capo di Ferro da decorare gli stalli del.coro, nonchè il parapetto che vi dà accesso. I quattro 
specchi intarsiati, quivi, contengono le composizioni più importanti, tutte concernenti fatti 
dell'Antico Testamento. Tanto questi quanto quelli onde sono decorati gli schienali dei sedili 
danno larga testimonianza della feracità inventiva del nostro artista, e ci fanno pensare 
quale tesoro prezioso si è perduto non possedendo altrimenti i disegni originali di lui, forniti 
all’uopo e spediti anche da lungi, dove egli spesso si sbizzarrisce pure secondo il suo genio 
nei più fantastici simboli ed allegorie, mentre poi, anche nella iraduzione fatta dall’intar 
siatore, si rivela la sua mente e la sua mano. 

Il culto professato dai Bergamaschi al loro Lotto; a onor del vero, viene attestato, fra 
altro, dal suo biografo Berenson, in una nota, che ci piace di riprodurre, tradotta, in questo 
luogo : 

« Bergamo non cessò di apprezzare il Lotto dopo la sua partenza. Per molto tempo 
egli vi fu considerato quale uno dei loro, e tale opinione, a dir vero, anche oggidì non 
viene abbandonata se non con ripugnanza. Allorchè nel 1591 i frati di San Bernardino 
stavano per prendere la deliberazione di vendere la loro pala d’altare all’estero, la città 
decretò che piuttosto di lasciarla portar via, il comune stesso l’avrebbe comperata ». (Tassi, 
vol. I, pag. 121). 

“Il contatto del Lotto con vari pittori bergamaschi contemporanei merita pure di essere 
preso in considerazione. Non a caso il Vasari asserisce che fu compagno ed amico del Palma 
Lorenzo Lotto pittore veneziano. Un vicendevole scambio d’influenze fra l’ uno e l’altro fu 
giustamente avvertito già dal Morelli, il quale pone fra il 1512 e il 1515 il tempo de’ loro 
più speciali rapporti. Se, come nota il Berenson, nel quadro singolare della morte di San 
Pietro martire apparisce evidente l'influenza del Palma sul Lotto, altre volte è il primo 
che ci si manifesta impressionato dal secondo. E ben lo avverte il Morelli in proposito di 
un’animata figura di giovanetta, un ritratto di mano del Palma, nella Galleria di Ber- 
lino (fig. 21°), che porge un moyimento di linee insolito per lui, propriamente da qualificarsi 
per lottesco. Cita lo stesso egualmente una Sacra Famiglia del Palma nel Louvre, di carattere 
così affine a quello del Lotto, che il Miindler, tutto compreso del suo eroe prediletto, credette 
dover, senz’altro, a lui rivendicare. Che più? A Bergamo stesso, pochi anni or sono, veniva 
scambiato il Palma col Lotto in un quadro di una Annunciazione, venduta di poi ad un 


—— È nti — I 3 
—- —— — — e =>. ge ar" —”" -— 


Archivio storico dell’ Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. III. 


« 
E 
7 
& 
z 
= 
a 





Fio. 23°. - EPISODI DELLA VITA DI SAN GIULIANO, DI AGOSTINO CAVERSEGNO 


(Proprietà Hertz, Roma) 


218 GUSTAVO FRIZZONI 


negoziante di Venezia, mentre le forme tendenti al tozzo e i tipi stessi parlano decisamente 
in favore del Palma, e solo il movimento delle figure e il modo acuto d’illuminarle, ram- 
menta il Lotto. È questo il quadro del quale già si è fatto menzione, e di cui vedesi la 
riproduzione a pag. 23. E, per non discorrere d’altro, che cosa ci rivela la splendida Bella 
di Tiziano, già di casa Sciarra, ch'è in realtà, come da ogni conoscitore è risaputo, un esem- 
plare superbo del Palma, se non un’evidente ispirazione dell’autore dalle opere del suo amico 
veneziano, divenuto quasi suo concittadino di adozione, se non altro nel modo d’ illuminare 
e colorire le figure? Circostanza codesta da potersi verificare in parecchi altri ritratti del 
Palma, dei quali la I. R. Galleria di Vienna, in ispecie, offre alcuni splendidi esempi. 

Ma ad altri pittori bergamaschi ancora si può verificare essersi esteso il dominio spiri- 
tuale di un ingegno così vivo ed impressionante. Rammentiamo fra questi lo scolare del 
Palma, .it Cariani, del quale si potrebbe addurre più di un dipinto avente sensibili attinenze 
con quelli del Lotto. Tale fra altri quello di una tavoletta appartenente al Museo artistico 
municipale di Milano, che rappresenta Lot banchettante con le proprie figlie (fig. 22*), tale 
una Vergine col divin Putto e i Santi Giovanni e Caterina, nella Galleria dell’Accademia 
di belle arti di Vienna, e via dicendo. È da avvertire anzi in proposito che il quadretto del 
Museo dì Milano dal valente critico pseudo-russo viene noverato, senz’ambagi, fra le opere del 
Lotto (ma, come crediamo, erroneamente), mentre l’altro quadro, indubbiamente del Cariani, 
sta classificato a Vienna, affatto gratuitamente, quale opera di Vincenzo Catena (sotto il 
n. 77 del catalogo). 

Nè vuolsi dimenticare, infine, un altro buon bergamasco quale fu Andrea Previtali 
(il quale suole spesso qualificarsi per discepolo di Giovanni Bellini), là dove si vogliano rin- 
tracciare i pittori influenzati dal Lotto. Ingegno molto subordinato e pedestre in confronto 
di quest’ultimo, qual meraviglia che anch’egli a momenti dati ne avesse subìto il fascino 
e avesse cercato di emularlo? Certi suoi quadri, fra altro, nella Galleria pubblica di Ber- 
gamo lo farebbero credere, e vie più lo indicano poi certe graziose storiette da predella che si 
conservano nella sagrestia del duomo della stessa città sotto il più eccelso nome del Lotto, 
e così pure due tele abbastanza grandi, rappresentanti la Natività e la Crocefissione, nella 
seconda sagrestia del Redentore in Venezia. ! | 

Come un plagiario del Lotto in Bergamo, infine, va considerato Agostino Caversegno, 
del quale, per verità, non conosciamo opera migliore di quella posseduta dalla signora Hertz 
in Roma (fig. 23), dove sono dipinti, con animazione affatto lottesca, vari episodi della vita 
di San Giuliano. 


VII. 


Dopo una dimora di ben 12 anni in Bergamo e paesi vicini, dove egli intanto si era 
fatto conoscere tanto che anche più tardi ebbe a mandarvi parecchie opere commessegli da 
chiese e da privati, il Lotto ebbe a trasferirsi di nuovo nelle Marche. Nel 1525 pare si 
trovasse a Recanati, ma non vi rimane traccia di quanto egli allora era stato chiamato ad 
operare. È del 1526 invece, segnata e datata, una tavola della vicina Jesi, conservata tuttora, 
benchè in cattivo stato, nella raccolta comunale, essendo stata apparentemente da mano 
incauta male ripulita e quindi deturpata. In due tavole quivi stesso, contenenti le figure 
della Vergine e dell'Angelo annunciante, brilla di nuovo il suo colorito dalla luce argentina 


! Tanto le tavolette del duomo di Bergamo quanto pala di quest'ultimo, con Sant'Antonio abate seduto nel 
le tele indicate a Venezia, dalle Guide vengono tuttora mezzo, ora nella sala maggiore dell’Accademia Carrara, 
indicate per opere del Lotto, là dove ogni buon cono- era stata presa per opera del Lotto, proveniente da 
scitore vi ravviserà ora il fare più regolare, ma meno Berbenno. 
geniale, del diligente Previtali. — Anche la grande 


si PERA ia slim 2A > Zena 4 
- rel. eb csi = E II 


LORENZO LOTTO, PITTORE 319 





e il disegno eminentemente mosso che ci eravamo abituati di notare nelle opere fatte a 
Bergamo. ! 

A questo seguito d’anni vanno assegnati due bellissimi ritratti, come ci consta per 
PVISLIALIZIIIIIZIZZILIIZI IIZIIIIZIZIZIAZTIDIVIZITZIZIIIIZIZII3 





sur atra 


wr + PAM may, ru AT). - 
quat E ea 


È 
hai 
» 
Al] 
fi 
i 
Li, 


” 
pata 7 £ dg 
LE =. 


n n aat**, 
modi, 


MANNOIA INN NN N NI I 


Fia. 24°. - RITRATTO DI UN DOMENICANO, DI S. GIOVANNI E PAOLO, A VENEZIA 


(Galleria comunale di Treviso) 


mezzo delle iscrizioni appostevi, cioè, oltre a quello già rammentato di Andrea Odoni, datato 
del 1527, quello di un monaco, compiuto del 1526, come si rileva dalla segnatura Lawurentius 
Lotus 1526 apposta al quadro. 


' Una Annunciazione vie più interessante, non fosse che il Lotto dipinse forse qualche anno più tardi per 
altro per la prospettiva dell'ambiente e di tutti i par- l’altare della chiesetta di Santa Maria sopra Mercanti in 
ticolari, che contiene (quasi alla Carpaccio), è quella Recanati. Vedasene la fotografia fatta da D. Anderson. 


220 GUSTAVO FRIZZONI 


È la mezza figura che si vede riprodotta nell’ unita fig. 24%, nuova riprova, se ne facesse 
bisogno, della valentia sua come ritrattista, non potendosi desiderare nulla di più vero, di 
più sentito, di più schiettamente etficace ed accurato di quello che ci si offre in questa tela. 
La quale fino a pochi anni or sono vedevasi conservata nel bel palazzo già abitato da Bianca 
Cappello in Venezia, dietro San Marco, e dall’ultimo proprietario, nobile Sernagiotto, fu 
legata alla civica Pinacoteca di Treviso, dove da ognuno può essere apprezzata. 

La chiavi, i ceri, le monete sparse sul tavolo, lo scartafaccio sul quale il rappresentato 
sta facendo le sue annotazioni, ci fanno supporre che in questo domenicano si abbia a ravvisare 
un suo protettore, o, per lo meno, conoscente, appartenente al grande convento di San 
Giovanni e Paolo in Venezia, ove si tenga conto, in pari tempo, della circostanza che dal 
libro dei « Consigli» n. 2 di quel monastero risulta che il pittore stesso vi doveva essere 
alloggiato fino dal principio dell’anno 1526. ! 

Che cosa egli vi abbia operato in quel tempo non consta precisamente. È possibile vi 
si abbia a noverare, fra altro, quella tela ora del Museo imperiale di Vienna, che il Berenson 
qualifica per l’unico quadro noto del Lotto, fatto a guisa di quella che si suole chiamare 
Santa Conversazione, quadro cioè a figure intere, riunite attorno al divin Bambino in aperta 
campagna, come lo trattò spesso l’amico Jacopo Palma. Quadro tipico anche questo per le 
sue luci vibrate e per il magistero quasi correggesco con cui vi è trattata la trasparenza e 
lo sfondo dell’aria, mentre la Madonna, seduta sull’erba, poco felicemente intesa, a dir vero, 
per certa sua incrociatura delle gambe, tiene il vispo ignudo Putto, che si volge a Santa 
Caterina e a un santo pellegrino, nel tempo stesso che un angelo aggraziato dal lato opposto 
sta per porre una ghirlanda sul capo della Vergine. * 

Per Bergamo il Lotto poi ebbe a preparare, se non altro, qualche nuovo disegno da 
servire alle tarsie degli stalli di Santa Maria, già accennati (come risulta da una nota di 
pagamento ricevuto in Venezia nel 1526), e, come crede il Berenson, anche alcuni quadri 
destinati alle chiese della provincia, quadri, come osservammo, che non appartengono, in 
genere, a’ suoi migliori. 

Accenna a Venezia poi un bel ritratto d’ uomo, busto senza le mani (ora a Berlino), 
fatto staccare sopra una cortina scarlatta appoggiata sopra un parapetto che lascia a scoperto 
in un angolo un piccolo tratto di paese dove si scorge la laguna con Venezia in distanza. * 

Ma l’opera che in detta città segna l’apogèo della maestria del pittore in questa serie 
di anni è senza dubbio la pala fatta (nel 1529 come indicherebbe il Ridolfi) per un altare 
della chiesa del Carmine (fig. 25%. Il Santo, in pontificale, seduto nel mezzo, in alto, e cor- 
teggiato dagli angeli, è il vescovo Nicolò da Bari; quelli di sotto, Santa Lucia e San Gio- 
vanni Battista. « A basso, un paese bellissimo con molte figurette ed animali in vari luoghi; 
da un lato è San Giorgio a cavallo che ammazza il serpente, e poco lontano la donzella 
con una città appresso ed un pezzo di mare ». Così il Vasari, che certamente vide l’opera 
quando era in buon essere, mentre i tardi nipoti vergognosamente la trascurarono, detur- 
pandola poi con cattivi restauri e con macchie di cera, sì che, in onta a qualche miglioria 
effettuata recentemente, si presenta oggi in uno stato di deperimento deplorevole, mentre 
della parte bassa massime, che doveva essere indubbiamente intesa in modo poetico ed 
immaginoso, non si scorge che ben poco. L’opera, comunque sia, tiene un posto privilegiato 


! Quivi, carta 9 tergo, in data 7526, die 26 ianuarii : 
In hoc consilio decretum fuit... quod Laurentius cogno- 
mento Lotto haberet illam mansionem (abitazione) positam 
in dormitorio superiori ut possit depingere, ecc. 

Il Berenson, senza essere al fatto di questo passo, 
giustamente arguì che il Lotto ebbe a trovarsi in Ve- 
nezia prima della fine del 1526, e, a proposito del ri- 
tratto, si fa la domanda: 


— — n i dr Re 
CE Sea 30 


« Non sarà stato costui un priore o un amministratore 
di San Giovanni e Paolo ? »; circostanza codesta che ha 
ogni probabilità in suo favore. 

* N. 278 della Galleria imperiale di Vienna, fotogra- 
grafato dalla ditta L6wy. 

® Vedasi in proposito la riproduzione facento parte 
della bella serie di fotografie della Galleria di Berlino, 
pubblicata della ditta F. Hanfstingl in Roma. 


rasa i none nine ceri 
ni 


"I peo 


e ‘ 
i, 
w = dl 


FIR 


lm — + CER 
Mir iti 
rt Paz 


144 
had 
: 


—— city 
La 


Pra ri ia rara dp i DL ant 
è da re_-.o—- en —— — 


| re 


si 
- 


w sie nei A cir - 
«Aargaizio criar. 


"Hr 


leali — — Sdi niente n lle * mai | 


ade araW®o.<ro drss pa drop tt den >. 


»d 


=“ 


dl 





n n 
ii 


suespa 


: x 
n 
È ee 4 4 et Aia 


dee io Td Pd + 
bl Ad. 


Mot 


î 


dato 


= st apt 


va 


MANESI Moma 


. BATT. E SANTA LUCIA, AL CARMINE A VENEZIA 


LI 


*, - SAN NICOLO IN GLORIA, FRA SAN GIO 


4 


Fio. 25 


(Fotografia Anderson) 








222 GUSTAVO FRIZZONI 


fra quante uscirono dal suo pennello, per l’elevatezza del concetto, per la spirituale nobiltà 
dell’espressione e dei corrispondenti atteg giamenti delle figure, dove il disegno pure appa- 
risce, più del consueto, fino ed accurato. 

Nel frattempo però l'artista aveva preso nuovi impegni nelle Marche, dove cold ussa a 
termine a Jesi, fra il 1529 e il 1530, altra opera di polso, notevole fra molte per la vivacità 
drammatica impressa al soggetto. Già vedemmo, a proposito delle leggende da lui trattate 
lungo le pareti dell’oratorio Suardi in Trescore, quale abbondanza di vena, quale facilità 
di esecuzione egli vi seppe spiegare nello svolgimento di un’infinità di episodi leggendari. 
Tratti di analoghe disposizioni si osservano nell’opera accennata, condotta per il convento 
di San Floriano, che figurerebbe ora come la più attraente nella raccolta comunale di Jesi 
se non fosse anch'essa ridotta in istato miserevole, affumicata quale vedesi e deturpata da 
notevoli scrostature dei colori. Naturale poi questo richiamo delle cose eseguite a Trescore, 
ove si sappia che l’incarico ricevuto dalla Società di Santa Lucia di Jesi il Lotto l’avesse 
avuto fino dal 1523, quando trovavasi a Bergamo e stava per dar mano appunto ai freschi 
della cappella Suardi. Esortato ripetutamente dai committenti, egli probabilmente non riuscì 
a soddisfarli se non fra il 1529 e il 1530, risultando che solo nel febbraio del 1531 ebbe a 
riceverne l’ultima rata di pagamento. ! Il tema assegnatogli era quello delle leggende 
riferentisi a Santa Lucia. Nella parte principale, una grande tavola quadrata, rappresentante 
la Santa davanti i giudici mentre si rifiuta di adorare gl’idoli, la scena riesce oltremodo 
pittoresca mercè l’effetto dei contrasti suscitati attorno alla bella giovane Santa dagli sgherri 
e dalla gente del popolo, e la ricchezza delle fogge dei vestiari in uso a quel tempo. Cotesto 
dipinto, che potrebbe essere invidiato da qualsiasi più cospicua Galleria, per quanto collocato 
in un modesto centro, dove da pochi viene apprezzato in ragione del suo merito, pure vorrebbe 
essere caldamente raccomandato alle competenti autorità per un conveniente, coscienzioso, 
ripristino che prevenisse gli ulteriori deterioramenti da temersi; certo essendo che una ripu- 
litura (fatta non già alla leggiera, come si pratica troppo spesso, ma con le cautele indicate 
dalla scuola dell’esperienza) farebbe rifulgere in quella tavola lo splendore di una perla 
artistica non comune, con certì toni di colori di grande finezza. 

Meglio conservate e vie più mirabili pertanto sono le tre tavolette che vi stavano aggiunte 
in origine in forma di predelle. Fatte oggetto di un audace furto pochi anni or sono, ma 
ricuperate di poi felicemente, oggi sono gelosamente conservate nel municipio di Jesi. Il soggetto 
è quello delle diverse vicende traversate dalla bella Santa prima e durante il suo martirio, le. 
quali si seguono, senza interruzione, da una tavola all'altra. Nell’ ultima delle tre anzi appari- 
scono interrotte, sì da far dubitare che una quarta dovesse seguire a compimento della composi- 
zione. Queste storiette, per quanto trattate fugacemente a guisa di semplici schizzi eseguiti 
col pennello, sono vere meraviglie dell’arte, che precorre i tempi per quanto concerne la 
disposizione delle macchiette e il sentimento vivissimo degli effetti del chiaro e dell’oscuro 
alternanti entro l’ambiente, effetti resi con una maestria da rammentare, come ben osserva , 
il Berenson, i pittori più celebrati per questo particolare nella scuola olandese del XVII secolo. 
Chiunque poi li osservi con occhio critico, non potrà fare a meno di convenire com’esse 
valgano a corroborare il giudizio già emesso dal Morelli, per cui vogliono essere riconosciuti 
dello stesso autore i piccoli bozzetti colorati dell’Accademia Carrara a Bergamo, fin qui 
aggiudicati allo Schiavone, da noi già citati. ? 


! Vedi: Huao von TscÒupi, « Lorenzo Lotto in den al basso e l'Annunciazione in alto in una lunetta. Que- 
Marken ». Repertorium fiir Kunstwissenschaft, vol. II. st ultima che oggidì non è rappresentata in Galleria se 
® Nella stessa chiesa di San Floriano in Jesi, oltre non da una copia moderna, non pare dovesse apparte- 
ai quadri riferentisi a Santa Lucia, si trovava anche nere alle opere più importanti del Lotto. 
quello già descritto della Deposizione. Fu certamente nella fretta che il Berenson ebbe a 
Nella chiesa degli Zoccolanti invece (ora demolita) la prenderla per originale. 
pala del 1526 ed un'altra rappresentante la Visitazione 


LORENZO LOTTO, PITTORE 223 


* 
»* * 
Discorrendo delle opere lasciate dal Lotto nelle città della Marca d’Ancona, ci preme 


ora di richiamare l’attenzione degli amatori e degl’intelligenti sull’esistenza di una tela 
da nessuno finora accennata, e che non ostante, sia nell’assunto in genere, sia nel disegno 








Fio. 26°. - LA MADONNA COI TRE ANGELI 


(Della Raocolta comunale di Osimo. (Fotografia Figoli di Osimo) 


animato e nel colorito suo, si qualifica per una creazione lottesca in tutta l’estensione del 
termine. E chi non ne rimarrebbe convinto alla vista della composizione che porgiamo ripro- 
dotta nell’ unita fig. 26%? Quale cosa si potrebbe trovare di più idonea di questa a scoprirci 
l'indole artistica, il modo di concepire e l’esprimersi del nostro pittore? L'originale si trova 
nella piccola raccolta comunale di Osimo, nella quale, a dir vero, all'infuori di un’ancona 
a più scomparti entro cornice gotica, di Bartolomeo Vivarini, non si trova cosa di notevole 
valore artistico. 


224 GUSTAVO FRIZZONI 

La tela del Lotto è larga circa metri 1.25 e alta 1 metro. Il colorito ne è chiaro e gli 
angeli, in ispecie, che, librandosi sulle loro ali, fanno omaggio al divino Pargolo benedicente, ci 
si presentano in ariose vesti dalle gradite tinte rosea, bianca e verde-chiara. I gesti delle braccia 
e delle mani altamente dimostrativi, quelli della Madonna massimamente, l’ inclinazione gene- 
rale delle teste, lo svolazzare dei panni sottili, sono altrettanti indizi degli artificî adoperati dal 
pittore nell’intento di ottenere gli effetti di grazia e di vivacità di che si compiaceva. E non 
ostante il quadro, strano a dirsi, potè rimanere a lungo dimenticato e appeso, in mezzo ad 
una serie di mediocri ritratti, sull’alto di una parete del grande vestibolo del palazzo comu- 
nale. Non fu se non pochi anni or sono che lo scrivente sentì richiamata la sua attenzione 
sul medesimo dall’amico e maestro, il defunto senatore Giovanni Morelli. A lui si deve quindi 
se ora vedesi rimessa maggiormente in onore, cioè collocata meglio, nell’ambiente destinato 
propriamente alla raccolta comunale l’opera geniale, da che il suo giudizio si trovò confer- 
mato anche da memorie scritte, conservate sopra luogo. Il signor Lucidio Maraschini, archi- 
vista del comune di Osimo, infatti ebbe la gentilezza di comunicarci in proposito le seguenti 
notizie: 

«Da un antico miscuglio esistente in quest’Archivio storico comunale si rileva che il 
quadro suddetto è opera di Lorenzo Lotto, fatto eseguire da Andrea Guzzolini, personaggio 
appartenente ad antichissima famiglia nobile di Osimo. Questa tela, che fino dal tempo della 
soppressione delle corporazioni religiose (1866) rimase in un altare della chiesa dei Minori 
Osservanti, ossia della SS. Annunziata (ora del Cimitero), fu trasportata in allora nel locale 
palazzo comunale ». 

Quello che non si saprebbe tuttavia conciliare con le notizie comunicate dal signor Mara- 
schini, si è che il quadro avrebbe dovuto essere stato eseguito prima del 1516, essendo il 
committente Guzzolini morto in quell’anno appunto a Cosenza, a quanto asserisce lo stesso 
archivista. Ora, se si tiene conto della scioltezza che l’autore presenta in quest'opera, apparisce 
davvero impossibile ch’essa vada attribuita ad epoca relativamente così precoce, e che tutto 
v'indichi invece un tempo da considerarsi non anteriore al periodo della sua dimora nel 
Bergamasco. | 

Si dovrà quindi conchiudere, o che ci sia errore nella data della morte del Guzzolini, 
o che il quadro di che si tratta non sia quello da lui commesso, verificandosi così un’altra 
volta il caso nel quale il buon senso e l’intelligenza sono chiamati ad intervenire intorno 
alla attendibilità dei documenti in faccia alle opere d’arte. 

Comunque sia, giova sperare che ulteriori ricerche negli archivi riescano a stabilire più 
sicuri indizi intorno ad un’opera, la quale, confrontata colle altre dello stesso autore, non 
si saprebbe ritenere di epoca anteriore al 1530 circa. 


(Continua). 
Gustavo FRIZZONI. 


L’EVANGELO DI NICODEMO 


1 DSL ESA RAR pi i QI NellaBiblioteca Nazionale 
-ARISEREI SP, A ___ di Madrid vi è un codice 
at NE MMRERRES::! \ ai —— finora sconosciuto, colla se- 

dD Cd ii fl” 1065 Be È SE . gnatura34-42salterioy otras 


devociones, che contiene di- 
versi manoscritti miniati di 
varie epoche, e uno tra gli 
altri che ha qualche impor- 
tanza per l’ iconografia del- 
{l’arte italiana medioevale. È 
€. ilcosì detto Evangelo di Ni- 
(© codemocolle sue due parti: 
Gesta Pilati e Descensus ad 
Inferos. 

Quantunque convinti che 
meriterebbe uno studio più 
profondo, speriamo di riu- 
di scire graditi ai nostri lettori 
‘pubblicando le riproduzioni 
—— delle miniature. 

Il testo è quasi lo stesso 
dell'edizione di Tischendorf (Tischendorf, Evangelîia Apocrypha Gesta Pilati, 333-388, e 
Descensus ad Inferos, 388-416. Editio altera, Lipsiae, MDCCCLXXIV). Un poco diverso ne è 
il principio, che è identico coll’esordio del codice ambrosiano, n. 35 (Tischendorf, LXXIV 
e 333): « Incipit gesta Salvatoris quam invenit theodosius magnus imperator in iherusalem 
in pretorio poncii pilati in codici ». 

‘Delle altre piccole differenze la più importante si trova nel Descensus ad Inferos (Tischen- 
dorf, 400). Dimanda l’ Inferus a Gesù Cristo: « Forsitan tu es ille Iesus de quo princeps 
noster Satan dicebat quod per mortem tuam crucis totius mundi potestatem accepturus esset ».. 
(Edizione di Tischendorf: esses). La nostra versione esprime bene la vanagloria di Satana 
che nel suo colloquio coll’ Inferus non mostra alcuna paura. 

La forma esses, invece, contradirebbe l’opinione, poco prima affermata da Satana, che 
Cristo sia un uomo che teme la morte e che sarà sottomesso alla potestà dell’ Inferus e 
di Satan. 

La prima miniatura, l'ingresso in Gerusalemme (fig. 1), non ci offre molto di particolare: 
Cristo cavalca come le donne, colle gambe da una parte, secondo la maniera tradizionale 
dell’arte bizantina. L’edificio alla destra di chi guarda è una casa di Bethfage da dove 
veniva il Salvatore. La città di Gerusalemme e la gente che stende i vestimenti nella via, 


drchivio storico dell’ Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. III. 


lA 
‘ 


Ma 
7a dr a 
PA 4 A 
Vi n 
bi. e £; cia 


sl o — 
tb Ò 
da 


SI 


Pars 
raft. eva 
LAI 

1, 
ba 


> A 

sò Vago 
[A 

SAL 


n» 
- 
n 

4 


x, 





9 


226 


geco cvuwuro oe o . i . È - -- 


ADALBERTO DI ERBACH FUERSTENAU 


che vediamo di solito in simile scena, qui mancano; crediamo che all’artista non bastava lo 
spazio. Sono rari gli esempi in cui Cristo, come qui, cavalchi da destra a sinistra: viene 


i ra Sac Me” 


«d pren 


Fig. 2. 


lazzo di Pilato, e questi lo fe’ 
chiamare per il cursore, il quale 
escito fuori e, vedendo Gesù, 
l’adora, stende il « faciale in- 
volutorium » davanti a lui, e 
dice: « va’ sopra questo ed en- 
tra, perchè il preside ti chia- 
ma » (fig. 2). © 

Gli Ebrei ne restano mal- 
contenti, e Pilato dimanda al 
cursore: « perchè lo hai ado- 
rato in tal maniera », ed egli 
racconta che ha visto l’ ingresso 
di Gesù in Gerusalemme e come 
i Giudei stessi lo adorassero e 
spargessero i loro vestimenti 
in istrada, ed i fanciulli coglies- 
sero dei rami dagli alberi per 
gettarli sulla via ove passava 
Cristo. Crede il Dobbert (Gl 
affreschi a Sant Angelo in For- 
mis e la questione bizantina, 
in « Jahrbuch der preussischen 
Kunstsammlungen », 1894, pa- 
gina 149, che i fanciulli, i quali 
raccolgono rami sopra gli al- 
beri, nelle rappresentazioni bi- 
zantine dell'ingresso in Geru- 
salemme, provino la conoscenza 
dell’ Evangelo di Nicodemo, 
perchè i fanciulli non sono 


RAT PE ” | 
PL Pi red O ALT 
cea *& DO Lari x i 5 4 
La € ni x , v r è le “ Ò A 
IA cala 0 Pisa sE n° va 
porn pe 


Tie ia 


in piefeste nocarsvinca 





x 


quasi sempre da sinistra. 

(Cristo viene dalla destra: Ci- 
borio di San Marco di Venezia 
[Garucci, IX, 496]. Nelle porte di 
bronzo del Bonanno a Pisa e Mon- 
reale, nella Colonna del San Ber- 
nardo Hildesheim [Wiecker], nel 
psalterio greco della B. Barberina, 
III, 91, e nel codice latino della 
Vaticana, n. 39, secolo XIII). 

Comincia la storia del cursore 
(servo di Pilato) e dei segni im- 
periali che s’ inchinano da sè da- 
vanti a Gesù Cristo. 

Gesù quando fu accusato dagli 
Ebrei, secondo l’Evangelo di Ni- 
codemo, trovavasi fuori del pa- 


ARA! ; 
ATE al “ilo 
e 3 POR 


DIR LI: ATTI 


Diete 









feomamea dieirat 
demtocanae 
puefes]ngf # 
li ll se RI 
Tercetiani 
108 nurtert | 
antfigiia a 


| ibm. 





IAUCMINT UA pin ignoz arti 
di curuama f funta adoraucrunt ibm. 





Fig. 8. 


"L’EVANGELO DI NICODEMO 227 


menzionati negli Evangeli canonici. Questa opinione ci pare giusta, tanto più che nel medio 
evo l’arte prendeva più sovente argomento dall’ Evangelo di Nicodemo di quanto si sia creduto 
finora. Il cursore va la , 
seconda volta a Gesù e __ foras praozum 
colla medesima cerimo- (è mi nia TAMA 
nia lo invita ad entrare. fac: 
All'ingresso del Salva- 
tore, ì segni imperiali (1@ 
s'inchinanodasè (fig.3). |. 
I Giudei sempre più in- i | 

furiati gridano all’ impo- 
stura, e Pilato fa la con- (n 
troprova con persone 
elette dagli Israeliti me- ©É 
desimi. Eppure i segni 





adorano Cristo che en- .. aa a I = pr 
tra anche questa volta iocané pilatus qui Tonchino igna. 
invitato dal cursore colla sa 

ig. 


stessa riverenza (fig. 4 
e 5). In quel momento la consorte di Pilato gli fa sapere di aver sofferto molto nel sonno per 
causa di codesto innocente (fig. 6). Le quattro miniature che illustrano la leggenda del cur- 
sore, alla prima vista paiono affatto originali e composte dal miniatore senza prototipo. Ma 
sì osservi la colonna del Ciborio dell’altare maggiore di San Marco a Venezia, laddove è ratfi- 
gurata la passione di Cristo. Pilato siede in scranna, ed in alto vi è la moglie sua, col capo 
sporgente fuori da una finestra. Cristo cammina verso il preside, un uomo stende il vestimento 
davanti a Gesù in attitudine divota, ricordando il gesto simile che si usava nel dipingere 
l’ingresso in Gerusalemme (fig. 7). 

Due altri individui più indietro mostrano contegno ostile. Dall'altra parte di Pilato 
stanno due servitori coi segni imperiali nelle mani. 

Il Garucci (vol. 6, pag. 177) crede che Cristo sia stato flagellato sopra il panno. 

Ci pare impos- 


tera ATATMAUETUNTI put aan O & | sibile. Vediamo in- 





Adiitii | vece in questo ri- 
re IC a “a fi lievo una scena 
dell’ Evangelo di 
Nicodeme. I] gesto 
parlante di Cristo 
è quasi lo stesso 
come nella nostra 
miniatura n. 3, ed 
anche la colonna 
che separa le due 
figure e gli archi 
ss d,9 “‘ purenonsono mol- 
| ZEN to differenti. L’i- 
ema dens: timo: atuchen diet cun |» scrizione sopra il 
Fig. 5. rilievo: « Traditur 
Cristus militibus 
flagellatus » non può essere giusta. Cristo fu flagellato dopo che Pilato si lavò le mani, e 
non, come qui vorrebbe l’ iscrizione, nel momento in cui la moglie di Pilato ammonisce il 
consorte di assolvere Cristo. 


“ taeteso ù 
\ppecnte» pe: 


vani) LS 


94 
D) 

i] 

) 
23 
DI 
si 
i 


D 


E PREITEI A 


» 


I A —_ 


gn A 


anni 


3". 


"| 


hd 


METTO 


n) +e de rt 


ai dint 


PESO, È ; 


n 


sia 


fprigi 


s pier 


NIE 


7 ù : ” 
"ra dos ale ne 


1,4 f 
reo. 


nese; 


ti 


[a 


n. 


mi 





Cra ae 
ti E 


sl esi 


04, 
bi 


ig. 15. 


Digitized by Google 


. 
e O 
et. 


Ta 


“ n Lan 4) 
È i 


te 


so ®* 
LAI, 
- LO 





Ri eo 
- 0° 


dntai e iade fette 


ci e a, Spa] 
> - tei» Pedrini 


oruncuuagyr e TT < Ta 


». 
ava Vai e CE 
” ° hà 0 * | F 





ig. 19. 


F 





Fig. 20. 


e-=-cCcec-e-e-c 


_ Lee +. —. 
——___—_———_—_—_—_————-y-+--—_t—_T _—_— rx ———_———.—.—+—+—+—-—-—+—+-+-—— -_  .. 


di — ———— T "——P— — = 1— 


230 ADALBERTO DI ERBACH FUERSTENAU 


Si può dubitare che l’iscrizione fosse fatta da chi non conosceva più il senso dell’og- 
getto rappresentato. Anche il Garucci dice che il carattere delle lettere è di epoca più 


Senso mprobmniT tie 


& gt” 


dire av Ivputum.} i top urta pen 


Fig. 0. 






recente che lo stile delle figure. 

Il Dobbert (Dobbert, Ueder den 
Styl Niccolò Pisano, pag. 80) 08- 
serva la differenza dello stile delle 
colonne anteriori e posteriori, e 
giudica quelle davanti di epoca 
assai più antica del secolo XI, le 
altre invece imitazioni più re- 
centi. Argomenta bene che nella 
scena della crocifissione il meda- 
glione dell’agnello al luogo del 
crocifisso sia motivo della prima 
epoca cristiana. 

Il conte Zorzi nel suo bellissimo 
articolo sopra il Ciborio (La Bast- 
lica di San Marco, edizione del- 
l’Ongania, pag. 279-296) prova 
che le due colonne anteriori non 


sono più recenti del secolo VI, e mostra con buonissime ragioni che le iscrizioni vi furono 
aggiunte più tardi. Nella spiegazione però della scena ripete l’errore della iscrizione, giu- 
stificando la sua opinione coll’uso degli artisti della prima epoca cristiana di rappresentare 
la fiagellazione di Cristo in tal maniera per evitare ogni nudo. 

(Non abbiamo mai visto simile scena e dubitiamo che quelle conosciute dal Zorzi appar- 


tengano all’ Evangelo di Ni- 


codemo). | 
A chiesaminala scultura 
ora menzionata, pensandoalla 


storia del cursore che invita | 


Cristo di comparire davanti 
al tribunale di Pilato, non 


può sfuggire che l’artista se- E: 


gue il nostro Evangelo apo. 


crifo e nonil canone del Nuovo |‘. 


Testamento; e noi, ponendoci 
a riscontro la nostra minia- 
tura n. 3, non crediamo essere 


arditi nell’affermare che il mi- . 


niatore sia stato ispirato dallo 
scultore. Cristo ed il cursore, 


i quali sono separati da una | 
colonna, formano il gruppo |. 


identico: solamente l’atto di 


devozione del servo che si to- | 


glie la sopravveste, fu modi- | 
ficato dal gusto del tempo. 

Anche nella miniatura 
n. 6 il pittore segue l’orma 


dello scultore facendo apparire ad 








Fig. 8. 


una finestra la testa della moglie del preside, dipingendo 


lui stesso imberbe e giovane. Poco dopo nella deposizione della croce gli dà la barba folta. 





L’EVANGELO DI NICODEMO 231 


Le poche volte che troviamo Pilato nell’arte e fin al secolo VII è imberbe. (Rohault de Fleury, 
L’Evangile, tav. LKXXIII). Più tardi, tanto nell’Oriente quanto nell’Occidente, è quasi sempre 
barbato. Il Pilato della deposizione _ a 

è quello del tempo del miniatore, A 

mentre le miniature 6 e 8 hanno il METfTTr. Lacmonee fafpenderur ci ci 
tipo antico. È strano che chi ha WMTTTeTeeeTt® 
fatto o rinnovato l'iscrizione non | 
abbia conosciuto la leggenda citata, 
mentre alcuni secoli più tardi 
l’antica scultura servì da modello 
per il pittore. Sparisce la difficoltà 
quando si ammetta che antichi co- 
dici illustrati dell’Evangelo di Ni- 
codemo abbiano contenuto lo stesso 
gruppo di Gesù e del cursore, 
gruppo che fu imitato poi dal mi- 
niatore benchè forse non abbia co- 
nosciuto il Ciborio, probabilmente 
non molto stimato dagli artisti del 
Duecento. 

Comunque si spieghi la cosa, 
per mezzo del confronto col nostro 
codice, resta chiaro che nella co- 
lonna abbiamo una scena dell’ E- 
vangelo di Nicodemo e perciò la 
iscrizione è malintesa e non può 
essere dello stesso tempo dei rilievi. 
Quanto asseriscono, per motivo del 
carattere artistico il Zorzi ed il 
Dobbert, che i rilievi siano più SX Ri 
antichi delle iscrizioni, ora è ben Fig. 9. 
provato, e non si dubiterà più del- 
l'opinione dei prelodati archeologi sopra l’epoca delle colonne, cioè il secolo V © Vi. 

Il testo illustrato nel rilievo della colonna di San Marco (fig. 7) è il seguente (Tischen- 
dorf, 343): « Et fecit cur- 
sor eodem schemate sicut 
et prius, et multum depre- 
catus est Jesum ut supe- 
rascenderet et ambularet 
super faciale suum. Et su- 
perambulavit et ingressus 
est. Jntreunte autem Jesu 
statim inclinaverunt se si- 
gnaetadoraverunt Jesum. 
Videns autem Pilatus ti- 
mor apprehendit eum et 

5 pr di Nu > Sa statim voluit surgere de 
sia ve di. tribunali. Haec autem eo 
cogitante ut surgeret et 


nn ti ti X di sd. o fureuminino: CRIEUR rd dei abiret misit ad illum uxor 


Fig. 10. sua dicens: Nihil tibi et 











x cla + e TI ara = 
e RT 
Va” + Pi. Me 


% 


ERRE: 


dA 





Ra 





232 ADALBERTO DI ERBACH FUERSTENAU 











homini isti justi, multa enim passa sum propter eum in hac nocte ». La Crocifissione, la 
Deposizione dalla croce e la Sepoltura sono raccontate in modo conforme agli Evangeli 
“a canonici (figure 9, 

SRELIALE VOLT: Pt CA. 10,11). Il mododi 

> sA0 =: legare i due mal- 

fattori colle brac- 
LS g cb o | VISIT: ‘cia indietro alla 
fi ot — ei È r. > croce(fig.9)è raro 
A santo, —* inltalia primadel 


fi ARE Trecento. (Sì vede 


aSant'Urbano alla 
Cafarella, nella 
cappella San Sil- 
vestro di Roma 
[A gincourt, vol. 6, 
tav. CI] ed in un 
crocifisso di Luc- 
ca); i tedeschi in- 
vece dal celebre Pe 
codice Ecberti 
(pubblicato da Xa- 
verKraus)in poi,lo 
adoperavano quasi 
sempre, tanto nelle 
miniature, quanto negli avori, probabilmente per distinguere meglio il nostro Signore dai 
malfattori. Questi nella figura 9, contro l’usanza, non indossano alcun abito. Abbasso vi sono 
la Madonna e San Giovanni, nel mezzo i soldati che prendono il mantello di Cristo. 
Dopo la morte di Cristo tutto l’odio degli Ebrei si concentrava contro Giuseppe d’Ari- 
matea che aveva sepolto il Santo corpo. Al sabato però non lo potevano giudicare e si con- 
tentarono di minacciarlo ___ 
di morte e di metterlo in | © +5i-34:4 79 paesani nrammo mini, 
prigione in una casa che mea At 
nonavevafinestra(fig.12). Ie don rn 
La porta chiusa col si- e ct 
gillo fu bene custodita. 
Il giorno dopo, quan- 
do lo chiamarono al Tri- 
bunale, non lo trovarono | 
più, e grande ne fu la me- 
raviglia vedendo il sigillo 
illeso. Nella figura 13 è 
anticipata la narrazione 
di Giuseppe, come fu li- 
berato da Gesù a mezza- 
notte del giorno della ri- 
surrezione. Gli Ebrei ra- 
gionavano ancora sopra 
il fatto incredibile, quando alcuni dei custodi della tomba di Cristo loro annunziarono la di 
lui risurrezione. Si aggiunga, come abbiano visto, le sante donne a visitare il Mausoleo, 
e l'angelo che le consola colla lieta notizia (fig. 14). L'angelo siede dentro nel Mausoleo 
mostrando colla mano la tomba aperta ed il lenzuolo mortuario. Al sotfitto vi è la lampada. 








Fig. 12. 


2 | |_ Digitizeo »y Google 


L’EVANGELO DI NICODEMO 233 














i — ——_ _______—_— Lr e LL _  _ I: DES. 


Nelle composizioni bizantine l’angelo siede sovente fuori della cupola che cuopre la tomba. 
I pittori di Lucca e di Pisa, nel Duecento, lo lasciano sedere dentro (esempio: I crocifissi 
di San Michele | 
e Santa Giulia | » totepb. 
a Lucca, San | hott: no mmeneTunE 
Martino a Pi- | ®% | cade 
sa). In basso 
risorgono sei 
persone. 
Neppure 
al sacerdote 
Finees ed’ al 
magister Ad- (x 07 SI R ve 
das, testimoni de ed mi i ITA 
della ascensio- [| | Sia: E 
ne di Cristo al ur. “% nr.quivbofthumfignammitt,. o» va Bi ; 
cielo, gli Ebrei Fig. 18. 
prestarono fe- 
de, ed invitati da Nicodemo di cercare se Cristo fosse stato condotto dallo spirito al deserto, 
come si credeva anche di Elia, gli uomini incaricati di questo affare non trovarono Cristo, 
ma bensì Giuseppe di Arimatea; e questi cedendo a gentile invito, andò. a Gerusalemme, 
ove fu ricevuto davanti la porta della città con gran simpatia e devozione (fig. 15). 
L'altro giorno, nella casa di Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea racconta nel concilio come 
Gesù lo abbia liberato. Per più testimoni, nelle sedute seguenti, non resta dubbio che Cristo 
veramente sia risorto dalla tomba ed assorto al cielo. Non meno grande fu lo stupore quando 
AnnaeCaifa udi- 
rono da Giusep- 
pe, che non solo 
Gesù Cristo fosse 
risorto, ma in- 
sieme con]ui an- 
che molti altri 
defunti, fra i 
quali Karinus e 
Leucius, figli del 
beato Simeone, 
i quali ora VI- 
vono adorando 
Iddio nella città 
d’Arimatea. 
Trovati nella 
loro città ed in- 
. vitati di palesa- 
re tutto quello 
che sapevano 
della risurrezio- 
ne di Cristo, ce- 
dono alle preghiere e scrivono sopra una carta tutto quello che hanno visto. 
(Iacobus de Voragine, che nella sua leggenda aurea cita parecchie volte l’ Evangelo di 
Nicodemo, del racconto di Leucius e Karinus dà una copia abbreviata). Leucius e Karinus, 
assieme cogli altri giusti del Vecchio Testamento, sedendo nel buio dell’inferno, tutto ad 


. 
— VS 
a” 


&- 
- F 


lt (5 








carpi 
ponden. Br 
creme > 90 

” tr$ dive. mar 


4: 
19 i 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°. Anno II. fasc. III 10 


234 ADALBERTO DI ERBACH FUERSTENAU 





un tratto furono sorpresi d’una gran luce, la quale Esaias saluta dicendo: « haec est lux 
patris filius Dei, sicut praedixi ». 

Viene allora il padre di Leucius e Karinus, il vecchio Simeone, e racconta che abbia 
tenuto nelle sue braccia il Salvatore quando questi ancora era fanciullo, e San Giovanni 
Battista, che dopo Simeone entra nell’ inferno, dà notizia del battesimo di Gesù, e dice come 
egli avendo preparata la via di Cristo, adesso lo precedeva. L'arrivo del figlio di Dio era 
imminente. Il paliotto n. 14 (fine del Duecento) della Galleria di Siena, ancora eseguito nello 
stile bizantino e senza la morbidezza della scuola senese trecentista, illustra molti episodi 
della vita di San Giovanni Battista, fra i quali pure l’arrivo del Santo al Limbo, come lo 
racconta l’Evangelo di Nicodemo. Si vede una caverna sulla quale leggesi la parola « Limbus», 
e nella quale entra il Santo Precursore recando alle anime dei Patriarchi l’annunzio della 
buona novella, mostrando un Breve ove è scritto: « Vidi Salvatorem ». 


Racconta poi Seth la promessa 


pere n TE RAEE 

 geletumini poftae: A&ernialof” s1 Hi fattagli dall’arcangelo quando morì 
s i i deli I I bel TER ST 

Bulco:. SLI LAI | x. | Adamo, cosa che qui non giova 

i sumero bere de i; 31 a 


ripetere. 
cufeft if te rex. SA {oz $ Il Satan e l’Inferus (il perso- 
Adnr EE, mprro ! 3 nificato Inferno) restano inquietati ‘ 

vi Vi a» e parlano fra di loro: il Satan sem- 
a SI Ù hi) VA “ A pre con vanagloria, l’ Inferus, in- 






oTenfi 





e ORI LA sj vece, già mostra qualche paura e 

“> Te ‘a Ab? dubita che quel Gesù sia lo stesso 
che abbia risuscitato Lazzaro, il 
quale, scuotendosi come un’aquila, 
con la massima celerità uscì dal 
Limbo. Quest’ ultimo passo è ratfi- 
gurato nel Psalterio greco della bi- 
blioteca Barberini, III, 91 (sec. XII), 
dove vediamo l’anima di Lazzaro, 
in forma d’un fanciullo, sfuggire 
in molta fretta un bruttissimo 
uomo che è l’ Inferus. 

Il colloquio della corte infernale 
fu interrotto da una voce celeste che comanda d’aprire le porte colle parole del salmo 23: 
« Tollite portas principes vestras et elevamini portae aeternales et introibit rex gloriae », 
ed alla domanda dell’ Inferus: « Quis est rex gloriae?» Davide risponde, che egli ancor 
vivente abbia profetizzato queste parole ed anche Ja risposta: « Dominus fortis et potens 
ipse est rex gloriae ». L’autore del Psalterio della biblioteca reale di Stuttgart, n. 23, se- 
colo Xx, doveva avere conosciuto questo tratto del nostro Evangelo. 

Per la sua illustrazione del salmo 23 sceglie il momento quando il Signore, seguitato 
da un angelo, appare davanti la porta chiusa dell’ Inferno, e là bussa col piede destro. Nella 
mano destra tiene il bastone crucifero. 

La sua persona è circondata da un’elissi verde. Alla cima della porta, nel vuoto, sotto 
l’arco, guarda con curiosità il diavolo, di cui non si vede altro che la testa ed un’ala. Dal- 
l’altra parte sta il personificato inferno in forma umana, con ali di uccello, mostrando sor- 
presa e paura. Dietro di lui si crucciano nelle fiamme alcune persone. 

Qui non abbiamo la tradizionale scesa al Limbo; è propriamente il momento prima 
dell’entrata di Cristo, come lo racconta l’ Evangelo di Nicodemo (fig. 16). 

Il Psalterio latino-greco del Kupferstich Kabinet di Berlino (Hamilton, 549, secolo X11) 
fregia lo stesso salmo con una scena somigliante. Cristo comanda all’angelo d’aprire le 
porte dell’ Inferno, il quale anche qui è personificato con una testa immensa di uomo e 


L'EVANGELO DI NICODEMO 235 





di leone commisti, circondato dalle fiamme che bruciano due peccatori tormentati da 
serpenti. 

Per meglio convincere i nostri lettori del concetto degli artisti ispirato al salmo 23 con- 
frontiamo il testo: 

1. Evangelo di Nicodemo: « Et .facta est vox magna ut tonitruum dicens: Tollite 
portas principes vestras et elevamini portae aeternales et introibit rex gloriae. Inferus quasi 
ignorans dicit: Quis est rex gloriae? 

« Respondens David ad inferum ait: Dominus fortis et potens in proelio ipse est rex 
gloriae »; 

2. Salmo 23: « Attolite portas principes vestras et elevamini portae aeternales et in- 
troibit rex gloriae. Qui est rex gloriae? Dominus fortis et potens Dominus potens in proelio ». 

Le due miniature ora menzionate provano la conoscenza che hanno avuta alcuni 
artisti medioevali ‘ 
dell’ Evangelo apo- da THA de TAIDLUMIMISOS MCO UAjAd ITALA 9, 
crifo, ecrediamo che RT pico 
il gran numero delle 
rappresentazioni del- 
la scena di Cristo al 
Limbo, nell’arte bi- 
zantina, e negli imi- 
tatori di quest’arte, 
dipingano Cristo 
quando prende il 
primo padre alla ma- 
no, perchè così lo 
racconta il nostro 
Evangelo conosciuto 
anche in versione 
greca. 

In un modo as- 
sai differentedall’uso 
bizantino illustra il 


miniatore la Scesa [0 \ilBMROTrHiSsnmuo cdamautanitine 





al Limbo (fig. 17). 

Nella bocca spa- 
lancata dell’ Inferus, i cui occhi malamente si vedono nella riproduzione, stanno i giusti che 
Cristo salva. Abbasso giace il Satan sotto due frammenti della porta che formano una croce. 
Da ciascuna parte dello spazio riempiono teste fantastiche e serpenti le « impia officia ». 

Cristo confidò tutti i salvati in balìa dell’arcangelo Michele che li condusse alla gloria del 
paradiso. V’incontrarono due vecchi, i quali, alla domanda: « Chi siete voi? » loro risposero: 
« Siamo Enoch ed Elia, non abbiamo patito la morte, siamo riservati fin all’arrivo dell’ An- 
ticristo ». Mentre parlavano così, venne un uomo miserrimo che portava il segno della croce 
e tutti gli dimandavano: « Chi sei tu che hai l’aspetto di ladrone e che cosa porti sopra le 
tue spalle? » 

Egli rispose: « È vero, ladrone fui e malfattore il più triste. I Giudei mi crocifissero 
assieme con Gesù, le cui gesta miracolose vidi, e credendo in lui e pregandolo che si ricor- 
dasse di me nel suo regno fui esaudito, e diedemi questo segno della croce dicendo: Portalo 
e va’ al paradiso, e quando l’angelo custode non volesse concederti l’entrata mostragli questo 
segno, e digli che Gesù Cristo, il figlio di Dio, che ora fu crocifisso, te lo ha dato. E così 
io feci. L'angelo fecemi entrare e mi collocò alla destra del paradiso, dicendo che aspettassi 
un poco, finchè venissero Adamo ed i santi salvati da Gesù Cristo ». 


Fig. 17. 


236 ADALBERTO DI ERBACH FUERSTENAU 














La miniatura (fig. 18), l’ultima del codice, un poco meglio disegnata delle altre, è molto 
interessante per l’originalità della composizione e si distingue per l’espressione viva delle 
teste. È ben riuscita all’artista la maraviglia dei due vecchi che, come l’angelo loro guida, 
indicano per il gesto delle mani al vedere lo sconosciuto che incontrano. Bello è anche 
l’atto umile del ladrone che, vestito con camicia bianca, porta la croce dorata sopra le spalle. 

Crediamo che dove nell’arte medioevale è ratfigurato il buon ladrone colla croce, l’ar- 
tista abbia conosciuto l’ Evangelo di Nicodemo. Il tipo almeno fu creato conforme a questa 
leggenda da chi ne aveva notizia. 

Già nel secolo XII incontriamo quasi la stessa figura a Torcello nel mosaico del giudizio 
finale (Jessen, Darstellung des Weltgerichts e fotografia dell’Ongania). Non è vestito che col 
solo grembiale (fig. 19). 

Sta accanto alla porta del paradiso che è custodita dal cherubino. Dall’altra parte viene 
San Pietro colle chiavi 
per aprire il paradiso 
agli altri salvati, mentre 
il Jadrone, la Madonna 
ed Abramo con Lazzaro 
ed una schiera di fan- 
ciulli, forse gli innocenti 
di Bethelem che già go- 
dono la gloria (Grem- 
biale di Abramo nella 
parabola del cattivo ric- 
co). A Torcello il che- 
rubino tiene una lancia 
nella destra (la lancia 
al nostro parere è un 
restauro moderno al luo- 
go della spada), nel no- 
stro codice una spada 

in ciascuna mano. Come 
ci pare è modo raro e non conosciamo altro cherubino colle spade in ambedue le mani 
fuorchè quello del celebre codice di Rabano Mauro, nella biblioteca di Monte Cassino. 

Un poco diversamente dipinge il pittore del Psalterio greco e latino del secolo XIII, 
Hamilton, 119, nella Kupferstich Kabinet di Berlino, una scena somigliante. 

Il cherubino sta nella porta, ma non si può distinguere cosa tenga nella mano; alla 
sua destra è una donna orante e diviso da quella per un albero il buon ladrone colla croce. 
Per il confronto abbiamo riprodotto, nella figura n. 20, una parte della scultura in legno 
dorato del Giudizio finale nella sagristia del Duomo di Treviso, perchè ci pare un capolavoro 
della prima metà del Trecento. Dappertutto il ladrone ci offre un aspetto somigliante. 

Assai originale è l’idea. del miniatore del codice greco della Vaticana, Urbinate, 
greco, n. 2, secolo XII (Agincourt, 6, LIX, ne dà una riproduzione poco buona), di com- 
binare in una pagina la Scesa di Cristo al Limbo, dipinto nel modo tradizionale, coll’entrata 
del buon ladrone e delle altre anime salvate al paradiso. In un mezzo tondo, che è in 
alto del quadro principale, appariscono alcune persone che entrano nelle porte spalancate 
del paradiso. I 

Una che porta la croce dev'essere il buon ladrone, un’altra tiene nella mano una corona, 
il simbolo della vita eterna. Chi crede che l’artista abbia voluto ratfigurarvi gli angeli che 
portano gli strumenti .della passione di Gesù Cristo, osservi che la corona è piuttosto una 
corona gemmata che la corona delle spine, e che gli altri due tondi dello stesso libro ese- 
guiti coi medesimi colori bianco ed azzurro, che sono in alto, della nascita e del battesimo 





LS 


L'’EVANGELO DI NICODEMO 237 





e I e N 7 A Ve -T- fn it 


di Cristo, ci danno un saggio del modo proprio del miniatore nel dipingere gli angeli. 
Hanno delle ali e la loro testa ornata di nimbo. 

La mancanza di questi attributi presso le figure in alto della Scesa al Limbo, prova 
che qui sono ideate semplici persone umane. Non è da meravigliarsi se l’arte bizantina, la 
quale nella Scesa al Limbo segue sempre la narrazione dell’Evangelo di Nicodemo, dipin- 
gendo Cristo mentre prende Adamo per mano, ha congiunto a questo episodio l’altro, che ne 
è la continuazione, facendo di due fatti diversi un solo bel quadro. Coll’entrata al paradiso 
finisce la serie delle miniature. Resta da dire poche parole sopra la provenienza ed il loro 
carattere. Nel codice non vi è nessuna notizia dell’autore, nemmeno il millesimo. Solamente 
in una pagina, nella quale è sparito il testo, leggiamo: « Sore Claudia del Duca MDLXVI ». 
Come si conosce dal nome, l’abbadessa era italiana, e forse ha preso con sè il codice quando 
entrò suora od abbadessa in un monastero spagnuolo, dal quale poi il codice, come tanti altri 
libri ecclesiastici, fu trasportato alla Biblioteca Nazionale di Madrid. 

Così almeno possiamo congetturare, non avendo trovato nessuna notizia della provenienza. 

Il carattere artistico delle miniature non è molto spiccato. Le migliori figure, come 
quella al n. 8, dove Pilato si lava le mani, si avvicinano all’arte bizantina. La più gran 
parte è più rozza, e ricorda i codici italiani più trascurati del secolo XIII, e ad esempio, i 
nn. 5, 6, 7 nel Museo civico di Bologna. La forma degli arabeschi bianchi su fondo azzurro 
(fig. 2,3, 4) si usava sovente in Italia verso la fine del Duecento. Non è da dubitare la pro- 
venienza italiana (fine del Duecento), ma non è possibile di attribuire il codice ad una certa 
scuola. Più interessante è la questione se il miniatore abbia dipinto secondo le proprie idee o 
ripetuto rappresentazioni tipiche. Abbiamo già osservato una certa eguaglianza nella rappre- 
sentazione dell’invito del servo di Pilato a Cristo di comparire davanti al Tribunale, nella 
colonna di Venezia (secolo VI, fig. 7) e nella miniatura n. 8; ed abbiamo anche rilevato 
come l’ultima miniatura non si allontani troppo nella figura del buon ladrone da quello 
del mosaico di Torcello. L'origine del testo dell’ Evangelo di Nicodemo non è più recente 
del secolo IV. Allora un artista poteva senza dubbio illustrare un tal codice, che sarebbe 
stato fonte alle illustrazioni più moderne. ! 


ADALBERTO DI ERBACH FUERSTENAU. 


! Stampato quest'articolo, ci siamo accorti che mon — prese dall'Evangelo di Nicodemo nel ciborio di San Marco 
signor de Vaal, nella Boemische Quartgischrift (1887), a Venezia. Tanto indichiamo qui per dovere di studioso 
espresse l'opinione che la' scena di Cristo innanzi a Pi- verso l’eruditissimo uomo, che addivenne prima di noi 
lato e quella di Cristo che prende Adamo per mano sieno a tali conchiusioni. 





RESET E: ma — ——&6 ——<s 


- — © peo è fot 


RECENSIONI 


BrovssotLe (J. C.). Pèlerinages ombriens. Ftudes d'art et 
de voyage. Ouvrage illustré de 46 gravures. Paris, 
Fischbacher, 1896; in-8, pp. 302. 


Questo volume, abbastanza brioso e tutto caldo di 
entusiasmo, sarebbe riuscito più piacevole ed utile, 
se l’autore, determinandone meglio lo scopo, n’avesse 
anche con più unità coordinate e proporzionate le 
parti. Chi cercasse infatti dei « ricordi di viaggio » 
(v. pag. 32) leggerà volentieri i Paesaggi umbri, con 
le osservazioni sugli edifizi nelle pitture del Bonfigli 
e sui paesaggi del Pinturicchio, ma non potrà farsi 
un’esatta idea di quest’ Umbria così poco nota e pur 
tanto ricca di bellezze naturali ed artistiche, nulla, 
o quasi, trovandovi delle sue città principali e più 
caratteristiche, e ben poco di altri luoghi, nella gita 
attraverso il centro dell'Umbria, ove generalmente 
il Broussolle non si ferma che dinanzi alle pitture, 
anzi a certe pitture, soprattutto di Pietro e appena 
di qualche altro. E le trentaquattro pagine di note 
e le quasi centotrenta in cui tratta di Benedetto 
Bonfigli, dei Quadri del Perugino rapiti a Perugia 
e della Iocca d’Assisi, troppo speciali pei lettori 


. comuni, non offrono, d’altra parte, che uno scarso 


interesse agli studiosi dell’arte, i quali desiderano 
massimamente quelle nuove ricerche storiche e cri- 
tiche, di cui egli troppo si beffa, protestando che 
il suo scopo non è già di scrivere, con coscienza 
tedesca, un capitolo di storia della scuola umbra 
(pag. 35). Ma allora, perchè sbozzar questi tre? 
Nel primo de’ quali, dal titolo tanto comprensivo, si 
propone di studiare « con tutta la debita obiettività 
e serietà » l’opera del Bonfigli a Perugia; sebbene 
non esaurisca neppur questa parte, nè quella sulle 
sue bandiere. Accennando alla sua educazione ar- 
tistica, crede che, invece di derivare da un solo 
maestro, prendesse da vari: come, ad esempio, il 
grand’uso delle architetture dal Ghirlandaio o, me- 
glio, da Piero della Francesca, già additato come 
suo maestro dal Lafenestre; i belli e pensosi an- 


geli, mal disegnati, dal Gozzoli, e i bambini dal 
Boccati, ai quali aveva già pensato il Rio; il tipo 
delle sue bionde e delicate Madonne dal Lippi, senza 
accennare se, come il Passavant, veda l'influenza 
dell’Angelico nei panneggiamenti, nei paesaggi, nel 
colorito; ma della critica generale delle sue opere, 
ma de’ suoi procedimenti, della sua tecnica, toccata 
la scorrettezza del disegno, non dice poi quasi nulla, 
pur asseverando di non aver trascurato quest’incerti 
e delicati problemi (pag. 51). Migliore di questo e 
del secondo capitolo, ricavato. soprattutto dai do- 
cumenti del Rossi, mi pare l’altro, già edito sepa- 
ratamente con lo stesso titolo, che però non gli 
conviene, facendo supporre che si tratti proprio 
della rocca assisana (su cui prepara un nuovo la- 
voro l'ing. A. Brizi), mentre il Broussolle non parla 
che della chiesetta d’un villaggio, presso Assisi, 
chiamato Rocca S. Angelo o Rocchicciola. L’argo- 
mento non è tanto nuovo e interessante come pa- 
reva da prima all’egregio autore, perchè gli affreschi 
di cuì tratta, dividendoli in tre gruppi cronologici, 
non sono, a confessione sua stessa, dei capolavori, 
ma spesso volgari pitture che non valgono più del 
meschino prezzo che saranno costate (pagg. 167-8, 
171), e perchè di pitture votive nell’ Umbria ce n’è 
un po’ da per tutto, e molte chiesette ne son quasi 
piene, come riconosce egli stesso con la Nota su 
quelle di S. Simone presso Torre d'Andrea, nei din- 
torni d’Assisi, e di Santa Maria di Pietra Rossa, 
presso Trevi; delle quali tutte aveva già toccato 
il Guardabassi, e della terza hanno scritto, più a 
lungo, altri ancora. Il Broussolle, che non vorrebbe 
dello Spagna il quadro dell’altar maggiore, asse- 
gnatogli dal Crowe e dal Cavalcaselle, neppur crede 
di Tiberio d'Assisi certi affreschi di S. Simone, at- 
tribuitigli dal Guardabassi, e suppone invece che 
potè lavorare alla Rocchicciola, e dirigere in gran 
parte co’ suoi consigli e co’ suoi cartoni qualche 
scolare, forse quel Francesco Tartaglia ricordato 


RECENSIONI 


dal Cristofani nelle Storie d’ Assisi. Questo studio 
potrebbe acquistare maggiore importanza se l’egre- 
gio autore, con più rigore di metodo -e più com- 
plessità di ricerche, di raffronti, di deduzioni, lo 
allargasse nei termini di una monografia sulle pit- 
ture votive dell'Umbria. E dovrebbe anche allar- 
gare la cerchia d'osservazione di questi Pellegrinaggi, 
condensandone invece la forma. Egli mostra ingegno 
colto e vivace, entusiasmo per l’arte e per tutte le 
cose belle, molta pratica di dipinti e simpatia vi- 
vissima per l'Umbria, che ha visitata anche in an- 
goli remoti, e che gli sarà gratissima se la farà 
meglio conoscere in un’altra edizione che ci augu- 
riamo ricca di nuovi pregi. 
GiuLio URBINI. 


The fiorentine painters of the Renaissance, with an Index 
of their works, by BerngHARD Berenson. G. B. Put- 
nam’s Sons, London, 1896. 


L’autore del volumetto dei Venetian painters of 
the Renaissance, del quale già si è fatto cenno in 
questo periodico ora si è voluto applicare in ana- 
logo modo allo studio dei pittori fiorentini della 
rinascenza. Stabilito egli stesso da alcuni anni sulle 
deliziose alture di Fiesole, l'argomento era alla sua 
portata, e mercè le naturali sue disposizioni doveva 
necessariamente attirarlo, anzi affascinarlo. 

Il suo libretto si può quindi qualificare come 
una sintesi delle riflessioni suggeritegli dalla con- 
- templazione delle opere degli artisti (pittori in ispe- 
cie) fiorentini, e si rivolge essenzialmente all’ in- 
tento di specificarne i caratteri peculiari e le mire 
estetiche, tanto nel loro concatenamento fra loro, 
quanto considerati ciascuno per sè stesso. 

Egli si compiace così di ritrarci l’imagine mo- 
rale di singoli, più eminenti artisti, imagini che si 
fanno sempre più palpitanti, mano mano che si 
approssimano ai tempì più privilegiati, in altri ter. 
mini, al periodo della transizione dal xv al xvi se- 
colo. Così, quando egli giunge al sommo Leonardo, 
con efficaci parole ne scolpisce il genio universale, 
pel quale a dir vero l'applicazione alle produzioni 
artistiche non è che una fra le moltissime espli- 
cazioni della sua attività enciclopedica, pure veri- 
ficandosi la circostanza che quando egli ci si pre- 
senta quale artista riesce superiore a tutti gli altri 
per la grazia naturale e per la profondità nella 
conoscenza della natura umana. Discorrendo poi del 
Botticelli il Berenson si fa l’interprete ben con- 


239 


vinto dell’ammirazione sconfinata che viene oggidì 
tributata a tant'uomo, massime nei paesi anglo- 
sassoni, e dà principio al paragrafo che lo concerne 
esprimendosi intorno a lui coi termini seguenti: 
« Bello giammai, scarsamente fornito di grazia, o 
di qualsiasi altra attrattiva, raramente corretto nel 
disegno e soddisfacente nel colore; nei tipi poco 
scelto, intensamente acuto e perfino affannoso nel 
sentimento, ‘ che cos'è quello che rende il Botti- 
celli irresistibile a segno, che al giorno d’oggi non 
sappiamo trovare alcuna alternativa fra l’idolatrarlo 
e l’aborrirlo? Il secreto sta in ciò, che nella pit- 
tura europea non vi è mai stato un pittore così 
indifferente per quello ch’ è venuto rappresentando 
e così compreso di quello che suole presentare ». 


E dopo varie altre considerazioni incalzanti, mentre 


rileva come egli sia il maestro del movimento per 
eccellenza, conchiude essere stato il più grande fra 
quanti vide Europa come artista del disegno lineare. 

La seconda parte del libro consiste in un indice 
delle opere dei principali pittori fiorentini, dove 
essi sono enumerati in ordine alfabetico e sotto il 
nome di ciascuno sono registrate quante opere dei 
medesimi si conoscono. È costì che si rileva prin- 
cipalmente il critico, che elimina o aggiunge opere 
a seconda dei risultati suggeritigli parte dall’espe- 
rienza altrui e parte dalla propria. 

Non v'è chi non veda l’utilità pratica di simile 
lavoro, mediante il quale in una succinta rassegna 
ci è dato richiamare alla mente tante e tante crea- 
zioni dell’arte fiorentina oggi disperse pel mondo. 
In complesso le sue liste hanno il pregio di essere 
ben attendibili, la quale cosa non toglie che vi sia 
qualche riserva da fare, ora in proposito di qual- 
che omissione, ora di nuove attribuzioni, talvolta 
ardite anzi che no. Così dove enumera le opere 
di Andrea del Sarto non sapremmo trovare giu- 
stificata l’omissione della graziosa tavoletta rap- 
presentante Apollo e Dafne nella Galleria Corsini 
(opera giovanile), nè quella del ritratto di donna, 
erroneamente creduta la moglie del pittore, nella 
Galleria di Madrid. Al Bachiacca avrebbe potuto 
aggiungere qualche opera di più di quelle che enu- 
mera e così pure al Franciabigio, avendo egli 
omesso una Sacra Famiglia caratteristica, segnata 
dal monogramma, e un ritratto d’uomo nella Gal- 
leria Liechtenstein. 

Nella già citata Galleria Corsini di Firenze poi 
egli sopprime a proposito di Filippino Lippi il bel- 
lissimo grande tondo della Madonna circondata da 
Angeli, distolto, come crediamo, dal prestarvi fede 


240 
in grazia delle alterazioni cagionate da cattivi ri- 
stauri, mentre in molte parti tuttavia si manifesta 
la sua mano e i tratti suoi peculiari in modo non 
ambiguo. 

Nella stessa raccolta poi segue l’opinione gene- 
ralmente accreditata che assegna al Botticelli certo 
ritratto di uomo, il quale tiene nella destra un 
anello, mentre i rispettivi suoi indizi ci sembrereb- 
bero riferirsi piuttosto al gentile Filippino, quale 
ci apparisce in ispecie nella parte che gli spetta 
nella Cappella Brancacci. 

In Galleria Pitti dà senz’ altro a Domenico 
Veneziano due teste, n. 370 e 375, non aventi in 
realtà nulla a fare l’una rispetto all’altra, la prima 
essendo una testa ideale di un Santo, la seconda 
evidentemente un ritratto, che arieggia assai il 
Mantegna. 

Dove si sente di dover deplorare la mancanza 
di ogni ragionamento esplicativo si è in talune as- 
serzioni nuove, alquanto ardite, le quali forse aspet- 
teranno invano la sanzione del comune consenso 
dei critici. Così quando egli pone in testa al suo 
volume, come opera possibilmente del Verrocchio il 


RECENSIONI 


ritratto, certamente distintissimo nel suo genere, 
rappresentante una giovane donna di profilo, nel 
Museo Poldi Pezzoli, che va quivi per opera di 
Pier della Francesca e intorno al quale in realtà 
l’ultima parola non è per anco stata detta dagli 
intelligenti. 

Come poi.vi possa accordare la debole e sgar- 
bata Madonna, data a Berlino allo stesso Verroc- 
chio, è cosa che non sappiamo spiegarci. Intendiamo 
la Madonna che vedesi incisa a pag. 32 del volume 
del Lermolieff intorno alla Galleria di Berlino. 

Una spiegazione speciale sarebbe richiesta an- 
che dalla novità, per cui potrebbe essere conside- 
rata quale opera di Leonardo la celebrata testa di 
cera del Museo di Lilla, e così poche altre cose. 

Comunque sia, gli esempi addotti e pochi altri 
che forse si potrebbero citare non sono che ecce- 
zioni alla regola generale della buona e corretta 
classificazione, tale che certamente ne potrebbe ri- 
trarre profittevole insegnamento più di un diret- 
tore di Galleria e più di uno fra i molti, anzi i 


troppi, scrittori d’arte. 
G. F. 








Per i lavori pubblicati nell’ARCHIVIO STORICO DELL'ARTE sono riservati tutti 1 diritti 


di proprietà letteraria ed artistica per l'Italia e per l'estero. 




















DomeNICO GwoLI, Direttore responsabile 





Roma - Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice, via di Porta Salaria, 23-a. 











DI ALCUNE COMPOSIZIONI DI RAFFAELLO 


ISPIRATE A MONUMENTI ANTICHI 





triade, alle due del sarcofago M 


I 


L contributo che qui vorrei porgere all'argomento, veramente 
inesauribile, della parte che i monumenti classici ebbero 
nelle concezioni artistiche di Raffaello, muove da uno dei 
più caratteristici esempi di tale fusione del genio proprio 
dell’ Urbinate con le forme dell’arte antica, dall’incisione di 
Marcantonio Raimondi, che rappresenta il Giudizio di Pa- 
ride.! È noto, ® come in questa composizione Raffaello 
— chè a lui indubitatamente va attribuito il disegno ri- 
prodotto dal Raimondi * — si sia ispirato al rilievo d’un 
sarcofago antico tuttora esistente in Villa Medici, 4 met- 
tendo però a profitto ancora un altro sarcofago di pari 
soggetto, che si conserva in Villa Pamphilj. ® Quest'ultimo 
fatto, oltre che dal gruppo di Venere ed Amore, ®© è reso 
evidente, a mio parere, dalla ninfa con l’urna a sini- 
stra nel disegno, la quale, con geniale giustaposizione di 
caratteri artistici disparati, è aggiunta, per completare la 
edici, di cui il disegno conserva tutto lo schema araldica- 


mente simmetrico, mentre la terza, veduta di fianco, è proprio la ninfa media del riliewo 


! Passavant, n. 187; BartscH, XIV, n. 245: Grouyer, 
Raphaél et l'antiquité, II, pag. 99 88.; THope, Die Antiken 
în den Stichen Marcantons, ecc., pag. 24 8., n. 12; Dr- 
LABORDE, Marc-Antoine Raimondi, pag. 159 ss., n. 114. 
L'incisione è riprodotta dal Montz, Raphael !, pag. 598; 
DELABORDE, op. cit., pag. 27, e (da una copia di Marco 
Dente) da O. Jann in Berichte der scichsischen Gesell- 
schaft der Wissenschaften, 1849, tv. VI. 

? Vedi Jann, op. cit., pag. 55 88.; THODE, pag. 25. 43; 
Marz-Donn, Antike Bildwerke in Rom, II, n. 3341; Ro- 
BERT, Die antiken Sarkophag-Reliefs, II, pag. 13 8.; Sprin- 
arr, Raffael und Michelangelo, II*, pag. 121 88.; Monrz,l.c. 
Al Gruy£r ed al DeLasorpe era ancora sfuggito il ravvici- 
namento fatto da O. Jann. Lo scritto del PuLsz€y, Beitrige 
zu Raphaels Studium der Antike, non ho potuto consultare. 

® Cfr. particolarmente Springer, Die Anféinge der Re- 
naissance in Italien in Bilder aus der neueren Kunst- 
geschichte, I, pag. 215; Tuope, pag. 43, il quale — sulla 
fede, 8° intende, del Vasari, Marcantonio, IX, pag. 272 
LM; V, pag. 411 Mil. — qualifica il disegno per un’opera 
autenticata (ein beglaubigtes Werk) dell'Urbinate; DeLa- 
BORDE, p. 24. 159. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc, IV. 


4 Jann, l. c., tv. IV, I; Wiener Vorlegebliitter, ser. A, 
tv. XI, 3; RoBERT, l. c., II, n. 11, tv. V (da cui la nostra 
zincotipia), pag. 13 ss.; Marz-Dvun, II, n. 8341. 

° Monumenti inediti pubblicati dall'Istituto di cor- 
rispondenza archeologica, III, tv. III; RosrRrt, II, n. 10, 
tv. IV (da cui la nostra zincotipia), pag. 11 8.; Marz- 
Dunn, II, n. 3342. 

© In questo gruppo, come nel cane di Paride e nel 
pavone di Giunone, lo JaHnx, pag. 68 s., ed il Tuonr, 
pag. 25, d'accordo riconoscono l'influenza del rilievo 
Pamphilj; vedi anche Rosrrt, pag. 13. Dal medesimo ri- 
lievo pare anche tolto il particolare delle foglie di canna, 
onde le due ninfe in fondo sono incoronate; vedi il di- 
segno del Codex Coburgensis e la sua copia nel Codex 
Pighianus, RoBeRrt, ]. c., tv. IV, 10” e 10”. Quanto poi 
alle ninfe stesse, lo JaHN le vuole tutte e tre desunte 
dal sarcofago Pamphilj, cosa su cui il Tnope manifesta 
qualche dubbio, mentre il RoseRT non si pronuncia af- 
fatto. La stretta unione però delle due figure posteriori 
non ha riscontro che nel sarcofago Medici, a cui anche 
nell’atteggiamento si avvicinano maggiormente le corri- 
spondenti figure del rame. E questo aggruppamento delle 


1 


242 EMANUELE LOEWY 

Pamphilj * tradotta in uno scorcio raffaellescamente audace e vezzoso. E questo procedimento 
eclettico rivela anche più lo studio e la ponderazione che precedettero la composizione, e che 
il solo confronto con il rilievo Medici basterebbe a mettere in piena evidenza. È sorprendente 





» Ù) x \ fa! Y x v L)} A y* d 
\ Sita lari 7 USS A Ss Ma i 
" LN L o n I Ò la da PD | vid [? È \ FA 
FINITA ET TAM SLI 

NARRA edi an Anmnle€ TAI ai AAA da LA 


IL GIUDIZIO DI PARIDE, SARCOFAGO ANTICO IN VILLA MEDICI 


invero vedere come — ‘astrazione fatta dall’eliminazione di alcune figure, divenuta neces- 
saria dall'essere contratte in una sola le due scene del rilievo, e prescindendo dalla nudità 





IL GIUDIZIO DI PARIDE, SARCOFAGO ANTICO IN VILLA PAMPHILJ 


che, specie nel gruppo di Paride e delle dee, sarebbe stata naturale al cinquecentista, 
quand’ anche il. sarcofago Pamphilj non ne avesse fornito l’esempic antico — Raffaello, con 


due figure nel rilievo Medici mi rende anche poco pro- 
babile la supposizione del RosERT, pag. 14, che una terza 
ninfa possa essere perduta con un pezzo rotto alla si- 
nistra della lastra. Non dubito peraltro che nella com- 
posizione originale da cui dipende il rilievo Medici, le 
ninfe fossero infatti tre; e surrogando con la ninfa me- 
dia del sarcofago Pamphilj, Raffaello probabilissima- 
mente ha indovinato anche l’atteggiamento della figura, 
quale lo presentava quell’originale. Poichè è quasi inu- 
tile dire, che tutti e due i sarcofagi (quello Medici, 
cioè, nella scena sinistra) derivano da un originale co- 
mune, come provano le concordanze nei motivi di Pa- 
ride, Mercurio, Venere e delle due ninfe, nonchè il pae» 
saggio espresso entrambe le volte con i medesimi elementi 
al medesimo luogo. Le figure di Giunone e di Minerva 


nel rilievo Medici, dallo spostamento che hanno subito, 
sono troppo alterate per ammettere un confronto. Se 
anche nella nudità delle figure principali il rilievo Pam- 
philj renda più fedelmente il prototipo, non oserei de- 
cidere, ma badando alla Venere dell'esemplare Medici, 
propenderei molto ad affermarlo, almeno per questa fi- 
gura. Che quell’originale comune fosse, nel caso pre- 
sente, una pittura, mi par certo; basterebbe, per persua- 
dersene, il modo onde gli scalpellini dei due sarcofagi 
si sono ingegnati di tradurre in rilievo il paesaggio 
con il bestiame pascolante. 

! Questa figura è riprodotta sola in un rame di Ago- 
stino Veneziano (BartscH, XIV, n. 475), che incise an- 
che in due fogli separati (BarTtscH, n. 474. 478) le due 
compagne di quella (vedi Tuope, p. 34, n. 42. 43. 44). 


DI ALCUNE COMPOSIZIONI DI RAFFAELLO 243 
tutta l'apparente spontaneità d’ un’invenzione originale, abbia seguìto da per tutto i motivi 
suggeritigli dal suo modello antico, e ciò non solo nelle divinità della zona superiore, ma 
eziandio nel gruppo di dei marini e fluviali, compreso, a mio avviso, anche quello col remo a 





IL GIUDIZIO DI PARIDE, INCISIONE DI MARCANTONIO RAIMONDI 


(Da un esemplare del Gabinetto Nazionale delle Stampe) 


destra, nel paesaggio con i buoi sparsi tra alberi, e persino in particolari minuti, quali sono 
il gesto minaccioso della mano passato nel disegno da Minerva a Giunone, il bastone di 
Paride e l’elmo di Minerva. 

Chi volesse formarsi un’idea completa dell’accoglienza che nel mondo artistico ebbe la 


3 ox 
- 
Ve 
I Pi a | 


37 


= 
» 


A 





Ma << Pennac ss i 07 PR n A 
IL GIUDIZIO DI PARIDE, DISEGNO DI RUBENS PER UNA BROCCA D’ARGENTO 


(Da un’incisione di Jacopo Neefs) 





composizione di Raffaello divulgata dal rame marcantoniano, dovrebbe, oltre che alle nume- 
rose riproduzioni, intiere o parziali, che ne esistono in disegni, stampe e pitture, ! por mente 


! Cfr. Passavant, Kaffael, II, pag. 649 s., n. 54; THope, Quanto all'influenza dell'incisione nostra su numerose 
pag. 25; DELABORDE, pag. 160 s. (Della figura del dio pitture fino a Rubens ed ai tempi più recenti, osserva 
fluviale col remo si è valso anche il disegnatore del già il Tuope che essa meriterebbe uno studio speciale. 
frontispizio di Rosinus, Antiqguitatum romanarum corpus Vedi anche GorLeR voyw Ravenssuro, Rubens und die 
absolutum, in varie edizioni di Amsterdam, 1685, ecc.) Antike, pag. 141, e la nota 4 a pag. 244. 


e» A e ie e ee 7707 n 


244 EMANUELE LOEWY 

all’uso non meno largo che dello stesso disegno fecero le arti industriali. Accennerò, a mo’ di 
esempio, ad un piatto limosino del Museo imperiale di Vienna, descritto dall’ Ilg! che vi ravvisò 
una riproduzione variata dell'incisione in parola; poi a tre cammei della medesima collezione, * 
di cui l’uno rappresentante il gruppo di Paride con le dee fu già pubblicato dal Kenner, * 
che però non si accorse della sua dipendenza dall’incisione: a questa l’uno degli inediti 
si accosta particolarmente, oltre che negli atteggiamenti delle figure principali nel centro, 
in tutta la distribuzione della scena con Giove ed altri dei in alto, e con le ninfe ed un 
dio fluviale disposti nei due lati, infine nel paesaggio, il tutto in motivi tolti dal disegno; 
e, scendendo un secolo più in giù, ricordo finalmente la brocca in argento eseguita da un 
disegno di Rubens per Carlo I d’ Inghilterra ed incisa in rame da Jacopo Neefs. ‘ Tutti questi 
esempi non dovuti a ricerca sistematica, ma capitatimi a caso, ® tanto più varranno ad illu- 
strare la singolare popolarità di una composizione, in cui aveva preso sì leggiadra forma 
l’eterno soggetto del trionfo della bellezza. 

Badando a tutto ciò non avremo, credo, difficoltà di ammettere un analogo legame 
o di dipendenza o di reminiscenza mantenutasi viva nel maestro stesso, se nelle grandi 
composizioni di Raffaello o della sua scuola incontreremo motivi del nostro disegno. Nè si 
vorrà obiettare che per produrre una tale influenza, il prototipo da cuì essa emanerebbe, 
e che anche nel suo genere occupa un posto abbastanza madesto, sia un’opera troppo subor- 
dinata. Già non credo che la concezione artistica sia suscettibile di simili distinzioni. E 
nel caso presente non si tratta più della scultura del sarcofago, ma della trasformazione 
avvenutane nella mente di Raffaello, il quale, con un soggetto e con gli stessi motivi for: 
mali tolti d’altrove, ha saputo creare un’opera intrinsecamente nuova e sua. * 

Infatti, è già stato osservato, come il motivo del dio fluviale veduto di tutta figura 
ricorre nell’Eliodoro dell’affresco vaticano ed in altri disegni e cartoni di Ratlaelio. ° E, se 
non erro, non ci dobbiamo fermare su quel solo esempio. 

Giusto sopra la corrispondente figura abbiamo nel riltevo Medici il gruppo di Giove salita 
che poggia i piedi sopra un panno gonfio sostenuto con ambedue le mani da un personaggio 
maschile, che sporge a mezzo corpo da un masso, e che dall’Jahn* è stato spiegato per 
Caelus, personificazione del cielo. Nessuna meraviglia però, se questa non fu l’interpreta- 


! Die Limousiner Grisaillen în den kais. Haussammlun- 
gen, in Jahrbuck der kunsthistorischen Sammlungen des 
Allerh. Kaiserhauses, II, 1884, pag. 122, n. 11. 

? Sala XIV, vetrina VIII, n. 28. 50. 55. 

® Cameen und Modelle des XVI. Jahrhunderts, nello 
stesso Jahrbuch, IV, 1886, pag. 36 8s., tv. IV, 4. L’opera 
dell’ARNETH, Cinquecento-Cameen, che a pag. 41, I, 38, 
pubblica lo stesso cammeo, non mi è accessibile qui. 
Vado debitore, anche questa volta, all'amico prof. vox 
Scuneier a Vienna della fotografia da cui è cavata la 
nostra riproduzione (pag. 251), nonchè di calchi degli 
altri due cammei ancora inediti. 

* NagLer, Kilnstlerlerikon, X, pag. 164, 3; Rooses 
in Die graphischen Kiinste, II, 1880, pag. 32 8. (da cui 
la nostra zincotipia); GoeLeR von Ravesssurc, l. c., 
pag. 142 s. La stessa composizione ricorre in non meno 
di tre quadri del maestro fiammingo (vedi von GoeLER, 
p. 139 88.) con omissione delle divinità spettatrici (alle 
quali un accenno forse si deve riconoscere nelle teste 
di demoni silvestri nell'esemplare di Dresda, ib. pag. 140) 
e con leggiere diversità nei particolari, che però non 
valgono a rendere meno evidente nè la stretta affinità 
di tutte queste composizioni tra di esse (il quadro di 


Madrid, riprodotto dal von Gorter alla tav. V, pag. 140, 
è quasi l'inversione nel senso opposto delle corrispon- 
denti figure della brocca), nè la loro dipendenza dal- 
l'incisione di Marcantonio, e non già dagli stessi sar- 
cofagi antichi, cosa che il von GoeLER ritiene ugualmente 
ammissibile. 

° Il sig. dott. P. KristeLLER gentilmente mi comunica 
un suo appunto sopra un piatto in maiolica del Museo 
artistico di Milano, in cui è copiata una parte della no- 
stra incisione. Ed altri esempi ancora si potranno cer- 
tamente aggiungere ai qui enumerati. 

€ Così anche TuÙopr, pag. 25. 43. 

® Cfr. Tuopz, pag. 25, che in questo si riferisce al 
Grimm ed al Pucszry. La stampa del Giudizio di Pa- 
ride dovendosi ritenere una delie prime eseguite dal 
Raimondi da disegni di Raffaello (vedi Vasari, Marcan- 
tonio, IX, pag. 272 LM; V, pag. 411 Mil., e DeLaBORDE, 
pag. 159), non vi sarebbe difficoltà cronologica di attri- 
buire a questa composizione la priorità nell’adoperare 
il motivo, come deve fare chi con noi lo considera ispi- 
rato dalla figura analoga del rilievo Medici. 

® Ber. d. stichs. Gesellsch., 1849, pag. 63 s8.; cfr. Ro- 
BERT, D. ant. Sarkophag-Reliefs, II, pag. 15. 





DI ALCUNE COMPOSIZIONI DI RAFFAELLO 245 
zione di chi, con intuito d’artista, andava rintracciando in.tutto il sarcofago il significato 
genuino di motivi che gli apparivano intirizziti e cristallizzati. E mentre nel caso presente 
l'atteggiamento ritto ben si accorda con la funzione di sorreggere fermo il peso del cielo, 
Raffaello, credendo di ravvivare invece la caratteristica sbiadita d’ un dio del vento, inclinò 
la figura e le aprì la bocca in atto di soffiare, facendo così di un Giove, il cui trono 
poggia sulla solida volta del cielo, quasi un Geova del Vecchio Testamento, che sulle nubi 
attraversa l’aria. 

È questo precisamente il concetto d’ un’altra composizione tradizionalmente connessa 
col nome di Raffaello, della Visione d’Ezechiello. Quanto la figura principale di questa si 
discosti dal solito tipo di Dio Padre nell’arte precedente, lo esprime già il Vasari! chia- 
mandolo un «Cristo (errore per Geova) a uso di Giove », ed a questo giudizio si associano 
anche i moderni. * Ma credo che possiamo andare ancora un passo più in là, e ricordare la 
particolare atfinità che lo lega al Giove della nostra incisione, e che non si limita all’aspetto 
generale della figura presentata di due terzi verso sinistra, con la parte superiore del corpo 
ignuda e lo sguardo rivolto in basso, ma che si palesa anche nei singoli motivi: della cambi 
sinistra portata avanti; del manto raccolto, con contorno. arcuato, sul grembo; dell'aquila 
disposta ambedue le volte nella medesima maniera; e, finalmente, nell’identico modo onde 
la parte inferiore della figura, con linea trasversalmente ascendente e con orlo nettamente 
lumeggiato, è tagliata qui dal velo gonfio, lì dall’ala alzata del toro.8 Una simile concor- 
danza ditticilmente si potrà ritener casuale, bensì dovremo stabilire una relazione che, 
secondo che la Visione si deve attribuire a Raffaello personalmente o alla sua scuola, sarà, 
come si è detto sopra, o d’imitazione o di sopravvivenza, nel maestro stesso, dell’impulso 
una volta ricevuto. 

Ora so bene, che è questione tuttora irresoluta a chi la Visione di Ezechiello si debba 
attribuire. Ancor l’ultimo che, con critica acuta, ha trattato di Raffaello e della sua scuola, * 
si rassegna a dichiarare quel quadro un enimma per quanto concerne la persona del pittore. 
Ma se, con tutto ciò che la tecnica della pittura ed il paesaggio indichino un tempo poste- 
riore, nella figura stessa tutti riconoscono l’impronta raffaellesca, sarà forse troppo ardita 
la congettura che il quadretto della Galleria Pitti ® possa essere una copia, csi O 
alterata nel paesaggio, dell’originale perduto di Raffaello? 

| Presento il quesito, lasciando la decisione a chi ha maggiore “nia di me in un 
campo che non è quello dei miei studi ordinari. Mi sia lecito però di accennare ancora ad 
una composizione indubbiamente di Raffaello, che prova infatti, come quell’impulso non 
abbia cessato di agire sulla fantasia creatrice del maestro: al peduccio della Farnesina, che 
rappresenta Venere innanzi a Giove. La figura di questo, con l’aquila a sinistra che gli 
serve d’appoggio, forma come l’anello di congiunzione tra il Giove del disegno ed il Dio 
Padre della Visione d’ Ezechiello, conservando, del primo, oltre al significato di Giove, l’ala 
destra visibile dell’aquila e la forma del fulmine a fascio di fiamme, mentre del Dio Padre 
della Visione ripete tale e quale la parte inferiore con il motivo così individualmente carat- 
teristico del piede veduto di sott'in su, e poggiato anche questa volta sull’ala, che qui è 
dell’aquila come nella Visione del toro. 


! Raffaello, VIII, pag. 32 LM; IV, pag. 350 Mil. 

? Cfr. SerincER, Raffael und Michelangelo, II*, pag. 93; 
Mentz, Raphaél!, pag. 540. 

* Al medesimo posto dove nella Visione si trova l’an- 
gelo di S. Matteo, vediamo nell’incisione del Giudizio di 
Paride una figura di sesso incerto che non ha riscontro 
esatto nell'originale antico. Noto lo strano parallelismo 
delle due composizioni anche in questo particolare, senza 
sapere precisare il significato della figura, che nell’ inci- 


e 


sione è subentrata per il Mercurio del sarcofago. 


' DoLLMmayr, ltaffaels Werkstiitte, in Jahrb. d. Kunst- 


| sammnl. d. Ah. Kaiserh., XVI, 1895, pag. 282. Sono anche 


personalmente obbligato all'autore di vari schiarimenti 
che mi ha dati su questioni inerenti al presente argo- 
mento. 

° Su questo confronta anche la nota degli editori 
del Vasari al luogo citato in nota 1. 

€ Braun, tv. 7, 17; Bicot, _aphaél et la Farnesine, 
pag. 57, da cui è tolta la nostra riproduzione (pag. 247). 


246 EMANUELE LOEWY 





- 
TP - 


DETTAGLIO DELL’INCISIONE DI MARCANTONIO RAIMONDI DEL GIUDIZIO DI PARIDE 


VCS = i 


-» 


Mi è parso un fatto non immeritevole d’essere rilevato, come una rappresentanza di 
Giove antico, che a sua volta discende dal simulacro di Juppiter capitolinus, ! per una 
singolare filiazione sia arrivata a prestare il motivo formale ad una composizione, la quale, 
come poche altre, ha determinato l’ ideale artistico della divinità nel mondo moderno. E 
questo fatto, se da un lato illustra, ancora una volta, l’ indistruttibilità della forma nell’arte, 
al tempo stesso ci può insegnare il valore relativo e l’ inesorabile subordinazione del motivo 
formale al concetto, che sovranamente gli dà carattere e vita. 


IL 


Aggiungo, dietro il cortese invito dell’ illustre direttore di quest'Archivio, poche parole 
in supplemento a quanto già da lui stesso è stato osservato sull’ ispirazione spiccatamente 
antica del rilievo in bronzo destinato originariamente per la base del sepolcro di Agostino 
Chigi in Santa Maria del Popolo. *® Nella Samaritana di questo l’archeologo non esiterà a 


! RoBerT, l. c., pag. 15. di cui riporto a pag. 248 la metà sinistra con la Sa- 
* Anno II, 1889, pag. 317 ss., con fototipia del rilievo, maritana ed il popolo che la segue. 





: du BIT: pit RA 
È SIIT TI 


Fata "* a 

“= %:. SEASON e 

. ife Cia E n 
x a e SUA TI i 





, 


dl dn Mo 


GIOVE E VENERE, PEDUCCIO DELLA FARNESINA 





248 EMANUELE LOEWY 


riconoscere una delle figure di un noto gruppo di rilievi! con rappresentanze di fanciulle 
danzanti, e precisamente quella che nell’enumerazione dei tipi usati dagli'scultori neo-attici ‘ 
presso lo Hauser ha il numero 40. Dello stesso ciclo un’altra donzella (tipo 41 dell’Hauser) 
ha prestato il modello per una parte della seconda figura femminile del bronzo, * quella 
cioè che esce dalla porta. Nè è questa la prima volta che si verifica l’attrattiva esercitata 
dai graziosi motivi di quei rilievi sugli artisti del Rinascimento, a cui fin dai tempi di 
Raffaello offrirono prediletti oggetti di studi. * E se, secondo l’opinione comune, siffatti studi 
si fecero su quell’esemplare, che passato nel Louvre da Villa Borghese, ha dato alle figure 
stesse il nome di danzatrici Borghese, 4 io, senza discutere qui tale dipendenza dal rilievo 
Borghese in altri casi, ? credo di poterla sicuramente affermare per il bronzo nostro. Delle 
altre tre repliche che si conoscono della composizione medesima, due possono restar fuori 


si 





ss TTI Pa n 
“ Rag ; dt. , 
via L, prua —Ce —— 


— - = _— è. - _ | rota 


DETTAGLIO DELLA SEPOLTURA DI AGOSTINO CHIGI IN SANTA MARIA DEL POPOLO 


di considerazione: quella di Monaco, già Mattei, che non contiene ‘che la sola donzella del 
tipo 40, ° e quella di Villa Pamphilj,‘ in cui la danzatrice del tipo 41 è accoppiata ad 
un’altra della stessa serie sì, ma di un tipo diverso. ® Invece ritroviamo tutte e due le nostre 
fanciulle dei tipi 40 e 41 in una replica della Galleria degli Utfizi,® che richiama tanto 
più Ja nostra attenzione, perchè sappiamo che essa fin dai primi decenni del secolo XVI esisteva 
già in Roma nel palazzo Della Valle-Capranica, !° architetto del quale fu lo stesso Loren- 


! Hauser, Die neu-attischen Reliefs, pag. 46 88. 

° Di quest’identità anche prima di me si accorse lo 
Hauser. 

° Cfr. in generale Sarnt-Vicror nel testo a RovrLLox, 
Musée des antiques, II, tav. 98 (o 183 secondo l’esem- 
plare citato dall’ Hauser), e HAusrR, l. c., pag. 46, n. 61. 
Per le riproduzioni delle figure nelle Logge del Vati- 
cano, vedi DoLLmayR, in Jahkrb. d. Kunstsamml. d. Ah. 
Kaiserh., XVI, 1895, pag. 304; cfr. anche la nota 3 a 
pag. 250. 

‘ Sarnt- Victor, l. c.; Hausrr, l. c. 

° Intorno alle Logge, vedi la nota 3 a pag. 250. 

© Venuti, Monumenta Matthaeiana, II, tav. XLIX, 2; 


Brunx, Beschreibung d. Glyptothek, n. 145; Hauser, 
pag. 49 s., n. 64. La figura si distingue inoltre dalla 
Samaritana del bronzo e dulla corrispondente fanciulla 
dell'esemplare Borghese per il particolare della spalla 
destra coperta dalla veste. 

* Matz-Dunn, Ant. Bildie, in Rom, III, n. 3498; Hauser, 
pag. 47, n. 62. 

‘8 Hauser, tipo 42. 

® DorscHgr, Ant. Bildw. în Oberitalien, INI, n. 531; 
Hauser, pag. 47, n. 63. 

!° Cfr. Micnartis, in Jahrbuch d. archiiol. Instituls, 
VI, 1891, pag. 230, n. 61; sopra la data, 7. pag. 218. 223. 


DI ALCUNE COMPOSIZIONI DI RAFFAELLO 


249 





zetto! cui Raffaello lasciò l’esecazione della sepoltura Chigi. * Basta però un confronto anche 
superficiale delle due figure del bronzo con la nostra riproduzione * del rilievo fiorentino, 





per accorgersi delle forti differenze, che pur prescindendo dallo stato di conservazione, ‘ 
distinguono le due opere nei particolari del panneggio. All'incontro è talmente esatta la 


ted 9 a "p — 

A % io uni e 
DO : + Sa «i 
i ini - pro. : 





FANCIULLE DANZANTI, BASSORILIEVO ANTICO NELLA GALLERIA DEGLI UFFIZI 


' Vasari, Lorenzetto, VIII, pag. 213 LM; IV, pag. 579 
Mil.; MicHarLis, l. c., pag. 223. 

? GnoLI, l. c., pag. 318. 

° Da una fotografia Brogi (n. 10014). La prima fan- 
ciulla a sinistra è quella del tipo 40; la media del tipo 41. 
Cfr. la nota seguente. 

4 Alla figura a sinistra (tipo 40) manca attualmente, 
e così almeno fin dai tempi del WixckeLMmanN (vedi Monum. 
ined. I, n. 147, e Hauser, l. c., pag. 48 s.), la parte supe- 
riore del corpo. Il disegno del Codex Pighianus, n. 320, in- 
vece, secondo gentilmente m’informa il sig. dott. F. KoFpP 
(sul disegno del Codex Coburgensis, n. 194, mi mancano 
notizie precise), dà questa figura intiera, con il braccio 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2%, Anno II, fasc. IV. 


destro piegato avanti al petto ed avvolto nel manto, 
(come per esempio la prima ninfa del rilievo pubbli- 
cato negli Annali dell’ Istituto di corrisp. archeol., 1863, 
tav. L, 2). Se questa parte si dovesse ritener genuina, 
si avrebbe un’ ulteriore prova che il modello di Raf- 
faello non era l’esemplare fiorentino. Sarebbe però pos- 
sibile che quel pezzo fosse comunque restaurato (e si 
confronti quel che lo Hauser, pag. 49, osserva sulla terza 
figura nel medesimo disegno). Ma anche allora l’idea 
che Raffaello avesse fatto i suoi studi sul rilievo degli 
Uffizi, avrebbe per supposizione necessaria che tra il 
1520 ed il 1550 (anno a cui rimontano i disegni pi- 
ghiani, vedi Marz, Monatsber. d. preuss. Akad., 1871, 


2 


Digitized by Google 


250 EMANUELE LOEWY 


concordanza della Samaritana con la prima fanciulla a destra del rilievo Borghese, ! da far 
quasi chiedere una motivazione per le poche e leggerissime discrepanze, che si notano nella 
mossa delle mani e nei lembi inferiori del manto a destra ed a sinistra, scendenti un po’ 
meno in basso nel bronzo. Ed infatti si comprenderebbe perfettamente, come nel gesto delle 
mani il cambiato significato della figura imponesse all’imitatore di discostarsi dal suo mo- 
dello, quando in questo (cosa che dalla fotografia risulta per lo meno dubbia) le mani si 
dovessero ritenere antiche. E quanto ai lembi, osserviamo come nell’esemplare del Louvre 
una rottura taglia del lembo all’estremità sinistra precisamente quel pezzo che manca nel 
bronzo: il che, secondo me, non lascia più dubitare, che l’esemplare copiato da Raffaello 
fosse veramente quello di Parigi, sia amor di simmetria o qualunque altra la ragione della 
minor lunghezza del manto dalla parte destra. * Nè si oppone che la seconda donna del dossale 
(quella derivata dalla. danzatrice del tipo 41) nel particolare della gamba sinistra coperta 
sia piuttosto conforme alla replica degli Uffizi che a quella del Louvre, dove la gamba della 
donzella corrispondente è nuda. * Poichè la gamba nuda non era motivata nell’uso che Raf- 
faello fece della figura, e del resto nella parte superiore del corpo la donna del bronzo pre- 
senta la medesima diversità dalla danzatrice media dell'esemplare fiorentino, e la stessa ma- 
nifesta imitazione di quella del Louvre, che abbiamo riscontrata nella Samaritana. ‘ 

Una così ‘perfetta identità c’induce necessariamente ad ammettere che la figura della 
Samaritana, e per una parte anche quella della donna a sinistra, siano non semplicemente 
eseguite da disegni o bozzetti, ma modellate direttamente dall’originale antico. E questo fatto 
è messo anche in maggiore evidenza dalle misure, che, se non sono assolutamente identiche 


pag. 458) il marmo avesse subìto il deterioramento. 
Nella veduta del giardino pensile del palazzo Della Valle 
incisa dal Kocx (vedi la riproduzione che ne dà il Mir- 
CHAELI8, Ì. c., pag. 226) compariscono intiere tutt'e tre 
le figure nel rilievo incastrato sopra la prima nicchia 
a destra, il quale dal Micraztis (pag. 230, n. 61) è stato 
identificato con il nostro. Ma questo disegno del rilievo, 
assai arbitrario del resto, non fa desumere che cosa vi 
sia di antico e di restaurato. 

! In questo mi baso sul confronto dell’originale della 
cappella Chigi con la fotografia Giraudon, n. 1057, ri- 
prodotta nella nostra zincotipia (pag. 249). La prima 
fanciulla a destra (purtroppo molto ombreggiata nella 
fotografia) è quella del tipo 40; l’altra che le viene 
immgdiatamente appresso, è del tipo 41. 

2? S'intende che anche qui è supposto lo stato intatto 
del marmo, del quale almeno la fotografia non dà mo- 
tivo di dubitare. 

® La stessa figura è riprodotta due volte, e sempre 
con la gamba scoperta, tra gli stucchi alla volta della 
settima divisione delle Logge vaticarie, entrambe le volte 
messa di fronte ad un’altra fanciulla, a cui porge la mano 
sinistra. A destra del quadro rappresentante Giuseppe 
che narra i suoi sogni, essa ha la testa rivolta a de- 
‘stra ed il braccio destro alzato; il lembo del manto svo- 
lazzante indietro sopra la spalla destra manca. A destra 
del dipinto che rappresenta Giuseppe venduto dai fra- 
telli la figura somiglia invece in tutto, anche nel motivo 
della testa e del suddetto lembo, alla danzatrice n. 41 
del rilievo Borghese. Tra gli altri motivi forniti da questo 
alle composizioni degli stucchi, è notevole anzitutto 


quello della fanciulla del tipo n. 48, che nei rilievi di 
questa serie non si riscontra che nell’esemplare del 
Louvre. Più frequente di tutte ricorre la fanciulla n. 40, 
talvolta esattamente copiata dalla figura del marmo Bor- 
ghese (compresa l’acconciatura: vedi la nota seguente), 
senonchè anche qui i lembi del manto restano più corti. 
È curioso, che anche nell’incisione sopra menzionata del 
Kocx (pag. 249 8., nota 4), che rende l’esemplare ora degli 
Uffizi, la figura corrispondente a quella del tipo 41 è in- 
tieramente nuda. 

4I motivi della testa e del braccio sinistro di questa 
seconda figura sembrano tolti da qualche statua antica 


‘di Diana. Non saprei decidere se in queste parti a Raf- 


faello venisse meno la guida del rilievo antico da lui 
seguito nel panneggio della figura. La fotografia del ri- 
lievo di Parigi farebbe sospettare che vi siano dei re- 
stauri al braccio sinistro ed apparentemente anche alla 
testa (che in altezza supera quelle delle altre donzelle). 
D'altra parte è notevole la perfetta corrispondenza di 
una delle imitazioni del motivo nelle Logge vaticane 
(vedi la nota precedente) con la figura del marmo pari- 
gino nel suo stato attuale, il que stato non so con quanta 
probabilità si potrebbe attribuire ad un restauro eseguito 
con la scorta di quell’imitazione in istucco. Il Sarr- 
Victor, l. c., declina affatto il giudizio sulla genuinità 
delle teste nel rilievo del Louvre. Dalla concordanza 
dell’acconciatura della Samaritana del bronzo Chigi e 
di alcune delle riproduzioni della figura del tipo n. 40 
nelle Logge con quella della rispettiva fanciulla nel ri- 
lievo di Parigi si sarebbe indotti a credere, che questa 
abbia conservato la testa antica. 


LO 
(») | 
fees 


DI ALCUNE COMPOSIZIONI DI RAFFAELLO 





nelle due opere, in ogni modo si avvicinano singolarmente. ! Confesso che un attaccamento 
così scrupoloso all’originale * inclinerei ad attribuirlo, piuttosto che a Raffaello stesso, a Lo- 
renzetto, il quale, chiamato a dare esecuzione all’opera ideata dal maestro, avrebbe creduto 
di soddisfare meglio al suo compito copiando tali e quali dal marmo antico medesimo le parti, 
che nel bozzetto gli apparivano a quello ispirate. Stando all’opinione dello Gnoli * veramente 
l’opera di Lorenzetto si sarebbe limitata a tradurre in bronzo il modello che da Raffaello 
avrebbe ricevuto bell’e finito. Ed in tal caso il rilievo della cappella Chigi lascerebbe dietro 
a sè tutti gli altri prodotti dell’ indirizzo antichizzante di Raffaello, in cui lo vediamo sempre 
amalgamare con la propria individualità i motivi imprestati dall'arte classica, trasportandoli, 
se non altro, dalla scultura nella pittura. Qui invece egli si sarebbe addirittura identificato 
con gli antichi, fondendone senz'altro la proprietà artistica con la sua. 


EMANUELE LOEWY. 


! L'altezza delle figure del rilievo Borghese, secondo ? È abbastanza ovvia l’idea che il modello del bronzo 
lo Hauser che la misurò sul calco, è di 0.62 m.; secondo Chigi possa essere lavorato addirittura con l’aiuto di 
la misura aggiunta nella fotografia Giraudon, la fan- calchi delle rispettive parti del marmo Borghese: ma 
ciulla del tipo 40 è alta 0.60, mentre la Samaritana la fotografia del rilievo di Parigi non basta a verificare 
del bronzo ha 0.57 di altezza con una sporgenza mas- tale congettura. 
sima del rilievo (alla coscia destra) di 0.07. ® L. c., pag. 325. 





vesta » 


PIPE GAMES RENANIA ARRE nn 





pur 


CAMMEO NEL MUSEO IMPERIALE DI VIENNA 


UN AFFRESCO IGNOTO DI TIBERIO D'ASSISI 


ASTEL RITALDI è un piccolo comune a N.N.E. di Spoleto, 
in cima a un colle alto sul piano spoletano poco più 
di cento metri. Intorno al castello, che ha le mura 
esterne e le torri ancora intatte, si aggruppano case 
e casupole costruite dalla metà del secolo xv in giù: 
la solita formazione di tutti i borghi di questa Umbria 

| centrale. Sopra un altro gibbo della stessa collina, verso. 

| oriente, è la villa del vescovo di Spoleto. 
Entrando nel castello per la porta maggiore, si ha 
| subito a destra il portichetto basso della chiesa, ora 
parrocchiale. L’orientazione della chiesa fu mutata in- 
tieramente, certo prima che al principio del secolo XVI 
Tiberio di Diotallevi d’Assisi vi dipingesse la cappella, 
i | che ora descriveremo. Le notizie su questa chiesa sono 
int | pochissime. Dai libri di Sacra visita del vescovo La- 
scaris risulta che essa fu dedicata a Santa Marina Monaco (s:c), che fu tenuta dai Bene- 
dettini, i quali abitarono l’annesso convento fino all’anno 1321; che nello stesso anno fu 

. data agli Eremitani di Sant'Agostino; che nel 1715 vi era ancora chorus post altare majus 

stylo Gothico et eleganti constructus, ora scomparso. Dal parroco attuale ho saputo che nel- 

l’anno 1818 i frati abbandonarono questa chiesa, e che nel 1828 vi fu trasferita la sede 
parrocchiale dalla prossima Pieve. ! L'archivio parrocchiale è disperso, come quello comunale. 

Tre mesi fa Ja Confraternita del Sacramento cominciò nella chiesa e precisamente nella 
tribuna alcuni restauri vandalici, senza che in nessun modo ne fosse avvertito l’ Ufficio 
regionale per la conservazione dei monumenti. Spostati i due altari in legno ai lati del 

maggiore, furono scoperti due piccoli vani oscuri, residuo degli antichi coretti, ripieni a 

sacco di pietre e di sassi mal cementati. Avvertito dalla cortesia del sindaco locale, andai 

nell'antica chiesa contaminata da due nuovi immensi archi e da due incipienti povere 
colonne in mattoni, e in quei due piccoli vani distinsi, fra le pietre e le ragnatele, sopra 

un segmento del piccolo emiciclo delle cappelline colmate, residui d’affreschi grossolani e 
tardivi in quella di sinistra, nobilissimi e perugineschi in quella di destra. Il solerte ispet- 

tore governativo che è a Spoleto, signor Giuseppe Sordini, venne, chiamato in fretta da me, 

e invitò il parroco a desistere dai lavori di demolizione e avvertì telegraficamente 1’ Ufficio 

di Perugia. Indugiando quell’ Ufficio a rispondere, il parroco fece proseguire l’opera, però 

con prudenza maggiore, così che fu vuotata tutta la cappella destra, e furono posti alla luce 

i seguenti affreschi studiati da me il giorno dopo, cinque luglio. 

















1! Questa Piere a meno d’un chilometro dal castello marmoree dell’epoca e due iscrizioni sepolcrali romane. 
è su l’arco del portale datata 1141, ha ornati e figure Non è ancora monumento nazionale. 





UN AFFRESCO IGNOTO DI TIBERIO D'ASSISI 258 


La cappelletta semicircolare è tutta dipinta; su l’esterno dovevano essere ornati e scritte, 
ma nella distruzione recente sono scomparsi. Nella fascia che gira sotto il catino sono due 
linee di iscrizioni: una grigia più bassa contenente antifone in nero è illeggibile, meno che 
in queste parole: PROTECTOR ASPICE.... NOS...; una più alta turchina, ormai inverdita, 
diceva in caratteri d’oro il nome del committente e del pittore. Dopo molta attenzione riesco 
a decifrare queste sole lettere nel mezzo... B... C... A.D. M..., e più lontano verso lo 
stipite, nitidamente: TIBERIUS . DE . A. Qui termina l’emiciclo e su l’esterno la fascia non 
porta in un pezzo di intonaco malfermo che un N. Ricompongo con facilità quest’ ultima 
parte della scritta così: Tiberius de Asisio pinxit.' 

Nell’alto, dunque, della cappella, chiuso nell’ellissi turchiniccia, limitata dalle tre linee 
rosea, bianca e verde, è ]’ Eterno benedicente, seduto su le nubi; ha nella sinistra il globo. 
Il manto è violaceo, la tunica azzurrastra, ‘a pieghe larghe, un po’ gonfie su Je spalle e su 
le ginocchia, improvvisamente angolose presso i piedi. Raggi d’oro lineari dardeggiano rari 
da dietro l’ Eterno, non passano l’ellissi. Nove serafini asbmati con le ali incrociate poli- 
crome s’affacciano nella mandorla; altri tre da ogni lato appaiono sul fondo celeste dei due 
residui triangoli curvilinei del catino. Due angeli volanti uno a destra l’altro a sinistra, a 
mani giunte, con un piede sopra una nuvola, mostrano — come l'Eterno — una somiglianza 
precisa con l’affresco di Tiberio, che è a San Fortunato sotto Montefalco, nella cappella del 
chiostro. Appena qualche lieve modificazione apparisce nel colore delle vesti e delle ali. Il 
volto hanno un po’ chino verso terra, non vòlto al Padre, come si addice a messaggeri pronti 
a discendere. Il loro passo è più lungo e più slanciato che nei simili angeli degli altri pe- 
rugineschi, la caviglia sottile ed elegantissima, le pieghe della veste, che è ripresa con due 
cinture sul ventre, graziosamente, sono angolose, come di stoffe sericee. 

Nella parete, sotto la fascia nominativa e la scritta delle antifone, le quali abbiamo 
dette più su, divisi da pilastri dipinti e ornati di candeliere, sono tre quadri. Primo a destra 
è San Silvestro tutto ridipinto, forse in due volte, chè il viso mostra un paziente meticoloso 
pennelleggiare, imitato con diligenza su quello di Tiberio e il triregno mostra un tratto e 
un colore più grossolano della stessa mano la quale ha rifatto le candeliere nei pilastri 
intermedi; presso il santo mago è il drago che egli uccise nel suo ritiro del Soratte. Nel 
centro è Santa Caterina, dall’ umidità così guasta che quasi è invisibile; ha la palma verde 
nella destra alzata sul petto, la sinistra è poggiata su la ruota del suo martirio; il manto 
è turchino a risvolti gialli, in mezzo alla tunica è la cintura col nodo a tenaglia; dietro 
è un'ombra di paese montuoso e due alberelli sottili, uno per lato; il resto si perde in una 
nebbia, ormai. 

Ma il terzo quadro, a sinistra, è la parte più bella e più conservata di tutto l’affresco. 
Un angelo custode senza ali, in una veste leggera color di viola pallida, va in un paesaggio 
piano verdino, e alla sua veste si attacca con Ja sinistra, in atto di rifugiarsi, un bambino 
appena coperto da una tunica bianca sottile. L'angelo sì regge con la destra il lungo manto 
e con la sinistra porta innanzi un libro gemmato. La figura dell'angelo, intatta, è certo la 
più perfetta fra quelle di Tiberio che mi son note: e ormai credo conoscerle tutte. Il viso 
è vòlto al riguardante, ha occhi scuri, distanti, grandi, sotto le sopracciglia sottili ed alte. 
Vivificando delicatamente quello swuardo fuor dalla polvere calcinosa, esso appare profondo, 
suasivo, benigno, emana un sentimento raro negli angeli di Tiberio, che per lo più hanno 
un puro valore ornamentale. Le pieghe della vesta sottili come di velo, mostrano il nudo 
limpidamente e accompagnano l'andare, scendendo folte e dirette da destra a sinistra. Le 
maniche gialle hanno le ombre rosee. Nelle carni, quest’angelo non mostra quella prepara- 
zione turchina dell’affresco che è un caratterisma dell’Assisiate. Il bambino, invece, dal viso 


' ‘Tiberio firma costantemente così. Nella cappella tunato (1512) presso Montefalco, a San Martino presso 
delle Rose (1516) a Santa Maria degli Angeli sotto As- Trevi, e altrove. 
sisi, in San Francesco (1510) di Montefalco, a San For- 


dBA UGO OJETTI 


dolce e timido (al collo ha una collana stretta di perle nere), è disegnato male, le gambe 
sembrano gonfie, le caviglie sono goffamente grasse. Dietro a lui, sul margine del quadro, 
incombono due rupi alte, verdi e rosee, alle quali si sovrappone un’altra roccia, a mo’ di 
un dolmen celtico. E l’angelo e il bambino hanno i piedi ornati di cinture rosse, senza 
sandali, le quali, passando fra il mignolo e l’anulare e fra l'indice e il pollice, vanno a 
cingere il collo strettamente. 

Nell'insieme questa cappella del Tiberio, se non vi fosse questo terzo quadro, nulla 
presenterebbe di originale. Anzi credo che tutta la volta sia fatta precisamente sui cartoni 
dell'altra cappelletta a San Fortunato di Montefalco, nella quale sono anche alcune scene 
della vita di San Francesco ripetute poi identicamente alla cappella delle Rose sotto Assisi. ! 
Essendo gli affreschi di San Fortunato datati 1512, ed essendo quel convento distante pochi 
chilometri da Castel Ritaldi, si potrebbe anche con questo confronto stabilire la data della 
cappella ora scoperta da me. 

La quale, essendo stata il 16 di luglio visitata dal commendator Sacconi, direttore del- 
l’ Ufficio regionale, sarà per suo ordine lavata e conservata come e dove ora è. 


UGO OJETTI. 


! Ancora il catalogo più completo delle opere firmate sue Storie di Assisi (Assisi, tip. Sensi, 1875, libro V, 
e attribuite a Tiberio è quello dato dal Cristofani nelle pag. 203). 


IL PALAZZO SOLIANO 0 DE' PAPI IN ORVIETO 


L palazzo detto Solzano, o dei papi, in Orvieto, è non sola- 
mente opera pregiata di architettura medievale, ma illustre 
monumento istorico per le sue origini medesime. Esso ri- 
chiama alla mente il periodo glorioso dei nostri Comuni, 
în cui siano mat progredite più a un tratto e insieme tutte 
le colture. Sorto al tempo stesso che la mole del meravi- 
glioso duomo sorgeva dalle sue basi, ne fiancheggia il 
lato meridionale, come appendice necessaria ad una basi- 
lica. Il suo carattere, severo e massiccio, quasi una rocca, 
col color lionato delle sue vecchie mura, fa bel contrasto 
al monumento, gaio e sereno, tutto sfolgorante d’oro e 
di colori, della cattedrale. Da un lato campeggia la quieta 
e trionfante armonia del sentimento religioso, dall’altro 
risalta la forte natura dei tempi, pieni di lotte e di pe- 
ricoli. Questo palazzo riepiloga la storia civile del libero 
Comune nel secolo XIII, e s' impronta della storia dei papi, 

che di frequente ripararono dentro le forti mura dell'antica città. È l’unico monumento 

rimasto a ricordare l’utlicio che Orvieto rese alla Chiesa e all’Italia prima che un papa di 

nazione francese pensasse al trasferimento della Sede in Avignone, donde la decadenza del 

papato e dei floridi Comuni italiani, non ultimo dei quali Orvieto. Incompiuto e rimasto 

vg a poco nelle stesse condizioni in cui fu lasciato nei primi dieci anni del secolo XIV, 

esso è la viva immagine dei tempi suoi, e meritava veramente di essere riparato e compiuto. 

Ma per discorrere più precisamente delle sue origini, dobbiamo dire anzitutto ch’esso 

è attribuito specialmente al pontefice Bonifacio VIII, il cui nome, come dice il chiarissimo 

scrittore della storia sua, l’ab. Tosti, se geme al peso di un grandissimo vitupero în molti 

libri, è però nelle cronache orvietane noverato fra i più benemeriti della città, e rifulge 

di belle opere. 

Qui è necessario riandare un periodo della storia cittadina. 





$ 1. Fra le terre che costituivano la repubblica di Orvieto, nel medio evo, entravano, 
per diritti di conquista e di libera dedizione, Acquapendente, Bolsena, le Grotte, Castro, 
San Lorenzo, Gradoli e Latera, tutte comprese nella valle del lago di Bolsena. Ma fino dai 
tempi di papa Clemente III, essendo rettore del patrimonio di San Pietro Guido De Pileo, questi 
solleticò l'interesse di quelle popolazioni, proponendo loro di sottoporsi al dominio intiero 
della Chiesa. Di che gli Orvietani turbatisi, mossero querele al papa ed ai successori di 
Clemente, a Nicola III, a Martino IV, a Onorio IV e a Nicola IV. Le cui proposte di con- 
ciliazione furono sempre respinte ugualmente dal Comune. Alla morte di Nicola IV, gli 


256 L. FUMI 


Orvietani, profittando della lunga assenza della Sede, allestito l’esercito, mossero ai danni 
della Valle del Lago ed in breve se la riconquistarono, riunendo tutti quei castelli al 
restante dominio. Giunsene la notizia ai cardinali che stavano nel conclave in Perugia, dai 
quali fu atfidato incarico di comporre la vertenza al cardinale Gaetani, che, fin d’allora, era 
Signore nella Curia e reputato l’ uomo più esperto, e al cardinale di Ostia e Velletri. Costoro, 
riuniti a convegno con ambasciatori del Comune, prima a Terni e poi in Assisi, per quanto 
si studiassero di dare una fine alle cose, non riuscirono ad un assetto che per la Chiesa 
fosse onorevole. Ritornarono in Perugia. Il Sacro Collegio diresse, con lettere, al potestà, 
al capitano e al Consiglio, due altri cardinali, l'uno l’arcivescovo Idrontino, e l’altro il vescovo 
Anitiense, per indurli a non fare ostilità contro la Valle del Lago, ma a porre la vertenza 
al giudizio della Santa Sede: minacciavano le pene spirituali e temporali. La risposta degli 
Orvietani non soddisfece. Allora il Sacro Collegio, con lettera dell’11 aprile 1294, ammonì il 
Comune di scomunica e di interdetto, comminò una multa di ventimila marche d’argento e 
lo privò d’ogni diritto che potesse spettargli sulle terre contrastate. Recò le lettere Pere- 
grino Proposto di Vangia, cappellano della Santa Sede. Ma gli Orvietani, disprezzando e 
ammonizione e minacce, continuarono nelle ostilità. ! 

In questo mezzo, assunto al pontificato quello stesso cardinale Caetani, di cui si è detto 
sopra, col nome di Bonifacio VIII, egli diede esecuzione al precetto dei cardinali, fulminò 
le scomuniche, impose la multa e assegnò al Comune un termine perentorio fino alla 
domenica detta Laetare Jerusalem, perchè un sindaco o procuratore idoneo comparisse alla 
sua presenza a fare atto di obbedienza, altrimenti avrebbe pubblicato bando di privazione 
di tutti i diritti di dominio posseduti entro i limiti della Chiesa e dell’ Impero, nella città, 
nello stato Aldobrandesco e nella Guiniccesca, sottoponendo Comune, potestà, capitano, 
città e cittadini a processo contro tutti i beni loro e le persone, colpiti nello spirituale e 
nel temporale. Esecutore di questi ordini fu il cardinale Giovanni, vescovo di Jesi: egli ne 
stese pubblici istrumenti, che furono riposti negli archivi pontificî. I termini prefissi passarono 
inutilmente. Si avvicinava intanto la solennità della Pasqua, e questo stato di cose si rendeva 
intollerabile. Ed ecco che, decorsa appena la domenica delle Palme, ambasciatori del Comune 
si recarono al papa per fare atto di obbedienza. Ma quando il papa manda come legato in 
Orvieto il cardinale Napoleone Orsini, diacono di Sant’Adriano, e chiede la restituzione delle 
terre, essi vi si rifiutano affatto, e lo costringono a partirsene. I fulmini della scomunica 
e dell’interdetto piombarono sulla città e nel contado. Il vescovo, i Frati Minori, i Premo- 
stratensi, i Benedettini, gli Agostiniani e tutti gli altri chierici ebbero ordine di lasciare 
la città e non più ritornare se, nell’ottava dell'Ascensione; il Comune non si fosse piegato a 
migliori consigli. Lasciarono soltanto quattro preti nella cattedrale per il Sacramento e per 
ministrare la penitenza ai moribondi, e alcuni laici a guardia dei luoghi religiosi. Contro 
i beni pubblici e privati fu pubblicato il bando; giudici, avvocati e notai furono privati 
del loro esercizio, e una lunga serie di persone, fra cui molti cavalieri di casa De’ Medici, 
Alberici, della Greca, degli Avultroni, della Terza, ed altri, messi sotto processo di ribellione, 
chiamarono a comparire in giudizio entro la festa de’ Ss. Pietro e Paolo. La sentenza porta 
la data di Roma sotto il dì dell'Ascensione del 1295. ? 

Un anno dopo, gli Orvietani erano ritornati nelle grazie del pontefiee: le terre della 
Valle del Lago restavano in Joro mani, ma come demanio ecclesiastico con capitoli speciali 
regolato. 

Bonifacio VIII mirava alla lega guelfa, e si studiava di attrarre a sè la forza potente 
dei Comuni. Orvieto, fra le città vicine a Roma, era la più forte e bella rocca della Chiesa: 
egli la graziò e ne fece la sua cittadella. È indubitato che quando a Roma si trattava 
l’accordo, il papa pose ìl patto che si fabbricasse un palazzo apostolico. Ed ecco che pub- 


! Tneiner, Codex diplomaticus dominii temporalis ? TuernEr, op. cit., T. I, pag. 322-327. 
S. Sedis, T. I, pag. 322. 


IL PALAZZO SOLIANO O DE’ PAPI IN ORVIETO 257 
blicando la bolla di assoluzione del dì 31 ottobre 1297 da Orvieto, ov’era venuto a passare 
una metà di quell’anno, si loda della prontezza degli Orvietani a sottoporsi ai suoi ordini 
e alle enormi spese che incontravano, per suo beneplacito, nell’edificazione del nuovo palazzo 
presso l’episcopio; palazzo (egli dice) che proseguivano senza interruzione, e per il quale egli 
eondonava i 40,000 fiorini d’oro da lui imposti per ammenda e compenso di spese fatte per 
la guardia e difesa dei castelli della Valle del Lago durante la guerra. 

Si deve dunque all'iniziativa, all’impulso e al concorso di papa Bonifacio VIII l'erezione 
della mole Soliana. Questo è bene notare per non cadere nelle contradizioni dei cronisti, 
i quali, mentre in un luogo non negano tutto questo, asseriscono in un altro il contrario, e 
dànno al palazzo origini più vetuste, che non sono attendibili. Noi dobbiamo porre in sodo, 
confortati alla luce dei documenti inediti del Comune, che quello rimonta al tempo stesso 
della prima costruzione della chiesa. La notizia è importante per l’arte e per la storia. 


$ 2. Determinato il tempo a cui appartiene il palazzo Soliano con le vicende storiche 
del Comune che gli furono occasione, seguiamone, coi documenti alla mano, la fabbrica. 

Essa dovette, sulle prime, avanzare rapidamente, com'era proprio dell’attività prodi- 
giosa del tempo, anche perchè gli Orvietani tenevano a mantenersi nella benevolenza del papa, 
a cui quell’opera sembra stesse molto a cuore. Niente essi trascuravano per meritarsi le 
grazie pontificie. Gli avevano innalzato due statue marmoree che posero sopra gli antemurali 
di porta Maggiore e della Pusterula: lo avevano acclamato capitano del popolo per due 
volte (e più tardi lo fecero anche potestà). Il papa gradiva quelle dimostrazioni, elargiva 
privilegi e doni all'Opera del duomo, l’arricchiva di beni, crogando a suo vantaggio le 
possessioni dell’abbazia Camaldolese di Santa Maria 2n S7/ra, decorava e beneficava varia- 
mente moltissimi cittadini. ! 

Ma, dopo pochi mesi dalla sua partenza da Orvieto, protratta fino al novembre 1297, 
si cominciò a notare la penuria del denaro. Ne fu fatto oggetto di discorso nel Consiglio 
del popolo. Ai 28 marzo 1298 propostosi il da farsi, varie opinioni si agitarono nel Consiglio 
per i mezzi da ritrovare più solleciti e acconci. Un Prudenzo Mainetti proponeva che, o si 
cavassero i denari dalle comunalie,? o dalla gabella; ad ogni modo il palazzo si compiesse 
(ifa quod palattum compleutur). Levatosi in piedi un maestro Andrea, muratore, disse che 
si dovesse radunare il gran Consiglio gencrale (come si faceva nei casi della massima 
importanza), e fatta in esso la stessa proposta, di provvedere, cioè, al modo di aver denari 
per l’opera del palazzo, non si permettesse al Consiglio di sciogliersi c partire dall’assemblea, 
finchè la via di aver denari non fosse rinvenuta. Matteo della Balda, altro consigliere, voleva 
che si «dicesse quanto sarebbe stato necessario ancora per quell’opera: che da qualunque 
ramo del tesoro pubblico il denaro si ritraesse, e a maestro Janni (che ne cera forse l’ar- 
chitetto, come un maestro Janni figura architetto di ponti e fabbriche nel secolo XI) si 
lesse quanto egli doveva avere, e si procurasse che il legname venisse trasportato da coloro 
cui spettava farlo. Ugolino Boccafurio consigliò di dare un taglio alla selva di Monte Rofeno, 
dove si potevano cavare cinquecento libbre di denari, cinquecento più si prendessero sulle comu- 
nalie, e con questo si andasse innanzi.: Aggiunse il consigliere Walfredo di Barto la sua 
parola che, cioè, comunque, le somme necessarie si trovassero. Il capitano del popolo fece 
il partito per alzata e seduta, e, all’unanimità, fu accettato che, per cura dei signori 
sette Consoli delle arti presidenti al popolo orvietano, si raccogliesse la somma sufficiente 
o dalle comunalie, o dalla gabella, o comunque e da qualunque altra parte. E, quindi, il 
dì appresso questi signori Sette, che avevano un Consiglio parziale di consoli loro proprio, 
posero subito lo stanziamento e l’ordine per il camarlingo del Comune. La proposta, accettata 


® Fuwr, Codice diplomatico della città di Orvieto. Fi- Orvieto (in Archivio storico italiano). 
renze 1884, e Statuti e Regesti dell'Opera del duomo di ? Si dicevano comunalie le rendite del Comune pro- 
Orvieto. Roma, 1891. — Gamurrini, Cronache antiche di venienti dai beni confiscati ai ghibellini. 


Archivio storico dell'Arte, fasc. II, Serie 2°, Anno IV. 3 


258 L. FUMI 








da uno dei consoli e messa a partito a medaglie nei bossoli rossi e neri, fu approvata alla 
unanimità da sessantatre: consoli. ! 

Da un decreto consolare del 20 marzo 1300 troviamo ordinato il pagamento di una certa 
somma, cioè fino a 25 libbre, a maestro Giovanni di Uguccione, ch'era creditore di spese 
per legnami e strade fatte per costruire il palazzo del papa. Non avendosi denari pronti, 
gli fu dato in compenso il materiale da lui richiesto delle rupi sottostanti alla città nella 
contrada detta di Santa Croce. * 

Nel Consiglio dei consoli del 3 febbraio 1301 ritornava di nuovo la proposta del denaro 





Fira, 1%. - PALAZZO SOLIANO PRIMA DEL RESTAURO 


necessario per attare e compiere il palazzo. Per consiglio di Cuiccio Lotti, sessantacinque con- 
soli furono contenti di rimandare l’ardua questione al Consiglio segreto, detto della credenza. 
Questo, adunatosi 1’11 febbraio, pubblicò il seguente decreto: Che, cioè, di tutto quello che 
si sarebbe ricavato dal dazio di dieci soldi per cento imposto al contado, pagati che fossero 
gli stipendi del capitano, del podestà e le opere della fonte e dell’acquedotto del Comune 
(che importavano in tutto settecento libbre), il residuo fosse destinato per il palazzo, a riattarlo 
e compirlo, e farvi le scale, e quanto era necessario anche per i giuochi che si sarebbero 
fatti alla prossima venuta del papa. Messer Faffuccio de’ Medici, Messer Nericola e Simone 
Monaldeschi e Messer Vanne della Greca ebbero l’ utficio di soprastanti al lavorìo delle scale, 


! Arch. del Com. di Orvieto, Rif. 1298, e. 15, 19. 2 Ivi, Rif. 1300-1302, c. 95, 148, 149, 151. 


dl Google 





— 


IL PALAZZO SOLIANO O DE’ PAPI IN ORVIETO 259 


che furono ordinate a cottimo; e per sorvegliare al muro del fondamento delle medesime e 


di ogni altra opera, fu nominato Berardino di Aldobrandino di Rinaldo Marini. Urgendo. 
apprestare i lavori, perchè si annunziava vicino l’arrivo del papa, fu presa altra delibera- 
zione il 17 febbraio dal Consiglio dei consoli; e tutto il retratto del dazio di dieci soldi per 
cento, imposto al contado, e i mille fiorini d’oro imposti alle terre che non pagavano dazi 
furono convertiti per lo stesso scopo. ! 

Intanto Bonifacio VIII, cui non si presentava, nelle vicende travagliate del suo pontificato, 
rifugio più sicuro di Orvieto, pensava a prepararvi tutti i vantaggi di una comoda residenza. 
Perchè, se anche il nuovo palazzo in poco tempo si fosse potuto compire, la singolarità della 


parete», 


a 
Ri 


hg 
hi 





oi oh, 
ì Na v 
> d P 
», re Lea ‘ 
È 
Ag 


Pai 
f, 4 L 
mita di 
SE 





La Ù 
"+ 
Mico i 


oca 
& a 





° 
gr 
. 
Ca 


For 
a, 
-— 


n} 
ela fd Lao 
e MATTEI 

v a 





i, . » SÉ ° ? % E 
È ” . n 
P. ‘ Mi da w 
Fà: Î 4 Ù 4 be 
f roi, 4 li ì da an pe NINE, 
3 AE È è 3 x 9° id Sa A NA Ai 
è Mii | 3° "rr I Te MIE 
\ ” . A » Ve n 
È : - È è P ami Di », A 1a "” 
ì già: Bac Ò MAI i 
» 1 dl 41 ®. 
RI "Li i pelo erat FI ” sad 
ea + c ni Ò Pa FRE: 
" Tre la — ANTO 
o" Pa RI he" Le 
"e . cl ar » - - 
. , o " - IR 
Ar Li "e er e . pt 
> x PEUITA, | 
; . FR È a 
- 
Ù Aida 
CM 3° è 
» | 
Y% 
Va 
{» 





Fre. 2%. - PALAZZO SOLIANO, PROGETTO ZAMPI 


sua costruzione lo destinava unicamente ai concistori e alle grandi radunanze della curia; e se 
per la persona del papa restava sempre il palazzo vescovile, dove poteva soggiornare, mancavano 
forse le stanze per i curiali e per il Sacro Collegio. Perciò egli, il 2 ottobre 1300, contrattò 
con il conte di Caserta, Pietro Caetani suo nipote, la cessione alla Chiesa Romana delle 
possessioni di lui in Orvieto, e cioè la gran torre nuova, i palazzi, Je case, le botteghe e la 
corte che si trovavano nella contrada della Santa Pace, fra piazza del Popolo e la via 
maggiore della città, e che erano già appartenuti a Ranieri della Terza e ai suoi consorti, 
nonchè di certi mulini, terre e vigne vicine al fiume Paglia nella contrada detta del Panta- 
none, dandogli per compenso il castello di Ninfa in feudo perpetuo. L’atto fu sottoscritto 
dal papa e da quattordici cardinali in Anagni. ® Il palazzo Caetani, già della Terza, poi 


! Arch. del Com. di Orvieto, Rif. 1300-1306, c. 95, * Arch. dell'Opera del duomo di Orvieto, Perg. ad an. 
148, 149, 151. I palazzi nominati della famiglia Della Terza ela torre 


TN AT aaa N = È 
Ii(1I|I/O0(}) [})\/ % 
ANALE LV @ 





260 L. FUMI 
della Chiesa Romana, è quello stesso che fu poi residenza del governatore e ora dei 
“Tribunali. 

Ma era quello il tempo della maggiore sciagura di Bonifacio. Sopraffatto dai Colonnisi 
e dai francesi di Filippo il Bello, lo insidiarono nella sua patria; presero la città di Anagni, 
invasero la casa, insultarono, minacciarono, batterono il vecchio pontefice di 86 anni. Lo 
tennero prigione tre giorni, finchè, liberato dal popolo sollevato contro l’eccesso, d’angosciu 
o di furore (soggiunge il Balbo) moriva fra pochi dì. 


Le sciagure e la fine di Bonifacio VIII accorarono gli Orvietani, che furono solleciti, 
ma invano, a mandare la loro cavalleria in aiuto. Con la morte di quel papa, mancò il 
grande protettore dei Guelfi, per cui le dissensioni, fattesi strada, portarono la debolezza del 
partito e la decadenza del Comune. 

L’opera del palazzo fu abbandonata. Nel 1307 si dovette ordinare un processo nella 
curia del potestà contro coloro che avrebbero dovuto acconciarlo, tanto per le finestre e 
per le porte, quanto per la copertura e ritrattatura del tetto, come anche per ritrovare i 
ferramenti e le masserizie, e, finalmente, contro tutti coloro che avessero dovuto dare lc 
. opere per il compimento e la riparazione. Questo fu ordinato agli 8 di settembre. Ai 12 no- 
vembre di quello stesso anno, imposta la lira per far froute a varie spese in mancanza del 
denaro in Comune, si riformò che una parte si spendesse anche per attare il palazzo 
del papa. ! 


$ 3. Abbandonato affatto dal Comune, ne prese cura l’Opera del duomo, servendosene 
per loggia degli operai (1330). Proseguì nel 1339 a murare nel palazzo, e poi, sotto la dire- 
zione del suo capomaestro Meo Nuti da Siena, nel 1347, in lavori presi a fare a cottimo da 
Pietro di Giacomo e da Lando Maccari. ? | 

Condussero il lavoro del tetto a cornici di quercia, a tavole d’oppio e costareccie di 
castagno, lavorandovi molti artefici anche in ferrature, come bolloni, grappe cd altri ferri, 
dal 1358 al 1359.* Lo compirono il giorno di Santa Croce di quest’ultimo anno. 

Dall’ anno 1479 al 1481 si spese nella copertura del palazzo grande della Fabbrica, 
come si comincia a chiamare il vecchio palazzo papale. + Cadeva un cosciale nel 1528 per 
essere rotto, e vi fu rinnovato.® 

Nelle memorie del 1361 è notato un incendio, a cagione del quale si lavorò un giorno 
ed' una notte a salvare le masserizie;* ma non si sa quali danni patisse il fabbricato. 

Le finestre non si pensò a chiuderle prima del 1398, e si chiusero per mezzo di spor- 
telloni di legno; ® ma non sembra che il lavoro proseguisse, perchè nel 1444 si sente lamen- 
tare il danno recato alle tarsie e alle ferramenta nei laboratorî dall’acqua che, per l’ impeto 
del vento, vi fluiva sopra.* Infatti, nel 1480 venivano chiuse alcune finestre con muro, * e 
nel 1493 finestre e porte sotto la loggia. !° 


sono ancora in piedi; furono residenza del Consiglio 
dei consoli nel medio ovo, poi «del governatore e ora 
dei Tribunali. La torre, detta prima la torre del l’apa 
e poi del Moro, rimase quasi intatta fino a che non vi 
fu posto, poco felicemente ai nostri tempi, l'orologio. 

! Arch. del Com. di Orvieto, Rif. 1300-1307, c. 51; 
1807-1309, c. 105. 

® Arch. dell'Opera del duomo di Orvieto, Cam. II 
e III. i 

® Arch. detto, Cam. V, passim. 

4 Arch. detto, Cam. 1479-1489. È da avvertire che 
dal 1433 al 1480 l'Opera si trovò impegnata nel lavoro 
di riparazione di una sala papale nel tetto e finestre: si 


i > | persia _ — Li ae 


tratta evidentemente della sala grande, già del papa, 
pui del vescovo (V. arch. detto, Rif. 1433, c. 156; 
1439, 1514; si veda anche un breve di Eugenio III in 
proposito, Rif. 1443-1448, c. 17/18, 21f, 264; 1414, 
e. 30f, 61, 756; 1445, 0. 148f; 1479, c. 5870, 598, 599, 
603; 1454, c. 321; 1455, c. 256, 259, Cam. 1479-1499. 

® Arch. dell'Opera del duomo, Rif. 1527-54, c. 40 t. 

€ Arch. detto, Cam. V, c. 378. 

* Arch. detto, Cam. XII. 

8 Arch. detto, Rif. 1444-1448, c. 806. 

® Arch, detto, Cam. 1479-1889. 

!'© Arch. detto, Cam. 1490-1498, 


IL PALAZZO SOLIANO O DE' PAPI IN ORVIETO 261 


Avvicinandosi papa Alessandro VI in Orvieto, il cardinale legato ordinò vari lavori di 
restauro e abbellimento alla città, e dispose il riparo delle scale del nostro palazzo per far 
salire comodamente il papa nella loggia. Da essa benedisse 12,000 persone il giorno 1° di- 
cembre 1493, dopo celebrato in duomo un solenne pontificale.! Proseguivasi il riparo alla 
loggia nel 1496, il cui piano superiore fu fabbricato in calcistruzzo. * 

Infino dai primi tempi l’ Opera si servì del palazzo ad uso di laboratorio della cattedrale. 
Vi si lavorava a segar legnami, * vi si operavano le tarsie del coro e le ferramenta. ‘ Sotto 


bari te”. 


si em 
A 
de APRI su 
Mv i 


si "3; "hai 

"i R N 

va 

» po [I] : 
0 ‘ 


z TI) 
n 





DANESI Roma 


Fis. 3°. - IL RESTAURO ALLO STATO PRESENTE 


la volta delle scale era stabilita la rivendita che si faceva del pane donato, giorno per giorno, 
a vantaggio dell’Opera,® e gli scalpellini vi conciavano le pietre come fanno anche oggi. ° 
Dalle memorie che abbiamo accennate si può desumere che il palazzo, sorto in pochi 
anni, dalla fine del secolo XIII ai primi del xIV, senza soffrire alterazioni, ebbe ripari e 
cure di conservazione fino a tutto il secolo XV. 
Prima di passare oltre nel ricordo storico, e toccare delle trasformazioni subite fra il 
secolo XVI e il XVII, accennerò alle sue condizioni avanti quest’ultimo tempo. 


! Arch. del Com., Rif. ad an. 1493-137. ‘ Arch. detto, Cam. 1443-1448, c. 30t. 
? Arch. dell'Opera del duomo, Cam. 1490-1498. ® Arch. detto, Cam. II, 1339, nov. 28. 
3 Arch. detto, Cam. JI, c. 1061. i € Arch. detto, Rif. 1527-1554, c. 3. 


Digitized by Google 


262 L. FUMI 


$ 4. Attiguo al palazzo antico dell’Episcopio, che per ingrandimenti fattivi da Ur- 
bano IV (1264) e vari pontefici nella loro dimora in Orvieto, si chiamò in parte papale, è 
fondato nell’area della piazza del duomo, sul fianco destro di esso, occupando una superficie 
di suolo di mq. 1074. Costruito a filari di tufo a cortina, a prima vista si presenta di tre 
piani, coi suoi tre ordini di finestre; cioè quelle di pianterreno, a forma di lunghe e strette 
feritoie, le trifore al primo piano e le finestrelle in alto. Ma veramente tutto l’edificio risulta 
del terreno e di un solo piano con doppio ordine di finestre aperte in un unico salone 
di mq. 657. S’illumina questo da soli tre lati; cioè dal lato del duomo e dal lato della via 
Soliana per dieci finestre successive per ogni lato, una delle quali più piccola a forma di 
loggia, senza davanzale; dal lato davanti, dalla finestra trifora e dalla porta allo stesso 
livello, e in alto, nel centro, da una finestra a tutta luce. La scala è addossata sul lato 
del Duomo in due branche interrotte da breve ripiano, che hanno riposo sulla spianata 
della loggia prospiciente nella piazza. Cotesta loggia, nel primo concetto dell’architetto, 
non vi era accolta; e quando s’innalzò il lato dell’edificio sulla piazza, non si pensava a 
legarlo con addentellati per la costruzione di essa. Per effetto della posteriore costruzione 
rimasero chiuse le finestre del pianterreno su quel lato, cadendo sulla loro apertura l’ ap- 
poggio del piano della volta. La loggia, dunque, fu aggiunta dopo un primo periodo di 
lavoro. Nè l’edifizio, com'è a noi pervenuto, può essere tutto intero il concetto di chi lo 
immaginava, destinandolo ad uso di palazzo apostolico. Un palazzo apostolico costituito di 
un solo salone? e per accedere al quale conviene uscire dalla residenza papale? Come non 
. immaginare fra i due edifici, avvicinati l’uno all’altro, un legame? Il palazzo papale si aveva 
già, e attiguo alla cattedrale e all’Episcopio, e in esso vari papi fecero residenza. Le nuove 
esigenze della corte pontificia richiedevano comodità maggiori e più vasta sede. Finalmente, 
si pensò ad ampliare il palazzo, tirando su un nuovo corpo di fabbricato al quale riunirlo. 
Facilmente anche s’immaginò la costruzione di un salone grandissimo, che avrebbe emu- 
lato la mole del Duomo, e di cui quel tanto che s’innalzò allora e che oggi rimane, non 
sarebbe se non la metà. Difatti, fra l’attuale palazzo Soliano e la sala grande d'entrata del- 
l’ Episcopio corre altrettanto spazio disponibile quanto ne sarebbe stato necessario per pro- 
seguire d’ un’altra giusta metà il Soliano. Il pianterreno, con la sua arcata maggiore inter- 
rotta in quel punto dove finisce l’edificio attuale, somministra l’indizio per quanto diciamo. 
La loggetta sulla via Soliana e sull’aperta campagna, che corrisponde a quell’arcata del piano 
sottoposto, richiama il paragone con la loggetta nel centro del palazzo ducale a Venezia. 

Ad ogni modo, basta osservare il lato del Soliano verso l’Episcopio per convincersi 
che bene doveva essere proseguito. Solamente questo lato non è costruito a filari a cor- 
tina, come sono murati gli altri lati, e fu chiuso posteriormente, quando, cioè, cambiata 
la sorte della curia romana in Italia, col trasferimento in Francia, Orvieto non poteva più 
offrire un asilo ai papi, epperò cessava l’opportunità di proseguire il fabbricato e collegarlo 
coll’ Episcopio. Finalmente si deve osservare che se Bonifacio VIII commutava i 40,000 fiorini 
d’oro dell’ammenda di guerra con un cquivalente che importava la costruzione del palazzo 
apostolico, non poteva contentarsi dell’edificio presente, ma dovette approvare una vasta mole, . 
che servisse di nobile residenza al pontefice, e desse adito a quanti sogliono prender parte 
nelle cerimonie della curia pontificia. 


Ma doveva venire il tempo delle disgrazie. Giostrandosi nella piazza del Duomo il palio 
il giorno 18 febbraio 1504, molte persone, a meglio vedere, erano salite in capo al palazzo 
stato appositamente scoperto di tegole e canali, i quali furono tirati tutti su due canti. A 
un tratto, per il peso di tutta quella gente, fracassò il tetto e insieme caddero più di novanta 
persone. ® 


! Diario di ser Tommaso di Silvestro, fasc. II, pag. 407. 


IL PALAZZO SOLIANO © DE' PAPI IN ORVIETO 263 








L'architettura gotica cominciava a dar giù e diventare una maledizione per tutti. Il 
nostro palazzo pareva una cosa inutile, un impiccio, un danno ai vicini. Chi lo voleva abbassato, 
chi lo voleva rimesso alla nuova foggia dell’arte, chi lo voleva spianato al suolo. I vicini, 
più che desiderare una trasformazione, volevano tolto affatto un colosso che aduggiava le 
loro case. 

Gili animi dei cittadini ondeggiavano incerti, tanto che il Consiglio generale, spinto 
dal vescovo Durante alla demolizione sotto il pretesto di minacciata rovina, se ne lavò le 


I) 





Ao 
ax 
Li 













"n 
I 
I x 
Pa 
rano oeon 


s 


































va 
eta pane 


sona 












| . vr 

” v 
2 à lx sia Fn ù vid 
| 20 x 

LI 

' È _ = 

id w Ml 
Rei s vi Di 











E Na » AL è) ì P : 
[ s Pie pos i r e | “ al è'ius area dr NALI ATTI pe nati bile v . #9 
È ) Le Mira ttt 4%, * 
E a "LC sd i” #3? 1 Pa DI | 
.x " . 4,3 y ro dr. ' det RL te ant avi iea) X 
A : 4 Ati "E AOI mn riv | " Pi , ; 
= } ) IL Bale tanbe a 74) Pal e” : i 
Lx y , (° | “o - >, id ,° N » 
Ò .) . da l'AA dre = — DES Rat Prini Ba -—-_- — A - ——,- DA , 
D. 4 Pa a 
z pei ° : : x n 
} » x o > * 
i ni 
"a > » 
rr. o, 
n v 
4 x 
Ne 
\ à tai E 
a | cu Yi Wi ri 


| SI si 





boccia ct det iii EE IO SE 


Fio. 4°. - DETTAGLIO DI FINESTRA DELL’EPISCOPIO (1264 ?) 


mani, rinunziando a tutti i suoi diritti in favore dell’Opera del duomo. Ma fece una riserva, 
che, cioè. se veramente l’Opera lo demolisse, dovesse limitarsi alla parte in pericolo, e nel 
caso che il Comune volesse acquistarlo per costruire palazzi ed edifizi pubblici, fosse tenuta 
a restituirglielo per quel prezzo che le piacesse. ! Sembra aver prevalso poi quest’ultimo 
partito, perchè dal 1540 al 1544 cessa l'Opera del duomo di averne cura, e invece se ne 
carica il Comune, assumendosene la spesa. Decreta in parte demolire, in parte riedificare. 
Mette soprastanti Guido e Tradito Marabottini, Bernardino Lattanzi e Francesco Aviamonzi. * 


! Arch. del Com. di Orvieto, Rif. 1535, 5 dicembre, ? Arch. detto, Rif. c. 683. 
c. 1631. 


264 L. FUMI 


Era architetto Meo di Giacomo Scalza. Il quale possiamo credere demolisse una buona parte 
dei muri alti per servire alle nuove costruzioni, intraprese anche coi tufi della cava della 
Fontana di San Manno. ! E così dovette demolire l’antica copertura, abbassare il muro di 
perimetro, e partire la gran sala in sette grandi ambienti, più la gabbia della scala, con 
elevare muri divisorî, uno longitudinale ed altri trasversali interrotti da aperture di porte 
e di camini. Chiuse il lato verso il vescovado, murando l’intera parete ad opera incerta, e 
non a cortina squadrata come le antiche al modo stesso della muratura delle pareti divi- 
sorie. Dagli strati sovrapposti del materiale messo in opera in quella parete si vede chia- 
ramente com’egli ‘nell’altezza del gran salone volesse ricavare tre piani abitabili; poichè 
anche le aperture vi si lasciarono a tre altezze diverse, cioè in tre piani. Nel pianterreno, per 
la necessità di sostegno ai muri superiori, aggiunse nuove costruzioni, in modo che venne 
alterata la distribuzione primitiva, riducendolo così da due gallerie, quasi navate, ad una 
confusa riunione di vani più o meno grandi a modo di Jlaberinto. 

È lecito credere che a queste innovazioni fosse fatto persuaso il Comune dal consiglio 
di papa Paolo III, che, nelle sue visite in Orvieto, propose vari altri lavori pubblici, parte 
dei quali furono anche eseguiti. Nè altrimenti si spiega come sulla fronte del palazzo si 
veda appeso lo stemma di lui in marmo, murato nel punto di termine dell’abbassamento. 
Le memorie dicono che il Comune ordinò questa dimostrazione di onore al papa nel 1543, 
commettendo il bel lavoro, per 22 fiorini, a Simone Mosca scultore fiorentino al servizio 
dell'Opera e del Comune. * 

Nel 1544 lo stemma era al posto, e veniva pagato il pittore Natio Nati con 27 giuli 
e 15 fiorini per prezzo di 367 fogli d’oro serviti per dorarlo. * 

Ma sia che al Comune gravassero le spese in cui si era ingolfato, o che ne perdesse 
di vista lo scopo, lasciò andare l’impresa non appena quasi cominciata, e tornò a scaricare 
il peso sull’Opera del duomo. Si trova quindi deliberato, ai 17 novembre 1550, di cederle 
il palazzone 0 vescovado vecchio (non si chiama più palazzo papale), a patto che si assumesse 
l'obbligo di coprirlo, e che se piacesse al Comune di rivendicarlo, questo avesse obbligo di 
rifondere le spese sostenute dall’Opera per coprire e finire la fabbrica. 4 Fino al 1552 non 
pare che questa deliberazione avesse avuto effetto, perchè il 14 febbraio di quell’anno il 
Comune dichiarava di venderlo ad un certo Alessandro Fascherii di Urbino, ordinava al- 
l'Opera di pagare 500 scudi in suo nome e faceva restituire alla stessa Opera tutti i mate- 
riali del palazzo prestati a diversi cittadini. ° 

Fatto sta che*pochi anni dopo, nel 1556, l'Opera spendeva per conto proprio nel pa- 
lazzo. Fu in quell’anno che si vide la maggior deturpazione del bell’edifizio, per effetto della 
copertura della loggia ® (fig. 1°). Al tetto non si provvide che molto tempo più tardi. De- 
cretata la spesa il 28 marzo 1564, non se ne distese la relativa locazione prima del 5 set- 
tembre 1568 e per ùna parte solamente, cioè per la prima stanza, chiamata la sala del 
palazzone. Il cornicione disegnato dall’architetto Ippolito Scalza, sul modello di quello del 
palazzo del Magistrato, fu pure messo in opera contemporaneamente, e insieme anche la 
copertura del muro di detta sala e la copertura di essa. * In memoria di questo importante 
periodo di ricostruzione, più che di conservazione, il camerlengo del tempo, Egidio Mancini, 
fece murare nella fronte verso il duomo una piccola targa di marmo col segno dell’Opera 
e l'anno MDLXX, fra le cui cifre si scorge lo stemma della sua casata che accampa il ra- 
strello e la mezza luna. Altro cottimo per la copertura e per il cornicione ha la data del 
24 settembre 1592. * 


! Arch. detto, Rif. 1550, luglio 80. ° Arch. detto, Rif. ad an., c. 457. 
* Arch. detto, Rif. ad an, c. 891. © Arch. dell'Opera del duomo, Cam. 1556, c.130, 131 £. 
* Arch. detto, Rif. ad «n., c. 916. ® Arch. detto, Rif. 1560-1571, c. 326. 


* Arch. detto, Rif. ad an., c. 34. 8 Arch. detto, ivi, c. 358. 


IL PALAZZO SOLIANO O DE' PAPI IN ORVIETO 265 

Dopo tutto questo, non so darmi ragione del deliberato del Consiglio ai 17 maggio 1618, 
col quale; lamentando l’abuso commesso per parte dell'Opera di lasciare atfisse e murate 
nel palazzone armi ed iscrizioni dell’ Opera stessa, « essendo chiara cosa che detto palazzone è 
di questo pubblico », ordina al Magistrato di farle rimuovere, ed in luogo di quelle porvi 
le armi della città. ! 

$ 5. L'architetto Paolo Zampi, invitato dal benemerito presidente dell'Opera del duomo a 
studiare il restauro del palazzo Soliano, col sussidio dei documenti degli archivi e con le 


sue" 
ea ante 




















ale, 
LI 
eo 








a_n 
Pa 
n° 
- bo 
° a 
n. 
za 
n° 
ng aa 
; T] 
} 
+ —-. 
= 
pt 


= 
li 
-" 








Pa” 
















- 
= 
” 






- 
n 
=" 
n 
dii. 








. 
nun 

n 
aura 






"A 


Lo 
- 
oa 







” 
LA 
ni 
ei 
n 
sc. ca 
n 
: i I] 
‘ bal 
L) 
® 
—- — 4 


a 
vi 













=> - -—— Pe <—d=-o 























= 
È x 
MSG 4 N K Pad 2 
e usa ta MERI: 
a ala As, na "04 
ue n ada , : 
PURE V 2 a Nene - 
. neo n aaa - a ea d 
| nato =» i a "ea: | 
+3 Li : ola REMO Pio: x ‘ 
TTT At“ 
Tec Meta” ae uao” ? 9, ì 


Ta Re; 
x Si À è, * À a 
pa, Vv Bi "Pa 
Lo °£ ur PARA . 


Leto 

i ti AZ }y 1%; pie ‘ à 
r P ; 4 o po (, LR: 
ARI 
TO 
A, sile > 
AE dd 
, ar P 


VM 
Uas 
4 n LT 


PE) 
"n PR 


— t4 
Did) 


"de 
"a é 
4 
“i 

A 
"aC 





Fia. 54. «- DETTAGLIO DI FINESTRA DEL PALAZZO DEL POPOLO 


(Secolo xu?). 


osservazioni che gli-suggeriva Ja sua esperienza, si fece, innanzi tutto, a studiare la questione 
delle opere aggiunte, e si propose di risolverla con la demolizione. «Si debbono — egli diceva — 
conservare i muri divisorî aggiunti nel secolo XVI, ovvero si consiglia di demolirli? Nel 
primo caso è facile il c6mpito dell’architetto, perchè in quei muri già si trovano i fori di 
passaggio dei travi maestri dei sotfitti, i quali, per 7mmedesimarsi nel genio del secolo che 
lo immaginava, dovrebbero essere ripartiti in grandi lacunari con rosoni, borchic ed altri 
ornati in rilievo. Ma come dar luce al piano di mezzo dei tre che si volevano ricavare nella 


! Arch. del Com. di Orvieto, Rif. ad an., c. 48. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. IV. 4 


Digitized by Google 


266 n: L. FUMI 


grande sala, senza variare la forma e le dimensioni delle magnifiche finestre bifore del 
secolo XIII, le quali dovrebbero essere egualmente lasciate per rispetto alla storia ed all’arte? 
Nel caso contrario, demolito quest'ammasso di muri che deturpano l’antica distribuzione 
interna, si avrebbe a rintracciare quanto all’architetto potrà servire di lume per ricostruire 
e compire l’edifizio, secondo il suo stile primitivo, e, per conseguenza, riaprire le antiche 
finestre dell'ordine superiore, studiare il cornicione e la merlatura di coronamento, nonchè 
l'armatura del tetto disposta a grandi incavallature lasciate in vista senza sotfitto, come 
sì vede praticato, nel maggior numero dei casi di copertura in altri edifizi di quello stile ». 

Su questo criterio venne totalmente basato lo studio del progetto, che, approvato dal 
Ministero, fu mandato ad effetto. E così si sono gettati a terra i muri divisorî interni per 
ridurre il piano superiore ad un salone unico, come lo avevano lasciato in antico. Si è 





Fia. 6°. - DETTAGLIO DI FINESTRA DEL SOLIANO (stemma Caetani) 


abbattuto tutto il corpo di fabbrica sull’antica loggia, riservando al secondo periodo di 
ripristino riaprire in pianterreno le grandi arcate sì interne che esterne; chiudere, invece, 
le aperture praticatevi successivamente, demolire i tramezzi che interrompono la lunghezza 
delle due gallerie, non essendovi alcun dubbio sulla primitiva distribuzione nei due piani 
del fabbricato. 

Quanto al tetto, è stato ripristinato ad incavallature semplici, con mensoloni sotto le 
estremità delle corde e con piccole mensole presso l’appoggio dei saettoni. Le corde, distanti 
da muro a muro m. 17.20, sono di larice, in due pezzi, con giuntura a metà, rafforzata da 
fascioni pure di larice inferiormente con staffoni e chiavarde che collegano tutto il sistema. 
La piccola armatura composta di accarecci e correnti di abete, si coprì di tavolato pure di 
abete su cui poggia il pianellato di embrici e tegole, secondo il sistema più usato in Orvieto 
fra il secolo XIII e il XIV. | | 

Lo Zampi per il cornicione e la merlatura di coronamento ha avuto minori sussidi da 
esempi locali, offrendogli appena qualche indicazione un avanzo rimasto nel palazzo del 
Popolo. | 


IL PALAZZO SOLIANO O DE' PAPI IN ORVIETO 267 


In proposito di questo.è da osservare con lui che la decorazione del palazzo del Po- 
polo (fig. 5%) è più ricca e studiata di quella del Soliano, malgrado che trovisi in ambedue 
perfetta corrispondenza dalla disposizione delle :1oro masse. Così la loggia esterna del primo 
si vede sostenuta da grandi arcate e piloni con parapetto sporgente dai pilastri, mediante 
tre ordini di archi concentrici che aggettano l’uno sull’altro. Eguale disposizione di loggia 
si ha nel palazzo Soliano. Però, a differenza dell’altro, le varie riseghe delle arcate terminano 
con un semplice orlo di tufo, mentre nel palazzo del Popolo si ha in essi doppio ordine di 
dentelli foggiati ad orlo ed altre fasce modinate, fra le quali ricchissima quella di finimento 
del parapetto. Ora, se in tutte le decorazioni esterne del palazzo del Popolo apparisce maggior 
leggiadria e grazia di profili di fronte a quelle del palazzo Sòliano, eguale induzione sarebbe 
a farsi per la decorazione di finimento, cioè cornicione e merlatura. Venne stabilito, pertanto, 
che il coronamento della mole Soliana avesse a somigliare, nella massa e nelle proporzioni 
generali, a quello del palazzo del Popolo. L’architetto studiò una cornice semplicissima di 
finimento senza dentelli ed un ordine di merli terminati in piano alla guelfa, facendo ricorrere 
una fascia piana di tufo fra la cornice e la merlatura per servire quasi di fregio fra quelle 
due parti essenzialissime che coronano il fabbricato. Come pure similmente a quel modello 
disegnò il parapetto della merlatura con sporgenza dal vivo di detta fascia, ma raccordato 
ad essa, con un semplice orlo, nello stesso modo in cui il parapetto della loggia o scalata 
nel palazzo Soliano è raccordato al vivo dei piloni delle grandi arcate (fig. 2*). Una pittura 
della prima metà del secolo xIV nella cappella del Corporale, dove è rappresentata la piazza 
del Duomo col palazzo Soliano merlato e con fascia, ha consigliato l’architetto ad adottare 
questo genere di costruzione di merlatura che è tutta caratteristica nelle fabbriche medievali 
di Orvieto. 

Ora che il ripristino si può dire, nelle sue parti principali, compiuto, è dato scorgere 
qui, come nei lavori del duomo, tutto il merito di aver proceduto con cautela e pazienza 
d’indagini e di raffronti prima di distruggere l’aggiunto e prima di porre mano a rifar di 
nuovo. 

In Orvieto, per impulso del comm. Carlo Franci, presidente dell’ Opera del duomo, non si 
è mai abbandonata questa pratica di indagini ogni volta che si dovette porre mano a lavori 
di restauro per monumenti che sarebbero condannati .a certa rovina se non si riparassero, 
o che a nulla servirebbero se non si compissero. 

Il palazzo Soliano, così conservato, dà occasione a riflettere ch’esso è l’ unico esempio 
rimasto in Orvieto di architettura gotico-italiana del periodo dal due al trecento. Mentre 
abbondano gli esempi dello stile lombardo in molte fabbriche sparse qua e là, ma sopratutto 
nella badia di San Severo e nel palazzo del Popolo, il Soliano non ha altri esempi più prossimi 
di raffronto che nell’ unica trifora del palazzo pontificio-episcopale attribuito al tempo di . 
Urbano IV (fig. 4°). 

Mettendo a confronto le tre finestre del più antico palazzo, quello del Popolo, del 
Pontificio-episcopale e del Soliano, si ha tracciata la via del trapasso dallo stile lombardo 
all’ogivo. Nel primo l’ampia finestra trifora a colonne binate contornata dalla larga scac- 
chiera ad arco tondo; nel secondo la stessa trifora a colonnelli semplici e fascia a scacchi, 
ma con arco a sesto acuto; nel terzo la trifora di più belle proporzioni, quantunque di 
decorazione più semplice. Non vi figura la grande fascia a quadretti; gli archi sono tutti 
a sesto acuto, senza rosa, a traforo nel campo del sesto, che è liscio con soli ornati a basso 
rilievo a modo di rose e stelle messe a capriccio. È notevole in una finestra sul lato di 
via Soliana, entro un angolo del sesto, lo stemma, a forma di piccolo triangolo, di casa 
Caetani, del pontefice Bonifacio VIII (fig. 6°). In tutte le finestre del Soliano il cordone degli 
stipiti è soppresso, e sostituitavi la mezza colonnina eguale alle due di centro, le quali, più 
alte e svelte delle altre, hanno pure la base e il capitello di forma e profilo più aggraziato 
ed ingentilito. È stato giustamente osservato dallo Zampi, il quale con tanta precisione parla 
dell’arte in Orvieto con quanto amore la studia e con eguale perizia la eseguisce, che come 


268 L. FUMI 
la finestra del palazzo del Popolo ricorda per la sua somiglianza quella del palazzo di 
Piacenza; così l’altra del Soliano fa riandare col pensiero a quelle del palazzo pubblico di 
Siena. Ad ogni modo, nelle finestre trifore di Orvieto ricorre in tutte la fascia al piano delle 
soglie, e quella continua negli interassi e negli archi al piano delle loro imposte, ambedue 
della stessa maniera e dello stesso stile. 

Mi sembra poi una caratteristica tutta propria delle costruzioni medioevali orvietane e 
anche di questo palazzo, meritevole di essere osservata, quella finestra a feritoia prolungata 
per tutto il pianterreno, che giova tanto a conferire gravità in un palazzo munito, e giu- 
stifica la corona di merli onde torreggia adesso il palazzo Soliano. Cotesta finestra a feritoia 
fu imitata ‘dall’architetto Partini e da lui per primo usata nella nuova ricostruzione del pa- 
lazzo Salimbeni, ora Monte dei Paschi in Siena. sa | 


L. FUMI. 


DI UNA TAVOLETTA DI LUCA SIGNORELLI 


DELLA PINACOTECA DI BRERA 


OPO un esame diligente della tavoletta della Galleria 
Oggioni nella Pinacoteca di Brera! mi sono indotto a 
crederla opera di Luca Signorelli. 

Alla descrizione ed analisi di questo dipinto voglio 
premettere un’osservazione diretta a coloro i quali, co- 
noscendo la tavola, fossero poco disposti ad ammettere 
pure la possibilità che si debba all’autore dei maravi- 
gliosi affreschi di Orvieto o di Monteoliveto, o della rap- 
presentanza mitologica del Museo berlinese. Il concetto 
che ci formiamo dell’artista davanti a quelle forti con- 
cezioni è così elevato che non stupirei sdegnasse alcuno 
di attribuire allo stesso artefice queste minuscole sto- 
riette di aspetto modesto, davanti alle quali il visitatore 
passa senza degnarle d’uno sguardo. 

E tanto meno posso far rimprovero ad altri di non 
aver considerato quanto meritava la predella della quale tratto, in quanto che io stesso mi 
ero già fermato molte volte a studiare le tavole del Crivelli e quella, che pure avevo a un 
palmo di distanza, non avevo guardato se non fugacemente. 

Ma la poca appariscenza, anzi un aspetto così modesto da parer povero, non giustificano 
una condanna sommaria della mia proposta. Per valutare le pitture di questa tavoletta 
bisogna tener conto del loro carattere: sono bozzetti tracciati forse senza neanche la prepara- 
zione di uno schizzo a penna o a matita; e l’artista si è fermato appena ottenuta una certa 
quale impronta di contorno e di rilievo. 

Un esempio di sommo artista che mi si affaccia alla mente, e sembrami si possa citare 
a proposito, è quello di una predella con scene di martirio, di Andrea del Sarto, nell’Acca- 
demia fiorentina. Dove la fattura non è più accarezzata che nel dipinto di Brera, sebbene 
le fivure siano molto più grandi; e se vi ha differenza, è nel colorito vivace e insieme 
armonioso del valentissimo Fiorentino. In siffatto genere di lavori, quell’arrestarsi che fa il 
pittore, quando un profano crederebbe che l’opera fosse a mezzo, è una delle ingegnosità 
dell’arte, la quale, come non si osserva nelle opere ili primitiva, così nel tirocinio 
dell’ artista è indizio di maturità. 

Ora, considerate sotto codesto aspetto, le piccole scene di martirio della nostra predella 
rivelano un artista provetto; un disegnatore per il quale la rappresentazione del corpo umano, 





! È quella segnata col n. 11 e coll’indicazione di pag. 30, il soggetto è così designato: « Gli episodi del 
«Scuola toscana ». Nel diligente catalogo della R. Pi- martirio di Santa Caterina ». 
nacoteca di Milano (palazzo Brera), Milano, Civelli, 1892, 


270 PAOLO FONTANA 


nei più svariati e difficili atteggiamenti, pare un gioco, e che sa con pochi segni esprimere 
il movimento e gli affetti; un compositore di prim'ordine. Giacchè, oltre alla bravura del 
dipingere, sì deve riconoscere in queste piccole storie quella maggiore del comporre. Il 
Cortonese, come tutti sanno, non atteggia mai a caso una figura; nei suoi dipinti ognuno 
dei personaggi non soltanto prende una viva parte al dramma, ma è atteggiato convenien- 
temente per contribuire all'unità di un gruppo, come ogni gruppo è coordinato all’unità 
di tutta la composizione; e per il Signorelli, come per tutti i grandi artisti del Rinascimento, 
uno dei principî fondamentali del comporre è che le figure formino nell'insieme una figura 
geometrica. Questo principio, chi ben osservi, è seguìto nella nostra tavola: in essa ogni 
personaggio partecipa al dramma; ma, d'altra parte, deve, con naturalezza che nasconda l’ar- 
tifizio, essere un elemento del concetto geometrico della composizione. 

Il dramma è espresso con tratti sicuri e vivaci; gli atteggiamenti delle figure sono 
pronti, energici, non enfatici; in tutte le scene vibra un carattere, uno stile. 

Considerate le dimensioni della tavola, alta tredici centimetri, il pittore ha introdotto 
un numero ristretto di personaggi, evitando così l'ingombro, la confusione; ma ha saputo 
riempire convenientemente lo spazio assegnato a ciascun episodio, senza cadere nel vuoto. 
Nel martirio della ruota, dove il soggetto stesso richiedeva un gruppo più denso di figure, 
si veda come abbia dato vita e verità, pur mantenendo chiarezza ed equilibrio. Un fuoco 
celeste manda in frantumi lo strumento del martirio, spargendo la morte fra i pagani. La 
maggior parte sono stesi a terra nelle più varie attitudini; eppure ciascuna figuretta è così 
vera di espressione e giusta di disegno, che più non si richiederebbe in un quadro grande. 
Dove mi par notevole, in ispecial modo, quel giovane caduto supino con la testa sul dinanzi; 
col corpo rappresentato di scorcio magistralmente; e la testa, nella sua piccolezza, ha rilievo 
ed espressione. 

Un'altra scena degna di osservazione è quella dove si vede la Santa nuda percossa a 
verghe da nudi manigoldi. Se c’è tema difficile a trattare, senza cadere in esagerazioni e 
nel ridicolo, è certo questo; e l’artista aveva poi da superare le ditficoltà del dipingere, in 
attitudini vivaci i tre nudi degli uomini. Si veda adunque quanto sarebbe irragionevole il 
far poco conto di un’opera di effetto poco vistoso, la quale però, esaminata con attenzione, 
dimostra tanto valore in chi la eseguì. Ma io voglio provare, inoltre, che la eseguì Luca 
Signorelli. 

Se ho studiato, forse più attentamente di molti altri, questa pittura, è derivato da ciò 
che il gruppo di persone colpite dai frantumi della ruota mi ha rammentato un gruppo di 
dannati negli affreschi di Orvieto (vedi fig. I). ! Fatto il confronto con la fotografia, trovo che 
l'analogia materiale è minore di quel che credevo; ma le differenze sono di tal natura che 
non diminuiscono punto la probabilità che il Signorelli sia autore del quadretto, ed accre- 
scono anzi l'interesse di questi leggeri schizzi. 

Il concetto dei due gruppi è, nella sostanza, uguale: tanto i colpiti dalla voce tremenda 
di Cristo giudice, quanto i colpiti dai frantumi della ruota, parte sono già prostrati, esanimi, 
parte non ancora caduti dimostrano, con la loro attitudine, o il terrore dal quale sono invasi, 
o la violenza della percossa. E non vi è analogia solamente nel concetto, che potrebbe 
presentarsi a più artisti; l'analogia più stretta è nel modo particolare in cui è rappresentato 
il gruppo e le singole figure che lo compongono. Il giovane che sta in piedi e guarda in 
alto verso il Cristo in un atteggiamento di disperazione ha il suo corrispondente nella figura 
del giovane che sta per arrovesciarsi all'indietro sugli altri già prostesi. Se qualche diversità 
si scorge, ha la sua ragione nella diversità dei sentimenti dei personaggi rappresentati. 
Nel Giudizio finale l’atteggiamento della figura, e specialmente delle braccia, indica il terrore 
per l’irrimediabile sorte; nella storia del martirio è un giovane corpo colpito improvvisa- 


! Questo gruppo è riprodotto in contorno nel terzo volume della New history of painting in Italy dei signori 
Crowe e Cavalcaselle. 


DI UNA TAVOLETTA DI LUCA SIGNORELLI o 271 


mente a morte che barcolla e cade. Un poco più lontano un altro è colpito nella schiena, 
e cadrà bocconi; esso richiama la figura del dannato che, all’annunzio fatale, si curva, e 
chiudendo con le palme gli orecchi vorrebbe non sentire la terribile voce di eterna 
dannazione. 


* 
* * 
Un’analogia assai stretta anche materialmente si deve concedere per quello dei caduti 
che ha la testa sul dinanzi, sebbene il corpo scorti assai di più a Orvieto. 
Un'altra delle storiette (vedi fig. II) è conforme ad un gruppo che avevo comodità di con- 


frontare nell’originale della stessa pinacoteca. Uno sguardo alla Flagellazione di Cristo, quadro 
piccolo ma di valore inestimabile, basta a far vedere l’analogia, la quale meglio si palesa a 





chi esamini partitamente. S'immaginino soppresse tutte le altre figure all’infuori dei fiagel- 
latori, e si vedrà alla sinistra del Cristo uno che sta per colpire con grande violenza in 
un’attitudine del tutto identica alla figura corrispondente della predella; sebbene qua sia 
rappresentato di faccia, là volga le spalle. E non minore è l’analogia peri due che stanno 
a destra sì nell’un dipinto che nell’altro. 

Ulteriori confronti si potrebbero fare per le altre storie; ma sarebbe, mi pare, superfluo; 
bastando le corrispondenze notate a convincere anche il più meticoloso che c’è una stretta 
parentela fra il gradino della collezione Oggioni e le opere più autentiche del Signorelli. 
Rimane da vedere se si debba credere che il Signorelli stesso dipingesse le piccole com- 
posizioni, o non siano da attribuirsi ad un imitatore. | 

In favore della prima ipotesi e contro l’altra, osservo che le innegabili analogie riscon- 
trate non sono tali da far pensare ad un imitatore, il quale non si sarebbe mantenuto così 
libero; mentre s'intende assai bene che un artista il quale aveva già disegnato una compo- 
sizione con grande diligenza, volendo poi’ tracciare con pochi tocchi di pennello alcune 
storiette, ritornasse, pur senza aver dinanzi quella composizione, ai motivi usati in essa. 
Il che sarebbe in perfetto accordo con la data della predella, la quale, dal seguito della 
mia esposizione, risulterà posteriore a quella di tutte le migliori opere di Luca. 


272 PAOLO FONTANA 


Esaminati con diligenza, quelle figure e quei gruppi appariscono opera della stessa mano 
che i dipinti maggiori; nè vi si scorge lo stento o l’esagerazione che sarebbero da aspettarsi 
da un imitatore. E accresce più probabilità alla mia congettura il riscontro di molte parti- 
colarità materiali. In tutte lv opere di Luca si osserva, come nota distintiva, che le artico- 
lazioni del gomito, delle ginocchia, delle falangi, sono esageratamente lumeggiate in modo 
che riescono troppo accentuate e taglienti, e qualche volta assai sgradevoli. Questo tratto 
abituale si scorge nelle figure della predella nonostante la loro piccolezza; ed oltre a questo 
anche la predilezione di certi atteegiamenti delle braccia e delle mani (la palma appoggiata 
sul fianco, il braccio steso innanzi con la mano ripiegata ad angolo retto e le dita ripiegate, 
alla loro volta, con modo un po’ forzato). 

Si aggiunga la predilezione delle figure nude che il Signorelli ha comune col Buonarroti in 
modo da farle entrare con molto ardimento anche in scene dove meno sembrerebbero adatte. 
Così nella Galleria degli Utfizi e l'uno e l’altro ha una Sacra Famiglia con uomini ignudi nel 
fondo, ed a Brera sono nudi i tlagellatori sì nel quadro della sala V, che nella predella di 
cui trattiamo. Esso però, a differenza di Michelangelo, nelle rappresentanze sacre cinge attorno 
ai fianchi una fascia quando il nudo si presenta di faccia. Ed ugualmente da confrontarsi 
con le più autentiche opere del Signorelli sono le vesti, specialmente quelle agitate e svo- 
lazzanti della Santa nel primo episodio e dell’angelo che scende a salvarla dalle acque. 

Ritengo per fermo che un confronto della nostra tavoletta non più con le grandi com- 
posizioni, ma con qualcun’altra delle predelle esistenti dello stesso pittore, BIONGIEODE: a 
render più sicura la mia attribuzione. 

L'unica di siffatte pitture che abbia chiaramente dinanzi alla memoria è quella del- 
l'Accademia fiorentina con storie del Cristo, dipinte a forte e quasi brutale impasto di colore 
con poca cura di riuscire amabile. Le figure sono assai più grandi che a Brera. Ma non ho 
presenti le predelle della Pinacoteca di Perugia, e non ho vedute quelle di Umbertide, di 
Acervia, di Cortona (Castellani e coro della cattedrale), del Louvre. Qualche lume può dare 
il confronto con le storiette dipinte nella orlatura delle dalmatiche episcopali, specialmente 
nella grande tavola dell’Accademia fiorentina. Ma in siffatto confronto bisogna usare molta 
discrezione, tenendo sempre in mente la differenza grandissima che è fra un dipinto condotto 
con finitezza e uno schizzo di primo getto. Così sarebbe veramente fuori della giusta via 
chi pretendesse rigettare la mia proposta, perchè le storiette che si vedono nel fondo del 
quadro, la Flagellazione di G. C., sono ben-altrimenti condotte, sì per il disegno netto e 
scrupoloso e sì per la modellatura. 

Là, infatti, sono finti bassorilievi che il pittore vuol rendere e devono servir di fondo 
a. una composizione dipinta con la più grande cura. Sicchè per due ragioni non potevano 
avere la sprezzatura della tavoletta di Brera. ? 

E la stessa riserva si dovrebbe fare rispetto alla predella di Umbertide (la quale, per 
il tempo nel quale fu condotta, sarebbe la più conveniente a confrontarsi) qualora sia proprio 
esatto quello che leggo nell’utilissimo libro del signor Guardabassi — Indice-guida — dei 
monumenti esistenti nell’ Umbria (Perugia, 1872, pag. 355): « Questi quadretti sono tutto ciò 
che può vedersi di più finito ed aggraziato nei bozzetti del Signorelli! » 

Chi vorrà accertarsi della giustezza della mia congettura deve tener conto altresì dei 


! A questo tratto caratteristico pensava certamente 
il Morelli quando richiamava l’attenzione dello studioso 
sulla forma particolare della mano (auch bei Signorelli 
sind wie bei allen grossen Meistern, sowol die Form 
der Hand als die des Ohres sehr charakteristisch. Ivax 
Lermonierr, Die Galerien Borghese und Doria Panfili. 
Leipzig 1890, pag. 118). Ma non è soltanto propria 
della mano quella particolarità; è piuttosto un procedi- 


mento generale nel modo alquanto duro di modellare 
il nudo, e che qualche volta si palesa ancora nelle 
teste. Aggiungo che nella grande tavola del Genga a 
Brera il discepolo segue quel procedimento, come si 
può vedere specialmente in alcuna delle figure. 

? Si veda, invece, come sono schizzate sommaria- 
mente le figurette del fondo nel San Giovanni Battista 
a Città di Castello. 





Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc. IV. 


274 PAOLO FONTANA 


colori. Nella nostra predella, oltre il colore della carne, sono usati il verde cupo, il roseo, il rosso 
cinabro e un giallo rosso. Se non m’inganna la memoria, sono appunto i colori che costan- 
temente ricorrono nelle pitture del Signorelli, e caratteristico è l’ultimo, che, sebbene non 
sia veramente troppo gradevole, fu usato molto dall'artista. Qua sono con esso dipinti i 
cinque pilastrelli che dividono le scene e talune vesti. Il terreno e il fondo a montagna 
come l’acqua e il cielo sono dipinti con varie sfumature di uno stesso colore verdastro. 


* 
* %* 


Poichè io mi fui convinto che la predella della collezione Oggioni era opera del Signorelli, 
pensai se non fosse possibile identificarla con qualcuna delle opere rammentate dagli scrittori. 
E considerai perciò quali fossero i soggetti di quelle storie. Secondo il catalogo, sarebbero 
episodi del martirio di Santa Caterina, ma veramente la vergine alessandrina, così cara ai 
nostri vecchi artisti, non ha qua nessuna parte; essa, infatti, non fu gettata nel mare o in 
un lago con una macina al collo, come si vede in uno degli scompartimenti. Questo genere 
di martirio essendo, com'è noto, attribuito a Santa Cristina, ricorsi agli atti del costei martirio. 
Ora, la lettura di essi non lascia dubbio: tutte le storie sono consacrate alla glorificazione 
di Santa Cristina. La corrispondenza più perfetta è col Martirologio di Ado (sec. IX), ed è 
certo che alla sua narrazione si attenne l’artista perchè una almeno delle scene non trova 
riscontro negli altri atti riportati dai Bollandisti. ! 

Traduco le parole del Martirologio che si riferiscono alle nostre storie: La vergine 
Cristina, abbracciata la fede cristiana, spezzò e distribuì ai poveri gl’idoli d’oro del prefetto 
Urbano, * suo padre, il quale perciò la fece percuotere e straziare con verghe, e la gettò 
in carcere. | 

Fu poi legata ad una ruota, e mentre una fiammata ardeva sotto il corpo di lei, 
erale inoltre versato sopra olio bollente; ma la fiammata produsse uno scoppio che uccise 
infinito numero di pagani... Di poi, con un sasso di grande peso, fu gettata in mare, cioè 
nel lago di Bolsena, 5 e un angelo discese e la liberò. Dione, successore nel magistrato al 
padre, la tormentò con vari generi di supplizi, ma essa non cedette, e ottenne con le sue 
preghiere che la statua di Apollo, cui volevano che adorasse, d’ improvviso incendiasse... 

Il successore di Giuliano ricorse alla fornace ardente, e vi rimase la Santa cinque giorni 
senza offesa, e superò poi altre due prove atroci di martirio, dopo le quali fu, finalmente, 
uccisa a colpi di frecce. Questa narrazione comprende tutte le scene rappresentate nella 
predella. Nel primo compartimento la Santa, spezzata la testa all’idoto, ne fa dono ad un 
povero ignudo, che si avanza verso di lei e accoglie nelle mani una così ricca elemosina. 
Due donne sono uscite dalla casa dinanzi alla quale sorge la statua dell’ idolo, e prendono 
viva parte alla scena. Una è la madre; si conosce al suo gesto di disperato dolore al veder 
la profanazione della quale la giovinetta si è resa colpevole, presaga dell’ira tremenda del 
padre. Dànno segni di vivissima sorpresa anche le persone che formano gruppo a sinistra, 
una delle quali vorrebbe dissuadere il vecchio dall’accettare quel dono. La scena seguente 
illustra le parole: judente patre, verberibus dilaniata. Un magistrato, assistito da altri tre 
personaggi, è in atto di ordinare, e già i tre sgherri colpiscono spietatamente la vergine. Il 
martirio della ruota è quello che ha indotto altri nell’errore di credere si trattasse di Santa 
Caterina, e di riferire a lei tutte le rappresentanze. ‘* Il pittore si attiene strettamente alle 


! BoLLanp., Julius V, pag. 637 e seguenti. Qua la 3... in mare... id est in lacum Vulsinum (Glossa ?) 
narrazione dell’Ado non si trova che in sunto. Io ho 4 Nel martirio di Santa Caterina, come sì vede rap- 
avuto dinanzi: Martyrologium romanum, etc., una cum presentato generalmente, la Santa è inginocchiata in 
martyrologio Adonis, etc. Antverpiae, 1613, pag. 120. mezzo a due ruote dentate. Pure, secondo osserva il 


® O errore di amanuense o di stampa invece di Galloni nel suo libro De Ss. martyrum cruciatibus, do- 
Giuliano. vrebbe rappresentarsi legata sulla ruota stessa. 


DI UNA TAVOLETTA DI LUCA SIGNORELLI 275 


parole del Martirologio. Nel mezzo è la vergine legata alla ruota sotto la quale arde la 
fiamma; ma mentre un carnefice versa l’olio bollente ed un altro sta per girare la ruota, 
questa si è spezzata lanciando i frantumi con grande violenza contro i circostanti. Nel 
quarto compartimento si vede una barca con uomini che stanno per gettare nel lago la 
fanciulla, dal cui collo pende la macina da mulino. L'episodio del salvamento di Santa Cristina 
e il martirio della fornace sono riuniti, e formano pure un solo compartimento la scena 
in cui l’idolo s’incendia miracolosamente e l’ultimo degli arcieri che le toglieranno la vita. 

L’artista ha seguìto, come si vede, assai fedelmente il suo testo, e non può esser messo 
in dubbio che la nostra tavoletta comprenda solamente fatti del martirio di Santa Cristina. 
Passiamo dunque a vedere se vi sia memoria che il Signorelli dipingesse una predella tutta 
consacrata alla glorificazione di Santa. Cristina. 


* 
* * 


Il Vasari non rammenta mai Cristina; bensì due volte Caterina, le cui virtù erano 
celebrate in una predella andata perduta fin dal 1771. | 

Ma:.di una tavoletta ad uso di gradino con se? storie del martirio di Santa Cristina ci 
dà notizia la Guida di Ascoli del 1790 a pag. 72 e 79, informandoci che era passata sino 
dal 1787 in casa Odoardi di Ascoli. ! Presso quella famiglia le vide il Mariotti, e in un libro 
stampato l’anno dopo l'acquisto, dice che quelle pitture del Signorelli erano passate « nel 
magnifico appartamento della nobilissima casa Odoardi ». Aggiunge in nota: « Le pitture 
che'qui si accennano formavano la predella di una tavola che sta nella terra di Montone, 
a piè della quale si legge questa iscrizione: Egregium quod cernis opus magister Aloysius 
physicus ex Gallia et Thomasina eius uxor ex devotione suis sumptibus pon. curaverunt. 
Luca Signorello de Cortona pictore insigni formas inducente. Anno Domini MDXV ». ? 

Tolgo, inoltre, alle note dell’edizione Milanesi delle Vite che nel volume I del Giornale 
di erudizione artistica di Perugia, a pag. 10, fu pubblicato uno strumento del 20 settembre 1515, 
col quale si dice che maestro Luca Signorelli per i servizi ricevuti e per quelli che sperava 
di ricevere in futuro da maestro Luigi de Rutenis, medico francese abitatore di Montone, 
eli aveva dipinto gratuitamente una tavola per la cappella dedicata a Santa Cristina, da 
lui fabbricata a San Francesco di Montone, promettendo esso maestro Luigi di curare senza 
mercede Luca o altro della sua famiglia quando fossero malati. 

Non è impossibile che alla tavola, la quale doveva trovarsi in una chiesa di quel 
paesello, fosse tolta la predella per compiacere i siguori Odoardi, che si davano a racco- 
gliere opere di pittori illustri, da custodi un po’ troppo venali.* Chi ci dirà mai il primo 
passo, nella loro peregrinazione, di migliaia di capolavori di collezioni pubbliche e private? 
E come spiegare che una tavola con un’autentica iscrizione fosse così disprezzata da trattarla 
come un mobile fuori d’uso? In una cantina la trovò, infatti, nel 1826 l’avv. Giacomo 
Mancini di Città di Castello, il quale annunciò la scoperta nel Giornale arcadico di Roma 
di quell’anno. * Trascrivo parte della descrizione che fa al caso nostro: «...e dalla parte 
di San Nicolò una santa martire, di cui ignoro il nome, ma avente una macina da molino 
legata al collo con una cordicella, e nella mano destra una freccia che mostra alla Beata 
Vergine. Naturalmente saranno gli strumenti del di lei martirio. Queste due figure, ecc. » 

I commentatori del Vasari erano naturalmente più profondi in agiografia dell’avv. Mancini, 


! Mi sono dovuto contentare del cenno che dànno passate in case private per essere stata distrutta la 
i commentatori del Vasari, avendo cercato indarno detta cappella nella quale si trovavano. Bisognerebbe vedere 


Guida. se la cappella fu veramente distrutta. Non trovo nes- 
® Lettere pittoriche perugine, ecc., al signor Baldas- suna notizia nel diligentissimo lavoro del Guardabassi. 
sare Orsini. Perugia, 1788, pag. 274. ‘ Tomo XXX, 2° semestre, pag. 217. 


3 Si potrebbe pensare che tavola e predella fossero 


276 | PAOLO FONTANA 





e chiamarono quella Santa col suo vero nome Cristina, e inoltre rammentarono la tavola 
con le storiette di Santa Cristina di Ascoli come la predella della tavola. Ora il quadro è 
sempre a Città di Castello, e, a dispetto dell’iscrizione, non ha presso i critici quella grande 
venerazione che è professata unanimemente ai capolavori del Cortonese; e delle sei storiette 
di Santa Cristina che cosa è avvenuto? Il più recente dei commentatori del Vasari si esprime 
in modo da lasciar supporre si trovasse sempre in casa Odoardi; ma non così i signori 
Crowe e Cavalcaselle, i quali dicono: « The predella with six scenes from the life of 8. Cri- 
stina is not be found at present». ! 

Non credo che dopo d'allora quella scoperta sia stata annunziata: sarei più fortunato io? 
Nessuno di coloro che scrissero del Signorelli accennano a quadri dove fosse Santa Cristina, 
una Santa, del resto, assai meno popolare e glorificata dall’arte di quella Santa Caterina 
con la quale avrebbe avuto a comune parte dei tormenti. E si noti che le storie tutte della 
predella riferendosi a lei, è necessario supporre che l’altare stesso e la cappella, nella quale 
si trovava, fosse a lei dedicata; come è appunto il caso della predella di Ascoli la quale pro- 
veniva da una cappella dedicata a Santa Cristina. 

- Abbiamo veduto quanti punti di confronto si possano stabilire fra le opere del Signorelli 
e quella tavoletta. Non mancherebbe, mi pare, che un qualche argomento d’ordine più 
materiale, specialmente per coloro i quali ditfidano del discernimento dei critici d’arte, e 
vogliono prove palpabili. Orbene, nel caso nostro c'è anche questo genere di prova. 

Nella relazione succitata dell'avvocato Mancini è, per fortunata combinazione, fornita 
la misura della tavola: « È questa (tavola) alta palmi dodici romani e larga otto ». Il palmo 
romano corrispondendo, se non erro, a circa venticinque centimetri, otto palmi sarebbero 
metri due. Ora la predella ha due centimetri di più, quantità la quale, a non voler essere 
sofistici, si può chiamare trascurabile. Sicchè tutti gl’ indizi materiali (dimensione, numero dei 
compartimenti nei quali è divisa la tavola) di concetto e di stile si accordano a favore della 
mia congettura, in modo che mi par difficile si possa considerare avventata c insostenibile. 


* 
* * 


Che se le mie considerazioni cogliessero nel segno, e rimanesse stabilito che Ja predella 
di Brera fu dipinta dal Signorelli, l’inventario delle opere del grande Cortonese non rice- 
verebbe un'aggiunta molto ragguardevole, ma neppure tale da disprezzarsi del tutto. 

Se è giusto dare un gran peso a pochi segni gettati sulla carta, prima e sincera mani- 
festazione del pensiero pittorico, tanto più si dovrà avere in pregio una seric di bozzetti 
improvvisati dal grande maestro a settantaquattr’anni. 


PAOLO FONTANA. 


! A new history of painting in Italy. London, 1866, vol. III, pag. 26. 


I QUADRI ITALIANI NELLA GALLERIA DI STRASBURGO 


A Galleria di Strasburgo fu fondata recentemente come ap- 
pendice alla nuova Università imperiale. Essa è destinata 
a fornire alla cattedra della nuova scienza della storia 
dell’arte il materiale d’osservazione e di elaborazione 
nello stesso tempo. Giacchè dall’arte è sorta Ja scienza 
dell’arte, che già in parecchie Università di Germania 
possiede la sua cattedra, al suo corredo conveniente si 
richiede almeno un certo numero d’opere d’arte. E così 
oggidì ogni Università ha bisogno, oltre che della sua 
biblioteca e dei suoi laboratorî, anche della sua galleria 
di quadri. La nuova raccolta di Strasburgo, quindi, sod- 
disfa ad un bisogno diverso, ha un significato differente 

da quello delle Gallerie composte in tempi anteriori. Il 
suo scopo non è nè di porgere un sicuro luogo di conservazione alle opere antiche dell’arte 
antica indigena, nè di promuovere l’arte contemporanea per mezzo dell’esposizione pubblica 

di una scelta di capolavori destinati a servire di modelli impulsivi agli artisti viventi. 

E nemmeno debbono le opere quivi raccolte recare ai dilettanti un godimento, un piacere 

diretto. Esse vi sono collocate a pro dello studioso, destinate ad allargargli il campo della 

scienza, a insegnargli a stabilire delle verità nel regno del bello, a stimare il bello ideale 
fondato sulla verità. L’indagatore principiante deve raccogliere da esse cognizioni, e, nello 
stesso tempo, formare su esse il suo gusto, ammaestrarsi col loro aiuto per diventare cono- 
scitore. Se in ciò riesce, allora si può parlare di una scienza dell’arte, che, sorta dall'arte, 
riconduce di nuovo ad essa, promovendo il vero e il bello, e servendo perciò alla cultura 
generale. 

Per questo scopo si richiedono anzitutto dei quadri, e poi una determinata disciplina. 

I nostri occhi hanno bisogno della pratica per guardare le opere d’arte in modo critico, e per 

distinguerle secondo le loro qualità. Come il maestro di cappella deve formare il suo orecchio 

musicale, così fa d’uopo che l’erudito di cose d’arte ratfini in modo speciale le sue facoltà 
visuali. Egli deve imparare a vedere, deve divenire « virtuoso di Gallerie ». Se non riesce 
in questo intento, il suo rapporto coi quadri rimane simile a quello di un maestro di cappella 
sordo rispetto all’orchestra. E per raggiungere questo fine non saprebbero giovargli, da soli, 
nè i libri nè le lezioni. Egli deve provvedere ogni giorno per la sensibilità del suo occhio, 
deve averne cura speciale, esercitarlo finchè riesca ad appropriarsi tutto quanto esiste di meri- 
tevole di considerazione fra’ quadri, disegni, stampe — diciamo tutto il mondo del colore 

e della linea — e finchè sappia dominarlo. 

Alla domanda: « A che fine ci occupiamo della storia dell’arte? » la risposta adeguata 
sarebbe: « Per l’amor dell’arte, ed anche della storia »; e non già perchè ci si voglia fare 





278 de CARLO LOESER 


noi stessi pittori o scultori. Il primo nostro compito è: d’imparare a giudicare nelle cose 
d’arte con occhio d'artista. A ogni singolo oggetto d’arte dobbiamo domandare se esso può 
essere ricondotto a un artefice speciale, e poi dobbiamo fissare, in generale, il merito e il 
posto d’assegnarsi all’artista in questione. î 

Così vediamo trattarsi di una duplice critica: l’ una quella del conoscitore di condizione 
strettamente scientifica, per la quale ogni oggetto dell’arte avrebbe da essere esaminato in 
quanto al genere ed all’autenticità della sua origine; l’altra — che potremmo chiamar }a 
critica d’ordine superiore — quella per cui verrebbe ad essere determinata e discussa la 
nostra compiacenza e quella degli altri nella contemplazione delle opere d'arte; per cui 
quest’ ultime verrebbero considerate come documenti storici, come testimonianze delle ten- 
denze diverse nell’estetica pratica, dove ogni attinenza alle altre arti sorelle ed alle scienze 
sarebbe giustificato. In cotal divisione della critica non si dimentichi però, che ogni critica 
d'ordine superiore deve fondarsi sulla base di quella d’ordine inferiore, e che un tale fon- 
damento soltanto assicurerà l’adito alle regioni superiori, e la sua stabilità e permanenza. 

Conviene perciò che ci mettiamo dinanzi a ciascun quadro con le domande che lo 
toccano più da vicino. Sono queste, per così dire, le domande utficiali, che riguardano la 
fede di nascita e il passaporto. Benchè qualche volta poco aggradevoli, non possono essere 
evitate. Soltanto per esse si fa la revisione dell’opera d’arte in questione e si arriva alla 
sua legittimazione. 

Quando poi la scienza, a pro della quale questa nostra Galleria fu fondata, sarà giunta 
alle sue conclusioni, allora saremo autorizzati a valutare gli oggetti nel loro campo anche 
secondo i principî di quella. Essa ci avrà insegnato a stimare quello che è buono secondo 
il suo vero merito, mentre avrà assegnato al cattivo il suo significato reale, sicchè anche 
questo, d’ora innanzi, ci servirà di esempio cattivo. 

I capolavori si spiegano da sè stessi, e non hanno bisogno di nessuna erudizione o 
scienza per loro commento. Pur troppo, non di essi soli si compongono i nostri Musei. Nei 
quali, in generale, abbiamo da fare piuttosto con la moltitudine delle opere d’arte, che non 
con una scelta di modelli tali da mettere dinanzi ai nostri occhi le creazioni dei più alti 
geni delle diverse evoluzioni dell’arte. È vero che il campo dell’investigazione diviene tanto 
più vasto, quanto più numerosi sono gli oggetti su cui le è concesso di allargarsi, ed anche 
quanto più contrastato n’è il merito artistico. Se non che da bel principio dobbiamo. con- 
fessare sinceramente che una raccolta fondata sopra basi siffatte non saprebbe darci un'idea 
schietta, vera, dell'importanza della pittura italiana. Non si può trattare nel caso nostro 
di traversare l’Italia a volo nel treno espresso. Bisogna all'incontro viaggiare a bell’agio, 
e incamminarci piuttosto sulle vie vicinevoli. Ci mancano i sessanta dì per il lusso di visitare 
Roma, Venezia e Firenze. Tuttavia lo studio che vi mettiamo viene ben ricompensato da 
un ammaestramento e da una disciplina proficua e corroborante. 

Le seguenti notizie critiche si limitano, come abbiamo già accennato, ai quadri italiani 
della raccolta di Strasburgo. In non minore numero sono i quadri delle scuole del Setten- 
trione, e, fra essi, se ne annoverano parecchi di prim'ordine. 


Cominciamo con le scuole veneziane. 

Due figure, di grandezza metà del naturale, di San Sebastiano e di San Rocco, del pennello 
di Cima da Conegliano (senza numeri), sono da riguardarsi qui come i più importanti 
campioni del Quattrocento. Sono lavori di pregio, benchè non eminenti, di questo maestro. 
I signori Crowe e Cavalcaselle li rammentano come esistenti nella raccolta di sir A. Stirling 
a Londra, qualificando essi il San Rocco per « una robusta e quotidiana apparizione », il 
San Sebastiano per « un buon studio dal vero ». Noi, invece, ci sentiamo meno soddisfatti 
del corpo del Santo nudo — che ci pare la traduzione pesante e sgraziata di un motivo 


I QUADRI ITALIANI NELLA GALLERIA DI STRASBURGO 279 


scultorio nella pittura — che del suo compagno vestito. Le teste di entrambi parlano in favore 
del nesso, non ancora sufficientemente riconosciuto, ch’esiste fra Cima e Jacopo de’ Barbari. 
Si guardi soltanto alla bocca aperta in maniera caratteristica — un manierismo immigrato 
da prima dalla Germania nell’ Italia settentrionale — per essere poi, più tardi, ricondotto 
da Jacopo de’ Barbari al di là dei confini di quest’ultima, dove si ritrova in modo così 
ispirato nel pittore Hans von Culmbach. Il Cima, non ostante, appartiene interamente alla 
patria scuola veneziana. Egli è un pittore di schietta tempra, da registrarsi piuttosto nel 
novero dei maestri casalinghi, procedenti sulle orme della tradizione, che nell’altro gruppo 
di pittori maestri, dove primeggiano i fratelli Bellini. Questi attingono la loro arte a fonti 
più ricche. La tradizione pittorica più eminente di quell’epoca s'immedesimò nella persona 
del loro padre Jacopo, che l’aveva ereditata dal suo maestro Gentile da Fabriano, e dal 
grande Pisanello. I figli nutrirono il loro ingegno alla corrente dell’ umanesimo, che contava 
seguaci entusiastici nel mondo aristocratico di Venezia. Le loro facoltà crebbero nel fermento 
portato dalla presenza a Padova del sommo Donatello. Il suo prodotto è Giovanni Bellini 
— l’espressione più sublime della malinconia profonda, ma severamente contenuta — e dopo 
lui Giorgione, il maestro della trasfigurazione pittorica del più sentito lirismo. Ma di tutto 
ciò veramente la raccolta di Strasburgo non ci offre nulla. 

Marco Basaiti, allievo di Alvise Vivarini, ch'è pure così affine al carattere artistico del 
Cima, ci si presenta in un piccolo quadro di un San Girolamo, n. 7. Esso, infatti, è un lavoro 
di sua mano, ma sarebbe da valutarsi come una delle meno pregevoli sue produzioni. Il 
disegno n’è debole, il colorito brutto, il paesaggio singolarmente fiacco e ridipinto, l’ insieme 
poco gradito. 

La Madonna col Bambino, n. 18, segnata sull’orlo inferiore della tavola « Rocus de 
Marchonib. », è una delle prime produzioni di questo opportunista, che — come richiedeva 
la moda — si scelse per modello ora questo, ora quello dei pittori suoi contemporanei. Nel 
presente caso il motivo della Madonna è uno di quelli che si ritrova spesso fra gli allievi 
di Giovanni Bellini, ma non è se non la natura esteriore del maestro che ci viene presentata 
da Rocco. Suo proprio invece è il carattere indeterminato, l’espressione vuota, la mancanza 
di un sentimento proprio. Nei suoi lavori posteriori egli tradisce un po’ più di sentimento 
mediante un colorito efficace e il concetto decorativo delle sue composizioni. Essendo la 
sua arte piuttosto acquistata che innata, anche il nostro esempio tradisce il suo primo 
tasteggiare, e l'assenza di vera robustezza. Il quadro in discorso, del resto, è ben conservato. 
(V. l'unita fig. 1°). 

Veniamo ora a trattare di una piccola Adorazione dei pastori, n. 5, che occupa il posto 
d’onore nel mezzo della parete principale della sala dei quadri italiani, ed è generalmente 
stata additata come opera di un maestro di nobile sentimento quale fu Carlo Crivelli. Con esso 
si chiude con rara perfezione l'indirizzo della vecchia scuola pittorica veneziana, iniziato e 
formato dai Vivarini. In lui il lezioso nell’arte del Quattrocento dell’Italia settentrionale 
trova la sua espressione più leggiadra. I suoi angeli, uomini, animali, paesaggi, sono crea- 
zioni del gusto più raffinato, si muovono nell’equilibrio più sottile, ma per questo non 
minacciano di trascendere nella decadenza da quel limite estremo, grazie alla disciplina 
forte che protegge il maestro da tale pericolo. Egli è il Correggio del secolo precedente. 
Anche presso di lui il vigore e la delicatezza stanno in proporzioni eguali. 

Guardiamo, ora, il quadro attribuitogli, e proviamo di applicarvi i nostri criteri. A 
prima vista dobbiamo accorgerci che gli manca affatto il concetto dello spazio secondo le 
tre dimensioni. In nessun luogo le linee, i valori ed i colori si spiegano reciprocamente. 

1l modo di trattare il suolo cosparso di pietruzze e d'altri particolari hanno forse lo 
scopo di conferire all’aspetto dell'insieme un concetto prospettico. Ma non vi è alcun tocco 
a posto, nessun colore corrisponde alle condizioni atmosferiche. La Madonna è inginocchiata 
sopra un piano che, rispetto alla posizione del Bambino, apparisce inteso in modo da destare 
l'impressione che questo stia sul punto di sdrucciolare giù per il pendìo. Tutto lo spazio 


280 CARLO LOESER 


è sconnesso. L’occhio dell’esaminatore si sente urtato in modo sensibile alla vista di tali 
contraddizioni. Ma per toccare dei particolari, si badi pure a questi colori messi uno accanto 
all’altro così goffamente e senza armonia, e tratteggiati in maniera puerile con lineette d’oro! 
E inoltre quanto abuso di biacca dappertutto! Si veda poi il disegno e il modo di carat- 
terizzare. Il bove nel piano anteriore ha l’espressione di un tapiro. La colonna vertebrale, 
gli strambelli pendenti dal suo collo, le gambe, la coda, come sono floscie, senza ossatura e 
disegnate in modo scorretto! Si veda anche come è rappresentato il tetto di paglia, il tavolato 
e le travi della capanna, i mostruosi mazzi tondi, che vogliono rappresentare gli alberi, le 


_ dl = ne È lf 
Pala ‘ a è, Ric ® 
METE 
" ib È » px 
seu i > Si meno 
[9° | ts gu I 
x ” di Ne. 
a "9 Ò 


e 
: y 





DANESI Fire a < 


Fia. 1". - LA MADONNA COL BAMBINO, DI ROCCO MARCONI 


(Fotografia Gerschel) 


striscie di un verde ributtante, che significano piante ed erba, gli angeli cantanti scaraboc- 
chiati in un cielo che pare fatto di latta e di cartone. Ma perchè segnalare mancamenti. 
singoli dove tutto è falso? Giacchè, per dirlo in una parola, noi non riconosciamo nel quadro 
in discorso se non una impudente falsificazione. 


a 
Se ora dalle lagune volgiamo lo sguardo alla terraferma, il nostro cammino ci conduce, 
passando per Padova, a Vicenza. Questa città non possiede sulla fine del secolo xv una 
scuola pittorica propria, ma invece si può vantare della singola figura del grande Barto- 
lomeo Montagna. Le fonti dell’arte di questo maestro scaturiscono nelle vicine città di Treviso 
e Padova. I grandi pittori veneziani non influiscono su lui se non indirettamente, propa- 
gandosi la corrente della loro arte verso l’Occidente. E siccome le sue qualità sono affatto 


I QUADRI ITALIANI NELLA GALLERIA DI STRASBURGO 281 
personali, egli, col suo ingegno, dà l’ impronta a una discendenza di non ispregevole rilievo: 
come sarebbero il Marescalco, lo Speranza e Francesco da Ponte, il fondatore della ben nota 
famiglia di pittori oriunda dalla non lontana Bassano. Bartolomeo Montagna possiede il 
senso del monumentale in un grado come pochi dei suoi connazionali. Qualunque siano le 
dimensioni effettive delle sue figure, esse si muovono sempre in un ambiente spazioso, e 
sembrano appartenere a una schiatta sovrumana. Nella raccolta di Strasburgo il maestro è 
rappresentato in modo non indegno con la tavola n. 6: la Madonna con San Giuseppe in 
adorazione del Bambino, mezze figure di grandezza naturale. (Vedi la fig. 2°). Le figure 





Fia. 2°. - LA MADONNA E SAN GIUSEPPE 
IN ADORAZIONE DEL DIVIN FiaLIvOLO, DI BARTOLOMEO MontAGNA 
(Fotografia M. Gerschel) 


formano un gruppo ideale, le teste sono di carattere severo, i paneggiamenti ricchi e 
grandiosi. Una specialità dell’artista è il paesaggio finamente elaborato: roccie sulle sponde 
di un lago, alla cui riva si muove una processione di cavalieri. Il quadro è eseguito prima 
del 1500, e tradisce l’origine mantegnesca del suo maestro. In seguito i suoi tipi diventano 
più tondi, la ricerca del bello plastico si scosta della severità quattrocentistica del suo stile. 
La nostra tavola è abbastanza sciupata e ripassata nei contorni. Vista ad una distanza 
convenevole fa nondimeno buon effetto, giacchè, in generale, non ha perduto il suo carattere 
originario. 

Il n. 87 ci offre un grazioso quadretto di Giovanni Speranza: la Madonna col Bambino 
adorata da San Giuseppe, lavoro di un’intimità incantevole dei primi tempi del maestro, 
quando, all’ombra del suo maggiore compagno, il Montagna, non gli mancava ancora il 
proprio calore. Benchè il nostro quadro non sia la produzione di un maestro di primo ordine, 


Archivio storico dell’ Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. IV. 6 


282 CARLO LOESER 

da imporsi, per così dire, al sentimento popolare, esso ci svela tanto più direttamente l'indole 
ingenua, modesta, il sentimento fine dei suoi compatrioti, i Vicentini, gli amabili abitanti 
di questa simpatica provincia del Veneto, dove il paese, l’arte e gli uomini destano in noi 
tante simpatie. 

Continuando il nostro cammino verso Occidente, la raccolta di cui trattiamo non ci 
porge l'occasione di fermarci nè a Verona, nè a Brescia. La prima di queste città godeva 
di una scuola pittorica tutta sua, che dai suoi principî trecentistici per più secoli si sviluppò 
normalmente, c, nello stesso tempo, sparse etficaci scintille al di fuori. Per prova di ciò 
ricordiamoci dell'influenza di Vittore Pisanello sull’arte veneziana e toscana, e, più tardi, 
della gloria di Paolo Caliari, nato e ammaestrato all’arte a Verona. Un solo quadro della 
raccolta di Strasburgo è registrato sotto il nome di un artista veronese: il n. 96, raffigurante 
una Crocifissione e attribuito a Francesco Torbido. Ma esso non ha nulla da fare con questo 
maestro. Dipinto su lavagna, esso appartiene già a un'epoca posteriore, eclettica, e tradisce 
reminiscenze di Paolo Veronese e di Palma il giovane. 


* 
* * 


Come la scuola di Verona in certo modo può essere considerata quale madre della 
veneziana, così anche esiste una relazione analoga fra Brescia e Milano. Pochissime sono 
le testimonianze pittoriche conservate a Brescia dai tempi antichi; ma invece questa città 
ridonda di magnifiche pitture di date più recenti; prima fra tutte quelle del Moretto, che 
affascinano ]o sguardo con l’aureola dell’ispirata devozione dell’artista. Fra i quadri di 
Strasburgo, che vorrebbero essere registrati e ricordati in questo luogo, il n. 124 sarebbe 
quello da mettere in connessione più prossima con la scuola bresciana. Ratligura esso una 
Deposizione di N. S. in figure minori del vero, e viene attribuito a Lorenzo Lotto. A noi 
fa l'impressione di un lavoro meschino da non essere presentato per conto di nessun artefice 
di rinomanza. Di una tale produzione si può determinare, tutt'al più, il lido e l'epoca 
della sua origine. Noi la rintracciamo in qualche paesello remoto di provincia, fra Brescia 
e Bergamo, dove un qualche garzone eseguì questa tavola per una chiesa di campagna, e 
bramando svelarci la sua nozione delle opere del Moretto e del Lotto non riuscì se non a 
presentarci rimembranze sfigurate di esse. 

La scuola di Bergamo è rappresentata a Strasburgo da due ritratti del Cariani, maestro 
alquanto ineguale, ma spesso assai interessante. Il n. 69 appartiene al miglior tempo dell’ar- 
tista, e noi inclineremmo a dichiararlo il più attraente quadro di tutta la raccolta. Un uomo 
ancora giovane, che suona la chitarra, ci rivolge lo sguardo simpatico. Il fondo è formato 
da folte frondi e da un grazioso paesaggio, che si stende di dietro, mentre sopra un pendìo di 
prati verdeggianti si presenta una casa di campagna. Tutto l'insieme è eseguito in una dolce 
tonalità di colori smorti, ed è penetrato del più sottile spirito veneziano. Il secondo quadro 
del Cariani offre, sotto il n. 88, il ritratto di un uomo di età matura, dalla barba grigia 
in abbigliamenti da dignitario. Il viso mostra poca espressione, la figura è rigida nel disegno, 
il paesaggio vi è accomodato in maniera superficiale. Nondimeno non c’è da dubitare che 
il Cariani ne sia l’autore. Egli viene riconosciuto facilmente mediante il colorito ruggine-ver- 
dastro del cielo, mediante l'esecuzione sommaria delle nuvole e dalla maniera come ia 
figura e i suoi particolari sono messi sulla tela macchinalmente, ma con pennellate sottili e 
sicure. In tutto ciò si tradisce un’opera dello stesso pittore, ma di epoca posteriore e più 
sviluppata, in cui il lavoro di pratica prevale rispetto a quello dell’artista. 

Non è da attribuirsi a mero caso che la scuola bergamasca sia rappresentata nella nostra 
Galleria proprio con due ritratti, quando si pensi quanto e in quanti modi diversi fu operato 
colà in questo genere di pittura dal Lotto, dal Cariani e dal Moroni. Bergamo forse già 
allora era ritenuta il centro d’industria più cospicuo e ricco fra Milano e Venezia. Il cittadino 
agiato, l'impiegato ben rimunerato godevano dello splendore sorto di recente. Come oggidì 


- .—— na. = 





I QUADRI ITALIANI NELLA GALLERIA DI STRASBURGO 283 


i fotografi trovano relativamente più occupazione nella provincia che nelle città mondiali, 
così si spiega che anche allora il buon Bergamasco, ad ogni occasione che gli si presentasse, 
fosse qualche festa di famiglia o altra occasione di mutar l’abito, cercasse di eternare i 
tratti suoi e quelli de’ suoi congiunti sulla tela mediante l’opera del più rinomato pittore 
della sua patria. Altro era quello che accadeva a Venezia. Là il Governo faceva sì che gli 
uomini dalla vita pubblica fossero ritratti da Tiziano e dal Tintoretto, per l’ornamento dei 
pubblici edifizi. Anche le commissioni private il pittore le riceveva da fini conoscitori. 
In ogni caso committenti ed esecutori da bel principio erano d’accordo su quanto si desiderava, 
e doveva essere fatto. Ora, l’indole dell'artista e il merito della sua opera in molti riguardi 
viene determinata dalle richieste e dall’apprezzamento del pubblico. Con altre parole: la 
critica che si esercitava a Venezia stessa era-severa ed etficace, quella di Bergamo invece 
alquanto pedestre. Per questa ragione si riscontra presso i pittori bergamaschi molto di 
arbitrario e di superficiale. Si veda per esempio come in Lorenzo Lotto si sviluppa un fine e 
delicato sentimento dei colori, appena egli da Bergamo si tramuta nell’ ambiente più elevato 
di Venezia e della sua società. Il Moroni, all’opposto, che per tutta la sua vita non si muove 
dla Bergamo, difetta d’ogni idealità. Egli, in generale, non riesce senza copiar direttamente 
il suo modello; ciò ch’egli dipinge sono le fattezze, l'umore momentaneo di questo. Il con- 
cetto più profondo non lo muove, l'intelligenza, l’intendimento per la vita interna di 
un'anima gli manca affatto. Che differenza in ciò fra la sua arte e quella del suo maestro, 
il Moretto! 

La scuola di Milano fornisce alla nostra raccolta due opere dell’epoca leonardesca. ]l 
n. 93, una Madonna col Bambino, accenna al Boltrattio, il discepolo prediletto del maestro. 
Pur troppo, il quadro in discorso sembra essere stato affatto annegato in un bagno di 
vernice, e si ommise di ripulirlo anteriormente dal sudiciume e dagli oscuramenti. I contorni 
sono da per tutto ridipinti, il viso del Santo Bambino è, pur troppo, sfigurato. Non ostante, 
xi ravvisa ancora nel volto della madre l’espressione originale. E tradiscono pure il maestro 
lo stile determinato del disegno, che si riconosce ancora, le forme paffute del Bambino, i 
capelli della Madonna, non che il colore rosso della sua veste, tutto proprio del Boltraffio. 

Il secondo quadro di scuola milanese, esposto sotto il n. 127, una Visitazione, di gran- 
dezza al naturale, è un buon lavoro di Marco d’Oggiono, accurato ma in fondo sempre 
un po'arido pittore. Della Madonna, nel suo quadro presente, non si sa se sia maschio 0 
femmina; ed ambedue le figure hanno piuttosto un’apparenza fiamminga che italiana. Ri- 
mase inefficace l'insegnamento accademico di Leonardo per l'appunto nell’ovviare a siffatte 
durezze nel modellato; anzi presso le nature meno delicate fra i suoi allievi questa tendenza 
venne &ldirittura sviluppata per mezzo della sua influenza. | 

Il pittore di maggior talento fra i seguaci di Leonardo fu, senza dubbio, Giovanni 
Antonio Bazzi, detto # Sodoma. Di lui la Galleria di Strasburgo possiede una tavola della 
sua epoca provetta senese, rappresentante una Sacra Famiglia accampata sotto un albero, 
mentre un angelo adduce il giovane Precursore. Come la vita «del Sodoma fu di un uomo 
bizzarro e disordinato, così egli anche nella sua arte appare ora bene ora male disposto. 
Il quadro in discorso è di graziosa composizione, ma ben poco appalesa del sentimento di 
bellezza trasognata nelle forme e nei colori, che forma il pregio proprio al nostro artista. 
Il disegno n'è piuttosto trascurato, il trattamento delle forme indeterminato, vago, il colo- 
rito fiacco. Oltre a ciò la tela è intieramente ritoccata da mano moderna. 

In questo luogo si avrebbero a dire alcune parole sopra una serie di copie delle teste di 
Cristo e di parecchi degli Apostoli della Cena di Leonardo. Sono eseguite in delicata tempera 
con ì contorni parzialmente rinnovati sui colori. Esse naturalmente provocano la compara- 
zione con le ben note copie di Weimar. In quanto a bellezza e a vigore di esecuzione, noi 
inclineremmo di dar la preferenza ai disegni di Strasburgo. A« altri tuttavia, più che a noi, 
spetta il compito di sciogliere il problema che ci viene offerto da queste interessanti repliche. 


284 CARLO LOESER 


na 

Prima di varcare l’ Appennino ci sia lecito di fare qualche spigolatura al di fuori delle 
scuole finora esaminate. Un piccolo Sposalizio di Santa Caterina del Cotignola (n. 83, mezze 
figure), ci fa vedere come la corrente veneziana di Nicolò Rondinelli, allievo di Giovanni 
Bellini, fosse trapiantata nell'ambiente più mite dei contorni di Bologna, e come i pittori 
di quelle parti non fossero in grado di valutare se non alcune delle caratteristiche esterne, 
superficiali dei loro grandi maestri. Infatti, abbiamo da fare con un grazioso gingillo che non 
può aspirare a una speciale importanza artistica. Il quadretto è un lavoro giovanile del Coti- 
gnola; è inoltre conservato eccellentemente senza alcun ritocco. Fra le numerose opere di 
questo pittore è ad ogni modo una di quelle che più si possono gustare. Al Rondinelli 
stesso viene attribuita una Madonna, che al Bambino nel suo grembo porge una collana 
di coralli, mentre San Giuseppe, il cui tipo rammenta piuttosto i pittori fiamminghi, gli 
presenta una rosa. Il fondo è occupato da un edifizio incompiuto, con nicchie e archivolti 
dorati, assai pesanti, quali non potè imaginarli se non un pittore affatto secondario. Con- 
fessiamo d’ ignorare a chi si potrebbe attribuire quest'opera. Come la precedente anch'essa ci 
pare appartenere alle parti settentrionali delle Marche; ma di certo non ha nulla che ram- 
menti la maniera del Rondinelli. 

All’artista ammaliatorey Antonio Allegri da Correggio, che ridesta il mondo favoloso 
di Giorgione nel suo proprio ambiente piuttosto casalingo e quotidiano, a questo artefice 
del Cinquecento dell’ Italia settentrionale, la cui influenza si estende per tutti i secoli poste- 
‘riori, viene ascritto nella raccolta di Strasburgo, con tutta serietà, un quadro che noi, con 
altrettanta serietà, dobbiamo qualificare per un’orribile imbrattatura. È il n. 85, raffigurante, 
alla luce di una fiaccola, Giuditta e la serva con la testa di Oloferne; fondo affatto nero 
ed effetti di luce biancastri sulla testa mostruosa della fantesca; Giuditta stessa inondata 
dalla gialla luce del sole. Tutte le teste sono maschere rozze, e il resto del quadro di valore 
eguale a quelle. Qui non si può nemmeno parlare di una falsificazione. Forse su questa 
tavola c'era una volta un quadro sano. Ma ora non vi appare più se non lo spettro di 
qualche cosa che esistette altra volta. Alla domanda, che cosa mai potrebb’essere stato il 
quadro originario, oggi non può rispondere se non un oracolo, giacchè all'occhio umano la 
tavola rivela appena una traccia del suo stato anteriore. 


È 
* 
* * 


Rimarrebbero ora da rammentare ancora parecchie grandi tele originarie dell’alta Italia, 
che in parte si trovano appese alle pareti del corridoio conducente alla sala della raccolta 
propriamente detta. 

Una Sacra Famiglia accampata in un paesaggio boscoso, di Paris Bordone (n. 10, segnata 
Pari...), è cosa andante di questo maestro, non sempre del tutto coscienzioso. È stata ridi- 
pinta qua e là in modo sensibile; il paesaggio, la veste di San Giuseppe e la figura di 
Santa Elisabetta hanno perduto i loro « valori », di modo che le teste non vanno più 
d’accordo coi relativi corpi. 

Bacco e Arianna, quest’ultima coronata da Venere (n. 11), non è di Jacopo, ma certa- 
mente di Domenico Tintoretto, il figlio del maestro. Del resto, il nome di famiglia si legge 
ancora sulla tela, e, siùdicanido dalla sua posizione, c'è da supporre che il prenome fosse 
stato nascosto sotto uno strato di colore. 

Il soggetto dell’angelo che annunzia la nascita del Signore, n. 12, di Leandro Duse: 
è una scena della vita campestre, fresca e vividamente dipinta. L'incanto del quadro con- 
siste nella intonazione delle nuvole, nell'insieme pittoresco «del paesaggio, piuttosto che nel- 
l’azione rappresentata dalle figure. Così è il paesaggio che trionfa nella scuola veneziana 


I) 
| 
| 
| 


n — — ———___— 


I QUADRI ITALIANI NELLA GALLERIA DI STRASBURGO | 289 





già sulla metà del Cinquecento, e che non ha più bisogno, per giustificare la sua esistenza, 
nemmeno di qualche scena storica o sacra. Non era passato neppure un secolo dacchè timi- 
damente era entrato di soppiatto nell’arte! 

Anche il grande retore del paesaggio, Salvatore Rosa, ci si affaccia in uno dei suoi 
paesaggi, pieni di rocce ed acque, di concetto ardito, con le figure di Tobia e dell’angelo. E ben 
si conviene di riabilitare questo maestro immeritamente trascurato dalla moda d’oggidì, 
specialmente se ciò si può fare per mezzo di un testimonio _così splendido della sua arte, 
che come a lui stesso così pure alla Galleria di Strasburgo torna di sommo onore. 





Fic. 3°. - RITRATTO DELLA FORNARINA, ATTRIBUITO AL PENNI 
(Fotografia M. Gerschel) 


Anche il contemporaneo del Rosa, Giuseppe Ribera, si trova rappresentato in modo par- 
ticolarmente interessante con una grande tela dei suoi primi anni d'ammaestramento in Roma, 
quando egli seguiva scrupolosamente il suo maestro M. A. da Caravaggio. Si vedono in essa 
i Ss. Pietro e Paolo intenti a studiare nelle sacre scritture (n. 14). Porta la segnatura: 
Joseph Ribera HispanusValentinus Civitatis Setabis Academicus Romanus. 

Merita, finalmente, speciale attenzione il n. 111, una testa di fanciulla di Domenico 
Teotocopoli detto E Greco (segnata col nome in lettere greche). I ritratti femminili di 
questo maestro singolare sono da annoverarsi fra le rarità interessanti. Non se ne tro- 
vano nè nel Museo del Prado a Madrid, dove però egli è rappresentato da tante teste 
virili nelle diverse fasi della sua evoluzione pittorica, nè nella sua patria d’adozione, 
Toledo. Del rimanente, le pitture del Greco al di fuori della Spagna non si conservano che 


iii de a -_ —___ — ———_— — —_ 
ci AE e 


286 CARLO LOESER 

in alcune raccolte private d'Inghilterra e di Francia. Di lui si verifica più ancora che del 
Velasquez, ch’egli è un pittore per i pittori, e che deve essere considerato con occhio da pittore, 
se si vuol imparare a stimare, secondo il loro merito, sia la bellezza decorativa del suo 
colorire fiammeggiante, sia le gradazioni delicate della sua tavolozza cupa (come nel quadro 
in discorso). Nella storia dell’arte gli tocca un posto importante, come di chi trapiantò gli 
elementi pittorici più efficaci del Cinquecento veneziano nella Spagna. Dal volto del ritratto 
di Strasburgo spira un vigore non comune insieme a profonda tristezza. Vi si manifesta un 
maestro di tempra altrettanto notevole quanto enimmatica. 1l Teotocopoli era greco di nazione; 
ammaestrato severamente a Venezia, egli si tramutò poi in Ispagna, e vi spese la sua vita sotto 
l'influsso doloroso e sconcertante dell’ Inquisizione. Un’esperienza di vita, qual’è quella che 
abbraccia le tre penisole del Mediterraneo, si spande per la sua arte, e si appalesa in modo 
particolarmente cattivante anche nel nostro quadro. 


* 
* * 


Passiamo ora l'Appennino per arrivare in ‘Toscana, seguendo il Corteo dei tre Re Magi 
al n. 95. La tavola su cui esso si trova raffigurato proviene dalla collezione Castellani, nel 
cui catalogo venne registrata come un’opera attribuita a Piero della Francesca. Qui ci 
troviamo di nuovo in lieta compagnia. Il nostro quadro, non ostante le sue imperfezioni 
di disegno, riesce di un vero godimento agli occhi nella sua dilettevole vita, che si spiega 
con varietà nello sfarzo dei costumi, nelle figure d’animali sparsi per il paesaggio: cani, 
caprioli, istrici, leoni, cervi, ecc., nelle delicate vedute di città nel fondo. Anche esaminato 
dal lato storico il nostro quadro è un intero compendio. Vi s'impara come il senso artistico 
toscano-umbro, per la mediazione di Gentile da Fabriano, dall’ Italia settentrionale, dove 
aveva lavorato insieme col Pisanello, trasse ricchezze e ratfinamento. La formazione affatto 
particolare delle rocce del paesaggio montuoso segna la transizione dal primo Quattrocento 
al modo di vedere naturalistico di Piero della Francesca. È difficile di determinare il mae- 
stro del nostro quadro. Egli possiede doti artistiche bene spiccate, e può vantarsi di stare 
in relazioni intime con gli artisti cospicui del suo tempo. In pari tempo la sua maniera 
particolare rimane troppo indeterminata e insufficiente per poter riconoscere da essa una 
delle individualità artistiche a noi ben note, che in questo caso sarebbero da prendere in 
considerazione. Non si deve essa cercare a Firenze, ma piuttosto in uno dei luoghi delle 
montagne che se ne dipartono verso mezzodì. 

Il n. 107 è un’opera di Lorenzo di Credi, raffigurante la Madonna col Bambino seduta 
sopra una panca dinanzi un tappeto rosso che da ambedue i lati lascia ‘aperta la veduta del 
paesaggio nel fondo. È un quadretto estremamente attraente, di sentimento molto intimo, 
come si ritrova raramente in quest’allievo del Verrocchio, che, in generale, ha un non so 
che di vitreo nel suo modo di dipingere. Al pari dell’incanto delle figure è attraente il 
fondo: una chiesetta fiorentina del più squisito stile del primo Rinascimento, e che in 
modo grazioso si conforma al paesaggio idillico. 

Una tavola di dimensioni maggiori (senza numero) ratfigura, in scene immaginate con 
. senno profondo, il mito di Prometeo, e viene ascritta — secondo la nostra opinione, giusta- 
mente — a Piero di Cosimo. Il titano ruba la fiamma divina a Febo Apollo, anima con 
essa il genere umano, e legato da Mercurio a un tronco d'albero viene dilacerato dall’aquila 
di Giove. Nel fondo di mezzo si vedono rappresentati, in tre gruppi distinti, gl’impulsi ideali 
della nuova progenie: l’amore, la vita attiva e quella contemplativa. Il concetto poetico è 
affatto conforme all’indole dell’artista stranamente enimmatico. Al primo sguardo, invece, 
l'esecuzione della tavola potrebbe recare sorpresa in grazia dell'opinione preconcetta che si 
ha generalmente della maniera di dipingere di Piero di Cosimo. Il paesaggio vuoto, le figure 
pennellate alquanto fiaccamente, gli aggruppamenti sconnessi, sono difetti notevoli. Non ostante 
noi riteniamo genuina l’opera in questione, ma la mettiamo negli ultimi anni del maestro. 


I QUADRI ITALIANI NELLA GALLERIA DI STRASBURGO 287 


* 
*_* 


Prima di ‘porre fine alla nostra omai lunga rivista, fa duopo che ci trasferiamo a 
Roma per esaminare il quadro segnato col n. 9. Ratfigura esso un ritratto della Fornarina 
sotto le sembianze di Santa Caterina, come ne fa fede l’attributo della ruota. Intorno questo 
quadro fu molto disputato, molto scritto. Ci sia dunque permesso risparmiare le parole. Benchè 
l’origine del soggetto sia da ricondursi al circolo intimo di Raffaello, però da quanto rimane 
della pittura originaria devesi sì inferire ch’essa, nella sua esecuzione, appartiene piuttosto alla 
seconda anzichè alla prima metà del Cinquecento. Il ritratto, di propria mano di Raffaello, 
del modello che gli servì per le più eccelse delle sue Madonne, si trova — com'è general- 
mente noto — sotto la denominazione di Donna Velata nel palazzo Pitti. (V. questo Archivi0, 
vol. IV, pag. 441 e seguenti). La Fornarina della Galleria Barberini invece si deve consi- 
derare come lavoro del suo discepolo prediletto, Giulio Romano. Questi, alla morte del capo- 
scuola, ereditò tutto il contenuto della bottega, e con questo pure l'originale vivente della 
bella fanciulla di Trastevere. Sotto la tutela di Giulio essa divenne evidentemente meno 
vezzosa. Taciamo, dunque, delle raffigurazioni di data ancora posteriore della donna già 
troppo conosciuta. | 


CARLO LOESER. 


IL GRANDE TRITTICO D'OSSO SCOLPITO 


DELL'ABBAZIA DI POISSY 
E IL SUO RAFFRONTO COL TRITTICO DELLA CERTOSA DI PAVIA 


Un des plus grands monuments en 0s scuipté 
qui eristent. 
E. MoLINIER. 


RA i più cospicui oggetti d’arte che adornano la Se- 
zione designata col nome di « Museo del Medio Evo 
e del Rinascimento » al primo piano del palazzo del 
Louvre in Parigi, è il grande trittico, a foggia di pala 
d'altare, tutto in osso scolpito ed a tarsia, così detta 
certosina, che risulta proveniente colà dall’Abbazia di 
Poissy e facente parte dei Musei nazionali francesi 
fino dal 1794. (Vedasi la tav. I). 

Confiscato infatti all’ Abbazia anzidetta, posta a 
soli 29 chilometri all’ovest di Parigi, fin dal 27 gen- 
naio 1794, fu quel trittico portato dapprima al castello 
di Saint-Germain-en-Laye; passò quindi due anni dopo 
al Museo del Louvre, ove rimase d’allora in poi e ve- 
desi accuratamente descritto nell’ inventario del 1816, 
a quel modo che fu dappoi menzionato con particolare 

riguardo nel catalogo degli avorii di Suzay. Le sue dimensioni sono imponenti, e cioè di 

2°.765 in altezza e 2".360 in larghezza ; conta ben 66 quadretti in bassorilievi d’osso scolpito, 

le statuette dei dodici apostoli in basso, ed una serie di angeletti oranti nelle due lesene 
laterali, con fregi diversi nelle incorniciature dei tre comparti. 

Porta questo trittico, adorno nel mezzo di 25 quadretti colla storia del Cristo, e ai lati 

di 19 quadretti per parte colla storia di San Giov. Battista a sinistra, e di San Giov. Evan- 

gelista a destra, la seguente indicazione in basso: 

Retable donné all Abbaye de Poissy 


par le duc de Berry, frèére de Charles V. 
Travail italien, fin du XIV siècle 





locchè chiarisce come di questo prezioso cimelio si conosca l’origine e il donatore, e come 
da tempo sia stato giudicato rettamente in Francia quale lavoro di artista italiano. 

Va anzi aggiunto che, ravvisandosi da tempo il nesso che legava quest'opera per le 
sue dimensioni e il carattere del lavoro, al celebrato trittico della Certosa di Pavia, non 
esitò l’erudito signor De Champeaux che, con particolare amore e competenza, si occupò 
delle opere d’arte fatte eseguire dal duca di Berry, di mettere in rilievo le principali ana- 
logie di quel prezioso cimelio col polittico della Certosa pavese, che egli dice attribuito a 
Bernardo degli Embriachi. 


sE nm _ _ 


mm -- 


IL GRANDI TRITTICO D'OSSO SCOLPITO DELL'ABBAZIA DI POISSY 289 

Premesso che, non già Bernardo, come incorse per errore in parecchie guide, ma Bal- 
‘dassare degli Embriachi è il vero nome dell’artefice fiorentino che, dietro espressa ordina- 
zione dei padri della Certosa di Pavia, ebbe ad eseguire negli anni dal 1394 al 1409 il 
grandioso trittico collocato ora nella sagrestia vecchia di quell’insigne tempio, il signor De 
Champeaux non sarebbe alieno dall’ammettere che lo stesso artefice delle rive dell’Arno 
possa essere stato chiamato in Francia dal duca di Berry per condurre a fine quel lavoro 
nei primi anni del xv secolo, ritenendo egli cosa difficile che il trittico potesse essere 
apprestato a Firenze pel fatto che vi si vedono scolpiti non solo i quadretti votivi del duca 
e della duchessa, ma altresì le armi dei gigli colla bordura di Berry, quali, a parer suo, 
solo potevano essere condotti a fine sul posto. 

E riesce facile al sivnor De Champeaux di dimostrare come, dal momento che, da docu- 
menti recentemente pubblicati, risulta comprovato l'invio da Siena a Parigi pei lavori che 
il duca di Berry faceva eseguire nei suoi castelli di un artefice d’ intarsio senese che sarebbe 
identificato nel valente Domenico di Nicolò, esecutore degli stalli del Duomo di Siena, nulla 
si oppone a che altrettanto abbia fatto il duca anche per altri artisti italiani, e così, aggiunge 
egli, per lo stesso d’ Embriachi, dacchè di mano sua o della sua scuola apparisce chiara- 
mente anche il trittico di Poissy. 

Senonchè, va qui notato che la gran quantità di trittici e cofani d’osso e d’avorio fino 
a noi pervenuti, coi caratteri medesimi delle opere sicuramente attribuibili al fiorentino 
Baldassarre degli Embriachi, quali sono il trittico e le due arche o cofani d’avorio della 
Certosa di Pavia, ! lascerebbe arguire innanzi tutto che non il solo Baldassarre degli Em- 
briachi, ma anche il di lui figlio naturale Benedetto e probabilmente altri artefici fiorentini 
dell’otticina sua attendessero a que’ lavori, e che, pur senza un’espressa chiamata in Francia 
dell’insigne artista o dei di lui allievi, l’ industria dei trittici e dei’ cofani d'osso e d’avorio 
per cui si distinse la scuola fiorentina dell’Embriachi sulla fine del xIV secolo e nei primi 
decennii del xv venisse esercitata esclusivamente in Firenze stessa e di Lo fossero i singoli 
lavori diramati agli ordinatori ed acquirenti dei varii paesi. 

Così sappiamo, dalle annotazioni del Libro Mastro delle spese della Certosa di Pavia, 
essere avvenuto pel grandioso trittico che già ornava l’altar maggiore di quel tempio sotto 
la cupola maggiore, ed anzi da un rogito del notaio Franceschino Bellisomi, di Pavia, ci 
consta che fin dal 1400 una cospicua somma di ben 1000 fiorini d’oro veniva ordinato dal 
priore si avesse a corrispondere pei Javorì in corso del trittico e dei due cofani d’avorio, ver- 
sandola all’uopo al notaio Francesco De Masiis. ? 

E ciò, quantunque nel trittico stesso di Pavia figurino i gigli di Francia e la Discia 
viscontea, quali vedonsi ì primi anche ncl trittico di l’oissy, senza stretto bisogno che per 
l'esecuzione di quei simboli araldici il lavoro dovesse essere eseguito sul posto dell’ordina- 
zione anzichè alla sede stessa dell’otticina dell’ Embriachi in Firenze. 

Ora, senza qui estenderci maggiormente, in mancanza di positivi documenti d’utficio, 
su questa paternità artistica del trittico di Poissy e sulle questioni accessorie che ne ven- 
gono, del luogo in cui il lavoro fu condotto ad esecuzione e dei motivi dell’ordinazione 
in Italia di cospicua opera d’arte destinata da un principe francese ad una Abbazia fran- 
cese, sarà miglior cosa, pur in attesa di maggiori dati che è sperabile vengano quanto 


! Veggasi l’apposita monografia: « Il trittico in denti * anzichè allo scultore Baldassarre degli Embriachi, il 


d’ippopotamo e le due arche o cofani d'avorio della Cer- 
tosa di Pavia » nell’Archirio storico lombardo, fascie. IV, 


1895, e lo scritto di Michele Caffi: « Artisti lombardi » 


nell’Archirio storico italiano, serie III, tomo XVII, pa- 
gina 368. 

? Tratto in errore da quanto leggesi a pag. 35 36 
della « Guida della Certosa di Pavia » dell'on. Luca 
Beltrami, Emile Molinier assegnò al noto De Magsiis, 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc. IV. 


trittico di Poissy tanto nel suo pregiato Catalogo degli 
avorii del Louvre, quanto nella speciale Opera illustrata 
sugli avoriì recentemente pubblicatasi. 

Poco persuasive riescono poi le spiegazioni e giusti- 
ficazioni fornite al riguardo dal sig. comm. Beltrami nel 
capitolo VIII della recentissima sua « Storin documentata 
della Certosa di Pavia ». 


290 DIEGO SANT’ AMBROGIO 


prima in luce al riguardo dagli archivii di Parigi, ! il trar qualche fondata congettura al 
riguardo dall’esame diretto del trittico di Poissy e dal raffronto suo col più celebrato trit- 
tico in denti d’ippopotamo della Certosa di Pavia di cui risulta certo l’autore nella persona 
di Baldassare degli Embriachi. | 

E innanzi tutto, per quanto concerne l’ossatura, per così dire, le proporzioni e la com- 
posizione del lavoro, esse si rivelano così atfini in entrambi i trittici che si comprende 
benissimo come il parallelismo di entrambe quelle opere d’arte sia stato già da tempo rav- 
visato in modo indiscutibile. 

Il trittico di Pavia è d’alquanto più largo, m. 2.43, forse per il maggiore sviluppo dato 
ai pilastri poligonali dei fianchi, ma il trittico di Poissy, lo supera di circa 16 centimetri 
nell’altezza massima delle aguglie terminali che raggiunge in quelle di Pavia solo 2.60. 

Nonostante la maggiore altezza dei tre scomparti cuspidali, le dimensioni generali 
sono però quasi uguali in entrambi i trittisi, e poco differisce il numero dei quadretti 
rispettivi, cosicchè si hanno nel trittico di I’avia 26 quadretti nella parte centrale e 18 per 
parte negli scomparti laterali, e in quello di Poissy, 25 nel corpo di mezzo, non tenuto 
conto dei piccoli vani triangolari, e 19 quadretti per parte negli scomparti laterali. 

Fatta poi eccezione dei due pilastri angolari che sono più ricchi d’assai nel trittico di 
Pavia e più aggraziati, con certe curve e rientranze di sommo garbo, pressochè identica è 
invece la decorazione dei due trittici, tanto nelle tre cuspidi dei diversi scomparti, quanto 
nel basamento colle nicchie degli apostoli. 

Ciò che fa eccellere di gran lunga il trittico di Pavia in confronto di quello dell’Ab- 
bazia di Poissy si è peraltro la diversa natura del materiale impiegato dall’artista, che è il 
semplice osso nel secondo di tali trittici e bianchissimo avorio di denti d’ippopotamo in 
quello di Pavia. 

Si direbbe che i padri certosini della nascente Certosa del Ticino, inorgogliti dalle elar- 
gizioni oltremodo munifiche del duca Gian Galeazzo, come s’erano prefissi, nell’inizio ap- 
pena del monumentale tempio, di erigere un altare marmoreo quadrifronte nello stile cam- 
pionese, unico veramente per straordinarie dimensioni e per la finitezza del lavoro, così 
avevano voluto che la pala d’altare che lo sormontasse, cogli analoghi soggetti in onore 
della Vergine dedotti dai Vangeli apocrifi, vincesse e pel valore della materia e pel pregio 
e la finitezza delle sculture quanto era stato sin allora apprestato in consimili decorazioni 
chiesastiche. 

Le due partite di debito giunte a nostra conoscenza pei lavori di quel trittico e di due 
cofani d’avorio della Certosa di Pavia — che sono quelle di un primo pagamento avvenuto 
nel 1400, col tramite del notaio Francesco de Masiis di Firenze, di fiorini 1000 d’oro buono 
e di giusto peso, e di un’ultima fattura, pro completa solutione, risultante dal Rendiconto 
delle spese del Monastero del 18 marzo 1409, di ben lire IIMXLIII, soldi V, den. XII, — 
danno per sè un'adeguata idea dell’ingente spesa incontrata dai padri certosini per l’appre- 
stamento di quei preziosi cimelii, la cui fama, pur durante l’esecuzione del lavoro che 
dev'essere stata approssimativamente di una quindicina d’anni, doveva varcare i confini 
d’Italia e far appetire anche a principi stranieri l’idea di venire in possesso di capolavori 
consimili. 

Solo in vista del costo straordinario che doveva avere l’avoric di denti d’ippopotamo 
nel XIV secolo, può spiegarsi facilmente come, mentre un’ordinazione siffatta riesciva soste- 
nibile dai certosini di Pavia nel momento in cui venivano favoriti con inaudita larghezza 
‘dal duca Giovan Galeazzo Visconti, difficile si presentava invece l'imitazione di un eguale 
sfarzo pur da duchi e principi legati per vincoli di sangue a stirpi reali, — e ciò ne dà la 


! Già dobbiamo essere molto grati in proposito alle chery nella loro dotta Opera: « Les travaux d'art exé- 
notizie esumate intorno alle ordinazioni artistiche del cuté3 pour Jean de France, duc de Berry ». Paris, 1894, 
duca di Berry dai signori A. de Champeaux e T. Gau- in-4. 


seta girati Mie: TIA 


î mr 


-"r————_—_—_—_——n ou’. ci 


È ES 
SR pri 
i »_" ea 

v' d.% 


ia — 


c pico ELE 
è ia È si I] la 


3 peinà “= rl Le fogge 
= Pa [rd Ct) Pal A E 


NI aper” r.? 
— 





Tav. I. - TRITTICO DI ALTARE IN OSSO SCOLPITO, DELLA BADIA DI POISSY 


292 DIEGO SANT'AMBROGIO 


ragione dei molti altri trittici e cofani per doni e nozze, usciti parimente dall’otficina fio- 
rentina del Baldassarre degli Embriachi, e lavorati nell’egual gusto e stile del trittico e . 
dei cofani di Pavia, ma di materiale assai meno pregiato e costoso, e così di semplice osso 
scolpito. 

Che se, pei legami di parentela che legavano la Corte di Francia con Valentina Visconti, 
figlia di Giovan Galeazzo Visconti, andata sposa nel 1389 a Luigi conte di Turenna e poi 
duca d’Orleans, fratello del re Carlo VI, e pei frequenti rapporti che aveva la Casa reale 
francese, e più di tutti il duca Giovanni di Berry, con artisti d’ Italia, dacchè specialmente 
Genova e il suo territorio, nel 1396, s'erano offerti spontaneamente alla Francia, — potè 
venire in pensiero al duca anzidetto, nel primo decennio del xv secolo, di far apprestare 
in Italia, a titolo di dono all’Abbazia di Poissy, il trittico a foggia di pala d’altare fino a 
noi pervenuto, — il dono stesso riesciva già per sè oltremodo munifico pur se foggiata quella 
pala d’altare in semplice osso scolpito, anzichè in puro avorio, ed è forse il minor costo della 
materia prima che può aver permesso al duca maggior grandiosità di dimensioni. 

Del resto, anche indipendentemente dalla natura del materiale, il trittico di Pavia sor- 
passa di gran lunga quello di Poissy nella ricchezza degli accessorî decorativi, nella finezza 
delle sculture, e nella perfezione dei più minuti particolari. 

Manca infatti nel trittico di Poissy la vaghissima cornice del basamento con puttini 
scherzanti fra tralci d’edera e sostenenti ad intervalli scudi araldici; mancano le vaghe 
colonnine a spirale, e assai meno bella ed elaborata è la cornice delle cuspidi dei tre scom- 
parti con angeli alati, e quella terminale colle tre pigne alla sommità che veggonsi nel 
trittico pavese. 

Già s'è parlato della minor vaghezza dei pilastri angolari con numerose nicchie di 
santi ed apostoli, ma va il trittico di Pavia superiore a quello di Poissy anche per l’ele- 
ganza delle colonnine a spirale che dividono gli scomparti fra di loro e si alternano fra le 
diverse serie di nicchie dei pilastri laterali. 

I quadretti con sculture del trittico di Poissy hanno poi d’intorno la fascia a tarsia 
che li separa, ma mancano delle colonnine a spirale sostenenti l'architrave ad archetti tri- 
lobati di squisito lavoro che incorniciano nel trittico di Pavia a meraviglia le diverse scene 
scultorie, spesso ridotte in altezza, come nel trittico di Poissy, da una fascia con casette ed 
edifici di bizzarro aspetto. 

E, noteranno gli intelligenti, come, non solo per la diversa qualità del materiale primo, 
ma altresì per assai maggior perizia e studio artistico, il trittico di Pavia vada d’assai supe- 
riore, anche sotto il rispetto scultorio, a quello di Poissy, — benchè, come vedremo dallo 
specifico esame dei singoli quadretti, le rassomiglianze sieno tali e tante da far ascrivere 
entrambi quei trittici all’istessa scuola, e così all’ officina di Baldassarre degli Em- 
briachi. l 

E tali rassomiglianze giungono fino al punto che, perfino nella disposizione consecutiva 
dei varii quadretti secondo un ordine saltuario affatto speciale, e che si ripete identico negli 
scompartimenti tanto del trittico di Pavia quanto di quello di Poissy, non è possibile esi- 
mersi dal ravvisarvi la mano e ia mente, se non di uno stessissimo artista, di una stessa 
scuola almeno. 

Incominciano infatti le storie di scompartimenti laterali in entrambi i trittici dal basso, 
volgendo da sinistra a destra nella prima serie, per riprendere poi nelle tre serie superiori 
e continuare da destra a sinistra, fino a che, non si sa per qual ragione precisamente, ripi- 
gliano da sinistra a destra nella quarta serie e poi di nuovo da destra a sinistra nella supe- 
riore e nella terminale. 

Nessuna inversione d'ordine invece nella sequela delle storie del compartimento di mezzo, 
che incominciano parimenti dal basso a sinistra e proseguono nelle serie superiori regolar- 
mente da destra a sinistra, come puossi vedere dal quadro grafico qui appresso del trittico 
di Poissy. 


IL GRANDE TRITTICO D’OSSO SCOLPITO DELL'ABBAZIA DI POISSY 293 

Osservazione di secondaria importanza, se vuolsi, ma che, riflettendo un concetto diret- 

tivo preliminare e singolarissimo, rivela di per sè le rigorose tradizioni di un’unica scuola 
artistica e quasi un contrassegno sicuro da cssa adottato persistentemente. 


DISPOSIZIONE GRAFICA DE SOGGETTI NEL TRITTICO DELL’ABBADIA DI POISSY 


40n AG 408 
[e] ]{9\ 
Je) Gio 
Bolo Gion 
LUG] EEE WEI 
JU) QUE BILI 
LEE) CHERIE) CUGIGI 


Scomparto di sinistra Parte centrale Scomparto di destra 


Ciò per quanto concerne i criterii tecnici ed artistici, ma sotto il rispetto prettamente 
iconografico direbbesi invece che il trittico di Poissy si presenti assai meglio ideato di quello 
consimile di Pavia e certo riesce esso più facilmente spiegabile. 

Mentre nel trittico certosino sono le storie del Cristo e quelle della Vergine secondo i 
Vangeli apocrifi che vennero riprodotte nei due comparti laterali, non sì sa per qual ragione 
venne colà lasciato il posto d’onore di mezzo allo svolgimento delle leggende dei Re Magi, 
esse pure secondo le eterodosse tradizioni di Seth e de’ suoi seguaci. 

Nel trittico di Poissy sono invece le 25 storie del Cristo che campeggiano nel compar- 
tiimento centrale del trittico, e quanto all’essere state prescelte nei lati le scene della vita 
dei due Giovanni, il Battista e l’ Evangelista, ciò trova facilmente ]a sua spiegazione nell’es- 
sere Giovanni il nome del munifico duca di Berry, e nel chiamarsi parimenti col nome di 
Giovanna tanto la sua prima moglie dei D’Armagnae di Carcassona, venuta a morte nel 1387, 
quanto la seconda da lui sposata il 1389 e fatta poi contessa di Boulogne e d’Auvergne dopo 
la morte del di lei padre Giovanni HI nel 1394. 

Ed è sotto questo rispetto, e nell’oscurità che regna tuttora intorno all’ordinazione ed 
all’autore del trittico di Poissy, a lamentarsi che la sinonimia delle due mogli del duca di 
Berry, tolga di mezzo quell’apprezzabil criterio che avrebbe offerto per sè una tale carat- 
teristica iconografica, benchè, come s'è visto, il fatto di vedersi, nelle due tavolette votive 
del basamento, la duchessa di forme giovanili affatto, e senza alcun figlio allato, esclude 
che si tratti della prima moglie che diede al. duca di Berry numerosa prole, e chiarisce 
come il trittico fu regalato dal duca all'Abbazia di Poissy dopo il secondo suo matrimonio, 
da cui non ebbe figli secondo alcuni, e secondo altri due soli morti in tenera età. 

Ma poichè nello studio del trittico di Poissy, ciò che emerge per importanza è ancora 
il lavoro artistico e prevale su ogni altra la questione di accertare se trattisi veramente, come 


294 ° DIEGO SANT'AMBROGIO 

già fu supposto, di opera di artefice italiano, e più propriamente del fiorentino Baldassare 
degli Embriachîi e della sua scuola, — ci sforzeremo di passare qui brevemente in rassegna 
i numerosi quadretti del trittico, mettendo in mostra, di volta in volta che occorra, le rasso- 
miglianze di stile e composizione che essi offrono coi quadretti del trittico della Certosa di 
Pavia, di sicura esecuzione di quell’artista. 

Anche nel trittico di Poissy hanno larga parte, massime nelle storie di San Giovanni 
evangelista i racconti dei Vangeli apocrifi, come nel trittico di Pavia per quanto riflette le 
scene della vita della Vergine, ed è pur questa circostanza altra delle non poche analogie 
fra i due lavori. 

Ed ora, venendo all’esame delle diverse leggende ratfigurate, e incominciando dal primo 
scomparto di sinistra, si susseguono le storie di San Giovanni Battista in esso riprodotte nel 
modo seguente: 

Nel 1° quadro di sinistra, in basso, vediamo il patriarca Gioachino, padre di Giovanni, 
che, ritto in piedi dinanzi alla sua numerosa famiglia e tenendo un filatterio fra mani, 
riceve dall’angelo, uscente da una specie di soppalco, l’annunzio della prossima fecondità 
di sua moglie Elisabetta. Per l’incredulità sua all’annunzio celeste, perde Gioachino l’ uso 
della favella; 

2° Colpito dall’'inatteso prodigio, si affretta allora a dar disposizioni per la prossima 
nascita del figlio, ingiungendo, a mezzo di segni, prescrizioni diverse per meglio solenniz- 
zare il lieto evento; 

3° La Visitazione della Vergine Maria ad Elisabetta viene ratfigurata in questo terzo 
quadro, fra una schiera di pie donne ed assistenti, alcune delle quali postano doni e gli 
indumenti ed oggetti occorsi per il viaggio; 

4° Nel soggetto della Nascita di San Giovanni il battezzatore, sono riprodotti i particolari 
ad un dipresso dell’analogo soggetto della nascita di Maria. Vediamo però qui la partoriente 
che consegna essa stessa il bambino alle assistenti accoccolate a fianco del letto; altre donne 
stanno ritte presso il capezzale o in fondo alle scena, ed una di esse si affretta a porgere alla 
puerpera un vaso di frutti e dolciumi; 

5° La scena di Zaccaria che, rimasto mutolo, dà il nome di Giovanni al figlio, scri- 
vendolo sulla pergamena, vedesi effigiata in questo quadretto, ove scorgesi tuttora, sulla 
destra, il letto con la partoriente sedutavi, e, sulla sinistra, il patriarca Zaccaria, cui viene 
portato da un servente il neonato infante, del quale sta scrivendo il nome sopra un filatterio. 

Tutti e cinque questi quadretti offrono in vista, nella parte superiore, quella zona a 
piccole casette che vediamo anche in molti del 66 quadretti del trittico dell’Embriachi in 
denti d’ippopotamo della Certosa di Pavia, e che può ritenersi una speciale caratteristica di 
‘ quell’artefice ; 

6° Ben mossa è la composizione di questo quadretto in cui vedesi il giovinetto Gio- 
vanni che, indossato il saio velloso, e seguìto dagli sguardi amorosi dei genitori, si avvia 
verso il deserto. Non sai se è un inno di lode a Dio che gli esce dalle labbra, o se è il 
solito motto: « £g0, vox clamans in deserto» che l’artista espresse in un foglio svolazzante 
davanti al di lui viso. 

La scena del deserto è qui ratfigurata, come nel trittico di Pavia, da alberi a capitozza, 
ricordanti, per la forma dilatata della chioma fronzuta, il Pinus pinea L. della Riviera ligure 
e della Lunigiana: 

7° Nella predicazione di Giovanni, che, elevato di qualche poco sulle persone che lo 
circondano, poggiando i piedi su uno zoccolo circolare, mostra ad esse la croce, futuro stru- 
mento di supplizio e di gloria per il divino Redentore, può essere perdonato facilmente 
tale controsenso in vista del potere profetico di cui era in alto grado dotato il Precursore. 

8° La presenza di soldati armati in tutto punto, con quei celatoni acuminati e gli 
scudi triangolari quali scorgonsi identici nel trittico pavese, lascerebbe arguire che ratligura 

questo quadretto l’arresto del Precursore d’ordine di Erode Antipa, ma assai più verosimil- 


IL GRANDE TRITTICO D’OSSO SCOLPITO DELL'ABBAZIA DI POISSY 295 


mente rappresenta invece una delle solite predicazioni del Battista cui intervenivano anche 
i soldati del Tetrarca ai quali soleva dire si accontentassero delle loro paghe senza com- 
mettere concussioni o violenze ; 

9° Tale seconda spiegazione apparirebbe giustificata dal fatto che in questo successivo 
quadretto non vediamo già Giovanni in ceppi, ma intento a rispondere a persone che gli 
stanno intorno ad interpellarlo, nelle quali ponno ravvisarsi quei Farisei che egli investiva 
chiamandoli «razza di vipere»; © 

10° Una nuova scena di predicazione, col Precursore vestito del tradizionale saio e 
con la croce tra mani, vediamo infatti in questo decimo quadretto, e puossi ritenere si 
riferisca alla missione dei maggiorenti fra gli Ebrei venuti a domandargli se egli fosse 
veramente il figliuolo o il messo di Dio, al che risponde essere solamente il secondo; 

11° Identica in tutto al quadretto corrispondente del trittico di Pavia è questa tavola 
col battesimo del Redentore per opera di Giovanni. Anche qui l’acqua viene rappresentata 
FARA IATA TATA. VINI 


a da dti ASANA - 
ADATTA ATA RT TANA A 


PER dA TT, pa ta Ai CR "* 
ta Msi ì 
. i] n $ AIA e 
H oi n oi Ù; 
=” 
I) 


file Dia 
TREIA 
a 





Tav. II. - AVORII DELLA STORIA DI PARIDE, DI BALDASSARE DEGLI EMBRIACHI 


da striscie ondulate in senso orizzontale, giungenti fino ai lombi del divin Maestro, e sono 
angeli che, sulla sinistra, tengono fra mani i lini con cui asciugarsi; 

12° Il Sauzay, nel suo Catalogue des îvoires, cui si attenne recentemente anche Emile 
Molinier, nel suo Catalogo degli avorii del Museo del Louvre (Parigi 1896), ravviserebbe 
espressa in questo quadretto la visita di Giovanni a Gesù e alla di lui Madre, e il Redentore 
sarebbe da lui additato ai circostanti con le tradizionali parole: « Ecco l’agnello del Signore! » 

Va però notato che questo soggetto andò restaurato per intero, e che i restauri, in genere, 

del trittico si appalesano di gran lunga inferiori all’ importanza del grandioso lavoro; 

13° In questa quinta serie ternaria dei quadretti scolpiti del trittico vi è una inver- 
sione all’ordine consueto seguìto, continuando il filo del racconto da sinistra invece che da 
destra, e vediamo rappresentato nel quadretto n. 13 l’episodio dei duri rimproveri che il Pre- 
cursore muove personalmente ad Erode Antipa per tener egli presso di sè, in concubinato, 
Erodiade, moglie del di lui fratello Filippo. 

Anche qui il Battista impugna, come segno della sua missione, il futuro strumento di 

supplizio del Redentore; 

14° Tradotto in carcere il Precursore per il suo ardimento verso il tetrarca di Galilea, 
lo vediamo, dalla grata della prigione, custodito da soldati armati in tutto punto, inviare 
due dei suoi discepoli a Gesù per informarlo dei suoi vaticinî a di lui riguardo; 

15° Giunti i due messi presso Gesù Cristo, vedono costui intento a far miracoli fra 
le tribù che lo seguono, onde il Redentore dice loro che riferiscano a Giovanni come per 
opera sua ì ciechi vedano, gli storpi camminino agevolmente, i morti risuscitino, e come 
infine il Vangelo del Signore sia predicato ai poveri; 


296 DIEGO SANT'AMBROGIO 


cla a HAI o__ —————+—T  —— _—_  ——_ ———+———+@+_m 











16° Ripigliando il primitivo ordine da sinistra a destra, scorgiamo scolpita in questo 
quadro la cena’ nel castello di Macheronte in cui Salomè, figlia d’ Erodiade, eseguisce, alla 
presenza di Erode Antipa, una danza seducente, dopo di che le viene accordato di chiedere 
quanto più desiderasse ; 

17° Mentre il banchetto continua sulla destra, Salomè, sollecitata dalla madre, domanda 
ad Erode la testa di Giovanni, ciò che le viene acconsentito, e, spiccata da un sicario, la 
testa vien portata davanti ai commensali che la guardano atterriti, mentre un serafino alato 
tiensi ritto sul lato sinistro; 

18° Alla presenza di ‘due persone sullo sfondo della scena, che pare assistano inor- 
ridite al truce spettacolo, la figlia Salomè presenta alla crudele matrigna, in un vassoio, 
la testa del martire, di cui vuolsi sia poi stata trafitta la lingua con un lungo spillo; 

19° Manca la scena della tumulazione del corpo del Precursore, ma, come riepilogo 
dell’intera storia, rappresentò l’artista in quest’ultimo quadro riassuntivo, seguaci del Bat- 
tista e divoti cristiani che pregano proni e commossi sulla tomba del protomartire della nuova 
fede, il cui corpo è tradizione abbia avuto sepoltura a cura de’ suoi fedeli a Sebaste nella 
tomba stessa di Eliseo. 


Nei 19 quadretti dedicati allo svolgimento delle principali scene della vita di San Gio- 
vanni l Evangelista, notiamo preliminarmente che furono ommessi dall’ artista i soggetti più 
noti e più spesso riprodotti della presenza di quest’Apostolo con la Vergine Maria ai piedi 
del Cristo crocefisso, oppure della di lui visione apocalittica. 

Più delle tradizioni dedotte dai testi formalmente riconosciuti dalla Chiesa, sono anche 
in questo scomparto le scene tratte dai Vangeli apocrifi a cui si è ispirato l’artista, o che 
gli furono ordinate dal cospicuo donatore di quel trittico, ed è pur questa circostanza un 
nuovo motivo di collegamento del trittico di Poissy con quello della Certosa di Pavia, ove, 
in ispecial modo, le storie riferentisi alla vita della Vergine sono tratte per intero dalle 
leggende dei Vangeli apocrifi. 

E va notato che, come i Certosini di Piemonte e Lombardia, anche il duca di Berry 
propendeva per Clemente VII e per l’antipapa Benedetto XIII, cosicchè ciò spiega la prefe- 
renza data nel trittico alle riproduzioni di scene dei Vangeli apocrifi. 

Ommesse dunque le scene che si riferiscono più specialmente alle narrazioni che Gio- 
vanni fa nel suo Vangelo, incominciano i soggetti svolti nel trittico intorno alla di Iui 
persona e si svolgono nel modo seguente: 

1° La presenza di soldati dagli elmi aguzzi a guisa di cappucci eretti e dagli scudi 
triangolari lascia credere siasi qui voluto esprimere la comparsa dell’Apostolo in Roma, ed il 
conseguente di lui arresto, vedendosi altresì, sulla destra, una torre merlata, in cui parrebbe 
designato il pretorio 0 miczlo il carcere; 

2° Vediamo in questo quadretto l’apostolo tratto innanzi all’ imperatore Domiziano, 
che egli catechizza ardentemente, decantandogli le lodi e le meraviglie di Dio uno; 

| 3° Nella scena del supplizio cui è dannato, e da cui l Evangelista Giovanni esce 

perfettamente illeso, della immersione cioè in una caldaia d’olio bollente, piena di movi- 
mento e ben riuscita è, in linea artistica, la figura dello sgherro che attizza il fuoco sotto 
la caldaia. Al disopra un angelo volante sembra infondere coraggio al martire; 

4° Scacciato da Roma, ed esiliato nell’isola di Patmo, scrive Giovanni la sua visione 
dell'Apocalisse che un angelo gl’ispira dal cielo. Un’aureola luminosa lo circonda d’ogni 
intorno e lo isola quasi dalla foresta a piante capitozzate, ratfigurata dall’artista con le 
linee consuete; 

5° Restituisce il taumaturgo Evangelista al desolato amante Callimaco ed ai suoi la 
bella sposa Drusiana, che, levatasi a sedere sul lettieciuolo funereo, protende le mani ai 
circostanti, mentre lo sposo le si china amoroso dappresso, ed essa guarda fisa al suo libe- 
ratore aritto della persona in atto di comando; 


IL GRANDE TRITTICO D’OSSO SCOLPITO DELL'ABBAZIA DI POISSY 297 


I E eee, —*<- e _—_  _——"—"-——r_ 





6° Dietro insensato consiglio del filosofo Cratone, il quale sosta presso un tripode, due 
giovani che ravvisansi sulla sinistra, e che avevano convertito le loro sostanze in pietre pre- 
ziose, frantumano quest’ ultime, e ciò per dimostrare il loro spregio delle ricchezze mondane; 

7° Giovanni l’Evangelista biasima l’operato di Cratone, ed accennando a persone 
cariche di pesi e fardelli, esprime l’avviso che sarebbe stato miglior consiglio vendere gli 
averi tutti dei due giovani e portarli ai poveri; 

8° Chiamato Giovanni dal filosofo Cratone presso il tripode su cui giacciono gli avanzi 
frantumati delle pietre preziose, viene da lui sfidato a far loro riprendere lo stato primiero, 
il qual fatto potrebbe costituire una prova della sussistenza e del potere del Dio da lui pro- 
fessato; 

9° Presso al tripode, già etfigiato nei precedenti quadretti, Giovanni porge, con mera- 
viglia degli astanti, al suo contradditore Cratone le pietre ricomposte, donde la conversione 
al vero Dio del filosofo e dei suoi due discepoli; 

10° Rifatto questo quadretto nella metà di sinistra, non se ne può ravvisare bene il 
soggetto, e fu tenuto dal Sauzay, nel suo Catalogue des ivoires, come attinente alla narra- 
zione dei Vangeli apocrifi, del giovane sposo venuto repentinamente a morte dopo soli trenta 
giorni dalle auspicate nozze. Ravvisiamo a destra i due coniugi che teneramente si baciano 
e si abbracciano, e, poco discosta, una persona ginocchioni supplicante; 

11° La risurrezione dello sposo fu riprodotta dall’artista con una composizione atfine 
assai a quella del richiamo in vita della bella Drusiana, e manifestano del pari compunta 
ammirazione le persone che stanno coll’Apostolo intorno al lettuccio nel mezzo di questo 
quadro; 

12° Trascinato al tempio degli Dei, Giovanni viene ingiuriato e colmato d’anatemi ; 
ma i sassi che gli sono lanciati contro dai malevoli vanno a colpire invece l’ idolo del tempio, 
che, quasi atterrato dal fulmine, nel mezzo di questo quadretto, precipita a terra; 

13° In conformità all’ordine seguìto anche nel compartimento di sinistra con le storie 
di San Giovanni Battista, segue la storia dell’Evangelista nel quint'ordine, incominciando 
da sinistra anzichè da destra. Vi è espressa la scena del sacerdote pagano Aristodemo, che 
sfida l Evangelista a bere la tazza di veleno che gli porge, ciò ch'egli fa impavido senza 
risentirne danno di sorta, benchè giaccia al suolo esamine lo schiavo cui quel veleno era 
stato propinato poco prima; 

14° Per vincere i dubbii che Aristodemo accampa tuttora intorno alle dottrine del 
maestro ed alla sua facoltà di compiere prodigi nel nome del Signore, Giovanni dà ad esso 
il proprio mantello perchè, ricoprendone i cadaveri, abbia a ridar loro la vita; 

15° Il miracolo si compie alla presenza di più persone, e vedesi l’Apostolo che posa 
amorevolmente le mani sul capo di un giovanetto dalle mani congiunte in atto di preghiera; 

16° Complessa assai e difficilmente spiegabile è la scena ratfigurata in questo quadretto, 
tolta essa pure dai Vangeli apocrifi. Dandosi l’Apostolo lo spasso di ammaestrare una pernice, 
e venendogli di ciò fatto appunto, egli approfitta dell'esempio datogli da un giovane, che, 
innanzi di colpire prematuramente, allenta l'arco che tiene fra mani, e ciò perchè la molla 
sia più pronta ad agire al momento opportuno, per dimostrare a quanti gli stanno intorno 
che è bene che anche l’anima si dia, di quando in quando, qualche momento di tregua e 
di sollievo; | 

17° Seduto nel mezzo del quadro, davanti ad un leggìo da cui pende una lunga 
fascia ondeggiante di pergamena, scrive l’apostolo San Giovanni il suo Vangelo, mentre 
d’ambo i lati stanno ginocchioni intorno a lui i seguaci delle sue dottrine; 

18° Chiamato dal Signore ai gaudii celesti, raccoglie l’evangelista Giovanni i fedeli 
nel tempio, e, dopo una fervorosa preghiera, scava egli stesso la fossa con una zappa, but- 
tando la terra fuori del luogo sacro, per coricarvisi ed assopirsi nel sonno eterno; 

19° Vediamo in questo quadro terminale l’apostolo Giovanni rapito al cielo nella 
mandorla tradizionale riservata alle persone divine, e che viene sorretta da angeli volanti. 


Archivio storico dell’ Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. IV. 8 


298 DIEGO SANT'AMBROGIO 


Tiene l’ Evangelista le mani incrociate sul petto, e guarda verso il cielo in atto di sommo 
gaudio. 

Nei due piccoli scomparti triangolari, di fianco a questo quadretto, scorgonsi “persone 
assistenti devotamente al glorioso imita. 


* 
* * 


Meno difficili a spiegarsi, e conformi in tutto alle tradizioni evangeliche, sono i 25 qua- 
dretti del compartimento centrale riservati alle principali scene dell’epopea del Redentore, 
disposti tutti quanti col consueto ordine, e cioè proseguendo il filo della narrazione da 
sinistra a destra. 

Li passeremo qui brevemente in rivista, quali sono indicati nell’annesso quadro grafico, 
con qualche raffronto relativamente ai soggetti consimili dei due trittici di Pavia e di Poissy: 

1° L’Annunciazione. Siede la Vergine a destra, mentre ha dietro a sè altre ancelle 
sedute ed altre ritte della persona stanno, invece, sulla sinistra del quadro, conformemente 
al quadretto consimile del trittico di Pavia, ove però scorgonsi in piedi anche le ancelle 
sulla destra. Anche qui la colomba si libra sul capo di Maria, ma mancano nel trittico di 
Poissy le accurate dorature che fanno più venusti i quadretti del trittico pavese; 

2° L’Adorazione dei Magi, disposta ad un dipresso per stile e composizione come nel 
trittico di Pavia, le riesce per altro inferiore, sotto il rispetto artistico, circa la finitezza dei 
particolari e l’espressione delle varie figure. Vi manca poi il paesaggio retrostante, meglio 
delineato e svolto nella pala d’altare certosina ; 

3° Altrettanto può dirsi per il soggetto della Circoncisione; ed anzi identica in tutto 
è la posa del sacerdote, e più quella del Bambino Gesù con le amido forzatamente aperte ; 
ma garbo di figure ed espressione di volti riescono d’assai inferiori; 

4° La Fuga in Egitto non appare rappresentata sul trittico pavese, e in questo di Poissy 
lo è nel modo tradizionale, dell’asinello su cui sta adagiata Maria col divino Infante in 
braccio; Giuseppe le tiene dietro a piedi, ed ha dappresso altra creatura dalle smilze forme, 
che, dal carico che porta, sembrerebbe una servente anzichè uno dei soliti angeli di scorta 
alla carovana; 

5° Nella Presentazione al Tempio, la disposizione della scena non differisce molto da 
quella consimile del trittico di Pavia, ma, come già s'è osservato per i precedenti quadri 
e reputasi superfluo ripetere per gli altri, vi manca quella soavità di espressione e quella 
accuratezza di ]avoro che ha pure grandissima parte nelle sculture d'avorio; 

6° Gesù fra i dottori della sinagoga è altro dei soggetti non incluso nel trittico pavese, 
e vediamo il giovane figlio di Giuseppe e Maria seduto sur un rialzo in atto di confabula- 
zione, mentre rabbini ed assistenti del tempio pendono stupiti dal di lui labbro; 

7° Rifatto per intero, non è il caso di soffermarsi su questo quadretto, che rappresenta 
Gesù nell’atto in cui raccomanda che siano a lui lasciati venire i pargoletti che le madri, 
gimocchioni, gli protendono con tenera espansione; 

8° Il soggetto della Tentazione nel deserto differisce da quello analogo del trittico 
cartusianense, e per la disposizione generale della scena assai meno pittoresca, e perchè il 
Demonio vi è riprodotto ignudo e con le ali di pipistrello a tergo, anzichè sotto le spoglie 
cenobitiche e con la cocolla fratesca; 

9° Con lo stesso numero di personaggi e l’eguale loro raggruppamento nel trittico 
pavese, venne raffigurato nel trittico di Poissy il quadro della Risurrezione di Lazzaro, e solo 
può notarsi che mancano nello sfondo, e in questo e in tutti in genere gli altri quadretti, 
quelle rupi a frattura concoide e di carattere saponaceo, che vediamo nel trittico certosino, e 
che solo il più fino ed eletto materiale di denti d’ippopotamo consentiva di riprodurre; 

10° Benchè poco riesca spiegabile in una ordinata serie dei principali quadri della 
vita del Redentore, è veramente il soggetto della Trasfigurazione che fu qui riprodotto dal- 





Tav. III. - COFANO NUZIALE DI LEGNO ED OSSO SCOLPITO 


peLLA BisLioreca NazionaLe DI PARIGI 


300 DIEGO SANT'AMBROGIO 


l’artista. Il Cristo transumanato si leva al cielo dal monte Tabor fra i due profeti Mosè ed 
Elia, mentre in basso gli apostoli, che assistono alla scena, si coprono col braccio il viso, 
chè mal regge la vista loro a quella visione trascendentale; 

11° Non è già l’ultima cena, ma il banchetto cui Cristo assiste nella casa di Simone 
che forma oggetto di questo quadro. Due valletti in piedi a destra apportano le vivande, e 
il lavoro scultorio è eseguito con garbo e precisione; 

12° Mal si saprebbe ravvisare se nella sfilata di persone paludate, che stanno davanti 
al Cristo in atto d’interrogarlo, volle l'artista rappresentare la conversione di parecchi sena- 
tori, come opinò il Sauzay, o non si tratti invece di una delle solite inchieste insidiose che 
gli muovevano i dottori della sinagoga, e più specialmente di quella se dovevasi o meno 
pagare l’obolo a Cesare; | 

13° Il miracolo della moltiplicazione dei cinque pani e dei cinque pesci, che non ha 
raffronto con altro consimile del trittico pavese, appare espresso col Cristo a destra, cui si 
presenta l’apostolo con la scarsa scorta -di cibi disponibile e la numerosa turba affamata che 
lo segue e si disegna stipata sullo sfondo del deserto a piante capitozzate; 

14° Disposta in senso inverso di quel che vedesi nel trittico «di Pavia, è la scena del 
Cristo che entra in Gerusalemme sur un bianco giumento nella domenica delle palme. La 
popolazione si affolla festante a lui dintorno e gli offre rami di palme, mentre un ragazzo 
protende a lui davanti il suo mantello per farne tappeto alla di lui cavalcatura; 

15° Anche in questo quadretto Gesù scaccia i mercanti movendo da destra a sinistra, 
e così in senso opposto alla scena analoga del trittico pavese. Vi si nota però sempre minor 
movimento nella scena e minor perfezione negli accessorî delle varie figure; 

16° Analoga in tutto al quadro corrispondente al trittico pavese è invece la dispo- 
sizione dell’ ultima cena del Redentore, col Cristo benedicente a sinistra e gli apostoli sedenti 
a due, a due, intorno alla tavola rettangolare oblunga sul davanti della scena; 

17° In senso inverso di quel che vedesi nel trittico di Pavia è parimenti questa scena 
della preghiera di Cristo nell'orto di Getsmani, benchè eguale sia il numero e l’atteggiamento 
degli apostoli addormentati, e solo Gesù preghi volto verso l’angolo di destra anzichè di sinistra; 

18° Nuova in questo trittico di Poissy è la scena in cui vedesi Cristo che recasi egli 
stesso a risvegliare gli apostoli addormentati, seduti sui rialzi erbosi dell’Orto di Getsemani, 
nel quale, in luogo degli olivi, scorgonsi gti alberi della singolar forma già notata; i 

19° Anche la Lavanda dei piedi formò argomento ad un nuovo quadro, e gli apostoli 
scorgonsi seduti ed allineati nello sfondo, mentre il divino Maestro accosciato a sinistra 
presso l’uno di essi, sta per accingersi all’umile servizio di questa pia cerimonia; 

20° Rifatto in parte questo quadretto, riesce difficile l’asserire che esso rappresenti, 
come sostenne il Sauzay, Cristo in ceppi davanti a Caifas, nel qual caso converrebbe cre- 
dere siavi stata qualche trasposizione dei diversi soggetti in occasione di riparazioni od 
altro, inquantochè sussegue ad esso il Bacio di Giuda. E conviene tener conto che anche 
le scene della Trasfigurazione e del Banchetto di Cristo presso Simone non si troverebbero, 
come osservammo, al giusto posto loro; 

21° Pressochè identico a quello analogo del trittico pavese e solo mancante delle dora- 
ture, è questo quadretto ratfigurante il Bacio di Giuda, che avviene alla presenza degli 
sgherri armati venuti per l’arresto del Redentore; 

22° Piuttosto che Gesù insultato dai valletti del Pretorio, sembra si riferisca questo 
quadretto all’ Incoronazione di spine, levando uno degli sgherri la mano verso il capo del 
divino Maestro quasi per premergli sulle tempia la dolorosa corona di spine. Avvertasi per 
altro che fu rifatta per intero la figura del Cristo; 

23° Nessun dubbio intorno al soggetto rappresentato in questo quadretto dell’ Ecce 
Homo, e cioè del Cristo fatto esporre da Pilato al popolo, quasi per muoverlo a pietà. Vi 
si scorge il portico del Pretorio sotto cui Gesù appare fra due armati, nudo fino alla cin- 
tola, ma anche questo quadretto si manifesta rifatto per intero in epoca posteriore; 


IL GRANDE TRITTICO D’OSSO SCOLPITO DELL’ABBAZIA DI POISSY 301 

24° Ben espressa è la scena di Gesù che si avvia al Calvario portando lo sirumento 
del proprio supplizio. Lo precedono soldati collo scudo al braccio, e dietro a lui stanno 
ploranti le pie donne; 

25° La scena della Crocifissione, che occupa nel trittico di Poissy due degli ordinarii 
quadretti, appare svolta con assai maggior ricchezza di personaggi ed accessorii di quello 
che nel trittico pavese. Qui la Vergine sviene, sorretta dalle compagne, stando alla destra 
della croce, e dal lato opposto Giovanni, l’apostolo prediletto, stringe le mani al petto in 
atto di dolore e compunzione, al posto stesso in cui nel trittico certosino scorgesi invece il 
pio centurione. Aste e bandiere ondeggiano al vento in fondo alla scena, ma tanto le figure 
del Cristo crocifisso quanto quelle dei due ladroni si appalesano rifatte per intero. 

Persone assistenti al triste spettacolo vedonsi pure nei due spicchi triangolari intorno 

a questo quadro terminale e più degli altri grandioso. 


Dopo i 64 quadretti dei tre scomparti del trittico, altri due quadretti di particolare 
importanza sono quelli che decorano il basamento dei larghi pilastri angolari di destra e 
di sinistra. 

Vanno adorni questi pilastri nella lesena di mezzo di dieci angeli per parte, in nicchiette 
terminanti ad arco trilobato, e sopportano entrambi all’estremità un’aguglia cuspidale centrale 
circondata da altri quattro pinacoletti minori, tutti a tarsia come il resto del trittico. 

Altre due aguglie con pinacoletti minori, separano le tre cuspidi con fiorami a gattoni 
del trittico. 

Ora, è precisamente nel basamento dei due pilastri dei fianchi che vedonsi le tavolette 
votive del trittico, e cioè in una nicchietta ad arco scemo, vagamente ornata, a sinistra il 
duca Giovanni di Berry, ! ginocchioni, presentato al Cristo crocifisso da un angelo e dal 
precursore Giovanni Battista tenente fra le mani la croce, — e in altra nicchietta analoga 
a destra la duchessa Giovanna di Boulogne, seconda di lui moglie, di forme giovanili af- 
fatto ed in ginocchio essa pure e colle mani giunte, guidata allo stesso scopo da un angelo 
e avente dietro di sè l’evangelista Giovanni ed altra santa colla palma del martirio fra mano. 

E già notammo, a proposito di questo secondo quadretto, come la circostanza di non 
vedersi presso la duchessa orante alcun figlio, determina per sè che va veduto in essa raf- 
ficurata dall’artista non già la prima moglie del duca di Berry, Giovanna d’Armagnae, 
morta fino dal 1387 e che ebbe ben cinque figli, ma sibbene la giovanissima seconda moglie 
del duca stesso, Giovanna di Boulogne, da lui chiesta in sposa cinquantenne, di soli 12 anni 
d’età, nel 1389, e che non ebbe prole vitale da questo sì disparato matrimonio. * 

Nei fianchi dei due massicci pilastri angolari del trittico, che vanno decorati all’esterno 
da una lesena con tralci e foglie d’edera scolpiti con molta atfinità di gusto a quelli che 
vedonsi nel basamento del trittico pavese, altre due tavolette quadrangolari nel basamento 
stesso danno indizio del chiostro cui appartenne dall’origine questo pregevole monumento, 
che era. come sappiamo, l’Abbadia di monache domenicane di Poissy. * 

Vediamo infatti in queste due tavolette frati‘ oranti dell'Ordine domenicano a sinistra, 
e monache dell’egual Congregazione a destra tenenti libri fra mano; ed è noto infatti come 


! Nonostante le piccole proporzioni, ricorda la figura 
del duca di Berry, inginocchiato, la statua erettagli 
nella cripta di Bourges e il ritratto suo che vedesi in 
‘altro de' preziosi libri d'ore lasciati da questo principe, 
vessatore pei sudditi, ma oltremodo munifico per le 
urti. Entrambe quelle immagini eroiche giustificano l'ap- 
pellativo di (‘«mus che gli era stato dato pei lineamenti 
alquanto duri e rattratti del viso. 

* Su questo matrimonio s'era molto celiato alla Corte 
del re di Francia, e lo stesso Carlo VI, prendendo parte 


nel 1393, ad una burla organizzata all'uopo, poco mancò 
non rimanesse vittima dello scherzo, essendosi il fuoco 
appreso alle vesti con penne d'uccello indossate da al- 
cuni di coloro che s’erano prestati a quella gazzarra in 
unione al re stesso. Carlo VI fu in quella circostanza 
tratto in salvo dalla duchessa di Berry. 

° Filippo il Bello l'aveva istituita nel 1304 nell’an- 
tico castello istesso di Poissy, ove San Luigi, re di 
Francia, era nato nel 1214. 


302 DIEGO SANT'AMBROGIO 


quell’ insigne monastero, non molto discosto da Parigi, fosse stato fondato da Filippo il 
Bello nel 1304, e da lui affidato alla custodia di monache dell’Ordine del Redentore. 

Ora, fu in quel convento per l’appunto, che andò poi demolito per intero nel 1802, 
che ebbe a prendere il velo la figlia di Carlo VI, Maria di Francia, destinata fin dalla 
nascita, nel 1395, come narra il Michelet, ai silenzi del chiostro, nella supposizione che l’inno- 
cente creatura avesse ad espiare i peccati dei suoi padri, e ad ottenere dal cielo la guari- 
gione della demenza da cui era stato incolto re Carlo VI. 

E fu per far cosa gradita al nipote che il vecchio duca Giovanni di Berry, assai pro- 
babilmente nell’epoca in cui la figlia di Carlo VI si ritirò per sempre nell'Abbazia dome- 
nicana di Poissy, locchè è presumibile sia avvenuto allorchè toccò i primi anni della fan- 
ciullezza, e così verso il 1408 o 1409, fece dono alla celebre Abbazia del prezioso trittico 
fino a noi pervenuto e che costituiva ai suoi tempi un presente veramente regale. 

A confermare maggiormente questa cospicua donazione, scorgiàmo tuttora nella cornice 
alla sommità dei pilastri angolari una coppia d’angeli per lato che tengono fra di loro uno 
scudo triangolare con le insegne araldiche dei Valois, duchi di Berry, e cioè coi tre gigli 
di Francia che i Valois stessi non assunsero che dopo il 1328, circondati da bordura (engrelce 
de gueules) tutt’ intorno all’orlo. 

Poco v'è a dire intorno alle altre sculture accessorie di questo trittico, quali sarebbero 
i tre medaglioni delle cuspidi colle immagini del Cristo in gloria nella parte di mezzo, 
circondato da angeli tripudianti, e dei due santi di cui si decantano le gesta nei quadretti 
sottostanti a destra ed a sinistra, essi pure circondati da creature celesti. 

Quanto poi alle statue dei dodici apostoli nella fascia più larga del basamento, pre- 
messo che mancano le quattro statuette di destra, le altre non escono dalle consuete 
forme di personaggi paludati, senza speciali simboli fra mano all’infuori di qualche libro dei 
sacri testi. 

Veggonsi collocati in nicchie terminanti superiormente ad arco trilobato, precisamente 
come i santi e gli apostoli intorno al quadretto centrale col soggetto della Pietà nel trittico 
della Certosa di Pavia, il qual ultimo anzi va decorato da un numero stragrande di tali 
statuette, non solo nel basamento, ma altresì nei pilastri angolari di forma poligonale con 
nicchie sovrapposte, sì da raggiungere la cifra di ben 94. 

Compiuto così in tutte le sue parti l’esame e lo studio critico del trittico di Poissy, 
nello scopo precipuamente d’ istituire il raffronto suo col più celebre e magistrale trittico 
della Certosa di Pavia, e innanzi di riassumere le conclusioni di siffatte indagini, ci fa 
duopo affrontare prima d’ogni cosa una questione di non facile risoluzione, nella totale man- 
canza di documenti scritti, e cioè quella della precedenza in ordine di tempo da assegnarsi 
all’uno.o all’altro di detti trittici. 

Già si è dimostrato come, per quel che riflette il valore, la perizia artistica e la maggior 
ricchezza di materiale e d’accessorii, il trittico della Certosa di Pavia vada d’assai superiore 
a quello che vedesi oggidì nel Museo del Louvre, che solo lo sorpassa nelle dimensioni 
d’altezza. 

Ora, parrebbe questa circostanza favorevole al ritenere che il trittico di Poissy sia 
anteriore a quello della Certosa di Pavia, giacchè non saprebbe spiegarsi a tutta prima in 
qual modo un artefice che condusse a termine opera di egregio valore ed anzi di somma 
perfezione qual è il trittico di Pavia, possa poi adattarsi a fare altra opera analoga ma assai 
meno elaborata ed elegante, pur se di proporzioni d’alcun poco maggiori, qual è il trittico, 
francese di Poissy. | 

D’altra parte, le considerazioni addotte dell’epoca presumibile in cui quel trittico può 
essere stato donato dal duca di Berry all'Abbazia di Poissy, le quali inducono a ritenere 
che ciò non abbia avuto luogo che verso la fine del primo decennio del xv secolo, contrad- 
dicono a quella presunzione e il trittico di Poissy si rivelerebbe quindi posteriore a quello 
di Pavia. 


IL GRANDE TRITTICO D’OSSO SCOLPITO DELL’ABBAZIA DI POISSY 303 

Fa duopo quindi arguire che il trittico stesso che, come osservammo, si addimostra di 
minor perizia di quello di Pavia, più che di mano dello stesso Baldassare d’ Embriachi sia 
stato eseguito dal di lui figlio naturale Benedetto o dagli assistenti della sua otticina, e 
faccia così parte di quel complesso di lavori d’osso scolpito, di assai minor pregio del trit- 
tico e dei due cofani della Certosa di Pavia, che fabbricati a Firenze coll’ istesso gusto e colle 
caratteristiche precipue dei lavori di Baldassare degli Embriachi, furono di là inviati ai varii 
committenti, non solo in Italia ma all’estero altresì e precipuamente alla Corte di Francia. 
I trittici ad ante girevoli servivano poi come altari portatili nelle grangie dei Certosini. 

Troppo lungo sarebbe qui l’estenderci su tali lavori colle caratteristiche scultorie del- 
l' Embriachi, ma, solo per enumerarli, citeremo fra di essi i principali, e cioè: 

Il trittico, con incrostazioni alla certosina e col soggetto della Crocifissione nel mezzo 
che vedesi nella sala stessa del Louvre ove trovasi esposta la pala d’altare di Poissy; ! 

Le due casse esagonali che gli stanno vicine coi soggetti della storia di Griselidis tolta 


È 
Lo n " #% 7 A ° ibritauana unta sen bae urea 4 +47 
: da . ì P vs . , < a ST AIR SIT LIGA Paese. vi ST. 
. ° o die 
a sat IRR VT x 
° va 
4 08 SR ana a E 
» n LI i 
” w e TA x. 
Il 
e 
4 
mm n 
4 
? 


4 
n 
f 
Li 


FOLLA GALERA DELLA LAB LBAERE 4 EELE BELLA VEL TRITATEE 


io $ TKRMRADARBRLALE AAA 4 WAR LALLECREABEEÌ DALE Td 4 F. na Po î po 





Tav. IV. - MEDAGLIONI DELLA STORIA DI PIRAMO E TISBE, DI BALDASSARE DEGLI EMBRIACHI I 


dal Decamerone del Boccaccio (X Giorn., X Novella) nell’una, e con quelle di Paride nel- 
l’altra, analoghe in tutto queste ultime coi soggetti consimili della vita di Paride scolpita 
dall’'Embriachi per le due casse ducali della Certosa di Pavia, come puossi vedere, per 
l’occorrente raffronto, dalla tavola II; 

Altra cassa esagonale, di cui forniamo una riproduzione eliotipica nella tavola III, che 
vien conservata a Parigi nel Gabinetto delle medaglie della Biblioteca Nazionale, la quale 
va adorna superiormente della cornice con fogliette di rosa ed angeli svolazzanti, identica 
in tutto a quella del trittico pavese, ed offre in vista nelle varie faccie sei storie riferibili 
all'episodio di Piramo e Tisbe, che fu parimenti riprodotto da Baldassare degli Embriachi 
nei medaglioni esagonali dei due cofani d’avorio della Certosa di Pavia. ° (Veggasi l’unita 
tavola IV). 

Altro trittico, delle dimensioni ad un dipresso di quello del Louvre e di quelli già 
descritti del Museo del Bargello, e del Museo di Berlino, * coi soggetti della Crocifissione e 


! Proviene dalla collezione Sauvageot. Veggansi lo 
descrizioni accurate tanto di questo trittico quanto delle 
successive casse nuziali nel « Catalogo degli avorii del 
Museo del Louvre », pubblicati nel corrente anno 1896 
dal chiaro scrittore .signor Emilio Molinier. 

? Questa cassa esagonale per dono di nozze è delle 
dimensioni ad un dipresso delle altre, di 0."320 di al- 
tezza per 0."340 di larghezza, e vedesi al Cabinet des 
Médailles, presso altri preziosi avorii di Bruges. 

® Veggasi nel fasc. I e II dell'Archivio storico del- 


l’arte, serie 2°, anno 2°, la breve monografia: « Un trit- 
tico fiorentino del xiv secolo ascrivibile a Baldassarre 
degli Embriachi ». 

Per gli opportuni raffronti troveranno gli studiosi 
riprodotti in quell'articolo, oltre al trittico del Bargello 
di Baldassare degli Embriachi, anche il trittico della 
Certosa di Pavia, e sei quadretti, colle storie iniziali 
della Vita del Battista nel compartimento di sinistra 
del trittico o r'etable di Poissy, ora al Museo del Louvre. 


304 DIEGO SANT'AMBROGIO 





della Natività nel mezzo e gli altri laterali dell’Annunciazione, dell’Adorazione dei Magi, del 
Bacio di Giuda e di Cristo al Jimbo, che véedesi al Museo di Cluny nella sala degli avorii. 

Tutto ciò senza parlare di molti frammenti di lavori in avorio, provenienti dall’eguale 
scuola fiorentina, che giacciono sparsi nelle Gallerie private e così in quelle Micheli e Peyre 
a Parigi, oppure in quella Hawkins di Londra. Nel catalogo degli avorii inglesi di Westwood, 
vengono descritte come « Scenes from an unknown legende » alcune tavolette, di cui conser- 
vansi i gessi anche all’ Ecole des Beaux-Arts di Parigi, nelle quali sono riprodotti gli epi- 
sodii stessi della Regina Stella e di Mattabruna, e cioè dell’eremita che mette in salvo i 
sette figli di detta Regina, episodii che l' Embriachi scolpì maestrevolmente nei cofani ducali 
della Certosa di Pavia. 

Ed ora, riassumendo le conclusioni di questo breve studio artistico di raffronto, possiamo, 
senza andar lungi dal vero, affermare fondatamente: 

a) che il trittico o retable di Poissy è manifestamente opera esso pure, come il trit- 
tico della Certosa di Pavia, del fiorentino Baldassarre degli Embriachi, col quale lavorò 
certamente il figlio naturale Benedetto, e che fu alla sua volta sussidiato in tali lavori di 
lunga e difficile esecuzione da altri artisti minori della sua officina; 

b) che non riesce possibile l’attestare categoricamente la precedenza, in ordine di 
tempo, dell’uno o dell’altro dei due trittici, ciò che può fornire opportuna materia di studio 
e venir meglio definito in progresso di tempo mercè gli studii d’archivio locali ; 

c) che, pur essendo il trittico di Pavia più importante e pregevole, vuoi pel lavoro 
artistico, vuoi per la materia di sommo valore impiegatavi, e cioè per l’avorio di denti 
d’ippopotamo, lo sorpassa il trittico di Poissy, che è di puro osso scolpito, nello slancio 
verticale, e s'’addimostra meglio concepito sotto il rispetto iconografico; 

d) che infine le due tavolette votive e le insegne araldiche dei Valois di Berry tenute 
da angeli nelle fiancate dei pilastri del trittico di Poissy, non sono di natura tale da esclu- 
dere assolutamente che il trittico medesimo non potesse essere apprestato altrove che a 
Parigi, presso la Corte del duca di Berry, nell'ultimo decennio del xIV secolo, o nel primo 
del successivo xv, mentre, come quello analogo di Pavia, che pur contiene nella doratura 
la biscia viscontea, tutto induce a ritenere sia invece stato eseguito nell’otficina stessa di 
Baldassare degli Embriachi in Firenze e Venezia. 

E poichè entrambi questi trittici di Poissy e di Pavia si trovano gelosamente custaditi 
in edifici ad uso Musei, quali sono il Louvre e la Certosa di Pavia, è a sperarsi che, come 
sostennero fin qui le ingiurie di circa cinque secoli, scampando entrambi fortunatamente ai 
pericoli di dispersione sul finire dello scorso secolo, abbiano a formare entrambi, per molto 
tempo ancora, materia di studio e d'ammirazione ai cultori dell’arte medievale. 

Il trittico in denti d’ippopotamo della Certosa di Pavia, conservato per di più, se non 
nel posto preciso in cui trovossi dalla sua origine fin verso la meta del 1500, che era l’al- 
tare maggiore sotto la cupola del tempio, ora a Carpiano, per lo meno nel recinto stesso 
della grande Certosa come prezioso adornamento della sagrestia vecchia, già ebbe a richia- 
mare ultimamente l’attenzione degli studiosi e per la ricchezza del lavoro e per le sue 
curiosità iconografiche. Esso si collega inoltre coi resti delle duc casse o cofani d'avorio 
ducali della Certosa stessa, curiosissime esse pure pei soggetti cavallereschi che offrono in 
vista, e che, pur asportate dall’ insigne monastero sulla fine del secolo scorso, ci furono 
conservate quali erano alla Certosa nel secolo XVIII. 

Quanto al trittico 0 retabdle di Poissy, se andò distrutto per intero il chiostro domenicano 
per cui era stato originariamente apprestato dal duca di Berry, scampò esso pure a tanti 
pericoli durante i turbinosi tempi della Rivoluzione francese, che non è senza commozione 
che lo si vede pressochè integralmente restituito nel Museo del Medio Evo e del Rinasci- 
mento nel grandioso palazzo del Louvre. 

Opera d’arte italiana, l’intlusso della scuola fiorentina della fine del xIV secolo vi si 
manifesta evidente non solo nelle linee generali e nell’ossatura, per così dire, del trittico, 


IL GRANDE TRITTICO D’OSSO SCOLPITO DELL'ABBAZIA DI POISSY 305 





ma anche e più nella grazia con cui sono svolti molti degli episodii riprodotti nei numerosi 
quadretti dei tre scomparti. E le rassomiglianze che partitamente notammo cogli avorii del 
trittico della Certosa di Pavia, che è lavoro accertato del fiorentino Baldassare degli Em- 
briachi, non lasciano alcun dubbio circa all’assegnamento a quell’artista, o quanto meno alla 
di lui officina, di sì cospicua pala d’altare. 

Solo, non trovasi quel grandioso trittico di Poissy sulle rive della Senna, come frutto 
di conquiste militari o come riunito colà ai tanti altri capolavori del Louvre in seguito a 
banali e spesso dubbii acquisti; no, egli vi rimane orgoglioso di mostrarsi colà come una 
chiara attestazione dell’alta stima in cui erano tenuti gli artefici italiani in Francia fin 
dal XIV secolo, e del vivo ed illuminato amore che ebbero i re e principi francesi per le 
manifestazioni tutte del genio umano. 

Precede così quel trittico di oltre un secolo quella rifioritura dell’arte italiana nella 
stessa Parigi che ebbe a verificarsi, così prodiga di sè sotto i più svariati aspetti, dall’ar- 
chitettura del Castelli di Gaillon e d’Anet, alle tele di Andrea Solari e del Primaticcio, fino 
ai bronzi squisiti «del Cellini, e certo non è senza un senso di viva compiacenza che 
vediamo così affratellate nell’arte fino da remoti tempi due Nazioni del gentil sangue latino 
che è sperabile abbiano a procedere concordi sempre almeno in tutto quanto concerne le 
geniali discipline del bello. 


DIEGO SANT'AMBROGIO. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2%, Anno II, fasc. IV. 9 


NUOVI DOCUMENTI 


Documenti 


Intorno ad un’ancona dipinta da Gaudenzio Ferrari a Mor- 
begno, nella Valtellina, durante gli anni 1520-1526. 


I 


Nel secolo xvi: alcuni scrittori di cose d’arte 
manifestarono per i primi l'opinione che Gaudenzio 
Ferrari prima dell’anno 1520 si recasse a Roma e 
quivi prestasse il suo aiuto a Raffaello e rima- 
nesse, dopo la morte di questo, per condurre a ter- 
mine, insieme con Giulio Romano e con Francesco 
Penni, le opere lasciate incomplete dal maestro. A 
questa congettura, accettata poi nei secoli poste- 
riori, erano stati condotti quegli scrittori dal non 
sapersi render conto dei rapidi e felici progressi 
che il Ferrari fece nell'arte sua durante i cinque 
anni che corsero dal 1515 al 1520; la mancanza 
assoluta di documenti che provassero la presenza 
di Gaudenzio in Lombardia durante questo periodo, 
confermava indirettamente la loro opinione. 

Il P. Giuseppe Colombo B."*,! autore della mi- 
gliore monografia su Gaudenzio Ferrari, toccando 
dell'opinione citata, discusse il valore dei suoi primi 
propugnatori, e coll’aiuto di nuovi documenti, ? i 
quali ci presentano il Ferrari nella Lombardia negli 
anni 1515, 1516, 1518 e 1521, restringendo la la- 
cuna cronologica, che costituiva una delle prove, 
osservò che l’andata di Gaudenzio Ferrari a Roma 
potè avvenire solo nel periodo degli anni 1519-1521; 
per proprio conto poi aggiunse che non inclinava 
a prestar fede a siffatta credenza. 


! Vita ed opere di Gaudenzio Ferrari pittore, con do- 
menti inediti per Giuseppa CoLomso B'*. Torino, Bocca, 
1881. 

? Op. cit., pag. 86; i documenti sono del 4 maggio 
1515, 15 dicembre 1516, 15 gennaio 1518, 5 e 9 gen- 
naio 1521. 


Tra gli storici dell’arte più recenti, i signori 
Cavalcaselle e Crowe! seguirono l’opinione pro- 
fessata dal Colombo; invece Alfredo Melani? per- 
sistette nel credere che Gaudenzio « invitato, se- 
condo quanto si dice, a recarsi a Roma da Giulio 
Romano, a Roma acquistò collo studio delle pitture 
del Sanzio nova e più franca maniera »; e in nota 
soggiunse: « Qualcuno nega l'andata a Roma di 
Gaudenzio; ma l’esame dell’opera pittorica ferra- 
riana, a nostro avviso, smentisce questa opinione ». 

Ora, i documenti che mi venne dato di rinve- 
nire, mentre da un lato svelano un’opera di Gau- 
denzio rimasta finora negletta od ignorata, dall’altra 
avvalorano e confortano talmente l’opinione del Co- 
lombo, da sciogliere, a mio avviso, completamente 
la controversia. 

Era noto come a Morbegno nella Valtellina * 
Gaudenzio Ferrari sposasse in seconde nozze Maria 
della Foppa, vedova di Giovanni Antonio de Lulmo 
e come più tardi vi dipingesse una Natività di N. $. 
sopra la porta della chiesa di Sant'Antonio dei 
PP. Predicatori.‘ La scorsa estate, nel rovistare 


! Raffaello: la sua vita e le sue opere. Firenze, Le 
Monnier, 1891, vol. III, pag. 147. 

* Pittura italiana, parte II e III, pag. 169. Milano, 
Hoepli, 1886. 

® CoLomo, op. cit., pag. 159, 210 

* Il Borpiga, Notizie intorno alle opere di Gaudenzio 
Ferrari, Milano, 1821, pag. 46, dice che « Francesco 
Ninguarda, patrizio di Morbegno, dopo l’anno 1547 circa 
che fu nominato vicario della Valtellina, fece fare questo 
fresco come si ha dall’istoria manuscritta di esso con- 
vento del Padre Gaurimone », storia che egli dice esi- 
stesse in quell’anno (1821) presso il sig. Ascanio Mala- 
crida. Io non ho potuto verificare la data sul manoscritto 
che non mi venne dato rinvenire negli avanzi dell’ar- 
chivio Malacrida; ad ogni modo la data citata del Bor- 
diga è erronea, sapendosi che il Ferruri morì il 81 gen- 
naio 1546 in Milano. (Cfr. Arch. stor. dell'Arte, vol. I, 
pag. 43*). 


NUOVI DOCUMENTI 


e nel riordinare gli avanzi del ricco archivio della 
chiesa dell'Assunta e di San Lorenzo in Morbegno, 
mi avvenni in un liber credentiae (segnato col nu- 
mero dell’antico archivio 321) della prima metà 
del secolo xvi; libro, nel quale la Compagnia dei 
Battuti, istituita in quella chiesa nel 1432 da 
San Bernardino da Siena, teneva nota delle spese 
e dei crediti suoi. A carte 47, verso, di questo ma- 
noscritto si legge come la Compagnia, il giorno 
18 agosto 1516, stringesse il contratto di un’an- 
cona col maestro Giov. Angelo del Magno da 
Pavia; '! a carte 50, verso, si legge come «il pit- 
tore ottimo » Gaudenzio di Varallo della Valsesia 
ricevesse il giorno 29 maggio 1520 lire 100 in 
acconto per l’opera dell’ancona e sottoscrivesse di 
propria mano la ricevuta. Segue immediatamente, 
sotto la data del 14 ottobre 1521, un’altra sotto- 
.scrizione di Gaudenzio, il quale afferma d’avere 
ricevuto lire 266 imperiali a conto della paga di 
lire 2000 imperiali, che la Società gli deve per la 
doratura ed i dipinti dell’ancona. In processo, nel 
manoscritto si leggono ricevute di maestro Fermo 
(Stella da Caravaggio), sotto i giorni 17 genn. 1522, 
per lire 134 e 282, soldi 6; 11 maggio 1522, per 
lire imperiali 682, soldi 16; 28 dicembre 1522, per 
lire 1100 imperiali; 24 febbraio 1523, per lire 154, 
soldi 10 e lire 22; 8 maggio 1523, per 48 lire; 
8 marzo 1524, per lire 174, soldi 12 e lire 103, soldi 18. 
Quindi, sotto la medesima data 8 marzo 1524, Gau- 
denzio di propria mano dichiara di aver ricevuto 
lire 1603 imperiali. Segue, sempre senza interru- 
zione, un rendiconto del 21 luglio 1524, steso alla 
presenza dei maestri Gaudenzio e Fermo dal sa- 
cerdote Giovanni Pietro de’ Passamonti e da Gio- 
vanni Pietro Schenardo; dal quale appare che i 
suddetti maestri erano creditori « super mercede 
« ornatus Icone Ecclesie dicte Sancte Marie de 
« Sancto Laurentio de Morbenio » di lire impe- 
riali 136. Vengono in ultimo altre ricevute di Gau- 
denzio, sotto le date 12 agosto, 7 settembre, 16 set- 
tembre, 7 ottobre 1525 e * gennaio 1526. — Da 
questi documenti pertanto appare che il Ferrari 
si trovava in Morbegno nel maggio del 1520, nel- 
l'ottobre del ’21, nel marzo e nel luglio del ’24, 
nell'autunno del ’25 e nel gennaio del ’26. 

Escludiamo subito l'opinione che Gaudenzio si 
trovasse in Roma alla morte di Raffaello; ® poichè 
questi morì il 6 di aprile del 1520, e Gaudenzio 1l 
29 di maggio, cioè circa cinquanta giorni dopo, 

! Vedi in appendice il testo del manoscritto. 

? Vedi CotomBo, op. cit., pag. 98. 


307 


era in Valtellina. Non rimarrebbe quindi che 
l’anno 1519 per includervi l’andata del Ferrari a 
Roma: infatti! il 4 di maggio del ’15, il 23 di- 
cembre del ’'16 e, come pare, sullo scorcio del ’17; 
infine il 15 gennaio ed il 24 luglio del ’18, Gau- 
denzio Ferrari si trovava in Novara a lavorare in 
quella basilica di San Gaudenzio. I documenti man- 
cano per il 1519; ma se noi teniamo presente che 
la Compagnia aveva conchiuso il contratto dell’an- 
cona col maestro Giovanni Angelo del Magno il 
18 agosto 1516 e che nel maggio del 1520 pagava 
al Ferrari lire 100 in acconto per la doratura e i 
dipinti di essa, è verosimile che nell’anno 1519 
Gaudenzio attendesse a quest’opera, la quale do- 
vette costare all’artefice non breve spesa di tempo 
e di paziente lavoro. 

Inoltre, quando anche nel breve corso dei pochi 
mesi che vanno dal luglio del ’18 al maggio del ’20 
il Ferrari si fosse recato a Roma, la compagnia di 
Raffaello ed i monumenti di quella città non avreb- 
bero, in così breve spazio di tempo, potuto esercitare 
sopra di lui, che era già artefice valente e celebrato, 
tale efficacia da farlo ascrivere tra i discepoli del- 
l'Urbinate e da produrre un notevole mutamento 
nella sua arte. 


II. 


L’ancona, alla quale si riferiscono i nostri docu- 
menti, se per essere rimasta sconosciuta, fu più 
facilmente esposta alle ingiurie del tempo e del- 
l’uomo, tuttavia fu anche salva dalla rapacità degli 
antiquari nomadi e dall’avidità straniera. Essa esiste 
ancora nella chiesa della B. V. e di San Lorenzo, 
là dove da prima fu posta, per attestare il valore 
degli artefici che la composero e l’animo gentile 
di coloro che la commisero a questi. È un grande 
lavoro d’intaglio nel legno, in cui architettura, pit- 
tura, scultura si uniscono e si fondono così mira- 
bilmente da offrire allo sguardo un complesso 
armonico e bellissimo di linee, di ombre e di co- 
lori. Tutta in istile del primo e più geniale rina- 
scimento, l’ancona, appoggiandosi all’abside, s’eleva 
sopra la mensa dell’altare maggiore fino a toccar 
la volta, per l’altezza di cinque metri circa, misu- 
randone tre in larghezza alla base e cominciando 
a restringersi verso i due terzi per modo da pre- 
sentare a chi la guardi le forme d’un tempio in 
prospettiva. Di qui la divisione che sì potrebbe 
tentare del lavoro complessivo, divisione che si 
fonda come sui motivi artistici svolti nelle singole 


! CoLomso, pug. 301 (documenti). 


308 


NUOVI DOCUMENTI 





parti, così su le ragioni estetiche e storiche di essi. 
La parte inferiore consta di cinque storie ad 
alto rilievo, rappresentanti, in piccole figure, alcuni 
fatti del Nuovo Testamento; la parte mediana com- 
prende due nicchie colle statue di S. Lorenzo e di 
S. Bernardino da Siena, a metà della grandezza 
naturale; frammezzo a queste nicchie, ìn un vano 
di due metri quadrati circa, campeggia una Ma- 
donna del secolo xv, dipinta a fresco sul muro. La 
parte superiore -dell’ancona, che figura una specie 
di cupola in prospettiva, porta la scena dell’Assun- 
zione. 

La prima delle cinque storie, che costituiscono 
la parte più bassa dell’ancona, figura lo sposalizio 
della Vergine e ricorda, per la sua composizione, 
gli altri lavori del secolo xvi sopra il medesimo 
soggetto: la scena ha luogo nel tempio, con grande 
concorso di popolo, sopra un bellissimo sfondo ar- 
chitettonico. A destra di questa storia è la discesa 
della Spirito Santo; a sinistra la disputa coi dot- 
tori. In questa Cristo giovinetto ha salito una tri- 
buna felicemente figurata in iscorcio con ottimo 
effetto di prospettiva e discute coi dottori, che gli 
seggono dinanzi atteggiati a meditazione ed a me- 
raviglia; dalla porta a sinistra entrano Maria e 
Giuseppe, lieti di ritrovare il diletto figliuolo. Sopra 
questa storia si vede la Natività di N. S.; la com- 
posizione della quale mi induce a ritenere opera 
di Gaudenzio anche il disegno dell’ancona. La Ver- 
gine è inginocchiata, con le braccia incrociate sul 
petto, adorando il figliuolo, che ha deposto sopra 
un lembo del suo mantello: questo motivo appare 
svolto diffusamente nelle due Natività, che il Fer- 
rari dipinse sopra le porte delle chiese di S. Maria 
di Loreto, presso Varallo, e di Sant'Antonio in Mor- 
begno medesima. Anche in queste due composizioni 
la Vergine ginocchioni, con le braccia incrociate 
sul petto, adora il figliuol suo, adagiato sopra una 
falda del suo manto. 

A destra è, come ho detto, la Discesa dello 
Spirito Santo: la Vergine e gli Apostoli, disposti 
simmetricamente nel Cenacolo, se ne stanno pieni 
di stupore a ricevere il Paracleto. Sta sopra questa 
Discesa, in simmetria con la Natività, che è a si- 
nistra, la quinta storia, rappresentante la Fuga in 
Egitto: S. Giuseppe guida il giumento, sul quale 
è seduta la Vergine in posa bellissima, tenendo il 
Bambino teneramente fra le braccia. 

Le due statue di S. Lorenzo e di S. Bernar- 
dino, a metà del naturale, sono di eccellente fat- 
tura;quella del secondo specialmente, che è a destra 





del riguardante. Il Santo, vestito del bianco abito 
della sua religione, spirante una serena pace dalla 
faccia nobile e aperta, tiene fra le mani la ca- 
tena con cui è legato Lucifero, il quale, accovac- 
ciato ai suoi piedi, sembra un demonio dantesco, 
tanto originale e viva è la sua figura. 

Sopra queste nicchie si svolge la parte superiore 
dell’ancona; e poichè all’artefice parve troppo crudo 
il passaggio dalla forma a rettangoli, propria della 
parte inferiore, alla forma piramidale prima, poi 
alla sferica, egli divise la base della seconda in tre 
sezioni, mantenendo quella di mezzo più alta ed 
avvertendo di porre sugli spigoli, che si scoprivano 
agli angoli superiori, due figure di donna termi- 
nanti in un ornamento a spirale; a questo modo 
egli completò la cimasa e rese gradevole all’occhio 
lo sviluppo della parte superiore. Sul vertice della 
quale è la Vergine con le mani giunte che sale al 
cielo, cinta da una corona di testine di putti: al 
disotto, lungo la linea di origine della cupola me- 
desima, in atteggiamenti di meraviglia e di dolore, 
sono i dodici Apostoli, mentre fra questi e la Ver- 
gine, lungo una linea orizzontale che gira la cu- 
pola a mezza altezza, uno stuolo di angeletti nudi 
e bellissimi fanno festa giocondamente. A questi 
tre motivi generali, cioè le storie del Nuovo Te- 
stamento, i Ss. Protettori e l’Assunzione, si ag- 
giungano le statuette infinite di santi e di sante, 
i mostri, gli ornati, i simboli, che popolano tutta 
quest'opera d’arte. 

E invero grandioso e purissimo ne è il disegno; 
esatto e finito l’intaglio; i dipinti sono perfetti; i 
colori scelti sono delicatissimi e pur vivi e freschi; 
meravigliosa è l'eccellenza degli ornati minutissimi 
di rabeschi a foglia d’oro, lavorati su gli abiti delle 
innumerevoli figure, lungo tutte le linee architettoni- 
che, sui cieli, sugli sfondi, insomma su tutta l’ancona. 

Ora, quest'opera, di cui si stringeva il contratto 
regolare il 18 agosto 1516, veniva probabilmente 
condotta a termine dal Del Magno verso il 1519, 
nel quale anno per l’ultima volta quest'artista ri- 
ceveva dalla Compagnia dodici braccia di tavole: ' 
nello stesso anno, e forse prima, Gaudenzio Ferrari 
cominciava a dipingerla con profusione di colorì 
e di oro. A noi manca il documento originale del 
contratto coneluso tra la Compagnia e gli artefici; 
ma possiamo consultare il consimile atto, steso per 
l’ancona di S. Gaudenzio in Novara, nel quale la- 
voro tuttavia l’opera capitale è di pittura, non di 


! Vedi i documenti in appendice. 


NUOVI DOCUMENTI 


scoltura:' « Ancona sit facta cum suptili et op- 
timo intalio per manum optimi magistri lignaminis 
sequundum modellum datum d.* Canonicis per 
pred.*® m."" Gaudentium et in meliori bonitate... » 
e più sotto: « Et omnia predicta sint depicta de 
finissimo azurro ultra marino cum aliis coloribus 
finissimis et auro fino ad oleum et quod ipse solus 
m. Gaudentius faciat figuras... ». L’analogia che 
esiste tra questo contratto e quello, che dovette 
essere steso per la nostra ancona, mi conferma nel- 
l'opinione che al Ferrari si debba attribuire tutto 
il disegno dell’ancona: Giovanni Angelo Del Magno 
avrebbe dato effetto a questo disegno coll’opera di 
scultore, poscia Gaudenzio, aiutato da Fermo Stella, 
avrebbe compiuto il lavoro dipingendo e dorando 
con quella maestria che gli era propria, l’opera 
dello scultore. 

L'ancona doveva essere un tempo coperta da due 
anteo valve dipinte anch’esse da Gaudenzio :* infatti, 
un atto esistente nell'archivio della chiesa mede- 
sima e recante la data del 26 febbraio 1538 (rog. 
Bernardino Ruscha fu Lutherjo), alla XIV linea 
dice: « Agentes Ecelesie receperunt a praedicto 
domino Stefano (De Longo)... Libras Ducentum 
impr., que converse fuerunt et sunt in solvendo 
rigro Gaudentio pictori (sic) pro eius mercede pin- 
gendi Anchonam et Antas seu Valvas dicte An- 
chone site in dicta Ecclesia diete Sancte Marie ». 

Di queste ante o valve non ci resta altra me- 
moria: probabilmente furono levate dall’ancona nel 
secolo xvi, quando l’altare fu smosso e l’ancona 
stessa fu rinchiusa dentro una specie di cassa o 
nicchia immensa, adorna di fregi barocchi, nella 
quale essa si trova ancor oggi. 


III 


Come consta dai documenti, insieme con Gau- 
denzio Ferrari, attese a dipingere l’ancona Fermo 
Stella da Caravaggio. La prima volta che questo 
pittore è nominato nel manoscritto è il giorno 17 gen- 
naio 1522; poi egli è ricordato successivamente nel 
maggio e nel dicembre dello stesso anno; nel feb- 


! CoLombo, op. cit., pag. 296 (doc. V). 

? Cfr. CoLomso, op. cit., pag. 121, dove si parla di 
due quadri di Gaudenzio, che servirono già a chiudere 
l'ancona in legno dell’altare di Sant'Abondio nel duomo 
di Como, e che ora sono appesi ai lati dell’ancona me- 
desima. Anzi molta rassomiglianza di esecuzione, non 
che di stile, mi parve riconoscere tra quest'ancona e 
quella di Morbegno. Forse un confronto accurato po- 
trebbe stabilire alcuna relazione di parentela tra le due 
opere d'arte. 





309 


braio e nel maggio del ’23, infine, insieme col Fer- 
rari, agli 8 di marzo ed ai 21 di luglio del 1524. 

Intorno a Fermo Stella si hanno notizie e giu- 
dizi fra loro contradditort. 

L’abate Zani ! dice che dipinse nel 1490; il 
Lanzi * nel 1402; il Bordiga ed altri * lo ascrivono 
tra gli scolari di Gaudenzio; il Colombo, che per 
ultimo se ne occupò, * scrive che lo Stella « fu 
Pittor mediocre e che, se in qualche cosa pare ri- 
tragga lo stile del Ferrari, ciò conseguì non per 
essere stato suo discepolo, ma piuttosto per averne 
avuto sott'occhio qualche pittura ». Noi col Colombo 
rigettiamo le date proposteci senza valide ragioni 
dallo Zani e dal Lanzi; ma confessiamo che anche 
le notizie più attendibili si coordinano insieme non 
senza qualche difficoltà. Infatti, mentre il Quadrio 5 
afferma che sotto l’Adorazione dei Magi dipinta 
dallo Stella nella chiesa di Santo Stefano a Marzo 
nella Valtellina, (Adorazione asportata or non è 
molto tempo) egli lesse la seguente iscrizione: 


« Arabia, Tarsi e Saba vien con duni, 
Auro e incenso e mirra portan seco 
E tutto il ciel rimbomba e canti e suoni ». 


Fu el Pittor Fermo Stella en el 1577; noi d'altra 
parte troviamo lo Stella a Morbegno già nel 1522 
e nel 1523 a sostituire Gaudenzio Ferrari, il quale 
in questi due anni attendeva forse altrove ad altri 
lavori; poi leggiamo il suo nome nel marzo e nel 
luglio del ’24 insieme con quello del Ferrari: « Ma- 
gistri Gaudentius et Firmus... ». Da questi docu- 
menti risulta che Fermo Stella fin dal 1522 era 
compagno di lavoro al Ferrari, portava il titolo di 
« magister » e sottoscriveva legalmente le ricevute; 
egli doveva quindi già essere artefice compiuto, 
godere dei diritti di cittadino e percepire le paghe 
per proprio conto; in altre parole, doveva avere 


! Il CoLompo, op. cit., pag. 127, cita l’Encicl. metod., 
vol. XVIII, pag. 29. 

? Storia pittorica italiana, indice I, vol. VI, pag. 134. 

S Notizie cit., pag. 23 e 50. 

‘ Op. cit., pag. 127 e seg. 

S F. S. Quaprio, Dissertazioni critico-storiche intorno 
alla Rezia di qua dalle Alpi, ecc. Milano, 1755, vol. ITI, 
pag. 511. Avrei desiderato riscontrare l’iscrizione sul 
dipinto e particolarmente verificare la data; ma questo 
non mi fu possibile, perchè il dipinto, secondo quanto 
mi venne riferito dal rev. arciprete della borgata, non 


‘ esiste più nella chiesa di Mazzo. 


€ Ho ricavata la notizia di questo dipinto e la sua 
descrizione da una nota del sac. Santo Monti, editore 


degli Atti di visita pastorale diocesana di F. Feliciano 
! Ninguarda vescovo di Como (1589-1593), pubblicati per 


cura della Società storica comense. Como, 1892-94, parteI, 


| pag. 333. 


310 
almeno varcati i quattro lustri. Onde, pur suppo- 
nendolo nato nel primo quinquennio del secolo, a 
marzo avrebbe dipinto quasi ottuagenario, cosa 
poco verosimile. Questa difficoltà giustifica, parmi, 
il dubbio che il Quadrio, il quale cadde in altri 
errori di questo genere, tratto da qualche rasso- 
miglianza della cifra arabica 7 col 40 col 5, abbia 
letto 1577 invece che 1544 o 1555. Ad ogni modo 
mi accontento d’aver notato ed esposto la questione. 

Il Colombo dice che lo Stella non fu discepolo 
del Ferrari. E veramente qui Fermo non appare 
come scolaro di Gaudenzio, tuttavia egli lavora in- 
sieme con lui, anzi per lui; ora questi stretti rap- 
porti possono dar ragione di congetturare che tra 
i due artefici esistesse un vincolo più forte di quello 
che genera la sola e casuale comunione del lavoro. 
Anzi il fatto che Gaudenzio, il quale dell’arte sua 
aveva un concetto nobilissimo, si rese mallevadore 
dell’opera dello Stella negli anni 1522 e 1523, 
è prova ch’egli stimava assai il merito del gio- 
vine, quantunque il Colombo lo dica « pittor me- 
diocre ». 

Per trarre alcuna conclusione, io oserei credere 
che lo Stella realmente trascorresse la sua giovi- 
nezza nello studio di Gaudenzio; poi, cresciuto negli 
anni e nella perizia dell’arte, continuasse per qual- 
che tempo a convivere col maestro, legato a lui 
dall’affettuosa gratitudine del discepolo: il maestro 
a sua volta si sarebbe valso dell’opera dell’antico 
scolaro come di un aiuto, nel quale poteva riporre 
la sua fiducia. Pochi anni dopo, cioè nel 1828, 
Fermo Stella dipingeva a Teglio, pur nella Valtel- 
lina, il coro della chiesa di San Lorenzo, unita allo 
storico palazzo Besta. Nella parete centrale è figu- 
rata la crocifissione; sulla parete laterale a destra 
è rappresentato un fatto della vita del santo tito- 
lare; in quella di sinistra il dipinto è stato nel 
principio di questo secolo barbaramente ricoperto 
di una tinta di calce, che doveva estendersi anche 
al resto, se non interveniva il poeta Besta, il quale 
minacciò di morte, qualora continuasse, il vandalo 
imbiancatore. Una lapidetta murata nella lesena a 
sinistra del presbiterio, porta la seguente iscrizione: 
«Secundo ab infaustae epidemiae tempore — anno 
quo duo huius pagi hominum — millia desiderata 
Fuere Firmus Stella — Caravagensis id op. effinxit 
— xxvii Junii mpxxvur».! Già verso il 1526 lo 
Stella aveva lavorato nella parrocchia di Creola e 
nella cappella della Madonna della Neve a Domo- 


1 Storia dei Municipi ital., vol. V, pag. 233, 234. 


NUOVI DOCUMENTI 


dossola, come attesta il Morbio.! Dal marzo del 1532 
al luglio del 1534 prestò il suo aiuto a Giulio Ro- 
mano, allorchè questi dipinse nel palazzo del T a 
Mantova le battaglie dei Giganti; ? nel 1547 dipinse 
le tavole che sono nella parrocchiale di Omegna e 
nel santuario della Madonna del Sasso sopra il lago 
d'Orta. * Dopo d'allora, se si eccettui quella data 
dal Quadrio, non sì hanno più notizie di Fermo 
Stella. Quelle che rimangono e chè abbiamo pro- 
curato di riunire insieme, sono forse troppo poche 
per poter fissare con sufficiente certezza il carat- 
tere di questo artista. 


IV. 


Ci rimane a parlare del terzo artefice che coo- 
però nella fattura dell’ancona nella chiesa della 
Beata Vergine e di San Lorenzo in Morbegno. 

Esso (e veramente è il primo che ci appare nel 
manoscritto) è maestro Giovanni Angelo del Magno 
di Pavia, « nunc (1516) habitator Morbenii ». È na- 
turale che ci domandiamo subito chi sia questo 
artista pavese, il quale, a ciò che sembra, non ha 
lasciato altrove memoria di sè, o s’egli possa iden- 
tificarsi con Angelo Maino, fratello di Tiburzio e 
figlio di Jacopo, scultori e intagliatori di Pavia 
fioriti sullo scorcio del secolo xv e sul principio 
del xvi. 

Il manoscritto reca senza dubbio Magno, nè la 9g 
della nostra scrittura può qui essere scambiata con 
una y di Mayno. Più verosimilmente potrebbe trat- 
tarsi della metatesi di Majno in Maino, da cui sa- 
rebbe derivata la forma Magno. Ma come Angelo 
Maino è detto « habitator Morbenii ? » Quando, per- 
chè andò a stabilirsi nella Valtellina? Tutte queste 
questioni alle quali sarebbe impossibile dare una 
risposta categorica, perchè le notizie che abbiamo 
sui Maino, sono assai poche, mi fecero per qualche 
tempo pensare a due artefici distinti. Ma poi la 
descrizione che il Bartoli ‘ fece di un’ancona, opera 


! Crowe e CavaccaseLce, Raffaello, vol. II, pag. 358 
in nota e GayE, Carteggio inedito di artisti dei secoli XIV, 
XV, XVI, pubblicato ed illustrato con documenti pure 
inediti. Firenze, Molini, 1839, vol. II, pag. 255. 

® CoLombo, op. cit., pag. 129. 

* BartoLIi Fraxcesco, Notizia delle pitture, sculture ed 
architetture che ornano le chiese e gli altri luoghi pub- 
blici di tutte le più rinomate città d’Italia, ecc. Venezia, 
1777, tomo II, pag. 9. 

* Teseo AmBRrosio DEGLI ALBONESI, Introductio in Chal- 
daicam linguam, Syriacam atque Armenorum et decem 
alias linguas, etc. Pavia, Simoneta, 1539. Trattando della 
eccellenza delle arti scrive a c. 183 v: « Huc (ut cae- 
teros qui marmora tractarunt omittam) accedunt Tici- 
nenses Angelus et Tyburtius fratres statuarii, qui optimo 


NUOVI DOCUMENTI 


di Angelo Maino, già esistente nella chiesa del 
Carmine di Pavia; le lodi che Teseo degli Albo- 
nesi! tributò ai Maino, dicendo che le loro opere 
erano ammirate in tutta Italia e in Germania; la 
concordanza degli anni, il non trovarsi assoluta- 
mente nessuna traccia di uno scultor pavese chia- 
mato Giovanni Angelo del Magno e le possibilità 
di una modificazione del nome; infine l’eccellenza 
dell’opera mi fecero propendere all’opinione, che 
il secondo collaboratore di Gaudenzio Ferrari sia 
stato veramente Angelo Maino. Infatti il Bartoli 
scrive: « Nel terzo altare (della chiesa del Car- 
mine) che non ha cappella, ma che è qui in testa 
a questo braccio della chiesa, l’antica Icona scol- 
pita in legno in cui vedesi in mezzo seduta M. V. 
col Bambino sulle ginocchia; a destra S. Caterina 
Vergine; ed a sinistra S. Giov. Battista; e più 
avanti il Pezzana padrone dell’altare con sua con- 
sorte inginocchiati, figure tutte la metà del natu- 
rale; ed in alto sopra un architrave il Crocifisso 
abbracciato dalla Maddalena, e da lati S. Giovanni 
e la B. V., e da una parte Gabriele e dall’altra 
M. V. che da lui riceve il divino saluto, figurette 
tutto assai più piccole delle prime; e parimente in 
alto di qua e di là due arpie, che sostengono un 
candeliere per ciascheduna; è tutt'opera di Angelo 
Maino scultor pavese, dipinta al naturale con manti 
messi a oro e fiori; e fu fatta l’anno 1517. Di 
questo Scultore, e di Tiburzio suo fratello ne parla 
l’abecedario pittorico citando il Lomazzo: ma Ti- 
burzio in quest'opera non averà avuto mano, poi- 
chè sotto di essa soli si leggono questi caratteri: 
AxngeLo Maino OPIFICE ». 

Ho riportato interamente la descrizione di que- 
st'opera, perchè non potendo più stabilire un con- 
fronto tra i due lavori, per essere l’ancona del 
Carmine andata perduta, dobbiamo attenerci sol- 
tanto alle parole del Bartoli. Ma nel legger queste 
ci portiamo subito col pensiero all’ancona di Mor- 


statuario patre Jacobo, meliores, ita in statuis ascia, do- 
latro, scalpellove, et it genus instrumentis aliis, ad ar- 
tem illam, aptis et necessariis ex ligno effigiandis clari 
et celebres habiti sunt, ut antiquos superasse credantur. 
Opera illorum et magna Germaniae pars, et Italia fere 
tota, olim admirata est. Illos paulo ante e medio sub- 
latos, patria nostra desiderat. Quos etiam (ut mea fert 
opinio) si maiorum nostrorum tempore vidissent, procul 
dubio, propter illorum in ea facultate excellentiam, in 
Deorum numerum retulissent ». 

! Dal citato documento per l’ancona della basilica 
di Novara, appare come il Ferrari stesso fosse stato 
incaricato della scelta dell’ « optimus magister ligna- 
minis ». Questo avvenne probabilmente anche per l’an- 
cona di Morbegno. 


311 


begno; nella quale pure notansi « le figure a metà 
del naturale » e « le figurette assai più piccole 
delle prime»; anche in questa il tutto è dipinto 
« al naturale, con manti messi a oro e fiori »; an- 
che la nostra ancona fu compiuta tra il 1516 e 
il 1520. 

Nè ci deve recar meraviglia che un artista di 
Pavia nel secolo xvi si trovi a lavorare nella Valtel- 
lina. Già gli scultori e gl’intagliatori pavesi avevano 
fama di valenti per l’Italia ed erano usi ad andar 
in giro ed anche stabilirsi fuori della loro patria; 
aggiungasi che la Valtellina, allora appena caduta 
sotto il dominio Grigione, manteneva strette rela- 
zioni col ducato di Milano, al quale era stata unita 
per più di due secoli, sotto i Visconti prima, poi 
sotto gli Sforza: in questa valle poi oltre a Gau- 
denzio Ferrari ed a Fermo Stella lavorarono Ber- 
nardino Luini ed i suoi discepoli; Tomaso e Jacopo 
Rodari lasciarono eccellenti opere di scultura e di 
architettura; nella seconda metà del secolo xvi la 
Valtellina vaniò artefici di buona fama in Cipriano 
Vallorsa e in Antonio Cauchini. © 

Angelo Maino pertanto, secondo ogni verosimi- 
glianza, chiamato da Gaudenzio Ferrari a scolpire ' 
l’ancona, si sarebbe recato a Morbegno a condurre 
il lavoro sul disegno del Ferrari stesso e vi avrebbe 
dimorato nel 1516, nel 1517, nel 1519, a intervalli, 
e forse nel 1521, poi nel 1522, come appare dal 
manoscritto. i 

Anche sc queste induzioni cadranno per opera 
di nuovi studi e mercè la scop.rta di documenti, 
saremo lieti di avere richiamato l’attenzione degli 
storici dell’arte sopra un gruppo di artisti che ri- 
scossero tanto plauso dai contemporanei. 


APPENDICE. * 
(Dal Liber credentiae, segn. 321, c. 47 v). 


Magister Joh. Angelus del Magno de Papia nunc 
habitator Morbenii fecit Merchatum de Anchona 
Ecc]. Dîie Die XVIII Augusti MVXVI pretio libr 

| L.MVI 5.0 d. 0 

In Laudem prout aparet in libelo suo. 


‘ Dei Maino parla il Maorenta nell'opera I Visconti 
e gli Sforza nel Castello di Pavia e loro attinenze con la 
Certosa e la storia cittadina. Milano, Hoepli, 1883, vol. I, 
pag. 585, ma citando soltanto il Bartoli, l’Albonesi e il 
Lomazzo. Quest'ultimo li nomina nel Trattato dell’arte 
della pitttura, ecc. Milano, 1584, cap. XXXIII, pag. 679. 

? Nella trascrizione dei documenti ho riprodotto di- 
plomaticamente le sottoscrizioni autografe; in qualche 
punto il manoscritto è lacunoso o inintelligibile; io 
ho segnati quei punti con asterischi. 


312 NUOVI DOCUMENTI 
e _______________m—+—miur ‘DO l1 oDhS&fiii 


Item pro pari uno Angelorum et crucifixo uno. ! 
L. XL 8.0 d.0 


(A c. 48r). 
L. CC 8.0 


ducatis duodecim auri cum certa moneta datis su- 


Item pro scutis viginti auri et 


prascripto m."° Johi Angelo die XVI setembris 1517. 
L. CKXIII 8, XVI 

Item habuit die XI Nobr ssti. L. CC s. 0 

Item pro ducatis X auri sibi datis die XVI Au- 
gusti 1519. L. CVIIII s. 0 

Item pro lignis VI de braz XII larexi. 

L. VII s. IIII° 

Item pro lignis II de braz XII. L. IL s. VIII 

Item habuit die 19 octobr 1519. 

L. CCCOCLXXVI s. — 

R. sol. die I decembris 1521(?) L. LVII s. 0 

R. sol. die XVIII decembris 1522. L. XLI s. 0 

R. a contrascripto ***** L.Ls.0d.0 

(A c. 50 v). 

Dîius Gaudentius de Varallo Valiscesie pictori 
optimi debet dare pro Dinaris sibi datis pro parte 
solutionis ope Anchonae Die 29 Majj 1520. 

L.C 58.0 d.0 

(Autogr.). Jo Gaudetio depetore de Varale va- 
lessicida ho receputo li soprascriti dinari. 

Diius Gaudentius pictor de Verale Vallissiccide 
episcopatus novarie fuit et est contentus et con- 
fessus se recepisse et habuisse a devota societate 
disciplinorum dive Marie dicte de Sancto Laurentio 
de Morbinio Vallistelline episcopatus Cumarum 
Libbr. 266 imp. super solutione illarum librarum 
duarum mille imp. debendarum per dictum sotio- 
ratum dieto domino Gaudentio pictori quo indora- 
verit anchonam et ornaverit auro et coloribus dic- 
tam Anchonam que est in dicta Ecclesia dive Marie 
de Morbegnio quod opus picture et promissorum 
ipso do, Gaudentio sumptum suum pretio supra- 
scripto ed in promissorum fidem supss. p. die lune 
XIIII° mensis octobris 1521. 

(Autogr.). Ego idem Gaudetius premissa confirmo 
et me supscripsi. 

Item sol. magistro Firmo dieXVII Januarii 1522. 

L. 134 s. — 


! Nella sacrestia della chiesa di Morbegno esiste un 
antico crocifisso; il Cristo è senza barba e coi capelli 
posticci di lana, io credo; l’aspetto mite e dolce del 
paziente, il quale non ha contrazioni spasmodiche, fa 
pensare che si tratti d'un’opera anteriore alla metà del 
secolo xvi. Potrebbe essere il lavoro del Maino. 


(Autogr.). Ego Firmus abuji sstas pecunias die 
ssto. 

Item pro pluribus capitulis prout in lista constat. 

L. 282 s. 16 

Suprascriptus magister Firmus habuit a pr." 
societate computatis omnibus per dictam societa- 
tem sibi datis super dicto opere pretio suprascripto 
concluxa ratione cum dicto magistro Firmo die XI 
mensis may 1522. L. 682 imp. s. 16 

(Autogr.). Ego idem Firmus predite racioni pree- 
sens fui. 

Suprascriptus magister Firmus habuit a predicta 
societate computatis omnibus per eam societatem 
ipsi datis usque die XX VIII mensis decembris 1522. 

L. MC imp. 

(Autogr.). Ego idem Firmus presens fu sste ra- 

tioni. 


Item suprascriptus magister Firmus habuit die 


24 Februarii 1523. Schutos 30. L. 154 s. 10 
Item in moneta habuit. L. 22 s.0 
(Autogr.). Ego idem Firmus pditta Confirmo. 


(A c. 51 r). 
Item suprascriptus magister Firmus habuit a 
predicta societate computato vino sibi dato et di- 
nariis numeratis die VII[ maji 1523. L.48 8.0 


(Autogr.). Ego idem Firmus pditta confirmo. 

Item pro dinariis canz(e/atis) in quadam lista 
sub die 8 Marzi 1524. L. CLXXIIII 8. XII 

Item sol. die suprascripto. L. CIII s. XVIII 


(Autogr.). Jo Gaudetio depetore de Varalle Val- 
lisicida confeso haver receputo p. l’opera de sta 
Maria zoe l’acona de la Compagnia libre mile sei- 
ceto tre impr a giorni VIII de marzo nel mille 
ciqueceto vitiquatro. 

Magri Gaudentius et Firmus restant tune modo 
chreditores super mercede ornatus Jcone Ecclesie 
dicte Sancte Marie de S.'° Laurentio de Morb.° con- 
clusa rationem cum eis presente dîio presbytero Jo. 
Petro de Passamontibus et me Jo Petro Schenardo 
notario qui de voluntate eorum et agnitu nomine 
predicte Ecclesie hoc scripsi die Jovis XXI Jullij 
1524. In qua ratione ***** omnia date ipso magistro 
pro *** die suprascripta. 

(Ibr centum triginta sex Imp.) 


Suprascriptus m." Gaudentius habuit in dina- 
riis numeratis et aliis rebus sibi datis concluxa ra- 
tione cum eo die XII Augusti 1525. 

L. CCCXLIIII° imp. (cancellatura di cifre). 

Item suprascriptus habuit a me in dinariis nu- 
meratis sibi die 7 Setbris 1525. L. X 8.0 


mr _ a “ 


NUOVI DOCUMENTI 





Item suprascriptus habuit a me numeratis sibi 

die XVI Septembris 1525. L. XXX 58.0 

Item pro rebus et denariis sibi datis per ser 

Jo. Andream de Ninguarda. L. VI s.1 

Item pro rebus sibi datis per ser Jacobum 

Conctum. L. VII 8.0 
Item pro denariis datis sibi schud. XIII. 

L. XVI(?) s. VITIT® 

Item pro «cinariis sibi datis die 7 octobris 1525. 


L. XVI s. — 
Item pro denariis sibi datis die ** octobr. 

L. XX s. VII 
Item pro dinariis datis sibi L. VIII s. — 


Item pro dinariis et rebus sibi datis per Ruf- 

finum. L. VI s. VII 
(A c. 51 v). 

Item pro vino sibi dato per ser Vincentium 

Schenardum Cond. II. L.VIL s. — 

Item pro dinariis datis sibi per me die ** Ja- 


L.Ls. — 


GuaLieLmo FrLicr DAMIANI. 


nuarii 1526. 


Nuovi Documenti 
su Leonardo da Vinci. 


La resistenza, che per molti anni opposero gli 
impiegati dell’archivio centrale di Firenze a chiun- 
que facesse richiesta di un documento, che si sa- 
peva esistere in quell’archivio sul conto di Leonardo, 
ingenerò gravi sospetti e qualche scrittore lasciò 
perfino trapelare l’idea, che Leonardo avesse po- 
tuto commettere turpi delitti. 

L’Uzielli e il Richter pubblicarono la data e 
l'indicazione del documento, nè poterono averne 
altra notizia. Questi scrisse: « Egli è vero, che noi 
troviamo i nomi di Leonardo e del Verrocchio re- 
gistrati nel libro degli U/ficiali di notte e monasteri, 
come trasgressori delle leggi, ma immediatamente 
troviamo la nota «absoluti cum conditione ut re- 
tamburentur » (tamburini era il nome dato alle cas- 
sette di tamburazione della polizia di notte). La 
sentenza assolutoria non esclude la possibilità di 
una ripetizione dell’accusa. Essa era infatti ripe- 
tuta due mesi più tardi ed in questa occasione il 
maestro ed il suo scolaro furono di nuovo piena- 
menteTassoluti ». Lo stesso autore, compiacendosi | 
d'una vaga, arbitraria “ed elastica maniera di far | 





la storia, aggiunge piccanti particolari: « Il Ver- 





rocchio aveva a quel tempo quarant'anni e Leo- 
nardo ventiquattro. I documenti relativi a questo | 


Archirio storico dell’Arte, Serie 2°, Anno lI, fasc. 1V. 


313 


affare sono negli archivi di Stato di Firenze. Essi 
sono vietati alla pubblicazione ». E non sembran- 
dogli calunnioso il suo modo d’esporre, soggiunge: 
« Mi sembra desiderabile di dare al lettore questo 
breve ragguaglio dei principali fatti accaduti, giac- 
chè vaghi indizi di essi, che sono recentemente stati 
fatti pubblici, possono aver dato all’incidente un 
aspetto, che esso non aveva in realtà e che non 
merita ».! 

L'Uzielli * scriveva da parte sua: « Ed io certo 
80, che con due deliberazioni una sospensiva e l’altra 
definitiva il Verrocchio e Leonardo furono riconosciuti 
vittime d’una calunnia cd assoluti. 

E per tacer d’altri il Ravaisson-Mollien, nella 
Concordance succinte pubblicata in appendice alla 
splendida edizione dei manoscritti di Leonardo pos- 
seduti dall'Istituto di Francia, scrisse di Leonardo: 
« 1476, 9 avril et juin, déchargé avec Verrocchio 
d’une accusation anonyme ».® 

Ora noi ci siam proposti di far la luce intorno 
a questo importante punto della vita di Leonardo. 
In questo proponimento ci confortò Leonardo stesso 
che lasciò scritto: « È di tanto vilipendio la bugia, 
che s'ella dicesse bene già cose di Dio ella toglie 
pregio a sua Deità, ed è di tanta eccellenza la verità 
che s'ella laudasse cose minime, elle si fanno nobili ».‘ 

Per venire a conoscenza della verità era neces- 
sario consultare i documenti, e noi, più fortunati 
dell’ Uzielli e del Richter, potemmo addirittura tra- 
scriverli. Da essi ci risultarono queste importanti 
conseguenze: 

1. Che nel 1476 Leonardo abitava in casa del 
suo maestro Andrea del Verrocchio. 

2. Che il Verrocchio e Leonardo non furono 
coimputati, comeicitati autori credettero fino ad oggi. 

3. Che il nome del Verrocchio non compare 
nei registri della Polizia di notte, che nell’indica- 
zione del domicilio di Leonardo. 

4. Che Leonardo probabilmente ebbe a soffrir 
prigionia, finchè non fu assodata la sua innocenza. 

5. Inoltre abbiam potuto stabilire, che più 
che d’una calunnia Leonardo dovette esser vittima 
d'un equivoco. 

Esaminando la prima conclusione si dovrà por 

! Ricater, The Literary icorks of Leonardo da 
Vinci, ece. London, 1883, in 2 vol. 

? Uzietti, Ricerche intorno a Leonardo da Vinci, serie 
seconda. Roma, 1884, pag. 448. 

3 Ravarsson-MoLLien, Les Manuscrits de Leonard de 
Vinci. Paris, Quantin, tome sixième. Appendice. 

‘I Manoscritti di Leonardo da Vinci. Codice sul volo 


degli uccelli e varie altre materie pubblicato da Teo- 
doro Sabachnikoff. Parigi, 1893. 


10 


314 
mente, che nei registri degli ufficiali di notte ed 
in tutti i documenti del tempo non si trova mai 
adoperata la parola abita, ma in sua vece usasi sta. 

Così nei verbali del processo, che pubblicheremo 
in fine di questa nota si legge: 

« Bart. heo di Pasquino orafo sta in vachereccia. 

« Lionardo di Ser Piero da Vinci sta con An- 
drea del Verrocchio. 

« Baccino farsettaio sfa da orto San Michele, 
in quella via, che v'è due botteghe grandi di ci- 
matori, che va alla loggia di Cierchi, ha aperto 
bottega di nuovo da farsettaio, ecc. » 

Di questa espressione sfare si serviva spesso 
anche Leonardo, dandole il significato di abitare 
« Jacopo venne a stare meco » (C, 15), « Galeazzo 
venne a stare meco » (H, 41), etc. ! 

Oltre all’esser legittima interpretazione, che 
Leonardo abitasse col Verrocchio, nulla ci ostacola 
il crederlo. Anzi sappiamo, che spesso per trarre 
maggior profitto i giovani che imparavano a di- 
pingere coabitavano col loro maestro. 

Di simili esempi abbonda l'opera del Vasari, e 
d’altra parte noi sappiamo, che nel 1480 Leonardo, 
tuttochè fosse a Firenze, non abitava più col suo 
maestro. 

I tre personaggi citati e un tal Leonardo Tor- 
nabuoni erano accusati di non leciti rapporti con 
un Jacopo Salterello, giovinetto di 17 anni. La de- 
nunzia fu fatta ed il giorno 9 aprile 1476 gl’impu- 
tati comparvero in San Marco alla presenza di Tom- 
maso Corsini, che presiedeva allora la polizia di notte, 
che era costituita dai « conservatores honestatis 
monasterii civitatis Florentiae et ejus comitatus ». 

. Furono aperti i tamburi e fu letta la denunzia 
anonima. Il tribunale, udita l’accusa ed udite le 
discolpe, assolvè gl’imputati a condizione che do- 
vessero subire una novella tamburazione, acciò che 
i fatti fossero meglio assodati e messa in luce la 
loro innocenza o la loro reità. 

Nella sentenza del 7 giugno gl’ imputati furono 
completamente assoluti ed a proposito di Leonardo 
è scritto: « Leonardus S. Pieri de Vincio manet cum 
Andrea del Verrocchio ». 

La parola manet va spiegata così: 

È chiaro, che la sentenza non poteva avere 
che due esiti: o che Leonardo dovesse subir pena 


NUOVI DOCUMENTI 


e, nel caso che la pena fosse stata personale, esser 


ritenuto in S. Marco o in altro carcere, a cui i giu- 
‘ dici lo avessero destinato; o che l’esito fosse stato 


! Ravarsson-MoLLIEN, op. cit., tome troisième et tome 
sixième. Cod. C e cod. 77, luoghi indicati. 


favorevole ed allora Leonardo sarebbe stato riman- 
dato a casa sua, ch'era pur quella del suo maestro. 

Senza occuparci della innocenza o meno degli 
altri accusati, di cui i nomi non hanno nessun in- 
teresse per noi, esamineremo il caso di Leonardo. 

Accusato da una denuncia anonima ed assoluto 
completamente, di perfetta, anzi squisita morale, 
come risulta da tutta la sua vita e da tutti i suoi 
scritti, capace quant’altri mai di conoscere il bello, 
il vero ed il bene, alieno da ogni amore, che non sia 
secondo le leggi di natura, ch’egli stesso avea formu- 
late: « Venerem obversam e legibus naturae soLaxm 
hominibus convenire», come fu scritto nellasua « Ta- 
bula anatomica » pubblicata a Brunswich nel 1830, 
Leonardo è certamente superiore ad ogni sospet‘o. 

Ma s'io non m’inganno, è negli appunti stessi 
di Leonardo, che si trova la spiegazione dell’equi- 
voco, quantunque il passo, che sembra riferirsi a 
questo fatto venne interpretato diversamente dai 
diversi scrittori. 

« Quando io feci domeneddio putto, voi mi met- 
teste in prigione; ora s’io lo fo grande, voi mi 
farete peggio » (Govi). ! 

« Quando io feci bene, essendo putto, voi mì 
metteste in prigione; ora s'io lo fo grande voi mi 
farete peggio » (Richter). * 

« Quando io feci Bensenedo putto, voi mi met- 
teste in prigione; ora s’io lo fo grande voi mi fa- 
rete peggio ». (Lettura nostra). (Cod. Atlantico Ms. 
dell’Ambrosiana di Milano, c. 284 r.). 

In qualunque modo, o ch'egli abbia dipinto un 
Cristo adolescente, o un personaggio o altro, è certo, 
che non trovandosi altro indizio di prigionia sof- 
ferta da Leonardo, deve ritenersi ch’egli abbia in- 
teso alludere ai due mesi passati in San Marco. 

L'’equivoco è quindi scomparso, lo ha dileguato 
Leonardo stesso. Egli si serviva di Jacopo Salta- 
rello come modello d’un suo quadro. Volle il caso, 
che quel ragazzo non godendo buona fama, chi lo 
vide praticare nello studio di Leonardo, lo suppose 
in illeciti rapporti con lui e di qui ebbe luogo la 
denuncia segreta alla Polizia di notte. 

Così ci sembra aver mostrato che i documenti 
che sì citavano per calunniare Leonardo provano 
invece la sua perfetta innocenza; e la leggerezza 
della critica francese e talvolta anche della tedesca 
viene dimostrata una volta di più. 


Nino SMIRAGLIA SCOGNAMIGLIO. 
! Govi, Leonardo letterato e scienziato, (in) Saggio 


della vita e delle opere di Leonardo da Vinci. 
* RICHTER, Op. cit. 


NUOVI DOCUMENTI 


315 





I documenti sono questi: 


Archivio di Stato in Firenze. 

Deliberazioni «degli Ufficiali di notte e mona- 
steri. Libro intitolato: « In Dei nomine amen. Hic 
est liber contenens in se deliberationes, tambura- 
tiones, notificationes, testium examinationes, con- 
demnationes, absolutiones, licentias, bullettinos, 
stantiamenta et alia quamplura acta et scripturas ad 
offimo et officialis noctis et conservatores honestatis 
monasterium civitatis Florentiae et ejus comitatus 
et distinctus scriptus v3, a ». 

Anno 1475-76. 

Vedi 1476. 


Documento I. 


Die vins Aprilis 1476. 

Tamburi infrascriptorum officiali aperti sunt in 
presentia Tomasi de Corsinis de S. Marci — not. 
ac‘. camera inc. — note infrascriptorum et firma- 
torum dicti officiali inagl) (sic) aperti sunt infra- 
scripti notificare. 

Notifico a voi P. Officiali com'egli è vera cosa 
che Jac.” Saltarelli fratello carnale di Giovanni Sal- 
tarelli sta collui all’orafo in vachereccia di rimpetto 
al buco (tamburo) — veste nero; d’età d’anni 17 o 
circa, el quale Jac.° va dietro a molte misserue (sic) 
et consente con piacere a quelle persone lo richie- 
gono di simili trisazii (sic). A questo modo à avuto 
a fare di molte cose, cioè servire parechie dozine 


di persone, delle quali ne so buon data tal parte 
dirò d’alcuno. 
Bart. heo di Pasquino orafo sta in 
vachereccia. 
Lionardo di Ser Piero da Vinci sta 
con Andrea del Verrochio. 
Baccino farsettaio sta da orto Sam- 
' michele in quella via, che v’è due 
botteghe grandi di cimatori, che va 
alla loggia di Cierchi; ha aperto 
bottega di nuovo da farsettaio. 
Lionardo — Tornabuoni decto il teri, 
veste nero. 


absoluti cum 
conditione 
ut retambu-' 
rentur 


Questi ànno avuto a soddomitare detto Jac.° 
così inf. fall. 
(Registro detto, carta 41 v.). 


Documento Ill. 


Meccclxxvj die vij Juni. 
Tamburi dictorum officiali aperti sunt etc. 


2° Jacobus de Salterellis facit se sogdomitare 
a plurivus maxime ab infrascriptis. 
Leonardo Ser Pieri de Vincio manet 
cum Andrea del Verrochio. 


bsoluti i 
SOSOT  ) Bart. ho Pasquini aurifice. 


ut ret. ì ; 
‘ {Leonardo de tornabuonis alias elteri. 


Baccio farsettaio in orto samichaelis. 


(ivi, c. 51, r.). 





RECENSIONI 


Antonio Allegrì da Correggio. Ilis life, his Friends, and 
his Time by Corrapo Ricci, director of the Royal 
Gallery. Parma. (With 37 Full-Page Plates and 190 
text illustrations). London, William Heinemann, 1896. 


È uscita da poco tempo in Londra, in lingua 
inglese, per cura dell’editore W. Heinemann, un’o- 
pera seria e magnifica che riguarda uno dei mag- 
giori nostri pittori del Cinquecento, Antonio Al- 
legri da Correggio. 

È lavoro di quel noto critico d’arte, e, per 
giunta, dantista dotto ed infaticato che è Corrado 
Ricci. Sebbene si tratti d’un libro che, per ora, è 
ad uso più particolarmente degl’ Inglesi, crediamo 
opportuno di dirne qualche cosa, perchè non tar- 
derà ad esser fatto italiano anche nella veste, come 
è in tutto il resto. L’opera dunque, ci è grato 
ripeterlo, è seria e magnifica, sì perchè l’autore, 
nei rispetti della critica storica e artistica, tenne 
nel debito conto quanto sinora fu pubblicato in 
Italia e fuori, e sì perchè l’editore ci diede ripro- 
dotti, con lusso e precisione inglesi, in belle foto- 
incisioni, i quadri del Correggio sparsi per le 
Gallerie del mondo. 

Nè solo i quadri ci passano dinanzi, ma buona 
parte dei disegni o schizzi, che ci sono rimasti, 
e un gran numero d’altre cose, che hanno atti- 
nenza con la vita e le opere del Correggio. 

Le partì principali dell’opera sono annunziate nel 
frontespizio, e servono a indicare le tre tappe princi- 
pali del lungo viaggio: Vifa, Amici, Tempi del Cor- 
reggio. Entro questa prima e generale divisione se 
ne svolge un’altra più determinata in sedici capi- 
toli, in ciascuno dei quali si vengono collocando 
le notizie e le questioni relative alla breve vita 
(1494-1534) e all’arte del pittore. 

Eccone i titoli: IZ Rinascimento nell’ Emilia — 
Nascita del Correggio — I Maestri del Correggio — 


Il Correggio in Mantova — Le due principesse — 
I primi lavori — Intermezzo penoso — La camera 
di San Paolo in Parma — Gli affreschi di San 
Giovanni Evangelista — Opere minori -- La cu- 
pola del duomo di Parma — Le grandi tavole d’al- 
tare — I quadri mitologici e allegorici — La morte 
del Correggio — L’ingegno e lo stile del Correggio — 
Gli scolari del Correggio. 

Diremo qui, di passaggio, che è una vera trovata 
del Ricci la decorazione di questi capitoli: trat- 
tandosi di un’opera d’arte anche la decorazione ha 
la sua importanza. Ora il Ricci, servendosi delle 
varie parti ond'è composto il primo affresco del 
Correggio, affresco per molti rispetti mirabile, 
ma certamente poco organico, mise in capo ad 
ognuno dei sedici capitoli una delle sedici lunette 
che ricorrono nelle pareti della Camera di San Paolo. 
Inoltre volle che il testo dei capitoli avesse prin- 
cipio con uno dei sedici ovati nei quali è scom- 
partita la volta della medesima Camera. L'affresco 
intero è benc riprodotto e descritto nel capitolo VII 
dell’opera, ma per la natura sua complessa e per 
la conformazione della volta non può essere con- 
venientemente apprezzato; onde si può dire che 
codesta riproduzione parziale, distribuita per tutto 
il libro, ottiene il doppio scopo di ornarlo genial- 
mente, e di far conoscere meglio l’arte del pittore. 
Infine l’opera è provveduta di un elenco di tutti 
i lavori correggeschi (affreschi, quadri di argomento 
sacro, mitologico, allegorico, opere perdute, ecc.) e 
di un indice generale del contenuto. 

È costante cura del Ricci di mostrarci il suo 
autore a mano a mano ch'egli s'avanza nel cam- 
mino della vita e della gloria, sempre nel suo 
mondo, diremo così, locale, personale ed artistico; 
e perchè la narrazione dei fatti vada di pari passo 
con la veduta dei luoghi che ne furono il campo, 


e  ‘l I ---- ——————_ re———_——€m mm ——_____ 


eccoci prima di tutto innanzi i castelli delle pic- 
cole Corti dell’ Emilia, dove, nel secolo xv, si ac- 
colgono i primi germi di quella fioritura che pre- 
ludia al Risorgimento. Ecco la rocca « felice et 
altiera » di Pier Maria de’ Rossi in Torchiara, e 
il castello dei Boiardo in Scandiano, e il palazzo 
de’ Pio in Carpi, e quello dei Gonzaga in Novellara, 
e quindi Correggio con la casa del pittore e il 
palazzo dei Signori. Viene poi la questione dei 
maestri del Correggio e della sua dimora in Man- 
tova, e con essa la riproduzione dei lavori più 
caratteristici del Mantegna e del Costa, e il ca- 
stello di Mantova, e i ritratti delle due principesse 
Veronica Gambara e Isabella d’Este, che sono le 
due fate benefiche nella vita del giovane artista. 
Giungiamo così, col capitolo VI, al famoso quadro 
della Madonna col San Francesco, che è la prima 
opera del genio, e tale che potrebbe non aprire 
ma chiudere la carriera di un artista famoso. Ep- 
pure è noto come il pittore dipingeva questa tela 
dell'età di appena 20 anni, ed è noto altresì un 
curioso particolare, confermato da un documento. 
Nel 1514 i sindaci del monastero di San Francesco 
di Correggio, insieme col notaro della terra, si 
recano alla casa del pittore per fissare il contratto 
del quadro. La trattazione ha luogo nella modesta 
cameretta da letto di Antonio, a pianterreno; e il 
padre di lui, che è presente, aggiunge il suo as- 
senso perchè il figlio è ancora minorenne. 

Dove si trova ora codesto quadro? Ahimè! esso 
emigrò, dopo tristi vicende, in Germania, e ora 
forma uno dei principali ornamenti della Galleria 
di Dresda. La riproduzione è splendida, ed è la 
prima di altre trentasei tavole di pari bellezza. Il 
Ricci, d’altra parte, ne fa una magistrale disamina; 
e chi ha l’opera inglese sott'occhio può facilmente 
giovarsi della vista e del proprio intelletto per 
comprendere e giudicare. È questo, crediamo noi, 
il grande, l’indiscutibile vantaggio di tutta l’opera, 
anzi delle opere di critica d’arte ideate in questo 
modo. Ormai siamo tutti persuasi, anche in Italia, 
che, per giungere a qualche cosa di pratico, con- 
viene dare al lettore non solo il modo di vedere 
ben riprodotta l’opera d’arte di cui si parla, ma 
preparargli, dilettandolo, i mezzi, onde anch'egli 
possa formarsi un'opinione, e comprendere l’entità 
di quei giudizi che gli vengono ammanniti. Qua. 
lunque altro metodo riesce in gran parte infrut- 
tuoso, sebbene possa apparire più dotto e più ri- 
goroso. Onde crediamo anche noi, con l’autore, 
che, nello stato presente degli studi, un libro sif- 


RECENSIONI 


317 


fatto intorno al Correggio non debba riuscire senza 
buoni effetti. 

Pregevolissimi sono, senza dubbio, i lavori 
critici del Meyer, del Richter, di Adolfo Venturi, di 
Fritz Hark e d'altri parecchi, e importanti i docu- 
menti che si sono pubblicati, con l’aiuto dei quali 
si mettono molti fatti al sicuro da ogni tentativo 
di alterazioni e di. abbellimenti; ma, anche per 
quanto riguarda la sola parte storica, conveniva 
sgombrare il campo dalle molte e contradditorie as- 
serzioni, rimettere il pittore nella vera scuola e 
nel posto che gli spettano, riprendere in esame le 
sue opere, aggiudicargli quelle che sembrano spet- 
targli per dati positivi storici e per entità artistica, 
levargli quelle che una critica del pari seria e 
minuta non gli consente, e, infine, correggere in 
alcuni punti la cronologia. 

Oltre a questo era necessario che alla parte, 
diremo così, positiva del lavoro andasse bellamente 
congiunta l’estetica letteraria. Un serio lavoro di 
storia biografica è certo una bella cosa, ma non è 
di esso che si sentiva il desiderio. Mancava un 
lavoro che desse la piena notizia dei fatti, che 
rifacesse l’ambiente artistico, facendo conoscere, 
anche ai non iniziati nei misteri dell’arte pura, il 
genio del Correggio e la sua produzione effettiva, 
con quella sincerità di mezzi consentita dai perfe- 
zionati sistemi di fotografia. Ora si possono pre- 
sentare all’ammirazione dei lettori le tele e gli 
affreschi come sono realmente, e quindi non pos- 
siamo più contentarci delle riproduzioni che ne 
fecero Paolo Toschi e i suoi scolari col loro abi- 
lissimo bulino; le loro riproduzioni sono belle come 
opere d’arte, ma troppo spesso infedeli. 

Tutto ciò è conseguito, in complesso, con l’opera 
del Ricci; -alla quale, se pur si possono rimprove- 
rare alcuni mancamenti o errori di esecuzione, cì 
piace riconoscere, senza restrizioni, la bontà del 
metodo e la rara dote di riuscire piacevole. La vita 
modesta di un pittore come il Correggio non era 
tale invero che desse modo al biografo di entrare 
in particolari piccanti e di drammatizzare il rac- 
conto. Tuttavia, in mezzo alle minute e acute 
ricostruzioni dei momenti e alle energiche demoli- 
zioni della parte leggendaria, è, con accorgimento, 
intramezzata la parte amena, descrittiva o anedot- 
tica, della quale l’autore sa giovarsi assai bene. 
Ma se la buona descrizione di un quadro, o di un 
gruppo di figure discretamente complesso, è sempre 
una cosa non facile, è addirittura un’ impresa seria 
quando si trat'i di un affresco che comprenda tutta 


318 RECENSIONI 


una cupola di un tempio, o la vélta a spicchi di 
un’ampia sala. | 

Il Ricci sa farlo tanto bene, che forse vi ricorre 
troppo spesso; e noi vorremmo confermarlo col ri- 
ferire intera la descrizione dell'affresco famoso del 
Correggio; ma sarebbe troppo lungo, onde ci limi- 
tiamo a quella parte che descrive la sola cupola 
del duomo, omessi i pennacchi e perfino la balau- 
strata circolare. 

« Il moto tranquillo delle figure dei pennacchi, 
e il moto vivace e gaio di quei giovinetti sparsi 
per l’alto ballatoio cessa un tratto per trasfor- 
marsi in un volo possente e vertiginoso, in un af- 
follamento tumultuoso presso la Madonna, che, in 
veste rosa e diffuso manto celeste e al petto un 
velo giallo, sale, con le braccia aperte e con lo 
sguardo, al cielo irradiato da luce d’oro. Gli an- 
geli ed i putti, agitando i fiorenti corpi, l’accom- 
pagnano nel tripudio. Alcuni suonano le mandòle, il 
liuto, i piatti, il cembalo, la tibia, il flauto; altri 
cantano osannando felici; altri, commossi all'eb- 
brezza trionfale, si abbracciano od accostano le 
labbra per baciarsi, e si addensano sopra, sotto, 
intorno a lei; si aggruppano, sì rincorrono, si af- 
fondano col capo nelle nuvole, ne escono improv- 
visi, raggianti, con le braccia tese, quasi pazzi 
di gioia. Taluno d’essi è d’una bellezza e d'una 
leggiadria, che osiamo dire insuperabili. I loro occhi 
sfavillano, le loro bocche ridono, le ciocche dei 
capelli biondi svolazzano mosse dall'aria, i loro corpi 


‘ palpitano e fremono. Nel lato della ghirlanda di 


nubi, opposto alla Vergine, gli angeli sono più 
radi, e si veggono di tutto scorcio salire fendendole 
in un volo verticale, quasi che li incalzasse il de- 
siderio di precedere l’arrivo di lei all’ Empireo, ed 
assistere al suo incontro con l’Uno e Trino. 

« Al disopra un popoloso consesso di Santi e 
di Beati, seduti in cerchio, assiste, adorando, alla 
ascensione di Maria e delle turbe angeliche che 
l’accompagnano. Nè fra la loro letizia mancano gli 
arditi accenni alla tragedia biblica. Eva, tendendo 
la destra, mostra all’Assunta il pomo onde peccò. 
« Sali a Dio, sembra esclamare, o mistica colomba; 
«tu hai cancellata la colpa mia; tu hai riparato 
« al peccato originale! » E tra la folla si veggono 
Abramo con Isacco, e Giuditta che si è trascinato 
l’esangue capo di Oloferne. Abramo ricorda che 
l'obbedienza a Dio deve giungere sino al delitto; 
Giuditta ricorda che il delitto per la fede è santo. 
Anche Davide tiene per la chioma l’enorme e 
squallido capo di Golia, a dar fede che nessuna 





forza umana può resistere al braccio armato dal 
cielo. 

« Le figure s'addensano sempre di più digra- 
dando nei vapori d’oro: sono vecchi dai capelli 
bianchi, uomini vestiti d’armi o di manti leggeri, 
giovinette col capo nei veli, fanciulli ignudi. Chi 
giunge le mani in preghiera, chi le solleva al cielo, 
chi accenna col dito, chi conversa col vicino, chi 
contempla estatico, chi saluta, infine, il sospirato 
arrivo della Madre divina. 

« E, in mezzo a tutto, cala, precipita, anzi, ad 
incontrarla un messo di Dio, sogguardandola dal- 
l'alto, e alzando le braccia in atto di affettuosa 
adorazione. 

«Chi ammira lungamente dalle alte finestrelle 
sente man mano l’anima agitarsi nella meraviglia. 
Per poco non ode oscillare, sotto la volta, liete 
grida; per poco non fantastica che se il vertice 
della cupola dovesse aprirsi, tutti, angeli e santi, 
col fremito di un volo di colombi, sfuggirebbero e 
salirebbero al cielo ». 


Nel penultimo capitolo dell’opera che tratta, 
come abbiamo accennato, dell'ingegno e dello stile 
del Correggio, e che è, per conseguenza, la parte 
più strettamente critica, il Ricci studia l’arte del 
suo pittore nei rapporti con gli altri artisti e con 
gli studi più recenti. Ora egli osserva che nel 
Correggio sovrabbondano gli elementi personali 
agli acquisiti: ben pochi tra i maggiori pittori 
italiani hanno saputo come l’Allegri dare tanto 
sviluppo alle attitudini speciali, e vedere il mondo 
delle cose in un aspetto e in una luce così singolari. 
Per tale riguardo egli non si può paragonare che 
con Leonardo e Michelangelo, e forse ne esce con 
qualche vantaggio. Checchè si possa dire rispetto 
alla derivazione e allo sviluppo artistico del Cor- 
reggio, il vero è ch'egli raccolse e accumulò tutte 
le energie della scuola ferrarese, le ritemprò con 
lo studio profondo delle cose mantegnesche, e quindi 
spiccò il suo libero e magnifico volo. Sin dai lavori 
giovanili si scorge che i tratti, per così dire, tra- 
dizionali sono già fusi con gli spontanei da un 
sentimento speciale. Dice il Vasari che se l’Allegri 
fosse stato in Roma «avrebbe fatto miracoli e date 
« delle fatiche a molti che nel tempo furon tenuti 
« grandi ». Il Correggio, osserva il Ricci, non fu 
un ingegno assimilatore come Raffaello, e non 
avrebbe facilmente mutata l'indole sua: più che 
trasformarsi avrebbe forse servito a temperare in 
molti le conseguenze della tervidilità di Miche- 
langelo. 


RECENSIONI 





È certo intanto che a Parma, lontano dalle 
influenze dirette del mondo antico e del nuovo, 
il Correggio potè meglio ritenere la sua sincerità 
e trattare i soggetti conformi all’indole sua. 

Le sue composizioni non seguono mai un alto 
svolgimento di pensieri e di fatti. La vita ch'egli 
esprime in ogni argomento non è tormentata da 
contrasti, ma sì svolge concorde, e, tutto al più, 
increspata appena dalle gradazioni di un mede- 
simo sentimento. La raccolta e l’affollamento delle 
figure delle sue composizioni sono forse più vivaci 
e passionali che in altri, ma muove tutto da una 
idea sola, da un concetto unico: non sono diversi 
motivi che s'intrecciano, ma un motivo cantato in 
mille voci soavi. Nella cupola di San Giovanni 
Evangelista, è il Redentore che sale fra gli Apo- 
stoli; in quella del duomo, la Vergine che s’in- 
nalza tra gli angeli e i san'i. Ebbene, anche in 
questi due vasti lavori è la grandezza del pittore 
che s'impone e conviene ammirare, mentre il con- 
cetto resta uno solo, semplicissimo ed afferrabile 
a un tratto. 

Il Correggi» ha comune con Michelangelo la 
percezione immediata del soggetto come forma. In 
tutt'e due il pensiero, quale esso sia, non è prima 
puramente psichico ce poi rivestito di forma con 
fatica ce lavoro; ma nasce e si svolge insieme con 
la rappresentazione plastica per la potenza imma- 
ginativa degli effetti e per la sicurezza magistrale 
della mano. Tutte le impressioni che le loro anime 
ricevono sono giù a'tisticamente foggiate. Ma tale 
intima forza d’arte, comune a queste due grandi 
anime, non reca somiglianza di sorta nelle loro 
produzioni. Troppi altri elementi concorrono a 
separarli: l'uno grandioso, concettoso, austero; 
l’altro semplice, chiaro, lieto. Ma, pur concessa la 
grande semplicità del Correggio, si dovrà ammet- 
tere ch'egli seppe risolverla con un’idealità sovrana 
6 quasi sempre con originalità e larghezza di linee. 
Nel riunire in un giuoco di posa tutto il sentimento 
di un quadro egli era maestro, e la cosa appare 
tanto più curiosa perchè l'arte del suo tempo, con 
l’esplicazione della bellezza cercava più spesso l’ac- 
cordo delle linee che quello dello spirito; ond'è 
che il numero delle comparse, distribuite per l’ef- 
fetto nei grandi lavori del tempo, è infinito. Nel 
Correggio tutto si muove: San Giuseppe non è più 
il solito malinconico e tacito intruso; gli angioletti 
non indugiano in contemplazioni e in distrazioni 
immote; tra i putti, lietamente sparsi dappertutto, 
quale s'affatica a reggere modelli di città, volumi, 


319 


pastorali, mitre; quale si trastulla frugando nel 
vasetto della Maddalena, oppure rivestendosi delle 
armi di San Giorgio. E tale intgnsità di vita, do- 
vendo esplicarsi con accordo delle parti, introduce 
nella composizione un elemento di natura spiri- 
tuale. L’indole pittorica del Correggio si vede 
anche nei disegni che ci sono rimasti, i quali non 
costituiscono mai, o quasi, uno studio fino ed ac- 
curato dei particolari, una ricerca minuta e pa- 
ziente dei contorni; ma sono semplici impressioni, 
rivolte al doppio scopo di formare la distribuzione 
delle figure e l’effetto della luce e dell’ombra. A 
risolvere il problema intralciato delle movenze lo 
aiutavano costantemente la forte ritentiva e lo 
spirito d’ induzioni. 

Il suo pensiero interno risolveva le incognite 
degli scorci, come se dinanzi a lui un ciclope af- 
ferrasse con la poderosa mano corpi nudi e li lan- 
ciasse in alto per dar: modo all’artista di sorprendere 
le pose, onde ben a ragione disse di lui il Vasari 
che fu «grandissimo ritrovatore di qualsivoglia 
difficoltà ». 

Il predominio sentimentale dell’opera sua è la 
lietezza. Ciò non esclude però ch'egli nell’esprimere 
il dolore e l’austerità non abbia raggiunto lo scopo, 
quanto e più degli altri artisti contemporanei; però 
quello che a lui riesce più è il dolore personale, 
non il tragico della scena. Nella Deposizione dalla 
Croce e nel Martirio di San Placido e Santa Flacia, 
sebbene ci siano parti di una potenza d’espres- 
sione straordinaria, riesce, nel complesso, meno 
efficace che negli altri suoi lavori. Ma la gioia 
intima, ripetiamo, è dal Correggio rappresentata 
con tale un incanto e con tale spontaneità che si 
comunica agli osservatori. L'abbondanza dei put- 
tini sparsi da lui in ogni sua opera, non è di fatto 
che il risultato della sua tendenza all'espressione 
artistica del piacere e della gioia. 

Nessun pittore è riuscito a dipingere quelle 
piccole creature con pari verità di forme e di spi- 
rito, con pari conoscenza delle loro pose ingenua- 
mente semplici e leggiadramente grottesche, quan- 
tunque, dopo di lui, palazzi e chiese di mezza 
Europa fossero invasi da gaie frotte di fanciulli 
artistici. E questa gaiezza, insieme con la vita 
sempre mossa e graziosamente agitata sono le par- 
ticolarità più in vista del Correggio, come l’eser- 
cizio plastico del Buonarroti. Non v’ha nei tipi 
del Correggio la sensibilità cristiana che si nota 
in altri pittori, specie del Trecento; ma, tuttavia, 
non bisogna confondere le espressioni delle sue 


320 


Vergini con quelle delle sue Ninfe. Già l’arte è 
innanzi tutto forma; e la sensualità che si rim- 
. provera a certi pittori, del pari come l’ascetismo 
onde sono lodati i Trecentisti, non.sono che il ri- 
sultato del tipo puramente pittorico e della tecnica 
di quel determinato periodo. ‘ 

L’arte del Trecento appare mistica, perchè. la 
insufficienza dei mezzi non le consentì la riprodu- 
zione perfetta delle forme e delle espressioni. Ot- 
tenuta questa perfezione, ecco sembrare mondana 
in confronto con la prima. L'arte poi va conside- 
rata come una produzione spontanea della mente 
ymana la quale, come quella della terra, ha i suoi 
periodi ele sue stagioni. Ma quello dei processi 
del Correggio, che si distingue su tutti, è il chiaro- 
scuro. @li artisti del secolo xvi hanno affaticato 
invano per farselo proprio, e fu raggiunto, in parte, 
dal solo Leonardo, come l'aveva pure raggiunto, 
ma in parte, il Giorgione. In grazia dell'uso per- 
fetto dei chiaroscuri e dei loro costanti rapporti, 
senza, cioè, che un eccesso di }uce si contrapponesse 
rigidamente a un eccesso di oscurità, egli ottenne 
una forza straordinaria di colore procedendo per 
velature. La luce si estese perciò tra le figure e 
+ le cose che dipinse, penetrò nelle parti secondarie 
e remote e produsse la nuova e perfetta illusione 
che tutte le forme da lui create si muovessero 
realmente nello spazio. 

,L'imprimitura del Correggio, sottile assai e 
fmpastata di gesso finissimo, d'olio cutto e di ver- 
nice, non è per nulla diversa da quella d’altri 
accurati maestri del tempo, nè diversa è. l’arric- 
ciatura del muro negli affreschi. I toni si veggono 
ottenuti per lievi sovrapposizioni di colori, o vela- 


ture, che gli consentivano di correggere i] disegna, 


nell'atto medesimo del dipingere. È fuori di dubbio 
ch'egli, pittore avanti tutto, oltre che correggere 
disegnava molto col pennello. Sono infinite le parti, 
specialmente nelle estremità, tenute con semplice 
gradazione di colori, senza nessun segno definito. 
Tale mezzo concedeva al suo genio un'incredibile 
.morbidezza che si manifesta, tra l’altro, anche nel 


modo di fare i capelli. Il Vasari ne fu colpito | 





—— ——————————————————————————>————_—_utu_m19t_«..__ ___c0rrrrrr——1—_—_—_———_—_—————————1—@—@t1x@—11——@—@—@—@—@ 


profondamente perchè ritorna su questo particolare 
ben tre volte, e conclude che i capelli del Cor- 
reggio sono tali da insegnare a tutti il modo di 
dipingerli. 

ns 

E qui ci è grato confessare che siamo arrivati 
con la lettura di questo lungo lavoro sino alla 
fine, passando con calma da un capitolo all’altro, 
senza che un momento di fatica mai ci sorpren- 
desse, e acquistando, a mano a mano che la tela 
ci si svolgeva dinanzi, la convinzione che il critico 
non voleva forzare la nostra coscienza imponendoci 
l'ammirazione del suo soggetto. Certo egli ne è 
innamorato, e cerca di sgombrare il campo da ogni 
nube che adombri, come che sia, la gloria dell’ar- 
tista e la fama dell’uomo dabbene; ma chi ose- 
rebbe fargliene un rimprovero? 

Ora, di questa misura nel rafionale obsequium, 
tanto raro a trovarsi, come di tutta } intonazione 
dell’opera, noi, lo ripetiamo, ci rallegriamo dav- 
vero, perchè anche Ja critica di un sommo dev'es- 
sere serena, franca, libera da preconcetti e da scuole. 
L’età nostra non. comporta più la storia artistica 
alla maniera di quella del Vasari; ma, d’altra parte, 
l'indole italiana e, se non c’inganniamo, anche l’in- 
glese non s’intonano volentieri col metodo tedesco. 
Noi da prima facevamo, la critica dell’arte e degli 
artisti, in una maniera ingenua, ma originale, se 
non altro, e giudiziosa. Si ebbero allora gli studi 
sul Correggio del Pungileoni, del Ratti, del Martini 
e d'altri. Vennero poi i tedeschi che ricondussero 
il rigore storico, e nell’analisi delle opere correg- 
gesche impiegarono quella loro dottrina sicuta, ma 
spesso eccessiva, che li rende ammirabili, ma non 
piacevoli. 

Noi dunque siamo lieti che, auspice un editore ‘ 
inglese, si sia tenuto in quest'opera pregevole un 
metodo contemperato che, facendo tesoro dei pon- 
derosi lavori stranieri, non abbia abbandonata 
l'originalità paesana dei nostri migliori scrittori 


di cose d’arte. 
L. P, 





Per i lavori pubblicati nell’ARCHIVIO STORICO DELL'ARTE sono riservati tutti i diritti 
di proprietà letteraria cd artistica per l'Italia e per l'estero. 

















DomEnIcO GwoLI, Direttore responsubile 








Roma - Tip. dell’Unione Cooperativa Editrice, via di Porta Salaria, 23-40 





ALCUNE PITTURE GIOVANILI 
DI BALDASSARE PERUZZI A ROMA 


L Vasari, nella vita di Baldassare Peruzzi, ! dice che 
al giovane pittore senese, dopo ch’egli ebbe dimostrata 
la sua valentia colla pittura di certa Nostra Donna, 
« fu dato a fare nella Chiesa di Sant'Onofrio la cap- 
pella dell’altare maggiore, la quale egli condusse a 
fresco con molta bella maniera e con molta bella 
grazia ». . 

Dopo che il Titi nella sua « Descrizione delle pit- 
ture di Roma », * parlando di Sant'Onofrio, ebbe attri- 
buito al Pinturicchio: delle pitture del cappellone, 
quelle dalla cornice in su, nessuno si curò più di 
quanto aveva detto Giorgio Vasari, e solamente ai no- 
stri giorni per opera del Cavalcaselle, del Milanesi e 
del Morelli fu tolta la divisione fra gli affreschi della 
parte inferiore e quelli del catino e si assegnarono 
tutti al Peruzzi. I ciceroni di piazza con quel loro tenace spirito di conservazione, che li 
fa dire di padre in figlio sempre le stesse cose, ripetono a tutti il giudizio del Titi; i 
forestieri ammirano spesso senza discutere e se ne vanno allegri e contenti. Ciò vorrebbe 
dir poco, se si tenesse conto soltanto della maggioranza di coloro che visitano le opere 
d’arte, ma la cosa diventa interessante quando vediamo, come occorse più d’una volta a me, 
prendere al laccio e restare ingannate anche persone intelligenti d’arte. 

Infatti a prima vista, a chi guardi così alla.leggiera e non osservi con attenzione i 
caratteri di quest'opera, fra la parte inferiore e la superiore appariscono differenze: la com- 
posizione, le attitudini delle figure, l’aria di certe teste, tutto sembra discordare. La ragione 
di questa impressione di diversità sta nell’essere questa una delle prime opere, anzi la prima 
grande opera di Baldassarre Peruzzi. | 

Questi affreschi di Sant'Unofrio hanno tutti i caratteri del lavoro giovanile d’un pittore 
intelligente, il quale, benchè abbia già idee proprie, manca però ancora d’una sicura tecnica, 
ed avendo ammirato opere di grandi maestri, diversi fra loro, non ha trovata ancora la 
via, e segue ora questi ora quegli, non sapendo per chi decidersi. 

In questa incertezza di tecnica è la ragione della spartizione fra due maestri di queste 
pitture di Sant'Onofrio. 

Le opere fatte in Siena da Giovanni Antonio Bazzi, prima che Agostino Chigi lo con- 





! Vasari, Le vite, ed. Milanesi, vol. IV, pag. 589. architetture esposte al pubblico in Roma. Roma, M. Pa- 
? Tiri Firippo, Descrizione delle pitture, sculture e gliarini, 1763, pag. 80. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc. V. 1 


) 


u 
n 
‘o 


ve 
“ 





LA MADONNA COL BAMBINO, VARI SANTI E UN DEVOTO, DI B. PERUZZI 


(Chiesa di Sant’ Onofrio in Roma) 








ratto —+ 


} AMI 


Ù x 
- —e aa ”- = - “ - * " rorò A 4 


\ » . (E Sodi PA n \ ni ‘ 
\ Fo Xi ite % 


L'ADORAZIONE DEI RE MAGI, DI B. PERUZZI 


(Chie-a di Sant' Onofrio in Roma) 





324 FEDERICO HERMANIN 


ducesse seco a Roma, con quel loro fare largo, con quel disegno ardito e magnifico, dovevano 
avere sorpreso il giovane Baldassare, ch’era stato fino allora allievo del Pinturicchio e suo 
aiuto nelle pitture della libreria del duomo di Siena. Avvezzo a quel disegno accurato e 
timido, a quelle quiete composizioni, nelle quali le figure, prive quasi d’individualità, non 
sono che parte del tutto decorativo, il giovane, legato fino allora a quell’arte minuta di 
decoratore, doveva sentire finalmente d’aver trovato il vero maestro, ed a lui potevano 
bastare, per indicargli la nuova via, le poche opere viste del Sodoma. 

Non abbandonò del tutto l’antica maniera di scuola, ma la ravvivò col nuovo studio, 
e noi, osservando le opere del Peruzzi, vediamo in esse l’arte perfezionarsi gradatamente, 
farsi sempre più tenui i caratteri pinturicchieschi e rinforzarsi quelli derivati dal Sodoma, 
coi quali a poco a poco il Senese arriverà ad entrare fra i seguaci di Raffaello, non abban- 
donando però mai del tutto la buona scuola del Pinturicchio. 

L’infiuenza del Bazzi sulle opere giovanili del nostro maestro apparisce evidentis- 
sima se pensiamo allo scompiglio che dovette produrre fra i poveri pittori senesi, operanti 
ormai più per tradizione che per ispirazione, l’ apparire di quella forte tempra d’artista 
geniale. | 

Il Peruzzi, nelle sue pitture, anche in seguito fu sempre pronto a seguire ora l’uno 
ora l’altro dei grandissimi maestri, suoi contemporanei; ora, se ciò gli avveniva in età ma- 
tura, quant'è più naturale ch’egli in gioventù s’acconciasse ad imitare un grande modello. 
Il Sodoma, quel « Mattaccio » che, a detta del Vasari, non studiava ma buttava giù le sue 
opere d’improvviso, con quel suo fare così lontano dalla timida pedanteria ornamentale del 
Pinturicchio, con quella focosa fantasia che creava così di getto, doveva trascinare il gio- 
vane senese. 

Le opere fatte dal Bazzi a Siena, e che Baldassare ebbe possibilità di vedere, prima 
di partire per Roma, se non erano fra le maggiori del maestro vercellese, pure dovettero 
essere sufficienti per invogliare il giovane a seguire la nuova maniera. Anche il Frizzoni ! 
ammette che le opere che il Sodoma fece in Siena, prima del 1507 o 1508, sono « indub- 
biamente della sua maniera più pura e dell’esecuzione più coscienziosa ». 

— «L'arrivo in Siena del giovane e promettente artista italiano », scrive, lo stesso autore, 
«è tale fatto che merita nella storia dell’arte una speciale attenzione, come quello che segna 
il principio di una nuova èra nello sviluppo della scuola pittorica di quella città. Poichè 
se noi osserviamo a qual segno di uniforme sterilità si era condotta la scuola senese nella 
seconda metà del secolo XV, e come in sul nascere del nuovo secolo era ridotta a persi- 
stervi, di leggieri dobbiamo riconoscere che il Bazzi v’ebbe ad importare un valido ele- 
mento d’innovazione col sorriso pieno di soave grazia e colla varietà ferace delle sue opere, 
senza le quali invero difficilmente si riuscirebbe a giustificare il detto del Lanzi: « lieta 
scuola fra lieto popolo è la senese... ». i | 

Fra i primi di questa lieta scuola fu certamente il nostro Baldassare, che come col 
tempo divenne imitatore del Vercellese, così certo sino dal suo primo apparire in Siena 
dovette sentirsi invogliato a seguirne il grande esempio. Al giovane, che faceva allora i 
primi passi nell’arte, dovette il Bazzi apparire come un messo di quella bellezza classica 
ch’egli vagheggiava e ricercava nei pochi monumenti che dell’antichità si conservavano a 
Siena, e lo studiarne le prime opere doveva sembrargli quasi un preludio al suo partire 
per Roma, dove lo attendevano le maraviglie dell’arte antica. 

Il Morelli * dice degli affreschi di Sant'Onofrio ch’essi furono dipinti dal Peruzzi 
« quand’egli era ancora sotto l'influenza del Pinturicchio », e più in là scrive: « come noi 
apprendiamo dagli affreschi di Sant'Onofrio in Roma, Baldassare Peruzzi, prima di sce- 
gliersi a modello il Sodoma, lavorò sotto l’influenza e la direzione del Pinturicchio ». 


! Frizzoni Gusravo, Arte italiana del Rinascimento. ? Ivan LERMOLIEFF, Kunstkritische Studien; Die Ga- 
Milano, Fratelli Dumolard, 1891. | lerie zu Berlin. Leipzig, Brockhaus, 1893. 


ALCUNE PITTURE GIOVANILI DI BALDASSARE PERUZZI A ROMA 325 


e —___—_—_—. 








Nella descrizione delle Gallerie Borghese e Doria Pamphilj, lo stesso Morelli! scrive: 
« Del Peruzzi noi troviamo pitture murali nella chiesa del convento di Sant'Onofrio, ese- 
guite secondo la maniera, anzi probabilmente da schizzi del Pinturicchio ». 

 L’esame attento di queste pitture murali ci farà invece vedere assai chiaramente come 
in esse, il giovane Peruzzi, benchè sempre ancora seguace del suo maestro umbro, vagheg- 
giasse però già d’imitare Giovanni Antonio Bazzi. 

Gli affreschi di Sant'Onofrio ci si presentano già con quelle tendenze classiche che 
furono anche in seguito uno dei caratteri più spiccati del Peruzzi. In essi, infatti, v'è molto 
sapore classico; la disposizione simmetrica delle figure nelle composizioni, il tipo delle teste, 
le acconciature del capo, le vesti, tutto sente lo studio amoroso dell’antico, ed alle compo- 
sizioni fanno corona fregi e cornici studiate da modelli antichi. 

Baldassare, più che pittore, architetto, doveva certamente tenere in gran pregio le 
pitture decorative di Bernardino Betti, le quali sapevano così bene adattarsi alle costruzioni 
architettoniche, tanto da diventarne parte intrinseca e necessaria più che decorativa ed 
accessoria. 

Comincio ora l’esame degli affreschi di Sant'Onofrio, che purtroppo sono assai guasti 
nel colore, per i vari restauri sofferti e specialmente per quello fattovi eseguire nel 1621 
da Alberto Magno. 

Le pitture del cappellone sono tutte consacrate alla Vergine, della quale sono rappre- 
sentati i fatti della vita terrena e celeste. 

La parte inferiore è divisa in tre riquadri, separati fra di loro da pilastri, ornati di 
grottesche variopinte su fondo d’oro e sormontati da capitelli corinzi a chiaroscuro; nello 
scomparto centrale è la Vergine in trono col Bambino, avendo alla sua destra San Giovanni 
Battista e San Girolamo ed alla sua sinistra Santa Caterina d’Alessandria e Sant'Onofrio ; 
ai piedi del trono sta inginocchiato, in veste sacerdotale, lo sconosciuto donatore. Nel riquadro 
laterale destro è l'Adorazione dei Re Magi, nel sinistro la Fuga in Egitto, dove nello sfondo 
vedesi la Strage degl’innocenti. 

Nella parte concava superiore, divisa in riquadri, che vanno sempre più rimpicciolendosi 
verso l’alto, è nel centro l’Incoronazione della Madonna e da ciascun lato un gruppo di 
Apostoli ed uno di Sibille; più su, a due a due, angioli cantano e suonano, e nel punto 
dove alla chiave di volta concorrono tutti i fascioni, i quali dividono l’uno dall’altro gli 
scomparti, è dipinto, entro un tondo, Dio Padre. 

L’arco del cappellone ha nella parte esterna due figure d’angeli, che pel disegno ram- 
mentano le vittorie degli archi romani, e nella parte inferiore una serie di quadretti, nei 
quali è dipinta la storia di San Girolamo. | 

A prima vista l’effetto decorativo delle pitture è buono, ma appena lo sguardo si ferma 
ad esaminarle attentamente l'impressione diventa spiacevole. 

Quantunque il pittore nella distribuzione dei vari soggetti abbia avuto un concetto 
architettonico, dividendo tutta la cappella in scomparti simmetrici, per mezzo di pilastri, 
vagamente rabescati, nella parte inferiore, e di grandi fascie nella superiore, non è riuscito 
a comporre un tutto armonico, sicchè, considerando gli affreschi, lo sguardo è sgradevolmente 
colpito dal disarmonico contrasto che c’è fra un riquadro e l’altro. Infatti le composizioni, 
separate appena da un fregio o da una cornice, sono differentissime fra di loro, per la pro- 
porzione delle figure, le quali variano continuamente dall’uno all’altro quadro, non per altra 
ragione che per rispetti decorativi, dovendo servire colla maggiore o minore grandezza ad 
empire uno scomparto più o meno ampio. 

Il contrasto non tanto forte- nella parte inferiore della decorazione, diventa ben più 
grave nel catino, dove le figure dell’ Incoronazione della Vergine sono più piccole di quelle 


! Ivan LermoLIere, Kunstkritische Studien; Die Galerien Borghese und Doria Panfili in Rom. Leipzig, Brock- 
haus, 1890. 





LA FUGA IN EGITTO, DI B. PERUZZI 


(Chiesa di Sant'Onofrio in Roma) © 


ji Google 


IZZAYAd ‘E ICT ‘VNOY NI OIYIONO «INYS IC VSHIHO VITIOA IHOSTUAIV 


© 


i | È e 
nt E MELE FIIALY ZIALE. 


La ”) 





328 | FEDERICO HERMANIN 


della corte celeste, che le circonda da ogni lato, sicchè gli Apostoli e le Sibille appariscono 
giganteschi vicino alle figure esilissime della Madonna e di Nostro Signore. 

Ad accrescere anche maggiormente questa sgradevole impressione di sproporzione, che 
fa sembrare così poco organica tutta la decorazione, studiata invece con gran cura e feli- 
cemente negli ornati, s'aggiunge, come già dissi, la differenza di stile da un quadro all’altro, 
e bene spesso dall’ una all’altra figura nella medesima composizione. 

Ci sembra, osservando, che il giovane artista abbia usato delle sue due maniere di 
scuola, quasi con criterio distributivo, adoperando la maniera appresa dal Pinturicchio, per 
i soggetti di carattere assolutamente sacro, e studiandosi di seguire il gran modello del Sodoma 
per quelli che avevano in sè qualcosa di profano e che più facilmente s’adattavano ad essere 
rappresentati in modo classico. Quindi la Vergine in trono, l'Adorazione, la Fuga in Egitto 
ed i piccoli quadretti nei riquadri, fra gli ornati che fregiano la parte inferiore del grande 
arco, hanno un carattere spiccatamente pinturicchiesco, mentre fanno pensare al Sodoma i 
gruppi degli Apostoli e delle Sibille. Questa differenza di stile notasi non solo nelle vesti, 
nelle acconciature e negli ornamenti, ma ben anche nel tipo delle teste e persino nella 
disposizione delle composizioni. 

I piccoli quadretti che ornano la parte inferiore del grande arco rammentano i fatti 
della vita di San Bernardino, dipinti dal Pinturicchio nella cappella Bufalini all’Aracoeli, 
e specialmente quelli della parete a destra di chi guarda l’altare. In questi, come in quelli 
di Sant'Onofrio, ritrovansi particolarità comuni anche alle pitture del maestro umbro in 
Santa Maria del Popolo. 

L’esaminare i caratteri più delicati, come il disegno delle teste e simili, non è possi- 
bile in questo caso, per la piccolezza delle figure dei quadretti di Sant'Onofrio; ma para- 
gonando le lunghe figure aduste, quietamente disposte le une accanto alle altre in un pae- 
saggio, che ha per isfondo monti con dirupi scoscesi, alberi snelli con rado fogliame ed 
acque lucide nelle quali si specchiano ricchi edifici d’architettura mista fra la medievale 
e la classica, curati premurosamente sino nei più minuti particolari, si scopre subito il 
gusto del Pinturicchio. Come pure, nelle stesse piccole composizioni dell’arco, vediamo le 
figure disegnate talvolta colle stesse mosse stentate, colle stesse posizioni divaricanti dei 
piedi di quelle del Betti. Anche qui, come nella cappella Bufalini, le scene della vita di San 
Girolamo, buie per le vesti oscure dei monaci, sono allietate da svelti giovanetti in farsetto 
succinto e con tocco rosso, dal quale spiovono sugli omeri le chiome bionde. 

Fra gli altri va specialmente notato, per la grande rassomiglianza coi quadretti di 
Sant'Onofrio, l'affresco nella lunetta di mezzo nella prima cappella a destra in Santa Maria 
del Popolo, dove è dipinto Sant'Agostino al quale si presenta il leone; nel quadretto di 
Sant'Onofrio, dove è raffigurato un soggetto simile, il colore, la disposizione e il disegno 
delle figure, tutto rammenta il piccolo dipinto del Pinturicchio. Si osservi poi specialmente 
il secondo quadretto del grande arco di Sant'Onofrio, a sinistra di chi guarda l’altare mag- 
giore; in esso sono vari frati che si presentano riverenti alla Vergine, seduta in trono. 
Il drappeggio delle vesti colle lunghe pieghe sottili, ad angoli secchi e duri; la stoffa di 
tessuto lieve, aderente alle membra, che vi si disegnano sotto grossolanamente; il corpo 
della Madonna, troppo lungo nella parte superiore, e l’atto del Bambino, sporgentesi dal 
grembo materno per benedire i monaci, vanno raffrontati col quadro centrale inferiore, con 
quello sinistro pure inferiore, nello stesso cappellone di Sant'Onofrio e colle figure del Betti, 
nella prima cappella a destra in Santa Maria del Popolo. 

Nell’esaminare con cura le varie figure, avrò due fini: dimostrare in primo luogo l’unità 
artistica degli affreschi di Sant'Onofrio e distinguere a mano a mano, con opportuni paragoni, i 
tipi derivati dall’ influenza del Pinturicchio da quelli che hanno relazione colle opere del Sodoma. 

Comincio dall’alto: i 

Nel gruppo delle Sibille, a destra di chi guarda l’altare maggiore, le sei teste sono 
somigliantissime fra loro e poco belle; il volto, di forma allungata, termina con un mento 


ALCUNE PITTURE GIOVANILI DI BALDASSARE PERUZZI A ROMA 329 





assai sporgente e carnoso nella parte inferiore, che dà a tutto il capo un’aria di pesan- 
tezza e toglie qualsiasi grazia all’attaccatura della testa con il collo, pur esso grossolano. 
La fronte spaziosa, molto convessa e sporgente, pesa sulle orbite, sotto alle quali sonnec- 
chiano due occhi morti, dalle pesanti palpebre, che paiono enfiate per lungo. piangere. Fra 
le sopracciglia arcuate e troppo sollevate in atto di sciocco stupore, scende un naso pesante 
e grosso, terminante con un apice carnosissimo, che spiove sulla bocca tumida, dalle labbra 
sporgenti, come pronte al bacio. 

La fronte grossa e soverchiamente convessa, gli occhi dalle palpebre pesanti e la bocca 
tumida, formano un certo tipo di testa, del quale il Peruzzi deve essersi compiaciuto assai, 
perchè lo ripete anche in molte altre opere, e specialmente là dove egli vuole nr 
tipi veramente classici. 

Nel cappellone di Sant'Onofrio abbiamo di tali teste in tutti i riquadri, ma specialmente 
in quelli del catino. Di questo tipo sono quasi tutte le Sibille, e specialmente quelle del 
gruppo a destra ed alcune di quello a sinistra. 

Fra gli angeli della volta hanno più spiccato questo tipo, cominciando da destra, quello 
che suona il liuto, quello dal violino, quello a sinistra dei due che cantano, reggendo una 
lunga striscia di carta, ed il suonatore d’arpa. 

Nelle pitture colle quali Baldassare Peruzzi ornò il sotfitto della sala della Galatea 
alla Farnesina, ritrovansi teste uguali alle descritte, ma più ingentilite, il che può vedersi 
osservando la testa della Fama e dei due giovani pietrificati nell’affresco del mito di Medusa 
e Perseo, quella della Diana sul carro, e, più interessante fra tutte, per il naso spiovente, 
che già abbiam notato come principale caratteristica di questo tipo, e che qui per il soverchio 
allungarsi. ed ingrossarsi ha quasi la forma d’una tromba di tapiro, la testa della figura 
muliebre nella lunetta sulla porta, per la quale dalla sala della Galatea si passa alla loggia 
della Storia di Psiche. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi e si ritroverebbe il tipo, benchè 
giunto ormai al massimo della perfezione, nella testa della Santa Brigida della cappella 
Ponzetti alla Pace, nella Sibilla della chiesa di Fontegiusta a Siena e nella lunga figura 
della Temperanza, in uno dei riquadri ornamentali coi quali il Peruzzi ornò il soffitto della 
camera d’Eliodoro in Vaticano. Alle linee del viso s’aggiunga l’acconciatura artificiosissima 
dei capelli e si avrà un tipo molto originale, che il nostro pittore usò specialmente quando 
voleva dare alle sue figure un carattere spiccatamente classico. Il ricercare la sua origine 
è cosa interessantissima, perchè esso deriva dall’imitazione delle teste del Pinturicchio, 
modificate e direi quasi rese classiche dall’infilusso del Sodoma. 

Nei bellissimi affreschi del Betti che ornano le pareti della cappella Bufalini all’Ara- 
coeli, e specialmente in quello dov'è raffigurato il funerale di San Bernardino, sono varie 
teste, che anno molti caratteri comuni con quelle già descritte di Sant'Onofrio. Le facce 
vi sono allungate, carnose e con larga fronte, come vedesi specialmente nel giovane signore 
dal gran robone bianco, all'estrema destra della composizione, il quale ha il solito naso car- 
noso e pendente. Le tre donne vicine ai due frati, ritti presso la testa del morto, hanno 
pure nel tipo molto di comune colle Sibille di Sant'Onofrio, e di esse, quella che porge il 
seno al figlio, rassomiglia alla Madonna in trono di Sant'Onofrio, la quale forse meglio delle 
altre figure conserva i caratteri pinturicchieschi. La vecchia Sibilla del gruppo a destra 
rammenta molto la vecchia col ie bianco in capo che parla alle tre donne alle quali - 
accennavo ora. 

Eppure non si può non vedere in queste teste, che chiamerò di maniera classica, l’in- 
fluenza del Sodoma, perchè esse, quantunque rassomiglino alle donne del Betti, che ora 
ho descritto, nei tratti del viso, nella forma del capo, nella linea del naso, hanno quel certo 
che di nuovo, che ci richiama alla mente le opere del grande Vercellese. 

Certamente già nelle prime pitture del maestro lombardo doveva cominciare a formarsi 
quel tipo di testa maravigliosa che giunge al colmo della perfezione nel celebre affresco 
delle nozze di Alessandro e Rossane. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2", Anno II, fasc. V. 2 


= 
» 


LI 


XX 


; 





LI 


LE SIBILLE, DEL PERUZZI 


(Chiesa di Sant’ Onofrio in Roma) 





DETTAGLIO DELLA TESTA DELLA SIBILLA, DI B. PERUZZI 


(Chiesa di Fontegiusta in Siena) 


332 FEDERICO HERMANIN 


e rr le eV eS\ene 





Sull’animo del giovane artista senese dovettero fare impressione quelle teste grandiose, 
poichè non è impossibile che, oltre agli affreschi del convento di Sant'Anna, egli avesse 
occasione di vedere altri disegni e quadri eseguiti dal Bazzi, durante la sua: prima dimora 
in Siena. 

Anche il raffrontare opere posteriori del Sodoma con quelle del Peruzzi riesce utile, 
tanto più che a nessuno può sfuggire la relazione che c’è fra queste pitture. 

Si paragonino, per esempio, le teste delle Sibille di Sant'Onofrio, e specialmente quella 
della Sibilla colla mano alzata, nel gruppo di destra, colla testa dell'angelo che sorregge 
il piccolo San Giovanni Battista nel Presepio del Bazzi, che si conserva nella Galleria del- 
l'Accademia di Belle Arti a Siena, e colle stesse Sibille si paragoni la piccola testa dell’an- 
gelo cogli occhi volti al cielo, che sta vicino ad Eva nel quadro di Gesù al Limbo del 
Bazzi, nella medesima Galleria. 

Per l’acconciatura del capo e per il disegno del volto hanno rassomiglianza colle Sibille 
di Sant'Onofrio le teste femminili del Sodoma nella Presentazione della Vergine, nell’ora- 
torio di San Bernardino. | 

Le ancelle, ed in ispecie quella che regge la brocca, nell’affresco delle Nozze d’Alessan- 
dro e Rossane e le donne che formano il bel gruppo sulla sinistra dell’affresco della Tenda 
di Dario, hanno tutte il tipo ora descritto, ma più bello e perfetto; sicchè piuttosto che 
colle Sibille di Sant'Onofrio esse vanno raffrontate colle soavi figure muliebri della cap- 
pella Ponzetti a Santa Maria della Pace, dove al Peruzzi riuscì di recare a perfezione questo 
suo tipo prediletto di bellezza femminile, ingentilendolo e rendendone più graziose le carat- 
teristiche senza abbandonarne alcuna. 

A nessuno può sfuggire la rassomiglianza di alcune delle teste femminili di Sant'Onofrio 
con quelle abbozzate dal Sodoma per il suo quadro della Leda, e che ora si conservano a 
Windsor-Castle. Ma anche nei corpi, e non solamente nelle teste del Peruzzi, manifestasi 
l'influenza del Sodoma e si scorge a prima vista la grande differenza fra i corpi rigidi, 
stecchiti e persino sproporzionati dell’affresco centrale colla Madonna in trono, e quelli delle 
Sibille e degli Apostoli, bene proporzionati, dalle membra rivestite giustamente di carne, 
che si piegano armonicamente sotto l’ampia veste. Queste figure hanno riscontro nelle bel- 
lissime del Bazzi, che poneva tanto studio nel disporre in bei drappeggi le vesti classiche 
colle quali copriva gli svelti corpi dei suoi personaggi. I panneggi degli Apostoli e delle 
Sibille di Baldassare possono raffrontarsi con quelli del Sodoma nell’oratorio di San Ber- 
nardino a Siena, e persino con quelli della Farnesina. 

Le figure aduste e magre, colle scarse vesti, hanno invece molti caratteri comuni con 
talune del Pinturicchio; si paragoni, per esempio, il San Giovanni Battista, ritto vicino al 
trono della Vergine, in Sant'Onofrio, col Cristo benedicente della cappella Bufalini, e si 
troverà uguale la posa delle gambe, uguali i piedi, lunghissimi nella parte anteriore, il 
braccio magro col polso grosso e la grande mano ossuta. Identico è pure il mantello, di 
stoffa sottile, con pieghe profonde e poco naturali, gettato sul braccio destro piegato. 

Tanto nel Cristo dell’Aracoeli quanto nel San Giovanni Battista di Sant'Onofrio vediamo 
la stessa fronte alta, spaziosa, sporgente e di forma cuspidale, con una curiosa luce, che 
corre da una tempia all’altra; gli occhi sono piccoli e pungenti, colla palpebra superiore 
avanzata; il naso lungo, sottile e pendente sul labbro superiore, che sporge ad angolo; in 
generale la testa, larga alle tempia e con zigomi grossolani, termina con un lungo mento 
ossuto, ricoperto di rada barba oscura, che dà al tutto un aspetto caprino e non serve a 
rendere più simpatica l’espressione del volto, devota ma stupida. 

Questa stessa costruzione di testa ed espressione atona ritrovasi nei santi Girolamo ed 
Onofrio, modificata solamente dalla gran barba e dalle sopracciglia corrugate, che danno 
al volto un’aria pensosa. 

Somiglianti al San Giovanni Battista sono il pastore coll’agnello, il San Giuseppe e, 
dei Re Magi, quello vecchio, inginocchiato, che recandosi colla sinistra al petto la corona, 


ALCUNE PITTURE GIOVANILI DI BALDASSARE PERUZZI A ROMA 333 





porge colla destra un calice al Bambino. Nel quadro della Fuga, più che San Giuseppe, 
ha questo tipo il mietitore, e fra gli Apostoli specialmente il San Paolo del gruppo a sinistra. 
Nell’ Incoronazione, la testa di Nostro Signore, benchè meglio disegnata di quelle descritte 
‘finora, ha però comune con esse la fissità degli occhi, la grossezza delle palpebre e la spor- 
genza degli zigomi. 

Questo tipo è derivato dalla scuola del Pinturicchio e si può osservare nel San Fran- 
cesco del quadro della Vergine in trono, di questo maestro, nella chiesa di Sant'Andrea a 
Spello. Pinturicchiesche sono pure in Sant'Onofrio le teste dei quattro vecchi Apostoli nel 
gruppo a sinistra. Nella cappella Bufalini, oltre al Cristo, hanno questo tipo: nei. riquadri 
della volta, San Matteo Evangelista, che rammenta molto il Redentore, il quale incorona 
la Vergine in Sant'Onofrio, e nell’affresco a sinistra, dove sono rappresentati i funerali di 
San Bernardino, il mendicante che mostra il moncherino, il signore col robone giallo, ornato 
di pelliccia bianca e i due frati ai piedi del cataletto. 

Osserviamo ora le teste delle Madonne, che sono negli affreschi del nostro cappellone. 
Delle quattro hanno più stretta relazione col secondo tipo descritto quelle della Vergine 
in trono e della Vergine coronata; quelle dell’Adorazione e della Fuga hanno invece più 
affinità con alcune teste di Sibille del gruppo a sinistra, ed in esso specialmente colle due 
ultime a sinistra. 

Questo secondo tipo mostrasi più chiaramente nella Santa Caterina, che sta ritta vicino 
a Sant'Onofrio. Essa ha la fronte convessa e sporgente, come nelle teste già descritte, ma 
il volto più breve e di forma tondeggiante col naso sottile, che termina in un apice piut- 
tosto acuto; ha gli occhi pungentissimi colle palpebre grosse. 

Questo tipo può dirsi pinturicchiesco, e lo ritroviamo infatti nella Madonna col Bam- 
bino, dipinta dal Pinturicchio, nella lunetta sopra la porta della chiesa di Santa Maria della 
Pietà ad Umbertide, e molta rassomiglianza c’è altresì fra la testa della Madonna della 
Fuga in Sant'Onofrio e quella della Madonna in trono con Santi, del Betti, nella chiesa di 
Sant'Andrea a Spello. In queste due ultime la faccia è perfettamente tonda; sporgenti al- 
quanto le palpebre e specialmente la superiore; gli occhi al solito pungenti. 

Ai tipi femminili, esaminati ora, ne corrispondono due maschili, pure differenti fra loro. 
Abbiamo già osservato le linee del volto di San Giovanni Battista; ora invece vedremo che 
la testa di San Giovanni Evangelista del gruppo destro degli Apostoli ha grande rassomi- 
glianza con quelle delle Sibille di tipo classico, poichè è ampia ed ha il viso ovale e non 
allungato come quella del Battista; gli occhi piccoli non sono bene collocati ai lati del naso, 
che scende molto in giù col suo apice spiovente sulla bocca tumida; il mento ed il collo 
sono ampì e carnosi. 

Carattere comune a tutte queste teste del: secondo tipo è la ricca capigliatura bionda, 
che coi lunghi ricci ondulati circonda il capo come d’ un’aureola d’oro. 

Queste teste, alle quali non trovasi riscontro nei dipinti del Pinturicchio, rassomigliano 
— invece molto alle migliori teste del Sodoma, ed il San Giovanni Evangelista di Sant'Onofrio, 
quantunque sia tutt'altro che bello, rammenta tuttavia Efestione ed Imeneo delle Nozze di 
Alessandro e Rossane, Se ora dalle teste e dai corpi veniamo alle vesti, vediamo che il 
Peruzzi, specialmente nei due gruppi delle Sibille, mostra una cura straordinaria degli orna- 
menti e dei più minuti particolari. Dalle acconciature del capo sino ai ricchissimi sandali, 
tutto è studiato da modelli antichi, sicchè chiaramente si vede come ogni sua cura fosse 
volta a creare tipi, i quali avessero in sè molto del vagheggiato ideale di bellezza classica. 
I capelli, raccolti in grandi matasse, s'annodano vagamente intorno al capo, in varie fogge, 
formando talora, come nella Sibilla dalle mani giunte, nel gruppo destro, una specie d’elmo, 
che scende sino a nascondere parte delle orecchie. 

Quest’ acconciatura, di gusto antico, ritrovasi anche nelle donne del Bazzi; si pensi 
infatti ai suoi disegni per il quadro della Leda, nei quali si vede quanta cura il maestro 
vercellese ponesse nel disporre i capelli intorno al capo della giovane donna. 


? 
de x 


o SA cao Mi a 


ha 
peo 


LI 
n 
| 
° 
: 


I, 
Ù 





SARO "I der tt : 
ee SP tr n I 
r . " A Leni 


IL PRESEPIO, DEL SODOMA 


(Accademia di Belle Arti in Siena) 





LI 


ADAMO ED EVA, DETTAGLIO DEL QUADRO GESU AL LIMBO, DEL SODOMA 


(Accademia di Belle Arti in Siena) 


336 FEDERICO HERMANIN 











Una pettinatura somigliantissima a questa della Leda ritrovasi nella giovane Sibilla 
bionda del quadro a sinistra, la quale, coll’indice, sembra voglia imporre silenzio alle 
compagne. i 

Baldassare ama altresì di circondare i capelli con fascie e bende, che talora s’avvolgono 
intorno al capo a foggia di turbante, come nella Sibilla colle mani giunte, del quadro a 
sinistra, e talvolta scendono lungo il collo e vanno ad annodarsi sul seno. 

Acconciature semplicissime sono invece quelle delle figure dei riquadri inferiori; esse 
hanno i capelli suddivisi modestamente sul fronte e pettinati lisci sulle tempie, nè vi si 
vedono bende, nastri od altro che sappia d’artificioso ; si paragoni la giovane Santa Caterina . 
d’Alessandria, a sinistra della Vergine in trono, colle donne che assistono ai funerali di. 
San Bernardino nella cappella Bufalini, e si ritroverà un’acconciatura somigliantissima. 

Nei tre quadri inferiori anche le vesti sono semplicissime, poichè scende su tutto un 
gran manto, fermato sul petto con una fibula. Curati invece sino nei più minuti particolari 
sono gli abiti delle Sibille; essi consistono in una tunica o sottoveste all’antica, la quale 
lascia scoperta la parte superiore del seno; essa è orlata con una larga fascia dorata ed 
ornata nel mezzo d’una gran fibbia gemmata. La veste è rimboccata su di una cintura che 
stringe la vita; le maniche, rigonfie talvolta superiormente, scendono sino all’avambraccio, 
lasciando scoperta un’altra manica più stretta, che va sino al polso. Oltre a questa sotto- 
veste il corpo è ravvolto in un ampio mantello di vario colore, e spesso vediamo le figure 
vestite d’ un peplo greco, come quello che indossa, nel quadro di sinistra, la Sibilla che detta. 

Per ultimo ci restano da esaminare gli ornamenti ed i fregi che hanno tanta impor- 
tanza in quest'opera. Fra le parti ornamentali della cappella maggiore di Sant'Onofrio vanno 
prima osservati i pilastri, che nella parte inferiore dividono l’una dall’altra le tre grandi 
composizioni della vita di Maria; poi le fascie a stucco ed a chiaroscuro della volta e del- 
l’ arco. 

I pilastri della parte inferiore, sormontati da un capitello corinzio, che vediamo poi 
ripetuto nell’affresco della cappella Ponzetti a Santa Maria della Pace, sono a tinta d’oro, 
sulla quale spiccano graziosissimi ornati, composti di piante fantastiche, fra cui sono ma- 
scheroni e figurine umane che sostengono vasi e targhe e sbocciano come fiori dalle foglie 
capricciose, che spesso prendono forma di strani uccelli dai lunghi colli. Questi ornati 
sono di quelli che andavano sotto il nome di grottesche, e che Benvenuto Cellini propo- 
neva di chiamare mostri per quell’accoppiarsi della natura umana coll’animale e spesso colla 
vegetale. 

Queste grottesche del Peruzzi sono discendenti da quelle bellissime che il Pinturicchio 
dipinse in Siena ed in Roma, e per avvedersi di questa dipendenza è prezioso il parago- 
narle con quelle di questo pittore in Santa Maria del Popolo ed in Santa Maria in Aracoeli. 

In Santa Maria del Popolo, tanto nella prima quanto nella quarta cappella a destra, 
ritrovansi gli stessi pilastri cogli ornamenti vegetali ed animali su fondo d’oro, ed il colore 
delle figurette, le targhe, la foggia dei vasi, i mascheroni, tutto si vede ripreso dal Peruzzi, 
che però, mostrando qualche incertezza nella costruzione dell’ornato, riesce inferiore al mae- 
stro; infatti tutto quell’intreccio di piante e d’uomini nei pilastri di Sant'Onofrio spesso non 
‘ è organico, non risolvendosi, si può dire, le forme una nell'altra, ma lasciando qua e là . 
qualche interruzione poco gradevole. Lo stesso può dirsi degli ornati a chiaroscuro su fondo. 
dorato del sotfitto della camera d’Eliodoro, dove i fregi dei grandi fascioni non sono sempre 
organici. Anche gli ornati a chiaroscuro sono appresi dal Pinturicchio, sia ch’essi abbiano 
ufficio architettonico di cornici e liste, ed allora è utile paragonare le corone d’alloro che 
dividono l’uno dall’altro i riquadri del catino di Sant'Onofrio con quelle identiche di Santa 
Maria del Popolo, sia che abbiano utficio più schiettamente ornamentale, ed allora i fregi 
a chiaroscuro che empiono i riquadri fra le piccole composizioni dell'arco del cappellone 
di Sant'Onofrio vanno raffrontati con quelli dello stesso Peruzzi nella camera d’Eliodoro, 
e gli uni e gli altri con ì fregi del Pinturicchio nella volta della quarta cappella a destra 


ALCUNE PITTURE GIOVANILI DI BALDASSARE PERUZZI A ROMA 337 


in Santa Maria del Popolo, dove sono da notarsi specialmente alcune curiose figure 
macrocefale, dipinte a chiaroscuro nelle lunette della volta, a somiglianza di vittorie anti- 
che, che a due a due sostengono uno strano arnese, di forma indistinta fra il tripode e 
la lira. 

Due vittorie simili trovansi dipinte di mano del Peruzzi, sull’arco di Sant'Onofrio, sor- 
reggendo un tondo, vedovo ormai di qualsiasi pittura. Per la testa alquanto grossa, per la 
posa delle braccia e specialmente per la strana piegatura delle gambe, esse rassomigliano 
a quelle del Betti al Popolo ed alla grande Fama, che lo stesso Peruzzi dipinse nella sua 
favola di Perseo e Medusa, alla Farnesina. 

Particolari identici e comuni al sotfitto della camera d’Eliodoro ed alla cappella di 
Sant'Onofrio ritrovansi anche nei pilastri del grande portico, dipinto pell’affresco dei fune- 
rali di San Bernardino, all’Aracoeli. | 

Da questo esame dell’opera di Baldassare Peruzzi a Sant'Onofrio risulta che in essa il 
giovane maestro portò la sua maniera di scuola, appresa dal Pinturicchio, e le sue aspira- 
zioni ad un'arte superiore, bella di purissima bellezza classica, avendo fisse davanti agli 
occhi le opere antiche ed i grandi esempi del Bazzi. 

In quest'opera giovanile dell’artista, che ancora manca d’abilità tecnica, le varie ten- 
denze non si sono ancora fuse, e quindi essa ha quei difetti di poca armonia, quella diffe- 
renza di stile e di composizioni, che per tanto tempo l'hanno fatta dividere fra due maestri. 
Quindi non sarà tempo perso il parlare ora brevemente di. altri affreschi, sconosciuti a 
molti, e che sono di grande importanza per la storia dello sviluppo artistico del nostro mae- 
stro, perchè eseguiti certamente poco dopo quelli di Sant'Onofrio, ma già con caratteri di 
maggiore unità organica 

Queste pitture si trovano sullo stesso colle Gianicolo, nella chiesa di San Pietro in Mon- 
torio, celebre per il maraviglioso tempietto del Bramante e per la -Flagellazione di Seba- 
stiano del Piombo e cara al popolo per la sepoltura che v’ebbe la infelice Cenci, ed ornano 
le nicchie d’altare delle due cappellette, dopo quella della Flagellazione. 

Trascurate dai più, da alcuno assegnate vagamente alla scuola del Peruzzi, il solo 
Cavalcaselle ne parla, discutendone il valore, e nella sua Sforia della pittura in Italia, a 
pagina 403, egli scrive: 

« Prossime allo stile misto di Sant'Onofrio sono in San Pietro in Montorio, nella 
seconda cappella a destra, l’Incoronazione della Madonna con angeli, quattro figure allego- 
riche sugli archi, ed angeli con stemmi e quattro figure sull’altare vicine alle già descritte. 
Tutte queste pitture sono cose mediocri, rovinate, di mano di un pittore della cerchia del 
Pinturicchio e del Peruzzi ». 

Ora, con buona licenza dell’illustre uomo, a me queste oscure pitture di San Pietro in 
Montorio non sembrano così povera cosa; anzi per molti caratteri le credo superiori a quelle 
della cappella maggiore di Sant'Onofrio. | 

Più avanti il Cavalcaselle scrive che in esse si vede l’influenza umbra e lombarda; 
proprio quella stessa che subì il Peruzzi e della quale sono così chiari gl’indizi negli affre- 
schi esaminati. 

La vicinanza delle chiese, lo splendido effetto decorativo delle pitture fatte per i Ge- 
rolamini di Sant'Onofrio, avranno probabilmente invogliato i Francescani di San Lietro in 
Montorio ‘a far venire il: giovane pittore ed a commettergli Ja-decorazione-delle due cap- 
pelle; un esame accurato ed opportuni raffronti colle pitture di Sant'Onofrio rafforzeranno 
questa supposizione. 

Cominciamo dall’osservare che cosa rappresentino queste pitture. Nel catino della 
seconda cappella, detta della Madonna della Lettera, è raffigurata l’ Incoronazione della Ver- 
gine, e nell’arco, due da ciascun lato, sono quattro donne, che dagli attributi e dai motti 
scritti su lunghe liste svolazzanti mostrano d’essere le quattro virtù teologali: Giustizia, 
Fortezza, Temperanza e Prudenza. Più ditficili da indentificare sono invece le altre quattro 


drcehivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. V. 8 





Nas sà 
ta ne ROLAN AerEE 


LA MADONNA COL BAMBINO E DUE SANTE, DI B. PERUZZI 


(Chiesa di Santa Maria della Pace in Roma) 


(ewoy u} 0984 3I]3p euweK 1uvg 1p 882/40) 


IZZOYAd ‘fd Id ‘OIANHL TY INOIZVINAISIYA VI 





340 FEDERICO HERMANIN 





donne che ornano l’arco della cappella seguente; forse in esse il pittore volle raffigurare 
le quattro Sibille maggiori. 

- A chi osservi queste fi figure femminili ed abbia prima esaminato con cura Te Sibille di ° 
Sant'Onofrio non può sfuggire la generale rassomiglianza che v'è fra le une e le altre, 
benchè queste di San Pietro in Montorio appariscano di razza più fina, più composte nella 
persona e con vesti più accuratamente ornate e rabescate. 

Ritroviamo in queste donne le stesse figure alte, ma non snelle, sedute a gambe diva-. 
ricate, sicchè a prima vista fanno impressione di tozze. Si paragoni, ad esempio, la figura. 
della Fortezza con quella di Nostro Signore nell’ Incoronazione a Sant'Onofrio, e si vedranno 
le stesse membra aduste, terminanti in estremità grossolane, fra le quali va specialmente 
notato il piede lungo, col collo grosso e la caviglia scarna e sformata. ! 

Questo carattere delle estremità è evidentissimo se si paragonano alle mani ed ai piedi 
della Fortezza quelli del San Giovanni Evangelista e delle due Sibille, sedute sul davanti del 
quadro a destra in Sant'Onofrio. Le vesti delle Virtù e delle Sibille di San Pietro in Montorio, 
per la foggia e per la stoffa sottile che scende in lunghe pieghe RIDICOLO fra le ginocchia, 
sono somigliantissime a quelle di Sant'Onofrio. 

Anche in queste pitture di San Pietro in Montorio possiamo osservare due tipi di teste; 
le differenze sono meno crude che in quelle dell’altra chiesa, ma i caratteri, benchè più 
delicati, sono gli stessi. 

_ Al primo tipo, che abbiamo chiamato classico, ritroviamo qui la perfetta corrispon- 
denza; infatti le teste sono di forma ovale con mento breve e grasso, la fronte cuspidale. 
e sporgente; il naso è grossolano all’apice, difetto questo che si osserva specialmente nella. 
Prudenza, mentre la Temperanza e la Fortezza hanno il naso meglio profilato nella parte 
mediana superiore e nell’attaccatura colla fronte. 

: La bocca della Giustizia è sporgente e tumida, come pronta al bacio, con quell’ aria 
d’ingenuità fanciullesca che sta sulle labbra delle Sibille di Baldassare a Sant'Onofrio ed 
a Siena. La Prudenza ha grandissima rassomiglianza colle due prime Sibille nel quadro 
a destra, e specialmente con quella che ha in capo una specie di cappuccio, ornato con 
uno spillone gemmato, ha comune il collo, grossolano in ogni sua parte, ed il naso pen- 
dente, che dà al viso un’espressione pecorile. 

, La Giustizia ha invece comune colle teste di alcune Sibille di Sant'Onofrio il gravis- 
simo difetto della soverchia grossezza delle palpebre, che fanno sembrare gonfi gli occhi. 
La fronte sporgente e vuota di pensiero, colle sopracciglia alzate come in atto di stupore 
è comune alla Giustizia, alla Prudenza ed a varie delle Sibille già descritte. Nè solamente 
nella forma delle varie parti del volto v'è rassomiglianza, perchè anche nell’atto della testa, 
in quel suo volgersi verso l’alto, mostrando il collo grosso, v'è grande affinità; si paragoni 
la testa della Giustizia con quella della Sibilla, che colla mano addita il cielo, nel gruppo 
centrale delle Sibille di Sant'Onofrio. 

Un tipo ben diverso di testa ritrovasi invece nella Fortezza, che somiglia alla Santa 
Caterina d’Alessandria, poichè ha il naso sottilissimo all’attaccatura colla fronte, e | 
con due linee decise e parallele e che termina in una punta alquanto acuta e rialzata; 
suoi occhi hanno palpebre molto lumeggiate, grosse e sporgenti. Le sopracciglia, tanto ar- 
cuate al disopra dell’occhio nelle altre teste, nella Fortezza e nella Santa Caterina sono 
meno sollevate e corrono con dolce curva, quasi parallele al taglio dell’occhio. 

La pupilla della Fortezza, piccola e nera, dà agli occhi quello stesso sguardo acuto e 
penetrante della Santa Caterina di Sant'Onofrio, ed anche per la bocca, dal labbro superiore 
grosso e carnoso e dall’ inferiore piccolo ed in forma di rossa ciliegia, si rassomigliano questa 
Santa e questa Virtù. 

Quindi in San Pietro in Montorio ritroviamo i due tipi già visti in Sant'Onofrio, ma 
con caratteri meno crudi, poichè quantunque il disegno, come abbiamo visto, sia talvolta 
scorretto, le maniere delle due scuole sono più fuse. 


ALCUNE PITTURE GIOVANILI DI BALDASSARE PERUZZI A ROMA 341 


—_-_—_—_—_——_—_—__mmT—<__r—__———————_—r_—___€m__m_—_——+< ———————————— __{_{ rr rr —- * "remo ree, -—— 





Nella seconda cappella anche il catino è ornato di pitture, che ratfigurano l’Incorona- 
zione di Maria Vergine, orribilmente restaurata ed impiastrata, sicchè non solamente non 
conserva più traccia dell’antico colore, ma anche il disegno ne è sformato. 

Il gruppo centrale della Madonna e di Nostro Signore è somigliantissimo, per compo- 
sizione e movimento delle figure, a quello dell’ Incoronazione di Sant'Onofrio, e specialmente, 
pel disegno delle teste e la foggia delle vesti, colle strette e lunghe pieghe. 

La testa di Gesù è del tipo che noi a Sant'Onofrio abbiamo chiamato del San Giovanni 
Battista, ed ha quel certo aspetto caprino e sciocco, già notato; la Vergine invece, col capo 
reclinato per ricevere la corona, ha rassomiglianza colla Madonna incoronata e con quella 
della Fuga in Sant'Onofrio. 

Queste rassomiglianze ed altre, che facilmente si possono rintracciare, come, per esempio, 
degli angeli che circondano il gruppo centrale cogli Apostoli di Sant'Onofrio; la disposi- 
zione delle composizioni; il tipo delle teste; le estremità grossolane; la vicinanza alle Virtù 
e Sibille degli archi, le quali, senza dubbio, sono da attribuirsi al Peruzzi, ci condurrebbero 
ad assegnare allo stesso artista anche le pitture del catino. Le vesti presentano particolari 
talvolta identici a quelli di Sant'Onofrio; il manto, che Nostro Signore porta sopra la sot- 
toveste, scende sul braccio sinistro colle stesse pieghe non naturali che ha in Sant'Onofrio, ed 
è notevole la rimboccatura della stoffa, che, in luogo di ricadere, com’è sua natura, poco 
più su del gomito, è ripiegata in dentro, formando un rigonfio, che ritrovasi tale e quale 
nel mantello di Gesù nell’ Incoronazione di Sant'Onofrio. Come in questa figura, così pure 
qui il manto prima di passare sulla spalla sinistra, avendo un lembo rivolto in fuori, gira 
dietro al dorso per ritornare poi sul davanti, all’altezza della cintura. 

Quantunque vi siano tali rassomiglianze, in San Pietro in Montorio il disegno di questi 
particolari apparisce assai più stentato, e la stessa osservazione potrebbe ripetersi esami- 
nando la veste della Madonna. 

Gli angeli, che cantando e suonando circondano il Salvatore e la Vergine, benchè orri- 
bilmente restaurati, pure hanno chiari i caratteri del Peruzzi; infatti, per disegno, molto 
superiori alle figure centrali, richiamano alla mente le Sibille ed il gruppo destro «degli A po- 
stoli di Sant'Onofrio, ed hanno pure molta atfinità colle Virtù e colle Sibille degli archi. 
Le estremità grosse, come, per esempio, i piedi dell'angelo a destra, che suona una lunga 
tromba, sono identiche a quelle bruttissime della Fortezza. Le teste coperte da lunghe chiome 
bionde, di pelo crespo, che non circondano organicamente il capo e spiovono sgraziate, come 
parrucche malfatte, sulle spalle, hanno rassomiglianza colle teste cosiddette, classiche delle 
Sibille di Sant'Onofrio, e l'angelo che suona la tromba rassomiglia assai al San Giovanni 
Battista di quella chiesa. 

Ora, tra le figure del catino della cappella della Madonna della Lettera e quelle del cap- 
pellone di Sant'Onofrio si trovano identiche particolarità di poca importanza, che indicano 
non Ja stessa mano d’un artista geniale, ma la copia pedantesca di un imitatore da stra- 
pazzo, che raccogliendo qua una testa, là una veste, copiando bene spesso le cose meno belle 
e più strane e che più gli davano nell’occhio, ha messo assieme un brutto centone. 

Questa Incoronazione di San Pietro in Montorio sembra eseguita da qualche ragazzo 
di bottega del Peruzzi, il quale, dopo macinati i colori del maestro, trovava il tempo d’im- 
brattare il catino di quella cappella, della quale Baldassare aveva già dipinto l’arco. 

La squisita cura e gentilezza colle quali sono dipinte sugli archi le Virtù e le Sibille 
non fa che accrescere l’ impressione sgradevole che fanno sull’osservatore queste povere imi- 
tazioni. 


Roma, 1896. 
FEDERICO HERMANIN. 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE 


DELLA CERTOSA DI PAVIA 


Cum esser apud Insubres ridi monasterium 
quoddam Ordinis Cartusiani non ita procul a 
Papia: in co templum est intus ac foris, ab imo 
usque ad summum candido marmore constructum 
et fere quicquid inest rerum marmoreum est, velut 
altaria, columnae, tumbae. 


Erasmo pi RottERDAM, Conrvi- 
rium religiosum. 


A epigrafia della Certosa pavese non fu ancora pubbli- 
cata benchè il tempio goda di tanta notorietà e grande 
oltremodo sia l’ interesse degli studiosi d’arte e di archeo- 
logia intorno ad esso. 

Vorremmo supplisse a tale mancanza il breve saggio 
che ne è grato di presentare in occasione del quinto 
centenario della fondazione della memoranda Certosa, 
che è gloria ed onore del suolo lombardo, e ne siano 
qui permesse alcune osservazioni generali che valgano 
a chiarire lo scopo del lavoro e i caratteri dell’epigrafia 
di cui ci intratteniamo. 

Non devesi intanto chiedere all’epigrafia stessa più 
di quanto essa può dare, attesa la natura affatto mistica 
o | I fg e contemplativa dell'Ordine certosino che tenne il tempio 
n ©d il monastero per più di quattro secoli. 

Le iscrizioni difettano così in genere di date e notizie storiche, quando si eccettuino 
la grande lapide riferentesi al Mausoleo del fondatore e poche altre; prevalgono invece i 
motti e le sentenze d’ indole meramente ascetica, tolti per Jo più ai libri dei santi padri, e in 
ispecial modo ai profeti del Vecchio Testamento. 

Contuttociò, l’interesse non è per questo meno vivo, attesochè ci rivelano quei concetti, 
le aspirazioni e le tendenze di quest'Ordine cenobitico per eccellenza, che, pur serbandosi 
ligio sempre alla disciplina del più rigido cattolicesimo, ebbe spesso toccanti espressioni di 
carattere affatto personale ed umano, com'è della scritta che vedesi sul lavabo del Refet- 
torio della Foresteria: 








ACQVA MANVS 
LACHRIME 
CORDA LAVANT 


oppure dell’altra, che sembra un grido di terrore del certosino cui si spalanca davanti la 
voragine dell’inferno: 
NE DESCENDAM MORIENS. 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 343 











In un altro canto del tempio sono cenobiti assorti in estasi o sparuti dal digiuno e 
dalla vigilia che dicono, col linguaggio di un’appassionata epigrafia, inspirata alle visioni 
di Santa Caterina da Siena: 

AMORE LANGVEO 
oppure: 
O FELIX 
SOLITVDO 


TA 


nè vi manca il motto indovinello e lambiccato, quale è quello che leggesi sotto la Vergine 
dell’Omodeo nella porta dal piccolo chiostro al tempio: 


FELIX MATER AVE QVE MVNDVS SOLVITVR AVE 
QVE GENITRIX EVE VEH FACIS ESSE BREVIS 


o l’altro del profeta Osia: 
ERO MORS TVA O MORS. 


Per chi pregia maggiormente nell’epigrafia d’un monumento i dati e le notizie che 
si riferiscono alla parte artistica, ecco di fianco all’ iscrizione sulla porta del piccolo chiostro 
la segnatura del più vigoroso e valente degli scultori del Rinascimento lombardo, così espressa: 


IOHANES ANTONIVS DE MADEO FECIT OPVS 


oppure nei grandi affreschi del coro monacale la firma del Crespi Daniele, detto il Cerano, 
colla data del 1630, l’anno stesso della sua morte; o infine sur una vetrata di altra delle 
cappelle di sinistra la scritta: 


ANTONIVS DE PANDINO ME FECIT. 


Gli amatori della epigrafia classica hanno campo alla loro volta di raffrontare, nei 
medaglioni del basamento della facciata del tempio, le iscrizioni che vi si leggono intorno ai 
ritratti dei principali eroi e imperatori del mondo antico e romano, con quelle delle monete 
e dei medaglioni più conosciuti, nè mancheranno gli studiosi dall’osservare come lo spirito 
del Rinascimento tentasse le sue prove anche in quel campo coll’ aggiunzione di iscrizioni 
di suo speciale gradimento, quali sono quelle del: 


VELOX AVXILIVM 


sulla medaglia col soggetto di due cavalieri correnti, oppure di: 


INNOCENTIA E MEMORIA MORTIS 


su quella di due putti seduti in mesto atteggiamento presso un nudo teschio. 

Scorrezioni diverse si notano qua e là nelle diverse leggende ed anche nelle lapidi pro- 
priamente dette, qual è quella della voce AVSILIVM scritta coll’ S, oppure dei genitivi o dei 
dativi spesso usati per voci della prima coniugazione con la semplice E anzichè col dittongo 
AE, come vedesi nella cartella sopra l’altare della quinta cappella di sinistra dedicata 
D.CATHARINE; ma ciò non deve recar meraviglia, pieni essendo di scorrezioni consimili 
gli atti ed i documenti sforzeschi. î 

Nel complesso, l’epigrafia della Certosa pavese torna più che altro di particolare interesse 
alle persone dedite alla religione, e la lunga fila di santi e martiri, per lo più certosini, che 
abbiamo sott’occhi nelle scritte illustrative dei quadri sparsi nelle sale del Capitolo dei padri 
e dei laici e in quelle del refettorio, se può parere a tutta prima poco attraente, giova 
nondimeno a ben caratterizzare l’ambiente e metterci sott'occhio l’austerità dell'Ordine e 
il trasporto con cui i suoi membri, pur segregati per elezione dal mondo, sacrificarono soventi 
la vita loro per gl’interessi della loro congregazione e della Chiesa cattolica. 


344 DIEGO SANT'AMBROGIO 


Ed ora diamo senza ulteriori commenti, che i lettori potranno far meglio da loro, il 
piccolo ma eletto manipolo delle iscrizioni del tempio e dei locali del monastero e più spe- 
cialmente di quelli noti ed accessibili al pubblico. 

VESTIBOLO: 


Sulla fronte della grande porta d’accesso al monastero, con dipinti di Bernardino de 
Rossi del 1508. 

Nelle lunette del cornicione, incominciando da sinistra. Sul filatterio a designazione dal 

1° profeta: ° 

SALOMON REX ISRAEL P.PROH 


Pai 


Sulla cartella rettangolare che esso tiene colla sinistra: 
HORTVS CONCLVSUS 
FONS SIGNATVS 
Sul filatterio a designazione del 2° profeta: 


HIEREMIAS P.PROH. 


Sulla cartella rettangolare che tiene colla sinistra: 
FOEMINA CIR 
CVMDABIT VIRVM 
Sul filatterio a designazione del 3° profeta: 
ISAIA P.PROH. 


Sulla cartella rettangolare che tiene fra mani: 
ECCE VIRGO CONCIPIET 
ET PARIKT FILIVM 


Sul filatterio a designazione del 4° profeta: 
EZECHIEL P.PHA 


Sulla cartella rettangolare che tiene a sè davanti: 


PORTA HAEC CLAVSA 
ERIT PRINCIPI 


FACCIATA DEL TEMPIO: 
Sopra il finestrone circolare maggiore: 


MARIAE VIRGINI MATRI FILIAE SPONSAE DEI 


Nelle targhette sulla finestra bifora a fianco della porta, sul lato destro del riguardante: 


ET 
gg DEDICA DOMI 
IEUbLO RVNT PoR NVS IN 
NR TAS ET PA CELO SE 
“n STOPHO DES 
I 2IVS 
vo RIA DO E 


MINO 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 345 


Sulla finestra bifora estrema dal lato destro: 


SI ET 
QVIS FACTA DIS 
AVTEM EST LETI PERDET 
TEMPLV CIA MA ILLVM 
DEI VIO GNA IN DEVS 
LAVE ISRA 
RIT EL 


Sulla finestra bifora estrema dal lato sinistro della facciata: 


EDIFI 
CAVERV 
NT FILII IS 
RAHEL SAN 
CTA ET AL 
TARE DO 
MINO 


Su una lesena della finestra bifora a sinistra della porta: 
S. CATE 


Sui medaglioni del primo pilastro a sinistra della facciata, incominciando dal lato si- 


nistro: 
CONCORDIA su un medaglione in cui una persona togata, che impugna 


il caduceo, porge la mano ad una donna con cornucopia 
rappresentante l’Abbondanza. 
OCTAVIANVS CONSVL. Ritratto. 
Targa colla biscia viscontea. 
TITVS VESPASIANVS. Ritratto. 
D. TIT. VESPESIANVS. L'imperatore a cavallo che investe i nemici. 


Sul fianco del basamento: 


HADRIANVS AVGVSTVS. Ritratto. 
M.CLAVDIVS CAESAR AVG.P.M.IR.P.IMP 


Sul basamento sotto alla finestra bifora estrema di sinistra: 


TITVS CESAR PON. MAXIMVS. Ritratto. 
D. COSTANTINVS MAGNVS IMPERATOR, L’imperatore a cavallo. 
COSTANTINVS MASIMVS AVGVYSTVS. Ritratto dell’imperatore su mezzaluna, 

con triregno in capo. 
Targa colle tre pigne. 
MARCVS TVLIVS CICERO CONSVL. Ritratto. 
DIVVS IVLIVS CESAR IMPERATOR. L'imperatore ritto in piedi con scettro 
nella destra e asta nella sinistra. 

DIVVS IVLIVS CESAR IMPERATOR. Ritratto. 


Sui medaglioni del secondo pilastro sporgenti a sinistra: 


ATILA FLAGELVM DEI. Ritratto. 
ADRIANVS AVG. COS. IMP. Ritratto. 
Targa col leone pileato. 
ANTONIVS MAGNV$S CONSVL. Ritratto 
DIVVS AVGVSTVS PATER. Fffigie. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2, Auno II, fasc. V. 4 


346 DIEGO SANT'’AMBROGIO 
Sul basamento sotto alla finestra bifora di fianco alla porta, sempre sulla sinistra della 
facciata: 
ROMVLVS REMVS. Ritratti accoppiati 
ROMVLVS REMVS. La lupa che allatta i due bambini. 
TIBERIVS GLAVCIVS NERO. Ritratto. 
Targa colle tre pigne. 
MAGNVS POMP. TESALLAE REX. Ritratto con petaso a foggia di turbante. 
HERCVLES. Ercole nella culla che strozza i serpenti. 
CESAR AVGVSTVS P. IMPERATOR.R. Testa dell’imperatore galeato. 


Sul terzo pilastro di sinistra a fianco della porta: 


HERCVLES. Effigie d' Ercole. 

1IVDAS MACHABEORVM. con petaso alato. 
Targa colla biscia viscontea. 

IMPERATOR ALEXANDER MAGNVS. Ritratto. 

ANTEVS. Etfigie. 


Sui medaglioni del fianco destro, presso la porta: 


AVRELIVS COMMODVS AVG. GERM. SAR. AFFR. Ritratto. 
NABVCODONOSOR REX BABYLON. Ritratto con cappello ad orli arricciati 
alla chinese. 
EVILMERODAC FILIVS REX BABYLONIS. Ritratto con camauro in testa e 
sovrappostavi corona a punte. 


Sul primo pilastro del fianco destro presso la porta: 


CIRVS REX PERSARVM. Ritratto. 
ALEXANDER MAGNVS IMPERATOR. Ritratto. 
Targa col leone pileato. 

DARIVS REX PERSARVM. Ritratto. 
CAMBISES FILIVS.... RSARVM 


Sul basamento sotto la prima finestra bifora presso la porta: 


NVMA POMPILIVS REX ROMA. Ritratto con capigliatura a ricci e barba appuntita. 
ROMVLVS ET REMVLVS. Ritratti accoppiati. 
HABVNDANS FAMA. Donna con cornucopia nella destra e campanello nella sinistra. 
Targa colle tre pigne. 
VELOX AVSILIVM. Due cavalieri correnti. 
TVLLVS HOSTILIVS REX ROMA III. Ritratto con sottile corona. 
ANCHVS MARTIVS REX ROMA IIII. Ritratto. 


Sui medaglioni del primo pilastro a destra della porta: 


IMP. CAESAR DOMITIAN. AVG. GERM. COS XI. Ritratto. 
IVLIVS CAESAR IMPERAT. Ritratto. 
Targa con stemma ducale. 
MARCIANVS AVGVSTVS 
CAESAR: scia COS. II. 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 347 


Nei medaglioni del basamento sotto la seconda finestra bifora di destra: 


M.TVLLIVS C.P.P.P. Ritratto colla chioma cinta di lauro. 
MARCHVS ANTONIVS. Ritratto. 
CONSTANTER CONTERIT INIMICOS. Cavaliero che investe un guerriero sotto 
le zampe del cavallo. 
Targa colle tre pigne. 
JVSTVS NON CONTVRBABITVR. Imperatore che rende giustizia. Sul davanti 
persona paludata con cornucopia. 
SER.GALBA IMP.CAESAR AVG .TRS. Ritratto col capo cinto di lauro. 
IMP.OTHO CAESAR AVG. Ritratto con corona dì lauro intorno al capo. 


Sui medaglioni del pilastro estremo di sinistra: 


ANTONIVS AVG. PIVS P.P.COs3 XIII. Ritratto. 
CLAVDIVS CA. AVG. MP IMP. Ritratto. 


IMP. CAESAR VESP.AVG I.M.TR.P.COS III. Ritratto. 
DIVVS TITVS VESP.AVG. Ritratto. 

Targa coll’emblema certosino delle sette stelle. 
NERVA  VSTVS P.M.TR.P.COS. Ritratto. 
CAESAR VS. 


Sulla cartella del fianco destro della facciata: 
TIMETE DEVM. 


Sui medaglioni del fianco sinistro della facciata verso il piedicroce: 


DOMITIANVS CAESAR AVGVSTVS. Ritratto. 
NERVA TRAIANVS IMP. Ritratto. 


INNOCENTIA E MEMORIA MORTIS. Medaglia di due bambini seduti presso 
un teschio. 
ANTONINVS PIVS AVGVSTVS. 
Targa collo stemma delle tre aquile dei conti di Pavia. 
NERO CAESAR ENOBARBVS. Ritratto. 
NERO CAESAR IMPERATOR. Imperatore seduto colla Vittoria in mano. 


Sulla croce tenuta dalla statua di S. Elena: 
ANGEL” 
SICVL’. 
NAVATE LATERALI DEL TEMPIO. 


Nelle cartelle al disotto delle grandi tele decorative fra cappella e cappella, coi soggetti 
di monaci e certosini oranti, leggesi incominciando dal lato destro : 


AMORE 
LANGVEO 


ET FECIT 
ET DOCVIT 


O FELIX 
SOLITVDO 


FVGIENS 
TE NOVI 


348 DIEGO SANT’'AMBROGIO 


Ritornando verso la porta, dal Jato sinistro: 


— LATENS 
BEATVR 
HOC DVCE 
QVID METVAM? (certosino che stringe il crocifisso). 
DILIGENTI 
NIL ARDVVM 
ET LATRAT 
ET 
FVLGET (allusione al cane di S. Domenico). 


CAPPELLE DI SINISTRA. 


1° Cappella (S. Maria Maddalena). Sul piedistallo del crocifisso dell’altare in carat- 
teri gotici: 
HOC EST ENIM CORPVS MEVM 
HIC EST ENIM CALIX SANGVINIS 
MEI: NOVI ET AETERNI TESTAMETI 
MYSTERIVM FIDEI QVI PRO NOBIS 
ET PRO MVLTIS EFFVNDITVR 
IN REMISSIONE PECCATORVM 


Nella vetrata della finestra: 


SANCTVS PROTASIVS — SANCTVS GERVASIVS 


Sui dipinti a fresco con scene allusive alla santa penitente: 


DOMINVS SOLVS 
DVX EJVS FVIT 


CONTRIBVLASTI CAPITA DRACONVM 


A DEO EST OMNIS MEDELA. 


2° Cappella (S. Michele Arcangelo). Nella cartella marmorea al di sopra della pala 
dell’altare: 
MICHAELI PRINCIPI 


3° Cappella (S. Giovanni Battista). Nella cartella marmorea al di sopra della pala 
dell’altare: | 
MAGNO 
PRAECVRSORI 
CVJVS SVB 
PRAESIDIIS. 


4* Cappella (Magi e S. Giuseppe). Nella cartella marmorea al di sopra della pala 
dell’altare: 
D.D.MAGIS ET 
S.IOSEPHO 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 349 


5° Cappella (S. Caterina). Nella cartella marmorea al di sopra della pala dell’altare: 


D.D 
CATHARINE.V.M 
AC SENENSI 


Sulla vetrata, Santa Caterina che tiene la ruota del martirio, e nell’orlo nastro colle 
parole: 
CHRISTVS . IHESUS 


6° Cappella (S. Ambrogio). Sulle aureole dei santi della tavola dipinta dal Borgo- 
gnone leggonsi lumeggiate in oro le scritte: 


S.GERVASIVS.S.SATYRVS.S.AMBROSIVS.S.MARCELLINA .$S. PROTASIVS 


Sulla vetrata della finestra S. Ulderico vescovo, col cuore nella mano destra. 
71* Cappella (Beata Vergine del Rosario). Nella cartella marmorea al di sopra della 
pala dell’altare: 
SVB. TVV . PRAESIDIV 
CONFVGIMUS 
SANCTA DEI 
GENITRIX. 


NAVATA TRASVERSALE — Braccio di tramontana. 
Sui grandi medaglioni dipinti a fresco fra gli archi delle volte, in mezzo a corone di 
fiori con nastri svolazzanti: 


S.IOHANNIS. S.SIMON. S. THOMAS 
S.IACOBVS S.MATTHEVS S. TADEVS 


Sugli scudi tenuti dagli angeli con festoni presso al finestrone circolare: 
IHS MRA 
Sulla Jesena a sinistra dell’absidiola di levante: 
BEATI 


Q 
IN DO 
S 


Sulla lesena di destra dell’absidiota stessa: 


GRA 
1493 SEC. 


Sul lato del basamento verso ponente delle due statue giacenti di Lodovico il Moro e 
Beatrice d’Este, in mezzo alla navata: 


SIMVLACRA . LVD.M.SFORTIAE.ET.BEATRICIS VXORIS 
IN ECCLESIA . POSITA .$S.M.GRATIARVM . MEDIOL 
ANNO . DOM. MDLXIV. IN HOC. TEMPLO. TRANSLATA. 
ET . HIC. ANNO. DOM. MDCCCXCI.COLLOCATA . 


Dal lato verso l’altare delle Reliquie: 


CHRISTOPHORI . SOLARITI . OPVS 
A.D.MCCCCLXXXXVII. 


350 DIEGO SANT’AMBROGIO 





Altare delle SS. Reliquie. Nella cartella marmorea rettangolare al disopra dell’altare: 


NIMIS HONORATI 
SYVNT AMICI TVI 
DEVS. 


Inscrizione dipinta a fresco sulla parete di destra di fianco all'altare: 


S.8.RELIQVIAS 
IN HVMILI ET ANGVSTO LOCO LATENTES 
IN AVGVSTIOREM ET AMPLIOREM HANC 
SEDEM HVIVS CART. PATRES DEBITA 
VENERATIONE TRANSFERENDAS 
CVRARVNT 
PORRO SACROS RITVS MA XIMA 
CVM POMPA ET APPARATV DVXIT 
ILL.‘8 ET R.‘8 D.D. FABRICIVS LANDRIANVS 
PAPIENSIS EPISCOPVS 
SVCCOLLANTIBVS ITIDEM 
RR .PP.PROVINCIAE PRIORIBVS 
QVOD QVIDEM NE ALIQVANDO 
SILENTIO INVOLVERETVR 
HOC MONVMENTO TESTATVM 
POSTERIS RELIQVERVNT 
ANNO DOMINI 
M.D.CXXVIII DIE VIII NOVEMBRIS 


Iscrizione dipinta a fresco sulla parete di sinistra: 


D.O.M. 

ET RELIQVIIS SANCTORVM 
ARA HAEC DICATA FVIT AB 
ILL.*° ET R.*° D.D. FABRICIO LANDRIANO 
PAPIENSIS ECCLESIAE EPISCOPO 
IN QVA INCLVSIT RELIQVIAS 
S.7! CORNELII PAPAK ET M.!5 
S.! ITANVARII EPICOPIS ET M.!8 
S.! NATALI M.! 

S.°! LAZARI M.!8 
S.° CALIACAE V. ET M.! 

S.IVANNAE V. ET M.!8_— 
ET S.TE GENEVRAE V. ET M.!5 
ANNO A PARTV VIRGINIS 
MDCXXVIII DIE VIII NOVEMBRIS. 


Sulla parete di separazione della navata trasversale del Prebisterio, nelle cartelle mar- 
moree sotto le due statue delle nicchie: 
S.IOAMNES S.BRVNO 
BAPTISTA PATRIAR 


In due cartelle sulla gran cancellata di separazione della navata trasversale dalle tre 
navate maggiori del tempio, tanto verso l’altar maggiore, quanto verso la porta del tempio: 


SVPER FEROR. 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 351 


CORO MONACALE O PRESBITERIO. — Sul primo gran dipinto a fresco di destra di Daniele 
Crespi, detto il Cerano, col soggetto di Cristo giovinetto in mezzo ai dottori della Sinagoga: 


DANIEL 

CRISPVS 

MEDIOLANESIS 
1630 


Sul gran dipinto dal lato opposto ratfigurante la Natività, in una fascia al disopra della 


capanna: 
GLORIA IN ALTISSIMIS DEO ET IN TERRA PAX. 


Nella fascia in alto, coi ritratti dei principali santi e martiri dell'Ordine certosino, 
incominciando da destra: 
HORNE 
VILELM'‘* MAR 





HVNFRIDVS 
MILDELMORE 
MARTYR 





B.U8 ODO. 


Nella fascia stessa al posto di mezzo sopra l’abside maggiore: 
B. STE. 


poi retrocedendo verso la porta d’accesso al coro: 


B. PETRO 
NIVS 
MENDEGATE 
SEBAS."8 MAR. 
MEVE 
VILLIM.‘8 MAR. 


——r — 


Sulle pitture dell’abside di destra con angeli adoranti intorno ad una stella raggiata. 
Intorno alla stella circolarmente: 


CHARITAS DEI DIFFVSA 
EST IN CORDIBUS NOSTRIS. 


Su filatterî tenuti dagli angeli di destra: 


ILLI SOLI SERVIES 


DABIT VIRTVTEM ET FORTITVDINEM. 


Sulle fascie svolazzanti tenute dagli angeli di sinistra: 


AVDITE ET ILLVMINAMINI. 


GVSTATE ET VIDETE 


352 DIEGO SANT’AMBROGIO 
"cieco cc<-iscidet ll EI > aio 
Sulle testate del coro monacale verso la porta d’accesso: 


ANTE ORATIONEM 
PARA ANIMAM 
TVAM. 


NON APPAREBIS 
IN CONSPECTV 
MEO VACVVS 


Verso l’altar maggiore: 
PREBE FILI MI COR 
TVVM MIHI 


NIHIL OPERI DEI 
PRAEPONENDO 
LICET .. 


Sulla balaustrata di marmo e bronzo che recinge l’altar maggiore: 
AVE MAR GRA PLE 


Le formelle del pavimento del coro portano il consueto monogramma GRA CAR. 
Sugli obelischi di bronzo del Fontana, simili entrambi, quattro medaglioni iconici colle 
scritte seguenti: 


G.GALEAT.VICECOMES M.D.F. CAR. TICINENSIS 


CATHARINA VICECOMES VXOR F.ET FVNDATRIX 


S.BRVNO GRA. CARTVS. FVND. 1684. 


S.HVGO LINCONIENSIS EPIS.ORD.CART. 


Sul libro aperto della statua della religione di Giuseppe Rusnati, a sinistra dell’altare 
maggiore: 


RELIGIO IMMACVLATVM 
MVNDA Sk CVSTODIRE 
HAEC EST AB HOC SAECVLO 


Sugli stalli del coro, intorno alle figure a tarsia, incominciando da destra: 


PHILIPPVS APOSTOLVS 
TADEVS APOSTOLVS 
HELIAS PROPHETA 
ISAIAS PROPHETA 
IEREMIAS PROPHETA 
EZECHIAS PROPHETA 
S.SEBE 


a sinistra, retrocedendo verso la porta: 


S.PAVLVS PS 
HEREMITA 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 353 


e“ e e e eee e e e e n I EeleEeEe="-_ I ‘FZIZFlI_ - n ——_ 





Nel San Lorenzo, la veste porta la colomba in raggiante dell’abito ducale. 
Sulle tavole della legge tenute da Mosè: 


HONORA PATREM ET MATREM 


NON SIS OCCISOREM R VNVM COLE DEVM 
NON FVRTVM FACIES NEC IVRAS VANA PE IPSYM 
NON MECABERIS SABATA SANCTIFIES. 


NON FALSVM TESTIMONIVM DICES 

NON COCVPISCES VXOREM PROXIMI 
TVI 

NON CVPIES REM PROXIMI TVI 


LOCALE DEL LAVABO a destra del coro monacale. 
Sulla vetrata a colori di una delle finestre, rappresentante San Bernardo col demonio, 


leggesi al disotto: 
OPVS CHRISTOFORI DE MOTIS 1477. 


Sopra un medaglione marmoreo coll’effigie di una donna tenente una colonna fra mani: 
FORTIA 


Questo medaglione fia simmetria all’altro che vedesi nella Grangia — Castello di Car- 
piano, col simulacro di una donna che fa l’elemosina ad alcuni poveri e il motto al disopra di: 


CHARITA 


Sulla campana maggiore, la quale porta impresso il marchio dei fratelli Pietro e Giu- 


Pei SI 
seppe Bonavilla 8] col B fra due colonne, nella riga superiore: 
ti 


f SANCTISSIMA DEI GENITRIX SPONSA 8.IOSEPH ET SANCTE 
PATER BRVNE ORATE PRO NOBIS MDCLXXXI 


nella riga inferiore: 


Cc: ECCE TVBA DOMINI FVGAT PARTES ADVERSAE VICIT LEO 
DE TRIBV JVDA . REG." R.D.JOANNES DE ABBIATI. 


Veggonsi modellate nel corpo «della campana nicchie con timpano sorretto da cariatidi 
a foggia d’erme, contenenti santi diversi, fra cui S. Bruno, S. Rocco, S. Lorenzo e S. Eli- 
sabetta. ] 

Fra le varie nicchie stanno fogliette riprodotte squisitamente col reticolato delle sole 
nervature, e due di quelle fogliette tiene colla bocca una lucertola fusa ad alto rilievo, 
come bizzarro contrassegno, nella parte più larga della campana, poco sotto le nicchie. 

Ad altra campana minore riesce momentaneamente chiuso l’accesso. 

Sulla torricciuola dell’orologio, fra il grande ed il piccolo chiostro, portano le seguenti 
iscrizioni le due campane che ivi servono pel batter delle ore. 

Campana grande: 


ANNO DOMINI 1772. PRIORE D.EMANVEL MARTIGNO 
NE CHARTVSIENSIS - GRA CAR - NATALIS MAINONVS 
MEDIOLANENSIS FECIT . 


Campana piccola: 


A FVLGVRE ET TEMPESTATE LIBERA NOS DOMINE 
F.C.B.ANNO 1844. MILANO. 


Archivio storico dell’ Ayte, Serie 2%, Anno II, fasc. V. ° 5 


354 DIEGO SANT'AMBROGIO 


NELLA NAVATA TRASVERSALE — Braccio di mezzodì. 
Sui grandi medaglioni dipinti a fresco fra gli archi delle volte, in mezzo a corone di 


fiori con nastri svolazzanti: 


S.IACOBVS S.BARTOLOM. S.PAVLVS 
S. PETRVS S.ANDREA S. PHILIPPVS 


Sugli scudi tenuti dagli angeli con festoni presso al finestrone circolare: 


GRA CAR 
al disopra dello stemma inquartato del ducato al disopra dello stemma dei conti di Pavia 


Nella lesena di destra dell’abside maggiore di sfondo, ad uno stemma colla biscia e 
le tre aquile sovrapposte l’ una all’altra del contado di Pavia, la sigla: 


IO.G 
Nella lesena di sinistra sotto ad uno scudo inquartato ducale: 


FLP.MA 
Su una lesena dell’absidiola di sinistra ove è collocato il mausoleo a Gian Galeazzo: 
FAIA 
Nella cartella marmorea rettangolare al disopra dell’altare di San Bruno: 


SICVT 
OLIVA FRVYCTIFERA 
IN DOMV DEI 


Nella cartella marmorea al disopra della pala dell’altare: 


D.O.M 
E D.BRVNONI 
PATRIAR 


Sul basamento delle statue ai fianchi dell’altare: 


A destra: 
S.ANTELMVS 


A sinistra: 
S.HVGO E. 


Nel lato sinistro della navata, di fianco al monumento a G. Galeazzo Visconti: 


IOANNES GALEACIVS 
VICECOMES MAGNI MATTHEI 
PRONEPOS SVB GALEACIO PATRE 
AD MAGNA INSTITVTVS REM MILITAREM 
PRIMVS IN ITALIAM REDVXIT BELLATOR 
INDEFESSVS SVB AVSPICIO ET ALIORVM | 
DVCTV BARBAROS ET HOSTILES EXERCITVS 
SIVE INJVRIAS VLCISCERETVR SOCIOS 
ET AMICOS DEFENDERET SIVE REGNI FINES 
AMPLIARET OCCIDIONE DEVICIT REGVM 
GENERATQVE SOCER AFFINITATES 
AMICITIAM ET SOCIETATEM CVM 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 355 
POTENTISSIMIS REGIBVS IVNXIT 
RELIGIONEM DEI AMPLEXVS COLLAPSA 
TEMPLA RESTITVIT NOVA MAGNIFICE 
ET OPVLENTA COENOBIA EXTRVXIT 
HIEROSOLYMIS SACELLVM ET ARAS EREXIT 
DOMI ET BELLI DESCEPTATOR PRVDENS 
IVSTVS MAGNIFICVS PAPIAE SCHOLAS 
CVIVSCVNQVE SCIENTIAE DOCTORIBVSQVE 
ANNVA SALARIA INSTITVIT ARCES PATREM 
IMITATVS PARTIM SITV ET NATVRA 
VALIDAS MVNITIORES ALIAS MANV ET 
OPERE INEXPVGNABILES FECIT GENTES 
OMNES A MARI TYRRENO AD VENETORVM 
VSQVE LITTORA SVB FIDEM ET IMPERIVM 
REDEGIT EX GVBERNATORE REGNI DOMINVS 
ET DVX CREATVS AD EXCELSA RERVM 
HVMANARVM FASTIGIA VIAM AFFECTABAT 
NISI IN ITALIAE JACTVRAM FATA 
INTERCESSISSENT CAETERVM MORIENS 
COR VIENNAM ALOBROGVM RELIQVA 
INTESTINA AD CALLAECOS DEPORTARI 
ET IN AEDIBVS DIVORVM IACOBI ET 
ANTONII OSSA VERO IN COENOBIO 
CARTVSIENSIVM IVXTA PAPIAM 
CONDI TESTAMENTO IVSSIT 
VIXIT AN. XLVII M.X.D. XVIII 
OBIIT MCCCCII MELIGNANI 

REGNAVIT AN. XXIII. 


I 


La lapide ove è scolpita questa iscrizione, delle dimensioni di m. 1 di larghezza per 
m. 1.40 d’altezza, ha un orlo di marmo con fregi a fogliame di vite che parrebbe della 
seconda metà del xVI secolo, e trovasi a sinistra del monumento. 

Dal lato destro vi fa simmetria un’altra grande lapide, dipinta semplicemente a fresco, 
e del tenore seguente: 


ANNO DNI MDLXXVI DIE XV NBRIS ET SEQ. TRIBVS 
P*‘8 IN XRO PR. ET DNS D. ANGELVS PERVTIVS DEI ET APOSTOLI 
CAF SAEDIS GRATIA EPISCOP CAESARIENSIS NE IN CIVITATE ET DIOCE 
SI PAPIESI TVC APOSTOLICVS VISITATOR ETC.OMNIA HVIVS 
TEMPLI CONSECRAVIT ALTARIA IN QVIBVS ETI. DIVERSAS PLV 
RIMOR. SACTOR. RELIQVIAS HONORIFICE RECODIDIT VIDELICET 
A DEXTRO LATERE 
IN ALTARI SANCTISSIMIS APOSTOLIS PETRO ET PAVLO CONSE 
CRATO RELIQVIAS LIGNI DNICAFE CRVCIS.SACTOR. MARTIR. FA 
BIANI ET SEBASTIANI, NEC NON DIVI ROCHI CONFESSORIS 
ANNVNTIATIONI DOMINICAE LIGNI DOMINICA CRVCIS, VESTIS 
VIRGINIS DEIPARAE, OSSIVM DIVI IOANNIS BAPTISTAE 
SEPVLCHRO DOMINICO,SANCTOR. MARTIR. GEORGII AC 
JVLIANI NEC NO.SYLVESTRI PAPAE AC MARTINI EPISCOPI 
DIVO SYRO PAPIENSI EPISCOPO , DIVOR. PROTHOMARTYRIS 
STEPHANI, IIERONYMI CARDINALIS AC MACHARII ABATIS 


356 


DIEGO SANT’ AMBROGIO 


limi Dl 





DOMINICAE CRVCI LIGNI EJVSDEM DIVOR. MARTYR. CLEMEN 
TIS ET VALENTINI NEC NON MARTINI EPISCOPI 

DIVIS MAGIS, SANCTI IACOBI MINORIS APOSTOLIC AC SATOR. 
MARTYRVM SEBASTIANI ET GEORGII 

DIVO HVGONI LICONENSI EPISCOPO , SANCTORVM PROTHO 
MARTYRIS STEPHANI, VALENTINI AC GEORGII MAR 
TYR. NEC NON MARINAE VIRGINIS 

DIVAE VIRGINI VERONICAE EFORVNDEM QVAE IN PREMI 
SO DIVI HVGONIS 

A SINISTRO LATERE 

SANCTIS QVATVOR EVANGELISTIS LIGNI DOMINICE 
CRVCIS DIVOR. PROTHOMARTYRIS STEPHANI AC 
NICOLAI EPISCOPI. 

DIVO AMBROSIO MEDIOLANESI ARCHIEPISCOPO , LIGNI DOMINICE 
CRVCIS AC DIVOR. MARTYR. STEPHANI AC LAVRENTI 
DIVAE CATHARINAE VIRGINI AC MARTYRI LIGNI DOMINICAE 

CRVCIS. DIVI PROTOMARTYRIS STEPHANI. AC EJVSDEM 
SANCTAE CATHARINAE 
DIVO BENEDICTO ABBATI S." STEPHANI PAPAE ET MARTYRIS 
DIVI ROSSONI MARTYRIS. AC BEATI BRVNONI CONFESSORIS 
DIVO IOHANNI BAPTISTAE. BEATOR. MARTYR STEPHANI 
PROTHOMARTYRIS, LAVRENTII AC MAVRITII 
DIVO MICHAELI ARCHANGELO . LIGNI DOMINICAF CRVCIS 
DIVORVM JVLIANI MARTYRIS, GREGORII PAPAK AC HIERO 
NIMI CARDINALIS 
DIVAE MARIAE MAGDALENAE, BEATOR. IVLIANI MARTYR 
BLASII EPISCOPI AC ROSSONI NEC NON SANCTI 
HIERONIMI CARDINALIS 
INSVPER ASSVMPTIONI VIRGINIS DEIPARAE ALTA 
RE MAIVS CONSECRAVIT IN QVO INFRASCRIP 
TAS VENERABILES RELIQVIAS HONESTISSI 
ME POSVIT V3 DE LINTEO IN QVO CHRI 
RARA NATVS INVOLVTVS FVIT 
ALBA FJVSDE DE LIGNO CRV 
CIS....LIS VESTE AC VELO EIVSDE BE 
ATISS. VIRGINIS DE INDVMETIS SACTO 
R.IO.BAPTISTAE IO. EVANGELISTAE AC AM 
BROSII ARCHIEPISCOPI.DE OSSIBVS SAN 
CTO JO. BAPTISTAE JACOBI MAJO 
RIS...... ORIS APOSTOLO 
Polia MARTYRIS 
VOR... MILITA 
INTERCED . D. ANTONIO 
NOBIS APVD D. NO 
STRVM JESVM 
CIIRISTVM 
AMEN. 
ANNO DNI MDCX 
PATER AC D.D. JO BAPTISTA BILIVS EP. PAPIENSI 
VNI RITV CONSECRAVIT ALTARI 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 857 





—_—______ 





Iscrizioni sul monumento a Giovanni .Galeazzo. 
Sulla fascia dell’area funebre: 


JO.GALEACIO VICECOMITI DVCI MEDIOL.PRIMO AC PRIORI EJVS VXORI 
CARTVSIANI MEMORES GRATIQVE POSVERE MDLXII DIE XX.DEC. 


Sui due bassorilievi della fronte. 


In quello a sinistra, col soggetto di Galeazzo II che attida al figlio Gian Galeazzo il 
comando militare: 


‘ PREFECTVRAM MILITA 
REM A PATRE ACCIPIT. 


Nell’altra a destra, raffigurante l’ imperatore Venceslao che nomina duca Giov. Galeazzo: 


FINIBVS PROLATIS DVX 
MLI A VINCISLAO CREATVR. 


Nei due bassorilievi a terwo, di fianco alla statua di Giovanni Galeazzo. 


In quello a sinistra del risguardante, colla rappresentazione della posa della prima 
pietra della Certosa: 


TEMPLA DOMI ET HIERO 
SOLYMIS ARCAS CVM STI 
PENDIO EXCITAT. 


Nell’altro a destra, col soggetto dell’innalzamento di un baluardo: 


ARCES MVNIMENTA 
REGNI EDIFICAT. 


Sul fianco sinistro di chi osserva la fronte del monumento, sotto il bassorilievo ratti- 
gurante una battaglia: | 


IMPERIO AVSPICIOQVE SVO HOSTILES 
EXERCITVS DEBELLAT. 


Sul fianco destro, sotto il soggetto scultorio della fondazione dell’ Università pavese: 


PAPIAE LIBERALIVM LITTERARVM 
SCHOLAS EXTRVIT. 


Sul plinto del basamento della statua della Vergine col divino Infante in braccio di 
Benedetto Briosco : 


BENEDICTVS DE BRIOSCHI . 


Sugli stemmi ed imprese che adornano i piedistalli leggonsi le seguenti indicazioni: 
VICENTIA, scudo colla croce. 
DIVISIA IMPERATORIS, sotto il Cupitergium cum gassa o nodo con veli di 

Filippo Maria Visconti. 

D.VISIA, riferibile all'impresa della Colomba in raggiante. 
COMES VIRTVTVM, sotto l'insegna del ramo di quercia con frutti. 
COMES PAPIE (sic), colle tre aquile, l’una sotto l’altra. 
DVX MEDIOLANI, coll’arma inquartata del Ducato (biscia ed aquila). 
DIVISIA REGIS FRANCIE, coi gigli concessi a Giov. Galeazzo nel 1394. 
COMES ANGLERIE, colla biscia viscontea tenente il bambino fra le fauci. 
COMES GALLVRIE, col castello sormontato del gallo. 


358 | DIEGO SANT’AMBROGIO 


VERONA, collo scudo portante la croce. 
BERGAMVM, collo scudo partito. 
SENAE, collo scudo spaccato. 
PAPIA e MEDIOLANVM, colla croce per entrambe nello scudo. 
PISAE, colla croce pomellata nel campo dello scudo. 
PERVSIA , col grifo. 
PARMA, ALEXANDRIA e VERCELLAE colla croce. 
NOVARIA , LAVDE e COMVM, colla croce parimente. 
BONONIA , coi gigli di Francia e la croce in basso. 
— ASSISIVM, colla croce. 
GROSSETVM, col grifo. 
LVEXAM....... 
REGINA, colla croce. 
FELTRE, col castello biturrito. 
CREMONA, colle tre fascie. 
DERTONA, col leone tenente una rosa colla zampa. 


Nella fascia in basso della vetrata a colori dietro il monumento, coll’etfigie di S. Gre- 
gorio Magno e gli stemmi sforzeschi, veggonsi scritte ripetutamente le parole: 


CHRISTVS JESVS 


SALA DEL CAPITOLO DFI PADRI — Lungo il fregio che gira tutt'intorno alla volta. 
A levante: 


BERNARDVS 
MEMENTOTE FRATRES:CHRISTVS NE 
PERDERET OBEDIENTIAM PERDIDIT VITAM 
SAMVEL 1 
MELIVS EST OBEDIRE QVAM SACRIFICARE. ME 
LIOR E ENI MANIFESTA CORKRECTIO Q. AMOR ABSCONDITVS 


A mezzogiorno: 


ECCE Q. BONVM ET Q. IVCVNDVM HABITARE FRATRES 
IN VNVM. 


A ponente e tramontana : 


FRATRES BONVM FACIENTES NON DEFICIAMVS: 
TEMPORE ENIM SVO METEMVS 
PAVLVS APOSTOLVS 
ECC NVNC TEMPVS ACCEPTABILE ECCE NYVNC 
DIES SALVTIS 


Sui due grandi quadri di questa sala, ratfiguranti supplizi di padri certosini. 
Nell’uno: 


RVREMVNDAE IN BELGIO CARTVSIANI NOVEM VNA CVM PAVLO 
WALWICK PRAESBYTERO 

QVI AD EORVM TEMPLVM CONFVGERAT A GENSYS AVRIACI PRINCIPIS 
QVI VRBEM OCCVPARAT MILITIBVS TRVCIDANTVR 


i i rimini di LI 


| EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 359 


Nell’ altro: 


. DECEM ET OCTO CARTVSIANI DOMVS LVGDVNIENSIS SVB HENRICO VIII 


ANGLIAE REGE 
PRO ECCLESIASTICA LIBERTATE DEFENSIONE AC FIDEI CATHOLICAE AS 
. SERTIONE PASSI ANNO 
MDXXXV DIVERSIS TAMEN TEMPORIBVS ET VARIO MORTIS GENERE 


MARTYRIO CORONANTVR. 


Nel pallio dell’altare, un medaglione di marmo colla scritta: 


INNOCENTIVS XI ODESCALCVS P.O.M. 


Nei quadri intorno alla sala, coll’ettigie «li santi e beati dell'Ordine, leggonsi i nomi 
come segue: 


B.BEATRIX — B. PETRUS PETRONIVS — 
. ANTONIVS DE COCQ. — B.ODO NOVAR 
. LANVINO — A. SIMON LEGAT.SVMMI PONTIFICI. 
. VITTORIA — S.STEPHANVS DIENSIS EPIS. 
. DIONYSIVS. 

S.BRVNO — D.DA.... 
. ANTELMVS BELICENSIS EPIS — B.IOANNES HOVTON. 
B.LAMBERT — LODVLFVS — CORON A IESV. 

B. ANDREA .— B. ROSSANA. 


NDDITDTT 


(9 ») 


Sulla porta che dall’antico cimitero presso l’abside del tempio conduce alla vicina sala 
del Capitolo dei conversi: 


ERO MORS TVA O MORS. 
OSEE 
XIII 
14. 


Sui quadri di certosini martiri della sala del Capitolo dei conversi. 
Al disopra della porta: 


IOANNES CARNASAE 
A CALVIN OCCISVS ERASMVS 
IN AQVITAN. TRAICTENS 


Il martire è trapassato da una lancia. 





PHILIPPVS PHOC ANTONIVS 
A LVTERANIS PRIOR AB 
HERBIPOLIS n HAERETICIS 
GLADIO PERCVSSO OCCISVS 


colla spada infissa nel capo. Vedesi in lontananza un rogo. 


360 | DIEGO SANT'AMBROGIO 





Sulla parete a levante: 





IOANNES MOTOT IOANNES 
AB HAERETICIS ROCHESTER 
BVRGVNDIAE MACTATVS IN ANGLIA 
OCCISVS 
THOMAS ANTONIVS CHAMARDUS 
JOHVNSON IN AQVITANIA 
IN ANGLIA CALVINISTIS PEREMPTVS 
OCCISVS ei 
cea RICARDVS 
BEEREZ 
PETRVS AB HAERETICIS IN ANGA 
OCCISVS IN ANGLIA 
RA GVILLELMVS 
MELLEN 
SIGISMVNDVS A TVRCIS a 


IN MAVRBAE CAESVYS. i : 
mostra le catene con cui fu avvinto. 


Nella sagrestia nuova. 
Fra i varî riparti a lunetta del soffitto, con dipinti allusivi alle vaticinazioni dei profeti: 


FLOS PRI ASSVMPTVS ASCENDO 
CAMPI —. MITIAE EST AD 
ET DOR IN COELVM PATREM MEVM 
MIENTIVM — C. 25 C. 24 
1.COR.15 
POSITVS DABIT CAPI ET ET 
EST TE TVO AVGMENTA CORONA INCLITA IN PERPETVVM 
THRONVS GRATIA PROTEGET CORONATA 
MATRI RVM TE TRIVMPHAT 
REGIS PROV. 4. SAP .4 
3. REG 
DVM A MODO LILIVM 
BENEDI VIDEBITIS CONVAL 
CERET | VENIENTES LIVM 
ILLIS C. 26 CANT.2 
C.24 


Nella lunetta di mezzo, sopra l’altare, leggesi seritto lungo un listello del dipinto: 


PETRVS 
SORRIVS SENES 
P.AD M.600. 


Sulla trave di legno dorata, che sostiene in alto le statue del Redentore crocifisso tra 
la Vergine e San Giovanni: 


PONE MEF VT SIGNACVLVM SVPRA COR TVVM VT SIGNA 
CVLVM SVPRA BRACHIVM TVVM 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 361 
Nella cartella, al disopra del grande armadio nella sagrestia vecchia, per deposito dei 
libri corali, di fronte alla porta d’ingresso: | 


QVESTI LIBRI CORALI 
TRASFERITI ALLA BRAIDENSE NEL 1782 
IL GOVERNO RESTITVIVA ALLA CERTOSA 

NEL 1° MAGGIO 1883. ! 


Nella cartella analoga del lato opposto: 


IN QVESTO STIPO 
FVRONO COLLOCATI 
NEL LVGLIO 1886 


Sulla porta di Giovanni Antonio Omodeo che conduce dal tempio al piccolo chiostro : 
IOHANES ANTONIV DE MADEO FECIT OPVS 


Sotto l’etfigie della Vergine adorata dai Certosini, nel timpano della porta stessa: 


FELIX MATER AVE QVE MVNDVS SOLVITVR AVE 
QVE GENITRIX EVE VEH FACIS ESSE BREVIS 


Sulla lesena di destra di detta porta, in un filatterio tenuto da una figurina di donna 
di cui andò guasta la testa: 
LEOTE PASSA TVTO 


Nella quale trascrizione il compianto Prof. C. Magenta non esitò a ravvisare il motto, 
erroneamente trasferito nel nostro idioma, di: « LOYAVTEÉ PASSE TOVT » usato da Valen- 
tina Visconti, figlia di Giov. Galeazzo, andata sposa nel 1387 a Ludovico, duca di Turena. 

Nello stilobate del lavabo con soprarco di terracotta, del piccolo chiostro: 


MAIA GRA 


In una cartella al disopra dell’affresco del Crespi nel piccolo chiostro col soggetto della 
cattura di Gesù Cristo nel bosco degli olivi: 


CHRISTVS DOMINVS 
CAPTIVVS EST 


Nella cartella superiore d’altro affresco del piccolo chiostro, lato di ponente, col Cristo 
coronato di spine: 
VIDETE REGEM 
SALOMONEM 
IN DIADEMATE 


Nella cartella dell'affresco poco discosto colla ratfigurazione del Cristo esposto alle turbe: 


VIDEMVS EVM 
DESPECTVM ET NO 
VISSIMVM SVORVM 


! Un'iscrizione consimile è a sperarsi possa leggersi eseguita il 1° ottobre corr. nell'interno di quell’altare, 
presto alla Certosa di Pavia per quanto concerne i pre- che esso fu colà trasferito dai padri certosini medesimi, 
ziosi marmi e l’altare di Carpiano, che vanno essi pure l’anno 1567. 
restituiti a quel tempio, constando ora, dall'ispezione 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. V. 6 


362 DIEGO SANT'AMBROGIO 
Sull’ affresco del lato di tramontana del piccolo chiostro, col soggetto di Cristo che porta 
la croce: 
QVI VVLT VENIRE 
POST ME TOLLAT CRVCEM 
SVAM. 


La grande sala del Refettorio dei padri ha grandi quadri murali colle immagini di 


santi e patriarchi, colle iscrizioni seguenti. 


S. ANTELMVS | B. NICOLAVS ALBERGATVS | S. VLDRICHVS | S. STEPHANVS | JOSVE | 
NOE | JACOB | JOSEPH | ISAAC | ABRAHAM | MOYSES | DAVID | B. DESIDERIVS | B. AR- 
THOLDVS | B. HVMBERTVS | S. HVGO. | 

Nelle lunette della volta, sui filatterî dei quattro profeti maggiori: 


POTESTAS EJVS POTESTAS ATERNA QVA NON AVERTIT REGNA QV/A NON CORRVMPIT. 


— DANIEL — 
PORTA HAC CLAVSA ERIT ET NON APERIETVR. 
— EZECHIEL — 
NOVVM FACIET DOMINVS SVPER TERRAM: FOEMINA CIRCVMDABIT VIRVM. 
— HIEREMIA — 
ECCE VIRGO CONCIPIET ET PARIET FILIVM. l 
— ISAIAS — 
A sinistra del grande affresco, colla Cena degli Apostoli: 
OCTAVIVS 
SEMINVS 
GENVENSIS 
PINXIT 
1567. 


Nel vicino Refettorio dei laici, grandi quadri colle leggende: 


B. MARGARITA CART. 
B. GVILIELMVS CART. 
B. ROSALIA CART. 
B. GERARDVS CART. 


Affreschi nelle lunette, colle etfigi e le iscrizioni di: 


S. BENEDICTVS, S. BASILIVS, S. HIERONYMVS. 


Nell’andito dal piccolo al grande chiostro: sopra un dipinto ratiigurante un certosino 
che prega in un deserto: 


OPTIMA PHILOSOPIHIA MORTIS MEDITATIO 
Sopra l'affresco della parete di fronte, col soggetto di un certosino che contempla un 


un coro di beati: 
uu ANHELATE 


In una fascia al di sopra d’un certosino in atto d’estasi all’ aspetto del paradiso: 
QVIS SVSTINEBIT 


Nell’affresco di fronte sulla fascia al disopra di un frate certosino che guarda esterre- 
fatto verso gli abissi infernali: 


NE DESCENDAM MORIENS 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 363 





Sulla porta che dà accesso al chiostro grande, al disopra di un dipinto alle scene della 
buona e della cattiva morte: 


OPTAT MODI CVI MENS CONSCIA EST 


VENI BONI JESVS VENI INDVGIAS VSQVE MANE 


Sulla cartella marmorea della parte della biblioteca: 
BIBLIOTHECA 


CAPPELLE DI DESTRA DEL TEMPIO — 1° Cappella, a partire dalla navata trasversale (L’An- 
nunciazione). 
Nella cartella marmorea al disopra della pala dell’altare: 
AVE MARIA GRA 
TIA PLENA DOMINVS 
TECVM 


Trovavasi precedentemente in questa cappella, portatavi dalla sala del Colloquio, la 
pala d’altare del Bergognone « Cristo che porta la croce seguìto da certosini» che ora si 
conserva nell'Accademia di Belle Arti di Pavia ed è sperabile venga ceduta alla Certosa. 

Sopra una lunga fascia svolazzante dalla croce si legge in quel quadro l'iscrizione: 


QVI VVLT VENIRE POST ME ABNEGET SEMETIPSVM ET 
TOLLAT «x SVAM ET SEQVATVR ME 


Sulle pareti di questa cappella, dipinte a fresco veggonsi le Sibille, colle leggende che 
seguono nei filatterî che tengono fra mano: 
A destra: 
Sibilla DELPHICA 
ERIT IN REB HOMINVM SVBLIME NEC 
Sibilla TYBVRTINA 
SACRO  VIRGO AB 
Sibilla PERSICA 
CASTA NASCETUR VIRGIN 
Sibilla SAMIA 
FLORET FLOS PARVLV 


A sinistra: 
Sibilla EVROPAEA. 
VIRGINIS ACTUM VENIET CORPV 


Sibilla LYBICA 
NVTRIET PVERV VIRGINEM DANS LAC 


2* Cappella (Santi Pietro e Paolo). 


Nella vetrata a colori della finestra due santi martiri in abito militare, colla scritta in 
carattere gotico: 
SANCTVS GEORGIVS SANCTVS ...... 


3° Cappella (San Siro). | 
Sulla cartella marmorea al disopra della pala dell’altare: 


DYVO SYRO 
TICINESI EPISPO 


364 DIEGO SANT'’AMBROGIO 


La pala d'altare del Bergognone, con San Siro seduto fra San Teodoro, San Iuvenzio, 
San Lorenzo e Santo Stefano, reca le iniziali del duca Giov. Galeazzo (JO . GZ). 
Nel dipinto a fresco sulla parete ratfigurante la consacrazione di un santo personaggio 


leggesi nel libro aperto l'iscrizione: 


ACCIPE 
SPIRITVM SANCTVM 
DOMINE 
BENEDICTIONIS TVAE 
IN EVM EFFVNDAT 
VIRTVTEM. 


Sulla vetrata a colori ratfigurante San Michele Arcangelo leggesi: 


ANTONIVS DE PANDINO ME FECIT. 


4* Cappella (del Crocifisso). 
Sulla cartella marmorea al disopra della pala dell’altare: 


d SALVTIFERAE 
CRVCI 


5° Cappella (San Benedetto): 


CAENOBITARVM 
MAXIMO 
BENEDICTO 
ABBATI 


6° Cappella (San Ugone). 
Sulla cartella marmorea al disopra della pala dell’altare: 


HVGONI LINCOLN .ET 
ANTELMO BELLIC 
EPISCOPIS 


7° Cappella, adiacente al muro della facciata (Santa Veronica). 
La dedica della cappella non è qui posta sulla cartella marmorea al disopra della pala 
dell’altare, ma in due iscrizioni a fresco di fianco all’altare stesso. 
Nell’ iscrizione a sinistra: : 


D.O.M 
ET.S. VERONICAE 
ARA HAEC DICATA FVIT 
AB EM.M° ET R.M° D 
D ALEXANDRO LVDOVISIO 
S.R.E PRAESBYTERO CARDINALI 
ET ARCHIEP.BONONIAE AC PRIN 
QVI POSTEA FVIT SVMMVS PONTIFEX 
NOMINE GREGORIO XV 


EPIGRAFI ED ISCRIZIONI DIVERSE DELLA CERTOSA DI PAVIA 365 


Nell’ iscrizione a destra: 


IN QVA INCLVSIT 
INFRASCRIPTAS RAELIQVIAS 
DE LIGNO DOMINICAE CRVCIS 

DE OSSIBVS S.X 
PROTHOMARTYRIS STEPHANI 

VALENTINI AC GEORGII M. 
NEC NON MARINAE 
ANNO A PARTV VIRGINIS 
MDCXVII PRIDIE KAL.MAI. 


Nel locale del Museo, già sala del Colloquio: 

Scritto con inchiostro sull’orlo del bassorilievo di Agostino Busti, ratfigurante Pilato 
che sì lava le mani del giudizio del Cristo, e già pertinente al disperso monumento Birago 
di San Francesco Grande: 


TV ES QVI ES QVIA PER TE ES;IN TE QVIES PER TE QUVIES. 


Sopra una lapide, delle dimensioni di 50 cent. di larghezza per 40 d'altezza: 


M.D.LXVIII.K 
AVG POS.FVIT 
EDIFICATVS CVN 
EDIFICIO MENIE 
VNO EODEM TEPORE 


Sul lavabo del piccolo refettorio della foresteria nel palazzo ducale: 


AQVA MANVS 
LACHRIME 
CORDA LAVANT 


Sul lavabo della grande cappella del palazzo ducale, ove solevano otficiare i padri 
certosini dal 1866 in poi: 


LAVAMINI 


MUNDI ESTOTE 


Sotto al dipinto a fresco coll’etfigie del beato Stefano Marone al disopra della porta 
della cella del priore: 


B.STEPHANI SEN. PRIOR IN CART. PAP. 


Sopra i quadri con ritratti delle sale della foresteria: 


BERNARDINVS GALLVS CARD. CART 





GVLIELMVS EPIS.MVTINENSIS ET CARD. CART. 





IOANNES DE NORO CASTRO GALLVS CARD.CART. 





MAXIMVS DAY HISPANVS ET CARD.CART. 


Ritratti dei duchi e delle duchesse di casa Visconti e Sforza colle leggende quali leg- 
gonsi nella « Cremona fedelissima » del Carresi. 


366 DIEGO SANT'AMBROGIO 


A questo manipolo delle iscrizioni della Certosa pavese sono ora da aggiungersi altre 
due, che diedero luogo recentemente a qualche discussione, e cioè quella che leggesi sulla 
pietra tombale d’Ardengo Folperti, collocata in vicinanza della tomba di Giovan Galeazzo 
Visconti, e del seguente tenore: 


. + . + OSTOLI Q . DNS . ARDINGVS . PERVENIT . IN . 


LVCEM . ANO . MCCCLX . OBIIT . DIE . XI. JVNI . 
green CVJVS . ANIMA . REQVIESCAT . IN. 
PACE . AMEN . 


e l’altra, apposta alla testata del Refettorio, verso il tempio, in ricordanza del V centenario 
dell’erezione della Certosa pavese, così espressa e dettata per la circostanza: ! 


$ BEATVM . STEPHANVM . MACONEM . SENENSEM 
POST . DVCEM . JO . GALEATIVM . VICECOMITEM 
ISTIUS . AMPLISSIMI . MONASTERII . PRIMVM 
AVCTOREM . AC . PROMOTOREM . AGNOSCITE . 
PRAECIPVOS . VERO . ARTIFICES . JACOBVM 

DE . CAMPILIONE . BERNARDVM . DE . VENETIIS 
CHRISTOPHORVM . DE . CONIGO — VI. KALBNDAS 
SEPTEMBRIS — ANNO . DOMINI . MILLESIMO 
TERCENTESIMO . NONAGESIMO . SEXTO. 


DIEGO SANT'AMBROGIO. 


; ! L'onorevole Luca Beltrami, nel 8° fascicolo dell’ Archivio storico lombardo, difende il testo di questa 
epigrafe che fu molto discussa. 


LE OPERE D'ARTE DI SPELLO 


ELL’ESTREMO pendio meridionale del Subasio, grigio 
d’ulivi, sorge una collina rocciosa, su pe’ cui massi par 
che s’arrampichino dal piano, in mezzo a grandi cespi di 
verzura, le vecchie case di Spello, tra cui spiccano gli 
alti campanili e parecchie delle molte torri che verano 
un giorno e alcuni gruppi di cipressi qua e là. Il paese, 
lungo circa un chilometro, cambia molto d'aspetto 
secondo il punto donde si guarda: il più esteso pano- 
rama, sebbene forse meno avvertito, l’offre a levante; 
il più vario e pittoresco dalla parte opposta, dove 
un francese innamorato dell’ Umbria, il Broussolle, l’ ha 
trovato addirittura « maraviglioso ». Il clima è puro 
e temperato; e dall’alto del Belvedere (a più di 300 metri 
sul livello del mare) si domina l’amena valle, che ver- 
deggia, popolata di case coloniche, tra una bella cerchia 

di monti e una corona di città e di paeselli. Ecco, a meno di cinque chilometri, Foligno e 

poi Trevi, Spoleto, Montefalco, Bevagna, Cannara, Bettona, Perugia, Santa Maria degli Angeli 

e Assisi, che dista circa dieci chilometri e mezzo, e con la quale Spello ha molti punti di 

rassomiglianza. Nevio Feliziani sullo scorcio del cinquecento la voleva, classicamente, a forma 

di ancile: io mi contenterò di farne rilevare la forma oblunga, rialzata nel mezzo, dove sale 

in gran parte la via principale, che poi piega a destra, costeggiando la sommità del paese, 

e in declivio ai due lati, con ripide vie e con vicoli dove si conservano di più Je impronte 

del passato. 





* 
* * 


Non dirò con quali peregrini indizi etimologici sì sia fatta rimontare la sua fondazione 
a Noè in persona, o come ad un Ispeo Polisio la riferisse quel bevanate Ceccarelli, che, 
sotto nome di Gabinio Leto, inventò un’Eparchigrafia d’Italia, da cui più d’uno rimase 
ingannato, come prima dalle origini di Catone, inventate da Annio di Viterbo. Ma, lasciando 
in pace anche i Pelasgi e le ipotesi più o meno arrischiate, ricorderò come Spello si trovi 
annoverata tra le città più antiche degli antichissimi Umbri; come dalle iscrizioni risulti 
Municipio romano, ascritto alla Tribù Lemonia, e come Silio Italico la noti tra le città che 
sotto il comando di Pisone mandarono soldati per la seconda guerra cartaginese. Che 
poi fosse Colonia Giulia, ce n’assicurano Plinio il vecchio e Igino il Gromatico, oltre 
parecchie iscrizioni dove ha pure l’aggiunto di «splendidissima »; non però dedotta da 
Cesare, ma invece, circa il 700 di R., da Ottaviano che prese il nome di Giulio per ado- 
‘ zione del dittatore. Lo stesso Ottaviano poi, di cui sembra che seguisse le parti nella 


368 GIULIO URBINI 

guerra perugina, le donò anche i bagni del Clitunno; ond’ebbe allora un vastissimo e 
ubertosissimo territorio, che dal ponte di detto fiume stendevasi fin presso a Civitella 
d’Arna sul Tevere, come attesta una gran lapide terminale quivi rinvenuta: senza dire di 
un aumento di coloni, avuto, a quanto pare, più tardi, sotto Adriano. 

E alla nominanza nelle armi e ai favori imperiali congiunse la gloria « che più dura e più 
onora» ; poichè a Spello, con tutta probabilità, nacque e passò l’adolescenza Sesto Properzio, 
che nello splendor della gloria non dimenticava la patria, e desiderava svagarsi a caccia 
lungo i verdeggianti boschi del suo Clitunno: di Spello, conseguentemente, dovè essere quel 
suo «concittadino e discendente » Paolo Passieno, cavaliere di gran nobiltà, poeta e uomo 
dottissimo, di cui l’amico suo Plinio iuniore lodava le elegie terse, molli, soavi, da parer 
proprio scritte in casa del Callimaco Romano: di Spello infine fu un altro poeta, Tito Vario 
Prisco, di cui le ingiurie del tempo non cì hanno risparmiato che il nome in una monca 
iscrizione ora perduta, ma accettata e pubblicata dal Muratori e dal Bormann. 

Pare che anche il terzo Gordiano le concedesse dei privilegi; e i più insigni archeologi 
moderni hanno dichiarato autenticissimo, contro i dubbi del Muratori, il famoso Rescritto di 
Flavio Costantino Massimo e de’ suoi figli, col quale diverse concessioni si facevano a Spello: 
che cioè non solo all’ antico nome (Hispellum ne’ testi e nelle iscrizioni, FioméX)oy in Strabone, 
‘’IoreXov e ’IerzeXov in Tolomeo) si sostituisse l’altro di Flavia Constans (donde l’equivoco di 
chi immaginò un’altra Colonia sotto Vespasiano); ma che inoltre s’erigesse un suntuoso tempio 
ad onore della gente Flavia, e il sacerdote, eletto ogu’anno, potesse celebrare in detta città i 
ludi scenici e i combattimenti dei gladiatori, senza che si dovessero più affrontare le asprezze 
de’ monti e le ditficoltà delle strade fra i boschi per andare a Bolsena; onde Spello divenne 
allora come il centro religioso dell’ Umbria. 

La qual persistenza ‘del culto pagano fa supporre che il cristianesimo non v’attec- 
chisse molto presto; e gli Atti pavesi del martirio del suo primo vescovo e patrono san 
Felice, che si vuole decapitato sotto Diocleziano e Massimiano, sono, a detta stessa dei 
Bollandisti, molto posteriori ai fatti narrati. Quanto agli altri vescovi, trovo un Epifanio, 
eletto nel 470 (seppur non vi sia equivoco con un omonimo e coevo di Pavia); un Venerio, 
de’ tempi di papa Simmaco; un Rubeno, circa il 545; un Niccolò I, del 560; un Rinaldo 
Offreducci spellano, eletto nel 998; un Verane, intorno al 1026; un Niccolò II Orsolini, pure 
di Spello, del 1060; un Rubeno II, rifiutato però dal Di Costanzo; un Ranerio e un Manente, 
vescovi di Spello e suffraganei di Spoleto circa il 1090 e il 1122, e finalmente un Niccolò III, 
che nel 1130, per discordie cittadine, sarebbe stato precipitato da una finestra; dopo di che 
fu abolita la sede vescovile. 

Decaduta intanto la città pe’ danni delle incursioni barbariche, fu presto unita al Ducato 
di Spoleto, col quale passò sotto il dominio della Chiesa. Quando si costituisse il Comune, 
non si può precisare; ma si legge che nel 1190, morto il Barbarossa, che pare n’avesse 
investito un suo vicario di Perugia, il paese sarebbe ritornato sotto l’annuo magistrato 
de’ consoli, eletti dalle società e dai collegi delle arti. Comunque sia, le cose non dovevano 
proceder troppo bene se nel 1209 un Ranuccio di Gualtiero Cacciaguerra fu mandato amba- 
sciatore al papa e all'imperatore per riordinarne il governo; e se l’anno stesso, per sedar 
le discordie, dovè recarvisi da Perugia lo stesso Ottone IV, che, convocati i maggiorenti, 
li esortò alla pace, assegnando il governo, tre mesi per uno, con ampie facoltà, a Lucio di 
ser Niccolò d’Acuto, a ser Giovanni di Caltello, a Matteo di ser Biagio di Maccarello e ad un 
Morichelli o Moriconi, da lui creati cavalieri e conti palatini. Intanto nel 1240 Spello si 
dava a Federico II, e sei anni dopo vi si combattè presso una sanguinosa battaglia tra il 
legato pontificio Raniero Capocci e Marino d’ Eboli, vicario imperiale, nella quale l’esercito 
guelfo fu completamente disfatto. Essendosi poi ribellata all'imperatore, fu messa a ferro 
e a fuoco; e più tardi domandò di essere accettata sotto la protezione dei Perugini, che 
vi mandarono podestà un Bertuccio di Porta Borgne; ma nell'interno le fazioni divam- 
pavano più fieramente, tanto che circa il ’90 pare fosse stabilito che in avvenire tre cittadini, 


LE OPERE D’ARTE DI SPELLO 369 
estratti a sorte, governassero ogn’anno un Terziere ciascuno, escluse le predette famiglie. 
A ciò s'aggiungevano le guerre: nel 93 con Assisi, per incertezze di confini; nel ’98 contro 
il vicario del Ducato di Spoleto, che pretendeva gli fosse soggetta, mentre era sotto la prote- 
zione di Perugia; dal 1254 al 1300 contro gli Anastasi, signori di Foligno. Ed eccola nova- 
mente travagliata da fiere lotte civili, accese prima da un Giuseppone di Serangelillo, poi 
da suo figlio Mariotto, preso in un combattimento in cui caddero più di duecento persone; 
poi da Sforza, nipote del predetto, ucciso egli pure; poi da Cesare Maccarelli, che, pentitosi 
de’ suoi misfatti, si fece frate e morì vecchio nel 1347. Non potendo perciò resistere alla 
potenza di Spoleto e del vescovo di Foligno, ricorse novamente a Perugia, che nel 1354 
la difese da fra Monreale d’Albaro, andatovi a porre il campo col favore d’ Ugolino VIII 
Trinci e di suo fratello, vescovo di Foligno, che gli dettero il passo e i viveri, perchè la 
sottoponesse a loro; ma, avendola invano assediata più volte, dovè contentarsi di mettere 
a guasto i territori vicini. Nello stesso anno Ugolino le riconciliò il rettore del Ducato, a 
cui s'era ribellata, e il figlio Trincio VII aiutò il rettore e l’Albornoz a ritogliere Spello e 
Collepino alla tirannia di Bartoloccio di messer Giacomo Bartolocci, capo de’ ghibellini della 
sua patria, ucciso nel 1373. 

Ma altre e più odiose servitù l’attendevano. Bonifazio IX nel 1389 ne investì, come 
vicario pontificio, Pandolfo Baglioni, a cui nel ’94 la tolse Biordo Michelotti, riconoscendo 
però la supremazia di Perugia, sua patria; la quale, quattr'anni dopo, alla di lui morte, 
ottenne dal papa una brevissima tregua, segufta dall'abbandono delle città suddite o devote, 
tra cui Spello, che, con qualche altro luogo, fu ripresa nel 1400. Quello stesso anno cadde in 
potere di Gian Galeazzo Visconti, il quale, dopo due anni, ne fu cacciato da Braccio Forte- 
. bracci, capo de’ nobili di Perugia; cacciato alla sua volta, cinqu’anni appresso, da Giovanni 
Pucci e da’ suoi aderenti, che v’ introdussero Ceccolino, fratello di Biordo e capo del popolo. 
Nel 1411 se ne impadronì Guido Antonio da Montefeltro, duca d’ Urbino, che in breve dovette 
ridarla al Michelotti, spogliatone poi dal signor di Montone, a cui successe il figlio naturale 
Oddo; morto il quale, Martino V ricuperò con gli altri domfni della Chiesa anche Spello, 
che durante lo scisma avignonese, da lui estinto, si era sottratta all’obbedienza del legato 
di Perugia, e i capitoli di sommissione furono segnati a Deruta il 17 settembre 1424. 

Nell'ottobre dell’anno seguente, per compensare Malatesta Baglioni d’aver indotto i Peru- 
gini a sottomettersi alla Chiesa, concesse a lui e a suo fratello questa terra, dal cui dominio 
e da quello di Cannara cominciò la grande potenza dei Baglioni, i quali, aggiungendovi in 
seguito altri luoghi, di quivi e dalla feccia di Perugia traevano, come altri dice, gli armigeri, 
i cagnotti, i sicari, per sovvertire la patria. Questo dominio fu confermato da Eugenio IV 
fino alla terza generazione; e alla morte di Malatesta vi fu una spegie di plebiscito a favore 
del figlio Braccio II, « brillante e munificentissimo cavaliere », di cui fu trombettiere quel 
Niccolò da Montefalco, che innamoratosi d’ una giovane spellana, per nome Filena, la celebrò 
in un canzoniere intitolato appunto Fz/enzco e conservato in un codice che da Spello passò, 
nel secolo scorso, alla Classense di Ravenna. Nel 1442 gli Assisani, a istigazione d’alcuni 
fuorusciti di Spello, tentarono invano, con un furioso combattimento, di togliere il dominio 
all’esoso Pandolfo; morto poi il quale, Braccio rimase assoluto padrone di Spello, da cui era 
assente quando nel 1463, come raccontano parecchi, un’altra torma di fuorusciti spellani 
irruppe, armata mano, nella piazza, e favorita dai malcontenti paesani alzò il grido di 
rivolta; ma, accorsi i Baglioni con loro genti in arme, fu ripresa la terra, strangolati i 
sediziosi, assicurato a Braccio il dominio, che fu poi confermato da Sisto IV a lui, ai fratelli 
Guido e Rodolfo e al nipote Oddo. Nell’ 89, per le solite differenze di confini, altra guerra 
ferocissima con Foligno, nella quale si portavano le teste umane in cima alle picche; ma 
i Folignati a cui, nota il Bonazzi, non giovava la crudeltà, avevano sempre la peggio; finchè 
per la mediazione del cardinale Todeschini Piccolomini, che fu poi Pio III, si conchiuse la 
pace; e di altre tregue fra Spellani e Folignati si hanno documenti del 1480, del 1496, 
del 1497. Tolto ai Baglioni il dominio per la ribellione di Gian Paolo, fatto decapitare da 


drchivio storico dell'Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. V. 7 


370 GIULIO URBINI 


Leone X, fu restituito da Clemente VII a Malatesta III e ad Orazio, fratelli del giustiziato ; 
ma, insospettitosi anche Clemente, fece imprigionare Orazio e Gentile, il quale tuttavia potè 
rientrare a Spello nel maggio del 1526. Tre anni dopo però, avendo il famoso Malatesta IV 
accettata la condotta de’ Fiorentini, ed essendo perciò caduto in disgrazia del papa, era sul 
punto di perdere lo Stato; e già Braccio, suo parente e nemico, militante nelle file imperiali, 
marciava contro Spello, che era difesa da milizie fiorentine e che valorosamente lo respinse. 
Ma l’Orange, fatta la massa tra Foligno e Spello, mosse egli pure all’assedio di quest’ultima 
(secondo il Guicciardini e il Varchi, con 6000 fanti e molti cavalli), e fatta chiedere invano 
la terra, dove s'erano raccolti, a presidiarla, il Borghesi, il Degli Oddi, il Tabussi, il Gambara, 
ordinò che la notte stessa si desse l’assalto, che fu animosamente respinto da quelli di dentro, 
poco più di 500 fanti e non più di venti a cavallo, con a capo monsignor Leone, fratello natu- 
rale di Malatesta, e il capitano Paolucci di Perugia. Allora, per far la ricognizione del sito da 
piantar l’artiglieria, fu mandato il celebre capitano Giovanni d’ Urbina, che, ferito gravemente 
sopra un ginocchio da una palla d’archibugio grosso, e trasportato a Foligno, in breve morì. 
Del che addoloratissimo il principe fece piantar subito l'artiglieria; e dopo pochi colpi 
prete Leone s’arrese, a patto che la terra e gli uomini suoi restassero a discrezione del 
principe; i soldati, salve le persone e quanto potessero portare addosso. uscissero con le sole 
spade, nè potessero servire, per tre mesi, contro il papa e l’imperatore; ma gl’imperiali, 
mancando alla data fede, li svaligiarono mentre uscivano, e saccheggiarono crudelmente il 
paese, assai ben vettovagliato, sebbene dai Ricordi di Niccolò di Zuccone si ricavi che non 
vi furono molti morti. Ciò seguì il 1° di settembre: l Orange andò difilato a Perugia, per 
muovere all’assalto di Firenze, e i Baglioni perdettero lo Stato, che passò sotto l'immediata 
soggezione della Chiesa. Ma non tardarono a ricuperarlo; e nel 1535 vi dominava il tristo 
Rodolfo, figlio del suddetto Malatesta, che, odioso ai concittadini e minacciato dalle armi 
di Paolo III, uscì volontariamente. dallo Stato; e perchè non potesse fortificarvisi più, il 
papa ordinò al Savelli che facesse smantellare le mura di Spello, di Bevagna, di Bettona, 
della Bastia. Però il detto Rodolfo, per altissime intercessioni, fu poi reintegrato nelle sue 
terre, e, alla morte del Farnese, Giulio III gli confermò lo Stato, di cui prese possesso con 
gran pompa, anche a nome di Astorre, al quale, insieme con Adriano, fu assegnato Spello e 
la Bastia anche da Pio IV, nel 1560. . 

Qui noterò di passata un Andrea da Spello, morto, secondo che scrive il Paruta, dopo aver 
valorosamente respinto un assalto di Turchi a Nicosia, nella guerra di Cipro; e si potrebbero 
ricordare, tra gli Spellani che combatterono a Lepanto, i capitani Orsolini, Sercesani e Pucci; 
ma, lasciando finalmente il fragor delle armi, e tacendo anche delle dignità civili ed eccle- 
siastiche, il cui novero sarebbe lungo e tedioso, mi sia permesso di ricordare, tra gli uomini 
di studio, fioriti nel secolo XVI, i giureconsulti Antonio e Niccolò Piaggia, i letterati Cisti, 
Vettori, Venanzi, Leonini, Gentili, Olorini e più specialmente Francesco Mauri e (se vera- 
mente fu, come pare, di Spello) il cavaliere e conte palatino Sigismondo Filogenio Paolucci. 
Il Mauri, nato nel 1500, scrisse un lungo poema latino su Francesco d’Assisi (Franci- 
sciados libri XIII), che piacque molto a Paolo Manuzio, e uscì nel 1571, dedicato a Cosimo I, 
il quale ne volle coronare l’autore, morto quell’anno stesso per ta consolazione, dicono alcuni, 
d’aver condotto a termine, ne’ suoi anni cadenti, un lavoro di tanta lena, ristampato poi a 
Rouen, ad Anversa, a Foligno, a Fano, in Assisi, e tradotto e commentato da vari. Il 
Paolucci, nato nel 1510, e vissuto circa 80 anni, compose due poemi: uno inedito, di cui 
non conosco alcun codice, su Le Rotte d’ Africa, per celebrare la spedizione di Carlo V contro 
i Turchi; l’altro, pubblicato nel 1543 dallo Zoppino, in Continuazione dell’Orlando Furioso, 
con la morte di Ruggero, e dedicato a don Francesco Gonzaga, a cui v'è pure indirizzata una 
lettera di Pietro Aretino. 

Nel 1583, con la morte di Guido, figlio d’Astorre, finì il ramo de’ Baglioni, che aveva 
l'investitura di Spello, tornata perciò alla Chiesa. Del che molto si felicitava il protono- 
tario apostolico Taddeo Donnola, avvocato presso il tribunale dell’Inquisizione in Roma e 


LE OPERE D'ARTE DI SPELLO © 371 


autore di opere focosamente polemiche sulla storia e in particolare sull’agiografia della sua 
patria. La quale nel 1655 festeggiò la venuta di Cristina di Svezia con « un’operetta poetica », 
che non trovo da chi fosse musicata; ma noto che Spello ebbe in quel secolo due valentissimi 
maestri e compositori di musica: Francesco Michelangeli, morto nel 1649, e Nicolò Stamigna, 
maestro di cappella a Spoleto, a Orvieto, a Perugia, a Roma e a Loreto, dove morì di 70 anni, 
nel 1685. V’era anche un’Accademia dei Quieti, che avevano per impresa un alveare col 
motto operosa quies, e che, costituiti sullo scorcio del cinquecento, durarono, molto quieti e 
poco operosi, fino ai primordi di questo secolo. Eppure nel 1701 e per molti anni successivi 
vi fu anche una tipografia Mariotti, nella quale, oltre un libro e qualche opuscolo, si stampò 
un giornale, di cui nella Casanatense di Roma si conserva una raccolta in tre o quattro 
volumi. E a Roma morì nel 1730 lo spellano Giuseppe Paolucci, elegante verseggiatore, che, 
se già a tempo del Baretti era « miseramente sprofondato in Lete », godè pure la stima e 
la familiarità de’ più celebri letterati; non volle essere aio del Duca di Galles; esaminò 
il Perfetti, destinato a ricevere l’alloro in Campidoglio, e fu uno dei quattordici fondatori 
dell'Arcadia. Nella quale sì distinse anche una sua concittadina, «la generosa Nosside », 
ossia Gaetana Passarini, che cantò le vittorie d’ Eugenio di Savoia sui Turchi, ed è ricordata 
da parecchi, dal Crescimbeni al Bisso, che riporta anche un sonetto, con l’intercalare, del 
fratello di lei, abate Ferdinando, il più benemerito ricercatore di memorie storiche della 
sua patria. La quale, con decreti del 2 germile e del 21 fiorile 1799, fu fatta capoluogo di 
cantone del dipartimento del Clitunno, e nel 1829 riebbe da Leone XII il titolo di città, 
E seguitando a ricordare i suoi migliori cittadini, come i letterati Accorimboni e Michelangeli 
e il Monteverde, verseggiatore e musicista, noterò più specialmente Vitale Rosi (1782-1851), 
chiamato dall’Allievo il Socrate dell’ Umbria, e avuto in pregio dal Lambruschini, dal Ro- 
smini, dal Tommaseo, per le sue opere didattiche e pe’ metodi onde diresse in patria un 
fiorente collegio, dal quale uscirono il Vera e il Pennacchi e lo spellano Luigi Incoronati, 
valentissimo architetto. Nè va dimenticato Francesco Piermarini, che per le sue produzioni 
musicali e pel suo Cours de chant, presentato nel 1865 al Conservatorio di Milano, ottenne 
l'ufficio di direttore del Collegio musicale di Madrid, di maestro dell’ex regina Isabella e di 
segretario di Cristina, della: quale fu camerista la moglie Clelia, lodata da M. d’Azeglio nei 
suoi Ricordi. 


* 
* %* 


Oggi Spello conta più di 5800 abitanti, dati in gran parte alla coltura delle loro ubertosis- 
sime terre; chè industrie, da quella in fuori, ancor dubbia, della pietra litografica, non ce ne sono. 
Ha diverse istituzioni di beneficenza e di previdenza; spende molto per l’ istruzione, mante- 
nendo scuole tecniche e ginnasiali, pareggiate; e, sebbene dal ’90 non sia più neppure 
capoluogo di mandamento, occupa sempre un posto molto distinto tra le città minori del- 
l’Umbria per le sue tante e importantissime opere d’arte, visitate spesso da italiani e da 
stranieri (tra cui va ricordato anche il Duca di York); ma che, come attendevano finora 
una completa illustrazione, richiedono, anche da parte de’ cittadini, più vigili cure che pel 
passato, più amore ch’al presente; giacchè il bello non dovrebbe andar disgiunto dal bene, 
e Menandro diceva che «il vero conforto della vita è riposto nelle arti ». 


I 


Della mirabile Cerchia romana, da assegnarsi probabilmente all’epoca d’Augusto, ora non 
rimangono che alcuni avanzi. Un bel tratto rettilineo, lungo circa centodieci metri e assai ben 
conservato, comincia dinanzi al campo della fiera, ed è formato, con perfetta esecuzione, di piccoli 
parallelepipedi di calcare subasiano, disposti a strati regolari, d’ un’altezza che varia dai quin- 


372 GIULIO URBINI 





dici ai trenta centimetri, e commessi con pochissimo cemento, ma assai tenace. Da piedi, due o 
tre strati, sportando un po’, formano come uno zoccolo, a cui, nove file sopra, fa riscontro un 
altro strato, che aggetta allo stesso modo, e che verso il Borgo, presso i miseri avanzi di 
una torre quadrata, va a combaciare col detto zoccolo, il quale segue la salita della strada, 
corrispondente perciò all'antica anche nella pendenza, come pure si ricava da altri indizi. 
Noterò per curiosità che, di fronte alla chiesa di San Ventura, fu scolpito nel 1635 
questo distico del Donnola: Orlandi hic Caroli Magni metire nepotis || Ingentes artus: cetera 
facta docent; al qual proposito bisogna sapere che, secondo una leggenda veramente un 
po’ vaga, l’incavo, alto da terra oltre novanta centimetri, sarebbe stato prodotto dal focoso 
Paladino ictu mingendi (sarà bene dirlo, col D'Ancona, in latino). Per altri invece indiche- 
rebbe l’altezza del ginocchio d’Orlando; come le due fossette ovoidali, a un metro è ses- 
santatrè quella de’ gomiti, e come quella del collo si troverebbe, a circa tre metri, in una 
sporgenza di forma allungata, presa invece dal Valery nientemeno che per un gros phallus 
de pierre (la candida lettrice non ne chiegga il significato), il quale deve aver suggerito al 
Carducci, nella prefazione al Furioso, l’accenno a Ruodlando « gigante e peccatore » a 
Spello. 

Ma ecco, pochi passi più oltre, una severa Porta d’ordine toscano, a massi squadrati 
d’una grandezza media di settanta per quarantacinque centimetri, chiusa da molto tempo, 
e a cui una tradizione costante ha conservato la denominazione di «urbana ». Un arco 
corniciato e molto profondo posa su due pilastri semplicissimi, e lateralmente due grandi 
paraste, piuttosto pesanti, dai capitelli rovinati, reggono la trabeazione con frontespizio a 
larga base, di semplicissimo disegno e di debole aggetto, e rovinato esso pure, anche per 
l’incastro d’uno de’ soliti pitatfi donnoliani. — Poco più oltre le mura piegano ad angolo ottuso, 
e vanno salendo a mezza costa, per un altro lungo tratto, meno conservato, fino alla Porta 
Venere, volta a nord-ovest. 

Sebbene il Burckhardt, accennando le Porte romane di Spello, le abbia dette poco impor- 
tanti, il Laspeyres credeva che questa fosse stata suntuosa e singolarmente interessante; ma 
dai pochissimi avanzi non risulta veramente quella magnificenza che voleva trovarci l’Orsini. 
Il quale vi scrisse su, con gravi errori, una prolissa dissertazione, credendola etrusca, anzi 
uno dei più antichi esempi dello stile etrusco, sodo, maschio, grandioso; e gli pareva che i suoi 
ornamenti, quantunque meno perfezionati, avessero una stretta analogia con quelli dell'Arco 
di Pola. Ma si tratta invece d’una porta romana, d’ordine toscano o, come scrive anche il Serlio, 
dorico, che in fondo è tutt’ uno, tolte le correnti e le campanelle e aggiuntavi una base. 
Si vede bene che era costrutta di grandi conci di travertino; che occupava una larghezza 
di circa sedici metri, e che era a tre archi: grandioso quello di mezzo, di cui c’è ancora, 
sul canto della casa adiacente, un informe resto, con traccia della scanalatura per la cate- 
ratta; minori i laterali, a cui mal si sostituiscono due semplici lunette nella ricostruzione 
del Serlio, e sopra ai quali si vede bene che c’era una cornice di sagoma molto soda, per 
essere la convessità dell’ovolo co’ suoi listelli molto maggiore della concavità del guscio 
sottostante. Si vede pure l’avviamento dell’arco a destra, impostato sur un largo pilastro, 
che sostiene ancora una parte della trabeazione. L’architrave è più aggettato del capitello, come 
nell’anfiteatro veronese; il fregio più alto del solito, e il cornicione ricco di membri sotto 
al gocciolatoio, che s’ unisce alla scima senza alcun listello, per dar larghezza all’insieme. 
Sopra si riconoscono alcuni avanzi dell’attico, non molto grande, e una di quelle colonnette, 
sfuggite al Serlio, che si vedono anche nel tempio ipetrale (non, come dice l’Orsini <pfero) 
di Posidone a Pesto e nella parte interna dell’antichissima torre ottarona d'une, fatta da 
Andronico e rammentata da Vitruvio e da altri. Lo scalino poi sembrava all’Orsini chiarissimo 
segno che questa Porta, sebbene di città, non servisse ai passeggieri comuni, ma solo ai citta- 
dini trionfanti. E, ricordando un'iscrizione bevanate (... VIAM || TRIVMPHALEM STRAVE- 
RVNT LAPIDE HISPELLATE), si piaceva d’immaginare, malgrado i dubbi del Muratori, 
che ogni città avesse una via trionfale, con una porta detta parimenti trionfale, per il passaggio 


f 


LE OPERE D’ARTE DI SPELLO 373 


dei cittadini che tornavano vincitori dalla guerra, e che v’alludesse Properzio col verso: unde 
mihi patriis gnatos praebere triumphis; tanto più che anche Silio Italico annoverò Spello 
tra le città illustri nelle armi. Quanto poi al nome di Porta Venere, datole costantemente, 
l’Orsini lo supponeva derivato da un tempio a essa Dea, o unitovi o più probabilmente 
situato fuor delle mura («ft non insuescat — dice Vitruvio — in urbe adolescentibus, seu 
matribus familiarum venerea libido). Infatti, nella Villa Fidelia, che sta in direzione di 
questa Porta, e dove si vede ancora, presso li scogli, un bell’avanzo di costruzione romana, 
fu trovato, secondo il Dorio, un pavimento di mosaico e quest’iscrizione, in lettere assai grandi, 
trasportata poi dai Baglioni in Perugia: M . GRANIVS . SEX. LOLLIVS .II. VIR||QVIN. 
SIGNVM . ET . BASIM . VENERIS || EX .D.D.F.C.EIDEMQ. PROB. E pare che nello 
stesso luogo fosse anche trovata la statua della Dea, in pezzi, cioè la testa, il braccio destro, 
un pezzo della mano sinistra e un pezzo di piede. Aggiungo poi per curiosità che, secondo 
una superstizione gentilesca, la donna incinta che fosse passata per Porta Venere non poteva 
arrivare alla fine dell’anno. 

Lateralmente sorgono, su massicci dadi di muratura, due belle Torri dodecagone, 
costrutte di piccoli e lisci quadrati di pietra lucida, bianca e rossigna, accuratamente com- 
messi, le quali, per essere concatenate alle case adiacenti, si doni tuttavia in buono 
stato. Su sei lati, alternativamente, s’apre, all’altezza dell’attico della Porta, un elegante 
finestrino a pieno arco, con cunei rincassati. La loro altezza originaria non si può accertare; 
certo è però che, essendo scamozzate, gli odierni tetti piani hanno sostituito un antico 
finimento, diversamente ricostruito dall’ Orsini e dal Serlio; a tempo del quale dentro queste 
torri v'era una scala a chiocciola, molto ben fatta e molto antica. Le differenze architettoniche 
mostrano che furono aggiunte, assai posteriormente, alla Porta; quantunque leghino con 
essa molto bene, essendo state erette, come dice l’Orsini, per accrescerne la bellezza e nobi- 
litarne l’uso. Egli però erroneamente le credeva romane; mentre pel Laspeyres sarebbero 
state forse costrutte ne’ tempi burrascosi delle invasioni barbariche, se non anche più tardi, 
potendovisi notare una grande analogia con quelle a sedici lati del così detto Palazzo delle 
Torri a Torino, che fiancheggiano la fronte d’un corpo centrale, piuttosto allungato, e che 
il Krieg von Hochfelden, nella sua opera sull’architettura militare del medio evo, assegna 
al secolo IX. 

Congiunto alla torre di destra, nell’interno del paese, esiste tuttora uno stanzone di grossi 
muri, detto, come nota anche il Serlio, la Prigione d’ Orlando, perchè secondo la tradizione, 
passando a Spello il famoso Paladino, vi sarebbe stato rinchiuso da alcuni popolani; finchè, 
saputosi chi era, gli Spellani lo presero per protettore, e molti l'avrebbero segufto e sarebbero 
morti con lui a Roncisvalle. — Dall’altra torre si diramava, come si vede da parecchi avanzi, 
un altro tratto dell’antica cinta, che, salendo per l’erta, si ricongiungeva con l’Arce, situata 
sul punto più alto del colle; il cui fianco è squarciato da tredici grotte manufatte, d’epoca 
incerta, ma, secondo il Guardabassi, assai vicina alla preistorica; una delle quali, verso set- 
tentrione, comunicava appunto con la fortezza. 

Dall’altra parte del paese è scomparso quasi ogni avanzo di mura romane, essendosi 
aggiunte alle ingiurie del tempo quelle, spesso peggiori, degli uomini; poichè da questa parte 
fece più danni l’assedio dell’Orange; da questa parte, in vista di Foligno ch’era ‘nelle grazie 
del papa, dove esser maggiore lo smantellamento di cui ho già fatto parola; da questa parte 
fu demolito nel 1864 un bel tratto di mura, ugualissimo a quello, già descritto, dinanzi 
a San Ventura. Dagli avanzi di questa cinta si desume chiaramente l’antica topografia di 
Spello, che dalle sue origini, o almeno dai tempi imperiali, ha sempre avuto la stessa esten- 
sione. Questo, contro l’opinione di parecchi, ho sempre creduto per molteplici osservazioni, 
e questo vedo confermato dal Laspeyres, quantunque io non accetti tutto quello ch’egli n’ ha 
prolissamente scritto, anche sotto l’aspetto strategico, dopo un’affrettata ispezione. 

E ora, sull’estremo lato meridionale, eccoci dinanzi alla Porta Consolare, costrutta a 
tre ingressi, con grandi massi squadrati, e interrata oltre due metri per l'innalzamento del 


374 GIULIO URBINI 








suolo, che rese inaccessibili gli archi laterali, più piccoli, i quali perciò furono chiusi. Il 
centrale, senz’altro ornamento che una cornice nell’estradosso, ora quasi affatto caduta, ne 
rimase tanto sproporzionato, che bisognò rimediarvi alla meglio con un riporto interno di 
circa cinquanta centimetri, a quadroni di travertino con cimasa, che pare del quattrocento. — 
Sopra questa Porta, che doveva esser fiancheggiata da due torri, sono state collocate tre 
Statue marmoree del basso impero, ma di buono stile. Quella in mezzo figura una matrona; 
le altre due, credute consolari, hanno dato il nome alla Porta e al primo tratto della via 
principale. Trovo che sarebbero state scavate ne’ pressi di Porta Venere ed erette a quel 
Marco Granio e a quel Sesto Lollio, duunviri della Colonia Giulia, che fecero fare, come s'è visto, 
la statua di Venere; ma, secondo una più attendibile notizia, sarebbero state in origine su due 
basamenti scavati presso l’A nfiteatro, sullo scorcio del cinquecento; le cui iscrizioni sono riportate 
dal Bormann sotto i numeri 5270 e 5283; nel qual caso si tratterebbe invece d’una casta 
nonchè chiarissima e munificente Licinia Vittorina e d’ un Caio Matrinio Aurelio Antonino, 
«uomo perfettissimo », insignito di molte dignità, tra cui quella di pontefice della gente flavia, 
e benemerito della Colonia, soprattutto pei divertimenti teatrali che le procurò. 


II. 


Nell’interno del paese incontriamo subito a sinistra l’oscura Via del Tempio di Diana, 
per il quale però bisogna contentarsi d’ un semplice ricordo archeologico, derivato dai perduti 
Annali Oloriniani, dov’era notato che nella casa di Paolo Stradiotti, vicino alla Porta Urbana, 
sarebbero stati trovati i resti d’un tempietto, dinanzi alla cuì ara si vedeva scolpito un cac- 
ciatore con un’asta e una pelle di cerva e questi esametri: MVNERE . TE . HOC. DONO . LA- 
TONIA . SANCTA . VIRAGO || CORNIGERAM . CEPI. VIRTVTE . ET. LAVDE . POTITVS$ || 
EXVVIEISQVE.EIVS. TEMPLVM. TVVM.DECORAVI. A un simulacro della dea doveva 
poi probabilmente appartenere l'iscrizione [DJIANAE. SER[vatric: 2], che si vede in marmo 
giallogno nella casa n. 12 (già degli Olorini), in capo a via Garibaldi. 

E giacchè non può allettarci a salire la ripida Via di Sant'Angelo qualche mal ridotto 
affresco nel vecchio Oratorio della Povera Vita, nè possiamo più fermarci a vedere, in capo al 
primo tratto della Via Consolare, una maestosa Fontana di stile semigotico, a tre arcate, in- 
consultamente demolita; seguiteremo la detta via, dove la Casa n. 21 e 23 (8) presenta, sulla 
vecchia facciata medievale, notevoli decorazioni architettoniche dello scorcio del quattrocento, 
o de’ primi del cinquecento. Nel fregio della elegante porta maggiore sono incise queste pa- 
role: SCITE . REGERE. FERRE.IMPERIVM . DOMVM . SERVA TE; in quello della minore le 
sigle P P, e in tutt'e due è scolpito uno stemma che par della famiglia Venanzi, la quale 
nel secolo xIV dette un governatore del Terziere di Porta chiusa, e nel cinquecento, fra altri 
ragguardevoli personaggi, quel mons. Antonio che da Carlo V fu creato conte palatino ed 
ebbe importantissime cariche e grandi privilegi da Leone X e da Clemente VII. Le sei finestre 
hanno cornici di pietra serena, che sarebbero a croce guelfa, se la mancanza del braccio infe- 
riore non le rendesse molto più belle e più comode. 

Più su, a destra, la chiesetta di San Bernardino ci mostra in alto un affresco dello 
scorcio del quattrocento, cioè l’etfige del titolare, staccata dalla vecchia facciata e riattacata 
sulla nuova a stile antico, la cui porta conserva tuttavia le imposte coi semplici ed eleganti, 
ma non troppo fini intagli del quattrocento. La parete di fronte all’ ingresso è decorata con 
affreschi da potersi attribuire a uno dei migliori scolari del Pinturicchio. Il gruppo a sinistra 
rappresenta san Girolamo (o san Bonaventura ?), con porpora cardinalizia e in atto di leggere; 
Maria in seggio, col bambino benedicente (1503), e san Bernardino. Quello a destra san 
Francesco, sant’Anna in seggio e un altro santo, trasformato in san Carlo Borromeo, quando 
questo secondo gruppo fu malamente ritoccato e in parte rifatto nel 1630, com'è segnato a 


LE OPERE D’ARTE DI SPELLO 375 


piè del seggio. Al qual tempo è forse da riferirsi un trascurabile affresco rappresentante la 
Circoncisione, nel centro della parete. | 

Nella Piazzetta di Sant'Angelo la Bottega n. 16 mostra, per varie scrostature dell’into- 
naco, che era tutta dipinta a fresco; e nella parete a destra serba tracce d’una scritta con 
la data 1461. — Nella chiesetta di Sant'Angelo si conserva un quadro a olio, col Transito di 
san Giuseppe, dello spellano Carlo Lamparelli, priore di Santa Maria, morto il 20 luglio 1727. 
L’Orlandi dice che fu allievo e imitatore di Giacinto Brandi; e secondo il De Boni lo pro- 
verebbero i suoi dipinti nella chiesa dello Spirito Santo a Roma. Suo, per non citar altro, 
è anche, come assicurano il Fea, il Bruschelli, lo Chavin de Malan, un grande ovato di 
tela a olio, entrovi l’Assunzione, già nella chiesa superiore di San Francesco in Assisi, sopra 
il trono papale, ma ora saviamente rimosso e collocato, con altri quadri, nel salone de’ mu- 
sici. Questo è il solo pittore spellano di cui si conosca qualche cosa; poichè di m. Tommaso 
di ser Francesco di Conio, da identificarsi con Tommaso Corvo, che trovo ricordato in un 
atto senese del 1506 e tre volte in documenti notarili di Spello, dal 1513 al 1532, non 
si può indicare nessun lavoro; come nessuno ne trovo di quell’abate Dondoli, ricordato dal 
Bragazzi sulla fede del Lanzi e del De Boni, che lo dice nato circa il 1650, aggiungendo 
che « lasciò in patria alcune opere, le quali dimostrano che se avesse avuto miglior fonda- 
mento di disegno, com’ebbe lodevole colorito, sarebbe stato un assai buon pittore ». 

Poco più su, nella chiesa di Santa Maria Maddalena, si può dare un’occhiata a due 
mediocri tele a olio: quella sull’altar maggiore, dello scorcio del secolo XVI, figura la Santa 
titolare, portata in cielo dagli angeli; l’altra, sull’altare a sinistra, con la Nascita di san 
Giovanni, proviene dal monastero intitolato al detto santo, e ha la data 1575. 


* 
* * 


Di fronte c’è la chiesa di Santa Maria Maggiore. Che fosse edificata sulle rovine d’un 
tempio sacro a Giunone e a Vesta, non sarebbe inverosimile; ma è affatto inammissibile 
che ciò seguisse nel primo secolo dell’era volgare, nè saprei se veramente esistesse, sotto 
l’invocazione di Maria, nel 438. Nel 1025 apparteneva ai camaldolesi, se i loro Annali 
dicono il vero; nel 1187 era già collegiata, sotto la protezione di Enrico VI, come da un 
bellissimo diploma del 13 febbraio di quell’anno (c. 1 del Bollario, conservato dal priore); e 
finalmente nel 1285, stando al Passarini, ne fu terminata la fabbrica a spese del conte 
Maccarelli e del Terziere di Porta chiusa. Nel 1644 fu allungata, tagliando una parte della 
casa priorale, che vi fa angolo — sulla cui scala può vedersi un bel capitello romano, 
d’ordine corinzio. — Sull’antico campanile a piramide v'è una campana, dalla cui scritta si 
ricava che fu gettata da maestro Bencivenni di Pisa, a tempo del priore don Giacomo da 
Bevagna, nel M.CC.IX.V (0 M.CC.LX.V?), e un’altra, piccola, del 1442, sulla quale 
scoccano i tocchi dell'orologio. — La facciata, di cui si pose la prima pietra il 17 giu- 
gno 1644, fu ricostruita da un maestro Belardino e da un suo nipote, in gran parte coi 
materiali antichi, tra cui furono conservate anche le due mitre abbaziali scolpite in pietra, 
confermanti l’accennata dipendenza dai monaci di san Romualdo. — Il portale, elegante- 
mente architettato, con frontespizio curvo, molto sporgente, è per quei tempi notevo- 
lissimo nella sua semplicità e bellezza di disegno, ed è rotto, secondo l’uso d’allora, nella 
parte superiore, ove fu adattato un tabernacolo di marmo, dentrovi la statuina dell’As- 
sunta. Incornicia poi tutto il vano della porta e adorna la trabeazione, retta da due co- 
Jonne ioniche, un bel fregio romanico e non, come altri dicono, bisantino, diviso in quattro 
pezzi, con rabeschi e animali a bassorilievo. In quello a destra, che parrebbe di mano 
migliore, due vitelli, unendosi pel collo, terminano con una testa sola, dalla cui bocca esce 
un ramo di agili volute, ciascuna delle quali chiude in mezzo un bel rosone; ma non credo 
che simboleggi, come altri vorrebbe, la virtù e santità prodotta dall’unione del Vecchio e 
del Nuovo Testamento, non trattandosi che de’ soliti ghiribizzi messi a profusione nelle scul- 


376 GIULIO URBINI 


ture ornamentali dal nono al duodecimo secolo. Doveva, credo, decorare l’antica porta; 
e il Faloci Pulignani l’ha attribuito a quei maestri Binello e Rodolfo, architetti e scultori 
facilmente umbri, a cui si devono le chiese di San Michele Arcangelo e di San Silvestro (1195) 
in Bevagna e, secondo un’ipotesi di Adamo Rossi, anche Ja ricca porta di stile cosmatesco 
nel prospetto laterale di San Feliciano (1201) in Foligno. Le imposte sono compartite in otto 
quadri, incorniciati da una bella rabescatura e istoriati con figure di buon intaglio, sebbene 
vi si possa desiderare più finezza. Nel primo specchio di ciascuna ci sono da basso due 
putti, che sostengono una. corona, e negli altri il martirio di santo Stefano e quello di 
san Felice, san Pietro e san Paolo, l’Annunziazione e l’Assunzione. 

Dell’ antico edifizio, che può fissarsi tra l’undecimo e il dodicesimo secolo, pooh tracce 
rimangono, e l’interno fu più volte rimodernato e sopraccarico di tutti quei baroccumi di 
gesso, che tanto piacevano nel secento. Bisogna perciò convenire col Laspeyres che le cattive 
proporzioni, la scarsa luce, le quattro vele a crociera, basse, pesanti, senza nervature, le 
aggiunte fatte con poco gusto all’antica costruzione, producono nel visitatore un’impressione 
disaggradevole; ma, per le preziose opere d’arte che vi sono, si può dire col Gautier che, 
se non si ammira lo scrigno, bisogna pure ammirare le gioie. 

Pare che questa chiesa avesse prima il narthex o portico, con a sana il battistero. 
Il bel Fonte di marmo, con qualche doratura, che ammiriamo appena entrati, fu lavo- 
rato, tra il 1510 e il 1511, da maestro nino di m. Gasparino da Val di Lugano, che 
ebbe in due rate trecento fiorini (compreso il « parapetto »), giusta la stima di m. An- 
drea fiorentino, come si legge nei protocolli di Mariotto di ser Antonio di ser Pascuccio 
Alessi, agli anni suddetti, a pp. 154 v. e 189 v. Ma nel 1649 il capitolo ebbe la pere- 
grina idea di farlo dividere per mezzo, verticalmente, dagli stessi capimaestri che avevano 
ricostruito la facciata; e le due parti furono addossate al muro nei lati dell’ingresso, in 
modo che quella a destra di chi entra serve tuttavia pei battesimi; l’altra per l’olio santo. 
Fortunatamente sono state assicurate alla parete le lastre asportate, e ‘sarebbe perciò fa- 
cilissima la ricomposizione, finora invano consigliata, di questa hell’ opera che meglio si 
ammirerebbe nella sua forma originaria come di gran pisside ottagona, con gli specchi 
adorni di figure ad alto rilievo, rappresentanti i patroni delle chiese già. dipendenti da 
Santa Maria e i titolari delle antiche prebende, cioè santo Stefano, l’Assunta, san Felice, 
san Venanzo, san Pietro, san Paolo, san Teofane. Il lato dov'è il portello pe’ battesimi è 
adorno della simbolica colomba in campo d’oro, e tutti sono divisi da pilastrini a forma 
di balaustri, con qualche fogliame, e sotto a ciascuno di essi c'è una mensolina, e sotto 
ogni specchio un paffuto serafino. Nel 1563 vi fu soprapposta una statuetta del Cristo, 
scolpita da Gian Domenico da Carrara, per trentadue fiorini e ventiquattro bolognini. — 
Andrebbe poi rimesso a suo luogo lo sportello di rame, egregiamente cesellato, che torno 
torno ha un elegante nastro a rabeschi, fissato agli angoli da quattro borchiette, e nel centro 
il Battesimo di Gesù ad alto rilievo. Il Guardabassi l’ha creduto, non senza qualche dubbio, 
dello scorcio del quattrocento; ma perchè non dovrebbe ritenersi di poco posteriore e lavo- 
rato appositamente per questo fonte? 

Dalla culla alla tomba. Voltandoci, attrae subito la nostra attenzione un’Ara funeraria 
romana, di marmo, ornata d’eleganti bassirilievi, la quale con un incavo nella parte supe- 
riore è stata ridotta ‘a uso di pila per l’acqua santa: alta cm. 98; larga, nelle facce prin- 
cipali, cm. ‘46, ne’ fianchi 41. Nella fronte principale v'è un uomo a cavallo, col braccio 
destro alzato come in atto di parlare, e sotto, quest’iscrizione (n. 5287 del Bormann): 
C. TITIENO . GC. F. LEM || FLACCO . SEVIRO || EQVO . PVBLICO . AEDILI. Sopra, in una 
. specie di cimasa, è intagliato un candelabro in mezzo a due grifoni, e agli angoli due teste 
di Medusa. Nei fianchi occupa tutto il campo, dal basamento al cornicione, un lauro con 
uccelli che ne beccano le coccole, e in basso due trampolieri (ibis?), uno dei quali in 
tutt'e due i lati combatte con un serpe attortigliato al tronco; l’altro a destra tiene nel 
becco una lucertola, a sinistra la coda d’un sorcio che gli morde la zampa. Il lato poste- 


SAINTE"? 
Vi da 


ott RISE? 
TTT. 


gd * 





I. MADONNA, ATTRIBUITA AL PINTURICCHIO, IN SANTA MARIA MAGGIORE 


(Da una fotografia degli Alinari) 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2%, Anno II, fasc. V. 


378 GIULIO URBINI 











riore è ornato di un grosso festone con lunghi nastri svolazzanti; sopra al cornicione v'è in 
piccolo una quercia e un cane a sinistra che insegue una lepre fuggente a destra. 

Sopra il primo altare a destra ci sono due tavolette a fondo d’oro, con la Natività di 
Gesù e la Presentazione al tempio (non Circoncisione), appartenenti a un Trittico, di cui bisogna 
cercar qua e là le altre parti. Compie la predella un’altra tavoletta, uguale a queste, ma 
piuttosto deteriorata, che figura l’Adorazione dei Magi e sta in un oratorio contiguo alla 
cappella del Sacramento, sotto una Madonna di cui parlerò. Le fiancate, parimenti a tempera 
e a fondo d’oro, stanno nella nuova sagrestia: in una (mal conservata e con due fessure 





II. L'ANNUNZIAZIONE, DEL PINTURICCHIO, IN SANTA MARIA MAGGIORE 
i i (Da una fotografia degli Alinari) 


per tutta la lunghezza) si vede il Battista e san Niccolò, con la mezza figura dell’Annun- 
ziata sul pinnacolo; nell’altra l’evangelista Giovanni e sant’ Isaia, e in alto la mezza figura 
dell’arcangelo Gabriele. Il Morelli e il Cavalcaselle hanno giudicato tutte queste tavole.del 
secolo XV e dello ‘stesso pittore, che sembra di scuola umbra. — E la tavola centrale? Un 
erudito di cose d’arte, Luigi Carattoli, in certa sua Relazione, allegata negli Atti consiliari 
di Spello (28 luglio 1867), ha lasciato scritto che nel centro c'era una Madonna; che 
cotesta Madonna fu copiata dal Pinturicchio, e che la sua copia è quella stessa Tavola a 
olio, con fondo d’oro, che si vede nel secondo altare a sinistra, in una cornice di stucco 
dorato, sorretta da due angeli, anch’essi molto posteriori. La Madonna, che ha tutta l’aria 
d’una pensosa e malinconica contadinella spellana, sta seduta, tenendo seduto sulle ginocchia 
il nudo bambino benedicente; e il Guardabassi } ha giudicata bell’opera de’ primordi del 
secolo XVI, forse di scuola perugina; il Lermolieff (Morelli), il Cavalcaselle, il Frizzoni 








5 5 
Se 
è 
Li 
“$ , 
bi 
i rd Ù 
Lr 
ì. % 
A 
, VE ho 





III. UN PARTICOLARE DELL’ANNUNZIAZIONE, DEL PINTURICCHIO 


(Da una fotografia degli Alinari) 


Digitized by Google 


380 GIULIO URBINI 
l’assegnano, senz’altro, al Pinturicchio. — Aggiungerò di passata che a questa tavola cor- 
risponde un disegno del Museo di. Francoforte, attribuito a Raffaello, ma dal detto Morelli 
riconosciuto per uno studio di mano del Pinturicchio. — Non so donde il Carattoli togliesse 
la sua notizia, nè che conto se ne possa fare: osservo però che sbaglia, assegnando la pre- 
sunta copia al 1521, giacchè il Pinturicchio era morto otto anni prima; che questa Madonna 
è a due terzi di figura, mentre i santi delle fiancate sono a figura intera; che esso Pintu- 
ricchio l’avrebbe ritratta molto a suo modo, poichè non ha da far nulla con la maniera 
delle altre tavole, e che solo indizio di più antico esemplare potrebb’essere la forma del trono 
e la salutazione angelica, scritta nell’aureola a caratteri semigotici. — Comunque, bisogne- 
rebbe rimettere insieme quel che rimane di questo trittico. i 

Il maggior tesoro di questa ricca chiesa è la Cappella Baglioni, tutta dipinta dal Pintu- 
ricchio. Ciascuno dei grandi affreschi delle tre pareti è compreso in ùno scompartimento 
architettonico, formato da un’arcata con modanature e formelle a rosoni, che posa su due 
pilastri elegantemente rabescati. A sinistra è rappresentata l’Annunziazione, nei grandiosi 
portici d’un suntuoso edifizio isodomo, con pilastri adorni di fregi e grottesche a candeliere 
e con un pavimento di marmi colorati. La Vergine, dai lineamenti regolari, dai grandi 
occhi verecondamente abbassati, dalla bocca soave, dalla persona se non di perfette propor- 
zioni pure molto attraente nell’abito rosso sotto il manto azzurro, ripreso sulla vita, sta in 
piedi, dinanzi a un alto leggio, dov'è un libro aperto su cui ella posa la destra in atto 
devoto, mentre solleva la sinistra come per esprimere una dolce maraviglia. Sembra proprio 
che risponda ecce ancilla De? al biondo arcangelo Gabriele (un nobile perfezionamento dei 
tipi del Bonfigli e di Fiorenzo), che, con un ginocchio a terra e il giglio nella sinistra, le 
espone il suo arcano messaggio. In alto, tra le nubi e una gloria di serafini, Dio benedicente 
irradia la luce del suo amore, per cui scende la mistica colomba, sopra l’ Eletta. Egli ha il 
volto lungo e profilato, radi capelli spioventi e una delicata espressione, onde 8° è rassomi- 
gliato a una gentile creazione dell’Alunno. In fondo, due aiuole d’ un giardino, ricinto da 
una balaustrata con arco d’ingresso, dietro a cui si gode un esteso e vario paesaggio, con 
amene colline e una città e molte piccole figure di viandanti a piedi e a cavallo. Nel primo 
pilastro a destra si vede la data 1501, e poc'appresso una finestra con un’ inferriata e un vaso 
in cui è dipinto uno stemma, che non trova riscontro fra quelli delle famiglie spellane, raccolti 
dal Passarini. Più giù, un palchettino con dei libri e un vasetto e un candeliere acceso, il quale 
non basta ad accreditar l’ ipotesi del Di Costanzo, che il pittore, per l’oscurità della cappella, 
dovesse servirsi d’un lume, poichè questi stessi oggetti si trovano anche in altre Annunziazioni. 
Sotto è appeso, come per ornamento della parete, il ritratto del pittore, in una cornice dorata, 
con la scritta: BERNARDINVS]|| PICTORICIVS || PERVSINVS e le insegne dell’arte; ma 
non credo col Dandolo che vi sia posto per devozione, piuttosto che per vanità o per bizzarria, 
o per imitare, come in altri accessori, Pietro Perugino, parimenti ritrattosi nella famosa sala 
del Cambio a Perugia. Il Pinturicchio, come dice questo nomignolo, vi si vede pallido, sparuto, 
sofferente, coi capelli a zazzera, l'occhio piccolo, infossato, il naso largo e all'insù, le gote 
solcate da poche ma profonde rughe, il labbro superiore corto, l’ inferiore piuttosto tumido, 
il mento lungo e non ben raso: ritratto, secondo il Layard, quasi veneziano nella profondità 
del tono. — Quest’'armonica composizione, essenzialmente umbra nella sua maniera piuttosto 
convenzionale, che il Crowe e il Cavalcaselle giudicano accuratamente lavorata e splendi- 
damente colorita, manifesta, secondo il Selvatico, un artista d’infinita pratica, di grande 
sapere e tale che, per camminar sicuro, non aveva punto bisogno, contro quanto s'è voluto 
spacciare, dell’aiuto di Raffaello, che allora studiava a Perugia, giovinetto di diciott’anni. 

Nella parete centrale l’ Epifania, a giudizio di autorevoli critici, non raggiunge un 
completo effetto. Nel mezzo sta composto in poveri panni, sopra un fastello di strame, il 
grazioso pargolo, che tende le manine alla madre, ed è vegliato da due belli angeli, uno 
de’ quali tiene un pannolino dov'è profeticamente impressa una croce. La Madonna, a mani 
giunte, inginocchiata anch'essa sul terreno erboso, è di divina bellezza nei puri lineamenti, 





IV. UN PARTICOLARE DELL’EPIFANIA, DEL PINTURICCHIO, IN SANTA MARIA MAGGIORE 
(Da una fotografia degli Alinari) 


382 | i GIULIO URBINI 





nella soave espressione del viso, nell’atteggiamento d’umile e devota compiacenza. Vicino a 
lei san Giuseppe, in piedi, in atto di dolce maraviglia; dietro, la solita capanna, cioè un 
edifizio in parte rovinato, con pilastri rabescati e il tetto conico a cavalletti, su cui posa 
un pavone; di fuori la mangiatoia col bue e l’asinello, e per terra un basto, un sacco, una 
borraccia. Dall’altra parte un curioso gruppo di pastori, ai quali, come osserva anche il Layard, 
l’artista ha tentato di conferire espressione naturale e individualità di carattere: il primo sta 
in adorazione; il secondo reca un canestro d’uova e torce la bruttissima faccia di vecchio, stra- 
buzzando gli occhi, come se ascoltasse qualche parola di scherno del suo vicino, il quale, 
dietro, lo addita sorridendo a un giovinetto che trascina violentemente una capra. A questa 
rustica scena, un po’ troppo sparpagliata, fanno contrasto, più indietro, gli sfarzosi gruppi dei 
re magi e del loro numeroso corteggio, guidati dalla stella prodigiosa. Di lontano, giù per 
balze scoscese, s’avanza un drappello di cavalieri con armi e bandiere: uno scudiero ha sulla 
targa lo stemma dei Baglioni; e il cavaliere, accompagnato da un falconiere, esso pure a 
cavallo, non potrebb’essere proprio un Baglioni? Non potrebb’essere Giampaolo, allora nel 
pieno splendore della sua gloria? Più su, la prospettiva di Betlemme, e per tutta l’ampiezza 
della parete un paesaggio con monti e colline e variata giocondità d’alberi, d'acque, di 
verzure, e contadini e viandanti, chi a piedi, chi a cavallo, chi sopra un cammello, con 
quella vivace minutezza, quasi fiamminga, di esecuzione, in lui notata dal Vasari e dal 
La Fenestre. In alto, su le nuvole, un gruppo gentile di dieci angeli, due de’ quali reggenti 
uno svolazzo con la gloria. | 

Nella parete a destra ammiriamo la Disputa coi dottori, scena ricca pur essa di belle 
figure, ripartite in due piani, di buona prospettiva. Nel centro del primo, Gesù fanciullo, 
vestito d’una tunica e d’un ampio manto ricadente a terra, dignitosamente e modestamente 
composto, spiega le sue dottrine ai numerosi ascoltatori che gli stanno ai lati in due ben 
distinti gruppi, con naturale varietà di atteggiamenti e di fisonomie, secondo il diverso effetto 
che, come ben nota il Layard, le sue parole producono in ciascuno di loro. A destra san 
Giuseppe, d’aspetto avvizzito, lo addita alla Madonna, la quale, trattenendo lo sposo per la 
cintola da lui portata all’antica maniera ebraica, sembra lo persuada a lasciare che Gesù 
seguiti Ja sua disputa con un vecchio dottore che si vede di scorcio dalla parte delle spalle. 
In mezzo al gruppetto che sta dietro al santo, un uomo magro, dal naso aquilino e dalla 
barba a punta, vestito di grigio, con un curioso berretto, tiene un rotolo di carta in cui 
è scritto Pintorichio. Da certe fogge di vesti, di tiare, di turbanti e d’altre strane coper- 
ture del capo si vede che il pittore ha voluto rappresentare costumi orientali, non senza 
mescolanza con quelli de’ suoi giorni, come ‘in una vecchia col capo velato e una borsa 
appesa alla cintola. L’ultima figura a sinistra, un uomo sulla cinquantina, con le labbra 
contratte ad un ambiguo sorriso, con una zimarra paonazza, un zucchetto da ecclesiastico 
e un fazzoletto bianco nella sinistra, al Vermiglioli sembrava, quasi con certezza, Troilo 
Baglioni, soldato e priore di Santa Maria, che probabilmente commise quest'opera al Pin- 
turicchio, il quale l’avrebbe vestito così, perchè era protonotario apostolico e fu creato 
vescovo di Perugia il 6 marzo 1501. Vicino a lui c'è un chierico con una borsa in mano, 
forse per meglio esprimere che le pitture si facevano a spese del Baglioni. Alcuni filosofanti 
tengono libri aperti e chiusi: altri libri son gittati alla rinfusa sul pavimento di marmi 
colorati, forse per indicare che il Salvatore era venuto a togliere la legge antica, o per 
manifestare la confusione di quei dottori, che non sapevano più che rispondere al maravi- 
glioso fanciullo. Il secondo piano presenta delle piccole figure, tra cui alcuni poveri e uno 
storpio con le stampelle, sull’ampia gradinata di un tempio, arieggiante l’ordine corinzio e 
con una gran cupola poligonale, che signoreggia nel mezzo tra severe linee dì paese, trattato 
nella solita maniera convenzionale, con alberi veramente troppo grandi e una rocca sulla 
cima d’un monte e un naviglio in lontananza. Il tempio è sembrato goffo (plumper) allo 
Schmarsow, pel quale tanto questo, come la debole variazione fattane in Roma, a Santa Maria 
in Araceli, e altre decorazioni architettoniche, nonchè le stesse copie d’edifizi reali, usate dal 


LE OPERE D'ARTE DI SPELLO 383 





Pinturicchio ne’ suoi affreschi, dimostrerebbero che gli mancava il sentimento dell’architet- 
tura (come, secondo il Passavant, gli sarebbe anche mancata l’abilità di riempire i grandi 
spazi e di armonizzare ]e parti d’una composizione). Nelle due nicchie laterali vi sono i 
simulacri dell'Abbondanza con la cornucopia e di Minerva con lo scudo posato a terra. 
In questa taluno ha voluto veder simboleggiata la falsa sapienza; nell’altra la dottrina del 
Redentore, feconda di bene: altri invece ha creduto che, siccome il tempio di Gerusalemme 
fu edificato da Salomone, quelli siano gli emblemi della sua sapienza e della sua ricchezza 
(mescolanza di mitologico e di cristiano che era nello spirito del rinascimento) Quando il 





V. UN PARTICOLARE DELLA DISPUTA, DEL PINTURICCHIO, IN SANTA MARIA MAGGIORE 


(Da una fotografia degli Alinari) 


l’inturiechio ha voluto metter borchie nei libri e orecchini e altri ornamenti d’oro, ha ap- 
piccicato sul muro delle pastiglie dorate a mordente, « il che è cosa gotfissima nella pittura », 
come osserva il Vasari. i 

Le quattro vele della volta a crociera sono spartite da larghe fasce diagonali, ornate di 
belle grottesche su fondo d’oro. In ogni vela, a fondo azzurro, una Sibilla sfarzosamente 
vestita siede in trono, fra due marmi in cui si leggono dei motti scritturali. La Tibur- 
tina tiene nella destra un libro aperto, e gestisce con la sinistra; l’ Eritrea scrive in un 
libro posato sulle ginocchia; 1 Europea (che non credo ricordata dagli antichi) prega a 
mani giunte; la Samia posa il braccio destro sur un libro chiuso, e col gesto della sinistra 
par che accompagni il dolce vaticinio della pace e della felicità dei secoli venturi. 

Queste pitture si sono lentamente ammuffite e in alcuni punti otfuscate per l’umidità 
che v'era prima in questa cappella; e i colori qua e là sono smontati o caduti affatto. 


è 


384 GIULIO URBINI beni 





A questi danni si aggiunsero malintesi restauri, per le cui spese trovo che nella seduta 
consiliare del 23 settembre 1823 fu approvata un'imposta di dieci baiocchi su ogni calde- 
rello d’olio, per due anni. Il Vasari, niente benevolo al Pinturicchio, non parlò affatto 
di questi affreschi, di cui non si trova verbo neppure nel Baldinucci, nel Pascoli, nel Ticozzi. 
Meschini cenni ne dettero il Donnola, il Mariotti, l’Orsini; il Lanzi neppur vide la data, 
se potè ritenerli posteriori a quelli di Siena. Giambattista Mariani nel 1818 li disegnò, e 
Bartolomeo Pinelli l’incise mediocremente a contorno in quattro tavole. Più tardi il Layard 
vi scrisse su, con molte. lodi, un opuscolo di sedici pagine per l’ Arunde! Society, che ne 





©. VI. LA SIBILLA ERITREA, DEL PINTURICCHIO, IN SANTA MARIA MAGGIORE 
(Da una fotografia degli Alinari) 


dette le riproduzioni cromolitografiche, e il Burckhardt dice che in essi l’artista si abban- 
donò alla sua fantasia, creando, fra molti tratti convenzionali e di mestiere, alcune figure 
di una grazia squisita. Quando Bernardino li cominciasse e quanto gli fossero pagati, non 
si sa; poichè nell’archivio capitolare, diligentemente rovistato dal Vermiglioli e da Adamo 
Rossi, non se ne trova ricordo. Probabilmente, per la sua molta sollecitudine, li cominciò 
e finì nello stesso anno, facendovi forse lavorare, al solito, scolari ed assistenti; seppur non 
ci mise mano nel 1500, quando il Vannucci finiva la Sala del Cambio, come supponeva il 
Vermiglioli. E finirò col giudizio del Selvatico, che li trovò insigni pel disegno, pel colorito, 
per la tecnica del pennelleggiare, per la fermezza del segno, per la perizia della modellatura, 
per la pratica dell’affresco; ritenendoli molto superiori a quelli di Siena, anzi le pitture 
murali più perfette dopo la Disputa del Sacramento, se non anche l’esemplare in cui Raffaello 
s’atfissò per eseguire quello che egli dice «il più eletto affresco del mondo ». 


LE OPERE D’ARTE DI PELO 385 


- — °° _——_—»_y _———T ———_—*—_-———_——6_—__t e — ————_"T —: -— 








I due ultimi altari della navata, lavorati a stucco nel 1592 da m. Lorenzo Zaccaroni di 
Sant'Anatolia, contengono due tele a olio: quella a sinistra, col Martirio di sant’'Apollonia, 
fu dipinta nel 1595, per quarantacinque scudi, da Riccardo Ripanello d’Urbino (come da 
sua ricevuta nel Camarlingato di don Pier Luca Quagliati); l’altra dirimpetto figura san 
Francesco che riceve le stimate, e la dipinse, come ricorda il Cristofani, uno scolare del 
Lanfranco, singolarmente lodato dal Lanzi, l’assisano Giacomo di Vincenzo Giorgetti, che 
nell’angolo inferiore, a sinistra, vi si è ritratto a mani giunte; e, siccome vi appare piut- 
tosto anziano, suppongo che debba averla eseguita circa il 1652, quando appunto fu fondata 


2. —-— —— T€—___€€& - - — -— —— ————m_ _——_ —_ 





La 
MELI 
ur, € 


ua da 


ereyrrrerereyry: we. 


tnt 


T] 
ted 
RAI Dime 
[y° ere siria xe _- È 
' " 
ì i e 


i 


RR ln rain 


(la ros tpustisa fit 
enni 7 » 
Po 3 
ua 


VIZI 


_ A 


1 


- mea ;-f 


VII. PULPITO, DI SIMONE DA CAMPIONE, IN SANTA MARIA MAGGIORE 


(Da una fotografia degli Alinari) 


e dotata la cappellania delle stimate (v. Bollario, 59), cioè più di vent'anni dopo l’altra, 
che la ricorda molto, nella basilica di Santa Maria degli Angeli, sull’altare della cappella 
delle stimate. 

Il Pulpito, di pietra arenaria di finissima grana e di tinta grigia con qualche tono 
«iallognolo, posa sopra un mensolone semicircolare, retto da un bellissimo, gigantesco ma- 
scherone, inghirlandato di fronde e di fiori. Contro chi ha detto che v'è stata soprapposta 
una brutta opera moderna, il Laspeyres encomia la vaghezza dei profili e il disegno « ori- 
ginale, interessante, stupendo » del parapetto, che si risolve in sette piccole superfici curvi- 
linee, spartite da pilastrini ionici striati. I tre specchi di mezzo hanno intagli di gusto squi- 
sito, ma gli altri restano in certe parti quasi grossolani. Dallo stemma intagliato nel mezzo, e 
più dalla scritta lungo il fregio, si ricava che fu fatto a spese della moglie di Valentino 


Archivio storico dell’ Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. V. y 


386 GIULIO URBINI 


Venanzi, avendovi i canonici impiegati, con dispensa, i novantasei fiorini che, con testa- 
mento rogato da ser Mariotto Alessi nel 1544, essa aveva lasciati perchè si dipingesse un 
san Giovanni. E addì 27 maggio 1545 « Simone fiorentino detto il Mosca », chiamato dal 
capitolo a collaudare questo pergamo di Simone da Campione, lo stimò centotrenta- 
cinque scudi, come si legge in un suo autografo, inserito nel libro d’amministrazione di 
don Pietro d’ Ercolano Ugolini, a c. 42. | | 

Dinanzi all’abside, rilevata d’ un gradino, s'erge una magnifica Tribuna, come la chiama 
il Guardabassi, o tabernacolo, secondo il Burckhardt e altri, o ciborio al dir de’ committenti 
e dell'autore, Rocco da Vicenza; cioè una cupola che, retta da quattro colonne, protegge tutto 
l’altar maggiore. È di caciolfa, pietra di finissima vrana, molto tenera appena cavata e che, 
molto più di quanto credeva il Laspeyres, deve al tempo, alla polvere, al fumo dei ceri e degli 
incensi la sua gradevole tinta grigia scura, assai calda. Sugli angoli del secondo gradino 
dell’altare posano quattro eleganti piedistalli, svariatamente adorni, massime d’arredi litur- 
gici, a sostegno d’altrettante slanciate colonne corinzie di perfette proporzioni e con aggra- 
ziata entasi a quasi un terzo dell’altezza, ove son cinte da una fascia rabescata, dopo la 
quale si vanno a poco a poco restremando fino a un diametro minore di quello dell’imoscapo 
che è di mm. 258. Le colonne, tutto compreso, sono alte tre metri; gl’intercolonni misurano, 
m. 3.77 da un asse all’altro, e dalla fascia in su, due sono foltamente corolitiche con un 
motivo preso dalla parte superiore dell’ara romana, già descritta; le altre ornate di fogliami 
più largamente girati e sotto tutte agghindate di vezzi, di nastri, di figurette, di nappine, 
d’oggetti e d’istrumenti liturgici e d’un bucranio con due serpi che, attortigliatagli la coda 
nelle corna ed entrati per le occhiaie, gli escono dalla bocca, proprio come in una grot- 
tesca del Pinturicchio nella cappella Baglioni. Sui capitelli, anch'essi capricciosamente sva- 
riati di foglie, di vilucchi, di mascheroncini, di teste d’ariete, e con tracce delle primitive 
dorature, poggiano, a sostegno del cornicione, quattro archi semicircolari, legati dappiedi 
con chiavi di ferro, e contornati di conchiglie, di rosoni, di fiori, di leggieri fogliami e d'altri 
piccoli intagli. Lungo il fregio si legge, in belle e grandi lettere, che questa Tribuna fu 
eretta, pel culto divino e per ornamento della chiesa, nel 1515. Sopra un basso tamburo, 
traforato da una corona d’occhi ellittici, in numero di ventuno, è voltata un’ardita cupola 
semisferica, divisata a lacunari, in sette zone, ciascuna delle quali ne contiene ventiquattro, e 
nell'interno tutta piena di rosoni, di serafini e d’altri ornamenti, con la Madonna e il par- 
golo su nel centro, come in una gloria. Qui però il lavoro di scalpello è men fino, e può 
darsi che sia stato attidato a quel Geronimo, lavorante di Rocco, ricordato nella penultima 
delle ricevute che citerò tra poco. Il Laspeyres, parlando a lungo di questo gioiello d’arte 
ornamentale, fa solo- un lieve appunto sull’inclinazione dei peducci tra gli archi, sotto al 
tamburo, che gli par soverchia, sebbene per la poca luce non dia molto nell’occhio; ma 
del resto non ha che parole d’ammirazione per la rara bellezza dell'invenzione architet- 
tonica, consistente soprattutto nella scelta delle più graziose proporzioni, nel taglio netto 
dei profili in qualche parte gagliardamente sporgenti (come la cimasa dei piedistalli e l’abaco 
dei capitelli); negli ornamenti suntuosi, accurati, fini per disegno e per esecuzione; nella 
forza ben calcolata dei rilievi; nella maestrevole scioltezza onde seppe colmare gli spazi e 
nei magici effetti d’ombre, specialmente per le molte gole che verso il basso terminano 
con un quarto di cerchio. Il primo documento d’archivio è una ricevuta olografa di Rocco, 
in data del 7 dicembre 1512, a c. 43 del Camarlingato di don Pietro d’ Ercolano Ugolini, 
pel 1495-1520, con la quale dichiara d’aver ricevuto due fiorini per caparra e parte di 
pagamento; e v'è richiamato il contratto, pur di sua mano, che dovrebb’essere molto im- 
portante, ma che il compianto Adamo Rossi ed io abbiamo ricercato invano più volte. 
Quell’anno ebbe per acconto, in tre rate, 23 fiorini e 18 holognini; nel 1513, in dodici volte, 
140 fiorini, 5 ducati d’oro e 22 bologniui, parte in moneta, parte in grano, che allora co- 
stava due fiorini la soma; dal 21 novembre 1515 al 27 marzo 1516, in cinque volte, 30 fio- 
rini e 20 danari, come da altre ricevute olovrafe, in cui egli si firma « scalpellino! » In 


- ni slo 
- : Uso, aree 18] 4 I° - 
- LR dele” e tra FER { x L 4 
34 lato pie a nizza hd ag wr 9 
a °F, > EDI: - x 4 i edi 


imma 


ta ci Fys 
è 
NR 


[de o - 
Stocco 
- i) 
n , 4 a Pa $ i 


alain 


- nt 


»' 
2 


: don 
Dax 

> did 
: 2 5 

4 ù p 
“ . 


+ 
Ita do 


d';1 e; 


i 


par 
dl To 
" 


CVLT 


___ 
PIPPI 


ei n 
dig sa 


Fay, I 


x , 


ide zie manna n 


"pr 


o 


hl 
DA 
| reni 40% 1, 


so 4%, 
caà SI : 
O 


ile 
pren 21307 
oi RI ZIO RA 


pa 


de < 


Re hand 
- © 1bb 


£,° gr Mero 79,0 


‘ 


e 
RETTE 


sr 

TA 

» ee Di 
n dea © 








(Da una fotografia degli Alinari) 


VIII. TRIBUNA, DI ROCCO DA VICENZA, IN SANTA MARIA MAGGIORE 


388 GIULIO URBINI 

tutto fu pagata 670 fiorini da 40 bolognini, conforme al lodo pronunziato il 29 ottobre 1516 
‘per conto di Rocco da maestro Giovan Pietro, alias Cione, da Val di Lugano, dipendente 
allora dalla diocesi di Como, e per parte del capitolo dal celebre Michele di Giovanni San- 
micheli, allora capomaestro della facciata del Duomo d’Orvieto, che il notaio ha inavver- 
titamente chiamato con nome diverso da quello che egli si dà in principio dell’atto (Archivio 
notarile di Spello: rogito di Mariotto di ser Antonio di ser Pascuccio Alessi, nei proto- 
colli del 1516, a cc. 175 e 176). — Le otto belle teste di profeti, che sporgono ad alto e forse 
troppo forte rilievo da altrettanti tondi, negli angoli mistilinei degli archi, sono di terra cotta, 
e non Je ha modellate -Rocco, come si è creduto comunemente, ma vi furono aggiunte 
nel 1562 da maestro Gian Domenico da Carrara, ad imitazione di quelle del tabernacolo 
del sacramento, da lui scolpito, come si ricava dal Camarlingato di don Bartolomeo Corim- 
bona e don Sebastiano di Girolamo Petrilli (a c. 161). — Non ho trovato in che anno fosse 
sconciamente soprapposto alla cupola un grossolano tabernacolo di legno, entrovi una sta- 
tuetta della Madonna, che poco fa è stato rimosso, sebbene non sia pienamente accertato 
da qual altro finimento debba essere sostituito. Una copia a tarsia di questa Tribuna, fatta 
nove anni dopo nel quinto specchio di un grande armadio ch’è nella sagrestia di San Lo- 
renzo, ha per finimento una palla; ma siccome altre quattro ve ne sarebbero anche sopra 
gli angoli del cornicione, di cui manca ogni traccia, si potrebbe dubitare della sua esat- 
tezza, cui del resto non ci sarebbe da muovere altro appunto. Ad ogni modo, escludendo 
la palla, parrebbe che v’andasse soprapposto, a sostegno della croce, una specie di balau- 
strino di squisito magistero e indubitatamente di mano del Vicentino, già conservato in un 
armadio della sagrestia, senza che si sapesse con certezza a qual uso fosse destinato ; giacchè 
non parrebbe che fosse stato fatto per mettervi la preziosa croce capitolare di Paolo Vanni, 
come scrive il Gsell Fels e qualcun altro. Il grosso blocco di pietra, che forma il vertice 
della cupola, è affatto grezzo, e v'è solo un gancio di ferro, che probabilmente servì a 
tirarlo su; nè vi si scorge traccia d’incavo o d’altro, donde possa dedursi con certezza che 
vi fosse fissato il detto vaso, a meno che il gancio non avesse potuto servire anche a ciò. 
Messo su provvisoriamente e alla grossa, per osservarne l’effetto, a giudizio di parecchi, tra 
cui basti notare il Sacconi e il Maccagnani, vi si addice benissimo; e che veramente Rocco 
l'abbia fatto a tal uso, lo darebbe anche a credere il confronto di questo col minuto fini- 
mento che ha la cupola della chiesa di Mongiovino, altra opera superbamente bella del grande 
artista di Vicenza. 

Questa Tribuna, che qualcuno crede il capolavoro di Rocco, in origine aveva due soli 
gradini: ciò si legge in documenti d’archivio; ciò si vede nella copia a tarsia già ricor- 
data; ciò provano senz’ altro gl’imbasamenti delle colonne. Nel terzo gradino, male ag- 
giunto, forse per ragioni liturgiche (e probabilmente dopo il Concilio di Trento), v'è, 
torno torno all’altare, un pavimento a mattoni di terra cotta invetriata, che, quando sono 
interi, misurano centimetri 18 !/, in quadro, con rabeschi di smaglianti colori, onde meglio 
risalta la vaghezza dei disegni: qui, su fondo azzurro, fregi bianchi e intrecci di fogliami 
e di nastri bianchi e gialli; là campi bianchi alternativamente adorni di mascheroncini, 
di grifoni, di grottesche, di fogliami, di fiori e di molte altre belle e capricciose fantasie, 
in cui si combinano, con vivace armonia, tinte caffè e azzurre e verdi e gialle di vari 
toni. Dietro l’altare vi si legge: 1566 F. D., cioè fabbrica, non frate, di Deruta, poichè 
gl’ intendenti s'accordano nel ritenere di poco pregio le maioliche con la firma di esso frate. 
Ai lati dell’altare i mattoncelli, per l’attrito de’ piedi, hanno quasi perduta l’invetriatura: 
gli altri, riparati dalle predelle, si conservano tuttavia in buono stato; ma chi li esamini 
a uno a uno, con attenzione, si maraviglierà del loro strano disordine e più della scritta 
a belle lettere turchine (alte cm. 9 */,), che gira attorno al pavimento in una fascia bianca, 
guarnita di una doppia riga azzurra e verde. Sul lato anteriore si legge, nella scorretta 
grafia che qui mantengo: INGREDERIS .QVICVMQVESACRVMPENFTRAL"SALVTIS; a 
destra: SIQVAESTCVR*T[VAEV]ENE[R]})A REETPRONVSADORA- VI[R]G*; verso il coro:NS. 


LE OPERE D’ARTE DI SPELLO 389 





INTACTE:-PVERVMNANQVEHOSTIA ‘ TANT'NOMINIS ET-MER; nell’ultimo lato: ITIC" 
MTOS: A: MORTE: REDEM'T: MORTESVAPOPVL'S-L*XANS. Qui il senso resta stroncato; 
ma, siccome nell'agosto del 1893 fu demolito un accoltellato che rivestiva l’altare per ingran- 
dirlo, si sono scoperte altre ambrogette appiastricciate su tre lati dello zoccolo, parte con fregi, 
parte con quest'altro brano d'iscrizione: ESTIA - REGNA, che non basterebbe a compire 
il senso, se dietro l’altare non si trovassero bruttamente incastrati tra i rabeschi due altri 





? A À / , k i 
( << 
—a v 


ev Ja x lv 


- 


et Lage 
ES = N 


t ” GN”: | / 4 L 7 
ì È (OM 3g, 
pie 





. f : 
ì | 
fe : © 
4 
n re a ; 
4 : 
. 
— rd culo 
a 


Ab — Te Mi Edi 
ERRO 
(PEN dI Gf \ AG “ide 


À mà È la at il 9) , F y 
PO)Y - COW 9A d, NU 
LO! (= er no 
» sanre # * È S- 5° A, dA ÙÌ 


Mu 





]X. UN PARTICOLARE DEL PAVIMENTO DI MAIOLICA DELLA FABBRICA DI DERUTA 
in Santa Marra Maggiore 


(Da una fotografia degli Alinari) 


frammenti che, riuniti, formerebbero CE, e se un’altra L non fosse stata trovata dal defunto 
prior Pacchi, onde possono ricostruirsi questi esametri: 

Ingrederis quicumque sacrum penetrale, salutis 

siqua est cura tuae, venerare et pronus adora 

Virginis intactae Puerum, namque hostia tanti 

nominis et meriti cunctos a morte redemit 

morte sua, populis larans crelestia regna. 


Vada pure il contesto, che però non si riferisce al luogo dove ora si trova: ma è pre- 
sumibile, in ogni modo, che da principio i rabeschi e la scritta stessero proprio così? E si 
badi che li mise in opera il maiolicaro stesso, come si levge nell’archivio capitolare, in un 
libro acefalo d’amministrazione pel 1566, a c. 150, ov’è notato che furono spesi 10 scudi 
e baiocchi 27 e mezzo, pel « m.° da Deruta che mattonò innanzi all’altar grande ». Ma 
questo mattonato sta intorno (e malamente!), non dinanzi all’altare. Dunque? Dunque 


390 GIULIO URBINI 
io cerco qualche altro indizio prima di arrischiare un’ipotesi che ora sembrerebbe ardita; 
che cioè questo pavimento stesse in origine nella Cappella Baglioni, già del Sacramento; 
| perchè l'iscrizione vi si riferirebbe benissimo; perchè v'era appunto l’altare più grande della 
chiesa, e perchè ne’ luoghi decorati dal Pinturicchio vi sono sempre i pavimenti di maiolica. 
Ma intanto, accertato che il terzo gradino è una goffa aggiunta, che guasta la stupenda 
euritmia della Tribuna; accertato che il pavimento di maiolica non poteva stare in origine 
come oggi, e che, rimanendovi, si rovinerebbe sempre più, io ne ho proposta la remozione, 
anche perchè in tal modo si potrebbe meglio esporre all’ammirazione e allo studio degl’in- 
telligenti. vi 

Nella fronte dell’abside, su due piccoli altari ai lati della Tribuna, vi sono due affreschi 
del Perugino, che sebbene non paiano ritoccati, nè godano certo di una perfetta conserva- 
zione, neppur si trovano in quello «stato rovinoso » che più di mezzo secolo fa lamentava 
il Vermigtioli. L’Orsini, ingannato forse dal fatto che il Perugino ne’ suoi ultimi anni rara- 
mente dipingeva a fresco, li credette lavori a tempera, e il Mezzanotte lo ripetè. Quello a 
manca figura una Pietà, cioè la Madonna, seduta in trono, che sostiene sulle ginocchia la 
salma nuda di Gesù, e a sinistra ha la Maddalena, a destra san Giovanni, inginocchiati, 
a mani giunte; in alto due serafini; dietro, alcune linee di paese. In quello a dritta c’è, 
sopra un fondo simile, la Madonna in trono, col putto in grembo, tra santa Caterina e 
san Biagio, che, più di san Giovanni nel primo altare, se ne sta come estraneo alle altre 
figure e allo spettatore, con lo sguardo smarrito: caratteristica (osserva il Bourget) delle 
figure di scuola umbra. Le due sante, nell’atteggiamento delle teste e più negli occhi, spi- 
rano molta soavità mistica: nella prima Madonna, del resto non bella, è fortemente espresso 
il dolore, soprattutto negli occhi affossati, fissi, che non hanno più lacrime. Nell'insieme 
questi dipinti son tirati via con senile mediocrità: meschine le spalle del Cristo; mal scor- 
ciato il suo braccio sinistro; gli occhi, come nota anche il Cavalcaselle, disegnati ango- 
larmente; trascurato in genere il disegno; i panneggi poveri e difettosi, i contorni deboli 
e tremuli, da vecchio: il grande maestro non ci ha messo neppure, checchè altri dica, 
quella graziosa vivezza di colori «che tanto piaceva al suo tempo », nè si crederebbero 
suoi, se, a rimuovere qualunque dubbio, non ci fosse, nel primo, Ja sua firma, PETRVS. 
DE || CHASTRO . PLEB., e l’anno 1521, in due cartelle pendenti ai lati del trono. Non è 
dunque vero che abbiano il « merito singolare » di essere dell’anno in cui morì, come vo- 
leva il Bragazzi, fidandosi alla data del Selvatico, che tributò molte lodi al Perugino, ma 
gli tolse tre anni di vita: tuttavia il Burckhardt vi nota, « per questa data, una rara gra- 
vità d’espressiore ». Alcuni hanno creduto che non sia del Vannucci il secondo affresco, 
adespoto, che nel gradino del trono reca la data 25 aprile 1521, col nome di Giovanni Ber- 
nardelli, che ne pagò le spese. Invece tra i protocolli di Mariotto Alessi c’è un rogito del 
13 marzo di quell’anno (a c. 107), col quale il capitolo di Santa Maria allogò tutt'e due questi 
dipinti al Perugino, che s’obbligava di finirli dentro due mesi, per venticinque ducati d’oro, 
« stanza, letto, panni, pane, vino, olio e legna per sua opportunità ». Vi sono minutamente 
prescritte, secondo l’uso d'allora, le figure e gli ornati che doveva metterci, salvo che, 
invece di san Fedele vescovo, c’è santa Caterina; e di più vwè notato che anche gli. 
« adornamenti » dovevano essere « di sua propria mano, ad uso di buon maestro!» Sfo- 
gliando il citato protocollo, m’è venuta sott'occhio, a c. 10 a t., un'altra convenzione del 
29 maggio 1520, firmata anche da Rocco da Vicenza come testimonio, con la quale gli 
stessi canonici commisero le pitture degli stessi altari con le stessissime figure e gl’identici 
patti a un maestro Giovan Nicolò da Perugia, che non poteva esser altri, mi pare, che 
Giannicola Manni, il quale, sebbene di Città della Pieve (come scrisse il P. Boarini, citato 
dal Mariotti), fu cittadino di Perugia, dov'era iscritto al Collegio dei pittori, per Porta 
San Pietro, e sull'esempio del suo grande compatriotta e maestro si sarà detto anche lui 
perugino: tale infatti lo credeva il Vasari. Perchè poi non facesse più questi affreschi, 
non si sa; ma è certo che bisogna andar molto cauti anche coi documenti notarili. 


LE OPERE D'ARTE DI SPELLO 391 


L'abside, rimasta quasi intatta nel barocco rimodernamento della chiesa, ne’ suoi sette 
lati era tutta istoriata d’affreschi di maniera giottesca, che allora furono incamiciati con 
diverse mani di scialbo, e di cui, per un piccolo saggio di scrostatura, fatto circa il 1860, 
è ritornata alla luce l’Orazione di Gesù nell’orto di Getsemani. Tutt'intorno gira un Coro 





X. LA PIETÀ, DEL PERUGINO, IN SANTA MARIA MAGGIORE 


(Da una fotografia degli Alinari) 


a doppio ordine, col superiore spartito in ventidue stalli, senza la cattedra episcopale, messi 
a intagli e tarsie poco più che mediocri e in gran parte rovinate. Nei postergali del sesto 
e decimosettimo stallo si leggono, su quattro tessere, le date MI) XII e MD: XX, che, se 
accennassero al cominciamento e alla fine dell’opera, non loderebbero certo la sveltezza del- 
l’artista, che dovè essere maestro Pier Niccola da Spoleto, al quale il capitolo dette i legnami, 
tranne quelli colorati, e 200 fiorini, come ho trovato nei rogiti di Mariotto Alessi, sotto 


392 GIULIO URBINI 
il 30 aprile 1510, a c. 149. — Spingendo il diciottesimo postergale, mastiettato come uno spor- 
tello, si trova un bugigattolo con alcuni scalini e un affresco di scuola umbra, del quat- 
trocento, che figura la Madonna col bambino e sant'Antonio. — Sopra all’arcone dell’abside c’è 
una finestra circolare con invetriata dipinta, così rovinata e così alta, che vi si scorge appena 
una Madonna, e perciò non saprei dire se possa essere quella stessa che, come ho letto nel 
Camarlingato di Niccolò d’Antonio Pascucci (a c. 79 e altrove), fu fatta nel 1538 da quel 
Tommaso Porro di Cortona, che fu scolaro del celebre Marcillat, ma a detta del Vasari 
valeva più nel cuocere e commettere i vetri, che nel dipingerli. 

Passando ora a destra, nella Cappella del Crocifisso si vede una tela a olio, strappata 
in basso e ritoccata, che rappresenta la Comunione di santa Lucia, con diverse figure, e 
reca la scritta: Camillus Bagazotus camers faciebat, e sopra, col nome del committente, 
l’anno 1573. Il Lanzi, che la trovava dipinta nello stile di fra Sebastiano del Piombo, dice 
di averla veduta nella chiesa di San Lorenzo, non so se per equivoco, o perchè allora stesse 
veramente nella detta collegiata. © 

Sull’altare del contiguo Oratorio (già cappella di San Giuseppe), dotato nel 1523, c’è 
una fosca tela a olio, di parecchie - figure, rappresentante la Sepoltura del Redentore, che 
il Guardabassi, in un momento forse di distrazione, credette eseguita sullo scorcio del cin- 
quecento, mentre i vecchi canonici, per una tradizione in questo caso non trascurabile, l'hanno 
sempre detta dello spellano Carlo Lamparelli, priore di detta chiesa. 

Ora passiamo a sinistra, nella Cappella del Sacramento, già sagrestia, costruita nel marzo 
del 1478 da maestro Ambrogio e maestro Joannitto muratori; poi ornata nel giugno 1480 
d’una vetriera lavorata per 12 fiorini da m. Giberto, la quale doveva stare nella gran bifora 
a trilobi, che ancora esiste, ma restaurata quando nel 1875 la detta sagrestia fu ridotta a 
cappella, con decorazioni finamente eseguite da Domenico Bellini. — Sull’altare si am- 
mira una bella Residenza pel Sacramento, che prima stava nella Cappella Baglioni. Resta 
memoria che il modello d’ un tabernacolo pel detto uso fu dato nel dicembre del 1517 da 
Simone Mosca; ma a c. 161 del Camarlingato dei canonici Corimbona e Petrilli si legge 
che questo fu fatto e composto nel 1562 dallo scultore Gian Domenico da Carrara, che nello 
stesso tempo modellò le otto teste della Tribuna, per cui ebbe la somma di centottanta scudi 
e per final pagamento settantanove fiorini e sedici bolognini. È di forma ottagona, con 
cupola sormontata da una statuina del Salvatore. I lati principali sono aperti in arco a tutto 
sesto, con pilastrini fronteggiati a poca distanza da piccole colonne posanti su basi fregiate 
di mascheroncini assai belli, e hanno quattro adorni frontoni sulla trabeazione, che gira 
tutt'intorno al piccolo edifizio, a cui queste otto colonnine danno quasi forma d’una croce 
greca a brevi traverse. Nei lati diagonali, più stretti, vi sono le figure intere, abbastanza 
ben modellate, degli evangelisti, quasi del tutto isolate dal fondo delle nicchie, con appiedi 
i loro simboli: più in alto, in altrettanti tondi, quattro teste, che credo di profeti, sporgenti 
ad alto rilievo; e sopra e nel basamento minori fregiature di seratini, di festoni, di rosette. 
La freddezza poi del candido marmo carrarese è vagamente avvivata dal rosso venato delle 
colonne, del fregio, del tamburo e dal nero marezzato delle basi dei lati maggiori, tranne 
l’anteriore, ov'è il ciborio. — Intorno al presbiterio gira uno Scanno con bella spalliera 
adorna di tarsie, recanti le date 1503 e 1505 nel quintultimo e penultimo specchio a destra 
(che perciò non so se stiano al loro posto), e restaurate nel 1875 da A. Monteneri. — Dietro 
al secondo specchio a sinistra, mastiettato come uno sportello, resta nascosto un bell’angelo, 
attribuito al Pinturicchio, che anche prima era ricoperto da un armadio di cui farò parola. — 
In un ripostiglio sull’angolo destro, a cui fa da portella uno specchio della spalliera, si con- 
serva una Croce capitolare, rivestita di lamina d’argento, con quindici bottoni e con figure 
maravigliosamente cesellate, ad alto e in parte tondo rilievo, e con graziosi fregi sur un fondo 
azzurro di smalto, in parte deperiti. Nel dritto v'è il Crocifisso, gettato in argento e finito 
a bulino, e dietro al suo capo è smaltato l’albero della vita col simbolico pellicano in mezzo 
a due angeli; in alto l’Incoronata e Gesù che l’abbraccia, a figure intere; a sinistra Maria, 


LE OPERE D’ARTE DI SPELLO 393 


_ PP ———————_—__ —— —"——————————_-—y——— e Eee --— 


a destra l’evangelista Giovanni, in basso il Battista, a mezze figure. Nel rovescio, in mezzo 
la Madonna con Gesù, in alto Dio padre, a sinistra san Lorenzo, a destra la Veronica, in 
basso san Felice, sotto a cui, in una piastra a forma di rombo, una scritta, donde si trae 
che questo capolavoro d’oreficeria fu fatto nel 1398 da Paolo Vanni di Perugia, a tempo 





D. 


XI. CROCE CAPITOLARE CESELLATA E SMALTATA DA PAOLO VANNI 
mx Santa Maria Maggiore . 


(Da una fotografia degli Alinari, 


del dottor Francesco Mili di Spello, priore di detta chiesa. Più giù c’era uno smalto che 
figurava la Maddalena, di cui ora non rimane che il graffito. — Il Guardabassi ha notato 
anche un ostensorio di rame, con ornamenti di vetro bianco e colorato, del secolo XIII; ma 
degli ostensori che ora vi sono (e le persone da me interrogate non ne ricordano altri) nes- 
suno corrisponde a questo cenno; poichè l'unico, che veramente abbia delle conterie, è 
moderno e ha la raggiera adorna d’un cerchio di nubi d’argento con otto serafini e due 
angeli in basso. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2°. Anno II, fasc. V. 10 


394 GIULIO URBINI . 


Da una porticina a sinistra si va nell’Oratorio già accennato, a cui si accede anche 
dalla parte della sagrestia nuova, e quivi, sopra la Tavoletta dei Magi, si ammira una Ma- 
donna in mezza figura, di soavissima espressione, che tiene in braccio il bambino nudo, 
con la manina alzata a benedire. Questo prezioso affresco si conserva in buono stato, tranne 
qualche leggiera incrinatura e qualche ritocco nel fondo e nel manto azzurro, fregiato di 
una stella d’oro sotto la spalla, come d’oro sono i nimbi e la guarnizione nello scollato del- 
l'abito rosso. Qualcuno l’ha attribuito allo Spagna; ma il Morelli e il Crowe e il Caval- 
caselle lo dicono, con assai più ragione, del Pinturicchio. 

Nella nuova sagrestia ci restano da osservare undici tavole uguali, che dovevano formare 
una Cantoria, a proposito della quale bisogna sapere che dai rogiti dell’Alessi (31 agosto 1521, 
c. 134) e dal Camarlingato di don Niccola d’Antonio Pascucci si ricava che l’organo grande, 
costrutto da maestro Girolamo di Giuliano, organista di Borgo San Sepolcro, e ornato d'’ in- 
tagli, fu dipinto nel dicembre 1525 da maestro Zaccaria (lucchese ?), insieme con la can- 
toria, formata con tutta probabilità dalle suddette tavole a olio, che mi paiono ritoccate e 
in parte rifatte, specialmente nelle teste, e che rappresentano il Redentore risorto e gli 
apostoli Pietro, Andrea, Filippo, Bartolomeo, Giacomo magg., Giacomo min., Giovanni, 
Tommaso, Matteo, Simone. 

La sagrestia mette in uno stanzone, col quale recentemente s'è ottenuta un’abbondante 
circolazione d’aria intorno alla cappella ove sono gli affreschi del Pinturicchio, danneggiati 
finora dall’umidità. — Volgendo a destra, si vede subito un Lavabo di caciolfa, che prima del ’93 
stava quasi nascosto nella stanza bislunga che mette nell’oratorio già ricordato, e che può attri- 
buirsi a qualche allievo di Rocco: forse a quel Geronimo, accennato a proposito della Tri- 
buna. Due pilastrini scanalati reggono con eleganti capitelli, sul far de’ corinzi, la trabea- 
zione dal fregio rabescato e dalla cornice adorna d’ovoli e di dentelli; in mezzo al serbatoio 
c’è una corona, legata con due nastrini, intorno al monogramma raggiante di Gesù Cristo; 
sotto la vaschetta un grande e bell’ornamento di fogliami. — Sopra l’ uscio che mette all’altra 
stanza è appesa una bella cornice del quattrocento, che ora, invece d’un antico dipinto, 
.contiene una tela a olio in cui è mediocremente copiato il Putto con la tabella, che è nella 
Madonna di Foligno di Raffaello; e si compone di uno zoccolo e di due pilastrini che so- 
stengono la trabeazione, in legno messo a oro e intagli di squisito buon gusto. Sopra v'è 
stata aggiunta una specie di cimasa di noce morato, posteriore forse d’un secolo e assai 
bene intagliata. Si vede nel mezzo una palma, che supera di poco l’altezza di due donne 
appoggiate con una mano ai suoi rami; in alto, a destra, un angelo o un genio in atto 
d’incoronare la donna sottostante, che porta un manto fermato sur una spalla, ha una gamba 
incatenata e con la mano sinistra rovescia un vaso, versandone il ‘liquido, mentre l’altra 
donna s’apre il manto, mostrandosi tutta ignuda. 

Chi se ne scandalizzasse, infili subito l’uscio e guardi un antico Armadio intarsiato 
negli sportelli inferiori, quasi del tutto rovinati; e sul fianco sinistro leggerà una scritta 
donde si ricava che fu lavorato da maestro Pollione (di Gaspare, da Foligno) nel 1500, sotto 
il priorato di Troilo Baglioni, e che allora questa chiesa godeva’ del titolo di basilica. Il 
notaio Costantino di Puccio, a c. 188 dei protocolli pel 1503, ci fa sapere che fu collaudato 
da maestro Bernardino, legnaiuolo di Perugia, e da maestro Domenico da Orte. 

Ritornando nello stanzone, e data un’occhiata a un altro Armadio uguale al precedente, 
anche pel cattivo stato, come già suo compagno nell’antica sagrestia, si va, per un arco 
aperto di recente, nell’antica chiesina dell’ Annunziata, dov'era una tavola a olio, con por-' 
telli, ora invece nella contigua cappellina. Le due pure e dolci figure di quest’'Annunzia- 
zione, in un interno pieno di raccoglimento, ci fanno subito pensare a fra Giovanni An- 
gelico; e infatti una scritta nel lato sinistro la dice copiata dall'’ammirabile immagine 
dell'Annunziata di Firenze da Alessandro Bronzino Allori, cittadino fiorentino, nel 1588. — 
In questa cappellina ora si conserva anche la base di un Leggio corale, di forma esagona, 
con gli specchi svariatamente intarsiati e spartiti da semicolonnine striate, che sostengono 


se 
- 





XII. MADONNA, ATTRIBUITA AL PINTURICCHIO, IN SANTA MARIA MAGGIORE 


(Da una fotografia degli Alinari) 





396 GIULIO URBINI 


la trabeazione. Ho poi trovato memoria (v. Bollario, c. 7) che nel 1405 i capitolo, ridot- 
tosi in gravi strettezze, fu forzato ad alienare « possessioni e sacri vasi ed arredi »; e chi 
sa che non sia andato perduto così anche qualche prezioso cimelio! 


n'a 

Ricavo da atti notarili che sopra questa chiesa, anzichè alla catena presso la casa prio- 
rale, finiva il Terziere di Porta chiusa. Il qual nome, meglio che dalla Porta urbana, pare 
che derivasse da una Porta medievale parimenti murata, a cui conduceva una viuzza che 
ne serba tuttavia il nome e donde s’usciva verso Sant'Anna. Trovo infatti negli Statuti 
del 1360 (I, 17) che si doveva costruire una casella sopra Porta chiusa e un’altra sopra il 
muro di San Ventura, dov'è appunto la Porta urbana, che non si può dunque identificare 
con la suddetta. La divisione in Terzieri par che rimonti al secolo XIII: a capo di ciascuno 
v'era un governatore; e nelle frequenti ostilità si tiravano le pesanti catene che si con- 
servano ancora; la prima delle quali, poco sopra la Porta consolare, serviva in caso di 
guerra con quelli di fuori. | 


(Continua). GIULIO URBINI. 


RECENSIONI 


Raphael in Rome, by JuLia CartwriGHT (Mrs. Henry Ady). 
London, August, 1895. 


Nel terzo fascicolo dell’anno 1895 di questo pe- 
riodico è stata presa in esame la prima parte di 
una monografia nuova intorno a Raffaello Sanzio. 
Essa riceve il suo compimento da un secondo vo- 
lumetto, composto di ottanta pagine di testo (con 
parecchie bellissime tavole illustrative), dal titolo 
qui indicato, nel quale sono seguite le vicende prin- 
cipali della vita del divino artista, mentre si tro- 
vava al servizio dei papi Giulio II e Leone X. 
Anche questa seconda parte dell’opera dell’ egregia 
scrittrice inglese si distingue per la chiarezza e 
pel criterio con cui sono prese in esame le crea- 
zioni di chi nel breve corso di 12 anni raggiunse 
nella sua sfera l’apogeo della gloria. 

Con savio discernimento incomincia a riconoscere 
che la testimonianza dell’arrivo di Raffaello nella 
città dei Papi nel 1508 si debba desumere piuttosto 
da un passo di uno dei suoi propri scritti, di poche 
settimane anteriore alla sua morte, nella primavera 
del 1520, che non dalla pretesa sua lettera a Fran- 
cesco Francia, concepita ed espressa in termini, che 
hanno troppo del moderno per potere essere accet- 
tati senza benefizio d'inventario come autentici. 

Ragionando degli affreschi nella Camera della 
Segnatura che corrispondono al principio della sua 
attività in Roma, accoglie fra altro la versione data 
dal Morelli pel primo, che la figura rappresentata 
a canto a Raffaello nel grande quadro della Scuola 
d’ Atene non ritragga le sembianze del Perugino, come 
si era fin qui creduto, bensì quelle di Gio. Antonio 
Bazzi, da Vercelli, suo collaboratore nella stessa 
stanza, dove i riparti e gli ornati della volta, com- 
presivi i putti che reggono l’arme di Giulio II ed 
alcuni quadretti minori, sono opere della sua mano 
medesima. 

Infatti non si saprebbe trovare alcuna somi- 
glianza tra la figura posta accanto a Raffaello e 


quella ritraente il Perugino che vedesi negli affre- 
schi del Cambio a Perugia. 

Meritava poi di essere egualmente rammentata 
in seguito l’opinione sensata del critico sunnomi- 
nato, dov’egli osserva che per simile riguardoso 
pensiero Raffaello volle ritrarre nella camera se- 
guente, vale a dire in quella così detta di Eliodoro, 
fra i portatori del Papa seduto in portantina, non 
già Giulio Romano, il quale in quel tempo (a. 1514) 
non poteva contare se non 22 anni di vita, bensì 
Baldassare Peruzzi secondo ogni probabilità, poi- 
chè a lui spetta buona parte della decorazione a 
chiaro scuro di quell’ambiente e per conseguenza 
vuole esservi considerato alla sua volta quale col- 
laboratore dell’ Urbinate. 

«E a vie meglio persuadersi di ciò, soggiunge 
il Morelli, ! si paragoni la testa del primo portatore 
a sinistra col ritratto del Peruzzi sul suo grande 
disegno a seppia (n. 438) in galleria degli Uffizi ». 

Accennando un argomento interessante qual’ è 
quello del contatto che vi dovette essere stato tra 
Raffaello e Fra Sebastiano del Piombo, in sul prin- 
cipio della dimora di quest'ultimo a Roma, verso 
il 1510, la nostra autrice sembra fermarsi sul con- 
cetto di una influenza subita dall’ Urbinate per parte 
del pittore veneto, ch’essa crederebbe dover desu- 
mere dalla forza del colorito spiegata in ispeeie 
nell’affresco mirabile della Messa di Bolsena, lad- 
dove ci pare per lo meno altrettanto evidente il 
caso opposto, che Sebastiano fosse stato fortemente 
impressionato dall’arte ideale di Raffaello. Ci basti 
ricordare in proposito che più di un ritratto ora 
riconosciuto per opera del Frate veneto, fino ai 
nostri giorni venne tenuto per opera pregiatissima 
del divino Urbinate. Tali la così detta Fornarina 
agli Uffizi, la Dorotea di Berlino, il Suonatore di 
violino della galleria Sciarra, il così detto Tebaldeo 


! V.isuoi Kunsteritische Studien, vol. I, pag. 192, n. 1. 


398 


della galleria Scarpa. È bensì vero invece che il 
contrario si potrebbe osservare a proposito del ma- 
gnifico ritratto di Ferry Carondelet, del Luciani, 
presso il duca di Grafton in Inghilterra, nel quale 
fino ad un certo punto vi sarebbe da scorgere un 
prototipo al noto ritratto di Leone X di Raffaello. 
Laonde si deve ritenere in ultima analisi che fra 
i due artisti avesse esistito realmente uno scambio 
d’influenze reciproche, per un breve volgere d’anni 
bensì, sapendosi che il Frate più tardi divenne l’av- 
versario di Raffaello, dandosi in braccio, corpo ed 
anima, a Michelangelo con grave scapito della sua 
originalità. 

Si mostra informata poi e convinta della sen- 


tenza della critica più recente la scrittrice ricono-. 


scendo per opere di Giulio Romano, giovane, tre 
leggiadre Madonne di quegli anni, quali sono la 
Vergine dal velo al Louvre, quella degli Aldobran- 
dini a Londra, nella Galleria nazionale, e quella 
anche più intimamente raffaellesca in possesso di 


‘ Miss Hertz a Roma. 


Un altro gruppo di quadri sacri da contrapporre 
ai suddetti come opere autentiche di Raffaello è 
quello ch’essa indica nelle Madonne della seggiola 
(opportunamente confrontata con le figure nella 
Messa di Bolsena) di casa d’.4lba (a Pietroburgo), 
e di Foligno (in Vaticano). 

Ragionando poi dei ritratti, parecchi dei quali 
sembrano andati smarriti, ci lascia col desiderio 
di un giudizio intorno a quello di Bindo Altoviti 
a Monaco, il quale crediamo, dopo la recente pu- 
litura, si qualifichi più che altro per una nuova 
opera di Giulio Romano, come ritenne il sig. di- 
rettore Bayersdorfer pel primo. 

Dove cade invece in errore senz’altro si è nel 
‘prendere per lavoro originale il ritratto di Giulio II, 
quale ci si presenta nel preteso cartone della Gal- 
leria Corsini di Firenze, lavoro che bene osservato 
non può che scapitare al confronto dei disegni di 
mano diretta del maestro, sì da doverlo ritenere 
una copia o contraffazione. 

Una piacevole e grata chiusura al primo capi- 
tolo concernente l’attività di Raffaello sotto il regno 
di papa Giulio II ce lo fornisce il facsimile di un 
disegno dove ben si rivela tutta la grazia e la sciol- 
tezza di mano dell’autore. Il disegno appartiene al 
novero di quelli che dalla raccolta del def. sig. Mal- 
colm sono passati ad arricchire la collezione del 
Museo britannico e rappresenta una Venere gia- 


cente sul suo letto, circondata da amorini, da una 


ninfa e da un satiro. 


RECENSIONI 


L'autrice crede possa essere stato destinato & 
Marcantonio Raimondi per essere tradotto in istampa, 
ma si potrebbe egualmente presumere che fosse 
un primo pensiero per un qualche dipinto di sog- 
getto mitologico. 


* 
* * 


Nel secondo capitolo — Ruffaello alla Corte di 
Leone X — si mostra d’accordo con Morelli nel 
sottrarre al maestro in capo nella grande impresa 
della decorazione delle Stanze vaticane il ragguar- 
devole foglio, esposto al Louvre tuttora sotto il di 
lui nome, dove uno scolaro, che fu probabilmente 
Perino del Vaga, disegnò non senza varianti sug- 
geritegli forse da .un disegno preesistente del mae- 
stro, l'apparizione di San Pietro e di San Paolo 


ad Attila. Dove poi la sua tendenza critica forse 


si è spinta troppo oltre si è nel volere a parte gli 
scolari di Raffaello non solo nella esecuzione dei 
quattro finti arazzi sulla volta della stanza d'Elio- 
doro, ma ben anco nella Galatea alla Farnesina e 
nelle Sibille alla Pace. 

Fra i ritratti dei personaggi principali della 
Corte di Leone X rammenta quello del Bibbiena, 
che verifica nella tela della Galleria di Madrid, da 
altri tenuto pel cardinale Alidosi, ammissibile da 
che questi dovea già essere morto qualche anno 
prima che fosse stato dipinto detto ritratto. 

Accetta incondizionatamente per opera originale 
la deliziosa Donna velata di Galleria Pitti e con- 
sente con Morelli, per quanto non lo nomini, nella 
condanna della Fornarina barberiniana, non ostante 
il nome del pittore, ostentatamente iscritto sul brac- 
cialetto. 

Dopo tributato il debito onore alla Santa Ce- 
cilia, alla Madonna di San Sisto, alle grandiose 
composizioni per gli arazzi, giungendo agli ultimi 
anni di quella breve vita, si ferma sulle Loggie 
vaticane «la più bella e la più completa decora- 
zione della Rinascenza », rammentando che la sco- 
perta delle decorazioni pittoriche nelle Terme di 
Tito devono avere avuto la loro parte nell’ispirare 
Raffaello. 

E finalmente, nel 1517, eccoci trasportati in 
ispirito davanti alle due opere degli artisti rivali, 
fatte per ordine del cardinale de’ Medici, la pala 
per l’altare maggiore della chiesa di Narbone, nella 
quale F. Seb. dal Piombo rappresentò la Risurre- 
zione di Lazzaro (ora nella Galleria Nazionale di 
Londra) e quella della Trasfigurazione di Raffaello 


| per San Pietro in Montorio (in Vaticano ora). Quanto 


RECENSIONI 


ai quadri fatti per Francesco I di Francia, i quali 
dal palazzo di Fontainebleau passarono nella Gal- 
leria del Louvre, entrambi da attribuirsi all'anno 
1518, giustamente l’autrice ritiene che nella ese- 
cuzione molta parte spetti alla mano di Giulio 
Romano. | 

Accenna da ultimo alle molte occupazioni del- 
l'artista nella sfera dell’ architettura, delle scene 
teatrali, degli studi archeologici intorno alla Roma 
antica, per cui non trovava quasi più il tempo ne- 
cessario per attendere alla pittura, sì che invano 
aspettavano suoi quadri principi eminenti quali 
Isabella Gonzaga e Alfonso d'Este, nè potè altri- 
menti dar termine alla sua Trasfigurazione. 

E chiude il suo dire l’egregia scrittrice colle 
seguenti elette considerazioni: 

« La potenza e la purezza del genio di Raffaello 
non saprebbero trovare migliore riprova di quella 
che porgono i segni della decadenza fattasi mani- 
festa nelle opere de’ suoi seguaci, dal momento che 
venne a cessare il fascino della sua influenza. Se 
egli avesse potuto prolungare i suoi giorni di vita 
in modo da raggiungere la pienezza degli anni, 
noi saremmo tentati di credere che la decadenza 
si sarebbe potuta arrestare per un altro mezzo se- 
colo. Ma gli Dei lo amarono ed egli fu fortunato 
fino al giorno della sua morte. 

« Nella sua vita e nelle sue opere, nel suo ar- 
dore pel sapere e nella sua passione per l’anti- 
chità, nella sua fede nella potenza della cultura ad 
ingentilire ed innalzare l'umanità, e anzitutto nel 
suo amore istintivo del bello, non che nella grande 
serenità della sua arte, Raffaello rappresenta le mi- 
gliori e le più elevate aspirazioni della rinascenza. 
Con lui si vide effettuato una volta tanto l’ideale 
di Platone, e in lui il mondo vide un artista, la 
di cuì bella e graziosa natura si trovava in piena 
armonia co’ suoi sogni, le creazioni dei quali, come 
un soffio salutare da regione più pura, strinsero in- 
sensibilmente i vincoli di affinità e di simpatia fra 
l’anima e la bellezza della ragione ». 


G. F. 


La pelnture en Europe — La Belgique, par Grorges La- 
FENESTRE et EvaÈnE RichTtENBERGER. Paris, Ancienne 
Maison Quantin, 7, Rue Saint-Benoît. 


Nel presente volume in-8, di presso che 400 pa- 
gine, gli autori hanno dato seguito alla loro inte- 
ressantissima raccolta d’illustrazioni delle principali 
opere di pittura sparse nell’ Europa civile. 

Già nei precedenti due volumi, concernenti il 
Louvre e Firenze, si vide di quanta utilità pratica 


399 


sia una impresa simile, per la quale l’amatore vien 
messo alla portata colla scorta di volumi comodi 
e maneggevoli di percorrere le regioni dell’arte più 
sublimi mediante un breve e riassuntivo testo e 
con una copiosa serie di riproduzioni grafiche, fe- 
delmente ritratte da scelte fotografie, eseguite se- 
condo i migliori processi moderni. Impresa a onor 
del vero tanto più felicemente ideata in quanto gli 
svariati insegnamenti che offre possono essere acqui- 
stati col minimo dispendio imaginabile, da che ogni 
volume oltre il testo contiene non meno di cento 
tavole in zincotipia da fornire un’imagine sensibile 
delle opere principali. 

Nel volume che tratta del Belgio abbondano 
naturalmente le registrazioni delle pitture. della 
scuola fiamminga e affini, ma non vi fanno difetto 
neppure quelle di altre scuole, le italiane non 
escluse. Fra queste troviamo descritta come opera 
di fra Giov. Angelico una tavoletta, da pochi cer- 
tamente conosciuta, che si trova nella raccolta di 
S. M. il Re del Belgio. Rappresenta una Madonna 
in trono circondata da angeli, ma non sappiamo in 
quale luogo si trovasse in origine. 

Nella Galleria pubblica di Bruxelles invece ve- 
donsi due tavole autentiche del nostro Carlo Cri- 
velli, una Vergine col putto e un San Francesco, 
parti di un trittico proveniente dal convento di 
Monte Fiore a Fermo, nelle Marche. 

Nella stessa: altra Madonna col Bambino e $. Gio- 
vanni, del Perugino, che dalle collezioni Conti di 
Firenze e Vallati di Roma passò nel Belgio pel 
prezzo di 15,850 franchi. 

Dove poi ci sarebbe qualche cosa a ridire gli è 
a proposito di certo preteso Andrea del Sarto, quivi 
rappresentante Leda con quattro figliuoli, appena 
sbucati dall’ uovo. Della provenienza non si sa altro 
se non che questa tavola, alta un metro e larga 
75 centimetri, figurava già nella Galleria d’Orléans 
e fu comperata per la Galleria di Bruxelles presso 
il conte di Romzée nel 1858 per 8000 franchi. La 
grazia tutta toscana del tempo di Andrea vi è bensì 
impressa, ma la larghezza sua propria, per cui egli 
sovrasta su tutti i suoi contemporanei, invano vi si 
cercherebbe, sì che è giuocoforza ammettere che 
questa Leda vada attribuita ad altro della scuola, 
e volendo precisare maggiormente si dovrebbe pen- 
sare ad un autore assai affine al Franciabigio, se 
non è egli stesso l’autore del dipinto (vedi figura). 

Oltre ad alcune tele del Tintoretto poi è da segna- 
lare nel Museo d’Anversa un quadro di un grande 
autore nostro, cioè di Tiziano Vecellio, ben cono- 


rosa ur 


LP 


r/ AZIAN 
Ra 


PVALAS: RA ORA 


Di 4 


T) 


FIN. Ri 


ni EY 
‘sali a 


Tia E ot 


= 
A 


ta 


(0 


MUSEE DE BRUXELLES JUAITER 
in e te ua 


n 


849 


ate +0 





DA, DEL FRANCIABIGIO 


(Galleria di Bruxelles) 


Di 
VI 


LA Ll 








RECENSIONI 





sciuto nella storia. Nella presentazione che gli autori 
fanno di detta opera colla relativa tavola in zin- 
cotipia è accaduto loro d’incorrere in errore evi- 
dentemente per un equivoco. Il quadro, ben noto 
nella storia dell’arte, è quello dove un Papa, che 
non è altri se non il Borgia, Alessandro VI, pre- 
senta a S. Pietro seduto in trono un vescovo devoto 
inginocchiato. Un'iscrizione al basso qualifica il 
devoto nei termini seguenti: Retratto di uno di 
Casa Pesaro in Venetia che fu fatto Generale di 
Santa Chiesa. Per quanto si debba ritenere che la 
iscrizione vi sia stata apposta da mano diversa da 
quella del pittore, il quale avrebbe senza dubbio 
determinato maggiormente il soggetto, pure, non 
c'è da dubitare che il personaggio indicato sia uno 
della famiglia Pesaro di Venezia. Confrontandolo 
anzi con analogo ritratto, dipinto ‘poco più tardi 
nella celebrata tela di Tiziano della chiesa dei 
Frari a Venezia, c'è di che persuadersi che non 
sia altri se non Jacopo da Pesaro, vescovo di Baffo 
o di Pafo (una delle isole Ionie, dove il Pesaro 
feco una spedizione militare). L'abito da domeni- 
cano che veste e l’elmo che gli sta a canto, a rap- 
presentare il suo grado militare, lo confermano per 
tale e non già per Giovanni Sforza, signor di Pe- 
saro, come eredettero gli autori del libro di che 
sì tratta, unitamente al catalogo della Galleria di 
Anversa. ' | 

Le principali ricchezze artistiche, del resto, 
messe in luce dagli autori, sono naturalmente quelle 
concernenti l’arte fiamminga e la olandese, quali 
si trevano non solamente nelle grandi chiese e nelle 
gallerie più universalmente conoseiute, ma anche 
in luoghi più appartati o meno comunemente fre- 
quentati e non ostante degnissimi di essere segna- 
lati agli amatori e agli studiosi. 

Fra quelle che si vogliono considerare quali vere 
perle di valore inestimabile, ci paiono da notare 
alla semplice rivista delle riproduzioni a Bruxelles, 
certi ritratti di Rubens e di Van Dyck, una leggi- 
trice d'effetto oltremodo pittoresco di Nicola Maes, 
un interno pieno d’aria e di luce del celebre Pieter 
de Hooch, alcune tavole di Memling e suoi seguaci. 
Ad Anversa c'imbattiamo nel quadretto, unico nel 
suo genere, della scena della Crocefissione, di An- 
tonello da Messina (autore di qualità più da fiam- 
mingo, quasi, ehe da italiano), con vasto paesaggio, 


. ! Giusta invece è la versione data dal Cavalcaselle 
nel suo Tiziano, vol. I, pag. 60, il quale inoltre osserva 
il quadro dover essere stato fatto da Tiziano prima del 
1504, essendo l’aborrito Borgia morto il 18 agosto 1503. 


Archivio storico dell'Arte, Serie 2*, Anno II, fasc. V. 


401 


| che arieggia quello effettivamente dello stretto di 


Messina. Quello poi che primeggia nella galleria 
d’Anversa sono non meno le antiche accurate opere 
della scuola di Van Eyck, che le grandi tele del Ru- 
bens e del Van Dyck. Nella stessa città trovasi un 
museo privato, quello della famiglia Kums, merite- 
vole di essere visitato, dove apparisce fra altro un 
interessante e caratteristico ritratto di’ donna dello 
spagnuolo Goya. di 

‘Passando a Gand infine, eccoci in presenza della 
rinomatissima composizione dell’ Adorazione del- 
l'agnello mistico, opera eminente dei fratelli Van 
Eyck mentre nella vetusta Bruggia si distinguono 
le opere di finezza inarrivabile del Memling, e via 


dicendo. 
G. F. 


JuLius vox ScHLosser, Giustos Fresken in Padua und die 
Vorlaufer der Stanza della Segnatura. (Estratto dal 
vol. XVII delJahrbuch der kunsthistorischen Samm- 
lungen des allerhòchsten Kaiserhauses). Vienna, 1896, 
88 pagine in-4, con 9 tavole eliotipiche. 

Il dotto conservatore del Museo imperiale di 
Vienna, ben noto agli studiosi per alcuni suoi la- 
vori anteriori tanto eruditi quanto ingegnosi, prende 
come punto di partenza del presente suo studio 
un ciclo di affreschi, esistente fino al 1610 (anno 
in cui fu distrutto) nella cappella gentilizia dei 
Cortellieri negli Eremitani a Padova. Autore ne 
fu quel Giusto di Giovanni de’ Menabuoi che dalla 
sua patria, Firenze, condottosi a Padova, ivi spiegò 
un’attività molteplice e morì prima del 1397. Delle 
sue numerose opere una sola ci è pervenuta, con- 
servata abbastanza discretamente, ed è un trittico 
della Galleria nazionale di Londra, in cui il mae- 
stro si appalesa seguace dei fondatori della scuola 
pittorica veronese, l’Altichiero e Jacopo d’Avanzi. 
Fra gli affreschi eseguiti da lui a Padova così 
quelli della cappella del B. Luca Belludi nel Santo, 
come anche quelli nel Battistero e in una cappella 
vicina ad esso, guasti da ripetuti ristauri, non ci per- 
mettono più di formarci un giudizio sul carattere 
artistico di Giusto. Degli affreschi negli Eremitani 
dopo la loro distruzione null’altra ricordanza era 
rimasta all’infuori delle poche parole con cui ven- 
gono rammentati dal Vasari (Ed. Milanesi, vol. III, 
p. 637) e da M. A. Michiel, autore della Notizia 
d’opere di disegno, ecc., pubblicata per primo 
nel 1800 da Jacopo Morelli. Ora lo Schlosser in 
in uno dei volumi manoscritti, conservati nella 


11 


402 


Biblioteca di Monaco, e ricchi di notizie intorno 
ad opere d’arte ora perdute, dal noto medico 
norimberghese Hartmann Schedel, che negli anni 
1463 al 1466 studiò all’Università di Padova, 
rintracciò, giovandosi di una notizia anteriore del 
prof. A. Schultz (pubblicata nel vol. I dell’ Annuario 
dei Musei prussiani a pag. 35), le epigrafi che 
erano scritte sotto gli affreschi in discorso, e ri- 
scontrandole con quelle assolutamente identiche 
segnate in alcuni fogli miniati che si trovano le- 
gati come appendice (che non ha nulla da fare col 
contenuto del libro) in due manoscritti, contenenti 
un panegirico dedicato a re Roberto di Napoli, 
nel Museo imperiale di Vienna e nella Biblioteca 
nazionale di Firenze, potè stabilire che le minia- 
ture a cui le scritte servono di spiegazione nei 
codici testè accennati (o piuttosto in un originale 
di cui quest'ultimi non sono se non le copie) ab- 
biano servito da modello al pittore degli affreschi, 
esempio del resto non raro nell’arte del medioevo. 
Così al nostro autore fu possibile di restituire il 
cielo intiero delle pitture della cappella Cartellieri. 
Vi si vedeva figurata, sulla parete destra la Filo- 
sofia in compagnia dei grandi suoi maestri Platone, 
Aristotile, Socrate, Seneca, e di Livio, il venerato 
figlio di Padova, e più sotto le personificazioni 
delle sette Arti liberali con sopra loro ì sette pia- 
neti ed ai loro piedi i loro rappresentanti usitati. 
Sulla parete sinistra era dipinta la Teologia in 
mezzo ai santi (tregorio, Ambrogio, Girolamo e 
Paolo, ed ai profeti Mosè, Isaia e Daniele, e sotto 
essa le sette Virtù cardinali e teologali coi rap- 
presentanti dei sette vizi contrari, prostrati ai 
piedi delle rispettive Virtù. Le singole figure erano 
spiegate ciascuna da sei esametri e da una cita- 
zione tratta dalle relative opere di S. Agostino, 
patrono degli Eremitani, scritte sotto esse. Nel 
basamento, infine, erano dipinti nell’una parete 
tre celebri santi dell’ordine di S. Agostino, nel- 
l’altra due de’ più rinomati teologi dell’ordine, 
ed Averroò, il commentatore di Aristotile preferito 
dagli Scolastici, ma la cui presenza in questo 
posto appare nulladimeno strana, se non si vuol 
spiegare coll’ esistenza 
versità di Padova ed a Venezia, di una setta co- 
spicua di Averroisti guidata dal filosofo e medico 
Marsilio di Santa Sofia. Le miniature dell’appene 


contemporanea, all’ uni- 


dice dei due codici di Vienna e Firenze sono ispi- 
rate allo stile toscano, mostrando una mescolanza 
di particolarità stilistiche fiorentine e senesi, e 


perciò ricordano da lontano la scuola del Traini 


RECENSIONI 


e dell’Orcagna donde uscirono le grandi allegorie 
della cappella Spagnola di S. Maria Novella, e 
quelle nel Camposanto pisano. Il loro soggetto 
emanò certamente dall’ordine degli Eremitani, il 
cui centro fu il famoso convento di S. Spirito a 
Firenze. Il Milleloquium S. Augustini di Fra Ago- 
stino Trionfo (} 1328), contenente le sentenze del 
sacro patrono dell’ordine su tutto il mondo morale 
e fisico, fornì i citati sotto gli affreschi della cappella 
Cartellieri. Gli Eremitani di Padova, essendo na- 
turalmente in relazioni strette col convento prin- 
cipale dell’ordine, ingiunsero senza dubbio al pit- 
tore di essi l’ordine di seguire nell’opera sua i 
concetti svolti e discussi nei convegni di S. Spi- 
rito, anzi gli somministrarono nei fogli alluminati 
di un codice composto molto probabilmente da uno 
dei frati dell’ordine esperto nell’arte e nella cal- 
ligrafia, tutto il ciclo bell’e pronto delle dottrine 
teologiche che vollero spiegate sulle pareti della 
loro chiesa, e che — nell'ultima essenza — mani- 
festamente mirò alla glorificazione del sacro fon- 
datore del loro ordine. Così quelle pitture sparite 
ci rivelano un modo curioso di propaganda arti- 
stica nel medio evo. 

Nella seconda più estesa parte della sua me- 
moria, il nostro autore tratta dell’arte enciclo- 
pedica-allegorica nell’età di mezzo (Der encyk/o- 
pidische Bilderkreis), i cui due gruppi principali, 
le sette Virtù e le sette Arti liberali colle loro 
sovrane, la Teologia e la Filosofia, ci vengono raf- 
figurate in modo così significativo dagli affreschi 
di Giusto a Padova. Benchè le sette Arti avessero 
i loro canoni speciali già da Marziano Capella nel 
suo famoso libro: De nuptiis Mercurii et Philologiae, 
rappresentazioni figurative di esse non si trovano 
prima dell’epoca di Carlomagno, e le sette Virtù 
non appariscono, come antitipi delle sette Arti, 
se non all’epoca della filosofia scolastica, per con- 
servarsi poi fino al rinascimento stesso (monumento 
sepolcrale di Sisto IV, affreschi del Perugino nel 
Cambio, tavole di Melozzo da Forlì per la biblio- 
teca di Urbino, del Pollaiuolo e del Botticelli per 
la mercanzia di Firenze, e via dicendo). Era la 
tendenza della scienza scolastica di conchiudere 
tutto il mondo naturale e soprannaturale in un si- 
stema scientifico. Tale tendenza fu effettuata nelle 
grandi enciclopedie del secolo xnr, fra cui lo Spe- 
culum maius di Vincenzo da Beauvais è la più 
estesa e più compiuta. Dei quattro suoi volumi 
sotto i titoli di Speculum naturale, dottrinale, mo- 
rale ed istoriale, il secondo svolge il sistema delle 


RECENSIONI 


scienze ed arti, e vi troviamo di nuovo comprese 
non solo le sette Arti liberali, ma v’incontriamo 
per la prima volta anche le sette arti meccaniche 
che vedremo raffigurate in più di uno dei grandi 
cicli pittorici e sculturali del medio evo. L’archeo- 
logo francese Didron fu il primo a dimostrare, 
come questo sistema delle grandi enciclopedie del 
medio evo ci fornisca la chiave per spiegare col 
suo aiuto i labirinti iconografici delle sculture sui 
portoni delle cattedrali francesi, di stile gotico, a 
Chartres, Reims, Sens, Laon, etc. 

In Italia quest'arte enciclopedica ha un aspetto 
diverso: qui, specialmente in Toscana, i poemi en- 
ciclopedico-didattici proseguono lo stesso scopo come 
le arti figurative nei grandi cicli scolastici (il Te- 
soretto, di Brunetto Latini, La Commedia, di Dante, 
il Dottrinale, di Jac. Allighieri e l’Acerda di Cecco 
d’Ascoli). Insieme con loro e sotto la loro influenza 
nascono, pure quasi tutti in Toscana, i grandi cicli 
figurativi dell’arte dei Domenicani, il cui capola- 
voro sono gli affreschi della Cappella degli Spagnuoli 
a Santa Maria Novella. Spiegando e interpretando 
il nostro autore l’affresco della parete sinistra con 
la rappresentazione del trionfo di San Tommaso 
sull’ errore, egli pel primo vi ravvisa nelle quat- 
tordici figure muliebri schierate sotto il Santo Dot- 
tore, la raffigurazione compiuta e sistematica delle 
| quattro facoltà, secondo il sistema di Vincenzo Bel- 
lovacense, cominciando dall’arte infima, la Gram- 
matica, che ci apre le porte della scienza, e chiu- 
dendo con la scienza suprema, la Teologia, che vien 
personificata nei quattro diversi modi di interpre- 
tazione della Santa Scrittura, cioè il modo storico, 
dommatico, etico e mistico. Non è possibile di en- 
trare in questo luogo nei particolari della dimo- 
strazione dello Schlosser; basti a dire che essa si 
basa sulla conoscenza ampia della letteratura me- 
dioevale che entra nell’argomento in discorso, e si 
distingue per il profondo ed ingegnoso scrutinio dei 
nessì che dalle fonti letterarie conducono all’opera 
degli artisti, finora non conosciuti, a cui si deve 
questo capolavoro dell’arte toscana dell’età di mezzo. 

Continuando, il nostro autore prende a esami- 
nare il secondo grande ciclo dell’arte allegorica in 
Toscana, formato dai rilievi del campanile del duomo 
di Firenze. Qui il pensiero fondamentale, benchè 
nell’insieme sia di concetto uniforme, non è svolto 
così consequentemente come nella Cappella spa- 
gnuola. E ciò si spiega, considerando che i lavori 
sul campanile progredivano molto lentamente, e 
che mentre i primi bassorilievi appartengono ai 


403 


tempi di Giotto, gli ultimi furono eseguiti non prima 
dell’epoca di Donatello. Investigando l’ardua que- 
stione degli autori dei rilievi in discorso, lo Schlos- 
ser viene alla conclusione che le prime sette storie 
sole del lato ovest nella zona inferiore dei com- 
passi esagoni, si possano assegnare a modelli o di- 
segni di Giotto, messi in esecuzione da uno scolaro 
di Andrea Pisano; che nei sette rilievi del lato 
sud (meno i primi due) e nei quattro primi del 
lato est si potrebbe ravvisare la mano di Andrea 
Pisano stesso, e che il quinto rilievo del lato est 
e i due primi di quello nord parrebbero lavorati, 
dietro disegni di Giotto, dal medesimo allievo del 
Pisano, che scolpì anche i sette rilievi del lato 
ovest (i rilievi 3-7 del lato nord furono aggiunti, 
un secolo più tardi, da Luca della Robbia). I rilievi 
della zona superiore, poi, appartengono nei lati 
ovest, sud e est ad un terzo scultore della scuola 
del Pisano, e quelli del lato nord, infine, ad un 
quarto. In quanto al nesso, al concetto spirituale 
di questo gran ciclo, egli si comprende più facil- 
mente che quello dell’affresco della Cappella spa- 
gnuola. Lo Schlosser ne riassume il significato come 
segue: Con la creazione dei nostri progenitori ha 
principio anche l’epoca della lotta spirituale della 
umanità. Espulso dal paradiso, aggravato dal pec- 
cato originale, l’uomo è costretto di svolgere le sue 
facoltà innate nella lotta contro la ferrea « neces- 
sità.» Qui hanno origine le invenzioni prime dei 
figliuoli d’Adamo, fondamento delle arti destinate 
a servire ai bisogni e diletti della vita materiale, 
e che la scolastica medioevale comprende sotto la 
denominazione di arti meccaniche. Così sulla terra 
liberata da mostri e governata da leggi benefiche, 
si prepara il suolo per l’attività dello spirito, per 
l’arte e per la scienza e appariscono le arti figu- 
rative, la poesia ed i grandi precettori della scienza 
della scuola. Con questo si giunge già alla seconda 
serie delle raffigurazioni in questione, quasi il se- 
condo canto dell’epoca umana. Entrano qui in 
scena le potenze elementari, etiche e spirituali che 
reggono la vita dell’umanità. Questa, soggetta al- 
l'influenza dei pianeti come sommo principio della 
necessità, diviene degna degli uomini e grata alla 
divinità per opera della virtù che si manifesta nelle 
sette virtù e della sapienza fondata sulle sette arti 
liberali. Ma non attinge alla perfezione se non negli 
ordinamenti del mondo cristiano per mezzo della 
grazia divina, la cui emanazione sono i sette sa- 
cramenti. In questa epoca della grazia vive l’uma- 
nità aspettando la seconda venuta del Signore, come 


404 


RECENSIONI 


una volta i precursori di esso, i profeti, i patriar- | in luogo dei nomi delle quattro principali facoltà 


chi, e le sibille (le cui statue ornano il piano su- 
periore del campanile) preannunziavano ai popoli 
la prima venuta del Redentore del mondo. 

E non soltanto come ornamento delle chiese, ma 
anche di edifici profani venne adoperato il ciclo 
dell’arte enciclopedica. Se non che in questi ultimi 
non dobbiamo aspettarsi di trovare la stretta unità 
e concisità del concetto che sì manifesta nel sistema 
della teologia scolastica e nei monumenti ecclesia- 
stici emanati sotto suo influsso. Esempi di questa 
sorta ci forniscono le sculture della Fonte mag- 
giore a Perugia e quelle sui capitelli del palazzo 
ducale di Venezia, come anche le pitture nel Sa- 
lone di Padova. Quest’ ultime si spiegano con le 
dottrine contenute nel Principium sapientiae di Pie- 
tro d’Abano, celebre astrologo padovano, che da 
fonti antiche già viene indicato come autore del 
programma per l’esecuzione degli affreschi in di- 
scorso. L'elemento didattico contenuto in tutte 
queste allegorie si svela nel modo più marcante 
nella serie di intagli in rame, conosciuti sotto il 
nome — poco adeguato —di Tarocchi del Mantegna. 
Anche qui abbiamo di nuovo messi in compara- 
zione i pianeti con le potenze spirituali ed etiche 
del mondo, con le età e con le diverse condizioni 
sociali dell’ uomo. 

E finalmente il ciclo in discorso dell’arte en- 
ciclopedica si prestava secondo la sua natura in 
modo speciale all’adornamento delle località desti- 
nate agli studi, vuol dire anzitutto delle biblioteche. 
Abbiamo notizie di vetri e pitture ora perite, che 
decoravano le finestre e le pareti di alcuni con- 
venti (Niederaltaich, St. Albans, Brandeburgo), e 
raffiguravano le facoltà universitarie nella divisione 
scolastica della scienza. Il formulario iconografico 
adoperatovi si fondava sull’ordinamento delle librerie 
già in vigore dal secolo xiu: le pitture stanno quasi 


cn 


in cui nelle Università è compresa tutta la scienza. 
Questo sistema di distribuzione viene già spiegato 
nel secolo xur nella Bibliomania di Riccardo di 
Fournival, cancelliere della chiesa d’Amiens({ 1260); 
esso fu adoperato, secondo quanto relata Mich. Sa- 
vonarola (De laudibus Pataviî), nella cospicua li- 
breria degli Eremitani a Padova, e come ne fa fede 
la descrizione di Giovanni Santi nella sua Cronaca 
rimata, anche nella celebre libreria del duca Fe- 
derigo d’ Urbino, meno che ivi la Medicina alla 
quale in una biblioteca laica non competeva un 
posto distinto, fu sostituita dalla Poesia. E — non 
ha guari — dal prof. Wickhoff venne dimostrato, 
come anche la Stanza della segnatura, le cui pit- 
ture sono concepite secondo lo stesso schema, fosse 
originalmente destinata alla libreria privata del 
Papa, la quale era distribuita secondo la norma 
fissata pell’ordinamento della libreria del convento 
di San Marco a Firenze, da Tommaso da Sarzana, 
poi papa Niccolò V, e dietro la quale furono di- 
sposte le biblioteche di Urbino, di Pesaro e della 
Badia di Fiesole (v. in questo Archivio, vol. VII, 
pag. 386 seg.). Così anche la decorazione pittorica 
di questo santuario dell’arte moderna dipende non 
nella forma, bensì nel concetto affatto dal ciclo 
d’idee proprio alla scienza scolastica, quale si era 
rivelato in modo così grandioso negli analoghi mo- 
numenti artistici del Trecento. 

Dal resoconto più che superficiale che precede, il 
benevolo lettore avrà potuto almeno attingere la 
persuasione quanto ricco di erudizione, di dati nuovi, 
di fine discernimento, di combinazioni ingegnose 
sia il lavoro del nostro autore, vero modello per 
la sua coscienziosità e per l’ampio suo orizzonte 
che abbraccia tutto il materiale dell’ardua questione 
di simili studi iconografico-artistici. 


C. pe FABRICZY. 


‘= 


n —— —_ - ——o.--. 


Per î lavori pubblicati nell’ARCHIVIO STORICO DELL'ARTE sono riservati tutti è diritti 
di proprietà letteraria ed artistica per l’Italia e per l'estero. 


DomenIco GnoLI, Direttore responsabile 





Roma - Tip. dell’ Unione Cooperativa Editrice, via di Porta Salaria, 23e4: 





L'ESPOSIZIONE D'ORVIETO 


E LA STORIA DELLE ARTI 


UELLI che, per festeggiare il Congresso Eucaristico 
aperto ad Orvieto il 5 settembre 1896, hanno avuto 
il geniale pensiero di radunare intorno al meraviglioso 
reliquiario senese, che contiene il Corporale di Bolsena, 
un corteo di tesori, non potevano, credo, sperare che 
l’ Esposizione d’arte sacra da loro promossa riuscisse 
così popolare e apportasse alla storia delle notizie così 
importanti. Certo le ditficoltà sono state grandi: per 
vincere gli scrupoli religiosi ed i timori esagerati delle 
Fabbriche e dei Capitoli e convincerli a separarsi dalle 
cose preziose che custodiscono con sì gelosa cura, ci è 
voluto l'intervento delle autorità ecclesiastiche e la 
garanzia dello Stato; soprattutto ci è voluto la pa- 
ziente ed abile diplomazia del comm. Luigi Fumi, che 
è stato l’anima dell'impresa. Ma ora l’egregio cultore 

della Storia politica ed artistica d’ Orvieto deve essere soddisfatto dell’opera sua. Quanti 

sono entrati nel palazzo di Bonifacio VIII, la cui grande sala conteneva le vetrine, hanno 

potuto ammirare ed imparare. È vero che i tesori più celebri d’Italia, quelli di Monza, di 
Milano, di Venezia, che il Museo cristiano del Vaticano ed il Museo del Bargello a Firenze 
non hanno mandato nulla ad Orvieto. Ma i Capitoli di San Pietro e di San Giovanni in 

Laterano hanno, coll’assenso del Sommo Pontefice, esposto i pezzi più cospicui dei loro 
tesori, la dalmatica bizantina, detta di Carlo Magno, il piviale del xIV secolo, detto di 
Bonifazio VIII, la croce processionale firmata dall’orefice Nicolò da Guardiagrele. Dei Musei 
municipali, come quello di Perugia, delle famiglie principesche, come l Ecc.®* Casa Chigi, 

hanno depositato delle opere preziosissime. Infine, molti oggetti sconosciuti-sono stati mandati 

sia dalle città lontane, sdegnate dai viaggiatori, che dalle chiese celebri, di cui molti hanno 
descritto e disegnato l’architettura, senza pensare neppure a dare un’occhiata alla sagrestia. 

Così si sono svelati dei capolavori d’oreficeria e di ricamo, venuti dalle estremità d’ Italia, dal 

Piemonte ovvero dalla Calabria. Di queste scoperte, che noi tutti abbiamo potuto fare senza 
fatica in poche ore, il merito, lo voglio ripetere, torna al comm. L. Fumi. Non contento del 

suo laborioso compito di preparazione e di sistemazione, egli stava sempre in mezzo alla 

Esposizione, facendo gli onori della ricca raccolta e prestandosi colla massima cortesia alle 
esigenze degli studiosi. Gli oggetti che nelle chiese si possono soltanto adocchiare in fretta, 
quando viene permesso di vederli, si sono potuti studiare minutamente, girare, misurare, 
fotografare. Così l’ Esposizione d’Orvieto, perpetuata da descrizioni e da riproduzioni, avrà 
dei risultati durevoli. La Commissione dei monumenti possederà il segnalamento preciso di 





Archivio storico dell’ Arte, Serie 2°, Anno II, fasc. VI. 1 


406 EMILE BERTAUX 


tanti oggetti, qualche volta sfuggiti agli ispettori provinciali. Gli alunni delle scuole d’arte 
industriale potranno valersi, per i loro componimenti, di modelli nuovi, che il ch."° com- 
mendator Erculei, promotore egli stesso delle passate Esposizioni d’arte ed industria a Roma, 
ha scelti a Orvieto e presenterà nella sontuosa Rivista Arte ifaliana decorativa e industriale. 
Così pure l’archeologia cristiana s'è arricchita di oggetti rari, come i cofani d’avorio di Bobbio 
(V secolo?), di Pesaro (VI secolo), di San Giovenale a Orvieto (dal VII al x secolo), ovvero il 
dossale di sedia vescovile in bronzo dorato, che proviene dalla Badia di Mentorella, in pro- 
vincia di Roma (XIII secolo); possiamo sperare che questi oggetti e molti altri vengano man 
mano illustrati dal R. P. Grisar, che li ha lungamente esaminati. Infine, parecchie opere d’arte 
ignorate e parecchi artefici dimenticati devono, fin d’ora, prender posto nella storia delle 
arti. Per me, tralasciando gli oggetti che interessano la liturgia e l'iconografia, mi limiterò 
a indicare i lavori d’oreficeria o di ricamo esposti ad Orvieto, che mi sembrano meritare 
uno studio per il loro pregio artistico e la loro importanza storica. Citerò prima gli oggetti 
importati sia dall'Oriente che dai paesi del Nord, poi mi fermerò sugli oggetti lavorati in 
Italia, passando in rivista le opere firmate e tentando dopo di classificare le opere anonime 
nelle serie già costituite. 


ARTE BIZANTINA. 


La croce di Velletri. - Le croci di Gaeta e di Cosenza e gli smalti bizantini 
nell’ Italia meridionale. 


Tre croci bizantine con smalti erano esposte insieme. L'una è la croce di Velletri, 
celebre soprattutto per la dotta monografia che le fu consacrata nel secolo scorso dal cardi- 
nale Stefano Borgia, uno dei padri dell’archeologia cristiana. ! Dopo di lui la Crur Veli- 
terna è stata citata più volte, ma pochi sono andati a vederla, e tutti ripetevano gli errori 
pel cardinale. Solo, credo, H. Grimouard de Saint-Laurent, che è stato fra i collaboratori più 
attivi degli Annali archeologici di Didnon, l’ha studiata sul posto. * Egli ha visto benissimo 
che l’oggetto attuale si compone di tre pezzi distinti: il piede d’argento dorato, assai rozzo, 
che potrebbe (secondo me) essere un lavoro locale del secolo xn1; la croce d’altare * bizantina 
in filigrana di bell’oro giallo con molte perle, due rubini, uno smeraldo, che rimonta, senza 
dubbio, ai tempi del donatore indicato dalla tradizione, papa Alessandro IV (1254-1261); 
infine, una croce pettorale fatta d’un metallo pallido, dove l’oro entra per poco, e ornata 
di smalti champlevés sulla lastra e c/loîsonnés.* Cinque medaglioni rotondi in ismalto, 
che ornavano il lato posteriore della crocetta, sono stati incastrati nella croce di filigrana. 
Essi rappresentano l’agnello ed i simboli degli Evangelisti. La croce piccola, con gli smalti, 
è stata attribuita dal Borgia e dal Grimouard all’ VIJI o al IX secolo. Ma deve essere consi- 
derata come molto più recente per ragioni iconografiche e tecniche. Prima, nelle croci pet- 
torali anteriori al x secolo finora conosciute, il Cristo crocefisso è vestito d’un lungo colobium: 
senza maniche; invece sulla croce di Velletri ° porta soltanto, come al solito, un panno corto 


! De Cruce Veliterna Commentarius auctore StEePHANO ‘+ Un busto benedicente, colla tonsura e senza barba, 
Borara, Roma, 1780, in 4. posto al disopra del Crocefisso è stato identificato, senza 
* Veda quanto ne ha scritto in parecchi articoli: ragione seria, con San Pietro. 
Annales archéologiques, t. XXIII, pag. 37, n.1; t. XXVII, ° Veda quelle del Museo di South-Kensington e del 
pag. 6, 23, 228; Revue de l’art chrétien, 1866, pag. 5 monastero di Martivli in Mingrelia, descritte dal pro- 
e seg. fessor N. Kondakoff (Histoire et monuments des émaux 


® Altezza, m. 0.19; larghezza, m. 0.13. byzantins. Francfort sur le Mein, 1892, in-4, pubblicato 











IL'IVIS 








(visavivo - YZNas0) 10 W1vugaLIivo) 


NOO QUO NI VNXLENYZIY HUYVLITIYV.K HOOHI È 


"Lot ‘Fed ‘]] ouuy — ,Z 9l19G ‘ALUY, TI ODINOLG OIAIHINY 





L'ESPOSIZIONE D’ORVIETO E LA STORIA DELLE ARTI 407 


alla cinta. Ma sopra tutto basta notare la esecuzione scadente degli smalti, la larghezza 
eccessiva delle alveole d’oro, il colorito grigio del viso della Vergine e di San Giovanni, il 
corpo del Salvatore diventato nerastro, per accertare che quest’oggetto famoso non è altro 
che un lavoro dozzinale della fine del secolo XII. 

Tutt'altro è l'interesse che presentano due croci, assolutamente ignote ambedue, venute 

dall’ Italia meridionale. La croce pettorale di Gaeta (alta 9 centimetri e mezzo) ha conser- 
vato l’anello che serviva per portarla; essa è d’oro puro e decorata di smalti, il cui disegno 
è rudimentale, ma i colori fini e freschi. In mezzo al lato anteriore sta Cristo crocefisso ! 
sopra una croce greca nera contornata di verde. Sotto la croce si vede un teschio bianco 
opaco; al disopra del titolo della Croce è scritto IC XC; dai due lati, sotto le braccia, le 
parole comuni: JAE OYC COY [IAOY H MP COY. Sopra il crocefisso un tondo 
col busto di San Michele (M X), a sinistra la Vergine (MP © Y,, a destra San Giovanni 
Evangelista (O IW) | O ©; è &ytos Iwavwns 6 9e0X6y0s). Nel rovescio, in mezzo la Ver- 
gine in piedi; dai due lati della testa Mp, ©Y. Sopra San Giovanni Battista in busto 
(O ID O i); 6 &yiog ’Imavwng 5 xpédpomoc. A sinistra San Teodoro in mantello bianco 
(O GOEOAUWPO”); a destra San Giorgio, col libro (O FEUOPrIOD'). Sotto, San 
Demetrio (O AHMIITPIO?). Dai due lati della Vergine si legge l’iscrizione seguente 
su due righe verticali; OhE BUHOHTO COA AYBACIA; bBeotize, ponbito 008 
dov)ov Bxeunéos. Riesce impossibile il determinare chi sarà stato questo Basilio, imperatore, 
vescovo o abate. Ma è certo che la croce di Gaeta è un oggetto bizantino assai pregevole, 
che non deve essere posteriore all’ XI secolo. 
4 La Croce-reliquiario, mandata dalla cattedrale di Cosenza, è stata forse la rivelazione 
più straordinaria dovuta all’ Esposizione d’Orvieto. Essa è alta 26 centimetri, larga 22, tutta 
in oro, con smalti meravigliosi. Poggia su di un piede d’argento dorato, lavoro di sbalzo. 
a motivi molto caricati, di stile spagnuolo e della prima metà del Cinquecento.* Una descri- 
zione particolareggiata della croce permetterà in qualche modo al lettore di far uscire i 
colori dalla fototipia monotona. 

Lato anteriore. — Una lastra d’oro, in forma di croce, foriemente curvata, è il campo 
sul quale è tagliato il contorno del Crocifisso, riempito di smalto cloîsonné. Il Cristo 
ha capelli neri, rigati da finissimi filetti d’oro; il colorito del viso e del corpo è d’un rosa 
morbido, con parti giallastre; tutti i dettagli salienti della muscolatura e dell’ossatura sono 
sottolineati dalle minute strisce d’oro che ne seguono il movimento. Il lenzuolo che copre 
il mezzo del corpo è grigio azzurro, foderato di bleu oscuro. Il nimbo, di colore verde traslu- 
cido, è traversato da una croce bianca contorniata di rosso. La grande croce greca, alla 
quale Cristo è inchiodato con quattro chiodi, è riempita di smalto bleu oscuro ben omogeneo, 
mantenuto da una reticella finissima di bandelle d’oro in zig-zag, che non attingono alla 
superficie. Un sasso di disegno convenzionale, verde e rosso, con nel mezzo un teschio 


bianco opaco, sostiene la croce. Si leggono due iscrizioni IC _XC, ICTAYPUCIC 


(i ata)pwas, con iotacismo). Quattro medaglioni tondi, anch'essi fortemente curvati e ornati di 
smalti delicatissimi, accompagnano il Crocifisso. In alto un arcangelo in piedi, con lunga tonaca 
bleu oscuro, stola gialla a fiori rossi e neri, tiene nelle mani il globo ed un alto scettro. A sini- 
stra la Vergine con una gonna azzurro grigio, un velo bleu oscuro ; a destra San Giovanni Bat- 


per cura del signor Zwénigorodskoî, pag. 158 e 165), e IHS, due stemmi, l’uno con cappello cardin dizio, che 

quelle pubblicate dal P. Garrucci (Storia dell’arte cri- non ho potuto identificare fra quelli dei vescovi cala- 

stiana, t. VI). bresi e siciliani. Questo piede è certamente stato fatto 
' Il piedo d'argento dorato che sostiene adesso la nello stesso tempo che un calice d’argento in parte do- 

Crocc è della fine del Cinquecento. rato, che era egualmente esposto. Sono lavori pesanti e 
° Il piede porta in rilievo, insieme col monogramma mediocri, intorno ai quali non perderò tempo. 


408 EMILE BERTAUX 


tista, irsuto come al solito, vestito di verde opaco. Tutte e tre le figurine hanno dei capelli neri 
e un nimbo verde traslucido. Il medaglione di basso porta un altare rosso ornato d’ una croce 
bianca, fiancheggiato dell’asta e dal bastone colla spugna. Sull’altare è posato un calice, vicino 
al quale sta una colomba con piedi rossi e le ali distese. Quattro chiodi sono sospesi al disopra 
dell’altare; infine, una croce bianca che sostiene una corona di spine nera domina l’insieme, 
dai due lati della croce si legge chiaramente l’iscrizione: HC TA, che non saprei spiegare; 
ma senza dubbio, questa è una rappresentazione assai rara negli oggetti di oreficeria del. 
motivo comune nella pittura greca, la preparazione del trono per il Giudizio ed il Trionfo, 
i otimacia TOS Bpovov. ! 

Lato posteriore. — Tutto il fondo è costituito da un lavoro di filigrana delicatissimo, in 
fili d’oro torti. In mezzo spicca, sopra un medaglione d’oro convesso, la maestosa figura di 
Cristo in trono, tenente un libro e benedicente; la testa, malgrado la sua piccolezza, è d’una 
‘nobiltà imponente, il nimbo simile a quello del Cristo crocifisso. Delle lettere di smalto bianco 
formano la sigla IC XC. Quattro medaglioni simili ornano le quattro estremità della croce; 
essi rappresentano gli Evangelisti, senza particolari distintivi, due colla barba grigia, due 
colla barba nera, seduti e in atto di scrivere sopra dei leggii. Sotto il Cristo è incastrata una 
crocetta d’oro che serve di reliquiario per un pezzo della vera croce, cantonata da quattro 
smalti traslucidi sopra oro, verde, rosso e bleu, di disegni semplicissimi. Altri smalti analoghi 
ornano le braccia della croce; sopra di Cristo un magnifico rubino è rimasto incastrato nella 
montatura antica, una lametta d’oro sottilissima; e gli altri rubini che decorano quel lato 
della croce sono stati rimontati posteriormente in argento. L’oggetto intero è contornato da 
un doppio cordone di palline in oro, perfettamente tonde ed eguali fra loro. 

Quest’arida descrizione e anche una riproduzione scolorita non possono far apprezzare la 
finitezza del lavoro, la libertà del disegno, la delicatezza dei filetti d’oro e lo splendore dei 
colori. Senza dubbio si tratta d’un’opera fatta a Costantinopoli, nell'epoca più florida dell’arte 
dello smalto, verso i primi anni dell’ xI secolo. ® Da chi e quando ha potuto essere mandata 
a Cosenza questa meraviglia? Non si è conservato sul posto (il tesoriere del Capitolo di 
Cosenza me l’afferma) nessuna tradizione intorno ad un oggetto di cui tutti ignoravano il 
pregio eccezionale. Noterò soltanto che Cosenza, dopo essere stata presa e ripresa più volte dai 
Saraceni nel corso del x secolo, fu definitivamente liberata dagli infedeli nel 1024 e rimase 
al potere dei Greci fino all’anno 1060, nel quale si sottomise a Roberto Guiscardo. Lo stile 
dell'oggetto permette d’ammettere che sia stato fatto e mandato a Cosenza in quel periodo 
di calma che la città ritrovò fra la cacciata dei Musulmani e Ja minaccia dei Normanni; ma 
è inutile fermarsi sopra delle congetture, e sarà preferibile indicare brevemente l’ importanza 
storica del pezzo che ho descritto. 

Già isolata e studiata soltanto. per la bellezza dello stile e la perfezione della tecnica, 
la croce di Cosenza sarebbe un esempio d’oreficeria bizantina raro per la sua integrità. 
Tutti sanno in fatto che nella maggior parte degli oggetti greci smaltati adesso conservati 
il lavoro d’oreficeria in oro e le piastre smaltate non sono pressochè mai fatti insieme, ed 
è stato dimostrato abbondantemente che molti fra i monumenti più celebri di quelle arti, 
dall’evangeliario di Siena fino alla Pala d'Oro, non sono che un mosaico di smalti d’epoca e 
di stile diversi comprati separatamente ed incastrati l’uno vicino all’altro, come lo sareb- 
bero stati un rubino ed uno smeraldo. Invece possiamo osservare nella croce di Cosenza, 
con la finezza del dettaglio, la composizione dell'insieme, che non è stata alterata. 


! Si veda la nota dissertazione di P. Duranp, FEtude 
sw DPEtimacia, symbole du Jugement dernier dans lIco- 
nographie grecque. Chartres, 1867, in-8. 

? Si potrà, per esempio, comparare le fototipie che 
pubblico con gli smalti del quadro-reliquiario appar- 
tenente al conte Stroganoff, e che, si dice, sarebbe 


stato comprato tempo fa da un antiquario di Roma nel 


mo 


Mezzogiorno d’Italia. Il ch."° signor G. Schlumberger 
ne dà una descrizione e due bellissime riproduzioni 
nella pubblicazione dell’Accademia delle iscrizioni e 
belle lettere di Parigi: Fondation E. Piot, Monuments 


et Memoires, 1894, in-4, pag. 99-104, tavole XIII e XIV. 


L'ESPOSIZIONE D’ORVIETO E LA STORIA DELLE ARTI 
Ma la croce di Cosenza ed anche la crocetta di Gaeta interessano la storia delle arti, 
non soltanto per il loro valore proprio, ma anche perchè vengono ad aumentare un gruppo di 
oggetti pregevoli, rimasti finora sconosciuti ai più dotti illustratori delle cose bizantine. Voglio 
parlare degli smalti greci che furono importati sotto il dominio bizantino e anche durante i 
secoli seguenti nelle Due Sicilie e di quelli che forse ci furono fabbricati. L’ illustre N. Kon- 
dakoff, nel magnifico libro più volte citato, indica soltanto un anello del Museo di Palermo 
(vi secolo) che non è ornato di smalti, ma bensì di niello;! il ch."° prof. Diehl, nel suo libro 
L’Art byzantin dans VItalie méridionale, descrive due piccole lastre d’oro che portano in 
rilievo l'Adorazione dei Re Magi, conservate l’una a Catanzaro, l’altra a Reggio," ma non 
allude a opere d’oreficeria smaltate. Eppure, senza dilungarci per ora sui testi, sappiamo 
che Desiderio, il famoso abate di Monte Cassino, mandò dall’ imperatore Romanos per fare 
eseguire dagli orefici imperiali un paliotto d’altare, destinato alla chiesa del monastero, che 
doveva essere ornato di smalti preziosi, con scene della Vita di Cristo e dei Miracoli di 
San Benedetto. * Dal canto suo Roberto Guiscardo offrì al monastero, fra tanti doni vera- 
mente regali, un ciborio coperto di gemme, di perle e di smalti certamente bizantini. 4 
Queste magnificenze, che dovevano ricordare lo splendore della &ytx Tparea di Santa Sofia, 
sono scomparse da secoli. Ma anche prima dell’apparizione delle croci di Cosenza e di Gaeta 
altri pezzi notevoli ornati di smalti bizantini si potevano studiare a Napoli, a Capua e a 
Scala, presso Ravello. ° 
Nell’oscura cappella del duomo di Napoli, chiusa da un cancello, dove si conservano le 
reliquie, eccettuate quelle del Tesoro, splendono i medaglioni d’oro smaltato che decorano 
la croce-reliquiario, detta di San Leonzio.® Non posso ammettere, colla tradizione, che la 
croce intera rimonti al vescovo napoletano del vir secolo. È possibile solo che il corpo stesso 
della croce, in filigrana d’oro, tempestato di gemme, sia il reliquiario che San Leonzio fece 
fare per un pezzo del legno della santa croce, ai tempi di papa Eugenio e dell’imperatore 
Costantino.® Ma senza dubbio i quattro smalti rotondi, di lavoro accurato e di buona conser- 
vazione, con busti degli Evangelisti ed iscrizioni greche, non ‘sono anteriori all'XI secolo, 
e il rovescio della croce, in argento sbalzato “con l’agnello e i simboli degli Evangelisti, 
sarà ancora posteriore. Abbiamo qui un esempio, fra cento, di questi medaglioni decorativi 
che Costantinopoli mandava in Occidente e che erano adoperati dopo a guisa di gemme. 
Tanto gli smalti della croce napoletana come le croci di Gaeta e di Cosenza portano 
delle iscrizioni greche e sono senza dubbio stati portati dall’Oriente. I due altri oggetti con 
smalti bizantini, che conosco nell'Italia meridionale, presentano invece delle iscrizioni latine. 
La cattedrale di Capua conserva i due lati d’ una copertura di messale * in lamina 
d’oro ornata di filigrana e di buoni smalti cloîzsonnes, che la tradizione attribuisce al vescovo 
Alfano (morto nel 1183). L’uno dei pezzi, sopra il quale sono figurati Cristo in gloria, nella 


! Histoire et monuments des émaux byzantins, pag. 248. getto non è certa. 


La riproduzione è presa dall’opuscolo delcomm. A. Salinas: $ Questa croce è stata descritta in apposita mono- 


Del reale Museo di Palermo, Palermo, 1873, in-8, pag. 57. 
® Parigi, 1894, in-8, pag. 203. La lastra di Catanzaro, 
anche descritta da F. Lenormant, è adesso scomparsa 
in uno dei cambiamenti di direttore che hanno abban- 
donato al saccheggio questo disgraziato Museo. 

5 Leo Ostiensis, Chronica casinensis, lib. III, capi- 
tolo XXXIII. (R. I. S., t. IV, pag. 450). 

1 Altarium aureum cum gemmis, margaritis et smaltis 
ornatum. (Id., cap. LVIII). 

° Lascio da parte un trittico di rame smaltato con 
vari soggetti religiosi a iscrizioni greche e latine, che 
si conserva nel Museo di Palermo; gli smalti non sono 
cloisonnes, ma bensì champlevés, e l'autenticità dell’og- 


grafia dal sacerdote Gioacchino Taglialatela (La stau- 
roteca di San Leonzio nella cattedrale di Nupoli. Na- 
poli, 1877, in-8) e riprodotta in buona cromolitografia 
nella grand'opera di Bartolomeo Capasso (Monumenta 
ad neapolitani ducatus historiam pertinentia, t. 1I, parte 
II, Napoli, 1892, tav. XIX e XX). 

* « Hic fecit crucem auream mediocrem cum lapidi- 
bus pretiosis; in quam medio reclusit ex portione vivifici 
ligni in quo Dominus noster pependi pro salute generis 
humani dignatus est ». Chronicon Episcop. S. Neap. Ecc. 
(Capasso, t. I, pag. 181). 

8 Indicata dal solo Demetrio Salazaro (Monumenti 
dell’ Italia meridionale. Napoli, 1871, in-fol., pag. 53). 


410 EMILE BERTAUX 

mandorla, fra i quattro angoli, e attorno dei medaglioni d’apostoli, è chiuso nel Tesoro; 
l’altro, colla Crocefissione e dei medaglioni simili, è esposto sotto vetro, al disopra di un 
altare, nel cappellone del Sacramento. e, 

Posteriore di più di un secolo è una ricca ‘mitra di seta rossa tutta coperta di rabeschi 
in perle e ornata da una serie di medaglioni smaltati, di cui lo Schulz ha già notato il 
disegno puramente greco. ! La tecnica è delicata, benchè l’epoca sia tarda. Infatti questa 
mitra, che passa per un regalo di Carlo I d’Angiò, è senza dubbio posteriore alla morte di 
questo principe (1295), perchè ci si vede, insieme con la figura di San Francesco (S. FRAN- 
CISCV), quella di San Luigi (S. LOISI) che fu proclamato santo nel 1297 da Bonifacio VIII, 
a Orvieto. È strano il vedere i busti del santo italiano e del santo francese vestiti da apo- 
stoli greci, con le mani alzate in un gesto di adorazione orientale. 

Si può ammettere che il dittico di Capua e la mitra di Scala siano stati lavorati in 
Italia; ma lo furono da Greci, ovvero da Italiani formati alle greche discipline? Per la 
mitra, non mi pare che ci sia dubbio: solo un artefice di stirpe greca poteva curarsi abba- 
stanza poco dei santi i cui nomi gli venivano dettati e che non trovava nel proprio calen- 
dario, per vestire San Francesco e San Lodovico come un San Pietro o un San Luca. Certo 
per chi vuol seguire la persistenza dell’ellenismo nelle provincie meridionali d’Italia sarà 
prezioso il sapere che un signore di Napoli o di una città vicina comandava ancora degli 
smalti a qualche greco, nel tempo stesso che erano stabiliti alla Corte angioina questi orefici 
e smaltatori francesi che nel 1305 eseguirono il famoso busto di San Gennaro. Ma il dittico 
solleva una questione che meriterebbe esame, e forse qualcheduno spererà di trovarvi un pre- 
gevole ricordo della scuola d’oreficeria formata a Montecassino sotto la direzione di maestri 
greci, al tempo del famoso abate Desiderio. Infatti Labarte * dà come accertato che gli artefici 
benedettini abbiano imparato, fra tante arti, quella dello smalto. Ma se si legge da vicino 
il testo del cronista Leone d’Ostia, quest’affermazione sembrerà azzardata: 1° il cronista non 
parla di oggetti smaltati senza indicare positivament. che vengono da Costantinopoli; 2° nel- 
l'elenco delle arti imparate dai monaci, riprodotto da Labarte stesso, ®* non si fa parola dello 
smalto cloîsonné, che certamente avrebbe colpito il cronista per la novità e la difficoltà; 
3° lo smalto non appare mai sui lavori d’ oreficeria eseguiti a Montecassino e citati dalla 
cronaca: non si tratta che di sbalzo, di cesello e di doratura. Per di più, conosco un oggetto 
d’oreficeria eseguito senza dubbio sul principio del secolo XII da un’artefice dell’ Italia Meri- 
dionale, discepolo dei Greci. Parlo del trittico d’ Alba Fucense, presso Avezzano. * Ora su 
questo pezzo, di disegno assai delicato, e di tecnica accuratissima, si vedono soltanto, vicino 
alle lamine d’argento dorato, alle gemme e alle perle, dei medaglioni con mezze figure 
d’angeli e di santi che sono semplici pitture a fondo d’oro sotto vetro, meschina imitazione 
dello smalto, che passava evidentemente le conoscenze di quel valente pittore e cesellatore 
italiano. Credo dunque che i monaci di Desiderio non siano stati iniziati ai segreti minu- 
tissimi degli smalti c/ozsonnes a figure, i quali del resto non sembrano essere mai stati imitati 
in Italia, come lo furono in Germania;® gli artefici dell’Italia meridionale non hanno usato 
lo smalto se non in cubi e in bastoncini, come musaicisti. ° 


! Denkmdiler der Kunst des Mittelaltersin Unteritalien. tempi del monaco Teofilo (cioè, secondo lui, nella fine 


Dresda, 1860, in-fol., t. II, pag. 263. 

? Histoire des arts industriels, 2* ed. Parigi, 1875, 
t. II, pag. 86. 

* I, pag. 395. 

4 Il tesoro d'Alba Fucense si conserva, non nella famosa 
chiesa di San Pietro, ma nella Collegiata San Nicola. È 
stato segnalato per la prima volta nel 1885 dal comm. A. 
de Nino, e descritto recentemente dal prof. P. Piccirilli 
nella Rivista Abruzzese (1894, pag. 200 e seg.). 

° Labarte non parla con tanta sicurezza degli smalti 
lavorati a Montecassino, se non perchè crede che ai 


dell’x1 secolo) i Toscani conoscevano la pratica degli 
smalti bizantini. Egli cita il passo famoso: « Quicquid in 
electrorum operositate seu nigelli varietate novit Tuscia ». 
(Schedula diversarum artium, ed. l’Escalopier. Parigi e 
Lipsia, 1843, in-8, pag. 8). Ma la lezione Tuscia è molto 
dubbiosa; si noterà che nell’enumerazione fatta dal mo- 
naco, ilpostoattribuito alla Toscana fra la Grecia el’Arabia 
è assai strano, e per me adotterei ben piuttosto la lezione 
Russia, data dal migliore ms., quello di Cambridge. 

€ Così spiegherei la parola vit» nel testo di Leone 
d’Ostia (lib. III, cap. XXIX). 


A 


L'ESPOSIZIONE D’ORVIETO E LA STORIA DELLE ARTI 411 

Per riassumere, gli oggetti smaltati di stile bizantino che oggi si conoscono nelle pro- 
vincie meridionali d’Italia formano due serie: quelli con iscrizioni greche, che sono certa- 
mente stati importati d’oltre mare; quelli con iscrizioni latine, che sono stati probabilmente 
fabbricati sul posto. Ma tutti, per me, sono opera di Greci. Gli storici dell’arte bizantina ne 
potranno prendere conto e dovranno enumerare fra i pezzi più perfetti che avranno da stu- 
diare la croce di Cosenza. 


ARTE FRANCESE, TEDESCA E FIAMMINGA. 


Smalti e ricami. 
La Madonnina di Loreto - La pace di Pio II. 


Ognuno sa che, dopo Bisanzio, Limoges diventò nel secolo xHI il grande centro d’espor- 
tazione per gli oggetti smaltati. Qualcheduno fu portato in Italia da prelati di origine 
francese, come il pastorale di Montecassino, ! ovvero il bel reliquiario, il piede di croce e 
la colomba eucaristica della chiesa di San Sepolcro a Barletta: * il porto pugliese aveva fin 
dal 1190 dato asilo al patriarcato di Nazareth, che fu occupato più volte da Francesi. Altri 
pezzi limosini, il cui catalogo è ancora assai incompleto, si ritrovano in possesso di molte 
chiese italiane, come per esempio il piatto (gémellion) con stemmi, analoge a quel bellissimo 
di Conques, che appartiene all'Opera del Duomo di Siena. L'esposizione d’ Orvieto ha fatto 
conoscere qualche oggetto nuovo di Limoges, in rame con ismalto champlevé: una piccola 
pisside di Pienza, una colomba eucaristica di Frassinovo, presso Modena. Il Museo Civico di 
Torino esponeva un lato di una copertura di vangeliario con la crocefissione, lavoro bellis- 
simo e poco conosciuto della metà del secolo xNI. Sotto Ja croce si vede una figura umana 
che esce da una tomba, le due braccia levate verso il Crocefisso. Il fondo è bleu, la croce 
verde, le pieghe dei costumi sono accentuate da un rilievo leggiero e sottolineate da righe 
incise, riempite di smalto bleu nero; le teste spiccano in altorilievo. 

L'arte di Limoges può ancora rivendicare la statuina, finora studiata da pochi, della 
Madonna col Bambino, seduta in trono, sotto un'edicola, che si conserva nel Tesoro di 
Loreto, fra gli scarsissimi oggetti antichi sfuggiti all’invasione francese del 1799. Essa è 
di rame e passa per opera bizantina del secolo Xx o circa. A prima vista uno può essere 
ingannato dai nimbi della Madonna e del Bambino (quest’ultimo coll’iscrizione 1 s 05, 
‘Incods ypiotòs 9265) e dalle sigle incise sul petto delle statue: IC XC, MP OY. Ma si 
noterà subito che i nimbi sono un’aggiunta assai sconcia, e che l’incisione circolare 
praticata sopra la testa della Madonna era fatta per ricevere una corona. Per di più, la 
base della statua della Madonna, leggermente tagliata perchè dovette trovarsi un po’ troppo 
alta sulla sedia, fusa a parte, porta incisa in caratteri gotici l'iscrizione: AVE MARIA 
GRATIA PLENA. Il costume della Vergine, aggiustato sul petto, più largo alla vita, con 
una lunga cintura che cade sul davanti, il suo mantello foderato di va77, le due teste tonde 





! CARAVITA, / codici e le arti a Montecassino. 

* C. Ennart, Les origines frangaises de l’architecture 
gothique en Italie, 1894, in-8, pag. 308. Il ch. autore 
cita ancora il cofano di Vercelli, illustrato da E. MeLLa 
(La cassa giù di deposito delle ossa del cardinale Guala- 
Bicheri. Torino, 1888, in-8), una lastra con un angelo 
ad Amaseno (prov. di Roma), e la lastra smaltata 
a champlere, incastrata nel ciborio di San Nicola di 


Bari, che rappresenta re Ruggero coronato da San 
Nicola. Per me quest'ultimo pezzo sarebbe un lavoro 
rhenano. 

° Si veda intorno a questo Tesoro, Pretro VALERIO 
MartorELLI, Teatro storico della Santa Casa Nazarena 
(Roma, 1735, 3 vol. in-fol.) e segnatamente II, pag. 102- 
109, e III, pag. 132-135. Non si fa parola in questi 
vecchi libri della Madonnina di rame. 





412 EMILE BERTAUX 








. e larghe, con un sorriso leggiero, tutto rammenta la scultura francese del principio del 
secolo XII. Infine la base sopra la quale poggiano le colonnine dell’edicola e la parte poste- 

<» riore del trono! sono ornate di volute champlerées sopra fondo di smalto grigio-bleu, e sui 
lati del trono si vedono ancora quattro figure di apostoli incise che spiccano sopra un fondo 





STATUETTA DI MADONNA IN RAME CON SMALTI 


(Santa Casa di Loreto) 


simile. Rimarrebbe da spiegarsi l’aggiunta delle iscrizioni e dei nimbi greci. Si ammetterà, 
se si vuole, che la statuina sia stata portata nell’Oriente latino, che ci sia stata trasformata 
in icona della Panaghia e che dopo (non si sa esattamente quando) sia stata regalata al 
venerando santuario. 


! La porticina di rame dorato, che è stata adattata al trono, probabilmente per trasformarlo in reliquiario, 
non è anteriore al secolo xv. 





L'ESPOSIZIONE D’ORVIETO E LA STORIA DELLE ARTI 413 


Da Otranto è stato mandato ad Orvieto uno smalto dipinto che si dovrà aggiungere 
al catalogo dei Reymond, i celebri smaltatori di Limoges nel Cinquecento. ! È una lastra 
rettangolare di m. 0.14 d’altezza, sopra la quale è rappresentato San Matteo coll’angelo ; in 
fondo un ricco paesaggio. Nel primo piano sono accumulati dei libri, uno dei quali porta 
scritta in oro la lettera R. | 

Gli smalti renani non erano rappresentati che da una lastra piccola di rame rosso con 
due apostoli in piedi, sopra campi bleu e verde (Museo Civico di Torino), che si può attri- 
buire allo scorcio del secolo xIT. Ma c’era un oggetto meraviglioso d’oreficeria tedesca del 
Quattrocento, la Pace d’argento dorato e smaltato, conservata nella chiesa della Pieve ad 
Arezzo, ? e citata dal Labarte. ® Essa fu data nel mese di marzo dell’anno 1464 al Duomo di 


SFR 
at” | 
ai VALLE RAL L91155 «4 
Ki ie, 


GEE 


‘o, è» Tea 


® 
ba 
À 
ì 


: 

z n 

È 

DO 

î 

i A 
| aa 
j CL 
ì 


Ta e. -- fra <- Peo 
_— 
da sò, 4, Li 


= 


n. 
La 


n°. ho 40 bt 6 è —0 e -@ he 





LA PACE DI PIO II 


(Pieve d’Arezzo) 


Siena da papa Pio II, quando egli passò per questa città pochi mesi prima della sua morte. 
Lo spiritoso pontefice disse allora ai Senesi: « Noi vi lasciamo la pace: fate che alla nostra 
ritornata Noi ce la ritroviamo ». 4 Ma non ritornò da Ancona per dove proseguiva... Dipoi 
l'oggetto, che era valutato 800 fiorini d’oro, fu dai Senesi dato agli Aretini nel 1799, come 
ricordo insigne dell’alleanza delle due città contro i Francesi. 

La pace si compone dì due gruppi di mezze figure, in altorilievo d’argento, intera- 
mente coperto dì smalto opaco, addossati l'uno all’altro e chiusi sotto vetro in una cornice 
d’argento dorato, ornata di fiori in ismalto bianco, di gemme e di bellissime perle. Ogni 


7 
! Vedi Maurice Akpant, Fmailleurs limousins, les. IT, in-4, pag. 108. 
Reymond. Limoges, 1861. ‘4 Arch. di Stato di Siena, Santa Maria della Scala, 
? Altezza m. 0.14, lunghezza m. 0.12. lib. E, f. 148. Debbo la comunicazione del documento 


3J. LABARTE, Histoire des arts industriels au moyen- alla cortesia del comm. L. Fumi. 
age et è l'epoque de la Renaissance, 2" ed. Paris, 1865, 


Archivio storico dell’ Arte, Serie 2%, Anno II, fasc. VI. 2 


414 EMILE BERTAUX 


gruppo sembra appoggiato sopra una specie di conchiglia azzurra e spicca sopra un fondo 
bianco e blen. Da una parte la Madonna, vista da tre quarti, coperta da un grande velo 
bianco doppiato di rosso metallico, con viso gracile tutto bianco, è presentata ai fedeli da 


zo AE ee IT st tt "vi BAIA PARONA Te 





———_@ € 





—_——_..: 


- — lt 





D J 
(Ren en O dito citati Bn 
STATUETTA DI SAN GIORGIO IN ARGENTO 


(Barone Manno a Torino) 





un grand’angelo che veste una tonaca bianca 
tempestata di stelle azzurre; questo ha delle 
folte ciocche di capelli sulle tempie, e porta 
delle grandi ale tagliate in una lastra d’argento 
così tenue e così brillantemente colorita che 
sembra trasparente. Il nimbo tondo dell’angelo 
porta inciso in finissimi caratteri gotici qua- 
drati la parola: Memento ; sul nimbo radiato della 


. Madonna si legge: Miserere. L'angelo dell’altro 


lato è simile al primo, ed il suo nimbo offre la 
stessa iscrizione; presenta Cristo nudo e morto, 
tutto bianco, con i capelli e la barba indorati e 
con un nimbo in forma di croce, senza scritta. 
Il carattere delle figure, delle iscrizioni, della 
tecnica stessa, non è affatto italiano; invece 
appare puramente tedesco. Non farà meraviglia 
il trovare un oggetto d’arte germanica nelle 
mani del papa che, dal tempo che fu mandato 
al Concilio di Basilea come legato, si mise al 
servizio dell'Impero e che si fece l’istoriografo 
dell’imperatore Federico III, da cui era stato 
colmato d’onori e di doni. ! 

Tre grandi coppe d’argento sbalzato e do- 
rato, mandate dal Duomo di Rieti, in Umbria, 
hanno la forma caratteristica degli Naunap te- 
deschi della fine del Quattrocento. * 

Una graziosa statuetta di San Giorgio in ar- 
gento, gioiello della raccolta Manno, a Torino, 
è senza dubbio tedesca o fiamminga. Il santo, 
coronato d’alloru e la palma in mano,è coperto 
d’un’armatura completa della seconda metà 
del Quattrocento e indossa una mantellina a 
pieghe angolose, fatta d’una sottile lamina di 
argento. La base antica, in argento dorato, 
porta due stemmi azzurro sopra oro, che si 
distingueranno sulla riproduzione. 

Fra gli ornamenti ecclesiastici più ricchi e 
più antichi che erano esposti, parecchi sono 
stati senza dubbio disegnati e ricamati fuori 
d’Italia. La pianeta mandata dal Duomo di Ver- 
celli porta sulle braccia della croce lo stemma, 
con la quercia d’oro su campo azzurro, del 


cardinale Giuliano della Rovere, che occupò questa sede vescovile dal 1502 fino al tempo 


! Una pace assai simile a quella di Pio II si trovava 
nell'inventario del cardinale Giorgio d’Amboise (1510). 
Un'altra, con una Santa Veronica, era in possesso del 
duca di Burgundia, Filippo il Bruno (1467). Vedi pe 


Lo 


LaBorpr, Notice des mau et bijoux du Musce du Louvre, 


Paris, 1853, 2° parte, pag. 428. 

? Parecchi simili vengono riprodotti nell’opera di 
C. BeckEr e J. H. vox HernER-ALTENECK, Aunstfiwerke und 
Gercithschaften des Mittelalters und der Renaissance. Franc- 
furt am Mein, 1857, 3 vol. in-4. 


L'ESPOSIZIONE D’ORVIETO E LA STORIA DELLE ARTI 415 





che prese il nome di Giulio II (1° novembre 1503); ma gli stemmi sono un’aggiunta evi- 
dente a un paramento anteriore forse di mezzo secolo. La stoffa è un damasco cremisi a 
grandi fiori gialli; la striscia ricamata sopra fondo d’oro è divisa in vari compartimenti da 
architetture pesanti con archetti ed enormi acroterî fiammeggianti. Le scene rappresentano 
un santo monaco in atto di discutere con un imperatore, circondato da quattro vecchi filosofi, 
le cui teste sono delle vere caricature; un altro santo tradotto avanti al trono d’un altro 
imperatore da una schiera di guardie coperte di armature complicate; Cristo nel Limbo; 
Cristo cogli apostoli nel giardino degli olivi. Ai due lati del collo sono figurati San Pietro 
e San Paolo, in piedi, con ricchi fondi di paesaggio, nei quali spiccano alti campanili a 
punta, di architettura affatto settentrionale. Accanto alla pianeta era appeso un piviale della 
stessa stoffa e dello stesso lavoro, che portava sul cappuccio una rappresentazione dell’ ul- 
tima Cena. I tipi delle teste volgari e brutti, ma singolarmente veri e caratteristici, i nasi 
irregolari di tutte le forme, perfino il costume ed il panneggiamento dinotano l’origine 
francese dei due ricchi paramenti. 

Un altro paramento, con pianeta e piviale, della stessa epoca, ma di stile tedesco, era 
esposto dal Capitolo di Montefiascone, presso Viterbo; sfortunatamente le figure di santi rica- 
mate, che ci sì vedono raggruppate in due, sono molto logore; ma la stoffa, una seta bleu- 
scuro attraversata da «randi rabeschi d’oro, è meravigliosa. Il dottore Bode, direttore del 
Museo di Berlino, che visitò l'esposizione nel tempo ch’io lì lavorava, crede questo tessuto 
di fabbrica renana. 

Una bella pianeta, appartenente al Duomo d’Amalfi, è anch'essa della fine del Quattro- 
cento e, senza dubbio, fiamminga. Le figure ricamate sono: sul petto, il crocefisso soste- 
nuto da Dio Padre, fra la Vergine e San Giovanni; al di sotto, Santa Maddalena, con una 
specie di turbante, Sant'Anna e San Cristoforo; sul dorso, San Francesco, Santa Caterina 
ed una santa con un bambino alla mano. 

Fra i paramenti ricamati esposti a Orvieto, che non sono di disegno italiano, il più 
pregevole, tanto per la nobiltà del disegno che per la stupenda conservazione, era il piviale 
dato alla città di Gubbio dal cardinale Marcello Corvino, che fu vescovo di detta città 
dal 1545 fino al 1555: allora fu eletto, col nome di Marcello II, al papato, che conservò sol- 
tanto ventidue giorni, perchè improvvisamente morto. Quantunque risiedesse poco a Gubbio, 
egli fece riccamente ristaurare la Cattedrale, costruì un organo celebre e regalò alla sagre- 
stia parecchi paramenti pregevoli, fra cui una mitra coperta d’oro. ! Il piviale è fatto di 
uno splendido tessuto di seta gialla con grandi fiori d’oro. Le architetture classiche, che 
fanno da cornici ai quadretti ricamati, spiccano con un rilievo assai alto. Il colore gene- 
rale delle figure è dolce, oscuro, un poco neutro e violaceo. Sul cappuccio è rappresentata 
l’ultima Cena; sulle strisce, da un lato, Cristo coronato di spine, Cristo flagellato, Cristo 
che porta la croce; dall’altro, la preghiera al giardino degli olivi, il bacio di Giuda, il tri- 
bunale di Pilato. I tipi delle teste e sopratutto gli elmi fantastici dei soldati sono schietta- 
mente tedeschi; e il disegno morbido, senza niente d’aspro, e, per così dire, d’inciso, ram- 
menta la scuola di Colonia. Indico, sopra il baldacchino che sormonta il trono di Pilato, 
la misteriosa iscrizione: VESTREM. 


ARTE ITALIANA. 


Giungo infine alle opere che possono essere le più importanti per la storia, perchè non 
si presentano come esemplari isolati e pressochè perduti di arti forestiere, trasportate dalle 
conquiste, dal commercio, ovvero dall’ecletticismo di qualche prelato dilettante, e che non 


! Mauro Sarti, De episcopis Eugubinis. Pesaro, 1755, in-4, pag. 222-224. — Pietro PoLLiporo, De vita, gestis et 
moribus Marcelli II. Roma, 1744, in-4, cap. XXXIV. 


416 EMILE BERTAUX 


avranno avuto nessuna influenza sulle arti locali. Mi occuperò adesso degli oggetti certa- 
mente lavorati in Italia, e che, sia per le firme d’artisti che portano, sia per lo stile carat- 
teristico che hanno ur interesse storico. 


Nomi d’orefici — Pietro Vanini d’ Ascoli. 


Le opere d’oreficeria, fregiate del nome dell’artista da cui furono cesellate, erano assai 
numerose a Orvieto. Parecchie di esse erano già state illustrate, come il calice e la patena 
di Calatuzio di Todi, esposti da tempo al Museo Civico di Perugia, ! ovvero come la croce 
di Pietro Vanni di Perugia, datata del 1398, e conservata a Spello, che era già apparsa 
nel 1886 all’ Esposizione di Roma. Così pure il nome dell’orefice che lavorò la grande croce 
e due candelieri d’argento dell’altare papale, ? esposti dal R."° Capitolo di San Pietro ed ancora 
utficialmente messi sotto quel mitico nome di Benvenuto Cellini, era già stato pubblicato più 
volte. G. Baglione, * F. Cancellieri, 4 l’Orlandi, * il conte L. Cicognara * e altri hanno citato 
colle lodi più pompose le opere e l’autore. La croce e i due candelieri furono eseguiti a spese 
del cardinale Alessandro Farnese, a cui costarono 13,000 scudi, e da lui donati nel 1582 alla 
Basilica di cui era arciprete; il « valente artefice grossiere » che fondò e cesellò queste moli 
d’argento era Antonio Gentili da Faenza: la firma si legge ancora incisa sulla parte dell’asta 
della croce nascosta dentro il piedistallo: 


ANTONIO GENTILI FAENTINO F.° 


Sappiamo pure che lo stesso Antonio fece nel 1589 il busto d’argento per il teschio di 
Santa Petronilla, oggi chiuso nell’altare della santa in San Pietro, avanti al quale viene a 
inginocchiarsi ogni nuovo ambasciatore di Francia presso la Santa Sede; cesellò anche due 
torcieri di metallo, che non esistono più. Quell’artefice faceva parte della Corte farnesiana 
a Roma, e pare che fosse alloggiato a Palazzo Farnese: infatti, quando morì, nel 1609, venne 
seppellito nella chiesa di San Biagio a via Giulia, vicino al palazzo. * Ma, se pochi conosce- 
vano il nome dell’orefice che aveva lavorato la croce e i due candelieri di San Pietro, nes- 
suno poteva indovinare il vero nome dell’intagliatore che ha eseguito i finissimi medaglioni 
di cristallo di rocca, incastrati nell’argento. Il Vasari * stesso, pure contemporaneo, li dà come 


! Questi due oggetti, importantissimi per la loro 
grandezza singolare e la perfezione dei numerosi smalti, 
sono descritti da Guarpazassi (Guida dei monumenti 
nella provincia dell Umbria. Perugia, 1872, in-8), che li 
attribuisce giustamente alla seconda metà del Trecento. 
Calatuzio lavorava nel 1379 ed era stabilito a Perugia 
(Giornale di erudizione artistica, pubblicato a cura della 
R. Commissione conservatrice delle belle arti nella pro- 
vincia dell'Umbria. Perugia, in-8, t. I, anno 1872, pa- 
gine 333-334). 

° Notizie interessanti si potranno trovare nel Moroni, 
Dizionario di erudizione storico-letteraria, T.IX, pag. 71, 
intorno agli altri candelieri dell’altare papale di San Pie- 
tro. Quattro di essi, opere di Carlo Spagna per l’orefi- 
ceria, e d’Anna Amerani per i cristalli di rocca inta- 
gliati, furono dati nel 1682 dal cardinale Francesco 
Barberini, nipote d’ Urbano VIII. Il settimo, pure d’ar- 
gento, fu donato dal cardinale Carlo Barberini, proni- 
pote dello stesso papa. Infine i due candelieri di bronzo 
che si mettono dai due lati dell’altare nelle feste solenni 


di San Pietro e San Paolo, fecero parte della tomba di 
Sisto IV e sono delle opere pregevoli e poco conosciute 
d’Antonio Pollajuolo. Furono dorati nel settecento. È 
certo anche che uno dei due cardinali Barberini ha fatto 
subire delle aggiunte alla croce d’Antonio Gentili; ciò 
è provato dalle api dei Barberini. 

> Vita dei pittori, scultori ed architetti, dal 1572 sino 
al 1642, Roma, 1649, in-4. i 

‘1 De Secretariig Veteris Basilicae Vaticanae, Roma, 
1796, in-4, pag. 1060 e 1391. . 

° Abecedario pittorico, Venezia, 1758, in-4, pag. 79. 

6 Storia della scultura, Prato, 1824, in-8, T. VI, 
pag. 108 na 

* E. PLon, nel suo Benvenuto Cellini (pag. 280 e 281), 
cita anche una rara incisione del Seicento che rappre- 
senta la croce e i due candelieri, con un’iscrizione 
nella quale è nominato l’autore. 

8 F. Live:ani, Muestro Giovanni Bernardi da Castel- 
bolognese, Faenza, 1870, in-8, pag. 81. 

° Ed. Milanesi, T. V, pag. 373. 


——————————éÈ@m€k 


DO] 


uè 
È AS 
sari 


= 
n 


n 


ei 
=. 
TA 





ERI D'ARGENTO, OPERE DI ANTONIO GENTILI DA FAENZA 


CROCE E CANDELI 


(Rev. Capitolo della basilica di San Pietro) 


418 EMILE BERTAUX 


e —_____ I E ee—  __________———————_k& 





opere del celebre Giovanni Bernardi di Castelbolognese. Ora s’è potuta leggere a Orvieto 
sopra uno dei tondi, la firma d’un certo MUTIUS. 

Molti altri nomi affatto sconosciuti sono venuti fuori, e sopratutto quello d’uno scul- 
tore in metallo d’Ascoli, che merita di prendere posto fra gli artefici più valenti del Quat- 
trocento, e di cui potrò ricostituire in modo preciso l’opera importante. 

L'orefice Viva di Siena, quello che ha lavorato insieme con Ugolino di Vieri al grazioso 
reliquario della chiesa di San Giovenale a Orvieto, il quale si poteva ammirare in mezzo 
all’ Esposizione, ! ebbe un figlio di nome Vannuccio, che si trova iscritto nel libro dell’arte 
degli orefici a Siena, dal 1858 al 1367; ma di quest’ultimo non si conosceva nessun’opera. > 
Ora a Orvieto abbiamo letto sopra una grande croce processionale d’argento in parte dorato, 
con smalti traslucidi, che proveniva dal Duomo di Orte: 


VANNVCIVS VIVE DE SENIS ME FECIT ANO DNI MCCCLII. * 


L’opera non è di grande valore, ma mi pare interessante, non soltanto perchè verrà a 
completare il catalogo delle opere senesi, ma perchè, essendo stata fatta da un artefice di 
Siena per una chiesa della provincia romana, concorrerà a far capire in che voga l’orefi- 
ceria senese, più ancora della fiorentina, sia stata nel Trecento fuori della Toscana. 4 Si 
conoscono i due orefici di Siena, Giovanni di Bartolo e Giovanni di Marco che nel 1369 
lavorarono i due celebri busti di San Pietro e San Paolo, già conservati nel Laterano; * si 
conoscono ancora quelli, assai numerosi, che si stabilirono a Perugia. Senese sarà forse il 
nome dell’orefice, che ha firmato con i compagni un delicatissimo calice di Nocera Umbra: 


DUCCIUS DONATI E SOTI FECIEROT ME.” 


Ed è sempre l’influenza di Siena che appare viva in una scuola d’orefici che s'è svilup- 
pata a Viterbo dal principio del Quattrocento e che, credo, non aveva fatto mostra di sè 
prima dell’ Esposizione di Orvieto. Un gran calice d’argento in parte dorato appartenente al 
duomo di Montefiascone porta la leggenda seguente incisa sotto il piede: 


IIOC OPUS FECIT PETRUS AVIAS JUDICI AURIFICE DE VITERBIO 
ANO D. MCCCCXXVII. 


Sul piede sono incastrati dei medaglioni con smalti traslucidi: il crocefisso, le mezze 
fisure di San Lorenzo, della Madonna, di Santa Margherita e di sei angeli. Al di sopra del- 
l'iscrizione si vedono, come sul calice di Duccio di Donato, una serie di piccole aquile. Il nodo 


' Vedi intorno a quest'opera celebre: Dipron, Anna- 
les archéologiques, t. XV, pag. 365; Labarte, Zistoîre 
des arts industriels, 2° ed, t. II, pag. 67; BarbEY DE 
Jouy, Gazette des Beaux-Arts, 1877, pag. 583, ecc. 

* G. Mitanesi, Documenti per la storia dell’arte se- 
nese, I, pag. 104. 

* Altezza m. 0.67. Il Cristo crocefisso in alto rilievo 
è assai pesante; i medaglioni, i cui smalti sono intera- 
mente caduti, sono di disegno largo e di rilievo dolcis- 
simo. Essi rappresentano: da un lato, Cristo morto se- 
duto in mezzo a cherubini, la Madonna, San Giovanni, 
Santo Stefano; dall’altro lato, l’Agnello e i quattro evan- 
gelisti, con i propri simboli, in atto di scrivere. Parte 
delle braccia della croce è di cristallo e serve di reli” 
quiario. 

4 Si leggano le pagine eccellenti del chiarissimo pro- 
fessore A. L. FrorHninaHam (American Journal of Ar- 
chaeology, Baltimora, 1885, in-8, pag. 412-414). | 


° G. Rouaurt pe FLeurY, Le Latran au moyen-dge. 
Parigi, 1877, in-8, pag. 356. 

© Vedasi particolarmente il prezioso inventario della 
sagrestia di San Domenico a Perugia, fatto nel secolo xv 
(Giornale di erudizione artistica, 1872, t. I, pag. 77 e 
seguenti). 

* Duccio di Donato non si ritrova negli elenchi di 
orafi pubblicati dal Milanesi. Il calice, di lavoro finis- 
simo, rimonta alla prima metà del Quattrocento. È alto 
m. 0.17. Sotto la coppa e sotto il nodo girano delle 
aquile in ismalto champlevé a fondo bleu. Sul nodo sei 
mezze figure, eseguite colla stessa tecnica, fra le quali 
gli animali simbolici degli evangelisti, vestiti d'un man- 
tello. Il piede porta due serie di smalti trasluoidi: 
prima sei angeli delicatissimi, e, sotto, il Crocefisso, la 
Vergine, San Giovanni, tre martiri e San Francesco in 
piedi. 


L'ESPOSIZIONE D’ORVIETO E LA STORIA DELLE ARTI 419 
porta sei smalti: Cristo morto fra la Madonna e San Giovanni, San Pietro e San Paolo ed uno 
stemma che non ho potuto identificare: ! campo d’oro con un’àncora piantata in una montagna 
rossa. Sotto ta coppa sono incise le figure di San Giovanni Battista, d’un vescovo, d’un papa 
e di tre angeli. Gli angeli sopratutto sono deliziosi e somigliantissimi a quelli che decorano 
il bel calice firmato da Ciccarlo di Francesco da Sulmona, * che fioriva anch’esso nei primi 
anni del Quattrocento. Spiccherà agli occhi come la scuola d’oreficeria di Viterbo e quella 
di Sulmona abbiano avuto gli stessi maestri e gli stessi modelli, venuti da Siena. Pietro 
Giudice ha cesellato anche la croce di Celleno, in argento dorato, che reca sulla parte supe- 
riore del bastone l'iscrizione: 


JUDICE AURIFICE DE VITERBIO ME FECIT 
DEL MESE DI DICEMBRE MCCCCXXXIV. 


Tutte le figure in altorilievo, simboli degli evangelisti, Ia Madonna, San Giovanni, un 
santo vescovo, un santo monaco (S. OCULUS) sono state spostate, el il Cristo, di rame, 
non è anteriore al Settecento. 

Un bel calice del Quattrocento, simile a quello di Pietro Giudice e conservato anch'esso 
nel tesoro del duomo di Montefiascone, è firmato nella maniera seguente: 


ARTIMANNO J. BATTISTA DE VITERBO ME FECIT. 


Gli Abruzzi non hanno mandato niente dei ricchissimi tesori che nascondono in seno 
alle loro valli ovvero in cima ai loro monti. * La magnifica croce del Laterano, firmata 
nel 1451 da Nicola d’Andrea di Guardiagrele, discepolo del Ghiberti, che splendeva in una 
delle vetrine papali, era già conosciuta da tempo, anzi è la prima opera dell’insigne cc- 
sellatore abruzzese che sia stata segnalata dal Labarte,* nel tempo che nessuno conosceva 
il paese di Guardiagrele, perduto sulle prime falde della Maiella, e che Nicola passava per 
un artefice romano. Vicino a questo lavoro ricchissimo, d’una conservazione stupenda e d’uno 
splendore unico, la feconda fabbrica di Sulmona era rappresentata meschinamente da due 
oggettini assai brutti. L'uno era un misero tabernacoletto di rame colla scritta: 


NICOLA DE RAPALLO — PAOLUS DE SELMONA ME FECIT. 


Ialtro era un crocefisso d’altare in argento, del modello comune, appartenente al marchese 
Eroli; ci si vede impresso il secondo marchio di Sulmona (usato fra il 1380 e il 1406). ° 

Ma se non posso per ora aggiungere altro alla storia delle arti abruzzesi, che un nome 
oscuro e due oggetti insignificanti, rivendicherò per le Marche la fama tardiva dovuta ad 
un artefice sconosciuto da tutti, che fu pari per abilità tecnica, superiore forse per nobiltà 
di stile, a Nicola di Guardiagrele. Si chiamava Pietro Vanini, d’Ascoli. 

Finora i libri locali, parecchi de’ quali sono citati dallo Schulz nella grand’opera sui Mo- 
numenti dell’Italia Meridionale, © indicavano tre orefici d’Ascoli: un Lorenzo, che cesellò 
nel 1414 una croce per Montecassiano ; un Pietro Dini, che avrebbe firmato nel 1472 un taber- 
nacolo di bronzo conservato nella chiesa di San Francesco, ad Amatrice; Pietro Vanini, che 
avrebbe eseguito per Osimo una croce processionale nella seconda metà del Trecento. Infatti 


' Non sta fra le tavole del raro libro di Gaetano 
Corrpini, Brevi notizie della Città di Viterbo, Roma, 
1774, in-4. 

® Nel Tesoro del Duomo San Panfilo a Sulmona. Ve- 
dasi la pubblicazione recente del prof. P. PicciriLLI, Mo- 
numenti architettonici sulmonesi: la Cattedrale, in-4, con 
ottimi disegni. 

* Fortunatamente questi tesori vengono man mano 
catalogati per opera di eruditi valentissimi, come i pro- 
fessori De Nino e Piccirilli, dì Sulmona. Molti pezzi 


importanti sono già stati indicati, specialmente nella 
Rivista Abruzzese, dopo la pubblicazione del prof. Leo- 
poldo Gmelin, tradotta in italiano col titolo: L’orefice- 
ria medioevale negli Abruzzi. Teramo, 1891, in-8, con 
tavole. 

* Histoire des arts industriels, II, pag. 108. 

° Cf. l’opera citata del Gmelin, pag. 31. 

© H. W. Scnotnz, Denkniiler des Mittelalters în Unter- 
Italien. Dresda, 1860, in-fol., t. II, pag. 8. 


420 EMILE BERTAUX 

si supponeva che la croce d’Osimo fosse stata regalata alla Cattedrale di detta città dal- 
l’ascolano Pietro de’ Maffei, che fu vescovo titolare d’Osimo fin dal 1357 e morì nel 1381. 
Ma prima si può notare che la croce non figura affatto nell’elenco degli oggetti dati al Duomo 
da questo vescovo nel 1378.! Poi l'oggetto stesso è stato esposto a Orvieto, e tutti hanno po: 
tuto constatare che non Pra anteriore alla seconda metà del Quattrocento. 

Il corpo della croce, * in lamina di rame sopra legno, è stato rifatto dopo più di due 
secoli, come anche le lastre d’argento sopra le quali sono fissate le antiche figurine in rilievo; 
un cartoccio barocco ci dà l’anno preciso di questa restaurazione: « Instaurandam curavit 
Pompeius Compagnonus Episcopus, 1765 ». Il nodo d’argento dorato è antico. I personaggi, 
in altorilievo d’argento, con ricca doratura sui capelli, sulle barhe e sui vestimenti, hanno 
corpi di proporzioni un po’ basse e visi tondi, col naso sottile e gli occhi energici, pressochè 
duri. Da un lato si vedono Cristo crocifisso, robustamente modellato, la Madonna, San Gio- 
vanni, in alto Sant’ Elena, a basso un santo vescovo, che sarà forse San Vitaliano, protettore 
d’Osimo. Sul rovescio il Padre Eterno benedicente, con lunga capigliatura sparsa sulle spalle 
e lunga barba, San Pietro, un santo vescovo, un santo laico vestito alla foggia del 1480, un 
santo guerriero, questo strano e superbo, con le braghe dei barbari, degli stivali larghissimi, 
un paludamento romano ed un elmo coronato d’alloro, che presenta la forma caratteristica 
delle celate veneziane. Al disopra della testa di Cristo è fissato un medaglione di rilievo 
schiacciato, gia smaltato, con un S. Girolamo in atto di scrivere. Altri smalti, conosciuti da 
una descrizione del 1796, fra cui uno che rappresentava il centurione Longino, sono scom- 
parsi. L'iscrizione antica sotto il Padre Eterno benedicente suona così: 


PETRUS VANINI DE ESCULO F. 


Ora, sopra un ostensorio d’argento dorato, semplice ed elegantissimo, che era stato man- 
dato dal Duomo di Bovino, un paese perduto della Capitanata, si legge: 


HOC TABERNACULUM CORPORIS XPI FIERI FECIT D. PETRUS 
DE SCALERIA * EPISCOPUS B. PER MANUS MAGISTRI PETRI 
VANINI ESCULI DE MARCHIA ANNO DOMINI MCCCCLII. 4‘ 


Il ricchissimo tabernacolo di Montalto nelle Marche, * esposto anch’esso a Orvieto, è molto 
più carico di quello di Bovino, ma presenta un particolare notevole che lo può fare attri- 
buire alla stessa mano: nell’uno e nell’altro le basi delle colonnine sono identiche ai ca- 
pitelli. L'iscrizione del tabernacolo di Montalto, in gotico corsivo, c' indica che doveva ser- 
vire come di palazzo al Santissimo (oggi è ridotto a reliquiario per un pezzo della vera 
croce incastrato in una crocetta di filigrana) e fa conoscere la data del lavoro: 


HEC AULA SALVATORIS CONDITA IN ANO A NATIVITATE 1488. * 


Porta anche uno stemma, con un albero verde fiancheggiato da due stelle violacee sopra 
fondo d’oro. 

Tralasciando per ora quest’ultimo oggetto, che non è firmato, possiamo dedurre un 
primo fatto dal semplice raffronto della croce d’Osimo e del tabernacolo di Bovino: Pie- 


1 Luca Fanciucti, Osservazioni critiche sopra le an- 
tichità cristiane di Cingoli. Osimo, 1796, t. IV, pag. 170. 

* Altezza m. 0.75, larghezza m. 0.45. 

3 Intorno agli altri doni, oggi scomparsi, fatti da 
questo vescovo alla chiesa di Bovino, si può vedere 
Ughelli, t. VIII, col. 267. 

1 Alto m. 0.67. 

° Alto m. 0.78, Un reliquiario simile, ma ancora più 
ulto (m. 0,82), si può vedere nel paese di Cesacastina, 


vicino ad Ascoli. Lo conosco soltanto da un disegno del 
cav. Gabrielli, d’Ascoli. 

© Debbo aggiungere che s’ è potuta notarela più strana 
somiglianza fra il nodo della croce d’ Osimo, di forma sin- 
golare, e quello d'un tabernacolo esagonale della Cat- 
tedrale d’Aosta, che era assolutamente diverso per stile 
dagli oggetti piemontesi, assai mediocri, esposti accanto 
ad esso. | 


11098 YA ININVA OULIL] 10 3U9A40 


ONHDI] 11008Y,0 OKONI 140 ONOSHL 19N ONISO) IG A1VIAILLYO VITA 
OITCINU.  LNYVS IQ OINHDUV.A VALVLIS ad'IVNOISSH0O0UWd A90HI 


‘iz oct ‘Fed *‘;]p outy — ,7 201199 ‘RL, TIBA 0DIN0.LS OTAIHDUV 


SI ENI tà LIRE I 7% 
> Didi Ae Vici » cam MI è, 











"> > lite 


* Ra 


"pr 


"er I dl ti 








dazi Google 


L'ESPOSIZIONE D’ORVIETO E LA STORIA DELLE ARTI 421 


tro Vanini, d’Ascoli, non lavorava nella seconda & 

metà del Trecento, ma un secolo dopo. Ma si può 

andare più avanti ed affermare che si confonde col 
così detto Pietro Dini, che terminò nel 1472 il ta- 
bernacolo d’Amatrice. Difatti l’ iscrizione (oggi scom- 
parsa) di quest'opera di scultura presentava solo il 
nome Pietro d’Ascoli,! e il cognome di Dini non si 
ritrova nè sopra un oggetto, nè in un documento 
autentico. Questo cognome posticcio rimonta senza 
dubbio ad un errore dell’Orsini, che nella sua Guida 
d’Ascoli indica così l’ iscrizione della croce d’Osimo: 
Petrus Dinus Asculeus f. Ho visto pochi giorni fa il 
tabernacolo d’Amatrice. Esso non è di rame, come 
lo ripete il comm. Bindi nel grosso volume sui Mo- 
numenti degli Abvruzzi,* ma d’argento dorato; non 
è un tabernacolo, ma bensì un reliquiario fatto per 
offrire una degna dimora ad un cameo antico che 
fu trovato nell’anno stesso 1472 nel villaggio di Fi- 
letta, presso Amatrice, che fu onorato dal popolano 
come imagine della Madonna caduta dal cielo, e che 
venne allora proposto alla pubblica venerazione da 
lettera pastorale del vescovo d’Ascoli. D'altronde 
detto cameo non rappresenta altro che un busto di 
Diana cacciatrice, colla faretra sulle spalle. Il reli- 
quiario d’Amatrice è alto m. 0.88; per il profilo 
generale e per il dettaglio della base a forma di ca- 
pitelli rovesciati, somiglia perfettamente ai taber- 
nacoli di Bovino e di Montalto; per la sveltezza 
partecipa del primo, che gli è anteriore e, per la 
ricchezza, del secondo, che gli è posteriore. 

Nel paesotto di Pinaco, a un’ora da Amatrice, 
un vecchio contadino serba in casa sua, a nome del 
Comune, ‘una croce processionale d’argento, alta 
m. 0.65, simile per soggetti e per maniera alla croce 
firmata d’Osimo; non si può dubitare che questa croce 
pure sia opera del Pietro Vanini. 

Ma il capolavoro che deve far annoverare l'A- 
scolano fra i grandi scultori in metallo del Quat- 
trocento è la statua di Sant’ Emidio, che ho potuto —TABERNACOLO D'ARGENTO DORATO 
studiare e fotografare nel Tesoro ricchissimo e sco- oPERA DI Pietro Vanini D'Ascoti (1452) 
nosciuto del Duomo d’Ascoli Piceno: essa è d’argento CETRA O SI ISR AR TAPIFARZZA) 
fuso e cesellato, disegnata e modellata con energia 
splendida, ornata d’incisioni finissime, ed è alta m. 1,52. Finora questa statua venne 
attribuita dagli scrittori locali a un artefice ascolano, chiamato Pietro di Francesco; ma 
ecco l’iscrizione esatta della base, la quale allude a quel momento di gioia pazza, di slancio 





' Quod tibi, Diva parens, pro votis solvit Amatrix, della insigne città di Ascoli nella Marca, Perugia, 1790, 
Asculeus fecit nobile Petrus opus. in-8, pag. 248). 
Sedente Sixto Pontefice IV. 1472 * Pag. 862. 

(Orsini, Descrizione delle pitture, sculture, architetture 


drchivio storico dell'Arte, Serie 2°", Anno II, fasc. VI. hi) 


429 EMILE BERTAUX 
patriottico e di lusso artistico, che seguì l’ indipendenza concessa al comune d’Ascoli da papa 
Sisto IV, nel 1482: 


EX QUO LIBERTAS PARTA EST ASCULEA CUMQUE 
JUSTITIE RUTILANS ENSIS.TURBE FORET 

SUMTIBVS HOC SACRE RESIDENTUM ATQUE ERE CATEDRE 
PETRI z FRANCISCI CELTE REFULGET OPUS. '! 


La sigla significa « et»; si tratta dunque di due artefici, Pietro e Francesco, e per chiunque 
confronterà il Sant Emidio colle due figurine di vescovo della croce osimana, sarà chiaro 
che l’uno degli autori della grande statua argentea non è altro che Pietro Vanini. Un altro 
oggetto ricchissimo, conservato nello stesso Tesoro, deve ancora essere aggiunto alle opere 
certe di Pietro d’Ascoli: esso è il braccio-reliquiario di Sant'Emidio, che poggia sopra un 
piede perfettamente simile per il disegno generale a quelli del tabernacolo di Bovino e del 
reliquiario d’Amatrice; la mano anche ed il guanto si possono comparare colla destra della 
statua d’argento. Questo insieme di opere, che, spero, le ricerche locali varranno presto ad 
aumentare, * basta già per rendere all’artefice dimenticato dalla sua stessa patria la gloria che 
godette un tempo, se crediamo all’ iscrizione d’una medaglia oggi perduta: 


PETRUS ASCULANUS AURIFEX, OPERA CUJUS NATURA AEQUARI FASSA EST. * 


Opere anonime. 


Sarà di minore interesse storico lo studio degli oggetti preziosi di lavoro italiano che 
non portano il nome del proprio autore. Lascio da parte delle opere celebri, come il paliotto 
d’argento del dodicesimo secolo e il delicato pastorale a smalti champlevés del Trecento, 
esposti da Città di Castello. Eppure ci sarebbe molto da dire intorno a pezzi come la grande 
croce d’argento dorato del Laterano, con rilievi a soggetti biblici d’un’iconografia strana; 
è stata creduta anteriore al Mille, ma è certamente del secolo decimoterzo: a Orvieto infatti, 
dove si guardava senza fretta, si sono potuti notare i dettagli evidenti d’architettura gotica 
che vi sono figurati. | 

Pistoia esponeva due pezzi d’oreficeria bellissimi, di stile del Trecento, un crocifisso 
d’altare, in argento dorato, con due figurine della Madonna e di San Giovanni, sopra una 
base lavorata a traforo con molte figure di leoncini, e un calice d’oro puro, meraviglioso 
lavoro di filigrana, probabilmente veneziano. Ambedue sono stati trovati nella tomba di 
Sant’Atto, vescovo di Pistoia, quando fu fatta l'invenzione del suo cadavere il 30 luglio 1840. 
È impossibile ammettere che questi oggetti rimontino all’epoca del Santo, morto nel 1154. 
Ma il sepolcro che fu aperto ultimamente non è quello primitivo; noi sappiamo dal libro 
di Antonio Maria Rosati, 4 che nei -lavori intrapresi per le fondamenta del Battistero, il 
corpo di Sant’Atto fu rinvenuto una prima volta nel 1337, « intero ed incorrotto, coperto 
dalle vesti pontificali intatte e helle, con una lamina di piombo sotto il capo, che recava 
questa inscrizione da una parte: Atto Episcopus Pistoriensis, e dall’altra: Hic requiescit. » Mi 


® Orsini, pag. 248. La medaglia, di piombo (?), si 
trovava nella raccolta di don Annibale Borrì, che andò 


_ * Si sa che nel Medioevo la parola celtes significava 
coltello o cesello. Cf. Du Cange e l'iscrizione dell’am- 


bone di Benevento (1310). La tradizione attribuisce la 
statua di Sant’ Emidio al 1487; almeno si sa che la 
« Libertà » d’Ascoli fu abbandonata dai cittadini stessi 
nel 1502. 

° Per agevolare queste ricerche, pubblicherò fra poco 
nei Melunges de l’école de Rome l’opera completa dl Pietro 
Vanini in fototipie. 


dispersa molti anni or sono. Come succedeva spesso, il 
cognome di Pietro Vanini viene indicato nelle iscri- 
zioni redatte in prosa, il nome solo rimane nelle iscri- 
zioni metriche. 

‘+ Memorie per servire alla storia dei vescovi di Pi- 
stoia. Pistoia, 1766, in-4, pag. 72. 


L'ESPOSIZIONE D’ORVIETO E LA STORIA DELLE ARTI 423 


pare certo che allora la croce e il calice furono depositati, colle reliquie, nel nuovo sepolcro 
che venne eretto nel Duomo dall’architetto Leonardo Marcacci. 
Accenno appena a reliquiari e a calici del Quattrocento, ch'io aveva già avuto agio di 


-$) 


Pal — 
lata ti . 
AGNA 





INCENSIERE D’ARGENTO CON SMALTO 


(Duomo d' Orvieto) 


vedere nelle città di Puglia. Il migliore di questi oggetti, il calice di Bitonto, collo stemma 
dei Balzo-Enghien, è stato illustrato in una monografia del conte E. di Torre-Rogadeo; il 
solo interesse che presenta quest’oggetto risiede negli stemmi e nel marchio TER, che porta, 
unico esempio del punzone adoprato dagli orefici di Teramo. La crocetta di Giovinazzo è 
graziosa, malgrado un piede carico d’edicolette sovrapposte; ma tutto il resto non serve che 
a rammentare la povertà artistica, nella quale la Puglia giaceva, nel mentre che i tre Abruzzi 


424 EMILE BERTAUX 


producevano degli orefici abilissimi. Sopra tutto l’enorme calice donato, verso la fine del Tre- 
cento, dal duca Raimondello del Balzo Orsini alla chiesa di Santa Caterina, in Galatina, è 
veramente ridicolo, colle informi statuette (quella di San Giovanni Battista ripetuta due volte)! 
che si staccano sopra un misero fondo di talco. ! Più elegante è un tabernacolo d’ argento 
appartenente al Duomo di Rossano, tutto traforato di finestrine fiammeggianti, dove trionfa 
il bizzarro stile spagnuolo della Sicilia. L’arcivescovo stesso, il cui stemma si vede fra i 
nielli grossolani del piede, era Jo spagnuolo Bernardo Carvagial. 

Il numero dei pezzi d’oreficeria smaltata, firmati, datati o anonimi, era.tale da avere 
offerto la materia d'uno studio completo sugli smalti italiani, dal principio del Trecento alla 
fine del Cinquecento. Tutti i medaglioni più antichi che ornavano i calici o le croci (per 





OGGETTI SACRI IN ARGENTO CON SMALTO 
(Eccellentissima Casa Chigi) 


esempio il calice di Calatuzio da Todi e la croce di Vannuccio da Siena) sono piccoli bas- 
sorilievi sotto una tinta trasparente, senza modellatura, che prende le ombre dell’argento 
velato; il rilievo, leggerissimo, è delicatamente graduato nei particolari delle teste e dei 
panneggiamenti. Ora quest'arte, conosciuta nel Trecento da tutti gli orefici, mi pare che 
spieghi come i modellatori delle prime medaglie del Rinascimento abbiano conosciuto fin 
dai primi saggi tutte le finezze dell’arte loro e abbiano gareggiato subito coi modelli an- 
tichi più perfetti. I medaglioni smaltati del Trecento preparavano le medaglie del Quattro- 
cento. Così pure la pratica del rilievo leggiero nell’oreficeria conduceva alla ricerca del rilievo 
« schiacciato » nella scultura, che si può notare da Donatello in poi. Nel Cinquecento gli smalti 
traslucidi sopra rilievo vengono sostituiti da altri che sono una specie di compromesso fra gli 
smalti traslucidi del Trecento e gli smalti champleves del Medioevo, perchè il campo è fatto 
dal metallo nudo, e gli ornamenti intagliati sono riempiti di smalti trasparenti sopra un 
fondo liscio. È una specie di niello di colori vari, qualche volta praticato in Francia, ma 


1 Quel calico era citato come un «bellissimo lavoro bizantino » dal CasottI: Scritti inediti e rari di diversi 
autori trovati nella provincia d'Otranto, Napoli, 1865, in-8. 


L'ESPOSIZIONE D'’ORVIETO E LA STORIA DELLE ARTI 425 


di cui Labarte non indica chiaramente nessun esempio italiano. Riproduco un elegantissimo 
incensiere d’argento, esposto dal Duomo d’Orvieto, tutto ornato di rabeschi intagliati, pieni 
di smalto traslucido verde e azzurro, d’un’armonia deliziosa col metallo. Il paramento com- 
pleto d’altare della cappella dell’ Ecc."* Casa Chigi, nel duomo di Siena, è lavorato in cristallo 
di rocca massiccio e argento in parte dorato, con fiori ricchissimi smaltati a colori. Ci si 
osservano degli sforzi d’originalità assai strani, come i poveri aquilotti le cui teste senili, che 
fanno da coperchio alle ampolline, sono bucate alla fronte per dar passaggio al liquido; ma 
cì sono anche dei motivi indovinati, come i tre serpenti attortigliati che formano il piede 
d’una coppa e ne mordono il cristallo. La rarità della tecnica e lo splendore profondo dei 
toni verdi o viola, il numero e la varietà degli oggetti perfettamente conservati, dalla croce 
e dai candelieri fino alla pace e all’aspersorio, tutto concorre a formare un insieme unico. 
Le stoffe e i ricami italiani meriterebbero un lungo studio, che non penso d’ intrapren- 
dere. Gli ornamenti ecclesiastici del Quattrocento e del Cinquecento erano scarsi, ma bel- 
lissimi, e anche qualcheduno più recente era d’effetto stupendo, come il piviale di Bene- 
detto XIII (1724-1730), esposto dal Sommo Pontefice, bianco e oro. 

Nel posto d’onore, fra le vetrine papali, il Duomo stesso d’Urvieto esponeva una pia- 
neta con le relative dalmatiche, in damasco rosso e giallo di fabbrica toscana; i disegni 
delle figure ricamate, che sono certamente stati forniti da maestri insigni, saranno studiati 
fra poco da A. Venturi; non importerà dunque al lettore se io sono assolutamente del parere 
d’un conoscitore così sicuro nell’attribuire la pianeta a Luca Signorelli. C'erano anche due 
piviali, sempre appartenenti alla ricchissima sagrestia della Cattedrale d’Orvieto,! con ricami 
direttamente ispirati da disegni del Botticelli (Ia Resurrezione)? e di Filippo Lippi (Adorazione 
dei Re Magi, e figure di santi, fra cui la Madonna in piedi col Bambino, molto caratteristica 
per il tipo della faccia e l’acconciatura dei capelli). 

Il famoso paliotto di Cortona non è certamente stato disegnato da Raffaello, come 
pretende la tradizione. Le mezze figure che decorano la striscia superiore (la Madonna, i 
quattro Evangelisti, un santo eremita, una santa monaca) sono forse meno interessanti della 
stupenda stoffa gialla con rabeschi rossi applicati, in mezzo dei quali è ripetuto più volte 
il toro che faceva parte dello stemma del cardinale Silvio Passerini (morto nel 1529), da 
cui fu dato il pregevole parato. 

Infine c'è da notare una serie di paramenti, tutti della stessa stofia e dello stesso di- 
segno, che appartengono al Duomo di Perugia e a quello di Grottamare; ne sappiamo ap- 
prossimativamente la data dal paliotto di quest’ultima città, che reca lo stemma papale di 
Sisto V; sono opere d’un artista di prim’ordine, il cui nome dovrà essere ricercato. 

Mi fermerò qui per non perdermi in descrizioni, dalle quali non potrebbe uscire nè un 
fatto, nè un nome. E certo che quando non ci fosse stato all’esposizione d’Orvieto altro che 
la croce di Cosenza, la pace di Pio II, le due opere firmate di Pietro Vanini, gli ornamenti 
ricamati del Duomo d’Orvieto, gli organizzatori di essa avrebbero bene meritato della storia 
artistica. Questa sarà la sola conclusione che spetti a queste pagine, semplici schede offerte a 
coloro che non hanno potuto studiare degli oggetti adesso dispersi in tutt'Italia e tornati 
nell’ombra. Ma mi permetteranno d’aggiungere due parole. 

Quando sono uscito per l’ultima volta dal vecchio palazzo papale, pieno d’antiche ric- 
chezze ecclesiastiche, non sentivo soltanto quella gioia degli occhi che dànno i lavori de- 
licati delle materie preziose, non soltanto il piacere forse pedantesco che procurano le 
scoperte anche facili, ma una specie di malumore contro di me e come un rimorso. Infatti, 
cerano parecchi oggetti che s'erano svelati a me fra queste quattro mura e ch'io avrei do- 
vuto conoscere da tempo. Avevo girato molti paesi d’Italia, sopra tutto quelli che riman- 


! Portuno il monogramma sli (opera Sanctae Ma- con mezze figure della Madonna col Bambino e d'un 
riac). santo vescovo, ripetuto più volte. 
? Stoffa di broccato verde e giallo; striscie fessute 


426 EMILE BERTAUX 


gono ancora sdegnati ed inesplorati. Ero passato anche a Bovino e a Cosenza, e ci aveva 
studiato tutto fuorchè le sagrestie, perchè nessuno, nè laico nè chierico, mi parlava del te- 
soro dimenticato da tutti, accanto al quale passavo. A Gaeta, la vecchia e ricca città, avevo 
perfino domandato se ci fossero degli oggetti antichi nel tesoro; ma l’erudito sacerdote che 
mi faceva da guida nel suo Duomo, mi disse di no, e così non ho visto la crocetta bizan- 
tina prima dell’esposizione d’Orvieto. Adesso mi prometto di farmi sempre aprire gli ar- 
madi anche di chiesuole; d’aspettare il piacere dei canonici; di riunire le tre, le sette, le 
tredici chiavi, il numero fatidico che ci vuole per scongiurare il dragone; di non dirmi mai, 
prima d’avere visto, « Roba del Settecento!» Ma pensate quale sarebbe stata la vostra gioia 
nello scoprire la croce di Cosenza in mezzo alla Magna Sila, pensate ai capolavori simili 
che si nascondono ancora nei paesi perduti e spopolati, e, se la lezione che ho presa per 
me a Orvieto vi pare buona anche per altri, perdonatemi di finire con questo mea culpa. 


EMILE BERTAUX. 


LORENZO LOTTO 


PITTORE. 
A PROPOSITO DI UNA NUOVA PUBBLICAZIONE 


VIII. 


OSSIAMO procedere con maggiore certezza nello stabilire 

che il Lotto aveva compito appunto i suoi cinquanta 
anni di vita allorchè si accinse alla esecuzione di 
un’opera la quale, per grandiosità di composizione, 
per maturità di concetto e per forza drammatica, oc- 
cupa un posto eminente, staremmo per dire eccezionale, 
fra quante egli abbia mai fatte. 

È anch'essa un tesoro di tal fatta da dover richia- 
mare a sè da lungi gli appassionati pellegrini dell’arte, 
mentre si trova come per incanto in un piccolo e 
remoto paese, a poche miglia dalla città di Macerata, 
a due o tre chilometri dalla stazione ferroviaria pre- 
cedente, che porta il nome di San Giusto. È una pic- 
cola fatica con largo compenso quella cui si sobbarca 
il viandante salendo alla modica altura coronata dal 
piccolo ma ben costrutto villaggio, che racchiude nella sua chiesa di Santa Maria della 
Pietà sull’altare maggiore il capo lavoro al quale alludiamo. La pala, centinata in alto, è 
larga ben metri 2.50, alta circa 5, e ci si presenta racchiusa entro magnifica cornice 
architettonica del tempo, a colonne di rilievo e sovrapposta cornice sporgente con tre 
mensoloni a fogliami sottoposti, che servono di sostegno. Tutto riccamente ornato in oro 
sopra fondo turchino. Sulla tela è rappresentata la scena della Crocefissione, completata 
da un gran numero di figure. Alte le tre croci, vi stanno di sotto, nelle più variate 
movenze, gli sgherri, a piedi nel mezzo, a cavallo ai lati. La figura di N. S., disegnato in 
modo che rammenta sensibilmente quello in piccolo che appartiene alla Galleria Borromeo 
di Milano, che vogliamo porgere riprodotto nella figura 27* poichè non ci è dato offrire 
alcuna immagine grafica del grande capolavoro di San Giusto. 

Sul piano anteriore vedesi nel mezzo il gruppo esprimente la Vergine svenuta, assistita 
da San Giovanni e da altra pia donna. Accorre a destra la Maddalena in veste celeste, le 
braccia aperte con atto appassionato, rivolta verso altra pia donna inginocchiata, dove 
dominano vivaci colori, bianco, rosa, aranciato. Il San Giovanni, mentré sorregge la Vergine, 
volge il viso dal lato sinistro, dov'è ritratto in ginocchio, quasi di profilo, con grande 
verità, il vescovo Bonafede, ' cui un angelo pietoso, con gesto animato, a braccia protese, 
mostra la Madonna svenuta. È datato 1581. 





! Nicolò Buonafede, il committente del quadro, fu 18 anni vicario apostolico. (Vedi avv. Pietro Granvizzi: — 
vescovo di Chiusi dal 1504 al 1534, e nel 1520 vicele- Lorenzo Lotto e le sue opere nelle Marche, nella Nuora 
gato della Marca d’Ancona, dopo esserne stato oltre —Rirista Misena, fasc. 5-6, anno 1894). 





428 GUSTAVO FRIZZONI 





Rilevanti restauri il dipinto non pare ne abbia subìti, ma è intorbidato dal tempo, 
rientrato principalmente nelle parti oscure e la tela non bene distesa. Le caratteristiche 
del pittore si rivelano dappertutto; in ispecie nel personaggio ritratto dal vero, dalle mani 
squisitamente modellate, decorate di anelli tanto al pollice quanto alle altre dita. 

Bene avvertirono l’importanza di quest'opera gl’ intelligenti stranieri, mentre pare sia 
sfuggita ai nostri, compreso il Vasari stesso, che non la cita neppure. 

Il Berenson lo dà come capolavoro dell’età matura dell’autore; il Miindler (op. cit.) vi 
osserva la straordinaria animazione e varietà di atteggiamenti, soggiungendo tuttavia che 
non si può dire sia un quadro da suscitare devozione, mentre vi predomina, come in tutto 
quanto proviene dal Lotto, l’elemento pittoresco. 

Vedesi, come si è detto, nella Galleria Borromeo in Milano la tavoletta con la figura 
di N. S. messo in croce, che ci richiama quella in grande del quadro di San Giusto. Essa 
ha l'aspetto di un quadretto fatto per uso di privata devozione, come il Lotto, nella sua 
grande attività, n’ebbe a dipingere in gran numero, risultando ciò dalle sue memorie istesse. 
Senza essere lavoro molto accurato, è pure opera di schietto sentimento. I ricordi della 
Passione vi sono evocati attorno all'immagine principale da tanti particolari sparsi, che 
alludono appunto ai diversi episodi precedenti quello finale della Crocefissione, che a mala 
pena si staccano sul fondo nero del dipinto. Sul rovescio della tavoletta poi, larga circa 
una spanna, vedesi scritto a penna da mano contemporanea: Questo quadro è fatto di mano 
di Messer Lorenzo Lotto, omo molto divoto et per sua devotione il fece la septimana santa 
et fu finito il Venerdì Santo allora della Passione di N. S: Gesù Cristo. Io Zanetto del C° 0 
scritto accio si sappia e sia tenuto în quella veneratione che merita essa figura. Dove 
osserveremo infine che, secondo la congettura espressaci dall’egregio avv. Pietro Gianuizzi 
di Loreto, codesto Zanetto potrebbe facilmente essere stato Giovanni dal Coro, architetto 
anconitano, amico del pittore. 

I quadri di soggetto religioso, d’altronde, di medie dimensioni, appartenenti all’età 
progredita e fatti probabilmente per privati, non contano fra le opere migliori in genere; 
e basterebbe rammentare in proposito certi Presepi, certe Sacre Famiglie, ora sparse in 
diversi luoghi, e quella sua caricata rappresentazione dell’episodio di N. S., che assolve 
l’adultera, che vediamo da lui dipinto due volte, cioè in una tela ora al Louvre e in altra 
conservata in un salone del palazzo annesso al Santuario di Loreto. Anzi che a servire di 
edificazione spirituale e a riprova della devozione del loro autore, sono altrettanti esempi 
da richiamare l’attenzione dell’osservatore sulle sue spiccate qualità di vivacissimo pittore. 
La più attraente in questa categoria di pitture è quella che si potrebbe classificare nel 
genere delle Sante Conversazioni, e che vedesi nel novero dei quadri di scuola veneta nel 
Museo imperiale di Vienna. Mentre un angelo grazioso da sinistra viene recando una 
ghirlandina di fiori per fregiarne il capo della divina Madre, questa, seduta all’ombra di 
un albero fronzuto, solleva fra le braccia il Bambino fra tutti delizioso, il quale, alla sua 
volta, si volge spigliato in atto di benedire verso un’avvenente Santa Caterina, inginocchiata 
con un libro aperto fra le mani, seguita infine da un devoto Santo pellegrino: tutto insieme 
cireonfuso da una luce e da un’aria mirabile, da paragonarsi, nei suoi brillanti effetti, con 
quelli che seppe ottenere il Correggio in modo eminente, fra altro, nel celebrato suo quadro 
della Leda, ora nel Museo di Berlino. Il fotografo J. Liwy di Vienna ha dato una buona 
riproduzione di quest'opera del Lotto, nella quale si avvertono bensì certe imperfezioni di 
disegno specifiche pur esse per il nostro artista (fiv. 28%). 

Analoga alternativa di pregi e di difetti si avverte in certa tela segnata del nome e 
dell’anno 1533 dell’antica pinacoteca Lochis, ora comunale di Bergamo, che dà luogo ad 
altra bella trovata pittoresca col suo vago sfonde di paese, solcato da un fiume, circondato 
all’intorno da una graziosa pergola di gelsomini. Quel paesaggio, lo possiamo attestare, 
ebbe, alla sua volta, il suo imitatore in un pittore bergamasco, cioè nel Cariani, il quale 
in una sua Adorazione dei pastori (n. 185 della Galleria di Ilampton Court) diede alla 


Ù a” L7 ae, ro MIN » i ho ene: det 
ea O è ron Lt . 


ted 
A, > e“ "i 
È ARRE de RETI) 


e, Gi x" dal pe» 
aa f 
si” 


è @ 


i 
# x 


ide eni 


«> Lt 





Fia. 27°. - NOSTRO SIGNORE IN CROCE 


(Nella Galleria Borromeo in Milano. Fotografia Marcozzi) 


Archivio Storico dell'Arte, serie 2*, anno II, fasc. VI. 


430 GUSTAVO FRIZZONI 

tl cd cr sii ille iui 
scena da lui rappresentata un somigliante sfondo arioso, mostrando una volta di più di 
avere subìto l'influenza del brillante pittore veneziano. 

Più freddo e vie più scorretto è l’esemplare della Sacra Famiglia esistente nella Galleria 
degli Uffizi, che segue di un anno quella testè rammentata. Essendo la sola pittura autentica 
del Lotto a Firenze, non è in quella città che si può farsi un’idea adeguata delle qualità 
dello spiritoso artista. Nè possiamo esimerci del dichiarare in questo punto che il quadro 
attraente, che in Gallerja Pitti viene attribuito al Lotto, quello cioè a dire delle Tre età 
dell’uomo, non gli si saprebbe in alcun modo confermare, non manifestando per nulla nè 





Fra. 28%. - SANTA CONVERSAZIONE 


(Nella Galleria imperiale di Vienna) 


il modo suo d’immaginare, di comporre e di muovere le figure, nè le speciali e ben originali 
sue qualità in quanto concerne la maniera di colorire, di trattare il chiaro-scuro e d’ intendere 
le forme umane in ogni singolo particolare. Il Morelli, nel secondo volume tedesco di Sud? 
critici, pubblicato dall'editore Brockhaus di Lipsia, pur apprezzando i pregi artistici di questo 
quadro, il quale, al pari di molte opere delle nostre pinacoteche, avrebbe bisogno di una mano 
pietosa da richiamarlo al suo stato primitivo, respinge decisamente l’idea che si abbia a 
| ritenere del Lotto, ma in pari tempo lo innalza vie più, stimando ravvisarvi niente meno 
che la mano dell’eccelso Giorgione di Castelfranco. ! 


! Quest'opinione, nello stato attuale del dipinto, è da taluno vi si vorrebbe riconoscere la mano del quasi 
forse un po’ ardita, ma non lo è meno quella per cui mitico pittore Morto da Feltre. 


-— n 
.4 


LORENZO LOTTO, PITTORE 431 





sa 
Un altro genere di quadri di soggetto famigliare nel quale il nostro pittore ebbe pure 
a: provarsi è quello del Presepio immaginato al chiarore della luce emanata dal Bambino 
in mezzo alla notte in cui è immersa la scena complessiva. Il Vasari cita in proposito un 
quadro ch’era in casa di Tommaso da Empoli, fiorentino, « bellissimo, massimamente perchè 
vi si vede che lo splendore di Cristo con bella maniera illumina quella pittura: dov'è la 
Madonna ginocchioni ed in una figura intera che adora Cristo, ritratto messer Marco 





Fio. 29". - NATIVITÀ, COL PUTTINO CHE DÀ LUME 
(Nell’ex-convento di S. Onofrio a Firenze. Fotografia Brogi) 


Loredano ». Dove sia ora nessuno lo sa; si può credere bensì che fosse cosa diversa di un 
altro quadro, citato dell’Anonimo morelliano con la denominazione della Natività, nella 
quale il puttino dà lume a tutta la pittura, quadro che si trovava in Bergamo in casa di 
messer Domenico del Cornello, ossia in casa Tassi. Se questo sia da identificarsi in una 
tavola di simile soggetto e d’impronta sensibilmente lottesca, che si trova ora nelle sale 
annesse all’ex-refettorio di Sant'Onofrio a Firenze, non è cosa da potersi asserire; bensì 
vorrà essere riconosciuto che quel dipinto ci porge riprodotta da mano non molto posteriore 
una composizione nella quale fa capolino l’estro del nostro pittore (fig. 29°). Una riduzione 
della medesima poi, in proporzioni minori ricompare nella piccola sala toscana accanto alla 
tribuna degli Uffizi, sotto la strana denominazione di Michelangelo Anselmi. ! 


! Un soggetto simile viene pure accennato nel già l’anno 1547, 27 marzo, nota: A Gian Domenico dalla 
rammentato Libro de’ conti, dove il nostru pittore, sotto Serena vetraio un quadro «de un presepio finto de 


432 GUSTAVO FRIZZONI 





Lasciando da parte altri quadri da camera, quali sarebbero quello di proprietà del conte 
Camozzi Vertora di Bergamo, della Galleria Tosi a Brescia, del Louvre, torniamo di nuovo 
alle opere da chiesa appartenenti all’età media, o, per meglio dire, già matura. 

Brillanti, fra altre, sono due tele che hanno stretta attinenza fra loro per il soggetto, 
tanto da potersi quasi qualificare l'una una variante dell’altra. L'una si trova nel Museo 
di Berlino, firmata e datata 1531, e rappresenta San Cristoforo col piccolo Redentore sulle 
spalle, e San Sebastiano, dalle bianche carni, legato all’albero, la mano destra innalzata 
sopra la testa, in contrasto spiccato fra loro. Più larga è l’altra tela, conservata nel maggiore 
salone del palazzo annesso al Santuario di Loreto. L’autore si valse dello stesso motivo 
aggiungendo una terza figura, e facendo sì che il gigantesco San Cristoforo comparisse 
messo in mezzo fra i Santi Sebastiano e Rocco. È di gran lunga la più distinta fra le otto 
opere del Lotto, che si trovano riunite in quel luogo, e vuolsi ritenere eseguita in origine 
per la chiesa del Santuario, a pochi anni di distanza da quella ora a Berlino. Sulla riva 
del fiume, che San Cristoforo sta passando a guado, si scorgono certi particolari enimmatici 
di che soleva talvolta compiacersi il fantastico pittore, e consistono in un piccolo serpe che 
sporge la testa e la coda di sotto un foglio bianco arrotolato sul quale sta dipinto un oc- 
chio aperto, delineato di prospetto, mentre di sotto si legge ben impressa l’inscrizione: LA V- 
RENTII LOTI PICTORIS OPUS.! 

Questo quadro, al pari di altri che si trovano nelle Marche, è probabile il Lotto lo 
abbia mandato dal Veneto, dove, dai dati che si hanno, egli deve avere passato la maggior 
parte dell’età di mezzo. 

A Venezia fin dal 1526, come si vide, egli ebbe a contrarre dimestichezza con i frati 
del convento di San Giovanni e Paolo, provandolo il noto passo di una memoria scritta, 
dal quale risulta ch’egli dimorava in quel monastero. Parecchi anni. più tardi poi viene 
fatto di nuovo menzione di lui nelle carte del convento, avendo il pittore, in previsione 
della sua morte, disposto di rilasciare al convento medesimo ogni suo credito che gli competeva 
per il lavoro della pala di Sant'Antonino da lui eseguita, col patto che il convento si 
assumesse di dargli sepoltura gratuita, vestendolo dell’abito dell’ordine. ? 

È presumibile quindi che poco prima di quel tempo (a. 1542) egli abbia dato compimento 
alla pala di che si tratta, opera degna di particolare attenzione pur essa per la novità e 
l'originalità del concetto, e per l’evidenza con cui vi è rappresentato il soggetto, attinente 
alla dispensa delle elemosine fra i poveri, fatta sotto la protezione del Santo domenicano 
benefico, Sant'Antonino. La figura 30% qui unita ci dispensa dal descrivere la composizione. 
Vuolsi osservare bensì il contrasto che esiste fra la parte alta del quadro, di concetto ideale, 
inteso a glorificare il Santo, e quella bassa dove tutto ci trasporta nelle sfere terrestri, dalle 
mitrie, dai pastorali, dai bei tappeti turcheschi alle figure amene, affatto umane, dei chierici 
e a quelle animatamente supplichevoli dei poverelli, tutte cose rappresentate con la massima 
evidenza, ed eseguite con manifesto piacere di riprodurre dal vero ogni particolare attinente 
al soggetto. * 


notte et la luce in Cristo che illumina tutto il con- 
torno ». 

i È larga ben m. 2.32 e alta m. 2.69 questa splen- 
dida pittura. L’avv. Gianuizzi, nell’articolo citato, 8sup- 
pone sia stata in origine di altezza meglio proporzionata, 
e che sia stata abbassata sullo scorcio dcl secolo xvi 
per essere adattata nel nuovo altare eretto nella se- 
conda cappella ch'è a man ritta di chi entra nella ba- 
silica. 

Ne fu tolta poi nella prima metà del nostro secolo, 
per esservi surrogata da un mosaico raffigurante i Santi 


Benedetto e Domenico. 

? Vedi, sotto l’anno 1542, Libro Consigli, III, del mo- 
nastero, carta 96: Ifem m. Lorenzo Loto dat scire relin- 
quit conventui de credito suo pro palla Sancti Antonini 
omne creditum suum ultra ducat. nonaginta, hoc vide- 
licet pacto quod conrentus teneatur in morte sua gratis 
sepelire eum in aliquo sepulcro et dare sibi habitum 
ordinis. 

® Dal Libro dei conti infatti si rileva che il pittore 
più volte ritrasse figure di poveri da servire per questo 
singolarissimo quadro. 


nisi i — _ 





Fia. 30%. - PALA DI SANT'ANTONINO , 


(In San Giovanni o Paolo a Venezia. Fotografia Anderson) 


434 GUSTAVO FRIZZONI 


Un'altra pala d’altare importante della quale dobbiamo occuparci, tanto più da poi che 
è poco conosciuta, trovandosi in una piccola e remota città delle Marche, lontana parecchie 
miglia dalle stazioni ferroviarie, è quella ch’egli compì per l’altare maggiore della chiesa 
di San Domenico a Cingoli, e che reca l’iscrizione: L. Lotus, 1539. Trattasi di una grande 
tela centinata, larga quasi tre metri ed alta ben quattro. Vi è rappresentata, sopra un rialzo 
di pietra, la Madonna, tutta avvolta in un manto celeste e in panni bianchi intorno alla 
testa. Mentr’essa con la destra porge la corona del rosario a San Domenico, che se ne sta 
di fianco inginocchiato alzando fervorosamente le mani per riceverla, il Bambino, sul grembo 
della Madre, dall’altro lato, si china ad impartire la benedizione ad altro gruppo di Santi, 
dove apparisce per primo il Santo locale, il vescovo San Superanzio, in vesti pontificali, 
a riscontro del San Domenico, in atto di presentare il modello della piccola città di cui è 
il protettore. Seguono, dietro a lui, ritti in piedi, San Pietro Martire e una Santa monaca 
con -crocefisso e giglio nelle mani. Dall'altro lato, dietro a San Domenico, vedonsi specificati 
San Vincenzo Ferrer e Santa Maria Maddalena, signorilmente vestita, in abito corrispondente 
ai costumi civili del tempo del pittore. Nel vano che rimane al basso fra i due gruppi di 
Santi è collocato un gran cesto ripieno di rose sfatte; tre putti molto mossi vi stanno 
d’attorno, e sono: uno il San Giovannino, che addita il Bambino Gesù; un altro un angioletto, 
che getta dal cesto, a mani piene, i petali delle rose; il terzo un altro angioletto, che ne 
ha cavato un fiore intero e l’offre alla monaca. Dietro al trono, oltre ad una cortina di 
broccato, s' innalzano cinque tronchi d’alberi coperti ciascuno di tre quadretti circolari conte- 
nenti i Misteri della Vergine. Tutto, in origine, dovette essere opera del Lotto, ma ora non 
vi si ritrova più la primitiva freschezza del colorito, poichè ogni cosa è stata evidentemente, 
dal più al meno, ripassata da mano estranea. E ben lo mostra, fra altro, la graziosa figura 
della Maddalena, il favorito tipo delicato, a guisa di ritratto, di che si compiaceva il pittore, 
intorbidata dal restauro pur troppo ben palese. È opera, comunque sia, da contarsi nel 
numero di quelle ricche di motivi, e nelle quali l’autore può essere bene studiato ed 
apprezzato come artista nel vero senso della parola. 

Dove c’è da dubitare che il biografo Berenson si sia lasciato trascinare da una impres- 
sione momentanea e fallace si è quando, ammettendo una relazione di atfinità di colore 
e d’intonazione fra la Maddalena surricordata e due figure dipinte sulla tela, oggidì appese nel 
salone dei quadri nel palazzo apostolico di Loreto, viene ad accogliere senza esitazione anche 
queste, contenenti una Santa Lucia è una Santa Tecla, nel movero delle opere del Lotto. 
Che cosa abbia voluto significare attribuendo alla seconda di dette figure un certo non so 
che delle qualità letterarie della Santa Margherita attribuita a Raffaello al Louvre, non 
riesce chiaro: quello ch'è certo si è che non sapremmo ravvisare in alcun modo la mano 
del nostro pittore in due tele simili, di fattura accademica, deboli e vaghi riflessi, se mai, 
di un’arte così personale qual’è quella per cui si distingue il Lotto. Che se il biografo ebbe 
a notarvi una certa maniera grigia con tocchi nei quali parrebbe anticipata la caratteristica 
delle sue ultime opere, ciò forse dipenderà dalla somiglianza del colorito in queste due Sante 
con quello risultante dalle ridimpiture toccate alla Maddalena del quadro di Cingoli.! 

Come si disse, è rincrescevole che il Libro dei? conti di Lorenzo Lotto ci dia così scarsi 
ragguagli intorno alle sue opere tuttora superstiti. Eppure, osserva giustamente il Berenson, le 
opere menzionatevi, e appartenenti agli anni suoi più provetti, sono più del doppio in numero 
di quelle della sua carriera intera giunte sino a noi. Di queste ne sono rammentate due, 
tuttora esposte al culto, mediante indicazioni di pagamento, da cui risulta che furono condotte 


! Vuolsi qui osservare che l’egregio avv. Pietro ad attribuire al Lotto le rammentate tele con le due 
Gianuizzi nella sua monografia: Lorenzo Lotto e le sue Sante, mentre il Frizzoni, in realtà, ha la coscienza di 
opere nelle Marche (Nuora Itivista Misena, fasc. 5 e 6, non aver mai pensato a simile attribuzione. Questa poi 
anno 1894), scambiò certamente il nome del Frizzoni vorrà certamente essere revocata dal Berenson in una 
con quello del Berenson, asserendo ch'egli non esitò prossima sua visita a Loreto. 


LORENZO LOTTO, PITTORE 435 











a termine verso il 1542. La prima è quella già da noi descritta come esistente sempre nella 
chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia (la dispensa delle elemosine per parte di 
Sant'Antonino); la seconda, un’altra pala che può essere osservata da chiunque da Bergamo 
muova il passo verso la verdeggiante valle del Brembo, all’imboccatura della quale, in 
posizione romantica e pittoresca, giace la chiesetta del paesello di Sedrina. Quivi, sull'altare 
a sinistra del coro, si trova la tela del nostro pittore, nella quale è rappresentata, in alto 
sulle nubi, la Madonna che tiene il Putto ignudo sulle ginocchia, entro una gloria di sette 
cherubini: al basso stanno i Santi Giovanni Battista e Francesco a destra, San Girolamo 
e San Giuseppe a sinistra; nel fondo un paese montuoso. Porta la segnatura Laurentio Loto, 
quale la vediamo adottata dal pittore dopo il 1540, e la data 1542, unita all’iscrizione 
donde risulta che il dipinto fu fatto fare dalla locale confraternita. Pur troppo, come osserva 
il Morelli nelle sue note, « si trova in pessime condizioni, essendo, per esempio, in varie 
parti della faccia di San Girolamo già caduti i colori. Fu deturpato inoltre da pessimo 
restauro nonchè dall’ umidità, di guisa che le teste dei quattro Santi sono rese quasi invi- 
sibili. Andrebbe quindi rifoderata, indi ripulita dell’imbratto da mano abile ». Tale il voto 
espresso da un uomo che avrebbe meritato in vita d’essere meglio ascoltato, e dei consigli 
del quale si sarebbe potuto trarre vie maggiore profitto per quanto concerne le nostre antiche 
opere d’arte, oggi tuttora abbandonate troppo spesso al cieco loro destino. Fortunatamente 
ora si è provveduto per impedire danni ulteriori. 

Nella stessa chiesa di Sedrina poi, sull’altare opposto, s' innalza un’altra pala di analoghe 
dimensioni, di cui ci piace fare menzione in questo luogo, perchè proveniente da un pittore 
che, fra tanti altri, è pure citato nel Libro deî conti. Il quadro che rappresenta N. S. morto, 
sorretto da tre angeli, è segnato del nome di un tale Joannes Petrus Sylvius Venetus. Benchè 
non porga un interesse’ pari a quello di un’opera del Lotto, e che l’autore vi apparisca 
artista di mediocre levatura, pure ci fa pensare che questo Gian Pietro Silvio dovette avere 
dei rapporti con lui, figurando anch’esso nel Libro suddetto come perito nella stima di 
certi ritratti del Lotto, fra quelli eletti da’ suoi debitori, mentre, per parte di messer Lorenzo 
stesso era stato eletto il suo quasi compaesano Paris Bordone. 


IX. 


Che le facoltà artistiche del nostro autore negli anni seguenti incominciassero a declinare 
lo dimostrano sensibilmente una serie d’opere che ci rimangono da esaminare. Anche in 
queste tuttavia, non ostante certi segni di stanchezza e di rilassatezza, riluce sempre quel 
tanto di buono e di geniale che non si rinnega mai per parte di una mente arguta e 
originale. 

Proviene dalla chiesa di San Polo di Treviso, e si trova ora nella pinacoteca di Brera la 
tela di notevoli proporzioni, rappresentante N. S. morto, sulle ginocchia della Madre, pianto 
da San Giovanni e da due angioletti, che ne reggono le gambe, firmato Laurentius Loto 
nell'angolo a destra. Si può ritenere per certo ch’egli lo abbia eseguito standosene a Treviso 
nel 1444, poichè si sa di certo ch’egli allora vi si trovava, come risulta da un documento 
di quell’anno appunto, riferito nelle Memorie Trevigiane del Federici (Venezia 1803, vol. II, 
pag. 33). Questo documento ha un altro interesse per noi, ed è quello di mostrarci il Lotto 
in relazione con un pittore di quel territorio, cioè di Conegliano precisamente, non privo 
di merito egli pure, e al quale il Berenson recentemente ha rivolto la sua attenzione in 
modo particolare. È questi Francesco Beccaruzzi. Il suo collega, nel documento indicato, 
essendo lodato per la sua prudenza, integrità ed esperienza, è invitato dai fabbricieri di 
Santa Maria a Valdobiadene presso Treviso a fare la stima di un’opera del primo. | 

Milano poi è in possesso d’ un’altra tela, che il biografo americano ragionevolmente 
pone nello stesso tempo. Sta appesa un po’troppo in alto in una delle sale da quadri del 


436 GUSTAVO FRIZZONI 


Museo Poldi-Pezzoli, e dalle proporzioni sue, più larghe che alte, si qualifica per un’opera fatta 
per devozione privata. Vi sì vedono dipinti, con la consueta animazione delle movenze, la Ma- 
donna, Ja mano destra sulla spalla del San Giovannino che Zaccaria sta presentandole, mentre . 
il Bambino Gesù è intento a impartire la sua benedizione standosene seduto sulle ginocchia 
della Madre.! Per quanto abbia perduto sensibilmente della primitiva freschezza in grazia 
di restauri subìti, è cosa piacevole nullameno, rivelando sempre l’autore nelle sue qualità 
pittoriche personali, gustose nella loro spontaneità. I due Bambini, come bene osserva il 
Berenson, sono dipinti in modo affatto simile a quello dei due Putti sulla Pietà di Brera. 

A proposito della quale Galleria vorremmo pure osservare qui, d’accordo col critico 
nominato, che si può ritenere fornita di un’altra opera del Lotto sotto mentite spoglie in 
un ritratto d’ uomo, esposto in fondo al riparto della Galleria Oggioni, sotto la semplice 
denominazione di scuola veneziana del secolo XVI, sotto il n. 67. È un uomo sulla quarantina, 
viso pieno, dalla barba bionda, tutto in nero, dalle ginocchia in su, la mano destra intesa 
ad indicare qualche cosa, la sinistra sull’impugnatura della spada, intorbidato e impastic- 
ciato, pur troppo, tanto che a stento ne fa capolino l’autore mercè i suoi consueti atteg- 
giamenti e inclinazioni del capo e un rimasuglio scarso del suo proprio piacevole chiaro-scuro. 
Se il dipinto, che male si vede all'altezza in cui si trova, fosse tuttora suscettibile di un 
ripristino, non dubitiamo che n’escirebbe altra opera degna di essere contata nel novero 
delle bene ispirate dell’autore. Se non c'inganniamo avrebbe a trovare il suo riscontro, più 
che altro, nel dipinto già rammentato, rappresentante un uomo munito di balestra, che fa 
parte della raccolta capitolina a Roma, e che accusa. l’epoca più provetta del maestro. 

Non fa menzione invece il Berenson nel suo libro di un altro dipinto, che vuole essere 
tuttavia aggiunto al novero delle sue pitture di ritratti. Ci consta bensì che dopo averlo 
egli stesso veduto recentemente, ebbe a convincersi trattarsi di un’opera di messer Lorenzo, 
per quanto sfigurata dal restauro. È dessa una tela più larga che alta fra quelle che nella 
imperiale Galleria di Vienna portano il nome di Tiziano. La bizzarra novità del soggetto e 
l’eloquente spigliatezza con cui è rappresentato è affatto consentanea alla natura di Lorenzo 
Lotto, come accenna alla sua pratica il modo d’ illuminare le carni e le capigliature, vivido 
e acuto. Una figura d’ uomo barbuto vi è rappresentata in tre modi diversi, cioè in faccia 
c in profilo dai due lati. Quanto ai particolari, non potendo giudicarne de v7su, ci piace 
darre riprodotto l’aspetto nell’unita figura 31%, raccomandando alle persone competenti la 
soluzione del problema che racchiude, sia rispetto all'uomo etfigiato, sia al suo vero autore. 
Intanto l’erudito prof. Francesco Wickhoff di Vienna, già si è espresso in proposito in 
un articolo pubblicato nella Gazette des Beaux-Arts nei termini seguenti: ? « Il triplice ri- 
tratto (n. 558) a prima vista fa l'impressione di essere una pittura tedesca. Un conosci- 
tore così fino quale il Morelli si è pure lasciato prendere da questa prima impressione. Basta 
tuttavia osservare l’opera da vicino per riconoscervi l’impronta veneta. Il quadro è stato 
eccessivamente ripulito negli scorsi anni, onde glien’è derivato una certa apparenza di du- 
rezza; del resto già il Cavalcaselle aveva pronunciato il nome del Lotto in proposito, e que- 
st'attribuzione trova conferma nel paragone del ritratto con un dipinto autentico del Lotto, 
la Santa Conversazione (n. 273), nella stessa Galleria. Il San Giacomo, inginocchiato a destra 
della Vergine, v’apparisce quasi come un fratello del modello del ritratto, che deve datare 
quindi dall’anno 1520 o seguenti ». 

Il concetto di questo dipinto ci richiama alla mente le helle considerazioni esposte dal 
signor Emile Michel in un suo articolo della Gazette des Beaux-Arts, dedicato a Lorenzo 
Lotto, come ritrattista. * 

C'è da intendersi con lui incondizionatamente quando egli osserva in proposito del suo 


! Fotografato da Marcozzi, successore di Montabone, Vienne, par Franz Wicknorr, anno 1893, pag. 23. 
in Milano. ® Vedi: Gazetle des. Beaux-Arts, 1° maggio 1995 
? Vedi: Les Ecoles Italiennes au Musée impérial de Les portraits de Lorenzo Lotto. 


LORENZO LOTTO, PITTORE 437 


artista: « Bien que les tableaux peints pour les églises ou les sanctuaires de l’Italie tiennent 
dans son ceuvre la place la plus importante, c'est dans les portraits à notre avis que Lotto 
a mis le meilleur de lui-mème et manifesté tout son mérite ». 

È forse un po’ sottile, invece, e non sempre verificabile la distinzione che il signor 
Michel vorrebbe fare rispetto ai ritratti di messer Lorenzo quando li divide in due categorie, 
cioè di quelli eseguiti per rappresentare i committenti, quali si mostravano in realtà, e 
quelli nei quali egli si compiaceva di esprimere più particolarmente qualche intenzione sua 
propria. Nel novero dei primi egli porrebbe, fra altri, le etfigie del protonotario della National 
Gallery, di un giovane della pinacoteca di Berlino, dei tre noti personaggi a Brera, regalati 
da Vittorio Emanuele; fra i secondi il ritratto di donna proveniente da casa Grumelli a 





- supra 7 
Ann 


x conte 
1», 
ia" 
Pai 


se 


o” 
x 


-—— ee —-- > per ero 
sa IRE fa * niro pr rr IIS], 
n 5 a seni Patata UlkA fed », i ua 
: 5 a}, " dela 
ma, È alviata e 
LU Lo 
x 
A 


n pren 
data ul ps #4 
ala DA rl E 
— CL i i n 





Fra. 31%. - IL TRIPLICE RITRATTO D'UOMO 


(Nella Galleria imperiale di Vienna) 


Bergamo, quello del palazzo Holford a Londra, luomo della Galleria Borghese, quello di 
Vienna dalla zampa d’animale, e via dicendo. 

Ora, in presenza del triplice ritratto della stessa pinacoteca imperiale, vi sarebbe di 
che esitare, e chiedersi quindi a quale delle due categorie sia da ascrivere, potendosi ammet- 
tere egualmente che il pittore si fosse assunto il problema per desiderio dell’individuo 
rappresentato, ovvero sia per un suggerimento del suo proprio versatile ingegno. 

La circostanza che il Berenson farebbe seguire, secondo l’ordine cronologico, alla Pietà 
di Brera e alla Madonna di casa Poldi le due figure alquanto simili di San Girolamo nella 
Galleria Doria-Panfili e in quella del Prado a Madrid, ci richiama qui l’indicazione di altro 
piccolo San Girolamo del Lotto per parte dello stesso scrittore. La scoperta non fu da lui 
fatta se non dopo stampato il suo libro, allorehè gli fu dato visitare in Amburgo la Galleria 
del signor console Weber. Quivi trovasi, sotto il n. 33 del catalogo, ! una tavoletta, non 


! Wissenshaftliches Verzeichnis der (ilteren Gemilde mann, Director der K. Gemiilde Galerie zu Dresden. 
der Galerie Weber in Hamburg, von Prof. D" K. Woer- Dresden, Druck von Wilhelm Hoffmann, 1892. 


Archivio Storico dell'Arte, serie 2%, anno II, fuse. VI. 5 


GUSTAVO FRIZZONI 


438 

più alta di m. 0.51//, e larga m. 0.40, della quale ci piace porgere l’immagine sensibile, 
mercè un esemplare fotografico fornitoci dallo stesso proprietario (fig. 32°). Intorno a questo 
quadretto il catalogo osserva: « Quadro difficile a determinarsi; finora attribuito a Filippino 
Lippi o alla di lui scuola. Pare tuttavia di epoca posteriore »; mentre poi vi è pure regi- 
strato sotto la rubrica di Scuola fiorentina della fine del XV secolo. Francamente crediamo 
si sia per lo meno avvicinato maggiormente al vero il Berenson con la sua attribuzione. 
Il disegno, l’anatomia del nudo, la movenza, invero non hanno nulla che ci richiami la 
scuola toscana; al contrario bene s’addirebbero al Lotto, come gli s’addicono anche i parti- 


_ nenti nr € = 4 

i iù PRETTY REPA Torna RA n : 
- La . urerve»” "0 
. . AA i n 


2 “- 
0-- o» . 


Li 
- 
4 
4 
si 





lo. * J P i 534 a î _ » K 

DI RL n. SERE 
» as si n ì : da. 
iano rca Foe oa perg i TAC È X p 


— — —- —_ > ni è | 


Fia. 32%. - IL PICCOLO SAN GIROLAMO 


(Della raccolta Weber di Amburgo) 


colari che circondano il Santo, fatti con semplice evidenza, pari a quella che si avverte 
nell'ambiente casalingo in cui immaginò il mistero dell’Annunciazione espresso nella sua 
tela in Recanati. Merita, infine, di essere studiato l’argomento ulteriormente in ‘presenza 
dell’attraente quadretto, e forse riesciranno, dopo mature riflessioni, a persuadersi circa il 
giudizio del critico americano tanto il proprietario quanto l’autore del catalogo. ! 


! Avvertiamo qui che lo stesso signor console Weber, 
com'ebbe a comunicarci per lettera, è il fortunato pos- 
sessore della splendida tavola della Madonna annun- 
ciata dall’angelo, rammentata da noi e riprodotta a 
pag. 23, opera indubbia di Palma Vecchio nello stile 
lottesco. Egli l’acquistò parecchi anni or sono presso 
l'antiquario Favenza a Venezia. 


A scanso di equivoci ci piace pure significare in 
questo luogo che là dove si è fatto cenno del quadro 
di un San Girolamo nella Galleria di Hermannstadt 
non abbiamo inteso menomare per nulla il merito del 
prof. Frimme] rispetto alla sua scoperta, la quale non 
gli fu suggerita da altro se non dall'aspetto e dal ca- 
rattere dell’opera d’arte medesima. 


LORENZO LOTTO, PITTORE 439 


ea 

Per le chiese di Ancona il Lotto ebbe a fare non meno di un paio di grandi pale 
d’altare, ora collocate entrambe nella pinacoteca. 

La migliore è, senza dubbio, quella dove si vede la Madonna in trono in atto di unire 
le mani per pregare, mentre ha tra le braccia il vivace Bambino intento a benedire quattro 
Santi disposti a due a due sotto i gradini del trono. Appena di sopra della Vergine due 
angioli adolescenti librati a sostenere la corona destinata alla Regina de’ cieli. Mentre non 
manca, anzi eccede forse, l’azione drammatica in questo quadro, già si rende sensibile un 
certo vuoto in quanto concerne il sentimento dell'espressione interiore e la finezza dei parti- 
colari. Vi si scorge insomma l’autore di pratica, che tira via nel suo compito, badando 
più a un impressionante effetto coloristico dell'insieme che a manifestare l'intimità delle 
disposizioni dell’animo de’ suoi rappresentati. 

E valga l'unita figura 33* a dare un concetto visibile della sua arte in una fase della 
vita che corrisponde al suo penultimo lustro. 

Ch’egli poi provasse già una certa stanchezza, lo proverebbe pure la circostanza che 
esiste un’altra tela di lui la cui parte superiore non è che una replica della citata. È questa 
la pala che vedesi tuttora, o che, meglio, non si può vedere, stante l’infelice posizione fra 
due finestre, nella chiesa di San Giacomo dell’Orio in Venezia, dove sono unicamente mutati 
i quattro Santi sotto il trono. Se si tiene conto anche della circostanza che il quadro è 
deturpato da cattivo restauro, si vedrà che poco godimento c'è da ricavarne oramai. Dalla 
iscrizione appostavi se non altro s'impara che il pittore ebbe ad eseguirlo nel 1546. 

La stanchezza, l’atfievolimento dell’energia e dell’ispirazione stessa si fa vie più palese 
poi in altra grande tela, fatta per una chiesa d’Ancona, ora parimenti in pinacoteca, ed è 
quella grande dell’Assunta con gli Apostoli raccolti al basso. È l’ultima che conosciamo 
controsegnata con’ la data, ch'è il 1550. Le figure vi sono dipinte in grandezza maggiore 
del vero; sono esagerate e floscie nello stesso tempo. Tuttavia conviene riconoscere che non 
è altrimenti possibile davanti a quel dipinto di giudicarvi rettamente le qualità pittoriche 
dell’autore nella fase ultima che vi è rappresentata, perchè un restauro ignominioso, da 
chiamarsi anzi una impudente ridipintura, lo ha alterato per modo da offuscare intieramente 
l’aspetto originale. 

Conviene quindi per formarsi un concetto dell’essere suo come pittore negli ultimi anni 
rivolgersi altrove: trasportarci cioè sulle alture di Loreto, a quella Santa Casa, alla quale 
lo stanco artista da ultimo si era rivolto, desiderando, com’ebbe ad esprimersi nel suo 
testamento dell’anno 1554, di finire i suoi giorni in quel luogo sacro. 

Per non andarmi avolgendo più în mia vecchiaia (leugesi nel suo Libro de’ conti) ho 
voluto quetar la mia vita in questo santo locho: et fattomi oblato, a perpetua vita mia 
donuto me con ogni mia sustantia, provedendomi la casa (ossia la Santa Casa) de ogni più 
necessario vito e vestito perpetuo. 

Ch’egli, d'altronde, ben 12 anni prima avesse manifestato delle disposizioni monastiche 
lo prova un altro passo dello stesso L70r0 che ci piace di riportare qui, come quello che 
si collega pure coll’origine del già descritto suo quadro della chiesa dei Santi Giovanni e 
Paolo a Venezia, e della sua dimora in quel convento. Eccolo: 

Ad... (sic) marzo 1542 li frati di S. Joepolo, prior m.° Stato de Medici di dar per 
la palla (sio) di S° Antonino ch’io li ho depinta e data per pretio di ducati cento e venti- 
cinque, cioe în denari ducati novanta: el resto che sono ducuti trentacinque deno (per debbono) 
alla mia morte far la spesa del tutto al bisogno del sepelire il Corpo mio vestito del abito 
della religione (dei conventuali) et officio alla fratesca e posto ne la sepoltura dei 80) 
conversi, 0 frati: et promette furmi haver de le cerche de le prediche di fra lorenzo da 
bergamo frate de losservantia in S. domenico a castello ducati 40, el resto che sono cin- 
quanta fare che misser benedetto Contarini li pagara in questo modo con farmi consegnar 


440 GUSTAVO FRIZZONI 


ducati 40 al monte novo e li altri ducati decie restanti a supplir, veder oper via di messer 
benedetto cavarli con destrezza, e quando tuto mancasse darli di sua borsa, cioe el deto 
m° sisto în presentia del p. (predetto ?) frate predicator fra lorenzo. 


* 
* * 


Non meno di otto sono i quadri di Lorenzo Lotto che già, lui vivente, ebbero a trovarsi 
a Loreto. Oggi vedonsi tutti esposti nella sala maggiore del palazzo, ora di ragione gover- 
nativa, annesso alla insigne basilica. Non sono tutti de’ suoi ultimi anni a vero dire, come 
facilmente si deduce dal modo come sono eseguiti. Oltre la grande tela dei tre Santi Seba- 
stiano, Cristoforo e Rocco, già rammentata, che l'avvocato Gianuizzi, non trovandola ram- 
mentata nel Libro dei conti del Lotto, crede dipinta un po’ prima del 1540, vuole essere 
presa in considerazione in primo luogo quella rappresentante in mezze figure il noto episodio 
dell’assoluzione dell’adultera per parte di N. S. Bisogna convenire che questa è una delle 
opere meno simpatiche del nostro autore, perchè troppo addensate vi sono le teste, e la 
espressione loro è caricata e comune. Se non altro vi splenderebbe un colorito fresco e 
vivace se il quadro non fosse rovinato da un cattivo restauro, perpetrato, a quanto riferisce 
il sullodato avvocato Gianuizzi, da un pittore maceratese nel 1855. La composizione, d’al- 
tronde, s'accorda completamente con quella analoga, originale parimente, che fa parte della 
pinacoteca del Louvre. Se ne vedono attorno, infine, parecchie copie antiche. 

Più attraente assai è una certa Sacra Famiglia all’aperto, nella quale sta la Vergine, 
San Giuseppe, Santa Elisabetta e San Zaccaria, tutti raccolti davanti una tenda raccomandata 
a due alberi dall’ uno a l’altro capo, mercè la quale il pittore, forse per suo comodo, ci 
privò del godimento procuratoci altre volte coi suoi ariosi sfondi a paesaggio. Le figure 
accennate stanno contemplando, insieme a due angeli sospesi in aria, il Bambino Gesù, il 
quale, ignudo, giace supino sopra una coltre distesa sul suolo, con le braccia sollevate verso 
il piccolo Battista, che scherzevole gli sta d’accanto: composizione umanamente lieta e 
festosa. 

Furono certamente eseguiti più tardi gli altri cinque quadri, in genere più trascurati 
e più cupi nell’intonazione. Tali un San Michele Arcangelo che inabissa Lucifero e un 
Battesimo di N. S. nel Giordano. Gli ultimi tre poi, più che veri quadri, si potrebbero 
qualificare per ischizzi condotti col pennello, senza previa traccia di disegno. Lo splendore 
della sua tavolozza di prima ha ceduto il campo ad un tono più basso, più dimesso, per 
così dire, il quale, se non appaga i sensi altrettanto, ha pure il suo lato interessante, perchè 
pare stia là a rispecchiare le mutate disposizioni dell'animo dell’artista, che ha oramai 
rinunciato al mondo e a’ suoi plausi. I soggetti sono: lo storico Sacrificio di Melchisedech, 
trattato nell’arte cristiana, in genere, quale allegoria simbolica del Sacrificio del Redentore; ! 
l'Adorazione dei Magi ? e la Presentazione di Gesù Bambino al vecchio Simeone nel tempio 
per mezzo della divina Madre, presenti S. Giuseppe, la profetessa Anna, parecchi sacerdoti 
e gente del popolo. Quadro quest’ ultimo di un sentimento così moderno, da farvi riscontrare 
dal Berenson dei punti di somiglianza con più di un pittore vivente della scuola francese, 
e dichiarare che il dipinto accennato è una delle produzioni più grandi del Lotto, ed è 
forse il più moderno che sia mai stato eseguito da un antico maestro italiano. 


* 
* * 


Gli otto quadri rammentati ebbero a fig@rare tutti a suo tempo nella basilica lauretana, 
come già si ricava dalla testimonianza del Vasari. Egli allude alla tela dei tre Santi, chia- 


e 


! Composizione analoga a quella che vedesi intar- pubblica istruzione, a pag. 253, che quest’opera fu 
siata in uno degli stalli celebrati di Bergamo. eseguita dal Lotto con l’aiuto di Camillo Bagazzotti da 

? Viene avvertito nel II volume delle Gallerie Na- Camerino nel 1555, potendosi ciò rilevare da documenti 
zionali Italiane, pubblicato per cura del Ministero della sincroni tuttora esistenti in Loreto. 


do. 
wr ILE I Y TA 
gie, A : Sia Lia na i È i 


v 
L 
ch dm i. 





» — 


Fic. 33*. - MADONNA IN TRONO E QUATTRO SANTI 


(Nella Galleria comunale di Ancona. Fotografia Anderson) 


442 GUSTAVO FRIZZONI 

mandola impropriamente: una tavola, ch’era situata in una cappella a mano ritta entrando 
in chiesa. Le altre sette poi si trovavano nel coro sopra le sedie dei sacerdoti, e vi stettero, 
come osserva il Gianuizzi, fino poco dopo la metà del corrente secolo. 

Trovandosi ora in possesso del regio Governo questo complesso di opere, che potrebbe 
essere invidiato da più di una pinacoteca, vorremmo che la debole voce di chi è venuto 
enumerandole potesse giungere alle elevate regioni del Ministero della pubblica istruzione 
per implorare l'intervento illuminato del medesimo a favore dei dipinti stessi, quale più, 
quale meno trasandati e manomessi, acciò una mano veramente provvida si adoperasse a 
ridurli in uno stato meno difforme di quello del loro primitivo aspetto, portando efficace 
rimedio alle insozzature prodotte dal tempo e dagli uomini, agli strappi e alle rallentature - 
delle tele, come lo richiederebbe in ogni paese civile il rispetto dovuto ai prodotti dell’attività 
di un artista così geniale. 


X. 


Il Lotto, come già si ebbe ad accennare, non era l’uomo fatto per educare intorno a 
sè una vera e propria schiera di discepoli, quali si sono veduti altre volte fiorire nell’am- 
biente di altri celebrati artisti. L’indole sua irrequieta e fantastica, l'instabilità della sua 
vita, per cui lo vediamo spesso tramutato da un luogo all’altro, erano tutte circostanze che 
dovevano naturalmente riuscire d’ostacolo al cementarsi di un legame duraturo fra lui e 
la generazione più giovane, che dal maestro avrebbe potuto ritrarre proficui ammaestra- 
menti. Più che suoi scolari, quindi, si hanno a considerare per suoi aiuti quei tali i cui 
nomi occorrono essenzialmente fra gl’infiniti appunti onde si compone il suo rammentato 
Libro de conti. Troviamo fra questi un Simone da Caldarola, un Durante da Force, un 
Bagazzotti da Camerino ed alcuni altri, che figurano, in realtà, come suoi garzoni, e nessuno 
dei quali seppe tramandare ai posteri nè piccola, nè grande fama del proprio valore. Come 
curiosità, se non altro, andrebbe osservato a Matellica, nelle Marche, un quadro d’ una Cro- 
cefissione del primo nominato, la quale, a detta del Berenson, non è se non una libera 
copia della grande pala del Lotto in Monte San Giusto, fatta ben 37 anni più tardi, cioè 
nel 1568. Quanto alle predelle onde va munita l’opera di Simone, soggiunge: benchè non 
possano essere copie dal Lotto, non essendo la Crocefissione di Monte San Giusto in alcun 
modo fornita di predella, esse sono altrettanto lottesche quanto il dipinto principale, e 
dimostrano il Caldarola essere stato un vero imitatore, e non un semplice copista. A Cingoli 
poi, in San Domenico, avvi pure un quadro -di lui, rappresentante un Santo che guarisce 
una donna ammalata, egualmente lottesco fino nel trattamento delle luci e delle ombre. 

Durante da Force ci si presenta in un quadro di San Francesco di Massa Fermana 
(la Madonna in gloria e dodici Santi). È datato 1549, ma il carattere del dipinto dimostra 
che l’autore deve avere subìto l'influenza del Lotto una quindicina d’anni prima. 

Il Bagazzotti sf vede comparire negli ultimi tempi della vita del maestro, ed è a rite- 
nersi l’esecutore di più di un dipinto fra quelli enumerati nel salone della Santa Casa di 
Loreto, che sono improntati di un colore più opaco e grigiastro, quali sarebbero le tele 
della Presentazione al Tempio, del Sagrificio di Melchisedech, dell’Adorazione de’ Magi, 
condotti a termine probabilmente appena un anno prima della morte .del Lotto, cioè 
nel 1555.! 


! L'avv. Gianuizzi in proposito (op. cit., pag. 32) 
riferisce una partita riscontrata nel giornale della Santa 
Casa, marcata con la lettera g, in data 6 febbraio 1855, 
del tenore seguente: Alla detta (ossia all’alma chiesa) 
F. nove bol. VI quattrini IIII per detto (Messer Pelle- 
grino Cabassi Tesoriere) paghati a Camillo Baghazzotti 


(nel mastro è Paghazzotti) du Camerino per suo ser- 
vito di mesi 2 et dì 8 finiti alli 5 stante ha servito per 
dipingere i quadri per il coro con m. Lorenzo Lotto 
nostro pittore a ragione de scuti XXIIII de m. (moneta) 
l’anno F, 94. 64. 





GNO (?) 


ij 
lu 


I 


S 


, DI AGOSTINO CAVER 


NEDICENTE 
(Galleria Harrach, Vienna) 


Pai 
4 


Li 
Li 


34". - VESCOVO BI 


Fia. 


444 GUSTAVO FRIZZONI 

Se abbia colto nel segno piuttosto il Berenson nell’attribuirgli due figure di Profeti 
nel salone suddetto o l’avvocato Gianuizzi, che propende a crederli di Girolamo Muziano, è 
cosa intorno alla quale lasceremo ad altri il giudizio definitivo. 


* 
* * 


Il tempo nel quale il nostro pittore potrebbe più facilmente avere educato qualche 
scolaro è quello che si concentra nel vigore dei suoi anni e della sua operosità, ossia nel 
suo periodo bergamasco, fra il 1512 e il 1525. Stando ai ragguagli del Tassi nelle sue 
Vite degli artisti bergamaschi, vi sarebbero stati in Bergamo almeno due suoi scolari, cioè 
Agostino da Cavarsegno e Giuseppe Belli. Il primo, come mostrano le sue opere in Santo 
Spirito, in Sant'Alessandro a Bergamo e altrove, si qualifica bensì come suo seguace incon- 
dizionatamente, per quanto non abbia mai saputo raggiungere il valore del maestro come 
ispirato inventore e magico coloritore, mentre troppo spesso cadde nel caricato e nel grot- 
tesco, esagerando i lati deboli del suo prototipo. In composizioni a figure piccole, come 
quella che abbiamo data riprodotta (fig. 23*), riesce più tollerabile. Fra le figure al vero 
forse si vorrà ravvisare come una delle migliori un vescovo santo benedicente, in manto 
rosso-mattone, registrato nella Galleria Harrach di Vienna per opera di scuola fiorentina, 
con la quale non ci sembra porgere alcuna attinenza (fig. 34°). ! 

Del Belli, a dir vero, se non lo dicesse il Tassi, ditficilmente si sarebbe potuto credere 
che fosse da annoverare fra gli allievi del Lotto. Le sue opere sono rare. Il ritratto d’ uomo, 
forse un architetto, nella pinacoteca dell’Accademia Carrara di Bergamo, cui venne regalato 
dal signor Giovanni Piccinelli in memoria del defunto zio Antonio, noto ed appassionato 
raccoglitore, ad ogni modo non ha nulla che lo richiami, e sembrerebbe appartenere a 
tempi più primitivi, # a giudicare dal modo determinato e severo con cui è condotto, henchè 
esevuito solo tre anni prima della metà del secolo XVI. 

Ben più sensibili sono le impronte lasciate dal nostro pittore fra altri artisti berga- 
maschi. Del Previtali e del Cariani già si è fatto cenno. Per quanto entrambi di carattere 
affatto bergamasco, e diverso quindi da quello del figlio delle Lagune, essi non poterono 
non sentirsi tocchi dal fascino inerente allo splendido colorito sviluppato da lui precipua- 
mente durante la sua dimora in Bergamo. Ma anche pittori posteriori di detta città si 
trovarono indotti a togliere motivi da opere sue, sia rispetto alle composizioni, sia a certe 
movenze, a certi effetti di chiaroscuro. Fra i più spiccati si può citare Gian Paolo Cavagna 
ed Enea Salmeggia, detto il Talpino. Rispetto al primo, ci sarebbe da rammentare, se non 
altro, una pala sull’altar maggiore della chiesa di San Bernardino nella città bassa, nella 
quale si riscontrano elementi tolti evidentemente da quella del Lotto iri San Bartolomeo. 

Più eletto nei tipi e più aggraziato nel disegno è il Talpino, benchè più eclettico del 
Cavagna. Egli, la cui attività si estende agli ultimi decenni del XVI secolo e ai primi del XVII, 
evidentemente si prese a modelli principalmente due pittori anteriori, vale a dire Bernardino 
Luini e Lorenzo Lotto, cavandone un nuovo ideale tutto suo. Che se alla grazia elegante 
del suo disegno egli avesse saputo accoppiare un sentimento più corretto delle proporzioni 


! Della fotografia andiamo debitori alla cortesia del 1548 per averlo il Lotto preso con sè, senza alcun 
signor dott. G. Ludwig. obbligo di tempo e senza salario. Egli però doveva 

Anche un Cristo in croce con due devoti (tela) in essere già iniziato nell'arte, perchè mentre da prima 
un recesso a sinistra dell’altare maggiore nella chiesetta non riceveva che «le spese» e quanto gli occorreva 
dei Cappuccini alla Morla in Bergamo si presenta, con «per vivere onesto », nel giugno del 1549 otteneva dal 
i suoi caratteri lotteschi, per una delle cose più casti- Lotto per il servizio dell'anno successivo, come lavo- 
gate del Caversegno. rante, la promessa di dodici scudi d’oro. (Vedi Gallerie 

? Figura Giuseppe de Belli di Poltrenga (leggi Pon- Nazionali Italiane, vol. I, pag. 119). 
teranica) nel Bergamasco nel Libro de’ conti sotto l’anno 


pet tia poi A di - 
ETA A Di PRE 


x Nicga bo à 
APT sat I 
= drliza a Lr 





Fio. 35%. - LA VERGINE COL BAMBINO, SCUOLA DI LORENZO LOTTO 


(Museo Correr. Fotografia Anderson) 


Archivio Storico dell'Arte, serie 2*. anno II, fasc. VI. i 6 


446 GUSTAVO FRIZZONI 


e un colorito più trasparente e chiaro, il nome suo sarebbe stato senza dubbio celebrato 
non solo in patria, ma anche fuori debitamente più di quanto lo è in realtà. 

| I suoi disegni, comunque sia, dei quali alcuni sono giunti fino a noi, sorprendono 
tuttora per la castigatezza dello stile, se si pone mente al tempo cui appartengono. Le 
raccolte di Venezia, di Brescia, di Bergamo ed altre, ce ne offrono esempi nei quali appa- 
risce più di un motivo desunto dal Lotto, mentre in altri prevale l’osservazione delle grazie 
luinesche. ! 

Qualche seguace ed imitatore il Lotto deve averlo avuto anche nel Veneto. A Treviso 
viene citato apertamente negli Archivi quale suo allievo Domenico Capriolo, pittore di 
mediocre levatura, a dir vero, benchè spettante tuttora all’età aurea dell’arte. A giudicare 
dalla sua tavola autenticata dal nome, e datata del 1518, lo si direbbe quasi più in rela- 
zione con Palma il Vecchio che col Lotto. 

Con quest’ ultimo poi sarebbe stato scambiato, secondo il Berenson, un altro pittore 
della Marca Trevisana, cioè quel Francesco Beccaruzzi da Conegliano già citato, al quale 
sarebbe da assegnare una tela alquanto grande della Galleria del principe Giovanelli in 
Venezia, dove in un vasto paese sta rappresentato un San Rocco. Così pure nella Galleria 
di Strasburgo, nuovamente ricostituita dopo il bombardamento del 1870 e l’annessione 
dell'Alsazia alla Germania, si troverebbe di lui un quadro contenente una libera riproduzione 
della parte inferiore nel celebrato quadro della Crocefissione a Monte San Giusto. 

In fine, non sarà difficile rintracciare l'impronta del Lotto in opere di anonimi suoi imita- 
tori. Fra questi ci sembra abbastanza gustoso l’autore di una tavoletta modestamente rincan- 
tucciata nella serie dei quadri del Museo Correr (fig. 35*. Come si vede, vi è molta parte che 
si scosta da quanto siamo soliti riscontrare nelle opere del maestro, tanto nel paesaggio 
quanto nelle figure. L'impiego della stoffa di broccato nella veste della Vergine, fra altro, 
è affatto estraneo a lui, e potrebbe far pensare a qualche pittore delle Marche impressionato 
dagli esempi del Crivelli e d’altri artisti atfini. Chiunque sia l’autore, che, per analogie 
con opere autentiche si potrà forse determinare quando che sia, non si può negare che il 
quadretto, nell'insieme, porge una macchietta gradevole e lucente e che gli angeli, non 
foss'altro nel motivo e nella loro vivacità, ne richiamano di simili immaginati e dipinti 
dal maestro. Si confrontino, per esempio, con quelli della pala di Ancona, riprodotta qui 
nella figura 33°. Per quanto sia un particolare accessorio, vuolsi osservare la grande atfinità 
dlelle corone tenute dagli angeli nell’ uno e nell'altro quadro. 

Prima di abbandonare il nostro Lotto nel campo della ragguardevole sua operosità, 
vogliamo avvertire che anche la Galleria imperiale dell’ Ermitage di Pietroburgo si vanta 
di possedere alcuni suoi quadri. Stando a quanto ci viene riferito da un egregio amico, 
sarebbero in numero di tre quelli che gli vengono aggiudicati, ma due soli si avrebbero a 
tenere per genuini, cioè un ritratto, affatto del genere del monaco della Galleria di Treviso, 
ed una ripetizione molto deturpata della Sacra Famiglia della Galleria Lochis a Bergamo, 
la quale, d’altronde, come soggiunge, potrebbe pure essere una copia. « Una piccola Madonna 
col Bambino lattante, decisamente leonardesca in vero, ha assai più da fare con Cesare da 
Sesto che col Lotto». E come tale sappiamo averla riprodotta il fotografo Braun, comunque 
nella History of Painting in North Italy (vol. II, pag. 532) venga da Crowe e Cavalcaselle 
ammessa quale opera del Lotto. * | 

In una mezza figura di una Santa Caterina nella Galleria Leuchtenberg, quadro alquanto 
sfregato, segnato: Laurentius Lotus 1522, il Berenson ritrova dei particolari rammentanti 
la Santa Giustina nota di Alvise Vivarini. 


! «Che il Lotto non fosse stato dimenticato a Ber. Liberi imitarono Tiziano e Paolo Veronese ». 
gamo nel secolo xvn, osserva giustamente il Berenson, ? Vedasi pure in proposito, sotto il nome di Lorenzo 
è cosa provata del Salmeggia e dal Cavagna, che lo Lotto, il Catalogue de l’Ermitage impérial, 1891. 
imitarono allo stesso modo come il Padovanino e il 


LORENZO LOTTO, PITTORE 447 
Messer Lorenzo, come si sa, morì in Loreto. Mancandovi i registri mortuari di quel 
tempo, il Gianuizzi potè nulladimeno arguire, dalla serie di notizie contenute in quei gior- 
nali, che la data del suo decesso va collocata nel settembre dell’anno 1556. Dalle notizie 
contenute nel suo Libro de conti si ricava ch'egli venne nella deliberazione di rifugiarsi 
in quella Santa Casa dopo avere per molti anni vagato di qua e di là, sempre scapolo, 
senza avere trovato di che contentarsi a lungo. Estesissima è l’enumerazione dei lavori da 
lui fatti, e spesso di natura tale da dimostrare che s’era ridotto a vivere in modestissima 
condizione, non ostante avesse avuto rapporti di amicizia con molte persone cospicue. Fra 
queste si trovano, nel novero degli artisti, Jacopo Sansovino e Giovanni dal Coro, architetti. 
Compariscono poi i nomi dei pittori Paris Bordone e Gian Pietro Silvio come periti, di 
Girolamo di Santa Croce quale aiuto suo nel 1542 a dipingere due teste di Salvatore, di 
Andrea Schiavone, di Francesco Bissolo, di Francesco da Conegliano (il Beccaruzzi), di cui 
il Lotto valutò un pala d’altare, ecc. 
Comunque un po’ confuso, il Libro getta pure un po’ di luce sull’interno del suo studio 
e quanto lo concerneva. Vi si nota, per esempio, ch’egli realmente si serviva di persone 
4a modello per ricavarne le immagini de’ suoi Santi, che teneva dei « modelli di legno che 
si snodano ». Vi sono citati alcuni dei libri che possedeva, fra i quali figura la Vita di 
Marc Aurelio e parecchi libri sacri; infine, anche una raccolta di oggetti artistici, come un 
puttino di Desiderio da Settignano, dei cammei, degli anelli, una « medaglia da berretta », 
quali si vedono spesso applicate sui ritratti del tempo, e via dicendo. 


GusTAVO FRIZZONI. 


SE L'ALTARE DI CARPIANO 


SIA STATO IN PASSATO UN'ARCA FUNEBRE CAMPIONESE 


a 





Le temps venra, 


Antico motto francese. 


TÒ una conferenza tenutasi il giorno 14 giugno 1896 alla 


sede della Società storica lombarda dal chiaro architetto 
signor cav. Paolo Cesa Bianchi, sotto il titolo: « Sfudzo 
storico-critico a proposito di recenti giudizi intorno all’arte 
campionese sul volgere del secolo XIV »,! furono svolti, a ri- 
guardo dell’altare di Carpiano, ? concetti affatto nuovi e 
tali da meritare un preliminare esame, pur in attesa che 
di quella conferenza venga pubblicato il testo scritto, giac- 
chè, come dice il proverbio, scripta manent, verba volant. 

Assai debole e confusa parve, a dir vero, la parte critica 
diretta a invalidare le argomentazioni già poste innanzi per 
dimostrare, in base ad alcuni estratti del libro mastro delle 
spese della Certosa di Pavia ed al carattere stilistico del mo- 
numento, la sicura provenienza non solo di quell’altare da 
quell’insigne tempio, ma altresì la circostanza che l’altare 
stesso dovesse tenersi come quello originario stato iniziato 


dai Padri Certosini nella prima fondazione del tempio, e così sullo scorcio del secolo XIV. 
Una tal critica era stata assi chiaramente riassunta dall’eyregio comm. Luca Beltrami, 
a pag. 469 del fasc. IV, 1895, dell'Archivio storico lombardo, nè occorreva certo ripetere 
con ragionamenti monchi e circonvoluti quanto già era stato detto dall’ on. Beltrami, dal 
momento che non si teneva poi alcun conto delle risposte che precedentemente eransi fornite 
in merito a siffatta questione nel fascicolo I, 1896, dell’Arehivio stesso, a pag. 174. 
L'aggiunta della voce parvis* ai tre cassetis forniti da Giovanni da Campione, come 


! La Perseveranza ne diede notizia nel suo numero 
di lunedì 15 luglio u. 8.; ed il giornale La Lombardia 
con altro breve cenno sfavorevole del 17 giugno u. 8. 

? L'Archivio storico dell'Arte ha già informato i pro- 
prii lettori dell'importante scoperta a Carpiano, presso 
Melegnano, dell’altare originario della Certosa di Pavia, 
iniziato fino dal 1396; ma, per quelli fra di essi che 
non fossero al fatto della questione, ricorderemo le 
varie pubblicazioni uscite in argomento, fra cui una 
illustrazione artistica, con 12 eliotipie della ditta Cal- 
zolari e Ferrari di Milano, dal titolo GRA CAR, Carpiano, 


Vigano Certosino e Selvanesco; lo studio: « L'altare di 
Carpiano. Le annotazioni del libro mastro delle spese 
della Certosa di Pavia e i caratteri stilistici delle scul- 
ture » nel giornale /{ Politecnico, dal giugno al settem- 
bre 1895, ed altre pubblicazioni diverse in periodici 
quotidiani, nel Monitore tecnico di Milano e nell'Archivio 
storico lombardo. 

* Quest'aggiunta parve sempre tanto dubbiosa agli 
studiosi, che lo stesso sig. comm. Beltrami la pubblica 
con caratteri in corsivo a pag. 127 della sua recente 
opera: Storia documentata della Certosa. 


L'ALTARE DI CARPIANO 449 
dall’annotazione del libro mastro della Certosa del 31 dicembre 1396, veniva fatta fino dalla 
pubblicazione di quel documento negli articoli del Politecnico intorno all’altare di Carpiano 
dal giugno al settembre 1895, nè sembrava del caso si valesse l’architetto Cesa Bianchi di 
quell’ ipotetica argomentazione come di un’arguta sua disquisizione o di una voluta ommis- 
sione originaria, mentre poi in realtà quell’aggiunta, del resto sempre dubbiosa, poco assai 
viene per sè a concludere. 

Qualche maggior interesse presentava il raffronto, desunto dagli Annali della fabbrica 
del Duomo, del prezzo dei marmi verso la fine del secolo XIV, per quanto concerne il prezzo 
consimile sborsato dai Certosini per le tre lastre di marmo fornite nel dicembre 1396 da 
Giovanni da Campione; ma le conclusioni non riescivano esaurienti affatto per la questione 
in contestazione, e, d’altronde una conferenza poco si presta per discussioni consimili, e farà 
duopo attendere anche a tal uopo che venga pubblicato il testo della conferenza medesima. 

Ciò che può formar oggetto di discussione fin d’ora sono le conclusioni, cui si è accen- 
nato, del signor architetto cav. Cesa Bianchi riferibilmente all’altare di Carpiano, e cioè ch’esso 
sarebbe bensì scultura campionese, ma piuttosto della prima che non della seconda metà 
del XIV secolo, e che ad ogni modo non costituirebbe esso un altare, quale sì presenta 
oggidì, ma sarebbe di preferenza un’arca funebre. 

E vediamo quanto siavi di vero in tali due affermazioni che l’egregio architetto pose 
innanzi, del resto senza corredo di prova alcuna e solo con generiche presunzioni, che vaglie- 
remo ad una ad una. 

Ora, per chi conosce ed ha studiato attentamente gli otto bassorilievi dell’altare di 
Carpiano (V. tav. I e LI) riesce inammissibile, in linea tecnica, ch’essi possano essere della 
prima metà del secolo XIV, e tanto meno poi anteriori alle sculture eseguite in Lombardia 
da Balduccio da Pisa. 

Non conosciamo dei primi decennii del 1300 che poche opere campionesi, ed esse sono 
per lo più di Ugo, padre di Giovanni da Campione, o di altri artisti minori, e tutte riferibili 
a sepoleri od arche funebri. 

Del 1308 è il monumento al vescovo Berardo de’ Maggi, nella cattedrale di Brescia, 
che il Gotthold Meyer dubita essere stato eseguito dallo stesso Ugo da Campione, e del 
successivo anno 1309 il capolavoro di Ugo stesso, e cioè il sarcofago di Alberico Suardi, 
già in Santo Stefano di Bergamo ed ora a Lurano. 

Di pochi anni posteriore (1319) e, dell’eguale artista campionese sarebbe l’arca al 
cardinale di Avignone, Guglielmo de Longhi, nella chiesa di Santa Maria Maggiore di 
Bergamo, e del primo decennio del XIV secolo sappiamo essere parimente l'arca funebre 
di Alberto della Scala in Verona, ove egli venne a morte nel 1301, e che si appalesa essa 
pure di scuola campionese. 

Ma il carattere scultorio di tutte queste arche funerarie campionesi dei primi decennil 
del xIV secolo è affatto diverso e ben lontano da quello complesso ed imponente che ci si 
manifesta tuttora nell’elaborato altare di Carpiano. 

Premesso che in tutti quei sarcofagi non manca mai l’ettigie del tumulato, avvertesi che 
quand’anche sì volesse addurre che tale effigie potesse trovarsi sul coperchio dell’ urna da 
adattarsi all’altare di Carpiano e che pretenderebbesi disperso, va notato che negli otto basso- 
rilievi di quell’altare carpianese fa difetto ogni allusione al soggetto costantemente riprodotto 
in quelle urne del defunto presentato alla Vergine dai Santi ch’egli aveva più in onore. 

Eppure quella raffigurazione era, per così dire, divenuta tipica nell’arte campionese e 
persistette anche nella scuola che alla medesima succedette, nei primordii del XV secolo, di 
Jacopino da Tradate, massime nei sarcofagi privi della statua del defunto. 

Ravvisiamo infatti scolpito quel soggetto, ‘e, per lo più, nel posto di mezzo dell’arca 
stessa nelle diverse fronti d’avello del XIV e xv secolo delle chiese di Sant’ Eustorgio e di 
San Marco, e così nel monumento Torelli del 1412, e in altr’arca di sconosciuto presso il 
sepolero dei tre Magi, nonchè nei sarcofagi a Stefano e Gaspare Visconti nella prima di 


450 DIEGO SANT'AMBROGIO 
dette chiese, e nell’arca Aliprandi, in quella Bossi e nell’altra, originariamente d’ un Trivulzio, 
nella navata destra del tempio di San Marco. 

Altrettanto dicasi del sarcofago dei Fagnani, ora nel Museo archeologico di Milano, e 
di altro davanzale d’avello colà proveniente da Bruzzano, e così pure del frontale del 
sarcofago dei Borri nella chiesa del Carmine, nonchè infine, per tacere di molti altri analoghi, 
dell’arca del Decembrio e della fronte dell’urna funebre di Arrighino Ciocca, sopravanzate 
nell’atrio della basilica di Sant'Ambrogio. 

Laddove invece l’artista campionese già aveva riprodotto nel monumento funebre la statua 
giacente del defunto, parve meno appropriata quella rappresentazione, e spesso vi si sostituì 
nella parte centrale dell’ arca il soggetto della Pietà, ossia del Cristo ignudo uscente dall’avello 
frale figure addolorate della Vergine Maria e di San Giovanni, come vedesi nella tomba foggiata 
da Balduccio da Pisa in onore di Guarnerio degli Antelminelli a San Francesco di Sarzana 
e nella tomba di Regina della Scala (V. tav. IIT), oppure la Vergine in trono, come nelle 
tombe di Rainerio degli Arsendi in Sant'Antonio di Padova o dei Carrara negli Eremitani 
di Padova stessa. 

Altre volte invece si preferì adornare la fronte dell’arca con qualche soggetto riferentesi 
alla vita del defunto, di cui vedevasi superiormente la statua giacente, per lo più in atto di venire 
scoperta del lenzuolo funebre da due angeli laterali, e così vediamo nel mausoleo di Lanfranco 
Settala in San Marco di Milano, il Settala stesso che, seduto sulla cattedra, sta istruendo i suoi 
discepoli, a quel modo che aveva ratfigurato il senese Cellino di Nese Cino de’ Sinibaldi nel 
suo mausoleo del Duomo di Pistoia, e sta scolpito nella tomba del dotto Bentivoglio del 1436 
in Santa Maria Maggiore di Bologna. 

Nè va taciuto che in qualche caso, come, per esempio, nella lorda di Guglielmo da 
Castelbarco in Sant'Anastasia di Verona, benchè lo scultore abbia posta la statua colca del 
tumulato, al di sopra dell’avello, ripetè ugualmente nella fronte il tumulato stesso supplicante 
ginocchioni a’ piedi. della Vergine. 

Nessuna di tali caratteristiche nell’organismo dell’altare di Carpiano perchè possa essere 
tenuto sulle generali un’arca funebre, e tanto meno poi un sarcofago della prima metà del 
XIV secolo. 

Non già un accenno qualsiasi a quella ratfigurazione del tumulato presentato alla Vergine 
o ad altra qualsiasi d’indole funeraria, e in quella vece una serie di otto bassorilievi scolpiti 
con accuratezza assai maggiore di quel che usassero gli artisti campionesi nelle arche 
sepolcrali, e rappresentanti, in altrettanti quadri, le otto scene principali della vita della 
Vergine secondo i Vangeli apocrifi. 

Senza qui insistere sulla circostanza che fino alla seconda metà del xIV secolo con le 
tombe suntuose al gran vescovo Sant'Agostino degli Agostiniani di Pavia ed a Bernabò 
Visconti, già in San Giovanni alla Conca di Milano, non abbiamo esempio di sarcofagi 
isolati ed accuratamente scolpiti, come l’altare di Carpiano, su tutti e quattro i lati, ciò 
che esclude per sè che quell’altare possa essere qualche disperso avello della prima metà 
del xIV secolo, si è il carattere stilistico delle sculture che rivela artisti campionesi già 
addestrati alla scudla realistica di Giovanni di Balduccio da Pisa, quali furono, fra gli altri, 
Bonino, e più di tutti quel Giovanni da Campione, del quale per FABRIDO SÌ manifestano 
i tre bassorilievi del pallio posteriore. 

Tale questione stilistica fu già ampiamente svolta nelle pagine del Polifecnico, ! nè è 
qui il caso, per evitare ripetizioni, di riporla in discussione; ma poichè negli articoli di 
quel periodico si ebbe di mira, per l’appunto, di dimostrare come bassorilievi di stile sì 
complesso ed elaborato quali sono quelli di Carpiano, non potevano che essere opera di 
qualcuno degli ultimi campionesi già addestrati alla tecnica, e al modo di comporre di 


! « L'altare di Carpiano. Le annotazioni del libro stilistici delle sculture », nei numeri dal giugno al set- 
mastro delle spese della Certosa di Pavia e i caratteri tembre 1895. 





- CHIESA E ALTARE DI CARPIANO PRESSO MELEGNANO 


Tav. I. 


452 DIEGO SANT’'’AMBROGIO 





Giovanni di Balduccio da Pisa, sarebbe stato conveniente che per ascriverli invece, di punto 
in bianco, alla prima metà del xIV secolo, venissero addotti i punti di raffronto e i motivi 
che determinavano siffatto giudizio. 

E tale studio, paziente ed accurato, mentre poteva contribuire a chiarire la questione 
e a dare almeno qualche parvenza di giustificazione all’ insostenibile asserto, avrebbe scon- 
giurato indubbiamente l’incongruenza in cui incorse poscia l’architetto Cesa Bianchi argo- 
mentando che l’arca funebre, ora destinata ad altare di Carpiano, possa essere stata alla 
Certosa l’originario deposito della salma del duca fondatore Giovanni Galeazzo Visconti, e 
così un monumento del primo Rinascimento, noto essendo come le spoglie .del duca non 
siano state portate alla Certosa che nel 1° marzo 1474. 

Se, pertanto, erronea è a ritenersi la presunzione che nell’altare di Carpiano sia «da 
ravvisarsi un’arca funebre anzichè un vero e proprio altare, evidentemente di provenienza 





Tav. II. - BASSORILIEVI CAMPIONESI 


della fronte e del fianco destro dell’altare di Carpiano, coi soggetti di Gioachino che vede respinte 
le sue offerte dal Tempio, di Gioachino che riceve l' annuncio celeste, e dell'incontro di Gioa- 
chino con Anna alla porta d'oro presso Gerusalemme. Nel fianco destro scorgesi il soggetto della 
Natività della Vergine. 


dalla Certosa di Pavia, e che, per essere quadrifronte e magistralmente scolpito con ogni 
maggior diligenza, altro non poteva addimostrarsi che il rimosso altare maggiore di quel 
tempio, non molte parole sono a spendersi intorno a quest’ultima opinione messa innanzi 
dall’architetto Cesa Bianchi che, cioè, pur provenendo quel monumento di Carpiano dalla 
Certosa di Pavia, fosse pur sempre un'’arca funeraria di qualche personaggio cospicuo sepolto 
originariamente nella Certosa pavese, e fors’anche l’arca stessa destinata a raccogliere la 
salma di Giovanni Galeazzo, fondatore del tempio, innanzi che riposasse nel sarcofago dì 
Cristoforo Romano e Benedetto Briosco del 1497, ultimato poi solo nel 1562. 

Ora, nell’esporre siffatta presunzione, non RT ad alcun serio documento, e che 
accrescerehbe, del resto, l'interesse grandissimo che già offre per sè l’altare di Carpiano, 
si è sorvolato sopra una questione di capitale importanza nello studio di quel monumento, 
e cioè su quella che per essere gli otto bassorilievi che l’adornano di pretto stile campionese, 
non può il medesimo essere posteriore al 1398 in cui venne a morte l’ultimo degli artisti 
di quella scuola, Giovannino de’ Grassi, ed è quindi da classificarsi, senza ambagi, fra le opere 
d’arte del XIV secolo. 


L'ALTARE DI CARPIANO 453 

Senonchè, premesso questo cànone indiscutibile, come può sostenersi, con ombra appena 
di lieve fondamento, che debba vedersi nell’altare di Carpiano qualche arca funebre di 
provenienza dalla Certosa? Senza qui appoggiarci troppo su quanto sostenne l’on. Beltrami, 
che cioè il tempio della Certosa non sia sorto che verso la metà del xV secolo, su di che 
molti sono ancora i dubbi nel campo degli studiosi, ciò che sappiamo da positivi documenti 
Sì è che nel 1402 non erano state poste della chiesa che le fondamenta perimetrali, le quali 
non si elevavano da terra che d’un metro all’incirca; e come può supporsi che in tale stato 
di cose si pensasse ad erigere colà un avello funerario di tanta magnificenza quale sarebbe, 
ove esso fosse veramente tale, l’attuale altare di Carpiano? 

E notisi che riesce per sè assolutamente escluso che quell’opera d’arte del xIV secolo 
potesse essere stata per eccezione approntata nei primi anni del XV secolo e per lo stesso 
duca fondatore venuto a morte nel 1402, giacchè è noto che, spentosi il duca di peste a Mele- 
gnano, venne di là trasportato a Viboldone dapprima, e poscia alla basilica di San Pietro in Ciel 
d’oro, ove rimase il di lui cadavere fino all'anno 1474, nel qual anno soltanto, dietro 
insistenza del duca Giovanni Galeazzo Maria, si fece luogo al trasporto della di }ui salma 
alla Certosa di Pavia. ! 

Pervenuta colà, con ogni maggior pompa, è noto come, in attesa del grandioso sarcofago 
che i Certosini erano intenzionati di erigergli, e che non sorse che ottantasettanni dopo, 
fu la salma di Giovanni Galeazzo Visconti deposta in una cassa elevata dal suolo, e cui si 
perveniva a mezzo d’ una scala, come narra il francese Commines, per vedere di là il cadavere 
stesso del duca, di cui sentivasi anzi il fetore. A maggior decoro di quel provvisorio deposito 
che sorgeva dietro l’altar maggiore del tempio, posto allora, secondo 1’ uso delle Congregazioni 
monastiche, sotto la cupola all'incrocio delle due navate, narra anzi il Commines come 
avessero i Certosini fatta porre una statua equestre del duca, che dall’andito del presbitero 
in cui sorgeva pareva dominasse alteramente l’altare maggiore del tempio, a un dipresso 
com’era stato notato per la statua equestre di Bernabò Visconti nella chiesa di San Giovanni 
in Conca. 

Pur dopo la descrizione abbastanza dettagliata che fa il De Commines di quella sepoltura 
ducale, non abbiamo ragione di ritenere che la cassa, munita d’un vetro da cui si poteva 
scorgere l’etfigie del duca, fosse un avello di marmo, e tanto meno riccamente istoriato qual è 
l’altare di Carpiano; ed anzi tutto induce a ritenere che di legno parimenti fosse il simu- 
lacro del duca a cavallo, che dal presbitero guardava imperiosamente verso l’altar maggiore 
su cui stava allora, a guisa di pallio d’altare, il trittico in denti d’ippopotamo di Baldas- 
sare degli Embriachi. 

Dal modo con cui testualmente si esprime lo storico Filippo Commines, ambasciatore 
di Carlo VIII, a proposito di quella sepoltura provvisoria di Giovanni Galeazzo nella Certosa 
di Pavia, parrebbe si trattasse di opere stabili in muratura, ed anzi di marmo, ma dubitasi 
vi sia stato abbaglio da parte del Commines, e con maggior verosimiglianza può ritenersi 
constasse quel sepolcro, secondo l’uso dei tempi, di una cassa di legno dipinta con gli scudi del 
ducato e delle città soggette, e così di una statua equestre parimente di legno, a somiglianza 
dì quella che precisamente verso quell'epoca veniva fatta costrurre a Norimberga per il 
monumento funebre del generale Colleoni a Bergamo. 

Ad ogni modo, ecco come descrive il Commines succintamente, ma con bastante chia- 
rezza, quel monumento sepolcrale (lib. VII, cap. IX): 


! Sta però di fatto che nella disposizione di ultima 
volontà del duca Giovanni Galeazzo, egli aveva espres- 
samente ordinato d’essere sepolto in tomba di marmo 
dietro l’altar maggiore della Certosa, con sovrappostavi 
l’immagine sua sedente, ed in abito ducale; e siccome 
quel testamento è del 1397, e così d’un anno solo po- 


Archivio Storico dell'Arte, seric 2*, anno II, fase. VI. 


steriore all’ inaugurazione della Certosa, lascia supporre 
tale circostanza, come già s'è dimostrato anche con 
l'annotazione del libro mastro delle spese del 28 lu- 
glio 1396, che l’altare maggiore del tempio sotto la 
cupola fosse già apprestato, o, quanto meno, in corso 
di costruzione. 


454 DIEGO SANT'AMBROGIO 





‘« Toutes fois le corps de messieurs Galéas est aux Chartreux à Pavie, près du parc, 
plus haut que le grand autel, et le m’ont monstré les Chartreux, au moins ses os (et y monte 
l’on par une eschelle) lesquelles sentaient comme la nature ordonne; et on pouvait voir 
paintes à l’entour de luy les armes de plusieurs cités qu'il avait usurpées; et lui et son cheval 
estoient plus hauts que l’autel et taillez de pierre, et son corps sous le pied du dit cheval ». 

Ma, quand’anche quell’avello provvisorio fosse di marmo, e decorosamente adorno di 
sculture, qual nesso innanzi tutto fra i bassorilievi dell’altare di Carpiano, con otto storie 








moggi pe EOQEPRET 6 
= mi, È 
ri veC4ar — 





pa dd ba 


ira. 1 EST 
| "RI denza et. Pie RO ” 
INS TO ent x Bi 
_ , - . | siii dd 
gite, Varini 
=> e 


i 
ù 


REGA oa or oe 
dd \ " vs Ta 


Tav. III. - SARCOFAGO DI REGINA DELLA SCALA 


(Nel Museo archeologico di Milano) 


della Vita della Vergine secondo i Vangeli apocrifi, e i soggetti scultorii che potevano pre- 
sumibilmente decorare un avello ducale? 

Nessuno affatto, e d'altronde, dal momento che quella sepoltura interinale alla Certosa 
di Giov. Galeazzo non ebbe luogo che nell’anno 1474, come si poteva in quell’epoca appre- 
stare un avello funerario con sculture del XIV secolo? 

E che i bassorilievi dell’altare di Carpiano si rivelino come sculture campionesi del 
secolo XIV, e non assolutamente posteriori, è caposaldo importante nella definizione del- 
l’astruso quesito, tantochè non si sa comprendere come l’arch. Cesa Bianchi abbia potuto 
mettere innanzi con tanta asseveranza quella singolare presunzione, mentre poi aveva prima 


di Sua 


di 
E AI ER 
sw da, si da Eva. CS li 
RAR 


- — ar 
"« PLESIT E da pd DI 


vs Ò \ 227 ui si La È Td | 


IRA ST: 


4 


i 
4 LS 
- Ò 


Ò 

- e. 

SLI. ai flat: N : 

nt 
SITUA 2 caio 
17 

x *PLFN, . Pi . 

— 


"_ eerpAg ii 7 
« ara lst defi i 





Tav. IV. - SARCOFAGO DI BERNABÒ VISCONTI, DEL 1370 CIRCA 
ORA ESISTENTE NEL Musso aRcHEoLoGIco DI Mirano 


456 DIEGO SANT'AMBROGIO ù 


dichiarato che propendeva a ritenere le sculture di Carpiano piuttosto della prima ‘che non 
della seconda metà del xiv secolo, lo che è parimenti giudizio infondato e che non regge 
alla critica sotto il rispetto stilistico di quell’ insigne monumento. 

In qual conto pertanto possono tenersi, se non in quello di mere ed inaccettabili ipotesi, 
le presunzioni poste innanzi dall’arch. Cesa Bianchi, che cioè l’altare di Carpiano, anzichè 
l’altare originale della Certosa pavese, fosse l’arca funeraria, andata dispersa, di Beatrice 
d’Este, moglie di Galeazzo I Visconti e madre di Azzone Visconti, signore di Milano, oppure 
il sarcofago di quell’artefice Dondi, detto degli Orologi, che certa fama si acquistò infatti 
nell’arte sua, ma non poteva certo meritare l’onore di una sì ricca sepoltura, nè alla Cer- 
tosa, nè in Carpiano, dal momento che lo sappiamo morto a Genova nel 1404?! 

Il sarcofago di Beatrice d’ Este, spentasi nel 1334, che già sorgeva nel tempio di San Fran- 
cesco Grande, e che abbiamo ogni ragione di credere fosse di mano dello stesso Giovanni 
di Balducci di Pisa, non consta sia andato disperso prima della rovina incolta a quel 
tempio dei Minoriti, colla caduta delle volte anteriori nel 1688, se non piuttosto colla 
dispersione dei sepolcri ed arredi di quella chiesa all’epoca della Cisalpina, nell’ultimo de- 
cennio del XVIII secolo, e come può spiegarsi in epoche a noi così vicine la magica com- 
parsa nella chiesa di Carpiano di un monumento di sì peregrina importanza? 

Bastava a malapena che l’egregio architetto scorresse le vicende principali della chiesa 
parrocchiale di Carpiano, riassunte nella prima monografia su quella chiesa e sul suo pre- 
zioso altare del 1396, per avvedersi tosto come, nelle strettezze persistenti in cui trovossi 
quella parrocchia retta dai Certosini dal 1520 fino al 1782, non era assolutamente presu- 
mibile l’acquisto da sua parte di un’arca funebre di tanto pregio ad uso altare, nè nel XVII 
nè nel XVIII secolo! 

Avvertasi poi che le stesse dimensioni dell’altare di Carpiano escludono da sole che 
potesse servire convenientemente ad uso d’arca funebre, pur ammettendo che, stante la 
circostanza d’aver esso sculture su tutti e quattro i lati, si trattasse d’un avello funebre 
tenuto’ sollevato dal suolo a mezzo di colonne, ‘che l’arch. Cesa Bianchi, senza preoccuparsi 
troppo delle ragioni di statica, riterrebbe possano essere le colonne medesime a spirale del 
pronao di Carpiano, cui aggiungerebbe, a maggior sussidio, le altre otto colonnine della 
Grangia o castello di Carpiano. 

Ora, di monumenti consimili dell’arte campionese non abbiamo che il poderoso sarco- 
fago di Bernabò Visconti, della metà del xIV secolo (tav. IV), e più precisamente del 1370 
all'incirca, la cui arca destinata a sorreggere la statua equestre del defunto è della lun- 
ghezza di m. 2.80 e della larghezza di m. 1.60. Va però notato che quella grande arca, di 
poco superiore in proporzioni all’altare di Carpiano, è sorretta in basso, non già da quattro 
sole colonne a spirale, smilze e snelle come sono le attuali del pronao di Carpiano, ma 
sibbene da dodici colonne o pilastri ottagonali di robusti materiali e tozze forme, atte così 
a maggior resistenza. 

Notisi però che, benchè siavi la statua colossale a cavallo di Bernabò Visconti, anche 
nei bassorilievi che adornano quell’arca funebre fa chiara mostra di sè nel lato sinistro il 
soggetto del tumulato presentato da San Giorgio al Cristo crocifisso, mentre, come già os- 
servammo, nessuna raffigurazione scultoria havvi nell’altare di Carpiano che possa lasciar 
tradire l'originaria sua asserita destinazione di avello funebre. 

Nè fa duopo di astenersi dal rilevare come ben diverse sono le modanature special- 
mente al basso dell’urna, che nell’altare di Carpiano non hanno alcuna rientranza al basso 


! Sta di fatto, come accennò il conferenziere, e ri- reddito di 2000 fiorini, ma il feudo stesso fu poi donato 
petè ultimamente il comm. Beltrami nell’annotazione a dallo stesso Gian Galeazzo alla sorgente Certosa di 
pag. 32 della sua « Storia documentuta della Certosa Pavia nel dicembre del 1393, e il Dondi non venne a 
di Pavia », che al Dondi degli Orologi era stato asse- morte che a Genova e parecchi anni dopo. 
gnato fin dal 1384 il feudo di Carpiano, col non lieve 





Tav. V. - TAVOLA D'ALTARE MARMOREA DELL’ULTIMO DECENNIO DEL XIV SECOLO 


ATTRIBUITA A Giovanni DE Cirassi ED ORA NELLA BasiLica DI Sant Eusroraio A MiLano 


458 DIEGO SANT'AMBROGIO 


sì da lasciar divedere trattarsi di un monumento destinato ad aver solida base ed ‘a sorgere 
dal pavimento direttamente, mentre rimangono sminuite da una gola rovescia in quelle 
dell'arca a Bernabò Visconti, e così nell’arca di Regina della Scala, pel fatto appunto che 
dovevano quelle tombe venir invece sorrette da numerosi pilastri. E chi sa quanto gli arte- 
fici campionesi fossero pedissequi osservatori delle forme e prescrizioni scultorie ed archi- 
tettoniche proprie e specifiche dei diversi monumenti, darà certo gran peso a siffatta cir- 
costanza. | 

Un'altra arca funebre della metà del XIV secolo, sorretta essa pure a certa altezza dal suolo 
non già con dodici, e neppure con quattro colonne, ma sibbene con due sole, è quella di 
Ottone Visconti, arcivescovo e signore di Milano, morto nell’agosto 1295, e di Giovanni, 
suo pronipote, arcivescovo e signore, come il parente, morto nel 1354, che volle essere sep- 
pellito nell’istesso tumulo. 

Vedesi oggidì, quest'avello funebre, già posto in passato nell’antica chiesa di Santa 
Maria Jemale e poi nell'abside del Duomo stesso, nella prima navata a destra del tempio, ed 
ha esso pure i caratteri della locale arte campionese. 

Solo deve osservarsi che la scultura vi è riservata nel coperchio esclusivamente per 
l’etfigie del defunto e pei simboli agli angoli de’ quattro evangelisti, e che l’arca non è già 
isolata affatto, ma addossata per intiero ad uno dei lati maggiori della parete destra del 
tempio; cosicchè sotto questo rispetto mal reggerebbe un raffronto che si volesse fare fra detto 
monumento e l’altare di Carpiano, che è di dimensioni assai maggiori, ed ove fosse realmente 
un’arca funebre doveva levarsi isolato da tutti i lati per rispetto alle sculture pregiatissime 
che d’ogni parte lo recingono. 

Tre monumenti di prim’ordine, e che, per la serie complessa dei vari soggetti religiosi 
presi ad illustrare e per le proporzioni loro si avvicinano, assai più delle citate urne funebri, 
all’altare di Carpiano, e che sappiamo poi essere tutti e tre degli ultimi decennii del XIV se- 
colo, i primi due, a dir vero, di artisti toscani e più propriamente aretini, ma l’altro mani- 
festamente di stile campionese, sono il Tabernacolo dell’Orcagna, in Or San Michele di Firenze, 
del 1859, l’altare della Cattedrale di Arezzo, già attribuito in passato erroneamente a Gio- 
vanni Pisano (1286) e che è invece opera del 1375, di Giovanni di Francesco di Arezzo, e 
da ultimo l’ancona marmorea di Sant’ Eustorgio in Milano, opera donata, al dir dell’Alle- 
granza, da Giovanni Galeazzo Visconti verso la fine del XIV secolo, e che il Mongeriì ascrive- 
rebbe a Giovannino de’ Grassi, morto nel giugno 1398. 

Ma tutte e tre queste opere scultorie che hanno assai maggior attinenza coll’altare di 
Carpiano delle opere campionesi della prima metà del xIv secolo, sono altari chiesastici, 
quale fu originariamente, e lo è tuttora, la mensa quadrifronte di Carpiano, già alla Certosa 
di Pavia, e non già avelli e sepolture funebri. 

Che se i due primi monumenti citati non sono già campionesi, ma fiorentino l’uno e 
di Arezzo il secondo, l’affinità notata esiste pur sempre, ed anzi essendo anteriori di qualche 
decina d’anni all’altare iniziale della Certosa di Pavia del 1396, ora a Carpiano, possono 
tenersi come i modelli insigni da cui tolsero gli artisti campionesi che lo foggiarono, Gio- 
vanni e Domenico da Campione, l’idea prima di quel primitivo e meraviglioso adorna- 
mento della gran Certosa. e 

E notisi che ad avvalorare tale circostanza sta il fatto, che anche nell’altare dì Car- 
piano, come già nel Tabernacolo di Or San Michele del 1359 e nell’altare di Arezzo del 1375, 
sono precisamente le scene stesse della Vita della Vergine secondo i Vangeli apocrifi che 
fornirono i soggetti decorativi di quei due altari. 

Nè va taciuto che, essendo caldo iniziatore presso il duca della fondazione della Cer- 
tosa di Pavia quel Padre Stefano Macone, che Gian Galeazzo aveva richiesto espressamente 
e fatto venire da Siena, terra d’artisti insigni a quell’epoca, come Toscana tutta, riesciva 
facilmente spiegabile che si predisponesse per la sorgente Certosa pavese un altare della sun- 
tuosità e colle decorazioni scultorie medesime di quei celebrati altari di Firenze e d'Arezzo, 


L'ALTARE DI CARPIANO 459 


tanto più quando si abbia presente che il Giulini attribuisce a Nicolò de Lelli, detto pure 
Nicolò d’Arezzo, una parte importante nella prima edificazione dell’ insigne Certosa pavese. 

E si sono fatti studi e raffronti sul luogo per vedere se non si dovesse ravvisare alle 
volte la mano d’un artefice fiorentino nei bassorilievi di Carpiano, anche pel fatto che con- 
sono in tutto al modo di sviluppo dato dai Toscani alla Natività della Vergine è quel sog- 
getto scultorio nel pallio carpianese, ma i risultati furono negativi, e pur accennandosi al 
movente che determinò l’attuale decorazione di quell’altare ed alle manifeste rassomiglianze 
con quelle opere d’oltre Appennino, s'è dovuto riconoscere che campionese affatto è lo stile 
del lavoro, e che se v’ha una lieve imitazione in qualche quadro della scuola fiorentina 
già insegnata ai campionesi da Giovanni di Balduccio di Pisa, campionese in tutto 
è la scultura tanto dei tre bassorilievi del lato anteriore e dei due dei fianchi del pallio, 
quanto dei tre bassorilievi dal lato posteriore, più specialmente ascritti a Giovanni da 
Campione. 

Una forma di ancona, anzichè quella di un vero e proprio altare, e soggetti attinenti 
alla Passione del Redentore anzichè a quelli della Vita della Vergine, ha il terzo monu- 
mento citato, di stile campionese esso pure e tuttodì esistente nel tempio di Sant’ Eustorgio 
in Milano (V. la tav. V); ma, quanto all’attuale sua disposizione, non va dimenticato che andò 
soggetto quell’altare a radicali trasformazioni nel principio del XVII secolo, allorchè il 
Richini vi aggiunse la montagna di tufo, ora tolta, e le statue alla sommità di Santi diversi, 
e per ciò poi che concerne la diversità dei soggetti poco influisce al riguardo, dacchè si 
hanno anche qui bassorilievi con scene complesse e disposti in una serie ordinata, quali 
vedonsi nelle otto tavole marmoree scolpite dell’altare di Carpiano. 

Ed ora, per non prolungare più oltre questo studio stilistico, tanto più di fronte ad 
un’opinione esternata accademicamente in una conferenza, ma che non ebbe ancora l’onore 
della pubblicità, concluderemo che i citati raffronti artistici escludono, come infondata, Ja 
presunzione accampata dal signor arch. cav. Cesa Bianchi, che nell’altare di Carpiano debba 
vedersi un’arca funebre. 

I caratteri poi stilistici delle sculture, sui quali già si è molto discusso negli articoli 
del Politecnico dal giugno al settembre 1895, e su cui sorpassò di volo l’arch. Cesa Bianchi, 
non concordano per nulla coll’avviso posto innanzi che sì tratti di opera campionese della 
prima metà del xIV secolo, ma confermano anzi che si tratta di opera degli ultimi decennii 
del secolo anzidetto, ritenuto che non merita per sè alcuna confutazione il giudizio ipote- 
ticamente emesso, che, pur provenendo, com’è di fatto, dalla Certosa di Pavia l’attuale 
altare di Carpiano, abbia potuto far parte come urna funebre della sepoltura provvisoria 
eretta al duca Giovanni Galeazzo Visconti nella Certosa stessa, dopo il trasporto della di lui 
salma in quel tempio, avvenuto solo l’anno 1474. | 

Fin qui s'è discorso unicamente dei criterii artistici che escludono come possa l’attuale 
altare di Carpiano, con sculture campionesi della fine del xIV secolo, essere stato invece origi- 
nariamente un’arca funebre; ma che dire di quell’opinione, messa innanzi senza alcun 
‘convincente apprezzamento, per poco che si esamini l’altare stesso e si abbiano presenti 
le circostanze per cui fa duopo concludere sulla sicura provenienza sua dalla Certosa di 
Pavia? 

Gli otto bassorilievi di quest’altare di ben m. 2.60 di lunghezza per una larghezza di 
m. 1.30 e per unfaltezza di circa m. 1, tre dei quali, e cioè quelli del lato posteriore, si 
rivelano dello stile ben conosciuto e studiato di Giovanni da Campione, e gli altri cinque 
d’un altro campionese più ligio alla propria scuola, — rappresentano la serie delle scene della 
Vita della Vergine secondo i Vangeli apocrifi, che mai non vediamo riprodotti su alcun 
avello funebre, ma solo sugli altari o edicole destinate al culto. 

Nel bassorilievo della Natività della Vergine, sul fianco destro dell’altare, vediamo poi 
etfigiata, sotto le spoglie della partoriente Sant'Anna, la duchessa stessa di Milano, fonda- 
trice della Certosa di Pavia, Caterina Visconti, come appar chiaro dalla cutfia ducale, coi 


460 DIEGO SANT'AMBROGIO 

gigli di Francia, che le cinge le tempie,'! e questa rattigurazione oltremodo significativa, 
mentre trova piena spiegazione in un monumento tolto alla Certosa di Pavia, ed anzi nel- 
l’altar maggiore iniziato fino dal 1796, non avrebbe alcuna ragione d’essere in un’arca fu- 
nebre e neppure in un altar maggiore che non fosse a quell’insigne tempio destinato. 

E già si è osservato come quegli otto bassorilievi, appunto per avere le scene della 
Vita della Vergine secondo i Vangeli apocrifi, si accordano a meraviglia colla tavola o pala 
d’altare in dente d’ippopotamo, che lo sormontava, e rimasta relegata alla Certosa di Pavia 
nella sagrestia vecchia. 

Poi, come dubitare che quell’altare di sì ricca fattura e di sì alto pregio non sia impor- 
tazione certosina, dal momento che la chiesetta di Carpiano fu dedicata invece a San Mar- 
tino, e alla Vergine doveva essere eretto per rito l’altar maggiore della Certosa, e che la 
Certosa di Pavia poi per l’appunto assunse e tenne il beneficio parrocchiale di Carpiano 
dal 1520 al 1782? 

Non sono della facciata della Certosa stessa le due statue d’apostoli dell’Antonio Man- 
tegazza e i bei medaglioni dell’Omodeo che scorgonsi sulla fronte della chiesa di Carpiano, 
insieme colle colonne del ciborio intorno all’ altare che, per deficienza di spazio, non pote- 
vano essere utilizzate in quel ristretto ambiente del presbitero di Carpiano? 

Non sono provenienti dalla Certosa il lavabo della sagrestia, e non furono apprestate dai 
certosini medesimi le campane e le porte della chiesa e le altre opere tutte di adornamento, 
compresivi i ricchi arredi sacerdotali, di cui alcuni vi si ammirano tuttora? E non porta 
infine l’altare di Carpiano scolpita, sotto le spoglie di Sant'Anna, l’etfigie stessa della du- 
chessa Caterina Visconti, l’ispiratrice prima della fondazione della Certosa? 

Un tal cumulo di dati, meramente indiziali, se vuolsi, ma persuasivi e comprovanti al 
massimo grado, inducono quindi a concludere che non devesi nell’attuale altare di Carpiano 
altro ravvisare fuorchè l’originario altar maggiore della Certosa di Pavia, ivi portato dai padri 
certosini stessi e collocato definitivamente a posto l’anno 1567, * e le temps venra, come dice 
il motto antico che abbiamo preso a nostra divisa, in cui sarà chiarita definitivamente una 
questione archeologica di tanta importanza, e che riflette il rinvenimento artistico di maggior 
peso che si ricordi da una cinquantina d’anni in qua. 


DIEGO SANT’ AMBROGIO. 


' Veggasi l’apposita monografia « Cenni e curiosità 
d’ iconografia ducale nella Certosa di Pavia ed a Car- 
piano » sul Politecnico del meso di aprile 1896, con tre 
tavole illustrative. 

? Lo stesso signor comm. Beltrami, a pag. 48 della 


sua « Storia documentata della Certosa di Pavia », rico-. 


nosce tutto il valore dell’annotazione che sussiste al 
riguardo nel primo libro mastro delle spese del 1396; 
sotto la data 8-12 agosto, «pro fatiendo cavamentumunius 
pironi posterioris altaris majoris ecclesie », e invano si 
sforza di attenuarne l’importanza dicendo che si voleva 


forse designare il pilone posteriore all'altar maggiore. 

* Documenti d'archivio ci mettono in grado di de- 
signare questa data per l'inaugurazione a Carpiano di 
quel cospicuo altare, e aggiungeremo che, secondo le 
costumanze dei tempi, vi fu messo dentro un fiasco 
pieno d'olio di oliva e di vino rosso, che col tempo 
avrebbe dovuto cambiarsi in balsamo. Et qui virra, 
terra, come dicono i Francesi, non senza qui osservare 
che l'ispezione nell'interno dell’altare di Carpiano del 
1° ottobre u. 8. confermò pienamente la veridicità di tali 


circostanze. 





RECENSIONI 


Gustavo UzieLLi. Ricerche intorno a Leonardo da Vinci, 

ser, I, vol. I, ediz. 22. ‘l'orino, Loescher, 1896. 

La seconda delle ricerche intitolata: Leonardo 
da Vinti e la sua famiglia, è cresciuta talmente 
di mole, che se l’autore avesse sviluppata un poco 
più la parte che riguarda il primo trentennio della 
vita dell'artista e la sua educazione artistica e scien- 
tifica, essa potrebbe dirsi una vera storia di Leo- 
nardo da Vinci. 

La giovinezza è senza dubbio il periodo più oscuro 
nella vita di tutti i grandi uomini, ma appunto per 
questa ragione e perchè in quell'età si formano le 
idee e i concetti che nel rimanente della vita si 
svolgono e si modificano, è l'età che più si racco- 
manda alle ricerche dei critici. 

L’A. è tanto laconico intorno a questo periodo, 
che non commenta in alcuna guisa le parole del- 
l'anonimo del Milanesi, che lasciò scritto di Leo- 
nardo: « Stette da giovane col magnifico Lorenzo 
dei Medici, et dandoli provvisione per sè il faceva 
lavorare nel giardino di piazza S. Marco ».! 

Il lettore che trova questa notizia nuda e cruda 
come l’abbiam riferita, è tentato di supporre che 
Leonardo fosse adibito dal Magnifico in qualità di 
giardiniere o riattatore dei lavori del giardino. 

Invece Giorgio Vasari dà le più ampie notizie 
intorno a questo giardino di piazza S. Marco, ove 
era una vera scuola od accademia di belle arti. In- 
fatti, nella Vita di Michelangelo egli scrive, che 
essendosi rinvenuti in quel giardino molti antichi 
oggetti d’arte, Lorenzo ne avea formato un museo 
di cui avea affidata la direzione al vecchio Bertoldo, 
discepolo del Donatello adibendolo « non tanto per 
custode o guardiano delle belle anticaglie, che in 
quello aveva ragunate e raccolte con grande spesa, 
quanto perchè, desiderando egli sommamente di 
creare una scuola di pittori e scultori eccellenti, 


! UzieLLI, pag. 48. 


Archivio Storico dell'Arte, serie 2*, anno II, fasc. VI. 


voleva che essi avessero per guida e per capo il 


sopradetto Bertoldo; ed ancora che ei fusse sì vec- 
chio, che non potesse più operare, era nientodimanco 
maestro molto pratico e molto reputato ».! 

Pare che quella scuola avesse per principal obiet- 
tivo la scultura. Infatti, il Vasari prosegue: « Dolen- 
dosì adunque Lorenzo, che amor grandissimo por- 
tava alla pittura ed alla scultura, che nei suoi tempi 
non si trovassero scultori celebrati e nobili, come 
sì trovavano molti pittori di grandissimo pregio e 
fama, deliberò, come io dissi, di fare una scuola ». * 

Questo ci porta a credere, contrariamente a 
quanto si è ritenuto fin oggi, che Leonardo nell’età 
giovanile fosse adoperato dal Magnifico principal- 
mente come scultore. 

Il giardino di piazza S. Marco era stato addirit- 
tura riempito d’antiche e buone sculture, « e la 
loggia, i viali e quasi tutte le stanze erano adorne 
di buone figure antiche di marmo, di pitture e di 
altre cosiffatte cose di mano dei migliori maestri 
che mai fossero stati in Italia e fuori. Le quali 
tutte cose, oltre al magnifico ornamento che face- 
vano a quel giardino, erano come una scuola od 
accademia ai giovanetti pittori e scultori eil a tutti 
gli altri che attendevano al disegno ».* 

Una circostanza di cui Leonardo non dovè es- 
sere troppo contento, fu certamente la preferenza 
che si dava in quella scuola ai giovani nati di fa- 
miglie nobili, « perchè Lorenzo teneva per fermo 
che quelli che nascono di sangue nobile possano 
più agevolmente in ogni cosa venire a perfezione 
e più presto che non fanno le genti basse, nelle 
quali comunemente non si veggono quei concetti 
nè quel maraviglioso ingegno che nei chiari di 
sangue si vede ». ‘ 


! VASARI, 
* VASARI, 
3 VASARI, 
* VASARI, 


Vita di Michelangelo. 

ivi. Vedi inoltre Vita del Rustici. 
Vita di Torrigiano Torrigiani. 
ivi. 


462 


Peraltro, se Lorenzo preferiva i nobili, non esclu- 
deva i popolani: anzi, « non solo dava provvisione 
da vivere e vestire a coloro, che essendo poveri, 
non avrebbero potuto esercitar lo studio del dise- 
gno, ma ancora donativi straordinari a chi me- 
glio degli altri si fosse in alcuna cosa adoperato: 
onde gareggiando fra loro i giovani studiosi delle 
nostre arti, divennero artisti eccellenti ». ! 

Fra i provvisionati fu appunto il Vinci, come ab- 
biam visto dalle parole dell’anonimo. 

Bertoldo insegnava ai suoi giovani d’aver altresì 
cura del giardino e di molti disegni, cartoni e mo- 
delli preziosissimi che vi sì custodivano dì mano di 
Donato, Pippo, Masaccic, Paolo Uccello, fra Gio- 
vanni Angelico, fra Filippo Lippi ed altri maestri 
fiorentini e forestieri. 

Da quest’Accademia, di cui la notizia nongvrebbe 
dovuto esser ignota all’ Uzielli, uscirono i più grandi 
fra gli artisti della rinascenza. Oltre Leonardo da 
Vinci taciuto dal Vasari e rammentato dall’anonimo, 
vi furono allevati al culto del bello Michelangelo 
Buonarroti, Francesco Granacci, Torrigiano Tor- 
rigiani, Lorenzo di Credi, Giovan Francesco Ru- 
stici, Niccolò di Domenico Soggi, Giuliano Bugiar- 
dini, Baccio da Montelupo, Andrea Contucci dal 
Monte S. Savino ed altri molti. 

Ci perdonerà il lettore di questa lunga diversiva 
per aver ricostruito un punto della vita di Leo- 
nardo lasciato inesplorato in tutte le biografie del 
grand’uomo, non esclusa quella che stiamo esami- 
nando. 

Nonpertanto la storia delle vicende occorse a 
Leonardo durante il suo soggiorno in Milano è trat- 
tata dall’ Uzielli in modo completo ed esauriente e 
riempie almeno in parte la mancanza fin qui la- 
mentata in Italia d’un buon lavoro su Leonardo 
da Vinci. 

Senza dubbio in quest'opera si notano degli er- 
rori e talvolta gravi, ma son dovuti quasi esclusi- 
vamente all’impossibilità che un sol uomo accolga 
nel suo cervello tante cognizioni, quante ne accolse 
il grande artista scienziato. 

Ci contenteremo di addurre un solo esempio di 
questa verità. 

A proposito del gigantesco cavallo per la statua 
equestre di Francesco Sforza, cavallo di cuì Leo- 
nardo eseguì un modello in argilla ed aveva dato 
le disposizioni opportune per gettarlo în bronzo, 
benchè poi non fosse gettato, perchè il Duca di 


! VASARI, ivi. 





RECENSIONI 


Milano, assorto in preparativi di guerra, non potè 
sostenerne l’ingente spesa, l Uzielli scrive: 

« Il De Marchi conferma ed illustra con le se- 
guenti parole quelle dell’anonimo fiorentino e mo- 
stra inoltre come Leonardo precedesse i fonditori 
in metallo di tempi posteriori, i quali riconobbero 
la necessità di far la fusione in più d’una forma, 
perchè il metallo fosse omogeneo e in eguale stato 
di liquidità ».! i 

Ora, che Leonardo avesse gettato il cavallo in 
più d’una forma, a meno che non avesse voluto 
farlo in più pezzi, non era possibile. Ma quale scopo 
ci poteva essere a gettare il cavallo in più forme? 
La solidità del monumento ne avrebbe sofferto gran 
danno e la saldatura delle parti sarebbe riuscita 
un’ impresa praticamente impossibile. I grandi getti, 
come, per esempio, il Car/one d’Arona, furon fatti 
sempre in una forma sola. 

Ma ciò che asserisce il De Marchi, di cui ap- 
presso riferiamo le parole, si è che Leonardo si 
valse di tre fornaci, per fondere il metallo che in 
esso cavallo, cioè nell’unica forma del cavallo, an- 
dava. 

« Dicono che Leonardo de Vinzo Toscano valente 
scultore, volendo fare un cavallo di metallo al Duca 
di Milano non si fidò di una fornace sola, ma ne 
volse tre, le quali potessero disfare il metallo che 
in esso cavallo vi andava: la ragione che dava di- 
ceva che il fuoco d’una fornace non poteva far ve- 
nire in bagno tanta quantità di metallo, perchè non 
poteva arrivare per sino al fondo: ancora che di 
sopra sì vedesse il metallo disfatto, non per questo 
era disfatto quello da basso: per la gran quantità 
e per il grave peso non si può maneggiare con 
perticoni ancora che sia disfatto: e in verità in- 
contrò una volta a maestro Gio. Cutura d’Avignone 
facendo artiglieria in Pavia, [che] pose tanto me- 
tallo in fornace, che di sopra era in bagna e da 
basso era come latte caggiato, e così non potè ve- 
nire il getto ». 

Sarebbe stato materialmente impossibile, e Leo- 
nardo lo previde, fondere in un sol fornello 200,000 
libbre di metallo, per la difficoltà che la sola illu- 
minata teoria di Leonardo presagì, mentre altri, fra 
cui il Cutura, conobbero solo dalla pratica. 

La narrazione del De Marchi è perfettamente 
in armonia con gli appunti di Leonardo: 

« Se io avessi a fare uno gran gietto. 

« Se avessi a fare uno gran gietto di ciento mila 


! UzieLLi, pag. 169-170. 


RECENSIONI 


libbre, falo con due fornelli con 2000 libbre per 
ciascuno o insino in 3000 libbre il più ».! 

Nello stesso codice sono precetti per allegare i 
metalli, pulire i getti, evitare il congelamento, au- 
mentare la fusione, illotare i fornelli, ecc., che ci 
mostrano con quanta cura Leonardo sì gpparec- 
chiasse a superare la difficoltà dal Vasari stimata 
incredibile. 

Inoltre abbiamo un piccolo schema, che ci dà una 
idea della disposizione, forma e grandezza dei 4 for- 
nelli (invece di 3 come scrive il De Marchi) che 
dovevano colare il bronzo l’uno nella testa del ca- 
vallo, il secondo nella parte media del corpo, il terzo 
nel treno anteriore, il quarto nel treno posteriore 
dello stampo. 

Questa piccola figura esiste su d’un foglio della 
collezione di manoscritti di Leonardo, che è a 
Windsor (Bibl. di S. M. la Regina), ed è fotolito- 
grafata nell’opera del Richter « The literary works 
of Leon. d. V. ».* È singolare che quest’autore non 
s'accorse che la figura indicava la disposizione di 
quattro fornelli intorno ad uno stampo. 

Un po’ più di competenza tecnica ed un più ac- 
curato metodo di ricerca avrebbe salvato l’ Uzielli 
da errori di simil genere. 

La famosa lettera di Leonardo a Ludovico il 
Moro, * uno dei documenti più importanti che ab- 
biamo sul multiforme genio del grande artista fio- 
rentino, fu recentemente dichiarata non autografa 
dal Ravaisson-Mollien per ragioni puramente gra- 
fiche. Oltre all’essere scritta in senso ordinario e 
non alla mancina, come usava scrivere Leonardo, 
il Ravaisson notò che in tutti gli appunti di questo 
ultimo gli non hanno puntino, il d e l’? quando 
son vicini son fusi in un sol segno, il segno ab- 
breviativo dell’n è costante, le è, le d, le &, le / 
son fatte d’un sol tratto di penna e cominciando 
da sopra, le 2 somigliano ad un 3. L’opposto av- 
viene nella bozza di lettera a Ludovico il Moro e 
pertanto il Ravaisson conchiude: « Le texte du do- 
cument dont il s'agit n’étant pas de la main de 
Léonard, rien ne prouve qu'il émane de lui a aucun 
dégré ».* 

A così forti ragioni l’ Uzielli non avendo che op- 
porre e volendo ritener autentica la lettera suppone 


! Ms. originale di Leonardo nella Biblioteca Trivulzio, 


edito dal Beltrami, in Milano, 1893. 

? Vol. II, pag. 10, n. 710. 

3 Codice Atlantico, ms. di Leonardo nella Bibl. Am- 
brosiana di Milano, c. 382. 

‘ Ravarsson-MotLier, Les eerits de Leonard de Vinci. 
Paris, 1881, pag. 35. Estr. dalla Gazette de Beaux-Arts. 


463 


che Leonardo la facesse copiare da un suo allievo 
o da un copista qualunque, e conclude: 

« Supposto, ma non concesso, che tali osserva- 
zioni possono servire forse a far dubitare che la let- 
tera fosse scritta materialmente da Leonardo, non 
ne viene di conseguenza, che non debba ritenersi 
sua, come per l’opposto è ormai dimostrato che pa- 
recchie pagine certamente autografe di Leonardo 
non sono altro che copie da lui fatte di cose lette 
in altri autori. 

«In conclusione, all'infuori di queste critiche 
particolari, sono indotto a ritenere che la lettera in 
discorso sia di Leonardo per la forma letteraria che 
essa ha e per i concetti che l’inspirano, del tutto 
in armonia con l’indole del Da Vinci, quale appare 
dai suoi scritti e dalle narrazioni dei suoi contem- 
poranei ». ! 

Ora non sarebbe preferibile addurre argomenti - 
d’autenticità più stringenti che la furma letteraria 
e l’armonia dei criteri che l’inspirano con l’indole 
del Vinci? 

Sarebbe sorpreso il lettore, se noi gli dicessimo 
che la calligrafia della lettera è proprio di mano 
di Leonardo? Ebbene noi ne abbiamo le prove. 

Supponendo che Leonardo avesse, come la mag- 
gior parte degli uomini due calligrafie diverse, l’una 
convenzionale, abbreviata, arbitraria, che l’artista 
usava nei suoi appunti, l’altra sciolta, chiara e con- 
forme all'uso comune usata nelle. lettere (special- 
mente se dirette a persone di riguardo); ricor- 
dando inoltre che nell'Archivio palatino di Modena 
esiste una lettera di Leonardo al cardinal Ippolito 
d'Este, firmata Leonardus Vincius pictor, e munita 
del sigillo dell'artista, ricorsi alla gentilezza del 
conte Ippolito Malaguzzi-Valeri direttore di quel- 
l'archivio e del signor A. Ramazzini, i quali mì 
mandarono lucidi del documento, da cui potei assi- 
curarmi, che nella lettera autentica di Leonardo al 
cardinal d’ Este gl’i hanno i] puntino, i d son distinti 
dagl’:i che li seguono e fatti con due tratti di penna, 
il segno abbreviativo dell’n è variabile, ecc.; in una 
parola, che nella lettera al cardinal d'Este, come 
nella bozza di lettera a Ludovico il Moro, abbiamo 
due esempi classici di quella che vogliam chiamare 
calligrafia diplomatica di Leonardo da Vinci. 

L'ultima parte del lavoro dell’ Uzielli * è dedi- 
cata quasi interamente ai più celebri contempo- 
ranei del Vinci e particolarmente a quelli nomi- 


! UzieLLI, pag. 86-89. 
? Da pag. 368 fin quasi alla fine del volume. 


464 


mC 





nati dal Pacioli come partecipanti alle sedute so- 
lenni che si tenevano in presenza del Duca, come 
il Ponzone, il Sanseverino, il Busti, il Rosate. 

Ma è strano ch'egli asserisca: «Il Marliani lasciò 
alcune opere religiose, politiche e letterarie ma non 
scientifiche ». ! Consta invece dai manoscritti di Leo” 
nardo, che il Marliani fu autore di numerose opere 
di matematica che Leonardo desiderava consultare. 

Ne giudichi il lettore. 

« A] Bertuccio: il Marciano de Caleulatione. » * 

« Algibra ch'è presso i Marliani fatta dal loro 
padre ». * 

« Le Proportioni d’Arcuino colle considerationi 
del MarciavnI, da messer Fatio ». * 

In seguito l’autore passa a discorrere del Piro- 
vano, di Niccolò da Cusa e Giacomo Andrea da Fer- 
rara. Di quest'ultimo dice non essergli noto altro 
luogo di Leonardo, in cui venga ricordato, che la 
carta 109 del cod. K.? 

Ora un esame superficiale de’ manoscritti di Leo- 
nardo — il di cui studio fu un pochino trascurato 
dall’ Uzielli — ci fa vedere che per lo meno in altri 
due luoghi Leonardo nomina Giacomo Andrea. L’uno 
a carta 462 del cod. H? dell'Istituto di Francia e 
l’altro importantissimo a carta 15v. del cod. c. « Il 
dì seguente andai a cena con Jacomo Andrea ». 

Queste parole ci mostrano l'intimità in cui erano 
i due uomini, che per la somiglianza degli studi il 
Paciolo disse fratelli: Giacomo Andrea e Leonardo. 

Sul Paciolo l'A. si dilunga un po’ troppo secondo 
noi, © approfondendo le quistioni dei plagi, da cui 
quel frate fu già assoluto mercè le difese del Bossi, 
del Pungileoni, del Libri e del Cossali, ed invece 
ricorda appena il nome di Donato Bramante che per 


DI 


l'universalità degli studi e delle cognizioni è fra 


quanti vissero alla Corte del Moro il più scemi- 
sliante a Leonardo.! 


! UzieLLI, pag. 376. 

? Ms. orig. di Leon. nell’Ist. di Francia segnato £, 
edito dal Ravaisson-Mollien nel 1859 (Les Menuscerits de 
Leonard de V., vol. IV) sulla covertina. 

* Codico Atlantico nella Bibl. Ambrosiana di Milano, 
c. 222 r. 

‘Ivi. 

° UziELLI, pag. 378. 

€ L'A. gli dedica più di cento pagine (382 a 490.) 

* Di lui cantò un poeta: 

Quanto a Bramanto al mondo huom singolare 
Chiascuno a questa etade il vede e indende 
Più presto si potrebbon numerare 
Quei specchi che la notte il sol ne accende 
Et tutti i corpi dell'arena in mare 
Nel più profondo ove occhio non comprende 


Et numerar nel ciel l'anime sante 
Che dir le cognition ch’a in se Bramante. 
(Gaspare Vesconti, e' Que Amanti. 
Miluno, per Filippo Mantegatio diceto 
el Cassano, 1405). 


| 


RECENSIONI 


In conchiusione possiam dire che il più esatto 
giudizio sul lavoro dell’ Uzielli è quello dato dal- 
l'A. stesso allorchè scrisse: 

« Confido che questa mia opera sarà di valido 
aiuto per gli ulteriori studi intorno a Leonardo da 
Vinci, benchè certamente non è scevra delle im- 
perfezioni inerenti a qualsiasi lavoro intorno al più 
grande genio che sia mai forse apparso nel mondo ».' 


Niro SMIRAGLIA SCOGNAMIGLIO. 


I. I. SponseL. Sandrarts Teutsche Academie, Kritisch 
gesichtet. Dresda, 1896, 186 pagine in-8, con un ri- 
tratto. 

Nel presente studio critico l’autore prende ad 
esaminare le fonti che servirono a Giovacchino San- 
drart a comporre, sulla fine del secolo xvi, la 
grande sua opera conosciuta sotto il titolo di Ac- 
cademia tedesca, la prima enciclopedia pubblicata 
in lingua tedesca sulle vite e opere degli artisti 
di ogni tempo e paese e sulle collezioni private 
più cospicue che esistevano al tempo dell’autore. 
Questi, nato a Francoforte sul Meno nel 1606 e 
dedicatosi alla pittura sotto Gherardo Honthorst, 
conosciuto in Italia sotto il nomignolo Gherardo 
delle Notti, nel 1629 migrò nell’Italia e fino al 1635 
soggiornò a Roma, dove in compagnia del Duques- 
noy, Claudio di Lorrena, Pietro da Cortona, del 
Pussino e del Valentino si diede agli studi arti- 
stici, fu accolto dal noto mecenate march. Vii.cenzo 
Giustiniani insieme con Claudio nel suo palazzo, 
intervenne come consigliere artistico nelle compre 
del marchese di statue antiche e nella pubblica- 
zione della Galleria Giustiniani, e si acquistò grande 
fama come ritrattista, sicchè ebbe commissione di 
ritrattare il papa Urbano VIII. Ritornato nella sua 
patria, il Sandrart dimorò a Francoforte, Amster- 
dam, Augsburgo e Nuremberga, fu molto ricercato 
come il più rinomato pittore del suo tempo, spe- 
cialmente di grandi ancone d’altare, acquistò ric- 
chezze, formò una collezione di cose d’arte, fu no- 
bilitato, e morì nel 1688 più che ottantenne, dopo 
una vita ricca di esperienza, meriti ed onori. 

La grande opera del Sandrart stampata dal 1675 
al 1679 in tedesco in due parti e tradotta nel 1683 
in forma abbreviata e col titolo di Academia pic- 
ture eriditae in lingua latina, non si rivolge al 
mondo degli eruditi, ma era destinata agli amici 
dell’arte ed ai dilettanti della scienza. Essa — per 


! UZIELLI, pag. LXXXHI-LXXXIV, 





RECENSIONI 


dirla in una parola — quasi tutt'intiera non è altro 
se non un grandioso plagio. L’autore del presente 
studio nei primi due capitoli di esso ha rivelato, 
capitolo per capitolo, biografia per biografia, le 
fonti di cui l’industrioso compilatore — senza però 
nominarle — si è giovato, traducendole per lo più 
parola per parola e non omettendo nemmeno i passi 
che negli originali hanno un significato affatto per- 
sonale (come, p. es., quando gli autori parlano di 
sè nella prima persona, quando rammentano arti- 
sti loro contemporanei nella qualità di persone vi- 
venti, ma che al tempo del Sandrart da cento e 
e più anni erano già morti, e via dicendo. Non 
c'è autore, si può dire, che abbia scritto qualcosa 
sulle materie trattate dal Sandrart, di cui egli non 
avesse approfittato. La sua fonte principale, per 
la parte biografica, è il libro del Carel van Mander: 
Het Schilderboeck, che per le biografie degli artisti 
italiani aveva abbreviato le Wife del Vasari; que- 
st'ultimo non è messo a contribuzione dal Sandrart 
se non per le biografie che il Mander omise nel 
suo libro (e sono gli architetti, scultori e intaglia- 
tori, non trattando il Mander che dei soli pittori). 
Gli altri autori copiati dal Sandrart sono il Ridolfi 
(dal cui libro egli completa le notizie del Mander 
sugli artisti veneziani), il Bosse per le biografie 
degli intagliatori, il De Brie per quelle dei pittori 
olandesi del Settecento, il Neudùrfer per gli artisti 
di Norimberga. È curioso ch'egli non approfitti delle 
Vite del Baglione, stampate la prima volta nel 1642, 
eccetto la biografia di C.pé l'iammingo ch'egli tra- 
dusse dal Baglione. Le sole biografie di proprietà 
letteraria del Sandrart sono quelle dei maestri 
della scuola accademica di Bologna, dei pittori 
naturalisti e napoletani M. A. da Caravaggio, Ri- 
bera, Manfredi, Massimi, Salv. Rosa, Falcone, de- 
gli artisti romani Pietro da Cortona, Barrocci, Tem- 
pesta, Lor. Bernini, Testa, Romanelli e di alcuni 
altri settecentisti di minor importanza. Ma ciò che 
anche oggi dà pregio al libro del Sandrart sono 
le sue biografie dei pittori tedeschi e svizzeri del 
Cinque e Seicento: per questo le sue biografie, per 
quanto sieno incompiute e frammentarie, restano 
sempre l’unica fonte autorevole. Meritano in ispe- 
cie singolare riguardo le notizie ch'egli fornisce 
sugli artisti suol contemporenci, in quanto che que- 
ste sono proprio degne di fede. Anzi, se i ragguagli 
ch'egli dà sugli artisti da lui conosciuti in Italia, 
si comparano con le loro biografie scritte dai rispet- 
tivi autori italiani (Baglione, Passeri, ecc.), si è co- 
stretti di concedere essere egli in molti casì stato 


465 


meglio informato di loro e spargere le sue infor- 
mazioni spesso più di luce su quanto asseriscono 
quest'ultimi. 

Non meno estesa dell’opera biografica del San- 
drart è quella archeologico-tecnico-antiquaria. In 
essa egli tratta alla rinfusa dì questioni archeolo- 
giche ed estetiche, si diffonde su questioni tecniche 
riguardo alle arti figurative, descrive e rappresenta 
monumenti antichi di architettura, scultura e pit- 
tura, dà l’iconografia degli uomini celebri dell’an- 
tica Roma e aggiunge fino un trattato sugli istru- 
menti musicali degli antichi popoli, per chiudere 
la vasta congerie della sua raccolta letteraria con 
un catalogo delle precipue collezioni d’arte di po- 
tentati, principi e privati della Germania. Se non 
che anche qui si aspetta indarno qualche cosa di 
proprio: tutto è compendiato, anzi per la maggior 
parte copiato da opere anteriori. Fra queste c'è 
il Vasari (pei diversi proemi ed introduzioni delle 
Vite), il Serlin (descrizioni di monumenti moderni 
e canoni dell’architettura romana), il Palladio (de- 
scrizione e rilievo di monumenti antichi, conside- 
razioni tecniche ed estetiche sull’architettura), il 
Bosse (intagli di monumenti antichi), il Mander 
(precetti sull’arte di dipingere, dietro il poema del- 
l’autoru premesso al suo Sckilderboeck), Aldovrandi 
(estratto più che superficiaie dal catalogo delle scul- 
ture antiche esistenti a Roma nel 1590, copiato dal 
Sandrart nel 1675!), A. Donato (copia abbreviata 
della Roma vetus ac recens di questo scrittore), lFulv. 
Ursino (riproduzione dell’opera //lustrixm imagines 
ex antiquis marmoribus et gemmis erpressae), M. A. 
Canini (riproduzione parziale dell’ Iconografia di 
questo autore, pubblicata a Roma, 1669), il Lafreri 
(parecchie delle tavole dello Speculwmn romanae Ma- 
gnificentiae, Roma 1555), il Falda e Ferreri (ripro- 
duzione e descrizione di alcuni monumenti archi- 
tettonici di Roma moderna, dietro la nota loro 
opera), Ottavio Stradano (Vite e immagini dei do- 
dici primi imperatori romani, dietro il libro dell’au- 
tore stampato a Francoforte nel 1618), Falconieri 
(descrizione della piramide di Cestio e delle pitture 
scopertevi dentro, Roma, 1661) e l’opera sulle scul- 
ture della Galleria Giustiniani, alla quale il San- 
drart stesso, mentre dimorava a Roma, aveva col- 
laborato e di cui ora approfittò traendone gl’intagli 
di molte delle statue antiche riprodottevi. 

Tutto questo viene investigato e dimostrato 
dall'autore del presente scritto con lodevole dili- 
genza, sicchè dopo il suo lavoro resta poco da dire 
sull'opera del Sandrart, che era a suo tempo in 


466 


Germania la più rinomata enciclopedia della scienza 


e storia dell’arte. 
C. pe FABRICZY. 


Weissack D" WekxEr. Der Meister der Bergmannschen 
Officin und Albrecht Diirers Beziehungen zur Basler 
Buchillustration. Ein Beitrag zur Geschichte des deut- 
schen Holzschnittes. — Die Baseler Buchiliustration 
des XV Jahrhunderts. Studien zur deutschen Kunst- 
geschichte. Heft 6 und 8. Strassburg. J. H. Ed. Heitz 
(Heitz & Miindel), 1896. 


Nel primo dei suindicati scritti l'A. riprende lo 
studio d’una questione interessantissima dell’arte 
tedesca del rinascimento e s’accinge a risolverla, 
ampliando in certo modo la base delle indagini. 
Pochi anni fa, Daniel Burckhardt, in uno studio 
apposito cercò di provare che Albrecht Diirer abbia 
dimorato dal 1492 al 1494 in Basilea ed abbia ese- 
guito per editori di questa città un gran numero 
d’incisioni in legno. Una silografia, rappresentante 
San Girolamo, la quale adorna una edizione delle 
opere del Santo, stampata nel 1492 in Basilea, e 
di cui il legno, conservato ancora nel Museo di 
quella città, porta la firma autentica del Diirer, gli 
servì come punto di partenza per attribuire a quel- 
l'artista una serie di disegni per una edizione delle 
comedie di Terenzio sui legni stessi, non mai in- 
tagliati, ma conservati in questo stato nel Museo 
di Basilea, nonchè fra altre silografie una gran 
parte di quelle, che adornano il « Narrenschiff » 
di Sebastiano Brant ed il poema del « Ritter von 
Turn » (stampati tutti e due nel 1494 in Basilea). 

Queste attribuzioni l’A. esamina di nuovo, con- 
frontando le incisioni attribuite al Diirer con le 
tante altre eseguite prima e contemporaneamente 
in Basilea. Egli riconosce l’autenticità della firma 
sul legno del San Girolamo, e riconosce questa 
silografia come opera del Direr; crede pure che i 
disegni per il Terenzio, come molte delle incisioni 
per il « Narrenschiff » e per il « Ritter von Turn » 
siano d'un artista, il quale si distingue perfetta- 
mente dagli altri disegnatori c silografi di Basilea; 
ma d'altra parte egii sostiene che questo artista, 


che egli chiama il maestro della officina di Bergman 


(perchè eseguì tutte o quasi tutte le sue opere per 
questo editore), non sia identico con quello che di- 
segnò l’imagine di San Girolamo, sia dunque tut- 
t'altra persona ed individualità artistica del Niirer. 
Le sue principali ragioni sono le seguenti: la 








RECENSIONI 


caratteri artistici e tecnici del tutto diversi dalle 
incisioni del « maestro della officina di Bergman », 
ed ha invece una grande affinità con le silogra- 
fie del maestro di Albrecht, Michael Wolgemut in 
Norimberga; la seconda è, che si trovano delle si- 
lografie in libri posteriori al 1494 (fino al 1499) di 
stile eguale a quelle attribuite al Diirer, che, come 
sappiamo, dopo l’anno 1494 non era più in Basilea. 
Egli aggiunge ancora una ragione di altro genere, 
cioè che i disegni e le silografie ascritte al Diirer 
non mostrano la mano d'un giovane di venti anni; 
ma la mano sicura d’un maestro vecchio ed espe- 
rimentato, e non palesano alcun cambiamento di 
stile dall'una all’altra, alcun progresso; ciò che 
non sì può supporre in una serie tanto lunga di 
opere del Diirer. 

L'ultimo di questi argomenti infatti è molto 
efficace contro l'attribuzione delle silografie di Ba- 
silea al Diirer; poca forza invece possiede il se- 
condo, perchè la data d’una incisione non è deter- 
minata da quella del libro nel quale si trova; 
sbagliato affatto poi mi pare il primo degli argo- 
menti addotti dall’A. La silografia del San Giro- 
lamo, secondo il mio parere, si scosta tanto per la 
tecnica dalle silografie della bottega del Wolgemut, 
quanto si avvicina allo stile tecnico delle altre in- 
cisioni di Basilea. 

Nel secondo suo studio, il quale è un comple- 
mento al primo e veramente dovrebbe formarne 
l'introduzione, l’A. svolge la storia della silografia 
in Basilea, ed aggiunge un elenco dei libri con 
incisioni stampati in Basilea fino al 1500. Egli cerca 
di dimostrare, che le produzioni della scuola locale 
silografica di Basilea sono di stile distintamente 
differente dalle incisioni del Narrenschiff e dalle 
altre, che nel suo primo studio egli attribuì ad un 
« maestro della officina del Bergman ». Il suo pre- 
concetto di voler provare che quesito suo artista 
dall'una parte non sia identico col Diirer, dall'altra 
parte anche differente nel suo stile dagli altri ar- 
tisti di Basilea, l’ha condotto, credo, a delle con- 
clusioni sbagliate ed ha scemato alquanto il valore 
del suo studio diligente ed assai pregevole. Mi 
pare evidente, che nella esecuzione tecnica le inci- 
sioni del Narrenschiff e del Ritter von Turn non 
differiscano essenzialmente dalle altre silografie di 
Basilea. Il San Girolamo di Diirer, secondo il mio 
parere, è intagliato dallo stesso silografo, che eseguì 
il Sant'Ambrogio del 1492 (V. tav. X del secondo 


prima è che l'incisione del San Girolamo, la quale ' scritto), attribuito dall'A. ad un artista della scuola 
secondo lui è senza dubbio opera del Diirer, mostra | di Basilea, il ritratto di Brant (Varia Carmina 1498) 


RECENSIONI 


e molte delle silografie del Narrenschiff e di al- 
tri libri, attribuite dall'autore al « maestro della 
officina del Bergman ». Tutte queste incisioni 
mostrano una tecnica un poco angolosa e secca, 
mentre che un altro gruppo d’incisioni del Nar- 
renschiff, del Ritter von Turn sono eseguite da 
un altro tecnico più abile ad adattarsi alle linee 
del disegno, a tondeggiare e ad ombreggiare me- 
glio le forme. Non posso seguire l'A. nelle sue at- 
tribuzioni delle incisioni del Narrenschiff a vari 
artisti, già perchè, non avendo sott'occhio la prima 
edizione, non si può identificare le singole incisioni 
secondo la numerazione da lui indicata; ma non 
mi pare necessario di supporre che fossero stati 
più che i suindicati due artisti, che eseguirono il 
gruppo di silografie in questione. Lo stile tecnico 
di tutte e due si connette benissimo con le silo- 
grafie anteriori, enumerate ed illustrate dall’A. 
Del tutto indipendente dalla questione della 
tecnica è, parmi, quella del disegno. Se anche il 
San Girolamo mostra la stessa tecnica come le 
altre incisioni in parola, potrebbe essere benissimo 
che soltanto quello fosse disegnato dal Diirer, le 
altre incisioni da un altro artista. Qui si deve di- 
stinguere (ciò che l'A. non ha fatto con precisione 
sufficiente) l’esecuzione tecnica dal disegno, poichè 
in quel tempo il lavoro già si divideva. Le incisioni 
del « Narrenschiff » sono disegnate da un unico 
artista, intagliate invece da differenti. Sv questo 
disegnatore del Narrenschiff poi è stato lo stesso 


LI 


che disegnò il San Girolamo, e perciò il Diirer, è 
una questione che non si risolve con lo studio della 
tecnica sola. L'’affinità delle silografie del Narren- 
schiff coi disegni del giovane Diirer è stata osser- 
vata già da lungo tempo, come furono sempre al- 
tamente stimati ed ammirati il valore artistico e 


lo spirito fresco ed umoristico, la franchezza nel- 


i 


467 
l’espressione delle idee e delle forme, che palesano 
le illustrazioni della « Nave degli stolti ». 

È su questo punto che avrebbe dovuto insistere 
la ricerca. L'A. ha tralasciata una parte impor- 
tante del suo lavoro, cioè il confronto delle inci- 
sioni attribuite al Diirer coi suoi disegni autentici 
di quest’epoca, l’unica via sulla quale si potrà ri- 
solvere la questione. L'A. benchè proferisca degli 
argomenti degni di considerazione ed un materiale 
importante, pure parmi s’avvicini tanto poco ad 
una soluzione chiara dei dubbi quanto lo stesso 
Burckhardt. Forse anche in questo caso bisogne- 
rebbe « non guardare cartello », non lasciarsi affa- 
scinare dalla forza convincente d'una iscrizione, 
che magari può avere tutt'altro significato, e stu- 
diare i monumenti senza preconcetto. La questione 
è, credo, di stabilire, se le silografie attribuite al 
Diirer corrispondano tanto perfettamente con le 
altre opere di Diirer, e se esse si possano inserire 
nell'opera del maestro da formare un insieme or- 
ganico; se le differenze di stile siano dovute csclu- 
sivamente all'esecuzione tecnica o no. 

Nonostante questi difetti del suo libro, lA. col 
suo lavoro porta un contributo pregevole agli studi; 
egli ha raccolto un ricco ed interessante materiale 
di illustrazioni di libri di Basilea, lo ha studiato 
con amore e diligenza, e mostra di avere osservato 
bene le loro particolarità tecniche ed artistiche. È 
giustissimo il suo concetto, che, per potere inten- 
dere bene i capolavori d’una tecnica, le opere, 
nelle quali hanno contribuito più individualità ar- 
tistiche, bisogna studiare tutte quante le produzioni 
eseguite in questa tecnica nel determinato luogo 
e tempo e le loro relazioni con l’arte forestiera. 
Speriamo che con serietà continuerà i suoì studi 
al bene della scienza. 


PR 


MISCELLANEA 


Studi e memorie riguardanti l’arte italiana 
pubblicati nel 1895 nelle principali riviste di 
storia dell’arte in Germania. — Meno numerose 
dell'ordinario, e forse anche di minor conto del 
solito, sono le contribuzioni sull'arte italiana con- 
tenute nel volume XVIII (1895) del /tepertorium 
fiir Kunsticissenschaft. La più importante fra esse 
è V’art. del dott. E. Steinmann intitolato: Sandro 
Botticellis Tempelscene zu Jerusalem in der Cappella 
Sistina, e recante una nuova spiegazione, affatto 
differente da quelle finora in vigore, dell’ affresco 
botticelliano che il Vasari (IIT, 316) designa come 
« Cristo tentato dal diavolo ». Già lo Sechmarsow 
(Melozzo da Fort, Berlino, 1886, pag. 216), bat- 
tezzando la pittura in discorso da « Scena nel tem- 
pio in Gerusalemme » aveva riconosciuto doversi 
essa piuttosto che dalle figure di Cristo e del de- 
monio nel fondo, denominare dalla composizione le 


cui numerose figure empiono tutto il primo piano, | 


alla quale egli, però, non si era provato di dare una 
spiegazione particolareggiata. Lo Steinmann, ora, 


i 


è riuscito a riconoscervi la raffigurazione del sa- |, 


crifizio di purificazione del leproso, come esso con 
tutti 1 precetti del rito viene prescritto nel capi- 
tolo 14 del Levitico. Vi troviamo, nelle mani del 
sommo sacerdote ritto dietro l’altare, i virgulti di 
Issopo con cui, dopo averli immersi in un bacino 
empito di sangue, egli aspergeva il guarito in segno 
di purificazione; vi troviamo, nelle mani di un gio- 
vane che sì avvicina al sacerdote, il vaso pieno di 
sangue; vediamo una donna (probabilmente la mo- 
glie del leproso) apportante, secondo la prescrizione 
della legge, in un grande piatto che regge sul capo, 
le due galline di cui l'una deve somministrare il 
sangue, l’altra vi deve essere bagnata e poi lasciata 
in libertà; vediamo in un caldaro sull’altare il 
legno cedrino, pel cui fumo l’aere inficiato dalla 
lepra doveva essere purificato; e scorgiamo fino 
al filo di lana di colore roseo, anch'esso pre- 


scritto, con cui sono avvolti i virgulti d’ Issopo in 
modo da formare un mazzo. Si vede, finalmente, nel 
piano di mezzo a destra, salire le scale all’ altare 
la figura del leproso guarito, condotto da due amici, 
di cui l’uno incredulo della sua guarigione, gli leva 
di dosso l'abito per convincersene «de visu». Se così 
non può sussistere più nessun dubbio sul senso e sul 
significato della scena nel tempio, resta da spiegare 
che cosa poteva indurre gli autori del programma 
per le pitture della Sistina a scegliere pell’affresco 
in discorso un soggetto affatto inusitato, e di cuì, 
naturalmente, si doveva supporre che bentosto diven- 
terebbe inintelligibile alla granle maggioranza degli 
spettatori. Anzi tutto dobbiamo accennare alla cir- 
costanza che singoli momenti nella nostra composi- 
zione rivelano un nesso interno di essa con la storia 
contemporanea. Sulla riva del fiume a destra si ve- 
dono parecchie querce dipinte con somma cura, a 
sinistra un giovane indossa un manto ricamato in 
oro di fronda di quercia, la corona del sommo sa- 
cerdote termina in una ghianda d’oro, e dal fa- 
scetto di frasche secche, che una donna a destra 
apporta per attizzare la fiamma all’altare, germo- 
gliano foglie verdì di querce, tutto ciò senza alcun 
dubbio in onore della famiglia di Sisto IV, la cui 
arme portava la quercia dei Rovere. Poi c’è da 
osservare che in nessuno degli affreschi della Si- 
stina si vede una folla di figure ritratte dal na- 
turale simile a quella che ci si presenta nella no- 
stra composizione. Una sola di esse il nostro autore 
è riuscito ad identificare, ed è l’uomo nel primo 
piano sull’orlo destro dell'affresco vestito a foggia. 
guerresca collo scettro del comandante nelle mani, 
in cui egli ha riconosciuto l’onnipotente nipote del 
Papa, Girolamo Riario, creato nell'autunno del 1480 
(poco prima dunque, che ebbero principio i lavori 
nella Sistina, eseguiti dalla primavera del 1481 al- 
l'estate del 1483) conte di Forlì, e poco dopo gon- 
faloniere della Chiesa. Suppone, poi, lo Steinmann 


MISCELLANEA 


che nel sommo sacerdote sia stato ritratto il Papa, 
poichè tiene sul capo il triregno terminato a ghianda, 
ma lo stato alquanto dauneggiato del viso non per- 
mette di accertare questa supposizione, come nep- 
pure l’altra, che una figura a destra, vestita da 
cardinale, rappresenti un altro dei nepoti del Papa, 
Giuliano della Rovere, il futuro Giulio II. Propen- 
deva, finalmente, il nostro autore a connettere il 
soggetto dell’affresco di cui si tratta, con la morte 
del soldano Maometto II (} 3 maggio 1481), ed a 
spiegarlo come sacrifizio di gratitudine per la libe- 
razione dalla peste che con l'imminente irruzione 
delle orde turche minacciava di sconvolgere tutta 
la cristianità. Se non che essendo egli nel frat- 
tempo venuto in cognizione del fatto stabilito dal 
prof. E. Brockhaus (nel Repert., vol. VII, pag. 281), 
che cioè il tempio raffigurato nel fondo del nostro 
affresco sia una immagine fedele della facciata 
dell'ospedale di Santo Spirito, si è dovuto ricredere, 
giacchè ormai pare fuor di dubbio che col rappre- 
sentare la purificazione del leproso nel piano da- 
vanti, e l’ospedale grandioso, fondato, come si sa, 
da Sisto IV, nel piano di dietro, non s’ intendesse 
altro se non la glorificazione dell'attività edilizia 
del Papa, che qui si aveva rivolta alla cura dei 
poveri ed infermi, di cui uno dei più deplorabili, 
il leproso, fu scelto come tipo, per offrire, dopo 
esser felicemente guarito, il suo sacrifizio di gra- 
titudine. E così viene pienamente giustificata la 
scelta di questo soggetto particolare, unico forse 
in tutta la storia dell’arte, poichè con esso s'in- 
tendeva di fissare nella memoria dei tempi avve- 
nire il ricordo di una istituzione dal Sommo Pon- 
tefice destinata a recare cura e guarigione a tutti 
1 sofferenti di Roma, 


Sull’origine e sul progresso della costruzione delle 


tre più cospicue chiese di stile gotico a Venezia | 


ci chiarisce un articolo del prof. Enrico Thode dal 


titolo: Studien 2ur italienischen Kunstgeschichte im’ 


XIV.Jahrhundert. Ueber die Entstehungszeit einiger 
venezianischer Kirchen. Le notizie comunicatevi sono 
desunte dalle cosidette « Grazie », cioè le largi- 
zioni che la Signoria concedette a pubbliche isti- 
tuzioni, chiese, ecc., come anche a privati, e che 
abbracciando l’epoca dal 1350 al 1550 si trovano 


registrate, purtroppo non senza lacune, in 29 vo- 


lumi nell’Archivio di Stato a Venezia. Il Thode 
per primo ne trasse molti importanti dati per la 
storia dell’arte veneziana, di cui nella presente 
memoria pubblica quelli riguardanti le chiese di 
Santa Maria de’ Frari, San Giovanni e Paolo e 


Archivio Storico dell'Arte, serie 2», anno II, fasc. VI. 


469 


Santa Maria de’ Servi. La prima fu fondata nel 1250 
(come si ritrae da un documento pubblicato dal 
Paoletti nella sua opera sull’ Architettura e scultura 
del Rinascimento in Venezia, pag. 89), ma non era 
l'odierna chiesa, bensì un’altra di molto minori di- 
mensioni, e di orientazione opposta, vale a dire col 
coro rivolto ad Oriente sul Rivo, accanto al ponte 
situato oggi dirimpetto alla facciata dell’attuale 
chiesa. Questa, invece, dietro la testimonianza dei 
documenti sì principiò a costruire soltanto nel 1330, 
data che definitivamente esclude la pretesa coope- 
razione a essa di Niccolò Pisano. Si cominciò con 
l'erezione del coro. Dal 1330 fino al 1344 si tro- 
vano vari documenti comprovanti il progresso del- 
l'opera; nell’ultimo anno, però, cessano le elargi- 
zioni del Comune, e d’ora in poi ella procede 
principalmente per mezzo degli aiuti di privati. Dai 
documenti riferibili a quest’ ultimi consta l’essere 
stato compiuto il coro, la navata trasversale e forse 
anche la prima campata di quella principale nel 1361, 
l’essersi protratta la costruzione dell’ ultima fino 
al 1417, e l’aver ella trovato il suo compimento 
nel 1434, con l’aggiunta della cappella fondata in 
memoria del vescovo Pietro Miani. Maggiore ancora 
era il buio in cui si nascondeva finora la storia 
dell’edificazione di San Giovanni e Paolo. Si sapeva 
soltanto che i Domenicani cominciarono il loro con- 
vento nel 1246 e che la chiesa fu consacrata 
nel 1430. 

Si presumeva dunque che ci volevano poco meno 
di due secoli per compire l’opera, la quale, nella 
sostanza, si credeva essere una creazione del se- 
colo xi. Ma nulla di più erroneo! I nostri docu- 
menti affermano che la chiesa non fu principiata 
se non nel 1333, vuol dire tre anni dopo Santa 
Maria de’ Frari. Fino al 1314 si registrano con- 
tribuzioni del Comune, poi la costruzione procede 
con l’aiuto di donazioni di privati. Nel 1347 il coro 
è terminato, nel 1368 la croce viene a essere com- 
pita, e probabilmente, nel 1390, tutta la chiesa, 
nelle parti sue essenziali, era pronta, poichè si 
pensò a darle un corredo così importante come fu 
la cappella di San Domenico, annessa al braccio 
sinistro della croce, che nel 1395 era bell’e finita. 
Anche per la storia della chiesa di Santa Maria 
de’ Servi, purtroppo demolita nel 1812, il Thode 
riuscì a trovare date certe: essa fu fondata simil- 
mente nel 1333, e sovvenzionata dal Comune, pa- 
rimente, fino al 1344. Sicchè ora consta il fatto 
essere le tre maggiori chiese di stile gotico, a Ve- 
nezia, sorte quasi allo stesso tempo. La priorità, 


9 


470 


benchè non si tratti che di pochi anni, compete 
alla chiesa dei Francescani. 

In un secondo suo articolo: .Veue archivalische 
Forschungen iiber venezianische Kunst, il Thode rias- 
sume i risultati, affatto nuovi, che la sopraricor- 
data monumentale opera del Paoletti reca per la 
storia dell’arte e degli artisti veneziani nel Tre e 
Quattrocento, encomiando il lavoro dell’autore tanto 
lungo e penoso quanto meritevole e ricco di suc- 
cesso. Ma ripetere qui ciò che il Thode ha estratto 
dal libro in discorso sarebbe far lavoro di seconda 
mano. Perciò lv tralasciamo, augurando che qual- 
cheduno dei collaboratori dell’Archiro ci dia un 
resoconto particolareggiato dell’opera del Paoletti, 
come essa merita pel grande suo pregio, sia scien- 
tificò, sia artistico. 

Delle ope:e d’arte raccolte nel Museo civico di 
Pisa, nuovamente costituito negli ambienti dell’an- 
tico convento di S. Francesco, parla enumerando e 
caratterizzandone con poche parole le più impor- 
tanti in un suo articolo J. Jacobsen (Das Neue 
Museo Civico zu Pisa). Dopo quanto su esse fu 
detto in questo Archivio dal benemerito creatore 
di codesta raccolta, non occorre di tornare ancora 
una volta sul soggetto dell’articolo in questione. 

Passiamo ‘alla contribuzione che il conte Fr. Ma- 
laguzzi- Valeri, ben noto ai lettori dell'Archivio pei 
pregevoli suoi studi pubblicativi, ha recato al pre- 
sente volume del Repertorium, e che chiarisce la 
storia della costruzione del Palazzo del Podestà a 
Bologna (Der Palast des Podestà în Bologna). Visto, 
però, che l’autore stesso ha riassunto le sue notizie 
relative proprio in questo Archivio (anno corr. a 
pag. 76-80) ci crediamo dispensati di far altret- 
tanto, contentandoci di aver accennato al lettore 
la fonte più autorevole per informarsi sul soggetto 
in discorso. ” 


* 
* * 


Nulla che spetti al nostro argomento contiene 
l'annata del 1895 della Zeitschrift fiir bildende 
Kunst, edita a Lipsia. I seguenti sono invece gli 
articoli del Jahrbuch der k. preussischen Kunst- 
sammnilungen, vol. XVI (1895), che trattano sog- 
getti dell’arte italiana. Il prof. Wickhoff in un suo 
contributo dal titolo: Giorgiones Bilder zu ròmi- 
schen Heldengedichten (quadri di Giorgione spettanti 
ad epi romani) si accinge a spiegare ì soggetti di 
cinque quadri del grande pittore veneziano, di cui 
due ci sono pervenuti, mentre dei tre altri non 
possediamo se non scarse notizie dalla penna di 


MISCELLANEA © 


M. A. Michiel, autore della Notizia d’opere di di- 
segno, ecc., edita pel primo da Jac. Morelli, ed in 
parte riproduzioni da intagliatori’ e copisti poste- 
riorì. I quadri in discorso portano titoli la cui ori- 
gine non rimonta più al di là dell'ultimo quarto 
del secolo passato; scrittori anteriori parlandone 
confessano di non saper interpretare il loro conte- 
nuto. Senonchè per due di essi che insieme con un 
terzo si trovavano al tempo del Michiel, cioè nel 1525, 
nella casa di messer Taddeo Contarini a Venezia, 
questi addita chiaramente il soggetto, sicchè da 
loro sì potrà trarre una conclusione anche pei sog- 
getti degli altri, almeno quanto riguarda in gene- 
rale il campo comune delle loro raffigurazioni. Il 
primo dei quadri accennati dal Michiel era « el 
nascimento de Pgris con li dui pastori ritti in 
piede ». Il senatore Morelli ritrovò un frammento 
della composizione in questione nella galleria di 
Budapest. Raffigura i due pastori soli, ed egli lo 
credè una parte del quadro originale, ma oggi dalla 
maggioranza dei conoscitori si ritiene soltanto una 
copia di esso. L'originale esisteva nel secolo xvil 
nella galleria ‘dell’arciduca Leopoldo Guglielmo a 
Bruxelles, e fu intagliato da Teodoro de Kessel 
pel Theatrumn pictorium. Il soggetto, che non am- 
mette nessuna incertezza, fu suggerito al Giorgione 
da qualche suo amico erudito che nel primo libro ‘ 
del De Divinitate di Cicerone aveva rincontrato la 
citazione da uno dei poeti tragici, in cui sì narra 
come la regina Ecuba, incinta, aveva sognato di- 
nascere da essa un tizzone, per cuì sarebbe infiam- 
mato tutto il mondo, il che fu cagione che il neo- 
nato venisse esposto sul monte Ida. Che questi poi 
fosse trovato da pastori è narrato dall’Igino in una 
delle sue favole, donde l’amico testè ricordato avrà 
completato il racconto somministrato da lui al Gior- 
gione come soggetto pel suo quadro. Il secondo 
quadro in possesso del Contarini viene descritto 
dal Michiel colle parole: « La tela grande a oglio 
dell'Inferno con Enea e Anchise ». Non c'è dubbio 
che il suo soggetto non fosse la scena del VI libro 
dell’Eneide (v. 751 e seg.), in cui Anchise mostra 
al figlio le anime purificate che ritorneranno sul 
mondo e s'incarneranno negli eroi della storia ro- 
mana, fra loro quella di Augusto, l’inclito aumen- 
tatore dell’impero. Dalla descrizione che il Michiel, 
benchè non ne fissi il soggetto, da del terzo qua- 
dro in casa del Contarini, questo si può identifi- 
care senz'alcuna esitanza colla celebre tela della 
Galleria imperiale di Vienna, che fino a’ tempi re- 


centi portava il titolo dei « tre geometri », ed ai 


MISCELLANEA 


nostri dì le fu affibbiato il nome dei « tre re 
magi ». Il Wickhoff ora vi riconosce il quadro com- 
pagno del precedente, in cui, seguendo il racconto 
dell’Eneide (libro VIII, v. 306 e seg.), viene rap- 
presentato come re Evandro accompagnato dal gio- 
vane suo figlio Palla, mostra a Enea la rupe erta, 
fitta di cespugli, su cuì sorgerà l’aureo Campido- 
glio. Alla medesima fonte del poeta romano, o me- 
glio, al più rinomato dei suoi commentatori (Servio 
all’Eneide, lib. III, v. 12), risale il soggetto di una 
composizione che non ci è pervenuta se non in una 
stampa di Marcantonio, conosciuta sotto la deno- 
minazione di « Sogno di Raffaello », ma il cui ori- 
ginale la critica d’oggidì è unanime qd attribuire 
al Giorgione. Narra Servio che di due vergini ro- 
mane pernottanti nel tempio dei penati a Lanuvio, 
l'una, che non era casta, fu uccisa dal fulmine, 
mentre l’altra non se ne accorse nemmeno. L’eru- 
dizione moderna c’insegnò che la fonte a cui at- 
tinse il commentatore di Virgilio, parlò di vergini 
vestali e del tempio di Vesta, in cui, del resto, fu- 
rono venerate le imagini dei Penati. Ora si capisce 
che il Giorgione stesso non sarà andato a pescare 
i- soggetti pei suoi quadri nel commentario di Ser- 
vio, che, invece, sarà stato uno dei suoi conoscetiti 
eruditi a cui questo soggetto apparve — come in 
realtà fu — specialmente adatto alle doti partico- 
lari del grande mago nella rappresentazione degli 
incanti del paesaggio, delle nubi, dei riflessi di 
luci, e via dicendo, e che perciò gliene suggerì la 
esecuzione. 

Il quinto quadro del Giorgione spettante alla 
serie in discorso, ed allo stesso tempo il secondo 
che sì è conservato fino a oggidì, è la cosidetta 
« Famiglia di Giorgione » nel possesso del prin- 
cipe Giovannelli a Venezia. Anche per questo il 
Michiel che lo vide in casa di Gabriele Vendramin, 
non precisa il soggetto, non sapendolo spiegare; lo 
| circoscrive solamente con le parole: « el paesetto 
in tela con la tempesta, con la cingana e soldato ». 
Il Wickhoff è riuscito a rintracciarne, con ogni de- 
siderabile verosimiglianza, il soggetto nella scena 
della Tebaide di Statio (lib. IV, v. 730 e seg.),-dove 
si narra come Il re Adrasto, vagando per le selve 
in cerca di sorgenti per dissetare ì suoi guerrieri, 
s'imbatte nella regina Ipsipile, espulsa dalle scia- 
gurate donne di Lemno, e costretta di fare presso 
il re di Nemea servizi di balia. Tutte le tavole in 
discorso non sono strettamente narrative, non si 
può proprio leggere la storia, il soggetto loro dal 
quadro stesso, come, per esempio, da un vaso greco 





471 


o da un affresco di Giotto; le persone rappresentate 
sono piuttosto caratterizzate come individui ispirati 
o cogitabondi, uniti quasi in un accordo lirico col 
paesaggio, piuttosto che per un’azione drammatica 
fra loro stessi. Per questo loro carattere le com- 
posizioni in questione sono divenute quasi un an- 
tetipo delle tavole d’altare di quei tempi. Del resto, 
come osserva il nostro autore, le quattro composi- 
zioni che si sono conservate fino ad oggi, raffigu- 
ravano, nello stesso tempo, le quattro parti del 
giorno: Paride trovato dai pastori la mattina, 
Adrasto e Ipsipile il mezzogiorno, Enea ed Evan- 
dro la sera, e il Sogno di Raffaele la notte. Il pit- 
tore aveva moltiplicato il suo assunto di maniera 
da mostrarvi nel quadro del giorno un temporale 
che si allontana, in quello della notte uno che si 
avvicina. Già prima di lui si era provato di rap- 
presentare il concento, l'accordo di aria e luce, ma 
egli fu il primo che riuscì a connettere la favola 
col concento (Stimmung) di maniera ch’essa quasi 
con necessità pare nascere da quest’ultimo. E con 
ciò infatti il Giorgione è divenuto il fondatore della 
pittura moderna. Finalmente venendo il Wickhoff 
a ragionare sull’immortale capolavoro del Tiziano, 
l’Amor sacro e profano della Galleria Borghese, in 
cui questi s'incamminò sulle orme dei quadri eroico- 
mitologici del Giorgione, egli ne spiega il soggetto 
dietro l’Argonauticum di Valerio Flacco (libr. VII, 
v. 194 e seg.) come rappresentante Medea persuasa 
da Venere di seguirla nel bosco dove l’aspetta Gia- 
sone. 

Il dott. Kaemmerer, Ueber Bildnisse des Aldo 
Manuzio, tratta di due ritratti del gabinetto delle 
stampe di Berlino, uno inciso in legno, l’altro di- 
segnato, in cui egli, comparandoli alla medaglia di 
Aldo Manuzio, riconobbe il ritratto di quest’ultimo. 
Il disegno, che del resto non offre caratteristiche 
spiccanti per poter col loro aiuto rintracciarne 
l’autore, viene dal Kaemmerer attribuito alla scuola 
lombarda del principio del Cinquecento. In quanto 
alla incisione in legno, essendo essa stampata in 
chiaroscuro, il nostro autore emette l'ipotesi poter 
essa provenire da Ugo da Carpi, inventore di sif- 
fatto processo. Giudicando dall’età di Aldo sul 
disegno che lo raffigura quasi trentacinquenne, 
questo doveva essere eseguito circa al 1485, epoca 
alla quale egli viveva appunto come precettore del 
giovine Alberto Pio a Carpi, la patria di Ugo da 
Carpi, che egli pure stava in relazione con Alberto 
Pio prima di tramutarsi nel 1508 a Venezia, dove 


i otto annì dopo si fece dare un privilegio pel suo 


472 


MISCELLANEA 





modo d’intagliare in chiaroscuro, e lavorò molto 
per l'illustrazione di libri. In quanto riguarda poi 
la medaglia sopraricordata di Aldo, il nostro autore 
propende di vedervi un lavoro di Frane. Francia, 
adducendo per questa sua opinione, oltre i criteri 
stilistici dedotti dal confronto con altri simili lavori 
dell’artista, di autenticità indubitabile, la circo- 
stanza di aver lavorato il Francia per Aldo in qua- 
lità d’intagliatore di tipi, come consta da alcuni versì 
dedicati dal Manuzio in segno di gratitudine al 
Francia, nella edizione di Virgilio dell'anno 1501. 
Alla stessa epoca rimonta, come si può stabilire 
dal motto sul suo rovescio, anche la medaglia in 
discorso, e sarebbe proprio strano se il Manuzio 
nello stesso tempo in cui era in relazione con un 
medaglista di tanta rinomanza, avesse dato a qual. 
cun altro l’incarico di gettare la propria medaglia. 

Adolfo Venturi in un contributo di cospicua esten- 
sione prende a rettificare gli slagli, le incorrettezze, 
le ommissioni, lezioni false, fino alla falsificazione 
di documenti che, riguardo alla biografia di Gentile 
da Fabriano e di Vittore Pisano, si trovano accu- 
mulati nella relativa letteratura, non eccettuatane 
l’ultima edizione del Vasari. Non è possibile di 
recapitolare in questo luogo tutti i risultati delle 
ricerche del Venturi; b.sti accennare parecchi 
dei più importanti. Così egli stabilisce che Gentile 
abbia lavorato nella grande sala del Palazzo Ducale 
di Venezia non, come si supponeva finora, nel 1422, 
bensì già prima del 1414, anno in cui cominciò a 
lavorare agli affreschi nella cappella dell’antico Bro- 
letto a Brescia; che sia venuto a Firenze, chiamato 
da Martino V allora dimorante ivi, fin dal 1420, 
non come un pittore ignoto, bensì come un mae- 
stro rinomato per le sue opere nelle Marche, a Ve- 
nezia, e a Brescia, e che ivi sia rimasto probabil. 
mente fino al 1426, eseguendo in questo spazio di 
tempo anche alcuni minori lavori a Siena, Orvieto 
e Pisa. Rettifica l’asserzione di Crowe e Cavalca- 
selle circa un ritratto di Niccolò III d’ Este dipinto 
nel 1435 dal Pisano, dimostrando che sono incorsi 
in un equivoco, scambiando il detto ritratto con uno 
di Giulio Cesare, regalato dal Pisano al marchese 
Lionello nell’occasione delle sue nozze con Mar- 
gherita Gonzaga; propende ad attribuire le tre me- 
daglie col ritratto di L. B. Alberti, ascritte a lui 
stesso, al Pisano, e il quadro del Louvre rappre- 
sentante la Madonna col Bambino che benedice 
Pandolfo Malatesta, genuflesso davanti a luì, non a 
Gentil» da Fabriano, bensì alla scuola del Pisano; 


emenda la lezione dell’epigramma di Tito Strozzi 


sul Pisano, e ne fissa l'origine prima del settem- 
bre 1443, come anche quella dell’elegia del Basinio 
agli anni 1447 o 1448; pubblica per primo una 
lettera di Lionello d'Este a Candido Decembrio 
del 1448, l’unica in cui si faccia menzione del Pi- 
sano come medaglista, e che serve nello stesso 
tempo a datare la medaglia del Decembrio. Circa 
la data della morte del grande artista, il nostro 
autore rimane fedele alla sua opinione anteriore, 
che sia accaduta nel 1451, malgrado gli argomenti 
che Vittorio Rossi recentemente addusse di nuovo 
in favore del 1456 (data già supposta dal Milanesi), 
giacchè, vista la celebrità dell’artista, gli pare addi- 
rittura impossibile che, essendo egli in vita fino 
al 1456, non ne sarebbe rimasta nessuna opera, 
nessuna menzione nel periodo di tempo racchiuso 
fra il 1450 (data dell’ultimo ricordo di lui nella 
Italia illustrata del Biondo) e il 1456. Chiude l’au- 
tore i suoi pregevolissimi svolgimenti con un poema 
di Leonardo Dati in lode del Pisano, finora scono- 
sciuto, e che egli attribuisce al 1432, anno in cui 
ambedue soggiornavano a Roma. 

Il dott. Bode uccompagna con poche parole 
spiegative Ja riproduzione del quadro di Fr. Cossa, 
acquistato recentemente per la Galleria di Berlino, 
e che rappresenta /a figura allegorica dell'autunno 
raffigurata nella persona di una giovine vignaiuola. 
È una delle prime opere del maestro, che ebbe ori- 
gine prima ch'egli da Ferrara sì tramutasse a Bo- 
logna. Milita per questa supposizione non solo la 
provenienza del quadro che dalla sala dell’inqui- 
sizione nel convento di S. Domenico a Ferrara passò 
nella Galleria Costabili, ma anche, e più le sue par- 
ticolarità pittoriche. Per la Galleria di Berlino, in 
cui il maestro finora non era rappresentato se non 
colla piccola e abbastanza sciupata tavola della 
Corsa di Atalanta, il quadro in discorso è un pre- 
zioso acquisto. 

Il prof. C. Frey comincia una serie di Studi su 
Michelangelo col pubblicare i regesti riguardanti la 
storia dell’-secuzione degli affreschi nella Sistina, 
da lui messi insieme coll’aiuto delle lettere del mae- 
stro, pubblicate dal Milanesi, e dei documenti cu- 
stoditi nell'Archivio Buonarroti, che gli fu concesso 
di esaminare ripetute volte e di giovarsene agli 
scopi dei suoi studi. Non prestandosi un siffatto 
lavoro a essere compendiato in poche parole, dob- 
biamo contentarci di averlo additato all'attenzione 
di tutti coloro che fanno oggetto di loro studi spe- 
ciali la biografia del sommo maestro. 

La memoria del dott. J. Lessing sulle spade nel 


MISCELLANEA 


tesoro della Corona prussiana (Die Schwerter des 
preussischen Krontresors) entra, per parte almeno, 
nel nostro argomento, giacchè essa tratta anche 
dei tre « stocchi benedetti » regalati da papi nel 
Quattrocento a sovrani tedeschi, e che ora si tro- 
vano in possesso della Corona di Prussia. L'autore 
nella prima parte del suo lavoro parla in generale 
del costume della benedizione degli stocchi, rias- 
sume le notizie letterarie circa la solennità in que- 
stione, e quelle cavate da’ documenti degli archivi 
circa gli artefici, le spese, i donatori degli stocchi 
(giovandosi principalmente di un saggio su questo 
soggetto pubblicato da E. Miintz nella Rerue de 
Dart chrétien, annate del 1889 e 1890), e dà un 
elenco di quelli fra essi che, sia in riproduzioni, 
sia in realtà, si sono conservati fin oggi. Sono in- 
somma quattordici, di cui due noti soltanto da di- 
segni, numero eccessivamente esiguo, se si consì- 
deri che dal 1421 in poi ogni anno regolarmente 
neila messa solenne della notte di Natale si faceva 
la benedizione di un simile stocco. La seconda parte 
della nostra memoria contiene la storia e la descri- 
zione corredata di riproduzioni eliotipiche, dei tre 
stocchi benedetti, oggi in possesso del regio tesoro 
prussiano. E sono: quello largito il 6 gennaio 1460, 
a Mantova da Pio ILad Alberto Achille, marchese 
di Brandeburgo, opera dell’orefice fiorentino Simone 
di Giovanni, occupato già dal 1427 a Roma con 
diversi lavori di oreficeria per la Curia romana; 
quello regalato nella festa di Natale del 1491 da 
Innocenzo VIII a Guglielmo I, landgravio di Hes- 
sia, di cui non si conosce l’artefice, e che ora si 
conserva nel Museo di Cassel; e infine quello con- 
ferito, ai 25 dicembre 1497, da Alessandro VI a 
Bogislavo X, duca di Pommerania, opera di Ange- 
lino di Domenico de Sutri. Delle cerimonie che ave- 
vano luogo nel conferimento dei due stocchi nel 1491 
e 1497, si ha la relazione particolareggiata del noto 
maestro di cerimonie papali Burcardo, mentre di 
quello succeduto a Mantova nel 1460 ci chiarisce 
un passo dei Commentari di papa Pio II stesso. 
Gugl. Bode in un articolo intitolato Bertoldo di 
Giovanni und seine Bronzebildicerke, tratta delle scul- 
ture in bronzo di questo artefice, noto come allievo 
di Donatello e maestro di Michelangelo. Tre delle 
sue opere sono autenticate, sia dall’essere notate 
nell’inventario delle cose d’arte in possesso dei Me- 
dici, sia coll’iscrizione del nome suo inciso su esse; 
e sono l’altorilievo della Battaglia mitologica nel 
Museo nazionale di Firenze, il piccolo gruppo in 





473 


periale di Vienna, e la medaglia del soldano Mao- 
met‘o II. Giudicando dai criteri stilistici di queste 
opere, lo T:chudi poi richiamò pel nostro maestro 
tre altri bronzi del Museo Nazionale di Firenze, 
cioè due placchette del cosidetto Baccanale di putti 
che tirano in un carro il Sileno ubbriaco, e della 
Deposizione di Cristo, e il bassorilievo alquanto più 
grande della Crocefissione, coi santi Girolamo e 
Francesco, oltre le donne a piò della Croce. Attri- 
buiti prima da alcuni a Donatello e Ant. Pollaiuolo, 
da altri ad Agost. di Duccio, essi ora unanime- 
mente vengono riconosciuti come opere di Bertoldo. 
Ora basandosi sulle particolarità della maniera del 
nostro scultore spiccanti manifestamente da tutte 
queste opere, e che il Bode precisa minutamente, 
egli (trascurando a bella posta la questione della 
sua partecipazione ai rilievi dei pergami di $. Lo- 
renzo, asserita dal Vasari) viene ad attribuirgliì 
parecchie altre sculture in bronzo. E sono una 
grande placchetta, nel Louvre, colla Madonna ritta 
in piedi e quattro putti danzanti; tre raffigura- 
zioni di Ercole nel Museo di Berlino, presso il prin- 
cipe di Liechtenstein a Vienna e nel Museo di Mo- 
dena, l’ultima mostrante l’eroe a cavallo; un san 
Girolamo genuflesso e uno schiavo (o mendicante?) 
ritto in piedi, nel Museo di Berlino; infine l’Orfeo 
(o Arione) non finito, del Museo nazionale di Fi- 
renze (v. Arch. stor. dell'Arte, VI, 20). Passando 
poi alle medaglie del maestro, il Bode, oltre le due 
attribuitegli già dall’Armand (il rovescio solo di 
una medaglia finora sconosciuta con un trionfo, e 
quella della Letizia Sanudo) propende a restituirgli 
anche quella della congiura de’ Pazzi, di Filippo 
Medici, arcivescovo di Pisa, e di Ant. Graziadei, 
che tutte mostrano nei loro rovesci rappresenta- 
zioni allegoriche molto analoghe, così nel concetto 


come specialmente nell’esecuzione tecnica e nello 


stile artistico, a quelle delle medaglie incontestate 
di Bertoldo. Finora sulla testimonianza del Vasari 
che asserisce essere opera di A. Pollaiuolo la me- 
daglia sulla Congiura de’ Pazzi, questa e le due al- 
tre sopra mentovate benchè dubitativamente furono 
ascritte al detto artefice, nonostante che poche o 
nessune fossero le aralogie di stile e di lavoro fra 
esse e le sue sculture autentiche. Per quest’ultimo 
motivo invece appare molto più fondata l’attribu- 
zione a Bertoldo. È per corroborarla viene addotta 
dal Bode anche la nota lettera, scritta pochi mesi 
dopo la Congiura dal canonico Guazzalotti di Prato 
a Lorenzo il Magnifico, in cui gli annunzia l’invio 


bronzo di Bellerofunte col Pegaso, nel Museo im- | di quattro medaglie di Bertoldo, fuse dallo scrivente. 


474 


MISCELLANEA 





Essendo escluso ch’esse fossero copie della meda- 
glia di Maometto, eseguita solo due anni dopo, 
pare molto verosimile di ravvisarvi copie della me- 
daglia sulla Congiura, specialmente se si tiene conto 
che il Guazzalotti chiama « cosa immortale » l’opera 
di Bertoldo e che Lorenzo ne avrà affidata molto 
probabilmente l’esecuzione, più che ad ogni altro, 
all’artista che come suo famigliare e consigliere 
viveva nel suo palazzo e: godeva già a quell’epoca 
fama di valente medaglista. 

Il prof. Strzygowski nella sua memoria dal ti- 
tolo: Studien zu Leonardos Entwickelung als Maler 
(Studi circa l’evoluzione pittorica di Leonardo), fa 
in primo luogo l’oggetto delle sue investigazioni 
l'Adorazione nella Galleria degli Uffizi. In contrasto 
all'opinione finora prevalsa, che la metteva fra gli 
anni 1478 e 1481, l’autore vorrebbe assegnarle una 
origine posteriore di ben quindici anni, cioè poste- 
riore alla Cena nel refettorio delle Grazie. Egli do- 
manda se sia plausibile, anzi possibile, l’aver Leo- 
nardo concepito una composizione così drammatica 
e così differente nell’ordinamento da quanto a quel. 
l'epoca era generalmente sanzionato nell’arte fio- 
rentina, sulla base dei principî di composizione 
simmetrica el epica, inaugurata da Filippo Lippi, 
venti anni prima di quella seguita poi nella Cena, 
in cui di nuovo procede secondo i principî di una 
stretta simmetria. La composizione dell’Adorazione 
non gli sembra la creazione titubante, incerta di 
un cominciante, anzi vi vede la legge, conscia del 
suo scopo, di un maestro. Ed allo stesso risultato 
viene egli condotto, considerando la magistrale di- 
stribuzione della luce, ed i contrasti di essa col 
chiaroscuro dell’intonazione generale. Come mai 
questa innovazione di somma importanza non avrebbe 
trovato seguaci nell’arte fiorentina per quasi un 
quarto dì secolo? Adduce poi argomenti positivi per 
assegnare al quadro in discorso una data così tarda, 
come sarebbe il magistrale trattamento del disegno 
dei cavalli in esso, che presuppone gli studi accura- 
tissimi fatti dall’artista non prima della commis- 
sione avuta, a Milano, pel monumento equestre di 
Fr. Sforza; l’ influenza del quadro di Leonardo sulle 
composizioni analoghe dei pittori fiorentini, che non 
si manifesta prima del 1496 (nell’adorazione di Fi- 
lippino Lippi), per attingere al suo apogeo colla 
fine del primo decennio del Cinquecento (nello Spo- 
salizio di S. Caterina al Louvre e al palazzo Pitti 
e nella grande Madonna con santi non finita negli 
Uffizi, tutti di Fra Bartolomeo, come pure in alcune 
figure degli affreschi nelle Stanze vaticane di Raf- 


faello); la necessità di ammettere (come si fa ge- 
neralmente) un certo spazio di tempo fra il conce- 
pimento dello schizzo perl’ Adorazione nella collezione 
Galichon, e fra la sua esecuzione. Sicchè, riassu- 
mendo i suoi argomenti, lo Strzygowski crede esser 
stato concepito il disegno Galichon circa al 1480, 
forse pel quadro della cappella nel Palazzo Vecchio; 
aver il maestro poi nel 1494-1495, quando si trovò 
di passaggio a Firenze, composto e eseguito la 
parte destra del quadro, e non averne compiuta la 
composizione se non un decennio dopo, insieme col 
cartone di Londra, colla Mona Lisa e la battaglia 
di Anghiari, senza però riuscire a finirlo nemmeno 
a questa occasione. Analizza poi lo Strzygowski in 
secondo luogo i pregi della composizione della Ma- 
donna nella grotta, assegnando anch'essa a un pe- 
riodo posteriore, cioè allo scorcio del secolo xv o 
al principio del secolo xvi. Schierandosi egli dalla 
parte di coloro che vedono l'originale nel quadro 
della Galleria nazionale di Londra, e in quello del 
Louvre soltanto una copia (opinione molto oppu- 
gnabile) gli si deve dare ragione, dopo un docu- 
mento scoperto recentemente da E. Motta, di cui 
sì fece menzione anche in questo Archivio (vol. VII, 
pag. 58). In terzo luogo, infine, l’autore esamina 
le opere giovanili di Leonardo, e prima di tutto si 
accinge a rifiutar la supposizione del Morelli, che, 
cioè, nel Battesimo di Cristo del Verrocchio nel- 
l'Accademia delle Belle Arti di Firenze, nessuna 
parte spetti al maestro. L'analisi fina e arguta dello 
Strzygowski ci pare ristabilire l'opinione prevalsa 
finora, anzi di rendere verosimile che all’ infuori 
del primo angelo genuflesso, Leonardo abbia com- 
posto e dipinto anche la parte sinistra del paesaggio, 
e che dopo fu aggiunto dal Verrocchio il secondo 
angelo e la palma che stuona tanto nella bellezza 
del quadro, quest’ultima forse perchè egli riputava 
necessario di dare sul lato sinistro della tavola un 
contrappeso alle rocce imboschite che occupano il 
lato destro. Anche nell’Annunciazione degli Uffizi, 
l’autore scorge, almeno nella Madonna, lo spirito 
di Leonardo, se dinanzi al quadro si resti anche 
persuasi che l'esecuzione in pittura non deriva da 
lui. Forse ci troviamo dirimpetto ad un abbozzo 
impastato dal maestro, terminato più tardi da un 
suo allievo. Manca alla Madonna dell’Annunziazione 
quel mirabile sorriso che Leonardo più tardi sa evo- 
care sulle labbra delle sue donne. In questo riguardo 
sta molto vicino alla Madonna dell’Annunziazione 


‘ 1) ritratto di donna nella Galleria Liechtenstein a 


; Vienna. In esso c'è ancora tanto del Verrocchio 


MISCELLANEA 


che si capisce l’esserlo stato recentemente richia- 
mato pel maestro di Leonardo. Finalmente lo Strzy- 
gowski esamina anche il Cristo risorto, attribuito 
a Leonardo, nel Museo di Berlino, quadro che gli 


pare aver avuto origine, colla partecipazione di’ 


questi, nella bottega del Verrocchio. 

Il dott. E. Steinmann in un suo articolo tratta 
dell’affresco nella Cappella Sistina, che raffigura ìl 
transito degli Ebrei pel mare rosso (Der Durchzug 
durchs vote Mee in der sixt.nischen Kapelle). Non 
approva l’opinione dello Schmarsow, che in oppo- 
sizione coll’attribuzione, finora generalmente accet- 
tata, a Cosimo Rosselli e suoi allievi, propende a 
veder nella parte destra dell’affresco col transito 
proprio la scuola del Ghirlandaio; consente, invece 
con lui nell'attribuire la parte sinistra col gruppo 
di guerrieri, donne e sacerdoti schierati intorno a 
Mosè al pennello di Piero di Cosimo. 

E, per corroborare quest’attribuzione, oltre al 
richiamarsi all’opinione analoga del prof. Venturi, 
egli fa il raffronto stilistico con le opere autenti- 
che del maestro, raffronto che riesce affatto a fa- 
vore della sua tesi. Partendo poi da una notizia 
del Vasari, che dice aver Piero negli affreschi della 
Sistina, da lui eseguiti insieme col suo maestro Co- 
simo, ritratto molte celebrità contemporanee, fra 
cui Virgilio Orsini e Roberto Malatesta (il Vasari 
dice, per errore, Roberto Sanseverino), riesce ad 
identificare nel gruppo intorno a Mosè i ritratti 
di questi personaggi, e, inoltre, anche quello di 
Piero stesso, dipinto in un abito che lo Steinmann, 
giacchè si ripete in tutti i ritratti che i pittori 
degli affreschi nella Sistina lasciarono” da loro stessi 
in queste loro opere, vorrebbe essere appunto quello 
ingiunto dal Papa ai membri dell’Accademia di 
S. Luca, istituita da lui nel 1478. E di più, dalla 
presenza nell'affresco in discorso dei due coman- 
danti dell'esercito papale nella vittoriosa battaglia 


di Campo Morto contro Alfonso di Calabria (22 ago-. 


sto 1482), egli inferisce essere rappresentata nella 
parte destra appunto la sconfitta dei Napoletani in 
modo simbolico sotto l’immagine del transito pel 
Mar Rosso. Per questa supposizione lo Steinmann 
adduce vari argomenti, fra cui il più stringente ci 
parve quello che, mentre in tutti gli altri affreschi 
è strettamente serbato il principio tipologico (se- 
condo il quale, a ogni rappresentazione presa dal 
vecchio Testamento, viene contrapposta sulla pa- 


rete dirimpetto una scena dell’Evangelio che le si : 


connette e forma quasi l'adempimento della pro- 
messa, fatta dalla fede antica, per la fede nuova), 


475 


esso principio non si può rintracciare fra la com- 
posizione in discorso e la Vocazione degli apostoli, 
che le sta dirimpetto. Invece la scena che le avrebbe 
corrisposto nella storia della fede antica, cioè la 
Vocazione di Mosè, si trova raffigurata con altre 
sel (numero straordinario di accumulazione di scene 
in un solo affresco) nella composizione del Botti- 
celli, attigua alla nostra. Tutto ciò si spiega se, 
con lo Steinmann, supponiamo l’essere stato per 
ordine espresso del Papa, che volle immortalizzato 
l'avvenimento politico più fausto del suo reggimento 
sulle pareti della sua cappella privata, intercalata 
la rappresentazione della battaglia di Campo Morto 
nella serie degli altri affreschi, appunto quando si 
era nel mezzo lavoro della loro esecuzione, il che 
naturalmente non potè esser effettuato senza de- 
trimento pel carattere unitario di tutto il ciclo e 
per l’equilibrio fra il numero delle scene accumu- 
late in ogni singolo affresco (vedi più sopra). Così 
sì spiegano diverse particolarità, che altrimenti, in 
una raffigurazione del Transito, parrebbero strane, 
per esempio la pioggia che si versa a dirotta sugli 
Ebrei, di cui non si fa menzione nelle sacre storie, 
ma che si sa aver cagionato a Campo Morto l’esito 
favorevole per l’esercito papale; l’..stia e il calice 
nelle mani di due dei compagni di Mosè, che non 
hanno nulla da fare in una rappresentazione del 
Transito, sono invece al loro posto dove si trattava 
della glorificazione della vittoria della causa giusta 
della Chiesa. E che non vediamo ritratti il duca 
Alfonso e i suoi generali nelle persone di Faraone 
e dei suoi seguaci, ciò si spiega come segno di 
savia moderazione da parte di papa Sisto, ritenendo 
egli poco convenevole di far raffigurare il figlio ed 
erede del potente re di Napoli sotto la immagine 
di Faraone annegato nelle onde. 

Adolfo Goldschmidt (Die Favara des Kònigs Ito- 
ger von Sicilien) ricostituisce dalle notizie di scrit- 
tori contemporanei e posteriori, e dagli avanzi esi- 
stenti, la immagine della Favara, palazzo e luogo 
di delizie costrutto intorno al 1153 nelle vicinanze 
di Palermo da re Ruggiero. Ora, le sue mura su- 
perstiti sono occupate da casupole dei paesani; ne 
resta però abbastanza da poterne reintegrare la 
pianta dell’edifizio, e almeno nei tratti essenziali 
anche il suo prospetto esterno. Era una di quelle 
costruzioni di stile arabo-normanno, di cui nella 
Cuba e Ziza ci sono rimasti ben conservati esempi. 
Anche sotto i successori di Ruggiero, la Favara, 
coi suoi giardini e piantagioni di palme, si conservò 
intatta, finchè, nelle guerre fra gli Aragonesi e gli 


476 


MISCELLANEA 





Angiovini nel 1318 e 1325, fu devastata, e nel 1329, 
da Federigo Il d'Aragona, ceduta all’ordine teuto- 
nico. Con questo cambiamento di possessore mutò 
anche destinazione: d’ora in poi, essendo stata tra- 
mutata all’uopo, servì di baluardo contro le ripe- 
tute incursioni dei nemici e decadde poco a poco 
sempre più, finchè le sue rovine furono utilizzate 
nel secolo presente da una nuova generazione pei 
suoi bisogni. 

L'ultimo contributo del presente volume, dovuto 
al prof. Ricc. Foerster, tratta della Farola di Amore 
e Psiche nella letteratura ed arte anteriori a Itaf- 
faello. Finora si credeva che prima di questi e del 
Firenzuola (tradutture delle Metamorfosi di Apulejo) 
essa fosse stata poco o punto conosciuta. Indagini 
recenti, invece, hanno stabilito che — in quanto 
riguarda la sua utilizzazione letteraria — molti 
erano, fra cui Tertulliano, Marciano Cappella e il 
vescovo Zeno di Verona, che la conoscevano già 
nei primi secoli cristiani, e che nella letteratura 
inglese e francese del medioevo se ne trovano pa- 
recchie redazioni. In Italia, il Boccaccio aveva in- 
corporato nella sua Genealogia Deorum una tradu- 
zione quasi letterale della favola di Apulejo, e 
Matteo Bojardo poi tradusse le Metamorfosi per 
intiero. E così, anche prima di Raffaello, il Gior- 
gione, in un ciclo di dodici tavole, aveva raffigu- 
rato la favola in discorso. Esse sono perite, e non 
si conoscono se non dalla descrizione del Ridolfi. 
Dalla quale si vede che il pittore si era molto più 
strettamente attenuto al testo di Apulejo — giac- 
chè, come il nostro autore rende probabile, fu que- 
sta, e non la traduzione del Bojardo, che gli servì 
di guida per le sue composizioni — che non fecero 
dopo lui Raffaello e Giulio Romano, legati a ri- 
guardi per lo spazio in cui dipingevano i loro af- 
freschi. Nulla indica l'aver Raffaello avuto cogni- 
zione del ciclo di Giorgione. Ma già, prima di 
questi, a Firenze si era fatto l'esperimento di una 
rappresentazione pittorica della favola, e cioè in 
due tavole di cassoni, che apparvero per primo in 
pubblico all’esposizione della New Gallery di Lon- 
dra nel 1894, e furono dai conoscitori aggiudicati a 
due maestri anonimi, di cui l’uno si tradisce in- 
fluenzato dal Rosselli e Botticelli, l’altro invece da 
Filippino Lippi. Le due tavole, in quanto al conte- 
nuto, sono identiche, meno una sola scena delle 
quindici in cui il soggetto fu dipartito dai suoi au- 
tori. Dalla descrizione, corredata della fototipia di 
una delle due tavole, che ne dà il Foerster, si ri- 
conosce come fonte esclusiva e unica di ambedue 





le raffigurazioni la redazione data dal Boccaccio al 
testo di Apulejo. Tutte le altre illustrazioni figu- 
rative della nostra favola sono posteriori a Raf- 
faello. Attenendosi ai limiti prefissi pel presente 
suo studio, il nostro autore non entra a trattarne 
in particolare. Si contenta per ora di enumerarle 
soltanto, e sono i trentadue disegni di Michele di 
Coxcyen, intagliati in rame dal maestro del dado e 
da Agost. Veneziano (furono essi nel 1545 utiliz» 
zati, con cambiamenti e aumenti, nei quaranta- 
cinque disegni che il Rosso fornì a Bernardo Pa- 
lissy per vetri colorati); le rispettive incisioni in 
legno, undici in numero, che trattano soggetti della 
nostra favola, nell’edizione veneziana dell’Asino 
d’oro di Matteo Bojardo, stampata nel 1526 dal 
Zoppino; i diciassette intagli in legno del Schei- 
felin per l’edizione ted»sca di Apulejo, pubblicata 
nel 1538 da Giov. Sieder a Augsburgo, e final- 
mente le cinque incisioni in legno nella traduzione 


francese del Louveau, stampata nel 1579 a Lione. 


x 
* %* 


Suppliamo ad una nostra omissione, accennando 
a parecchi studi sull’arte italiana, che furono pub- 
Llicati nelle ultime quattro annate della Zeitschrift 
fiir christliche Kunst (Rivista d’arte cristiana), che, 
sotto la redazione del canonico Aless. Schniitgen 
di Colonia, si stampa a Diisseldorf, ed è ormai 
giunta all’ottavo suo volume. Nell’annata 1892 
(vol. 5) il prof. C. Justi, in un articolo intitolato: 
Die hh. Maria Magdalena und Agnes von  Itibera 
unil Giordano, rivela in un quadro di possesso pri- 
vato a Bonn una riproduzione con parecchie alte- 
razioni della celebre « Estasi della Santa Madda- 
lena » del Ribera nell'Accademia di San Fernando 
a Madrid, e ne riconosce come autore Luca Gior- 
dano « fa presto ». Viene poi a discorrere, in ge- 
nerale, dell’ infuenza che il Ribera esercitò su 
Giordano, e in fine rettifica un errore di denomi- 
nazione incorso nella rinomata tavola del Ribera 
nel Musco di Dresda. Mentre la Santa eftigiatavi 
si riteneva essere Santa Maria Egiziaca, il Justi 
dimostra ch’essa rappresenti Sant'Agnese, e segna- 
tamente quella scena della sua leggenda, quando, 
condannata a essere tutta nuda rinchiusa in un 
lupanare, la Santa da angeli viene vestita di una 
stola candidissima. Il P. Stefano Beissel, in un 
articolo dal titolo: Die Erzthiire und die Fagade 
ron S. Zeno zu Verona (La porta di bronzo e la 
facciata di San Zeno a Verona), dà un’apprezza- 
zione dal punto di vista iconografico ed estetico dei 


MISCELLANEA 


| rilievi di cui vanno ornate la porta e la facciata 
di questa antichissima chiesa. Nei bassorilievi della 
prima egli ravvisa quattro diverse mani, ch'egli 
addita spiegando le singole rappresentazioni di cuì 
sì compone l’opera, e che sono prese dal Vecchio 
e dal Nuovo Testamento e dalla leggenda del Santo 
titolare. Un certo numero di questi bassirilievi ven- 
gono, inoltre, dall'autore attribuiti alle porte late- 
rali, di cui si sa che esistevano sull’antica facciata 
prima della sua ricostruzione che le diede la sua 
forma odierna. In quanto allo stile, egli in esso, 
come anche nel fare tecnico, non trova nessuna 
traccia d’influsso bizantino, anzi inclina a vedervi 
influenze tedesche, il che non gli pare strano, sa- 
pendosi che gl’imperatori tedeschi dei secoli x, xI 
e xrr erano larghi di privilegi e donazioni verso 
l'antica chiesa veronese. Passando poi ai bassorilievi 
della facciata, ne spiega il significato e rivela il 
parallelismo tipologico che vi si trova impiegato. 

Nell’annata del 1893 il prof. C. Justi, in un arti- 
colo dal titolo: Studien aus der historisch-europtiischen 
Austelluny zu Madrid, ci fa conoscere due quadri 
del Moretto, i quali rappresentano la Sibilla eritrea 
e il Profeta Isaia, ed essendo dipinti su tavole di 
legno sembrano essere appartenuti a un trittico 
o come coperchi a un organo. Conservali, sotto la 
denominazione di « scuola fiorentina », fra i tesori 
pittorici dell’ Escoriale, essi furono nel 1893 esposti 
nell'esposizione storica-europea a Madrid, ed in 
questa occasione, visti ed. identificati come lavori 
del Moretto, dal Justi. Ed invero, giudicando solo 
dalle fototipie aggiunte all'articolo in discorso, 
questa identificazione, a chi ha una conoscenza 
alquanto più intima del maestro, deve parere molto 
persuadente. Il P. Stefano Beissel dedica uno studio 
minuto ai mosaici di San Marco a Venezia (Die 
mattel alterlichen Mosaiken von San Marco eu Ve- 
nedig) dal punto di vista del loro nesso icono- 
grafico, dello stile e dell’epoca della loro origine, 
limitandosi però ai soli musaici medioevali. Dagli 
statuti veneziani, scritti sul principio del secolo xt, 
appare che a quel tempo non esisteva una sola 
grande scuola di musaicisti, che avrebbe eseguiti 
i lavori di questo genere per San Marco; anzi vi 
erano singoli maestri che lavoravano ognuno aiu- 
tato da due o più garzoni. E per conseguenza non 
è escluso che alcuni di loro seguissero il gusto e 
lo stile occidentale, altri quello orientale, e che 
perfino fra loro ci fossero anche maestri bizan- 
tini. A questa circostanza corrisponde il carattere 


477 


l'atrio esso deriva dall’arte occidentale, senza però 
escludere forti influenze bizantine; i musaici del 
battisterio tradiscono un regresso sorprendente da 
uno stilo che arieggia fortemente il gotico, a una 
maniera arcaistica e bizantina. Quest'ultima si fa 
palese, più che in tutti gli altri musaici della chiesa, 
in quelli delle cinque cupole della nave principale 
e sulle pareti della crociera, in quanto essi non 


abbiano perduto il loro carattere originario in con- 


seguenza dell'incendio nel 1419, che necessitò il 
loro rinnovellamento. L'autore, del resto, non pre- 
tende di aver risolto l'ardua questione, la quale 
si è accinto a trattare; sarebbe contento se avesse 
potuto apportare qualche contributo modesto a 
questo scopo. Federico Deneken (Thonaltar des 
Giovanni della Robbia) tratta di un bell’altare di 
terracotta invetriata, di proprietà privata, a Co- 
lonia, che porta la data 1523 e si palesa come una 
ripetizione più semplice della parte centrale del ta- 
bernacolo delle Fonticine di Giovanni della Robbia, 
del 1522, che si trova nella via Nazionale a Firenze. 
La fototipia che accompagna l’articolo non ne lascia 
alcun dubbio. 

L’annata del 1894 reca un pregevole contributo 
del P. Stef. Beissel, sulle tende ricamate e tessute 
nelle chiese romane nella seconda metà dell’vin e 
nella prima del rx secolo (Gestickte und gemebte 
Vorhiinge der ròmischen Kirchen in der eiceiten Hiilfte 
des VIII. und în der ersten Htilfte des IX. Jahrhun- 
derts). Giovandosi delle indicazioni, che per questo 
periodo (dall’elezione di Zaccaria nel 741 fino alla 
morte di Nicolò I nell’867) si trovano abbondanti 
nel Liber pontificalis, del bibliotecario Anastasio, 
il nostro autore tenta di dare un’imagine delle ric- 
chezze delle chiese di Roma in questo rapporto. 
Parla dei luoghi e del modo in cui questi tappeti, 
ossia tende, nelle chiese, erano sospesi; constata 
che le tende che separavano la nave principale da 
quelle laterali, erano ritirate mentre si faceva la 
predica e si leggeva l’evangelio e l’epistola, affinchè . 
i laici, a cui era vietato l’accesso nella nave prin- 
cipale, potessero vedere e sentire il predicatore o 
lettore; stabilisce che, in quanto alla qualità, si 
distingnevano coperte (pallea, mafortes) e tende 
(vela), le prime adoperate per coprire altari, mense, 
sepolcri dei santi, le seconde per essere sospese 
intorno all’altare, tra le colonne del ciborio, da- 
vanti all'arco di trionfo e fra le colonne dell’en- 
trata nel coro, sulle pareti di quest’ ultimo, dietro 
i sedili del vescovo e dei sacerdoti, fra le navi 


stilistico delle opere in questione. Pei musaici del- | mediane e laterali, e davanti alle porte della chiesa, 


Archivio Storico dell’Arte, serie 28, anno II, fasc. VI. 


19 


478 


della sacrestia, ecc. In quanto al materiale, le tende 
erano di lino, di seta e mezzo lino, mezza seta, ed 
avevano un guernimento per lo più di porpora o 
d’oro (aurifrigium), cucito non solo sul lembo ma 
anche per tutta la stoffa. Spesse volte erano anche 
ornate di gioielli e di scene figurative ricamate, 
raffiguranti episodi della vita del Redentore, della 
Vergine, degli Apostoli e dei Santi. Ed è curioso 
. che il ciclo iconografico, sul principio del secolo 1x, 
conteneva già quasi tutti i soggetti che riscon- 
triamo poi nei secoli x e xi. Di tappeti destinati 
a coprire il suolo non si fa menzione in nessun 
luogo del Liber pontificalis, i ricchi mosaici dei 
pavimenti, di lavoro commesso, ne rendevano su- 
perfluo l’uso. Come luogo di origine di queste stoffe, 
la fonte testè accennata nomina Napoli, la Spagna, 
Alessandria, Tiro, la Siria e Costantinopoli. Il co- 
stume di servirsi di tappeti e tende nell’interno 
delle chiese, non si è spento, probabilmente, mai 
più nell’Occidente. Gli arazzi che Leone X e Cle- 
mente VII, dietro i cartoni di Raffaello e dei suoi 
discepoli, fecero tessere nella Fiandra, sono gli ul- 
timi, e nello stesso tempo, anche più splendidi te 
stimoni dell'uso che si faceva di questo genere di 
decorazione per le chiese. 


* 
* * 


Pensieri dettati tanto da profonda erudizione 
teologico-liturgica, quanto da intelligenza fina pei 
quesiti di ogni opera d’arte, svolge il canonico 


dott. Federico Schneider, in un suo studio dal ti- | 


tolo: « Appunti teologici riguardo a Raffaello » 
(Theologisches zu Raffael), pubblicato nella rivista 
Der Katholik (Magonza, fasc. I, del 1896). Si tratta 


della spiegazione del concetto di due delle immor- | 


tali creazioni dell’Urbinate, la prima e l’ultima 
ch’egli ebbe a dipingere a Roma, cioè la Disputa 
e la Trasfigurazione. Nella prima, dietro il parere 
dei più autorevoli biografi di Raffaello, fra cui 
anche lo Springer, è rappresentata « La chiesa dispu- 
tante e trionfante ». Ma questa interpretazione, se- 
condo il nostro A., non coglie il pensiero dell’artista 
e non abbraccia tutto il contenuto dell’affresco. Il 
centro di quest'ultimo, invece, è il mistero della 
Eucaristia, e ciò si tradisce dall'ordinamento ma- 
teriale della composizione, in cui appunto l’osten- 
sorio col santissimo Sacramento occupa il posto 
principale nel mezzo della rappresentazione. L' Eu- 
caristia non è soltanto il complesso dei misteri 
della fede cristiana, il fuoco della vita cristiana; 
essa è anche il misterioso anello di congiunzione 





MISCELLANEA 


fra la chiesa di qua giù e fra quella di al di là. 
È per ciò che l’artista ha assegnato all’ostensorio 
quel posto centrale e soprastante a tutta la corona 
di Santi, rappresentanti dell’apostolato, della scienza 
sacra e dell’arte. Lo Spirito Santo, che si libra 
sopra l’ostensorio, simboleggia il mediatore fra il 
Cristo eucaristico, incarnato nell’ostia, e l'umanità 
trasfigurata del Salvatore, raffigurata nella parte 
superiore dell’affresco, in mezzo al coro dei Beati. 
L'identità dell'umanità trasfigurata del Salvatore 
sulla terra e nel cielo è dunque l’idea che dà 
l’unità alle due parti della composizione. Giù è la 
fede, l’adorazione, il desiderio accanto al dubbio; 
in alto è il guardare e gioire beato: la santa uma- 
nità di Cristo, la corona di tutte le opere di Dio, 
congiunta colla divinità in unione misteriosa, bea- 
tifica, piena di grazia. 

Riguardo al quadro della ‘Trasfigurazione, il no- 
stro autore accenna anzitutto che papa Calisto III, 
per commemorare e per ringraziare la vittoria de- 
gli eserciti cristiani, riportata a Belgrado ai 14 e 
21 luglio 1456, sui Turchi, aveva ordinato di do- 
versi, d’ora in poi, celebrare la festa della Trasfi- 
gurazione del Signore, nella messa e nel breviario, 
al giorno 6 d’agosto. Questa festa così venne in- 
nalzata a festa della vittoria del cristianesimo sulla 
mezza luna, e certamente sarà stata ricordata ogni 
volta che si affacciava di nuovo il pericolo della 
crescente potenza dei Musulmani. Ora, è da notare 
che appunto al tempo quando Raffaello ebbe la 
commissione di dipingere la Trasfigurazione, nel 
1517, le scorrerie tremende dei pirati barbari in- 
furiavano sulle spiaggie del Mediterraneo e nomi- 
natamente nel golfo di Lione. Per una città di 
quest’ultimo, la già potente Narbona, era destinato, 
dal suo vescovo, card. Giulio de’ Medici, il quadro di 
Raffaello, e perciò non fa meraviglia ch’egli avesse 
prescelto, come soggetto della rappresentazione, la 
scena che ai fedeli ricordasse la festa istituita in 
memoria di una vittoria decisiva sulle armi turche. 
Così Raffaello, nel suo quadro, creò, non solo una 
raffigurazione ideale presa dalla storia della salva- 
zione del genere umano, ma connesse pure la sua 
suprema creazione coi sentimenti più intimi e più 
dolorosi del mondo cristiano d’allora. La sua opera 
era destinata a recare consolazione alla devozione 
dei fedeli, a servir loro quasi da santo baluardo 
contro i nemici del mondo cristiano. Il nesso della 
festa liturgica della trasfigurazione col contenuto 
del quadro in discorso viene, inoltre, dimostrato 
da una circostanza ulteriore. I due diaconi, che 


MISCELLANEA 


sull’orlo sinistro della parte superiore del quadro, 
si vedono ginocchioni, si credono essere i santi Giu- 
liano e Lorenzo, patroni del padre e patroni del 
committente, erroneamente però, giacchè non è esi- 
stitu mai un diacono del nome del primo santo, 
ed è. affatto inusitato che i patroni di tali persone 
siano stati raffigurati in un quadro colla cui dona- 
zione quelle non avevano nulla da fare. Il nostro 
autore vi vede, invece, i diaconi Felicissimo e Aga- 
bito, poichè la !oro festa, insieme a quella del santo 
martire papa Sisto II e di parecchi suoi suddia- 
coni martirizzati con lui, cadeva appunto il 6 agosto. 

Nelle due chiese romane, dove riposano le ossa 
di questi martiri, Ja memoria di papa Sisto e suoi 
compagni restò inalterata; pel resto del mondo cat- 
tolico però alla festa nuovamente creata della tras- 
figurazione fu soltanto unita la memoria dei santi 
martiri diaconi Felicissimo e Agabito. Essi, dunque, 
d’allora innanzi, erano strettamente legati con la 
celebrazione liturgica della festa della trasfigura- 
zione, ed è a questa preferenza che si deve la loro 
glorificazione nel quadro di Raffaello. Si può, se- 
condo l’opinione dello Schneider, supporre che, inol- 
tre, anche la dignità ecclesiastica del committente 
Giulio de’ Medici, cardinale diacono, prima di $. Ma- 
ria in Domnica e poi di S. Lorenzo in Damaso, 
sia stata la cagione che i due martiri diaconi fos- 
sero dipinti nel quadro. Il committente avrebbe vo- 
luto dare espressione al suo personale merito, in 
quanto all'origine dell’opera, soltanto coll’avervi 
fatto raffigurare i rappresentanti del proprio or- 
dine cardinalizio, invece, come dai committenti ge- 
neralmente si usava fare, ìl suo santo patrono. In 
quanto poi alla cagione che avrebbe indotto Raf- 
faello a connettere con la scena della trasfigura- 
zione nella parte superiore del quadro quella del 
giovane indemoniato nella parte inferiore, il nostro 
autore la trova nel significato che la liturgia dà 
alla trasfigurazione: in essa ella vede la integra- 
zione del rapporto fra Iddio e gli uomini, alterato 
dalla caduta nel peccato; vi vede la liberazione 
della natura umana da tutti i ceppi inflittile dal 
peccato originale e dalle sue conseguenze. Nel qua- 
dro, ora, il giovane indemoniato rappresenta ap- 
punto queste conseguenze, cioè il dominio eserci- 
tato dal demonio sulla natura umana. Nello stesso 
tempo la soggezione di una creatura personalmente 
priva di peccato, come il giovane, alla potenza del 
nemico di Dio e del genere umano simbolizza il 
giogo tremendo imposto alla cristianità pel nemico 
suo capitale, il Turco. Ma Cristo, nella sua uma- 


479 


nità trasfigurata, vittore sull’ inferno e sul peccato, 
apparisce come liberatore da tutte le conseguenze 
del peccato: in pari modo egli reca consolazione 
o speranza al povero indemoniato e a tutti coloro 
che tremano dalle orde imminenti dei Maomettani. 


* 
* *% 


Fra le memorie che compongono il volume XVI 
(1895) del Jakrbuch der Kunsthistorischen Sammlun- 
gen des òsterreichischen Kaiserhauses (Annuario dei 
Musei imperiali austriaci), parecchie riguardano 
l’arte italiana. Il direttore di quei Musei, Alberto 
Ilg, in un articolo intitolato: Das Neugebiude bei 
Wien (Il Palazzo nuovo presso Vienna) descrive 
una creazione dell’imperatore Massimiliano II, poco 
nota, e che ora, servendo da lungo tempo come 
magazzino di polvere e altri preparati esplosivi, è 
assolutamente inaccessibile. Era una villa impe- 
riale di grande estensione, situata a poca distanza 
da Vienna, vicina alle rive del Danubio, che l’im- 
peratore aveva cominciato a far costruire circa il 
1565, servendosi allo scopo di artisti italiani, fra 
cui probabilmente furono gli architetti (i documenti 
non parlano abbastanza chiaramente in questo ri- 
guardo) Sallustio Peruzzi, Pietro Ferrabosco, Giulio 
Turco, Ottavio Baldegora, gli scultori Antonio Po- 
stica, di Genova, Giuseppe da Vico, Giovanni da 
Monte, e il pittore Giulio Licinio Pordenone. Dello 
sfarzo spiegatovi oggidì funno testimonianza sol- 
tanto parecchie raffigurazioni conservate in inci- 
sioni dei secoli xvir e xvi, giacchè sul luogo stesso 
ogni vestigio di esso è da lungo tempo sparito, e 
ora non restano se non le mura castellane, essendo 
tutto il resto stato alterato, per non dire rovinato, 
in seguito all'uso sopraccennato a cui gli edifizi 
furono rivolti nel secolo passato, dopo aver servito 
già prima per qualche tempo da serraglio per le 
belve. 

Il ben noto dotto conservatore dei Musei im- 
periali, dott. Julius v. Schlosser, in una delle sue 
solite succose ed erudite memorie, tratta di un co- 
dice veronese miniato e dell’arte cortigiana nel se- 
colo xiv (Ein veronesisches Bilderbuch und die hò- 
fische Kunst des XIV Jahrhunderts). Quel codici: 
è un taccuino della famiglia veronese dei Cerruti, 
conservato nel Museo di Vienna, e che contiene la 
traduzione latina dello scritto di un medico arabo 
del secolo x, di nome Albochasim, intitolato: Ta- 
cuinum sanitatis in medicina, e composto d’un trat- 
tato d’igiene popolare, illustrato da copiose tavole 
miniate. Lo stile di queste miniature è quello. del- 


480 


l’antica scuola veronese della seconda metà del 
Trecento, e ciò viene confermato anche dallo stemma 
dei Cerruti sul foglio 3°, e dalla bandiera rappre- 
sentata nello stesso luogo, che è quella del Co- 
mune di Verona prima dell'occupazione veneziana 
nel 1405. È, dunque, probabile che il codice sia 
stato scritto a Verona al tempo degli ultimi Sca- 
ligeri. Sul retto e verso di 107 fogli vi sì trovano 
rappresentate diverse piante medicinali e di uso 
comune (come le diverse specie di biade, di frutta), 
prodotti alimentari (cacio, burro, latte, sale, pane, 
ova), animali e loro singole parti, che servono di 
nutrimento, generi da bere (acqua, vino, olio nelle 
diverse loro specie), e poi anche le quattro sta- 
gioni dell’anno, i quattro venti principali, alcune 
virtù e vizi umani, e parecchi mestieri. Ognì mi- 
niatura è animata da alcuni personaggi in mezzo 
a paesaggi o in ambienti architettonici, raffigurati 
in varie occupazioni che hanno più o meno rap- 
porto coi rispettivi soggetti principali a cui si ri- 
ferisce la composizione della miniatura. Nell’ese- 
cuzione si scorgono due artisti, uno migliore dell’altro. 
Ambedue appartengono alla scuola di Verona, che 
ebbe principio dall’Altichiero e che sviluppò e tras- 
formò in modo così particolare lo stile giottesco. 
Tanto nella scelta del soggetto, quanto nello stile 
schiettamente realistico, il nostro codice tradisce 
la sua origine dall’ Italia settentrionale, ed in que- 
stà sua particolarità non potrebbe immaginarsi 
essere stato concepito, per esempio, in Toscana. 
Siccome tutte le scene sono tolte dalla vita reale, 
non c'è convenzionalismo nei loro motivi affatto 
ingenui e naturalistici. I miniatori, messi dinanzi 
al problema di raffigurare la vita e la natura an- 
che nei particolari minuti fedelmente e in modo 
facilmente riconoscibile, hanno adempitoy al loro 
lavoro non senza abilità. Non avendo modelli an- 
teriori da seguire, erano costretti di osservare e 
ritrattare strettamente la natura e la vita quoti- 
diana. L'invenzione e la composizione è, dunque, 
con poche eccezioni, il loro merito esclusivo. È, ad 
enta dell'origine orientale del testo, la vita dipinta 
nelle miniature è affatto italiana. Ciò che è ancora 
poco sviluppato nelle rappresentazioni è la pro- 
spettiva e il paesaggio. Vi si trova una predile- 
zione, del resto caratteristica, per l’arte veronese, 
di coprir la terra di erbe e dì fiori, e di fare spic- 
car le figure da cespugli e da siepi dense guarnite 
di fiori. È il concento novellistico che domina nel 
taccuino dei Cerruti, non quello però del Decame- 


rone, cortigiano, ma piuttosto quello proprio alle 


MISCELLANEA 


___—_—_——__m—m—___—_——TmT—T6m—PT—m—P—————————_———Ty_c____—_—< __——_————————————— e ___— _——_ e n — — —"_T— 


Novelle del Sacchetti coll’ambiente loro borghese e 
da filistei, essendo il rappresentare questi circoli 
nella letteratura e nell’arte in generale caratteri- 
stico per la seconda metà del Trecento. Cionono- 
stante il nostro codice appartiene al cerchio del- 
l’arte cortigiana, non soltanto per cagione delle 
sue rappresentazioni di vita signorile, di cacce, di 
divertimenti cavallereschi, di scene d'amore, di danze 
e di canto; anche le scene di vita quotidiana po- 
polare si sono sviluppate in questo cerchio, e prin- 
cipalmente per opera dei miniatori che avevano 
da fornire per le biblioteche di principi e nobili 
simili taccuini, calendari, enciclopedie, ecc. 

Nella 2* parte della sua memoria lo Schlosser 
prende a trattare in particolare sull'arte cortigiana 
del secolo xiv nei principali paesi d’ Europa. Rias- 
sume prima, avendo riguardo anche all’ iconografia 
dei soggetti trattati, quanto di ricordi figurativi di 
essa in Francia, Inghilterra, Spagna e Germania 
ci è stato conservato nelle relative raffigurazioni 
di affreschi, tappeti, avorîi e miniature, per dimo- 
strare la preponderanza, anzi l’imperio assoluto 
che sull’evoluzione dell’arte in discorso esercitò 
per la sua coltura superiore e pei suoi costumi 
raffinati la Francia. Ivi i principî dell’arte corti- 
giana si sviluppano già nella prima metà del Tre- 
cento, tanto nelle miniature quanto negli avori, 
prendendo l’esempio dalla vita nei castelli dei 
grandi, che si passava in divertimenti cavallere- 
schi e galanti, e perciò più e prima che altrove 
poteva fornire l’occasione di far nascere l’arte cor- 
tigiana. Essa, malgrado le guerre continue coll’ In- 
ghilterra, poi, trovò alla fine del secolo xiv e sul 
principio del xv, tanti e generosi protettori nei re 
Carlo V e VI, e soprattutto nel duca di Berry e 
nei duchi di Borgogna. Delle sue testimonianze 
nelle pitture murali dei castelli nessuna si è con- 
servata, sicchè per formarcene un’idea siamo co- 
stretti a ricorrere ai testi letterari che ne descri- 
vono parecchie. Le pitture in discorso, però, non 
erano che un surrogato agli splendidi tappeti e 
arazzi coi quali si adornavano le mura e sui quali 
erano tessute scene storiche, allegoriche, giuochi 
cavallereschi, illustrazioni di racconti piacevoli ed 
amorosi. Anche le mobilie grandi e piccole erano 
adornate di rilievi con simili rappresentazioni, e 
in primo luogo le miniature dei codici della poesia 
cortigiana, come il Romanzo della Rosa, ed altri, 
fornivano ricca occasione al manifestarsi dell’arte 
in questione. — Passando poi il nostro autore le 
Alpi, osserva anzitutto che l’Italia settentrionale, 


Sour Luxtt 


ne ee I NAVE I n O TRI IL cri 


MISCELLANEA 481 


in quanto alle emanazioni dell’arte cortigiana, era 
soggetta affatto all'influenza francese, il che trova 
la sua spiegazione, oltre al sito geografico, nell’a- 
nalogia della situazione politica e sociale, cioè 
nella preponderanza del dominio di tiranni più o 
meno potenti nelle sue singole città. Accenna poi 
agli avanzi più o meno sciupati, che di prodotti 
dell’arte cortigiana si sono fin’oggi conservati negli 
affreschi di parecchi castelli del Piemonte, nei ca- 
stelli ducali di Pavia e Milano, nel palazzo Bor- 
romeo di quest’ultima città, e nella cappella della 
regina Teodolinda, nel Duomo di Monza, per esten- 
dersi con più particolari su i monumenti del ge- 
nere in discorso, che ebbero origine dall’Altichiero 
e la sua scuola a Verona, centro dell'evoluzione 
pittorica di quell’epoca, e a Padova. Soltanto da 
relazioni letterarie si ha conoscenza sugli affreschi 
di soggetti dell’arte cortigiana, di cui l’ultimo degli 
Scaligeri, Cansignorio, fece ornare da Altichiero e 
Jucopo d’Avanzo alcune sale della sua residenza, 
e parimenti nulla è stato conservato delle pitture 
di medesimo genere eseguite dagli stessi maestri 
e dal Guariente nel palazzo dei Carrara a Padova. 
Ma si sa che anch'esse traevano i loro soggetti in 
parte dai modelli tradizionali dell’arte francese e 
in parte seguivano le indicazioni date dal libro: 
De viris illustribus del Petrarca. Di questi ultimi 
affreschi restano copie — secondo la scoperta molto 
attendibile dello Schlosser — in un codice miniato 
del Trecento, nella Biblioteca granducale di Darm- 
stadt, contenente una versione italiana del sopra- 
detto libro. Il foglio di titolo è adornato dall’alle- 
goria della « Gloria » circondata dai grandi uomini 
del passato. La stessa allegoria sì trova rappre- 
sentata, con qualche alterazione, in due altri co- 
dici dello stesso libro nella Biblioteca nazionale di 
Parigi (una è riprodotta nel Miintz: Mistoire de la 
Itenaissance, I, 229), e corrisponde esattamente, 
come dimostra il nostro autore, alla descrizione 
che il Boccaccio nella sua « Amorosi visione » fa 
dell'affresco della « Gloria » nella sala grande del 
Castello d'Amore. Sul verso del medesimo foglio 
di titolo è raffigurato il Petrarca nel suo studio 
meditando e scrivendo, — e questa miniatura è una 
copia fedele del suo ritratto esistente nel fregio 
della grande sala del palazzo dei Carrara (ora Bi- 
blioteca dell’ Università) a Padova, il quale benchè 
non anteriore al principio del Quattrocento occupa 
il posto ed è molto probabilmente una copia del 
ritratto originale dipintovi dall’Altichiero e Avanzo. 
Le altre miniature del nostro Codice rappresentano 


scene della Storia romana, effigiate nel modo di 
vedere e nel costume del Trecento. Giudicando 
dietro i campioni che ne pubblica lo Schlosser, 
esse mostrano infatti lo stile dell’Altichiero nel- 
l'osservazione ingenua della vita contemporanea, 
nelle larghe forme, nel carattere dell’architettura 
e via dicendo. — Nella terza parte del suo lavoro, 
il nostro autore prende ad indagare il nascere del 
nuovo stile realistico del Quattrocento, il cui rap- 
presentante principale a Verona e in tutta l’Italia 
settentrionale fu il Pisanello. I suoi germi giace- 
vano già nell’arte del Trecento cadente, e appunto 
l’arte cortigiana gli fornì i più fecondi impulsi; 
soltanto il suo carattere sociale subì un cambia- 
mento, inquanto ora all’arte cortigiana si sostituì 
quella borghese, come anche nella storia politica 
quell’epoca si segnala per lo sviluppamento e il sor 
gere della borghesia nelle città. Lo Schlosser, con 
grande conoscenza e fine discernimento del mate- 
riale monumentale, rivela quei germi del nascente 
realismo negli affreschi dell’Altichiero ed Avanzo, 
accentuando sempre il loro carattere in questo ri- 
guardo affatto diverso dalle creazioni sincrone della 
scuola di Giotto in Toscana, e rilevando le ana- 
logie fra loro e le pitture del Pisanello, che rap- 
presentano quasi un grado più perfetto e progre- 
dito dei loro tentativi realistici. Chiude l’autore il 
suo studio con alcune pagine di considerazioni ge- 
nerali sul contrasto del carattere dell’arte medio- 
evale e di quella del Rinascimento, che fanno te- 
stimonianza della profonda erudizione e della facoltà 
di acuta penetrazione, pei quali si distingue il pre- 
sente, come in generale ogni suo lavoro. 

In uno studio molto, forse troppo disteso per 
essere pubblicato in un Annuario, giacchè riempie 
133 p'gine di formato in-4 massimo, il dottor H. 
Dollmayr tratta della bottega di Raffaello (Rafaels 
Werkstaette), cioè delle opere eseguite in parte o 
del tutto dagli scolari dell’ Urbinate, dietro le sue 
composizioni. Combattendo la favola, propagata 
dal Vasari, dei cinquanta e più discepoli del maestro, 
il nostro autore non ammette come veri suoi al- 
lievi se non quattro: Giulio Romano, G. Fr. Penni, 
Perin del Vaga e Giov. da Udine. Ed anche di 
essi, gli ultimi due, quando entrarono nella bot- 
tega di Raffaello, avevano già presso altri maestri 
terminata la loro istruzione artistica; ciò nono- 
stante sono così intimamente legati alla bottega 
di Raffaello, che non si possono cancellare dal no- 
vero dei suoi allievi. Venendo prima a parlare 
degli affreschi nel Vaticano, il Dollmayr, nella 





482 


Stanza della Segnatura e di Eliodoro non ammette 
la collaborazione di allievi se non in cose secon- 
darie, come sarebbero i fondi di architettura o la 
parte ornamentale; ma in seguito ai ristauri ripe- 
tuti a cui furono soggetti gli affreschi in discorso, 
non è possibile di rilevare l’opera degli allievi. 
Soltanto nel paesaggio dell’ Espulsione di Attila si 
riconosce la mano di uno scolare — che, secondo 
il nostro autore -- fu il Penni. Le pitture mono- 
crome del basamento in ambedue le stanze, secondo 
la sua opinione, non sarebbero nè di Raffaello, nè 
di alcuno degli scolari, bensì un lavoro della bot- 
tega del Maratta, che ebbe a rifarle nel 1702. 
Nelle due altre stanze del Vaticano, invece, si 
rivela più distintamente la cooperazione dei disce- 
poli. Il Dollmayr ne attribuisce la cagione all’es- 
sere stato Raffaello, in seguito alla suna nomina 
per architetto di San Pietro, quasi intieramente 
assorbito da studi architettonici ed archeologici, 
ai quali finora era stato estraneo, ed aver per ciò 
dovuto servirsi nelle sue imprese pittoriche, in 
sempre crescente misura, dell’opera e. collabora- 
zione della sua bottega. Così nell’esecuzione degli 
affreschi nella Stanza dell’ Incendio non si rintraccia 
più la mano propria del maestro — e non essen!lo 
la maggior parte dei disegni che si riferiscono ad 
essi se non copie e studi di altri pittori, fatti 
dietro gli affreschi già eseguiti, non si può nem- 
meno fissare la parte che Raffaello ebbe nella com- 
posizione delle pitture in questione. In quanto alla 
loro esecuzione, il Dollmayr riconosce nell’ Incen- 
dio del Borgo la mano di Giulio Romano, il quale 
vi mise insieme singoli studi del maestro, mentre 
il fondo colla scena della Benedizione del Papa fu 
intieramente inventato e dipinto dal Penni, che 
anche nella Battaglia di Ostia compose il paesaggio 
del fondo, la lotta su e presso le navi e i ritratti 
dei cardinali nel seguito del Papa. Che poi il Giu- 
ramento di Leone III e l’ Incoronazione di Carlo- 


magno fossero per gran parte composti e intiera- 


mente eseguiti dal Penni è stato riconosciuto già 
da lungo tempo. Anche l’esecuzione dei cartoni per 
gli arazzi della Cappella Sistina viene attribuita 
dal nostro autore al Penni. Lavorando egli in prin- 
cipio strettamente dietro i disegni del maestro (dei 
quali uno solo per la Vocazione di San Pietro è 
superstite nella Raccolta di Windsor), alla stregua 
del procedere del lavoro doveva contentarsi più e 
più di cenni e schizzi superficiali di Raffaello, 
finchè per gli ultimi quattro cartoni (per quant. è 
lecito giudicare dalla composizione dei relativi 





i 
i 





MISCELLANEA 


arazzi stessi, giacchè i cartoni per essi non esi- 
stono più), fu abbandonato affatto a sè stesso, do- 
vendo contentarsi forse di cenni e direttive generali 
dalla parte del maestro. In quanto alla cosiddetta 
Stufetta (stanza da bagno) del card. di Bibbiena 
al Vaticano, il nostro autore si ricrede in parte 
da quanto su essa aveva svolto, or fa qualche anno, 
in un articolo di quest’Archivio (III, 272 e seg.). 
Ora egli opina aver Raffaello progettato e prepa- 
rato in schizzi superficiali l'insieme dell’opera, aver 
poi il Penni disegnato tutti i cartoni ed eseguito 
una parte degli affreschi (Nascita di Venere, Ve- 
nere vulnerata da Amore, Lotta di Pano e Amore 
e di Vulcano e Minerva), mentre l’altra fu dipinta 
da Giulio Romano. Non è possibile di seguire il 
nostro autore nei suoi svolgimenti riguardo a un 
certo numero di tavole di Raffaello, che ebbero 
origine negli anni dal 1516 in poi. Basti ad accen- 
nare i risultati a cui egli giunge assegnando l’ese- 
cuzione dello Spasimo di Sicilia nel Prado di 
Madrid al Penni, quella del San Michele a Parigi, 
della Madonna sotto la quercia a Madrid e della 
Madonna di Loreto (il cui originale, una volta in 
Santa Maria del popolo, è perduto da lungo tempo). 
a Giulio Romano, e quella della grande Sacra Fa- 
miglia nel Louvre ad ambedue i maestri; vedendo 
nel ritratto del Castiglione a Parigi, di Beazzano 
e Navagero nella Galleria Doria, e di Leone X nel 
palazzo Pitti, opere genuine della mano sola di 
Raffaello (soltanto negli accessori dell’ultimo ri- 
tratto il Dollmayr scorge l’opera di Giulio Romano), 
negando di essere i ritratti della Fornarina nel 
palazzo Barberini a Roma, di Fedra Inghiramiì e 
del card. Bibbiena nel palazzo Pitti, e quello del 
card. Passerini a Napoli nemmeno prodotti dalla 
scuola di Raffaello, ed attribuendo quello della 
Giovanna d’Aragona esclusivamente a Giulio Ro- 
mano. -- Venendo poi a parlare delle Logge, il 
Dollmayr spiega l’entrata nella bottega raffaellesca 
di Giov. da Udine col 
di aggiungersi un artista attu specialmente a cose 


isogno che Raffaello sentì 


decorative, nelle quali egli stesso era meno ver- 
sato. Fu dunque non come scolaro, bensì come 
compagno, ossia aiutante, che 1’ Udinese prese una 
parte così cospicua nell’opera delle Logge, che 
gli si deve attribuire la direzione di tutti i lavori 
di decorazione propriamente detta. Sotto i suoì 
comandi erano occupati il Vaga, Pellegrino da Mo- 
dena, Vine. da San Gemignano e Polidoro da Ca- 
ravaggio. Lo sviluppo della bottega, come siamo 
inelinati d’immaginarcelo da bel prima, uon si 





MISCELLANEA 


effettuò, danque, se non al tempo di quando 8° in- 


cominciarono i lavori delle Logge. Per questi non 


esiste nemmeno un solo schizzo o disegno della 
mano di Raffaello, nè (eccettuato lo schizz) del 
Penni pel Giuseppe gettato nel pozzo negli Uffizi) 
di alcuno dei suoi scolari: i numerosi disegni dei 
dettagli delle Logge ancora csistenti, sono copie 
fatte, sopra le pitture, da artisti posteriori per ra- 
gioni di studio o per servire come modelli a inci- 
sioni. Le scene bibliche nelle vélte delle nove 
prime arcate sono, secondo l’investigazione del 
nostro autore, composte e dipinte dal Penni, quelle 
delle due seguenti arcate dal Vaga, e in quelle 
delle ultime due egli distingue il pennello di tre 
altri diversi pittori, senza però essere in stato di 
poter nominarli. Giulio Romano non ebbe nulla da 
fare colle Logge; egli al tempo della loro esecu- 
zione era occupato nella Farnesina. La direzione 
dei lavori incombeva a Giov. da Udine, a cui — 
oltre la decorazione delle grottesche — dobbiamo 
ascrivere il merito di aver armonizzata l’opera dei 
vari collaboratori in un’insieme unico. — Per gli 
affreschi della Farnesina, invece, it Dollmayr am- 
mette una partecipazione più cospicua del maestro, 
in quanto che gli attribuisce non solo il concetto 
e ordinamento di tutto il ciclo, ma anche la com- 
posizione particolareggiata di tutte le scene, ec- 
cetto quelle della vòlta, ideate e dipinte dal Penni. 
L'esecuzione però, anche qui appartiene alla bot- 
tega, segnatamente — eccettuato le tre scene: Ve- 
nere davanti a Giove, Mercurio in atto di discendere 
. sulla terra, e Psiche portata al cielo da Mercurio, 
e le due composizioni della vòlta, che sono del 
Penni — a Giulio Romano. Anche i disegni per la 
Farnesina, attribuiti a Raffaello, non sono di lui 
— meno ì due schizzi per la scena di Psiche che 
porge il vaso di Pandora a Venere, nel Louvre e 
a Oxford, che sono genuini, — bensì copie poste- 
riori dì artisti studiosi. — Una simile divisione del 
lavoro fra Giulio Romano e il Penni ebbe luogo, 
secondo il Dollmayr, anche nelle pitture della Sala 
di Costantino, dopo la morte di Raffaello. Anche 
per esse non esistono disegni del maestro, — quelli 
che gli si assegnano a Oxford sono del Penni, 
come il Dollmayr prova con validi argomenti — 
sicchè anche il merito della composizione degli af- 
freschi in discorso spetta ai due scolari accennati. 
La battaglia al ponte Milvio e l’Apparizione della 
Croce 


DI 


è opera del Romano; i due altri affreschi 
sono del Penna. — Nelle pitture di Villa Madama 
e della Sala de’ Pontefici nell’appartamento Borgia, 


TT —hes È ir r 9 gT_  __r_.irt1tt_r r  1_rr_t_t__ rr _rrror_r__ rr rr r__—ttr__ rrrrPr_______— rr 1rr_61_r____—_t__tt—_—"t_—_-_+_-&&+=#-.--=-5s*k*=-=-r-**T=-=-=-*T*_T==="==T*TYv=———<="%7"% 
me ——P- 


183 





l’autore riconosce il lavoro dieGiovanni di Udine, 
nelle prime forse in parte su disegni di Giulio Ro- 
mano, mentre nelle seconde non ravvisa la colla- 
borazione del Vaga, sostenuta dal Vasari, se non 
forse nella parte ornamentale. Anche l’affresco di 
Dio Padre della cappella della Villa Magliana (ora 
nel Louvre), che si vuol dipinto da Raffaello, non 
lo è, secondo il giudizio del Dollmayr, ma è un’o- 
pera dello Spagna, mentre il Martirio di Santa 
Cecilia (o Feliciana) dello stesso luogo (di cui non 
resta che un’incisione di Marcantonio) attribuito 
pure a Raffaello, doveva essere dipinto dal Penni. 
Nella metà superiore della Trasfigurazione il nostro 
autore vede la mano stessa del maestro; per quella 
inferiore egli non ammette schizzi autentici di Raf- 
faello, ma la crede composta e abbozzata, dietro i 
proprî disegni, molto accurati, dal Penni, e com- 
piuta da Giulio Roman». Attribuisce al Penni pure 
l'esecuzione della Visitazione a Madrid, dipinta 
nel 1520, e al Romano il compimento, dopo la 
morte di Raffaello, della Madonna del Baldacchino, 
mentre dichiara essere la Perla a Madria, e la 
Madonna della tenda a Torino, opere dello stesso 
maestro, non di Raffaello. E parimente ascrive non 
a questo, bensì al Penni le Madonne del Divino 
Amore a Napoli, dell’Impannata, di San Luca nel- 
l'Accademia di San Luca a Roma, dei candelabri 
presso il signor Robinson a Londra, col diadema 
nel Louvre, col bambino dormiente, del passeggio, 
nelle rovine, e il giovane Precursore della Tribuna. 
Dal resoconto precedente, che naturalmente non 
poteva entrar negli argomenti addotti dal Dollmayr 
a conferma delle sue supposizioni, si vede che 
quest'ultime in molti punti sconvolgono le opinioni 
finora in vigore su alcune delle più rinomate crea- 
zioni dell’ Urbinate. In ogni caso è il grande me- 
rito del nostro autore di avere sollevato la que- 
stione della distinzione delle opere del maestro da 
quelle dei suoi scolari, che finora, malgrado i nu- 
merosi scritti su Raffaello, era lasciata troppo nel- 
l'incertezza. Sarà l'impegno degli scienziati e co- 
noscitori che si occupano specialmente di studi 
raffaelleschi, di esaminare le asserzioni e gli argo-- 
menti prodotti, e di decidere quanto ne sarà da 
accettare in avvenire per la biografia del maestro. 

Come aggiunta ai tomi XV e XVI dell’An- 
nuario, in apposito volume venne pubblicato il 
celebre Codice della Genesi del secolo 1v dell'èra 
volgare, che costituisce uno dei più preziosi tesori 
della Biblioteca imperiale di Vienna, giacchè reca 
il più antico ciclo di composizioni bibliche che ci 


arene 


IEEE TAZZA ci 


484 


MISCELLANEA 





sia stato conservato. Alle riproduzioni in facsimile 
eliotipico, con parecchie delle tavole illuminate a 
colori, per servire come saggio dell'originale, il 
prof. Wickhoff ha premesso uno studio sullo stile 
delle miniature (di cui restano ancora 48 su 26 fogli) 
e la storia del suo sviluppò (Der Stil der Gene- 
sisbilder und die Geschichte seiner Enticicklung). 
Non possiamo entrare nel contenuto ricco della 
Monografia in discorso, in cui l’autore sottomette 
a una revisione la storia dell’arte antica, dalla fine 
del secolo rr avanti l’èra cristiana, e specialmente 
cerca di dimostrare quale fosse la parte presa alla 
sua evoluzione dai Romani e dall’Occidente in ge- 
nerale; come all’arte greco-orientale, creante tipi 


‘generali, si sostituisse un’arte individualizzante ro- 


mano-occidentale, e come al concetto dei soggetti, 
dettato dall’individualismo, sopraggiungesse anche 
una nuova maniera nel modo della raffigurazione, 
quella, cioè, illusionistica. Anche nel caso che 8’in- 
clinasse per una o l’altra delle questioni trattate, 
a una soluzione diversa da quella propugnata dal- 
l’autore, nondimeno si seguiranno con attenzione 
e piacere i suoi svolgimenti spiritosi e acuti. 
Giacchè tutti i problemi che appartengono ai più 
profondi della scienza dell’arte, vengono da lui 
colti con tale chiarezza e precisione da non poter 
essere facilmente superata, e che fanno testimo- 
nianza della profonda intuizione ch’egli possiede 
delle condizioni materiali e spirituali da cui di- 
pende ogni produzione artistica. Non possiamo, 
perciò, fare a meno di raccomandare agli studiosi 
che sì occupano con qualche serietà delle indagini 
storiche sull'arte, la lettura dell’importantissimo 


Ì 


lavoro del Wickhoff. Ne caveranno, indubitata- 
mente, altrettanto piacere che istruzione. 


C. pe FaBriCzy. 


Una nuova pubblicazione. — La Società foto- 
grafica di Berlino spedisce un prospetto di un’opera 
che trovasi tuttora in preparazione, la quale tratta 
dei capilavori del Museo del Prado in Madrid, gal- 
leria di pitture, la quale, forse, è unica fra le col- 
lezioni d'Europa, che raduni in sè tutti i tesori 
dell’arte antica. l 

Per la riproduzione, fu scelta la fotoincisione, 
essendo questo il mezzo che ha dato prove di 
essere il più pratico per riprodurre i quadri an- 
tichi. 

Questa grande impresa della nota casa editrice 
corrisponde esattamente, in quanto all'esecuzione 
ed all’ edizione, alle opere dalla stessa pubblicate, 
cioè: J. Rembrandt della galleria di pittura di Cassel 
e Berlino, nonchè | E-mitage imperiale di Pielro- 
burgo. 

Il programma progettato dalla casa editrice 
ha per iscopo di mettere alla portata d'ogni amico 
dell’arte, tanto sotto il punto di vista dell’ inte- 
resse, quanto sotto quello dell’irtelligenza, per 
mezzo di magistrali riproduzioni, le opere prin- 
cipali dei periodi d’arte passati; e in questa ma- 
niera la Società fotografica di Berlino crede di 
aver fatto avanzare considerevolmente il detto 
scopo verso la sua realizzazione. | 

Dettagliati prospetti vengono spediti a richiesta. 


__——————— 


Per è lavori pubblicati nell’ARCHIVIO STORICO DELL'ARTE sono riservati tutti i diritti 


di proprietà letteraria ed artistica per l’Italia e per Vestero. 











DomenIco GwoLI, Direttore responsabile 

















Roma - Tip. dell’ Unione Cooperativa Editrice, via di Porta Salaria, 28-a. 


Digitized by Google 


Digitized by Google 


Digitized by Google 


Digitized by Google 


Digitized by Google 


Digitized by Google 














nuo MIELE 
Lilia 
= — sE dn .- È n 
cigizio i ig ito - iu ie > alito + 
"e i Calle oiaio miuleiote - 70 moipoo * * 
"o 2 ru cp 












piataletpieiaiti ici i0sipivioiriricicio leto te nie de de e 
siete 
eee nre = in lesete vario. ex 


a i nhiriolele co leietese 



















































. pa pe n " x et w - i A n 

3 rd i rininimivicia : piove dissi rto piena 

POPROETORI DREI gi greia ar 990 - iii piglio urto ' À 

5 SI 3 DR Sr Pa GOTI SO — Disloreneidhaig ace rag precotto rito dice gite : nea Stage È 4 : e - - 
ratisieszie siste. ‘o - «e proimeroigioterate orgia fera È : ] ; È s 4 gORt,A 
- sphgigipigiate)etui cin pi eig rie = nici ren E cado - ' fa , ” isicizictae i raizivie ll ie 
Di — gipo aprono = oto ‘- ' pretese à —- i arte! Sele: 
pipi nte  nigioiongioneto ee i Me nre gie cd; 9 + iero sommes 
- 


TOT Lei avis “e 


e iui re pid siga vid a 'rieg rg regnante. 
— —-— — earn © - pie + 


piro te datati 


nale = 

sg sno io et ©m-ogirip'o reo so IN Ie 30 prese spec = - - peeiine iper PSINIRINTE 
to neo pieni roi agi ear ie ese <c eÈ 

ns rsa a ingeteee  NTA pogenaprtar 


fiat + pa gi» L, 
veri e Pin + pei nigione 
x i "i . a ° 
CLIO cretina 7) 
rie-oo gi» nnt 


- — —o/niernoo ale e 
4 io #* oe» » 4 pesate IA 





Ain 


ne © ‘ene. 
rota uit i CRI Sidi gsoonOt riete 









7 qregreozato 
tese AA 


- e. (ome .o -—_ e 
-_ — PAZ REA i 


pie» sa ta ceo os ero - 0 000 
o e siccome ioni 
e 
a 
SEZZ 










































































































co pr puamanià; 7 € . Per - —- ns i 
verga sg 69 17- darei toto RADO reos sv +e - La ato clio sale "e -_- prastotoe nano t= —cicicizizsetvizioizicicioiato Lo SII pron TOI si : : 
action rei olzio elsa mgiaipioiziciacerripizivo diete) +ieid pranzi» ad 1 nea pria gar ralalinai nd -- ici rigioretatie 7 où riemesoi 
i _ etetote im '—-— it pinne ° - r ra | ero 20 > i n° i +0 Ò Liajidate ene re 
priori "n'eaipre.g@pipro gie scese pla rire leg : ite nel ca pad i - , 0 ne". l'en tono 
. VI dior 1 © 1 se > 3 piene airone store paci as pie: 
oiorate Tai o spigioioiaigrrioriateinitiotnintnir res se vani rie ria age pane e un "e + Ta spioizero 0 Gal ile siete” Sx 
sertacar e rit n'niatott pipieto?? pa sita fia A SII , 0 - 4 ogg ong +0 #3 , muse cipriota re Ù ba TEZZE ross ese impe toto: ta” 
-- cosa zio slmereeentrnie dae PSA: Tee a ee ri rsa data Li pag: o n : — ' A Itri 
e parer ro re irazase: —_eo_- ve n° cimbri@iprigtoiionnio one amante nto pe - È È . prttstizia tra Tolo “ES crea dui, 
ra carni iero re re noner ee. dope p- aeree re — i ne “ 4 : ei ogni Tn A ul niemitise SE 
‘ei to reni e Da Lai vir voro: pig gene + ide) cor saga se sa E feriago e s= rsa rose fine o ta viciicicicivi cena acini raletgizione bias vieioeiziete Dana ci cei Datrsca ret 
—_ gir et® > son ze ge za elsa . “ sof - "o — -—_—__—@ isa — einen vide irinioionnio sementi diese tz vipere ana! reo | uu DI 
—_ 2_- e —- rigore riore nine ie o eroe it ‘ente ‘ae sich edotto STTERI CEREA i iiotea 
- 2-0 o — ron 
rr vinto one la pae erp pante ddr 
hei CA ALI de de inte 








Ar n 
ilo erteteime e = digimon iui Pc vr nrnH__ n ° 
: © vr : e 
re_— o 29090 9 9999-94 - 
































sas) pag lo ore 
itenitoie AAA niairininigopiereinre bieten - - SLI pesa aaa daga sprone it 
. i gira Pe i pei a Iuglegiza fd ” ' N 
ae alors arersisiio seitan TOTTI > TT anioni sinimiztoinio: —e © percio ro sd guss dg: nre arrigitto +. enty poeta sep retrt corea neve rea ere 
: L'onore é dinioa - iemoeiogiciereto: e io cri ricrea - 91 ve 
e po prog © se nr re vere e pipiprripinaro tn ee erre et (= 8-1 tuta daro tere Py end i È 
SOI IT nu 4 c'e 9-9 rev ce reiezione enne 0-0 vee 7 ni parsssioa 
ina 9 a + quer 


ue 


» agigloreidiato-olao-piatatora n eve -». pe ia 


Lgs PIT oLpisiog se 









© apr gd rp eroe een olo eo ne ss. s'e Rete 
rnibiniorioi cioe etici e Onde \ rta tele - so soi te sa 
à ore. aliiizione nere nno petti museo è. 
















































































































20 
—_ 2 © 290€ ia piolo.eto: negre salariato = tà i 
A vare mg pete. . a REVOSTONI x L 
o —- origini grano + “ - ee egrne frpoto sa a x : 
un re a Sos sero LI ’ r'pe'd'go irta CeS na =" Tosi ee 
A pers * pigtoiarti giare gegio _- + Tresana to ea Li Seth : 
ti » - = au rta on upon ig» î Pe gens prata ” ”, =, 
upper: na ” arto esere rigrgra mgugigiotgrtri et girter ir? equo pi; : ae 3 —meimieizio eee. vi più È tera 0-4 ite rea nere a stesi bito 
paigiatere miesesiro mist otro i irgagio e e * neo niven'e-t i ite im nieitioiei rin oserei nie PIIRI para sata Pie Tie toda 
e emma» = oioiatoioiortairo toro veve ‘ee ne winnie nie + rip nigra ni no fini "22020 Fa tadodt, del 
lotti potere Mi iii siniesezziote pu drpatvda sata fotoni rd inni esiti rene = cod tasatos de 0 miele vicino 
senta Mutui evocati pe gitone ga gnento pasetoto bolo da iziibe: © ere meteo miniato Lr Ciegriesrinieleieisieiose 
re + - ce vinte ‘ninna n sete Caldi det re + 00% e ecniole e = 0 = 
“e piste pio 


PAPI I ande lane 
TT n nn 


va: even e erat inno ea os civ ni 
ne sudo sascsntoe e rntart into iete’nte citt ee etettiziete de casse: crearne ut 
inn r'n'ommers'vio@e0% = Pe nleiriia eine 

















| ra pda ioni nigontacsicine» + n 
Ù _- —_qa o -- 
geco IE re pe »_» _ n -_ 
pat gl Lpnpa ba fr aes = 
» ale ra aan pwgenr o) +) rente sere reer esso 
i rr n ener piocproscio:netcioniomieseio serre: 

































































È —_— 
III ZIA im fe 
_-_ - sono + — 
aiar pagatore rsa 24 : : locati nda e cosadezas= serena h 
r°- i v'® sos dn anna uizigiorarpieiocivimncpniniio=sirinzo; rei I lt At a nm gm 
te Liciimicininio pigri Oa » 2010 0ig Spe are 0 dupiilisenenins iviventoi se 4% P-2-0-014 rene “eve eo faq sioroatitiornso lato eee 
a pra gie e + rr pepe sopresa torero Lonati PE spie tetta rientranti e ene. igiene inte PI meiciciontione bio nico 
sr seg > 24 ih ghonii n'e e ip E seating pedine e d iocnictesrie i si sein ra see 
è e È « è Voda ® È irc panne error è acerra aimenicinene ul 
cea co po € Pr rr Pv , cong nipiciorateteate ian corso poro ‘oto we - ve Creien tnt 
x . + gii | no oe 97) se boo prob aa new vini ear i nta td te, 
VI 4 rolpizio nol oli cviecarepato sa se è rev. vero ro è £10-pdn du dele fr irta irta tto Ja Be 
e. ITALIA Pirani pirateria 9 1049: eni semini niro eravate nine 
ne - ate miei È re 
tata ter : Lei id 










090-101 vo Po + «+ + 
Sn + reo prora rr ore re mie + 

Iaia ot egrtsssInasi wie'rinigiote 

<img lo ie io 










































































































































































; » 2 *'iat #9 Te 
rsa teca 4 nie aio ——ng > 299% er vo e i LITLIZIRZI TIA 
renvos avesse zone rete e TTI co * PVI + ue Re aio n'e e morsi piso enon dienire emer VIGGO pigaripsnset me 3 
. — ad son di sgiziste: riprelgpiale-o.oserorsioieiosgirioionn ” - —- «- ri ir pane A nr oterprraome ale io esentate oe o -a00- smise ie vietano itinere “e ele lerosaiaizione -10 1 por 
ne re Lia vo qugig siae tn 7 ian des abuagesto prin vi aigietete inipioimi sima pirioio nie SSOOCOSCOGORGORGONGGO tivieterio iene era cn) eee see perenne —e0 
fe Jugaga sinapsi vin inenze se iti ce ge Letti , - Teti nine genico desmtlza it clesnonpres indogegntone initdei ‘ossee 3 ? eppoi niet . sesto \cimiemmsn ini iti: n'e evi SAGRI 
ov RT A agg ona n | e nr + Cra aria eee + sro e ca pupi nose pozazonza 13% iapdasndefntnzoneso ing da tifi tetti ppt | vor = badate ee e ITZZITTTO gini 
densa gia ag fafagriiTr IDRA non igrer pier gieneinie —_ co 7> 0 fl : ur vive Lai ha o cite ate viottolo tie e ‘nie ricle:mietetzioleseiole LI SEI - afotriotei scs 
nsx ros ros RISRIO RETE, se saio s'e ieielsie-sio.s/avpiett + . rr ooo 9 nre trae topo verme RI it vane ro re elet pela io ipnicicione nine mie per 
pensi srcnga sa cron dd -___ TITTI e e a oiran RIT TIRI paso fsopria tto lufa due tap usano sr paga pria nin triti sei 
ra Dai par a spa a CSSOcoO perg pena + rara ze ie IAA nt c__—— 1° ——_—@m6> rione ee o —v IZ III i rieti PACI lottare 
pose” 2334 sresslig@na se alare aiatnietessimezzinitio cio rdiei e Ò - -— paso np rr I e tata eroi 0 e poro + fi Ani Ae a ei pasztera vane tonute nta tg ”- 
i rar mat simo cariroiilaral e eroreee,mammieieigiale-seme e niotere sir ” 4 + Pf» o o -ret@ —_- - —— - mieer— ici nce OTTO mie sco paniinada fida dlda drfotiAsotodo trita tota è podi toda mie’ eseinie 1 vie di lapo ivi r- 
Verve Longa gii ris i ita sig soa iiscat pages pisana eni pur = erp pigioso avete dg nt res vogue nigi + perire rioterivio- dive inistero 10 in ue pad dtt e 
marone Pra are arsrsie deleie sgrrereeee rire mid 20914 sigig Rigipigiaipupipio nera ivo piero ORIO LI RIAD eressero vero PREZZI I SESCAC ai Aidan fritti fare dat Puff 
sg » Iv peaepo erp cialgioiesprepioseriore meisnae lo RTRT intirtni et seen — e attriti forote=-@ \e-iptete te te è miete Ga pad fueyi rpicna Sadiche rm fo Agip ZA Pia lede ivte 
prpimpi ga 08 strioio; ee i prgre grelere proiene.svo! eseieresoie ALDA TALIOATTI AE E gii eruimiptoprprrsgigiottigieipigpgroirini nea seoio e ” nineieietvietenimeniee LA rotte Pete elena etere na nre renne ee ienieiesnioinio si» <invinizion le-Lo-@e-® e 
È cca pre Lgriginiti | fi nr rigo pia. mappe roereesero n gr0r N ide n= 4 sesta ,_e9-9-0 2.9 ro le eiw 99 Pipe init » * * è sisionipiigieto è » 
sr para ipa ila pro cinta posnio tata te) vipro-pioicieseie rele inve | ciciniaiorriate io totrenite leto 9 = weiniriole ta 
-». ver rave mu 7-4 ein + 9-ioenierate rio Au Sep daia4 : 
'& 9 Pre re o/n-ee rio ee. Ù piasagatati iii è di 
finiti > 








veg ener 
oo ei ae ie 
o iorsietoaretgione: ra LA Li ZA 
senese ro sr 88 eressieipreio;e 

options iti 2, 


di lsentznne dergiore; rale! eo 

cre dò ing ADITO piblgiomieiolo riore 

maree ee oisional marregro spe ceziorio monia prio © SI sso ro o i, margini ir 

o aars ” Ceoa nlogo.sigi aiar» ace è gie e 

Lu aga zara ga fesa ee nn + ros ATI ii n Pe I 
— rin miro È 


_ - 
prose e ! > er cerco sionieciennz'e seme i 
ristrette pigro pe » |» ped + 





hei 

Toso a 
__- gasigr orta > o. rent ereiale lor 
persi ginseng opporre i 
mA IZ III SI 












erre -. 
rr rr mere 








































— __@t-_— spie E. “e - 
AAA PRETI 










- > BEssi n ta8) 
LISA 0-4 RI D 

























SIOCO = ve” ps0°9 - 
pa ah ghalsingt site pia sperone sero 
0° AA iti Gia + 0 Pao coro ooo -- 
y Dino —- » : TIRI 
aisi -_ . Nasa al isa saazericoziasrbrtio de spa 1 n de ogni ; ross L) pertcaraba tremite fee 
n a c—_-_ -uieen — a x ir vt x n n une * +4 ve oo neo + 
apo poni —- 2 ®* rie or _ zii putin site sattzato — neon DI SIONTIAAA 
i gia Tieniti re-ossmee re rciorere 007 ripresa erronee ‘od rear vrutieimenize PO A e ST e e RI Ri 'epis nr ‘0'9 rie + 100 leve 
1icagagiazat ie  orla pieierioni III nervi rei ro. OO MO FOOT Price cale fd — oo 090902 TIT TIA peratAeni pie te 
rn n saronno oqeest (93 rovescia eee IZ nin sagizonta rise pisrzodose topa sat; PETTO TOT piene 7 ene Iniernioteintesristteiniorticiaine sizaereaeienzne ricicloni ire î MOITICITO 
olerse cigiei piane 1 prérsigipierer® sia I ono ge pa sagaza MITIT sirintesezesazazotasozo Caso ntribta sedatci CIRIE Leoni neo oe SO siii e mivicicioo ° ssi; 
agi copioni isietcizia leon CE midi viite rato A be "nta di fiat sere nilo rece apeiZiecete paratia ii poeta 
- —— a Poro - logo «ere pa Puaniasaterado=ta6-} = ere TT nine ra : 
Lug: so sfe pas faza aper agio Csa sstapaze pa pagaraapatizie cono iapoine dti quer ro <'090 0-20 ee <'os'p pid rreiciote n vie vs: 00,8 1200 Pata bata8. 
è rei e 


- iii + 
RETTA TOZA ZARA. gog numi io ga Pa 
o ro rs 0,0 Pro 


o rn + rd 
ro ro --. —riereioaaa Pd ennio pipionip ee rire te vet toe 


4 e Le 

STIRO pagar n ne --- ae riorgipro espiare -—___ pr - no oo eo ee 
iù RARA, | par pn SARA E mbe narra pearl mzi@urinie eiipra einen erette cenone ni a 'v-0.0104) O PAZ 
Logo germoglio pi pio mete protone que ———m—e ria rare “repo so orso od e III oro ere cre ie etnie riicione eo eiieerieioe 
n vos PITTATITLAIZAZALIANIITSEIENMTRI Ti  iizeoetricio iniettori nio» e inve init rieiejesei@ariotesriosein etnie neeinei 
errare ATI TE ragatagneno utero orto pae AA e SITR RIA III 
«(dpr ta Perotti inse Lr 01 2rerniriniote inesnitininiminioinininicio;neie Pitt itinere Tuna CaSnone 
a Pest far ae 2 ele 


colera 
ZA ZI APPENTLIIZAAZA 













SIIT iii ore aa 
fipasinea cr gaisiazr Sn paniata za papiri - oi era vo mormorio + 
La + in oe n n 


Cnicclec e meteo rete 

: i . ne rn -° 

ni ra - a unu n poro —_preoni re 0 è en 

eee ai sete nanna iii trainate +. a piorrioitio erre neseiore te eee 

»-% LIL e - —.— Peo re n ire e IT III la PP nf lata! ILE r . pt n. i 

rnaigra e masersiore Sa prgioni stro etanzi Legnimia dittico siate inietta 7 Prronr sete sic inte dentali * tivieioseieio (rinito seit pod sP 3A sani RITI ma Di 
—_—_et ———-me® o Co-o e cet roo ve res APRO dtt ee "o ». TTT re intero io LA \aderoioc Bndidzdat 

micio dre e er [adi scatetetezetato ritieteie ve » nleinie aree ee ee 

















>) è 
"x TR 
















































cio vere pi gl ersielaralme piene nà paga sasa paga ‘ 
pago pad paggeria api sp ragr sà € pasta PE —— o puo + 0 
si aggira DORIA tizi sa atasetgiale: Toe ate dd d dr ess erano men onenie pese Deere SISI 200A cao 
n Agagision rr " ta e olmi ritrprtimint rorroa np scoscese erezione —_u_;«s@mueoeoov> + Liga PE I PTITI rss ome mec met Peet 9791 Cia t0t1t 
viootme nevrosi) rpnsnganis enne oc rs aes ra e amo ni PEA PRI poro Lio: pon ressooserorerovte PIGIOISIDI COR patient mercio mestioitiviole 5 STCRTIRSTOTI NEI mirtinieimicieieisie ie eieinsrinicicionine 
2700 ee: possano eee paiolo: iii e TITO rie etarne pioli pioppo pivot erioconetotete ei ta CS CICALILI LA iii riot seit prete l'evento PICSCI CRESCA ù, 
aa snprsn8 4 3 p-qg= pops piastre PROTETTI LIARIGAI DIET ira pitone o giore n pron 309 ppioivaripreitne ceinieicioinionie) micelio iter DOG. II impnieie trivio i 
E a AAA renti — ua at ride e scena: eresse eee eee re: ep PIER —_ourieie gie rnio riciosete erro le 10:00 nieieioienie 1007 rta ettore eietotrst tone ie eee eee nn 
SOSTTIZII ne manine i a an Msninsicadigosasiiaporzdatoi pare DESTZ iiompann enrorin III ETTI TI 0-00 Sir td trio Soon DICALGOI ba affa dra satziri ha) Diltoiolo) a Pda x1ode9 
PET È ia ego >» _ aging egregio rd tr7 1 ° 1090 o ion pr wr 21-09 + seragodaga gas sese rien oe ire una ripete prrsiobeie saio 0 ro leto iaia Tei0se 
7 Laprciiniaiari sorso _o z creare dc perte, i dal alal di sellei e nr oeeronero ea dro 0 eagle ima e@iecieeiesrieririvioimie Delete neo reo e past o ada 
PESTO dpi erat + PSE 00 po "+ esasperate RL e enemies metro aironi \da tota were ierieo e en dupad as je mie iniere 0001 ‘wma i sar 
a na e e prerprerpitadi pro ri LTITRI TITTI i pen nt Pe + iL TIT AA giri pareri o_o nfadofelud a papera e6 data mese ine sutra serata niet micio 10 
PETTOCDIA. ap "e PT ro opp 9g:3 pa cor è» PT ERARIALI PST, AIA Asi aeiota toi as er piegare iesnione senguratatalcdasutaf :Safintr tag ninfee ©10-@ da 
LILLE -_- cdi o dira pe EI O PG v$ dr-0p 0 tn ma dalle er teneo pun aisi. se tI dia adesatatubipar tto SLA: 
saponi ZIE erre rete AI, cal POSESCORBCO CGA, Leg iii joint irpini id RITO FAI (neiomitioletmieteiei9iote me «ricinia etere te eee ente sese + e 
PROSPITTIIA a è it tm a escono o -- -- IAA a deere or ret TTI niejersicionzirioninioe jnisipinitima.+.ricioime[ninirioia rimontato Praia a cirie pere 
-- gr A Si rane e i - - Vasi rrsorrz stimati nt ns Saronio araba: citate wu re: PA isa ei 00 eten PICITTTOTIRIETRICHA Peio : 
: li n aiigigro— faranno + eos ITER aero eee sono resero Par iaia etereo rete riclere(0;0 210001019 -dde iii posso papato 
Tasse ne e rene serre Ia roseo sieme vai eseioiviosnio: fio ine var. 9 PPT IP] € STATS SLALALI ra dre puizirbatyozriassiafaf i sita: istiga Ficielel 
sete cioerne OSSO IRAIZLARLARI DOZLIORO STI Righi vreore ADOTTA lie rinitia/ziasagipatasaratrerzspafatorri nente ennio into #09? (110 mete re 
alare a raroraeoroo rese 00 ZIO sirene ra e venne nteimelnieie mie ricioia nio riolesosmio le ;e;eit Lotitatsozon patogeni uti : ì ados ; doti 
pene | 9 eroe e Qui ecs Saretta rendi ob ia dI #0 II I PRAIA riepashio4 riore rio reie (0 \rmtàrio st afadatnzzo: iaia pg riatrià DITTIITFRIIORI 
mari mpir ded n la marte ne TR priore po 000 #1 Alea ” ‘gig ria neri inflia fanti ufo botto (LALA paratarà "è ee 
omo ge ho ro PRESEST ZAINI perego e eneme orazioni ore eee esesiointe CICROCI #06, epc iasso vinta asisscazionzeni ade pa 019107 TOSO 
— O PIA a ve SM pestatatict riviennioo 
” 4 
io 














Pn 
; si eeratresar arnie Pe rirote 
- LISCI GUV UU arianna dre erro cene: mov dii iii fi a arno 
aPERERLRELLOIIZZI IS otinta poroso ro. impasazato air PD parma " 
no poro ro co reo 1 PO mar 0.0, smi ircntan ta siate storaciagio sisciasazicninioztà urea 
tag it nre 


ILA LALA ne rire ves Seazieda) Dea artioli "e. we miele ee. 3ufyduta Podi A Beda] 

LALA La -* " 
eroe noe na cri STR suioro miatotrinbrtat i iotood bor Sa nda > ne beta mc pane 
» fe itrestie mimo [nieirieine rise Rie ’ 
















































PIA : rqo—_ oro. — o no » 
ZIA de VI Rue ara tiara an rin rt = lat "TORCIA 
| ooo e RI Latella o die arri laraediiiii ome pormo me vi , fidi 041 Pe Poe è her req +e 
gigia rg gore Sega ae e ooo Pd pupi eteri © =rolersioio Rei ri toe Di iotorntorenicio riore trio ona ene rent CL0 +9 ‘TILT OE 9 EI Ri dnaeraatat propia IRERST 
mgrgigi sini sia re Cioe gopagagie srtnpngi nina Gipi pap meat ieri priore ) araipsira PIPPI TRITPITTTITITTIRI TIE "è 0 Ritieseizionefipieiniostivinio melo stii innienti Ter. Cara FIRE 
cento piaiore. pipipainbar re i@nptit+ ei rmsisa a arme tore. PISA A Into ao sai a cone meme re Sunset dat bat 
irrigare nre tei ora - roromo eat sir pa iorprz so vatestegni air rrenrenr nre ae RI TTZZITA DEA oraria e ee è PATATA afferra 
ia -- a o poso > I ec a Pr pa è ae E al Lan 0 oro area - + —__ è, mt ue terearttone PIT, Si siate 
È pepe ron e TETI meio os nin soon —- zii ripicca ent Propigitio nerina; rovoioie tare 1 e. mr nente Creati. pala 
0a = SEE sn tisi agis iopnsopaiiiagigia vizi Meliurgiircopisetiont ione RALSAG Lo sent ofiapitar tetra pretore prio rori® (mere evo ne t@y. fre drvee coi ma: cata miei Pitgttita 
esta IA Pai. dite Lo LIA n ipa uuicore cirpatazze: Tiene ene At ud i fasado Sa 4 
an re rr SI COIN NIRO PirIgte |Pranpioi vene. ATA degni ee PATATA TATTO ETITIZZZA 
» punt up nt ” ta -- rego roro se e puri Pl diga dedi 1,000 #00 ELICA CI ICI ALA, noi ia pufatatatarr TREE 
se us PZ IRGOnT . (RAISI PROIETTI apt © Pr) puo eno rr SOT, e putroppo i gini mea; - Ò” nirjoin imirnt aicselsie reo ere) 
è lai if es agiaseci ghpasa gapeg ec * erge cpl dii iii martire rear Teen 1 IO res dida afidi dat Pier? ubarig sdopa fat) mene e TITTI e rità <° 
a i Parnaso Abd pasa puonzasiza meio merino ione) MPV I gilt Sarai nitore rivrieeasei cseee = solaio jstiere ele de ITACA RICE lpfiadztirs ria data 
n al UAAR some LTTIAA “n mai rp #7 yen pippi: sacca Lats 3o as banned sunatifrtasàbadrta re me ene aree 
PANE NE TTT RIA dia Zi time) lg 3 pre mp RPAZAZO ere pacata pastina E, Pe RASTA Arta dada Petit alri npngi ACSTACALACA. RIE ’ 
Prenizte s e one TIZI pielblono r0rrr 000 Pa Prado I II sad) od . leprotta br 58 sivisicinionie se itrioie rea ein mie rie] -- ce.r8;1 add 
gine tin LS. reni ne pesante x 1) PS pr i Lal CAI LET ETEIET | Lia ponenti sof ed 070 e e € 2-00 1010 09,018 (0 <” tute nt 4 Lbatobot ie PIAITITIENT II Den 
o TZ: fila Lo sapopei rim covoei urtare ninni panta TETTI: Per arii dia dii MOSS, fietatato eicertim esime meine merone uo: Sbaffo nba mat pe arno War 
PESSSLO TRE one eva, Tao istoni ne rione re riepireriooei rire iemiezinioe pupi rien patata eo pt = atsrtatatarto Papua dba. passe palizazizà. 
po ch ni iprtadiiutiate: romeneaheeeeeree rei aaa SIIT ieieiiee rene ieri cia Na | sissi. 
n$af) sinatatota LATI patata Là 


PRAIA seguimi 


tri dt esere des ca Lain - oe; 2 41 
afargrgasisi erre ATI 






.. 
- COOGIGO pitone, tene CAI ALALALeLI vato 
è Pia; PARLI TRIZI 


n Io s mimientivipreipurie ‘e 
ST iiatnz repentino le 
te Lamiere ere etneo miniere FIORC ne 
ti pon 





























































































































































































ord È ros» copre rcrosonee 
an = | rar PPT 
PERNETZORIAI RECCO Ag Po pw prrterio:gio (tree did ” 7 o 
edi ee ose * nappa <—* 
pren “ LLC veress rp aeree sore po bre potere pro pufariciitre TI ILE glisaiiagntignong nti ei errare ni; Lapug usa 
iù, x cata det ii ANALI irene 9 . pro. . RITO sue Sa iron CSO aa nre PIEITITIPIMOITIZIO OI mieieioinioneigieititi0ete dorli, 
Sta RI nia tyne sine PA alone arma moore mere # FALIMIAREARE Nere dt sist iszi td RATA amerrioe ZI astice sa nnt pupa TITA iateghiapata/>3o09)}. pf dpi sped questi er0” da È SIRIO vere rato 
5 N pur ” U uso dA 7 Y 7 . La sE reo; e; iL La . ® i 
ile . rover Lac ipistocgos LCA Lrsorale mense PPPAILO miro AR mio 3 pierre race. ITA noe» "engine rare. (@IPSOETT]A I 1 1 PRENCSTRO] pereioitie vi pensa) Pisteiei chi Saltate en 
ECO pat pagà za su rane = n eo ea Lrpabng “i E viari} 2,070 ,90 rP0 0.09.,0,00 e Gitai PA AAA * A eririortso ne PATATA, cipria sia 
gres noto stern alare rta pa I rien pae E DOP AL mt; PIPIOIPIT LAI EINE TTI net re eee mio mino] o) SOL Dt bada esitate vp 
a ee an are E niraoreiaoe to calhgiedli 22 ed, e urrà ISS rin int Creperes:nerronsi Puo-179+ 391 #30; POTE PIPTT TTT NT titti CORR si FEE de) uri caste Tai 
CIS rasssoenrone. na Lg lstgtign gna dns rem presi a — mi : È ” ; re pnt nie SREStaa 2101091 TE SIOE PREVITTI 0 110 LISI SIRIO IEEE II TIT fadab stai sone Cat, os L71910 sortite 
Tia rear è, secenntiztoi ” anast PRETE praga PA I COPETTTIZIZLIOO ran oana A enne ne PI gita ste TRI iii zizioe - e pimierimotiorreirivi tie spethiato lata batta "< dc sa si ‘ 
SIATE TI ILA SATO + è Roe ad ili CA, Te ralalstassce CA LAA png nitore ai nt Lippi ind Li Aaa Laga il sie: È ’ 
poor a ose png pon tensanizzarra bughg \piprtagoanz st marea pri ici pri TIRA Ita PGIGLETNIFITIOÌ IITIIIIITTA erre ciato eee 1 » eu 5 
sarta pi. ugt papa gahod Apps n > rene iat) Locprcisnt dn DETTI ” P.I e_N è adagia Lain pride mese ivonti? CILATALALA ncetmenene CALI vece me ARIA ATALI piene "i; ia”. 
- areata i aaa seni pereei LLC niprsznni qusio na crvi ess LELE : PT Pia i petra creo Celacala tested i # ev 
rano rat è Loto serene runs» ono sparge e va prsnnee eet a Le tati pa ip 2. ail vetro 1 "e Camagigini Cara TORTE ie ICSCA ra 0100. 5 
PETIT TCCCOCOSSLO nigi LILLE esere» ru croaroneo  s porone. Diner rino ve #1 I rete npagato patta | 
N ETNA rta e agi ARAAAAITIRIA aisha TI licaial ri imitando de cfopotatobitabriri rear Per pda he rise rive 
iziots te Tata tene pr i ron crei Lione or -__ “e __ eteri ritrae ttt aule Lead dtt Data pf ReCETItERA RO nine: Tese Past 
di EPPOI, i EI IE RAI d Pr A ig hns PET ALLA dr persi rievete vere ep 
Lato lai snnni eten Da canine azero dae PTT LASA manna -por MITI LI ali caco asia TETTE te ei nti Ceennist DEE pra nine rar 
Ar ae Seen iii esencieie inunntntà ade Litta Cala te LI Lo ieri argentine festa abside ner +; MPIEITRIRI e sof! Pabari ® 
O SoS Dren rea _- - ” Lena nti ner emerioe ninfa n FAFITAL AA LALA dat Lai e, CICALE ss e pui P : nisi ros cda ne fre pata 2 
- gna eo fuit Caldi = seg oppio mit t mistery pesba ta rep cpr seriete ione e pot sieve TILT. Dn : 4 rie 
I goa ue pere romania vie. carsimore a ee Tdi Lt ii A PRATI e 10 wine 1 ra reimien Dai pat tata pia cit hd Free salta Tie e» .® PIniegrsTà wi 
VIETRI, LI PE Lr E siste piglia ia Last puetepnionti orta TE ud CIO reni lf mrerimie? PATICACACILI iù sn diete #47, (0 Gre ie E T]ONTTTE E 1 tt PAPIRI 
n .. . 99-09-9020 0-2, ne PIG pri e i ro prioni n : f riti ced abeti mea ee we 011], PRCSTST 
VIII Ù e» . PITT dii [Aldini rissa e vare è. * STRTRI pre 10,0 sia. rr sf dda 71 9 nie ILA Marie lf) CACACALI 09: poser] Patti igiene 
e Lig ce ep Siena p ripaga ti eretta «-emeeò er) re nen neri rar » Maataticacii i e enne st finte n Sud giazai PESTO 
- IRE a rr - posciey e paga Calle Ca a, Sine re Tinto nigi IA A LI Tae inlase rane 0-0 e tes R$ na vò ads e r Bafut 
ro i <a iuiipaprfraniazi sasa MAMA mie cesano gua) tiri rgrito e e € esnna Maso 
pipisrzieiza ius aus Aa dalai ea re orari RCTTTÀ (mrexo:o:tyeyevevero pas rg age strendia n rire n rete veì v iglag Gut rit into SETTI, ano Mini Za mt 
Za Piena mia ra e nre ario eee] : age ” si erre Date RE iste nia vai sà 10 | 
POSTI A A porro nenti ee mesi? riNanngnm nà preieiotenti o bop' afasia Sag agri) ud Lf de srreieie. mne rtiottì airemizizio niet pf ll» sipiosai asi stats! stese Re I 1. Bone CECI, 
n + aloe mod had da sanc pipi n ATE -. ii VPI PT ALZA i dates * 3e9.S oa eine nr e A menieicia a) sh 
RE 0-0 rta PE II ne fn ae rt partition rttrterne Dei i LE SR pira ai ire 10v9 FY Priore 9ie | ui i meet cai NI LARE GALA. 
preoreeen gi 2 na Pt ia enni ranno net i hen eprpre tone tot erat siti disantinita uso “e a Pop sadinta Pafit pae babotd dad 
he SEE ATI TOTO ' : paroi DELE niro mietere + r t PERENNE papiro NIC fonts ar Da: die presestioe negrinte 
n a GT DETIENE TI Mandi PPM 0 OMO PI) araldia LALA Leali: IGGGI Litigi SSL dee pt La iatatatà iano he Ù 
| RITZ procio AE ere oro PIO PI pt Casi : TTI : so fatal SR : 
root Pe LCCPOTETITZA e on pipiigin » PP mE I INrnanA raanee ar Tar pesca | . ERE bici 
n hg LpAppasngrpande vi etiztet II papato nupninate Satie Legea en : ntsto Catalan : opifici im ma Casi £ : 4 ven mo sigiinzono ig 
a arr DIRI o astra sun pro dep sr "o peo ro o ppt ; 
ra te CTOOECICLA et CECI oa pre vene aree gia i izaszzenea CECO ea cris ” susici u CISTI \udIP+ TIPO CT] Riise mivimzeinienn mere 070 de ‘ i nilas CILE 
L te n da ANI porn rneno nn prio tg se nds) stoico piaiierzarto Via np inn e sp prsas SITR] purconpagtò SITI eo Paldlata! Si TIE ab CELISRI È 
ge porro. preeree A enp cere i asgnaha iena aprono roger ma cnazana cenere POET NA LLC, pui ssa rgart» : o o si 9 pa ea. puts ) it : dia 
_ x È a Pr Lal - ro oro re - pat e da : : rio ® 
a LILLE, pos arma srzionta ani ann nati Se ara cuce eresia tritata Pepapagigntnri TZ ipo rnito FTT. | ne peme: Linee enza ire 20340 mesmo Runa aitiOle arri ict ri 
* mer i er va e panna IO edi Periti Lr: fol sie roinio ne Lega sesenree " wi if "e patata nto vt PRTaTI tt 
i ee rprrse ate RI nt a pipi n ii ETA A o assi Faraoni urtato nea ria arene : siete ge evento; buroti iapadadza Da: t; sE si simili dii 
ai pgope MINI reo a ieri e . marg ae 9. nto e SLI, lo Vinge petto ara anita meine EROE a ai ni re LARA al E ET a RIIOCIA giare n aa ft ai 
es PEOCCCSO Arta Verena, DG pippe pe St ina Lear st@ ti merino FIRTIE Spena Teese na! + SEL n i; 
ILLE ttt e2=, a rt x O a St ss sr n) Dna te 
- Pesretatalalai : i Le . 
Eee ELIO, rrnrarama retro resa imTeA arene SOC varo eo Fiati ti i nu mr, LEGS, 4 a e s SA È 
SÈ et na entra re 3 a dpridiocaoop > Lidia poni Cic = Luca atte ra Tue pati E se data 
» 3 o n vi ii lia La 
gna nin too III Tie \vesò dr | TO 3% dadi Ie Festa pata DI Ù nese] RR 
Veialala! grep) ei. pnt i poprgapagaerso pa pu seine Sri gr ii naliaf ito stia rino meigeroi. quinen na LI ii su PUTAT] Bini . ora 
- connaeiiip ci merersios sete dti nie a new: += sea poprersra REA o A LALALI TALI TA SEA 
- Pi ara prg sterzr ng Lonate joe Y » PITT TRE adi prpipto RIVECITA ia Pb EF IGHRSE potrai emergere 
ITA Ti se Resana ida tuttii n SETE eran toa d3a ia panna 
patto PRESE] at purses DOO x 4 : 9 PL IS SI IZLA AE pg SILE, TATTO sui ” a; 
È Vie morena A ne Pomo i cosi x si a Ne ca "n mE na prom GA mi CE se ago 
IAA laptop vada sirio IE: 
ne 


FATGNGI A SL 


re s 
nre bishe). LT ea iter 0 zano 
IS _ Liiecoriereiano spo dp Au 29 part vaasa POSTS ni 
nospha lelaizi armrnanoò et nat vné 
v ran e a 


“e [sigh 




















, v it senz na mina Sgt sind 190.079 
DI vere TATE Pi 
. 4 : ci ù roi PPT reti area r,si si piadaro ns» rei 
dg Lr asieno prscsigie nni a IDIOTI PREnno Pare e nno LAS 
Pes : Ù buone; iii Cal lara, did n, vr ® 1 0 pobidafis int i se 
‘ POSSI Più VA FA prg “i T) rea eee è. co 
Cole L -. “è STE ierete diet SERIO Lal id ia Ppenra tono ea were nnt vent id 
One ” e. pf idrica Caesar gueroi @ rpg e) CRSROTTI, ga puri pa 
e # # as ns ita Meteo! TZ spngraionpinni e ppt OTTNIrIAIZIole ” 
dia = Dr i O III RI II, 0 
non st A PI ALTA TION . tachd 
sere : pad E III piedi fia ug raci sagre ve re ala bre 
© Prede PETIT , oo 







une pa adi 
ATI TATTICI CALA 
(Le iii di ai 





























ri 
PR 
iS Calala ALA, A ALA! nia 


MALALALI Jatta dust: e. 
(La ina mme t) 


sn 
sg RI a deal tons apc 





















































pr _ 
; OM ITT PTT SAI A santararnoe pe nrazioe zone 3 
e rersizapapisizr cipria È rupia ns Ears biiestio ata se idlete re E cnr raa dot IRA a pe 
n totetpte: RZ: n meno tusieiore di la seggi morir ezio x x Tot epatiti ibid sin ati ce La ti SRI AIOI du cr 
reo - papioro a i ne | i ne VITIIORA: dara see E patata hi nnt . 
Lo CICCISCL sale, ML, igigrgapenzene - sa paia ‘ o na ne noia epitthg ata n seen TRO Teme rm pierei tt petti se DE, : piane SIPIZLI peg ppi dati 
si ro» sten en pagine c4-0- AAA perc ioigiti: ver: port: ” "9 : la niiginsnt pata esco st far Da 
rsa reverse n nr e use air "- ome Rada ATALA TRITATA A A ic Ria | Mia aattatnica 
_- grati no vw rai Fe saio ani e È î Ù Dertimie 01019 mi hg ifje je )n10 doro 
IZ TIA, = : SL ci Sho o SA me ei rione vit Reit, fin 
DR RARE ST III IZIR RIETI SR sa Dona ORTI ep RAR 
- odg mi piatto SS LL "i ai 7 : rw } : A P} ” ’ ‘ mirieinio,i e A ba dsh Rat. prye jr 
Srna * ea se im ierieia e ertcie ela izieta spiato ninna nda i sad i Ù situtie TASSA ir ; 
si Cala! "+ FIDIOIOIOO L) pd È 7 2, n Tudo Fi ” mi 
Ie O POLVERI IA erbe salerno ata rr eni È (6 . Ì Y 6 putti: le dopniadzitài sii pet mu DIL w Ò 
4 rename Gol ing pops pro passa -- pensi v « e r d È) n i nn da e” » Pr ue TT, 
eee ; azzo È | Cinto rpa pain RIEAAR Ae Da ion Rane 
isp a ceniy nd SCOLO Ù i o | - i I - pi fa psi AAA iRRR ‘ 
; n PE IRA 
nico) : ptt 
soletta 


Lutz Pt pa 






























Sui ai Leti pane BETIS pre pi 
EI isa = tn das; iaia iata la nata ot asigie dipigigizsrtgi 
meio ge = ell 4 Dent eda i —_ ” 
nre RITI s% na 
» a n) | 
Latalateterene ZZZ pro Lstiizisrzepagroliiccsi ti ettiizieza 2 rete datpioiia iena pai TAR tr 
agli AG su I mea 0e:# SU TUTt è 49 24902) se i ”» ”. soa rire se rene. 
TRI pla | da EEA papi é ricieitie inve iena ee parimvei i, 
; chine Shg ada Lia tici pe rar ie (3) Y ue nd prote mi 
DIL » Li 
tuogt 


peò xe 

Lp MI eee ma 

RI ertaratila STIA mancia nn Lea Ta 
e, 


e rata uLigia lagiaro 
pr pap VRTRIIO speme 
RI Pt a Di 


patto 20: 


Li Pd IAA 




































Lat 
_ Ceo) pa aida === 
trgenca "Tquetoita 
Gortiti * —ifrieite ni Lai sat pati IT, 
TA È 
posano date Tar TRIO sd pane i Purie je Dia si r 
+ Li pine rio Ù 
e CATZ, SERE CAT. an i i DE atti UTI si Da 
I ra Mega SHARE pistoia dissero. iena "o ti pur 
nie 















INS 


we 


SOIENIIOÀ, natgtatiti 


di vazia par 4 
dig . de . 
4 w Lartt 
la Bia rà SERRA 
a EEE tese do: 
n 


ber: La sstatat tot Loi arene eteri oa late vorei “n 
ppi guns Sono AAT 
ii se Pianeti nine pete 





















































pio rosee | 


arrane COBLURI 
ma ni ” È 


TI TINTI aureo ripe tgrerer tea 
noe lohbzo DAT PILL TAIL REATI 
omar a 
nei id x 3, l 
fonereto sine ei dr MV Pr wi vt pi 
pegia ‘ pagaganio=tito pesto ara 
one Sei rn AAISI Ana ene n ld had 1 ERRE 
me een Lee atainiana: Hess: ES latini dti 
VIAN re meet? dal mare, da apri ì at) de CASIRIRtO Ù 
EVO IAA Là sd PT PP: mine PPP AP 7] se wr 
co rea ; pe ; ir igiele 4 
s ei FRMANRE 
satgrzti ® ill Lo 
na 


nizza: 


SRERZIA sorsi 
Litio pr ve pegno 


At dt i 


.. 
















pugni snsegriontà LI E aa î 
e sita uri aus Leatai nnt % 
Titani nr pus pag rata it os ne) TRE 


Pier 79 
SEA 
vu par 
sata % na 






III 






i site 


prnee = 
== SERRE 


I 
PATATA 9a ri Piaf venete 


ras Pato soda pon “ 
vive psi Freni £ 
e onenco ore prterti be 


PPT PE II 
rst pippa ELIA TEO 









ESS 





— 


I 
natia 

















alzi 


sibi; £ tits 
rr ve 





pre. Ja slol oririo 


si sea